Monthly Archives: febbraio 2016

Presidente Mattarella, non cada nella rete del TTI

MattarellaIl presidente degli Stati Uniti Obama ha incontrato ieri (8 febbraio) il presidente Sergio Mattarella, e non ha mancato di sottolineare quanto sarebbe felice se l’Italia spingesse ancora più forte per l’approvazione del TTIP.
Per info sul TTIP vedi

Poster_TTIP-A4
Vol-STOP-TTIP

E’ dal lavoro che stiamo facendo insieme in Afghanistan – ha riportato Obama al termine dell’incontro – alle opportunità che si presentano nel finalizzare un accordo come il TTIP. Abbiamo concordato che un’azione comune tra Stati Uniti ed Italia non solo serve gli interessi di entrambi i nostri paesi, ma anche la più ampia relazione transatlantica che ha comportato così tanta pace e prosperità in molti degli ultimi decenni”.

Anche Mattarella ha convenuto che il TTIP potrebbe servire per prevenire ulteriori crisi economiche e sociali.

Scherzi e retorica a parte, non ci sfugge che Obama stia giocando il tutto per tutto per arrivare a confezionare il pacco del TTIP, come sia sia, prima della fine del suo mandato.
Anzi: prima della fine dell’estate, nei prossimi tre round negoziali, previsti a Bruxelles dal 22 al 24 febbraio, ad aprile negli Usa e di nuovo a Bruxelles a luglio.

Ma Mattarella… perché servire questa causa persa, anzi dannosa per il nostro Paese?

Chiediamoglielo!

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Tagliate e incollate il messaggio sottostante nella pagina webmail del Quirinale:  https://servizi.quirinale.it/webmail/

Presidente Mattarella, non cada nella rete del TTIP
Si informi meglio, dalle oltre 300 organizzazioni, associazioni, sindacati, imprese, e comitati che dicono no al Trattato Transatlantico.

www.stop-ttip-italia.net

Ancora un muro contro i profughi

Ancora-un-muroAncora immagini della miseria umana. Migliaia di siriani in fuga da Aleppo dove infuria la guerra si accalcano contro la frontiera turca chiusa per decisione del governo di Ankara. La Turchia vuole costruire un altro muro  nell’unico tratto di frontiera a nord di Aleppo liberato al controllo dell’Isis.

I 3 miliardi di euro dati dall’Unione europea alla Turchia per bloccare i profughi hanno così trovato l’impiego più drammatico che l’Unione stessa poteva facilmente immaginare.

Il despota Erdogan, dopo aver foraggiato l’Isis con soldi, armi e combattenti in arrivo dal Golfo e dall’occidente e aver contrabbandato il petrolio estratto nello «stato islamico»,  non poteva sottrarsi, essendo membro della Nato, ad aderire alla coalizione anti-Isis;  ma solo per bombardare i kurdi,  e ora riducendo i profughi a topi in trappola, con i soldi dell’Unione europea.

L’ipocrisia dell’Europa non ha limiti.

Chiude gli occhi di fronte ai drammi più atroci, di cui è stata artefice, per non assumersi le responsabilità.

Si continuano a creare mostri che sfuggono di mano, l’elenco è lungo da Osama bin Laden fino ad al Baghdadi.

È paradossale che l’Europa offra ora sostegno politico e finanziario ad Ankara, dopo aver continuamente rinviato l’entrata della Turchia nella Ue a causa della violazione dei diritti umani, proprio nel momento in cui il regime autoritario di Erdogan mostra il peggio di sé.

Una scelta scellerata che ricadrà sulle nostre coscienze, perché non tutti i profughi potranno morire di fame e di stenti, non tutti i bambini potranno essere lasciati annegare in mare, il fascismo che serpeggia in Europa e nel Medio Oriente finirà per provocare una ribellione che travolgerà i benpensanti, gli indifferenti e i razzisti.

A quel punto l’Europa, se ancora esisterà, dovrà scegliere da che parte stare, se diventare un luogo di accoglienza e di convivenza di popoli con culture diverse o arroccarsi in un fortino nel deserto.

Abbattere i muri, liberare le frontiere, ridare dignità alla vita delle persone è la traccia del possibile cambiamento.

Vedi anche articolo su Repubblica

Situazione abitativa a Milano

Casa-dirittoA Milano la situazione attuale sul versante abitativo è come noto molto difficile. Certo è il contesto nel suo insieme ad essere particolarmente critico, dove sia il sistema di welfare pubblico, sia il sistema dei diritti sono stati smantellati, sacrificando le poche tutele sull’altare delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni.

In Italia le politiche sulla casa hanno segnato definitivamente il passo, mantenendo la loro connotazione fortemente antisociale.
Si sono definitivamente realizzati gli obbiettivi neoliberisti di smantellamento del sistema giuridico-normativo e delle regole a presidio di una protezione minima all’accesso abitativo.

Sul versante delle politiche abitative il Governo Renzi ha prodotto un “Piano  casa”  (Legge  80/2014)  che, sia dal punto di vista dell’ampliamento dell’offerta abitativa e della riduzione dell’emergenza, sia sul versante del rilancio edilizio, non è servito a molto.

I contenuti sono sostanzialmente simili a quelli dei suoi predecessori.

Trascurando una ovvietà, che le famiglie in disagio abitativo hanno redditi stabilmente bassi e che il problema è sempre più quello di costituire e privilegiare un’offerta alloggiativa pubblica a canone sociale.
Al contrario, si è rimasti del tutto incuranti della reale composizione sociale della domanda che scaturisce dalla lettura di semplici dati empirici, si continua, a tutti i livelli istituzionali, a redigere norme e fare scelte amministrative per organizzare una offerta per segmenti di domanda marginali da un punto di vista quantitative.

Si pianificano condizioni d’offerta che con la realtà, soprattutto con il soddisfacimento dei bisogni abitativi primari delle famiglie povere, non c’entrano nulla e lo si fa nel modo peggiore e più molesto; da un lato sottraendo risorse all’edilizia pubblica e, dall’altro, avvolgendo queste scelte con la solita patina di socialità attraverso il coinvolgimento del “privato sociale” nella gestione dell’offerta e dell’emergenza abitativa.

Non se ne può più di discutere di scenari immaginifici in cui si realizzano mix sociali, etnici, generazionali o forme di solidarietà obbligata, mentre nella realtà le famiglie sfrattate finiscono in mezzo alla strada senza alcuna alternativa alloggiativa, neppure precaria.

Purtroppo anche a livello locale le scelte fatte dalla Giunta di Milano e dall’Assessorato alla Casa, sia sul merito delle decisioni prese, sia sulle modalità attuate nell’ambito delle relazioni sindacali non si sono discostate da queste logiche.
Inoltre le scelte in questo comparto non solo sono servite poco o nulla per gestire la crisi abitativa milanese, ma addirittura ne hanno peggiorato le condizioni ed escluso dalla tutela proprio i soggetti più poveri.

All’inizio della consigliatura una intrinseca debolezza nell’azione di Giunta e dell’Assessorato alla Casa è stata bilanciata da corretti e buoni rapporti sindacali, i quali hanno, in effetti, portato alla sottoscrizione di importanti e positivi protocolli di intesa.

Con l’avvicendamento assessorile la situazione è decisamente peggiorata.

L’accordo sulle politiche abitative e quello sulla gestione delle situazioni di occupazione abusiva delle case popolari, non sono mai stati attuati, sia nella parte di merito, sia su quella delle relazioni sindacali.
Il Fondo per l’incremento dell’edilizia a canone sociale, alimentato, tra l’altro, da almeno 20 milioni di euro che la Giunta si era impegnata ogni anno a mettere in bilancio non è mai partito.

In realtà tutto l’Assessorato alla Casa, nella sua direzione politica e nella sua struttura tecnico-amministrativa, non ha svolto alcun ruolo di reale direzione della politica abitativa.
In particolare l’Assessore si è fatto dettare i tempi e gli argomenti dalle necessità della struttura, rimanendone travolto.

Nemmeno una delle iniziative lanciate con grande risalto mediatico dall’Assessore Benelli (fra queste anche quella dell’Agenzia sociale per la locazione, il Bando per la morosità incolpevole, la firma dell’Accordo Locale, i bandi specifici per alcune categorie sociali,…) è servita a diminuire, neppure lievemente, l’emergenza abitativa a Milano.

Le decisioni dell’Assessorato, evidentemente tese a diminuire l’intervento pubblico a sostegno dei soggetti in emergenza abitativa, al contrario, hanno contribuito ad aumentarla e a mettere in ulteriore difficoltà le famiglie, come ad esempio il blocco della possibilità di presentare domande di emergenza; la riduzione del numero dei bandi per la casa popolare; la riduzione delle risorse per la collocazione in albergo delle famiglie sfrattate; la ristrutturazione organizzativa del settore ERP; la costante sottrazione dall’assegnazione di alloggi popolari da destinare, invece, al privato sociale; il ritardo nella consegna degli alloggi comunali disponibili; la mancata applicazione degli accordi sindacali sottoscritti sulle politiche abitative e le occupazioni abusive.

In una situazione dove 23.000 famiglie sono in graduatoria di cui oltre il 60% con reddito ISEE inferiore a 7.500 euro e dove ci sono 15mila sfratti in corso con richiesta di concessione della forza pubblica

Dove sono giacenti 3.064 domande in deroga di cui circa 2.400 per sfratto e oltre 450 famiglie hanno l’assegnazione sulla carta, ma senza offerta di casa popolare, e di queste circa 270 con sfratto eseguito.

Mentre le assegnazioni l’anno passato sono state solo circa un migliaio.

A fronte di questi numeri impressionanti, ma non certo nuovi, bisogna rilevare che l’aggravamento dell’attuale situazione di emergenza abitativa a Milano e la diminuzione delle possibilità di tutela delle famiglie in emergenza abitativa, è, soprattutto, la conseguenza delle scelte politiche  e delle iniziative gestionali dell’Assessorato alla casa, tanto inefficaci e pericolose, quanto enfatizzate e pubblicizzate sulla stampa come innovative ed epocali.

Sulla vicenda della morosità incolpevole si può infine misurare il fallimento delle politiche abitative dell’Assessore dopo che per mesi ha sostenuto che la soluzione al problema degli sfratti era l’Agenzia Sociale per la locazione e il rinnovo dell’Accordo Locale sugli affitti privati (nemmeno siglato dalle Organizzazioni Sindacali più rappresentative – SICET e Unione Inquilini).
Preoccupa, inoltre, la quasi totale sintonia tra l’Assessorato alla Casa comunale e quello della Regione Lombardia, sui contenuti di modifica della legislazione sull’accesso e la gestione dell’Edilizia Residenziale Pubblica. Un testo che sovverte i principi fondamentali sulla funzione delle case popolari.

Si sperava sinceramente di arrivare alla fine di questa consigliatura avendo finalmente realizzato alcuni degli obbiettivi che si erano condivisi nel 2011, sapendo che sarebbe stato necessario ancora del tempo per riuscire a restituire alla Città di Milano un sistema efficace di tutele per le  migliaia di famiglie in crisi abitativa e, quindi, di fatto escluse dal sistema dei diritti di cittadinanza.

Ma alla fine Milano non è diventata come ci si era illusi un laboratorio di inclusione sociale, il territorio dei diritti e della solidarietà con il coinvolgimento di tutti i soggetti locali della rappresentanza sociale e sindacale.

Marco Pitzen (sicet / Quarto Oggiaro)
Componente del Consiglio Nazionale Sicet

«La civiltà europea è finita»

islam“Chi di noi sarebbe disposto a morire per i nostri valori?”  Il filosofo francese Michel Onfray presenta in anteprima mondiale il libro «Pensare l’Islam». In una intervista con il corrispondente a Parigi Stefano Montefiori de il «Corriere della Sera», risponde ad alcune domande in merito.

Michel Onfray, giovedì si apre il Carnevale di Colonia, con la giornata della donna che sarà l’occasione per ricordare le aggressioni sessuali di massa del 31 dicembre. Qual è stata la sua reazione a quei fatti?
«Trovo inaudito che la nostra élite giornalistica e mondana, intellettuale e parigina, così pronta a dare del sessista a chiunque rifiuti di scrivere professeure o auteure al femminile (in francese professore e autore non si declinavano, ndr), non abbia niente da dire sulla violenza a centinaia di donne a opera di orde di emigrati o immigrati, come non si dice più, perché il politicamente corretto impone migranti. Questa stessa élite – così pronta a trovare dell’antisemitismo ovunque, me compreso quando scrivo un libro contro Freud che vuole lavorare con i nazisti per salvare la psicanalisi sotto il III Reich – non ha niente a che ridire neppure sulle dichiarazioni antisemite quando vengono da musulmani integralisti. La Francia ha rinunciato all’intelligenza e alla ragione, alla lucidità e allo spirito critico. Michel Houellebecq ha ragione: viviamo già sotto il regime della sottomissione».

In
Pensare l’Islam, lei dedica qualche pagina al ruolo della donna nel Corano trattata come inferiore rispetto all’uomo. I problemi di Colonia trovano le loro radici nel Corano, secondo lei?
«Questi problemi dipendono soprattutto dalla libido di giovani uomini senza partner sessuali e in una situazione sociologica priva di punti di riferimento. Questa regressione fa immaginare quel che furono probabilmente i ratti delle donne nelle orde primitive. Il Corano afferma l’ineguaglianza tra uomini e donne, una sura dice così: “Le vostre donne sono per voi un campo di lavoro: andate nel vostro campo come vorrete” (II.223), ma la violenza collettiva non è comunque esplicitamente raccomandata».

Qual è la sua impressione sulla comunicazione delle autorità tedesche sui fatti avvenuti a Colonia e nelle altre città?

«Per cancellare il reale è sufficiente non dirlo. È la legge dei media: ciò che non viene mostrato non esiste. Ma la moltiplicazione delle reti libere fa sì che la dominazione dei media di Stato si trovi soppressa dai media liberi che riportano quel che è avvenuto veramente».

Elisabeth Badinter ha detto a proposito di Colonia che «non bisogna avere paura di farsi trattare da islamofobi», se è per dire la verità. Che cosa ne pensa?

«Ha completamente ragione. E sono sufficientemente insultato per sottoscrivere senza riserve».

Sulla questione del terrorismo islamista, lei indica come responsabili «decenni di bombardamenti occidentali» da un lato, ma dall’altro spiega che un atteggiamento bellicoso e totalitario dell’Islam è ben presente nel Corano. Non c’è una contraddizione? Di chi è la colpa maggiore?

«I due aspetti non si escludono: a partire dalla prima guerra del Golfo l’Occidente ha ucciso quattro milioni di musulmani (secondo un rapporto pubblicato da Physicians for Social Responsability, ndr) e il Corano invita alla guerra contro gli infedeli. Questa miscela esplosiva produce la situazione nella quale ci troviamo. Ricordo che all’epoca in cui gli Stati Uniti lavoravano con Bin Laden contro i sovietici in Afghanistan il terrorismo islamico non era di attualità sul Pianeta».

Ma perché prende la prima guerra del Golfo nel 1991 come punto di partenza? Se la «guerra di civiltà» esiste, come lei sostiene nel suo libro, non risale allora a più indietro nel tempo?

«Sì, certamente, esiste dall’Ègira (l’inizio dell’era musulmana, ndr) e lo mostro in un libro molto voluminoso al quale sto lavorando e che si chiamerà Decadenza. Le Crociate, la caduta di Costantinopoli, la battaglia di Lepanto, la collaborazione del Gran Muftì di Gerusalemme con i nazisti, la fatwa contro Salman Rushdie, fanno parte di questa storia tormentata che dura ancora. Questa cattiva conoscenza delle relazioni tra le due civiltà diffusa tra i nostri governanti, sommata alla loro imprudenza, alla loro incapacità, spiega lo stato attuale delle cose. L’Islam politico è una bomba con la quale l’Occidente gioca da sempre».

Secondo la sua analisi, nel Corano si trovano passi che giustificano ugualmente un Islam di pace e uno di guerra. È ragionevole sperare in una vittoria dell’Islam di pace? E che cosa potrebbe fare l’Occidente per favorirla?

«Si può fare la pace solo volendola e solo con i nostri nemici. Il pacifismo si basa sul cervello e l’intelligenza, la ragione e il dialogo, la cultura e la civiltà; la guerra, invece, punta sugli istinti e le passioni, la vendetta e l’odio, la barbarie e la disumanità. La Francia è stata la patria dei diritti dell’uomo, ma non lo è più, la Francia è stata la patria della pace perpetua con l’abate di Saint-Pierre (al quale si ispira Kant), ma non lo è più, la Francia è stata la patria del pacifismo con Jean Jaurès, ma non lo è più. Questa stessa Francia potrebbe prendere una grande iniziativa diplomatica e promuovere una conferenza mondiale per la pace. Ma non ci credo. François Hollande non ha alcun carisma internazionale e la sua solo prospettiva è l’essere rieletto. E succede che il testosterone del comandante in capo sia purtroppo un argomento elettorale».

Lei scrive che l’Islam in questo momento non ha interesse a essere pacifico, perché è in condizioni di vincere e di dominare. Davvero considera la civiltà occidentale così priva di forze, e quella musulmana così dilagante in Europa?

«Si, la nostra civiltà giudaico-cristiana è sfinita, morta. Dopo duemila anni di esistenza, si compiace nel nichilismo e nella distruzione, nella pulsione di morte e nell’odio di sé, non crea più niente e vive solo di risentimento e rancore. L’Islam manifesta quel che Nietzsche chiama “una grande salute”: dispone di giovani soldati pronti a morire per esso. Quale occidentale è pronto a morire per i valori della nostra civiltà: il supermercato e l’e-commerce, il consumismo triviale e il narcisismo egotista, l’edonismo volgare e il monopattino per adulti?».

Lei suggerisce di negoziare con lo Stato islamico, che però proclama di lavorare per l’Apocalisse e la battaglia finale tra musulmani e «miscredenti» a Dabiq. Non le pare che gli jihadisti agiscano secondo una logica diversa rispetto alla nostra razionalità?

«La Francia non trova indegno negoziare con dei Paesi che sostengono questo terrorismo quando si tratta di fare del commercio e di vendere degli aerei da combattimento: Arabia saudita, Qatar, Turchia… Gli jihadisti sono dei soldati che ubbidiscono al loro califfo che è un capo di guerra e un capo di Stato. La diplomazia allora funziona solo con degli Stati amici, moralmente impeccabili e sconosciuti ad Amnesty International. Invece bisogna cenare in compagnia del diavolo con un lungo cucchiaio (per tenerlo a distanza, secondo il proverbio, ndr)».

Si definisce sempre di sinistra, ma sul terrorismo e numerosi altri temi le sue opinioni sono opposte alla linea politica della sinistra di governo. Sarebbe pronto a presentarsi alle elezioni del 2017?

«La sinistra liberista che è al potere in Francia dal 1983 è molto liberista e per niente di sinistra ormai. Dal canto mio, io sono rimasto di sinistra e anti-liberista. Questa sinistra che sopprime le 35 ore, manda dei sindacalisti in prigione, legittima l’affitto degli uteri delle donne povere per le donne ricche, fa della scuola il luogo dove solo i figli dei borghesi se la cavano, dà i pieni poteri al denaro nella sanità e nella cultura, nei trasporti e nei media, nella polizia e nella difesa, questa sinistra dicevo non è di sinistra. Adesso si mette persino a mettere in pratica le idee del Front National sullo stato di emergenza e la revoca della nazionalità, e i principi della destra sulla guerra imperialista! Quanto a presentarmi alle presidenziali, è impossibile: sono un uomo solo e senza partito, senza soldi e senza rete di alleanze. Ma, peggio, sono un uomo di etica e di convinzioni, cosa che è in contrasto con l’esercizio di una campagna presidenziale dove la menzogna e la demagogia dettano legge».

Perché ha deciso di pubblicare «Pensare l’Islam» in Francia solo in un secondo momento? E dopo l’uscita del libro oggi in Italia, pensa di tornare ad apparire nei media francesi?

«La data di pubblicazione originaria coincideva con la data di commemorazione degli attentati di gennaio 2015 a «Charlie Hebdo» e al supermercato ebraico, e in Francia ormai c’è posto solo per il compassionevole, che è agli antipodi del filosofico. Deporre peluche ai piedi della statua in place de la République è la sola manifestazione di intelligenza autorizzata dal potere di Stato sostenuto dal potere mediatico. Riprenderò la parola, sì, certamente, a marzo con la pubblicazione di Pensare l’Islam e del libro politico Lo specchietto per le allodole. E poi sto creando il mio media indipendente per risparmiarmi la stupidità mediatica francese».

http://www.corriere.it/cultura/16_febbraio_03/michel-onfray-intervista-pensare-islam-686a8d64-ca84-11e5-a089-b5567fb53351.shtml

Un’altra guerra

altra-guerraSiamo alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta. Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici.

L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati statunitensi ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis. Il tutto verrà sdoganato come “un’operazione di peacekeeping e umanitaria”.
L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti a intervenire.

Il nostro paese – così sostiene il governo Renzi – attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray.
E altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento. Sarebbe però ora che il popolo italiano, tramite il Parlamento, si interrogasse, prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia.

Infatti, se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’oro ‘nero’ di quel paese.

Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?

Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli Usa da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra.
Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli Usa stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli Stati uniti missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari.

Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia.

L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’Isis.
I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la vendita di armi.

Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani (come l’Arabia Saudita, leggi Fermate quelle bombe).
Alex Zanotelli – 30 gennaio 2016

Riscaldamento del clima e diritto all’acqua

Clima-acquaLo studiamo a scuola: solo il 3% dell’acqua del pianeta è acqua dolce, e di questa solo un quarto circa è disponibile per il consumo degli esseri viventi.

Il riscaldamento dell’atmosfera e del  mare sta provocando un aumento dell’evaporazione; si riduce quindi il tempo in cui l’acqua dolce rimane nei vari comparti delle terre ferme (fiumi, laghi, falde sotterranee) facilmente utilizzabile dagli esseri viventi.
Anche per questo l’acqua dolce è sempre meno disponibile.
Inoltre, un clima più caldo significa aumento della siccità e della desertificazione, e quindi più sete (e più fame).

Negli ultimi 40 anni l’acqua a disposizione di ogni essere umano si è ridotta da 17.500 a 7.500 metri cubi all’anno. E siamo noi occidentali a fare la parte del leone: meno di un miliardo di persone consuma l’86% dell’acqua disponibile.
Noi italiani in particolare, primi in Europa per consumo di acqua dell’acquedotto con circa 180 litri al giorno pro capite (a Milano il consumo è cresciuto di 21 volte in 70 anni) e primi nel mondo per consumo di acqua minerale (quasi 200 litri all’anno a testa).

Nei paesi poveri, in particolare in Africa, ogni persona dispone in media di 10-20 litri al giorno; circa un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, circa due miliardi e mezzo non hanno accesso ai servizi sanitari.
E sono proprio i poverissimi della terra a pagarla di più, fino a 4-5 euro al metro cubo (la tariffa a Milano è circa 80 centesimi al metro cubo), perché costretti a comprarla dalle autobotti.

Si stima che siano 15 milioni all’anno le persone costrette a emigrare per carenza d’acqua. E si calcola che nel 2030 la domanda supererà la disponibilità del 40%.

L’acqua potabile noi la usiamo per lavare l’auto, bagnare le piante, far andare la lavatrice e tirare lo sciacquone, ma molti non la bevono più. Continuiamo a sprecarla e a inquinarla, convinti che sia inesauribile.

In realtà la situazione della Pianura Padana, area densamente popolata, è di crescente crisi idrica, a causa di un’agricoltura intensiva insostenibile e della forte industrializzazione, ma anche delle perdite degli acquedotti, delle fognature talvolta inadeguate e degli insufficienti depuratori: nella zona di Milano per l’acquedotto si pesca ormai in terza falda e sono frequenti i conflitti tra agricoltori, industrie idroelettriche e comuni montani in concorrenza per l’uso di bacini e torrenti.

Dall’altra parte, 21 sorgenti sono date in concessione (a cifre irrisorie) a imprese di acque minerali, che imbottigliano una risorsa collettiva rivendendola con margini di profitto altissimi e scaricando su tutti noi i costi ambientali (ma anche economici!) dei trasporti e dello smaltimento delle bottiglie.

PERCHE’ DEVE RESTARE PUBBLICA

Senz’acqua non si vive. L’acqua è un diritto umano universale e un bene comune dell’umanità.
Il 28 luglio  2010 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto umano all’acqua e ai servizi igienici di base come universale, autonomo e specifico.
Lo ha riaffermato il Parlamento europeo l’8 settembre 2015: l’acqua è riconosciuta come vitale per la vita umana e la dignità e non può essere trattata come una merce, sostenendo che la gestione delle risorse idriche deve essere esclusa dalle regole del mercato.
I governi e gli enti locali sono tenuti a garantire acqua di buona qualità a tutti i cittadini, a salvaguardare l’acqua come bene comune necessario alla vita degli ecosistemi, riducendone il più possibile lo spreco e l’inquinamento e impedendone l’appropriazione economica.

Tuttavia, le politiche dell’acqua a livello internazionale vengono decise dal Consiglio mondiale dell’acqua, partecipato dall’Onu ma diretto di fatto dalle multinazionali dei servizi, Suez e Veolia in prima linea. La loro ricetta è sempre la stessa: privatizzare, liberalizzare.

La loro idea? L’acqua è una merce (per di più sempre più scarsa) e va venduta. Solo i privati hanno l’efficienza e il denaro per i grandi investimenti necessari. In realtà, nelle 400 principali città del mondo l’acqua è gestita dal pubblico nel 90% dei casi. E sono in aumento i casi di ripubblicizzazione: da 2 nel Duemila a 235 nel 2015.
Perché l’esperienza ha dimostrato che il vero obiettivo dei privati, la massimizzazione del profitto, comporta corruzione, aumenti delle tariffe, riduzione degli investimenti, licenziamenti, iniquità nella distribuzione, scarsa attenzione alla manutenzione e nessuna alla questione del risparmio d’acqua, a volte addirittura aumento delle malattie legate all’inquinamento idrico sia biologico che chimico (sta succedendo per esempio in Sudafrica).
Gli unici a guadagnarci sono gli azionisti delle multinazionali dei servizi (sono tre gli indici di borsa legati ai titoli idrici, che negli ultimi anni hanno avuto un boom).

In Francia, patria delle due più grandi multinazionali del settore, Veolia e Suez, tra il 200 e il 2015 sono stati 94 i casi di ripubblicizzazione. Tra i risultati, la riduzione delle tariffe, l’aumento degli investimenti, il miglioramento delle politiche sociali, la partecipazione dei cittadini alle scelte strategiche.

In Italia, invece, l’obiettivo del governo è favorire il più possibile la spartizione della gestione dei servizi idrici (e non solo) sul territorio nazionale tra quattro grandi multiutility (A2A, Iren, Hera e Acea) a capitale misto e quotate in borsa, ignorando la volontà espressa da 27 milioni di italiani nel referendum del 2011 e distruggendo la sovranità dei Comuni.

LE NOSTRE PROPOSTE

Una gestione del servizio idrico trasparente, affidata a un’azienda speciale di diritto pubblico, che:

  • preveda la partecipazione attiva dei cittadini;
  • garantisca a tutti il fabbisogno essenziale (50 litri al giorno) gratis, a carico della fiscalità generale, e scoraggi gli sprechi applicando tariffe progressive, finanziando anche con l’1% della bolletta lo sviluppo dei servizi igienici e della distribuzione di acqua potabile nel Sud del mondo;
  • migliori la qualità dell’acqua e del servizio, garantisca una buona depurazione, e incentivi il risparmio idrico e la riduzione dell’inquinamento, sia da parte dei privati che da parte delle imprese agricole e industriali;
  • garantisca i diritti dei lavoratori e la manutenzione degli impianti;
  • gestisca il ciclo idrico completo lavorando sull’area del bacino idrografico, che comprenda Milano e l’hinterland.

Comitato Milanese Acquapubblica
comitatomilaneseacqua@gmail.com


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BOX

COME RIDURRE I CONSUMI: QUALCHE CONSIGLIO

  • Ridurre i consumi in generale (qualsiasi merce, dall’insalata incellofanata ai calzini, richiede grandi quantità di acqua – oltre che di energia – per essere prodotta) e in particolare quelli di carne (servono circa 1000 litri d’acqua per un chilo di manzo). L’impronta idrica media individuale in Italia (cioè l’acqua necessaria a produrre i beni comsumati) è pari a 6.000 litri al giorno, tra le più alte del mondo
  • Fare la doccia invece del bagno in vasca
  • Non lasciare scorrere l’acqua dai rubinetti per raffreddare o mentre ci si lava i denti o ci si insapona sotto la doccia
  • Riutilizzare l’acqua di cottura (piante, lavaggio piatti)
  • Fare uso dei riduttori (costano pochi euro e si inseriscono nei rubinetti): riducono il consumo circa della metà
  • Usare secchio e spugna, e non la pompa, per lavare l’auto
  • Evitare di acquistare l’acqua minerale: quella del rubinetto è simile come contenuti, altrettanto sicura e più controllata. Per togliere il sapore di cloro basta metterla in una brocca in frigo un paio d’ore prima del consumo (il cloro evapora)
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