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India, echi di una strage

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India-echi-di-strageGli storici hanno definito “rivoluzioni verdi” quei processi (tecnici, chimici, biologici, ecc.) che hanno portato un cambiamento significativo in ambito agricolo. Partendo dal Messico, la prima di queste rivoluzioni ha raggiunto l’India all’inizio degli anni ’50 del ventesimo secolo, con lo scopo di aumentare le derrate alimentari per ridurre la fame nel mondo.

Per ottenere tali risultati sono stati impiegati fitofarmaci, concimi chimici, tecniche di irrigazione innovative ed incroci selettivi; si è assistito inoltre ad una forte meccanizzazione e ad uno scambio di colture tra continenti. Tutto ciò ha comportato alcuni effetti collaterali: l’impoverimento del valore nutrizionale dei raccolti, l’omogeneizzazione delle diete (perdita di biodiversità), l’inquinamento e l’alterazione del pH del suolo.

A tutto questo si aggiungono la dipendenza dai combustibili fossili, accentuata dalla maggiore quantità di energia richiesta dal processo di produzione, e la riduzione del bisogno di manodopera, direttamente proporzionale alla crescita dell’urbanizzazione.

Ma se la prima rivoluzione verde, insieme ai suoi lati oscuri, ha portato sicuramente notevoli miglioramenti nella produzione cerealicola (si parla di un aumento del 300% tra il 1967 ed il 1979), lo stesso non si può dire della “seconda rivoluzione verde”, caratterizzata dall’introduzione degli OGM (organismi geneticamente modificati), che a conti fatti non ha portato ad altro se non all’arricchimento delle multinazionali che li hanno introdotti (imposti) sul mercato indiano.

Innanzitutto è utile fornire un quadro generale dei protagonisti della vicenda.

Uno di questi è la Monsanto: nata nel 1901 a Saint Louis, nel Missouri, come industria chimica, oggi è una delle principali produttrici di OGM nel mondo, ed il suo prodotto di punta è l’erbicida Round Up.

Nel maggio del 1987 la multinazionale ricevette le dimissioni da parte di Tiruvadi Jagadisan, direttore responsabile del marketing in India. Quest’ultimo era infatti venuto a sapere che la Monsanto non voleva più investire denaro nel suo paese, perché “non aveva sufficiente fiducia nell’India”. La stessa fonte gli rivelò che presto la multinazionale sarebbe passata dal mercato degli erbicidi a quello dei semi geneticamente modificati, inserendovi anche un gene Terminator (capace cioè di interrompere la riproduzione delle piante, facendole autodistruggere dopo il raccolto) per assicurarsi l’egemonia sulla vendita delle sementi.

Le previsioni si rivelarono fondate: presto il cotone BT fece la sua comparsa nei campi del subcontinente, provocando non pochi disastri nelle colture locali.

Il cotone BT deve il suo nome al Bacillus Thurigensis. Si tratta di un batterio del suolo, del quale un gene specifico è stato riprodotto in laboratorio (in versione sintetica) ed inserito nel DNA del cotone. In tal modo la pianta riesce a produrre la tossina BT, capace di distruggere il germe rosa del cotone, il suo maggiore infestante. Quando il germe ingerisce una qualsiasi parte della pianta, essa ne attacca l’intestino e lo uccide.

Niente male come teoria, ma nella pratica i risultati sono stati molto meno incoraggianti.

Prima di elencare le effettive conseguenze di queste “innovazioni” e delle varie manovre eseguite dalle multinazionali in India, è necessario gettare uno sguardo ravvicinato sull’effettiva condizione degli agricoltori (distribuzione sul territorio, clima, ecc.).

Non è facile districarsi nella grande quantità di dati che abbiamo a disposizione; inoltre alcuni studi contengono uno “slancio patriottico” decisamente fuori luogo in un’analisi obiettiva e rigorosa. Altri invece, dal lato opposto, sono viziati da quella che può essere gentilmente definita una “campagna pubblicitaria scorretta”. Ecco un esempio: tra i documenti presumibilmente imparziali ai quali mi sono affidato c’è il rapporto “Accidental Deaths and Suicides in India”, pubblicato ogni anno da un’agenzia governativa indiana (il National Crime Record Bureau – NCRB).

Nell’analisi delle serie storiche tuttavia sono stato costretto a fermarmi all’anno 2013: guarda caso dal 2014, ovvero da quando i suicidi tra gli agricoltori hanno una voce a sé stante, le percentuali sono curiosamente migliorate, mostrando una situazione più rosea e decisamente in controtendenza rispetto agli anni precedenti. Perché? Alcuni articoli parlano di corruzione del governo indiano, ma non sta a me giudicare e ovviamente non ho le prove per poterlo fare.

Andiamo avanti: altre fonti autorevoli sono lo “State of Indian Farmers: A Report”, che fornisce una panoramica generale su quali siano le condizioni di questa classe di lavoratori; l’analisi del CSDS (Centre for the Study of Developing Societies), riguardante i dettagli del profilo socio- economico degli agricoltori indiani; ed infine il National Sample Survey Office (NSSO) del Ministry of Statistics and Programme Implementation (MoSPI) indiano, che ha svolto l’indagine denominata “Situation Assessment Survey of Agricultural Programme”. I seguenti istogrammi, tratti da quest’ultimo studio, permettono di delimitare i territori dedicati all’agricoltura nelle varie regioni, collocandovi l’esatta percentuale di famiglie che si dedicano a questa professione. Negli anni 2012 – 2013 è stato infatti stimato che queste ultime fossero circa 90,2 milioni in tutto il subcontinente, ovvero il 57,8% delle famiglie rurali.

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Concentriamoci adesso sul cotone, del quale l’India è il secondo produttore mondiale. Ne consegue che una grande percentuale della popolazione si dedichi a questa attività, di per sé non molto remunerativa: un raccoglitore di cotone guadagna qualcosa come 100 rupie al giorno, cioè circa 1,25 euro, appena sufficienti per sfamare la famiglia. Al tempo stesso però sono richiesti molti sacrifici: i proprietari terrieri, oltre a dover pagare molti raccoglitori, hanno anche l’obbligo di sorvegliare i campi nottetempo per proteggere i germogli del cotone dagli attacchi di cinghiali, mucche ed elefanti. La vita è molto dura, si è costretti a vivere lontani dalla famiglia, a dormire poco e contemporaneamente a risparmiare qualcosa per la casa e l’educazione dei figli.

Nel 1991, in Vidarbha, se un agricoltore cresceva la varietà di cotone nativa e ne comprava i semi al mercato indiano, questi costavano 9 rupie al chilogrammo. I semi ibridi (cioè ottenuti tramite innesti o incroci selettivi) costavano invece dalle 350 alle 400 rupie per 450 grammi.

Tra il 2002 ed il 2004 è arrivato il cotone BT, già introdotto illegalmente in precedenza. I semi BT costano dalle 1.650 alle 1.800 rupie ogni 450 grammi; il prezzo al chilo è quindi di circa 4.000 rupie, contro le 9 di dieci anni prima.

Una grande macchina pubblicitaria è stata messa in moto per convincere i contadini che il cotone BT è migliore delle altre tipologie. Ma le promesse si sono rivelate infondate: i semi di cotone OGM hanno bisogno di molta più acqua e di ingenti dosi di prodotti chimici (fertilizzanti o antiparassitari), a prezzi inaccessibili. Risultato: perdite immediate nell’ordine di 50.000 rupie.

L’enorme indebitamento è dovuto anche all’impossibilità dei coltivatori di accedere al credito tramite le istituzioni, bensì soltanto attraverso prestiti usurari, con interessi elevatissimi. Nelle varie statistiche si parla di un range che va dal 30% al 60%, ma gli agricoltori locali che ho intervistato hanno rivelato percentuali decisamente maggiori.

C’è un altro problema che affligge l’agribusiness indiano: le royalties.

Questo termine indica il diritto di proprietà intellettuale, proprio del titolare di un brevetto, che comporta il pagamento di una somma di denaro da parte di chiunque effettui lo sfruttamento del bene in questione. Ed i beni in questione sono ovviamente i semi OGM. Riguardo al cotone BT, per esempio, delle 3.600 rupie al chilo di costo iniziale, ben 2.400 erano royalties dovute alla Monsanto. Un prezzo irragionevole, considerando anche il fattore fondamentale del gene Terminator: se il raccolto va male, i semi prodotti sono comunque sterili, e gli agricoltori devono comprare di nuovo altri semi OGM.

In questo modo le persone vengono private della propria sovranità alimentare, sono travolte dai debiti e cadono in povertà. L’unica soluzione è quella di trasferirsi in città, trovare un lavoro stipendiato e comprarsi da mangiare.

Vendere la propria terra però non è sufficiente a procurarsi il denaro necessario per iniziare una nuova vita: quei soldi infatti ripagano soltanto i vecchi debiti. Per questo motivo spesso chi arriva nelle metropoli è già troppo povero o ancora indebitato, e di conseguenza non riesce né ad inserirsi né a trovare di che vivere. Con questi presupposti purtroppo la realtà indiana non offre molte prospettive, e spesso la disperazione conduce verso l’alternativa più estrema: il suicidio. Le donne non ereditano i debiti, così la morte dell’uomo “salva” la famiglia.

Tutto questo però non basta: quale è la chiave concreta che ci consente di osservare il legame diretto tra l’aumento di suicidi e gli interventi delle multinazionali in India?

Fin qui non abbiamo ancora dimostrato nulla, ma soltanto riportato fatti e numeri. Soltanto un’analisi incrociata delle statistiche presenti nei vari studi sopra citati può gettare una luce sulla realtà socio-economica ed agricola indiana delle ultime decadi, permettendoci di collegare gli eventi culminanti riportati dalle cronache (sbalzi climatici, manovre espansionistiche delle multinazionali, malattie delle piante, ecc.) con i periodici aumenti di decessi per suicidio avvenuti tra gli agricoltori indiani.

Vediamo allora nel dettaglio in quali anni si sono verificati eventi significativi nel subcontinente, in concomitanza con un picco nel saggio di suicidio tra gli agricoltori (date e saggi evidenziati in rosso nella tabella sottostante).

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La tabella è molto chiara: riporta l’anno ed i suicidi che sono avvenuti in corrispondenza dello stesso. A noi interessa l’ultima colonna a destra, che descrive il saggio dei suicidi, cioè il rapporto tra il numero di suicidi (nella terza colonna) ed il totale della popolazione (quarta colonna). In rosso sono evidenziati gli sbalzi di maggiore entità.


1999 – La Monsanto acquista la Mahyco, la più grande azienda sementiera indiana; Progressivo aumento del costo delle sementi; – Guerra con il Pakistan.

Dunque… La guerra si è concentrata nel nord del paese, e comunque i suicidi non ne sono di certo la conseguenza principale.

È inoltre decisamente improbabile che il drastico aumento del saggio di suicidio sia stato dovuto alla manovra della multinazionale: se non altro le eventuali conseguenze sui raccolti, e quindi sui contadini, si sarebbero manifestate negli anni a venire, non subito.

Neppure negli anni precedenti al 1999 sono stati registrati fatti degni di particolare interesse in campo agricolo (tranne appunto il progressivo aumento del costo dei semi, fattore comunque difficilmente classificabile), quindi sembra che non ci siano “motivi verdi” così evidenti all’origine dell’aumento dei suicidi tra gli agricoltori.

Sempre che essi, naturalmente, riguardino questa classe di lavoratori: è infatti necessario, per una corretta dimostrazione della tesi, che la classe di individui più colpita dall’aumento dei suicidi sia proprio quella degli agricoltori, categoria sulla quale, ovviamente, hanno avuto un maggiore impatto gli effetti provocati dagli interventi delle multinazionali che operano in campo agricolo.

Occorre però fare ancora qualche passo prima di poter osservare le varie “categorie umane” coinvolte nel fenomeno dei suicidi.

Prendendo in mano i grafici dell’“Accidental Deaths and Suicides in India”, relativi al 1999, si può dedurre quanto segue: gli Stati con maggiori percentuali di suicidi (West Bengala, Maharashtra, Karnataka, Tamil Nadu, Andhra Pradesh e Kerala) sono gli stessi che nelle pagine precedenti figurano tra i “primi in classifica” circa il numero di famiglie di agricoltori.

Nella distribuzione delle vittime secondo la professione che svolgono, lo spicchio più grande è riservato ai lavoratori autonomi, seguiti dalle casalinghe (sulle quali non ho modo di approfondire). È importante invece analizzare la categoria dei lavoratori autonomi nel suo insieme, benché sul documento originale compaia in calce anche la percentuale di agricoltori inclusi in questa categoria; essa è quasi sempre maggiore di un terzo, ma non la riporterò qui: esiste un grande numero di articoli e servizi carichi di proteste e accuse di falsificazione di tali percentuali, soprattutto dal report del 2014 in poi. Non le ritengo perciò sufficientemente attendibili.

Proseguendo si può osservare che le principali cause di suicidio sono così suddivise: “problemi familiari”, “malattie”, “non specificati”, “altri”… Niente di utile per la nostra ricerca.

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Questi frammenti di informazione sono ancora lontani dal dimostrare la diretta connessione tra la morte degli agricoltori e l’operato delle multinazionali. Forse però la prossima tabella può fornirci un indizio importantissimo: I mezzi utilizzati per suicidarsi: al primo posto il veleno, con 37,2 punti percentuali (metà dei quali riferiti agli insetticidi), seguito dall’impiccagione (25,2%) e poi dal fuoco e dall’annegamento.

La percentuale più alta di suicidi è commessa tramite l’ingerimento di veleni, la metà dei quali sono insetticidi.

Ricapitoliamo: abbiamo il numero più elevato di suicidi commessi da lavoratori autonomi nelle zone a maggiore intensità agricola, ingerendo dei veleni che si rivelano essere in gran parte insetticidi. Tutto questo non suscita almeno qualche domanda?

2007 – La Monsanto brevetta le “sementi Terminator”: Genetic Use Restriction Technology;

È importante inserire qui anche il seguente fatto di cronaca: nel 2006 moltissimi raccolti, in tutto il Paese, sono stati distrutti da una malattia che colpisce soltanto gli OGM (la Rhizoctnonia); Tra il 2006 ed il 2007 il PIL indiano ha registrato un tasso di crescita del 9,4%: “l’economia è tra quelle a più rapida crescita nel mondo”.

Possiamo tranquillamente affermare che l’economia non è la causa di un aumento di 0,3 punti percentuali nel saggio dei suicidi. In questo caso però il “fattore multinazionale” si fa più incisivo: la rovina dei raccolti OGM registrata l’anno precedente può aver manifestato i suoi effetti sulla condizione dei contadini. Inoltre sappiamo che nel 2007 le sementi Terminator sono entrate ufficialmente nel mercato indiano: chi le ha acquistate sapeva fin da subito che la mal riuscita di un raccolto avrebbe significato il fallimento, poiché i semi nati sarebbero stati sterili.

Grafici alla mano, i risultati sono gli stessi del 1999: gli Stati nei quali si registra il maggior numero di suicidi sono quelli ad alta attività agricola, proprio come mostrano gli istogrammi iniziali. Anche la categoria più colpita rimane quella dei lavoratori autonomi, e di nuovo la maggior parte di coloro che commettono suicidio (34,8%) lo fa ingerendo un veleno, che in più della metà dei casi risulta essere un insetticida. E ovviamente sono gli agricoltori ad avere il più facile accesso a tali veleni.

Da questa data in poi si assiste ad un progressivo incremento del saggio dei suicidi, che culmina nell’ultimo picco registrato tra gli annali del NCRB:

2010 – Come il 2009, è un anno di grave siccità (ricordo ai lettori che le piante di cotone OGM necessitano di un’irrigazione maggiore rispetto alle colture normali). Gli agricoltori biologici guadagnano circa il 200-300% in più rispetto a chi coltiva sementi transgeniche.

Passando allo studio dei resoconti dell’“Accidental Deaths and Suicides in India” otteniamo ancora una volta i medesimi risultati: le regioni più colpite sono quelle dove si registra la più alta concentrazione di famiglie agricole, la classe interessata è quella dei lavoratori autonomi (41,1%), i motivi all’origine del suicidio non ci forniscono indizi utili e la modalità preferita resta l’ingerimento di un insetticida (per più della metà di coloro che utilizzano un veleno).

Voglio entrare ancora di più nel dettaglio, soprattutto riguardo ai picchi verificatisi nel ventunesimo secolo. Ecco qui di seguito due tabelle che specificano il numero di suicidi commessi ingerendo un veleno negli Stati con maggiore incidenza di casi:

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Andhra Pradesh, Maharashtra, Tamil Nadu, Karnataka, Kerala, Gujarat e Orissa sono in vetta alla classifica. Le regioni con il maggior numero di suicidi per auto-avvelenamento compaiono tutte tra quelle con il maggior numero di famiglie agricole, come mostrano gli istogrammi all’inizio.

In conclusione, questa minuziosa analisi dei dati a nostra disposizione ha rivelato che i picchi nell’aumento dei suicidi cadono esattamente in corrispondenza degli anni in cui la Monsanto e altre organizzazioni internazionali (o eventi climatici interni come la siccità e le malattie delle piante, anch’essi legati al “funzionamento” degli OGM) hanno colpito più duramente il territorio indiano.

Alla luce di questa ricerca non posso che dar credito a Vandana Shiva e a chi, come lei, difende i diritti di quei popoli economicamente più deboli e tecnologicamente meno avanzati, ma che al tempo stesso sono in grado di vivere dignitosamente facendo ricorso soltanto alle proprie risorse, mantenendo inalterata la propria indipendenza e la propria libertà.

FONTI

Bibliografia

Batchelor Stephen, “Il Risveglio dell’Occidente”, Roma, Astrolabio – Ubaldini Ed., 1995.
CSDS (Centre for the Study of Developing Societies), “State of Indian Farmers: A Report”, Delhi, 2014.
Mukherjee Radha Kamal, “The Economic History of India 1600-1800”, Kitab Mahal, Calcutta, 1967.
NSSO (National Sample Survey Office), “Situation Assessment Survey of Agricultural Programme”, Mahalanobis Bhavan, Calcutta, 2013.
Possehl Gregory, “Indus Age; The Beginnings”, 6, University of Pennsylvania Press, 1999.
Shiva Vandana, “India spezzata” [“India divided”], Milano, Il Saggiatore, 2008.
U.S. FDA – Biotechnology – Statement of Policy – “Foods Derived from New Plant Varieties”, 29 maggio 1992.

Documentari

Behind the label”, di Cecilia Mastrantonio e Sebastiano Tecchio, 2012. “Il mondo secondo Monsanto”, realizzato da Marie-Monique Robin nel 2008.

Siti consultati

http://ncrb.gov.in/ http://ncrb.nic.in/adsi/main.htm
http://www.csds.in/ http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/13/india-rapporto-oms-primo-posto-al-mondo-per-suicidi/1119932/
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8a01cd9f-197d-49be-9ce6-372698afd5c5.html#p=
http://www.thehindu.com/news/national/other-states/maharashtra-records-most-farmer-suicides-ncrb/article7438954.ece https://makanaka.wordpress.com/tag/crop/

http://temi.repubblica.it/micromega-online/india-echi-di-una-strage/

(23 settembre 2016)

Lettera delle donne di Rete Kurdistan

Donne-Kurdistan

Donne-KurdistanCare compagne, il 24 Settembre si terrà una mobilitazione unitaria a Roma alle 14 a Porta Pia contro la guerra turca al popolo curdo, contro l’accordo Ue – Turchia e per la liberazione di Ocalan.

 

Sulla scorta dell’APPELLO DELLE DONNE lanciato da Donne Rete Kurdistan: http://www.retekurdistan.it/2016/08/appello-delle-donne-di-rete-kurdistan-a-sostegno-del-rojava/ richiamiamo alla partecipazione in sostegno al movimento di liberazione delle donne e al popolo curdo.

Il movimento di liberazione delle donne, le pratiche e la conoscenza da esso prodotte sono state sino ad oggi la base per una società libera e democratica su cui si fonda il confederalismo democratico in Siria. E’ importante mostrare la propria solidarietà in un momento così delicato per la rivoluzione sociale del Rojava e per la repressione in Bakur acuita dalla Turchia post golpe di Erdogan.

In questi territori le organizzazioni autonome delle donne hanno proposto in un movimento che dura 40 anni, un radicale cambiamento nel modo di intendere l’organizzazione, la storia, la società indicando un modello di convivenza alternativo e oltre i nazionalismi, basato sull’autorganizzazione, l’ecologia e l’autodifesa.

E proprio nel campo dell’autodifesa, ci troviamo oggi di fronte a rappresentazioni mediatiche violente e sessiste che ritraggono spesso le guerrigliere secondo i canoni capitalisti occidentali, paragonandole ad attrici hollywoodiane, svalorizzando così il portato di liberazione delle combattenti. L’intera filosofia delle Unità di difesa femminili YPJ è di combattere il sessismo e di prevenire che le donne vengano usate o ritratte come oggetto sessuale. Questa filosofia si contrappone alle violente politiche di repressione che non lasciano indenne nessuno e che avvengono oggi in Turchia, anche, come recentemente è avvenuto contro militanti del mondo LGBTQ.

La filosofia dell’autodifesa in ogni ambito della società mostra anche come l’organizzazione autonoma delle donne in ogni momento della vita è condizione primaria e necessaria per una trasformazione sociale e per uno sviluppo di convivenza pacifico tra differenze per tutto il Medio Oriente e non solo.

Per supportare la lotta curda di liberazione delle donne e il popolo curdo e la rivoluzione sociale in Rojava, è quanto mai necessaria in questo momento una numerosa partecipazione da parte delle compagne che hanno sostenuto e sostengono il movimento di liberazione curdo.

Non è più possibile stare a guardare in silenzio.

In un’ampia solidarietà femminista internazionale chiamiamo tutte le reti di donne, femministe, queer, lesbiche, alla partecipazione alla “Manifestazione in piazza per il Kurdistan , Sabato 24 settembre, H 14 Porta Pia

Donne-Rete Kurdistan

22-9-2016

Rifugiati ambientali, in 28 milioni in fuga Ma senza alcun diritto

Rifugiani-ambientali

Rifugiani-ambientaliScappano da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche, fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza locali. Distrutte da catastrofi naturali, ma anche da stravolgimenti indotti dall’uomo.

Si chiamano ‘rifugiati ambientali’ e, a differenza dei profughi che arrivano dalle zone di guerra, non possono chiedere asilo politico e non hanno diritti.

E benché l’attenzione internazionale si sia concentrata sulle centinaia di migliaia di persone che rischiano la vita per raggiungere le coste europee, le migrazioni ambientali sono in realtà per la stragrande maggioranza migrazioni interne.

Secondo un rapporto presentato dall’Internal Displacement Monitoring Centre, nel 2015 i cosiddetti ‘sfollati interni’ sono stati 27,8 milioni (in 127 Paesi), costretti ad abbandonare la propria casa per catastrofi naturali, conflitti, violenze. Anche contro la loro volontà. Si tratta di 66mila persone al giorno. Se ne è parlato in un convegno internazionale che si è svolto a Milano, intitolato ‘Il secolo dei rifugiati ambientali?’ e organizzato dall’eurodeputata Barbara Spinelli e dal gruppo Gue/Ngl, nel corso del quale scienziati, politici, medici, attivisti hanno confrontato analisi, proposte e politiche.

Tra le cause che portano a conflitti e disastri ambientali, però, ci sono anche i fenomeni del land grabbing e del water grabbing (accaparramento di terra e acqua), i processi di ‘villaggizzazione’ forzata (che negli anni Ottanta hanno causato in Etiopia un milione di morti per carestia), e poi inquinamento, smaltimento intensivo di rifiuti tossici, scorie radioattive da bombardamenti.

Anche l’Italia fa la sua parte “contribuendo a sottrarre terre e risorse ai popoli più poveri del mondo, proprio mentre il presidente del Consiglio Matteo Renzi parla di un piano per l’Africa, la stessa che multinazionali ed Europa continuano a sfruttare” sottolinea Vittorio Agnoletto, membro del consiglio internazionale del Forum Sociale Mondiale e fondatore della Lega italiana per la lotta contro l’Aids. L’Italia come tanti Paesi europei, complici delle multinazionali dello sfruttamento delle terre, tutt’altro che tutelate da governi locali spesso corrotti.

I DATI E LE PREVISIONI FUTURE

La principale differenza tra sfollati interni e rifugiati è che gli sfollati interni rimangono entro i confini del proprio Stato, mentre i rifugiati cercano protezione in un altro Paese.

Ma cosa c’è alla base dei 27,8 milioni di sfollati interni del 2015?

Guerre e violenze per 8,6 milioni di profughi, disastri ambientali per 19,2 milioni sparsi in 113 Paesi.

Il Norwegian Refugee Council spiega che “nel corso degli ultimi 8 anni è stato registrato un totale di 203,4 milioni di spostamenti collegati ai disastri”.

Come negli anni precedenti è stata l’Asia meridionale ed orientale ad essere la più colpita.

In testa India (3,7 milioni di sfollati), Cina (3,6 milioni) e Nepal (2,6 milioni).

Nel 2008-2014 hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni 157 milioni di profughi: circa un terzo della popolazione dell’Ue.

L’Emergency events data base del Cred (Centre for research on the epidemiology of disaster) riporta che negli ultimi 20 anni sono state distrutte da catastrofi climatiche 87 milioni di case.

Secondo un dossier di Legambiente, il numero dei profughi ambientali nel 2015 ha superato quello dei profughi di guerra.

E c’è di peggio: “L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – ricorda Barbara Spinelli – ha dichiarato che entro il 2050 si raggiungeranno i 200-250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare il proprio paese”.

ESPROPRIAZIONI DI TERRE E RISORSE

Ma non sempre è facile distinguere le migrazioni causate da calamità naturali, da quelle che hanno alla base da mutamenti ambientali indotti dall’uomo.

Alla desertificazione, all’innalzamento dei livelli delle acque, all’inaridimento del suolo si aggiungono altri fenomeni: land grabbing, sfruttamento e l’avvelenamento del suolo e delle acque causato dalla tossicità delle industrie agricola, mineraria e manifatturiera, oltre che dai bombardamenti con sostanze chimiche e radioattive.

È possibile fare marcia indietro?

Grammenos Mastrojeni, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo, diplomatico e autore del libro L’Arca di Noè edito da Chiare Lettere è sicuro di sì, se si utilizzerà un approccio di cooperazione allo sviluppo ecostostenibile e di tutela dell’ambiente. “Le soluzioni ci sono – spiega Mastrojeni – e noi abbiamo iniziato a metterle in pratica con progetti in Senegal e Burkina Faso. Oggi si perdono 12 milioni di ettari di terreno all’anno “ma recuperare un ettaro di terreno nelle zone di emergenza costa 120 dollari”.

Secondo il diplomatico sono diversi i vantaggi del recupero dei terreni, soprattutto se consegnati alla piccola agricoltura familiare. “Si crea un pozzo di carbonio – commenta – si protegge la biodiversità, si mantengono le capacità produttive di quella terra, oltre a creare reddito e lavoro per quelli che oggi sono costretti a migrare”.

GUERRE E DEVASTAZIONE AMBIENTALE

La realtà attuale è però diversa. Tanto che dal dopoguerra a oggi bel 111 conflitti nel mondo sono da imputarsi a cause ambientali.

Nel 2015 sono stati il Medio Oriente e il Nord Africa ad aver sostenuto gran parte del peso delle guerre, con 4,8 milioni di sfollati. Siria, Yemen e Iraq, da soli hanno rappresentato più della metà di tutti i nuovi sfollati interni da conflitto nel mondo.

Non è un caso se la maggior parte degli sfollati è in Africa, il continente più colpito dagli effetti dei cambiamenti climatici pur non essendo il maggior colpevole” ha spiegato Barbara Spinelli, ricordando che dal 2006 al 2010 quasi un milione e mezzo di siriani ha perso i mezzi di sussistenza ed è stato sfollato.

Eppure né la Convenzioni di Ginevra né il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status di chi fugge a causa di catastrofi ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali.

E la Commissione europea con il cosiddetto ‘approccio hotspot’, istituisce due categorie di migranti, i profughi di guerra (che hanno diritto di chiedere protezione internazionale) e i migranti economici (da rimpatriare), alla stregua dei quali sono considerati anche i rifugiati ambientali, pur fuggendo da condizioni invivibili.

LE RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALI

E se Francesca Casella, direttrice per l’Italia di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni sottolinea che “in Etiopia è in corso un violento accaparramento di terra che sta sfrattando le tribù della bassa Valle dell’Omo dalle terre ancestrali” riducendo migliaia di persone alla fame e alla disperazione,

Vittorio Agnoletto racconta ciò che avviene in giro per il mondo “in nome dello sviluppo” e della modernità. Dietro cui ci sono (neppure troppo celati) gli interessi economici di Paesi, multinazionali e, spesso, di governi locali corrotti. L’Europa fa la sua parte. E anche l’Italia. Ad esempio con gli Accordi di partenariato economico (Epa) con cui si chiede ai Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) di eliminare tutti i dazi all’entrata di merci, prodotti agricoli e servizi europei.

Gli effetti economici sui Paesi africani?

In Burundi è stata calcolata in un anno la perdita complessiva di 20 milioni di dollari, che per il Niger è di 24 milioni.

Poi c’è la questione della terra, degli ettari acquistati (spesso per la richiesta di bio-combustibili dall’Europa) e sottratti all’agricoltura.

Tra le nazioni coinvolte c’è anche l’Italia che partecipa all’operazione con quasi un milione di ettari, principalmente in Africa.

Cosa accade in quelle terre?Il terreno acquistato che non produce più cibo rappresenta il 44% del totale”. Ne conseguono abbandono e migrazioni. “Così – conclude – ci occupiamo di Africa, prestando il fianco alle multinazionali”.

Luisiana Gaita
da Il Fatto quotidiano – 25 settembre 2016

Dal congresso mondiale dell’International solid waste association (Iswa)

Discariche-abusive

Discariche-abusiveI luoghi più inquinati del mondo sono 50 discariche a cielo aperto; ecco come chiuderle: «Sono un’emergenza sanitaria globale. Senza interventi al 2025 rappresenteranno l’8-10% di tutte le emissioni di gas serra antropiche»

Se ci domandiamo quali sono «i luoghi più inquinati del mondo», l’immaginazione ha l’imbarazzo della scelta nel decidere dove atterrare. All’Iswa, l’Associazione internazionale rifiuti solidi (International solid waste association) le idee sono più chiare e – neanche a dirlo – hanno a che fare con i rifiuti. Ad esser precisi, non con la loro presenza – le milioni di tonnellate di rifiuti che tutti noi, insieme, produciamo ogni giorno – ma con la loro mancata gestione.

Nella cronaca italiana i rifiuti fanno sempre rima con paura. Ecco che per avere un approccio più razionale al tema è utile allargare lo spettro d’osservazione.

A Novi Sad, in Serbia, è in corso il congresso mondiale Iswa 2016 (nel 2012 era a Firenze), dove è stato presentato il nuovo rapporto A Roadmap for closing waste dumpsites – The World’s most polluted places. L’analisi ha per oggetto le discariche a cielo aperto sparse per il globo, ossia quei luoghi sulla terraferma dove lo smaltimento di rifiuti si concretizza in un regno di nessuno, deposito incontrollato o quasi di monnezza. Questo tipo di discariche rappresentano un tabù per i paesi sviluppati da oltre trent’anni, ma nel resto del mondo sono una realtà quanto mai attuale.

Le discariche a cielo aperto servono dai 3 ai 4 miliardi di persone, ed è qui che finisce il 40% dei rifiuti del mondo, con immensi danni alla salute umana e all’ambiente.

Basti pensare che nel sud-est asiatico l’esposizione all’inquinamento provocato da queste discariche comporta un impatto negativo sulla speranza di vita maggiore rispetto a quello della malaria; da sole, le cinquanta più grandi discariche a cielo aperto del mondo – sottolineano dall’Iswa – influenzano pesantemente la vita quotidiana di 64 milioni di persone, una popolazione più vasta di quella italiana e paragonabile a quella francese.

Quello delle discariche a cielo aperto non è però un problema che interessa soltanto i paesi più poveri. Se l’impatto del loro inquinamento rimane prevalentemente localizzato, così non è per le loro conseguenze economiche e climatiche.

Le prime sono valutabili in «decine di miliardi di dollari l’anno», mentre per le seconde – spinte dalla crescita della popolazione e la sempre più diffusa urbanizzazione – porteranno le discariche a cielo aperto ad essere responsabili «dell’8-10% delle emissioni di gas serra di origine antropica a livello mondiale entro il 2025».

Tutto questo, naturalmente, senza interventi correttivi.

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«Le discariche a cielo aperto stanno diventando una emergenza sanitaria globale – ha dichiarato ieri il presidente Iswa, Antonis Mavropoulos – Siamo ben consapevoli del fatto che la chiusura di una discarica non sia semplice. Richiede un sistema di gestione dei rifiuti alternativo, con un’adeguata pianificazione, capacità istituzionali e amministrative, risorse finanziarie, sostegno sociale e infine consenso politico. Tutte queste condizioni sono davvero difficili e talvolta impossibili soddisfare nei paesi in cui discariche sono il metodo dominante di smaltimento dei rifiuti e il livello di qualità della governance è discutibile».

Per questo l’Iswa ha redatto il suo rapporto, una road map dei passi necessari da compiere definita come «risposta minima» contro l’emergenza sanitaria, cui si affiancherà un’alleanza mondiale per cercare di rendere operativo quanto per il momento recita solo l’inchiostro.

Sperabilmente, anche dall’Italia – per la quale partecipa al congresso Iswa una delegazione di Ecomondo, uno dei saloni più importanti d’Europa dedicati all’economia circolare – arriverà un contributo concreto in questo percorso. Nel mentre, sarebbe utile riuscire a far tesoro degli indirizzi Iswa più utili a una realtà come quella nazionale.

Da una parte, l’Italia conferma di avere un ottimo feeling con le discariche. Come ha ricordato in questi giorni il ministero dell’Ambiente, il nostro Paese è ancora sotto infrazione Ue per la presenza di 133 discariche abusive sul territorio nazionale, ingombrante presenza che ci impone il pagamento di una multa annuale da 55,6 milioni di euro. D’altra parte, anche le discariche legali – che dovrebbero rappresentare il necessario ma residuale, ultimo anello nella gerarchia della gestione rifiuti – rappresentano un’opzione abusata: lì finisce il 31% dei rifiuti urbani italiani, contro il meno dell’1% registrato da Germania, Svezia o Belgio.

Come riportare equilibrio lo suggerisce sempre l’Iswa, che non a caso ricorda come il problema riguardi «le persone, non i rifiuti» in sé per sé.

Per una loro corretta gestione occorre «un approccio olistico», non basato su slogan ma ricompreso in tutte la fasi della gerarchia: ridurre, riusare, riciclare, recuperare energia e solo per il residuo ricorrere alla discarica.

Driver normativi e fiscali per raggiungere l’obiettivo già esistono, basta metterli in pratica.

Senza però dimenticare che il cuore del problema non potrà essere risolto agendo sul rifiuto, ma a monte: se ogni anno l’umanità estrae oltre 70 miliardi di tonnellate di risorse naturali è difficile poi stupirsi se i rifiuti aumentano.
Luca Aterini – [20 settembre 2016]

Inviato da: “Greenreport” <news@greenreport.it>

 

Discariche abusive. Dalla Confindustria un’analisi del contesto nazionale

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Discariche-a-cielo-apertoIn una forma o nell’altra “l’emergenza rifiuti” è una costante in Italia, e quello delle discariche abusive rappresenta uno degli aspetti più dolorosi. Soltanto quelle individuate come soggette a infrazione da parte dell’Unione europea sono ancora 133. Una presenza assai ingombrante sotto il profilo economico, oltre a quello ambientale: alla loro presenza è imputabile una sanzione semestrale, dovuta dal nostro Paese all’Ue, pari a 27 milioni e 800.000 euro. Ovvero, 55,6 milioni di euro ogni anno.

Qualche dato su bonifiche e discariche

Da Confindustria un’analisi del contesto nazionale. Sin (Siti di Interesse Nazionale), l’Italia delle bonifiche mancanti: solo il 20% delle aree contaminate è stato risanato. Investendo 10 miliardi di euro se ne attiverebbero 20, 5 tornerebbero sotto forma di entrate fiscali. Insieme a 200mila posti di lavoro in più.

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Era il 1998 quando in Italia il ministero dell’Ambiente caratterizzò i primi 15 Sin (Siti d’interesse nazionale), identificandoli come aree fortemente contaminate e bisognose di bonifiche per essere pienamente restituite alla comunità.

Negli anni queste aree sono cresciute fino ad accomunare 180mila ettari, poi divenuti circa 100mila quando (nel 2013) i Sin da 57 sono passati a 39: il resto è andato in carico alla Regioni per tentare, in genere con scarso successo, di concretizzare e sveltire le operazioni di bonifica. Oggi a che punto siamo? A scattare una fotografia aggiornata c’ha pensato Confindustria con il nuovo rapporto Dalla bonifica alla reindustrializzazione.

L’analisi parte da un assunto semplice: una “bonifica sostenibile”, ovvero «il processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, economico e sociale, tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse», è uno straordinario volano di crescita economica oltre che di risanamento ambientale. Peccato che solo in una stretta minoranza dei casi sia divenuto realtà.

In Italia i Sin attualmente sono 39 (un 40esimo è in fase di perimetrazione in Valle del Sacco), comprendenti aree per 110mila ettari a terra, di cui circa 31mila private e le rimanenti pubbliche. Focalizzando l’analisi su un campione di riferimento che esclude il Sin di Casale Monferrato – scelta operata dai confindustriali per le peculiari caratteristiche dell’area, vasta e fortemente contaminata da amianto – lo stato di avanzamento delle bonifiche lascia non poco amaro in bocca: sia per i terreni sia per le acque di falda le bonifiche concluse «si avvicinano a una media di circa il 20% (19,94% per i terreni e 18,01% falda), mentre per il 60% «è stato attuato il piano di caratterizzazione (60,25% per i terreni e 61,59% falda)».

In meno di un quinto dei Sin italiani le bonifiche sono dunque un capitolo chiuso. Con quali modalità? L’analisi di Confindustria individua «un uso prevalente degli interventi di bonifica mediante scavo e smaltimento in discarica», che riguarda «circa il 40% degli interventi effettuati nei Sin». Più del 50% è inoltre «ubicato ex-situ, con i relativi conseguenti impatti legati alla movimentazione e al trasporto del materiale; impatti sia per l’ambiente che per gli operatori addetti agli interventi e per la popolazione circostante, nonché alla creazione di nuovi luoghi di deposito rifiuti con conseguente consumo di territorio».

Così anche dove le bonifiche ci sono, non sempre rispettivi territori possono (o gradiscono) farsi carico dei lavoro, spedendo altrove gli ingenti materiali rimossi.

Da queste valutazioni emerge quanto il tema delle bonifiche sia ancora oggi trascurato nel nostro Paese, ma anche quanto potrebbe dare alla nostra economia oltre che in termini di risanamento ambientale.

Perché allora non vengono concluse? Com’è intuibile, uno «dei principali parametri che condiziona l’attività di bonifica è l’aspetto economico», determinato «sia da fattori tecnologici che dai costi della gestione dei rifiuti ma anche dai tempi lunghi di approvazione e realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interlocuzione con gli enti di controllo».

Quanto a costi, per le bonifiche da Confindustria stimano un fabbisogno pari a circa 10 miliardi di euro: 6,6 per le aree private (circa 31.000 ha) e 3,1 per quelle pubbliche (circa 15.000 ha escluso Casale Monferrato con i suoi ben 64.000 ha).

Lo Stato in questi anni ha stanziato un’inezia rispetto al necessario, risorse «nell’ordine di milioni di euro». Eppure puntare sulle bonifiche sarebbe un investimento pubblico assai produttivo: stimando in 5 anni i tempi per la conclusione degli interventi (al netto dunque dei rallentamenti burocratici), a fronte di 10 miliardi di euro il livello della produzione aumenta di oltre 20 miliardi, innescando 200.000 posti di lavoro in più e ripagandosi in gran parte da solo. Gli effetti finanziari in termini di entrate complessive stimate arrivano a 4,7 miliardi di euro tra imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali.

Per tradurre il miraggio in realtà, da Confindustria individuano 4 punti chiave:

  • intervenire sull’offerta di risorse finanziarie, ragionando su meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione del privato;
  • intervenire sulla domanda di risorse finanziarie, formulando proposte volte a favorire il risanamento ai fini del riuso delle aree;
  • avanzare proposte per un ulteriore snellimento e razionalizzazione delle procedure;
  • avanzare proposte per favorire l’utilizzo di tecnologie in situ, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento (non ultima il riciclo per quanto possibile dei materiali).
  • A queste ne aggiungiamo una quinta, individuata a suo tempo già da Legambiente: «Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale».

Luca Aterini  [23 settembre 2016]

Inviato da: “Greenreport” <news@greenreport.it>

Como – Quello che non vedi non finisce

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Como-migrantiTende vuote, silenzio e poi il nulla. Il parco della stazione San Giovanni di Como è così da giovedì mattina. Nessuno sgombero di forze di polizia. L’abbandono del campo è stata la sola opzione posta davanti alla violenza con cui si è imposta l’unica soluzione possibile per decoro urbano e ordine cittadino: il campo istituzionale.

Pioggia, freddo, necessità di cibo, docce e bagni sono stati un ricatto formidabile per veicolare la scelta, transitoria, dei migranti. Si perché nel campo voluto dal Prefetto si può stare per un periodo, il periodo necessario a scegliere se chiedere asilo in Italia o tentare nuovamente il tiro di dadi dell’attraversamento della frontiera.
Come dire un campo che sposta il problema dagli occhi di cittadini e turisti ma non genera risposta alla richiesta di centinaia di persone: continuare il viaggio.

Cinicamente si potrebbe anche accettare l’idea che occorra dare un ricovero dignitoso a chi non può proseguire il viaggio e non può farlo. Ma mentre si accetta la contraddizione si dovrebbe anche accettare di dare e concepire un campo dove i migranti possano decidere, possano costruire la loro permanenza, possano determinare e determinarsi e si possano autogestire.
Un campo con regole stringenti e che concede solo il lusso di stare al suo interno e di mangiare, senza attività, senza possibilità di movimento e senza intrattenimento è una cosa utile solo ed esclusivamente a confinare i migranti fuori dallo spazio del confronto con la città.

Per due mesi il campo informale ha obbligato Como e i turisti, a scontrarsi con le regole europee, il Trattato di Dublino III, il dramma umano di centinaia di persone che scappano dalla guerra, dall’oppressione e dalla morte. Il campo ufficiale cancella questo scontro. Trasforma il problema in ghettizzazione, cancella le complessità del mondo dove si vive, e consegna una città governabile, pulita, sicura e pacificata agli occhi vigili di turisti e benpensanti.

Ma Como non potrà dimenticare facilmente le tante vite, che in molti non avrebbero voluto incontrare. Sono comparse a fine Giugno, quasi all’improvviso tracciando i contorni di una città di frontiera, che come ogni città di frontiera nell’Europa delle barriere deve aspettarsi che qualcosa accada.

Quando tante vite, scoperte per caso, scompaiono improvvisamente lasciano un vuoto umano e sociale indescrivibile. I benpensanti festeggiano, tronfi delle loro piccole certezze.
Quelle vite non sono scoparse sono solo spostate un po’ più in la, in luoghi che la città non incrocia e così può evitare di interrogarsi.

Vite che parlano della violenza dei confini e delle regole europee.

Tanti sono tornati a Milano. Altri hanno provato a passare la frontiera e aspettano l’infame viaggio, su pullman Rampinini, verso Taranto, altri avranno fatto altre scelte. Alcuni, in parecchi sono andati al campo. Il campo ufficiale è già pieno, 305 registrati, per una capienza di 300 persone. Se si vuole dare uno spazio di dignità e d’occasione come ci si pone davanti al sovraffollamento?

La partita a Como non è finita, e non potrà finire finché non cambiano le regole del gioco. Abbattere le frontiere è giusto, ma non basta. Serve una proposta. Spendibile e comprensibile ai più. Perché l’urgenza è un mondo diverso, e una proposta politica radicale che sappia costruirlo.

Andrea Cegna

http://milanoinmovimento.com/territori/como-quello-che-non-vedi-non-finisce

Articoli e documenti utili

Simbol-donne

Simbol-donne

Di seguito elenchiamo alcuni documenti e articoli sulla questione femminile che riteniamo particolarmente importanti.

 

 

 

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8 marzo – Giornata Internazionale della Donna

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per-noi-donne---8-marzoUna ricorrenza che ha da sempre visto l’Associazione, in particolare le donne che ne sono parte, impegnate a valorizzare e diffondere il vero significato della giornata.

Una giornata per ricordare tutte le conquiste delle donne in ambito economico, politico e sociale, ma anche le discriminazioni e le violenze a cui le donne, purtroppo, continuano ad essere sottoposte.

Soprattutto per ricreare, attraverso momenti rivendicativi e di lotta, nuove conquiste per i diritti delle donne.

Ecco alcune delle iniziatine degli ultimi anni

La Resistenza fu un atto di sovranità popolare

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La-resistenzaOggi la liberazione si chiama disarmo, la resistenza si chiama nonviolenza.

L’anniversario della Liberazione cade in un complesso di vicende mondiali che riporta l’orologio della storia in un tempo dove la civiltà e le pratiche democratiche erano pesantemente oscurate.

Pertanto non sono rituali le manifestazioni che richiamano la Memoria delle lotte partigiane.

Le tragedie non sono da tenere vive solo nella memoria e non basta la retorica degli orrori che si possono ripetere, dunque non sono manifestazioni rituali quelle che l’associazione dei partigiani, attiva nei giorni della ricorrenza, come non è rituale la denuncia dei movimenti di chiara marca neonazista e neofascista che arrivano fino dentro ai governi.

Così come non è questa l’Umanità che sognavano i combattenti per la libertà osservando l’accoglienza e i trattamenti inferti ai profughi in fuga dalle guerre e dalla fame, respinti dall’Europa.

Un grido di dolore inascoltato si eleva dalle «nuove resistenze»; movimenti che in Italia e nel mondo lottano per i diritti e la giustizia «Stop war not people», le libertà e l’autonomia dei popoli: i palestinesi, i curdi, … le culture antifasciste e xenofobie,  il diritto al reddito, … fino alle lotte contro le violenze sulle donne e il diritto alla parità.

Gli eventi del 1943-45 rappresentando l’origine della democrazia repubblicana, hanno definito una linea di frattura della storia capace di conferire alle parole dei significati «pubblici» di grande carattere evocativo. Così la parola Resistenza, ha assunto il senso di un profondo moto di rinnovamento quando non di una «rivoluzione» da intendersi nei modi più diversi:politica, economica, sociale.

Vedi:

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Solo-un-piccolo-uomo

Solo-un-piccolo-uomoLa scelta del 25  novembre viene fatta  a Bogotà nel 1980, dove si tiene il primo Incontro femminista internazionale. Le partecipanti accettano la proposta della delegazione Dominicana di rendere omaggio alle sorelle Mirabal brutalmente assassinate il 25 novembre del 1960 per ordine del dittatore Trujillo.

Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiara – con voto unanime – il 25 novembre “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a promuovere iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica. Studi e ricerche – in Europa e nel mondo –  dimostrano come la violenza sia la prima causa di morte e invalidità permanente per le donne fra i 16 e 44 anni. Ancora prima del cancro, degli incidenti stradali e della guerra.

Nel 2005 la “Marcia Mondiale delle Donne” invita tutte le donne ad appendere alle finestre un lenzuolo con scritto: “Mai più violenza sulle donne”. Nel giro di pochi anni la giornata acquista significato grazie alle iniziative e alle azioni politiche promosse dal movimento delle donne. Associazioni femminili e centri antiviolenza intendono richiamare l’attenzione della  società e delle istituzioni su un fenomeno che non accenna a diminuire.

Di seguito alcuni materia e iniziative:

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