Monthly Archives: ottobre 2018

Parole “sfida” alle Comunità

Da circa un mese in rete viene dato grande risaldo ad un breve discorso del re di Norvegia Harald V pronunciato durante una festa nel giardino del Palazzo Reale

Un discorso, appassionato, diretto al popolo (e ai popoli) circa i diritti degli omosessuali, dei migranti, dell’accoglienza, di rispetto per le altre religioni.
Il discorso è arrivato in un momento in cui in Norvegia stanno aumentando invece i casi di intolleranza e razzismo verso i migranti. 

Il re ha detto.

«Che cos’è la Norvegia?
….. Ma prima di tutto la Norvegia è la sua gente.

I norvegesi vengono dal nord della Norvegia, dalla Norvegia centrale, dal sud della Norvegia e da tutte le altri parti della Norvegia. I norvegesi sono immigrati da Afghanistan, Pakistan e Polonia, dalla Svezia, Somalia e Siria. Anche i miei nonni centodieci anni fa vennero qui emigrando dalla Danimarca e dall’Inghilterra.

Non è sempre facile dire da dove veniamo, a quale nazionalità apparteniamo.

Casa è dove sta il nostro cuore, e questo spesso non si trova all’interno dei confini di uno Stato.

I norvegesi sono giovani e anziani, alti e bassi, fisicamente abili e persone su sedie a rotelle.

Sempre più persone raggiungono cento anni di età.

I norvegesi sono ricchi, poveri e una via di mezzo. Ai norvegesi piacciono il calcio e la pallamano, l’alpinismo e la vela – mentre altri preferiscono rimanere sul divano.

Alcuni sono sicuri di sé, mentre altri fanno fatica a credere di essere all’altezza di se stessi.

I norvegesi lavorano nei negozi, negli ospedali, sulle piattaforme offshore.

I norvegesi lavorano per tenerci al sicuro e protetti, per tenere il nostro paese libero dall’inquinamento e per trovare nuove soluzioni per un futuro verde. I norvegesi coltivano la terra e pescano.

I norvegesi fanno ricerca e insegnano. I norvegesi sono giovani ed entusiasti – e persone anziane e sagge.

I norvegesi sono single, divorziati, famiglie con figli, e coppie sposati di lunga data.

I norvegesi sono ragazze che amano ragazze, ragazzi che amano ragazzi, e ragazzi e ragazze che si amano l’un l’altro.

I norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto e in nulla.

Ai norvegesi piacciono i musicisti Grieg e Kygo, Hellbillies e Kari Bremnes.

In altre parole, tu sei la Norvegia, noi siamo la Norvegia.

Quando cantiamo “Ja, vi elsker dette landet” (“Si, amiamo questo paese” – l’inno nazionale norvegese), dobbiamo ricordarci che l’inno parla di tutti noi. Perché noi siamo questo Paese. Quindi, il nostro inno nazionale è anche una dichiarazione d’amore per il popolo norvegese.

La mia più grande speranza è che saremo in grado di prenderci cura l’uno dell’altro.

Che noi continuiamo a costruire questo paese basandolo sui valori della fiducia, della comunità e della generosità. Che noi siamo consapevoli di essere un solo popolo, nonostante ogni differenza tra noi.

Che la Norvegia è una.»

1 Settembre 2016

Il canto di dolore in fuga dalla Libia

Tesfalidet Tesfom è morto il giorno dopo il suo sbarco a Pozzallo del 12 marzo 2018 dalla nave Proactiva della ong spagnola Open Arms. Ha lottato tra la vita e la morte all’ospedale maggiore di Modica, e nel suo portafogli sono state ritrovate due poesie scritte di suo pugno nella sua lingua madre: il tigrino.

Tesfalidet, detto Segen, scappava dalla leva obbligatoria e senza fine della dittatura eritrea. Ha attraversato la Libia e lì, nel centro di detenzione di Bani-Walid, ha cominciato a morire.
Amici sopravvissuti hanno raccontato di violenze, dell’impossibilità di lavarsi e della scarsità di cibo.

E’ morto perché denutrito e malato di tubercolosi in stato avanzato.
La sua storia racconta tutto quello che dobbiamo sapere sulle ipocrisie delle politiche migratorie italiane ed europee.

Una delle due poesie.

Non ti allarmare fratello mio

Non ti allarmare fratello mio, dimmi, non sono forse tuo fratello?
Perché non chiedi notizie di me?
È davvero così bello vivere da soli,
se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?
Cerco vostre notizie e mi sento soffocare
non riesco a fare neanche chiamate perse,
chiedo aiuto,
la vita con i suoi problemi provvisori
mi pesa troppo.
Ti prego fratello, prova a comprendermi,
chiedo a te perché sei mio fratello,
ti prego aiutami,
perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?
Nessuno mi aiuta,
e neanche mi consola,
si può essere provati dalla difficoltà,
ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,
il tempo vola con i suoi rimpianti,
io non ti odio,
ma è sempre meglio avere un fratello.
No, non dirmi che hai scelto la solitudine,
se esisti e perché ci sei con le tue false promesse,
mentre io ti cerco sempre,
saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue?
Ora non ho nulla,
perché in questa vita nulla ho trovato,
se porto pazienza non significa che sono sazio
perché chiunque avrà la sua ricompensa,
io e te fratello ne usciremo vittoriosi affidandoci a Dio.


Tesfalidet Tesfom a bordo della OpenArms

 

No Glifosato in Lombardia

Alla fine del 2017, nonostante 1.300.000 firme raccolte contro, la Commissione europea ha prorogato l’utilizzo del glifosato per altri 5 anni.

Questo pesticida è uno dei più diffusi nel mondo, è fondamentale nelle produzioni di soia Ogm ed è anche trai più venduti in Italia, dove viene largamente impiegato sia in agricoltura che in altri ambiti.

Per lo IARC (Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro) si tratta di un probabile cancerogeno ed esistono forti evidenze di effetti come “distruttore endocrino”.

Il PAN (Piano utilizzo fitofarmaci) in vigore dal 2014,  raccomanda di privilegiare metodi non chimici in agricoltura.

Il Decreto Interministeriale del 10/3/15 raccomanda a sua volta di individuare misure per la riduzione dei rischi derivanti dall’uso dei prodotti fitosanitari, ai fini della tutela dell’ambiente acquatico, dell’acqua potabile e della biodiversità, attraverso la loro limitazione-sostituzione-eliminazione.

In Lombardia vengono monitorati da parecchi anni il glifosato e il suo metabolita AMPA nelle acqua superficiali e profonde dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che li ha rinvenuti con elevata frequenza.

Tra i provvedimenti adottati in Regione:

  • divieto d’uso nei parchi aperti al pubblico e negli ambiti sanitari
  • riduzione progressiva negli anni dell’impiego in agricoltura, escludendo da questa riduzione le aziende che aderiscono ai programmi di agricoltura conservativa (cosiddetta agricoltura blu)

NESSUNO è risolutivo.

RECENTEMENTE hanno richiamato l’ATTENZIONE due fatti:

  • il rapporto dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA) del 2018 sullo stato delle acque
  • la sentenza della Corte della California l’estate scorsa

Nel Rapporto ISPRA si documenta che nelle acque il glifosato e il suo metabolita sono i composti che presentano il maggior numero di casi di superamento dei limiti, con una concentrazione di criticità lungo l’intera pianura Padana.

La sentenza della Corte della California ha condannato Monsanto (ora Bayer), produttrice del glifosato, a risarcire con una ingente somma un giardiniere malato terminale di tumore che usava erbicidi a base di glifosato, per non averlo informato sui rischi di questo prodotto.

In Italia è attiva da anni la Gampagna Stop Glifosato portata avanti da molte associazioni ambientaliste e di difesa della salute umana: ora riteniamo che sulla base dei nuovi eventi sopra riportati, sia il momento per un rilancio delle iniziative.

Basandoci sul presupposto che per il rispetto dell’ambiente e della vita in tutte le sue forme, debbano sempre prevalere i principi di prevenzione e precauzione su ogni altro interesse, proponiamo di inoltrare pubblicamente una istanza alla Regione Lombardia, alla Città metropolitana e al Comune di Milano perché estendano nell’immediato il divieto di utilizzo del glifosato in ogni ambito e sospendano i sussidi economici a coloro che ne fanno uso dirottando le risorse verso chi utilizza metodi per il controllo delle erbe infestanti che non si basano sull’impiego di sostanze chimiche di sintesi.

Comitato milanese Acqua Pubblica.

Vi voglio raccontare una storia

una bella storia: la nostra presenza alla Sagra di Baggio.

Abbiamo sempre ritenuto la Sagra di Baggio un momento importante di visibilità e di rappresentazione di contenuti che sono propri dell’attività della nostra associazione.

Ci siamo premurati anzitutto di raccontare le verità sul tema dei migranti in particolare per sfatare la “grande invasione” che l’Italia starebbe subendo.

Vedi: Quale invasione

Cercando di spiegare come accoglienza e umanità siano un Bene comune.

Abbiamo posto particolare accento alla Questione Femminile: sul diritto delle donne ad essere protagoniste delle battaglie politiche e del diritto alla Vita nelle sue diverse declinazioni denunciando la violenza che le donne subiscono in particolare quando vengono considerate “proprietà privata“.

Vedi poster: Donne

Un altro aspetto importante che abbiamo rappresentato con grande efficacia, vista l’attenzione delle persone, è stato il tema del “riciclo e le buone pratiche di raccolta differenziata” suggerito dal Municipio 7: tema che ci è caro in particolare per le stesse pratiche del Gruppo di Acquisto Solidale presente nell’Associazione Dimensioni Diverse.

Vedi: Il mio balcone ecologico

Vol_Quando la plastica genera morte

Vedi alcune foto

Questa é la nostra storia
che ci ha visti presenti alla 390° Sagra di Baggio.

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La “bella storia” racconta anche un’altra realtà che ci pare giusto raccontare perché ci compete, compete a tutti.

Ci sono momenti in cui la Sagra appare come un “NON LUOGO“: fiumane di gente che si trascina lungo la via, spinta in avanti da chi la segue, impossibilitata a ricercare un possibile sguardo amico, distratta da una grande apatia, di ciò che appare loro come una diversità altra.

Noi che vogliamo essere uno sguardo vivo, che crediamo al richiamo di una diversità possibile, ad una umanità attiva e solidale, quei volti distratti dall’indifferenza ci apparivano stranieri anche se dello stesso colore della pelle.

Avanti, sempre più avanti, trascinati via verso un dove che non pare esistere.

Distratti, sempre più alienati, indifferenti ad un destino omologante e precario.

Non sappiamo, non ci è dato sapere, cosa ha spinto la Giunta del Municipio 7 a chiedere alle Associazioni di rappresentare il tema del riciclo e neppure se lo animasse qualche idea di politica in merito.

Quello che sappiamo è la politica dell’Amministrazione in merito al “riuso” (sinonimo di “riciclo” dell’area verde ex Piazza d’Armi ed in particolare degli ex Magazzini annessi che hanno deciso di abbattere.

Vedi: Vol_Questo lo dovete sapere

Così come sappiamo della politica di Governo in merito ai “respingimenti” (sinonimo di smaltimenti) dei migranti raccolti nel mare Mediterraneo verso la Libia, vero inferno di morte: atroce indifferenza.

Sono tristi esempi di modi diversi di “riciclare” Beni pubblici, bellezze naturali e disprezzo di umanità e di vite umane: i respingimenti verso la Libia hanno superato per numero gli immigrati arrivati in Italia.

Il “riciclo” non è solo un risparmio, presuppone una diversa sensibilità personale dell’agire politico, un concetto di  sostenibilità responsabile anzitutto per la Vita delle persone oltre che per le cose che possono salvaguardare ricchezze della Natura e le sue bellezze.

Per questo la “storia” della Sagra si presta alla Memoria resistente.

Alla fine della giornata folate di forte vento scuotevano gli alberi e le vecchie foglie cadevano segnando l’inizio della nuova stagione.

Decreto sicurezza! Quando mai!

Un Salvini radiante dopo il placet del Colle: “Ciapa lì e porta a ca“.

Forse il Presidente della Repubblica non poteva respingere il cosiddetto ‘Decreto sicurezza‘, ma è indubbio che introduce elementi razzisti ed eversivi: una flagrante violazione dello stato di diritto, della democrazia, dei diritti umani, di tutti gli esseri umani.

Mattarella ha comunque voluto contestualmente inviare al Presidente del Consiglio Conte una lettera ricordando gli obblighi che derivano dalla nostra Costituzione e dai trattati internazionali che non possono essere posti in discussione.

Art. 10 della Costituzione italiana: L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici“. 

Molti hanno letto e seguito la “sconsolante” vicenda del cosiddetto “decreto sicurezza” e hanno cercato di capire e forse esecrare quelle norme piene di disumanità e di disprezzo della vita.

Chi sono questi governanti che abusando del potere loro conferito tracciano limiti della vita?

Solo interessi populisti possono spiegare rancori e violenze di stampo razzista e fascista di cui l’articolato del Decreto è intriso.

Si impreca Dio quando le cose vanno male, quando un disastro ambientale distrugge ricchezze naturali e personali mettendo a rischio la vita, e non riusciamo a ribellarci contro chi attacca il diritto alla Vita patrimonio di ogni essere vivente.

Fin dal suo insediamento il governo “giallo-verde”, delimitato a destra, sta commettendo gravissimi reati:

  • impedendo che superstiti di naufragi siano accolti e soccorsi nei porti italiani, commettendo il reato di omissione di soccorso;
  • diffamando e sabotando i soccorritori volontari che salvano vite umane nel Mediterraneo, favorendo di fatto l’abbandono dei naufraghi alla morte;
  • impedendo che le vittime superstiti dei lager libici possano trovare salvezza in Europa, riconsegnandoli ai loro aguzzini;
  • propagandando stereotipi razzisti ed istigando al disprezzo e all’odio razziale;
  • sminuendo la gravità di gravissimi fatti di violenza razzista, negando che si tratta di razzismo;
  • giungendo fino ad atti configurabili come sequestro di persona, reato formulato dalla magistratura a carico del Ministro dell’Interno in relazione alla gravissima vicenda dei naufraghi soccorsi dalla nave della Guardia Costiera italiana “Diciotti” ai quali scandalosamente si negò per giorni e giorni lo sbarco;

Tutto ciò abusando delle funzioni pubbliche e dei pubblici poteri di governo esasperando “paure” e “sicurezze”.

Allora si plaude al decreto sicurezza che esaspera la vita di quei “miserabili” che rivendicano il diritto alla vita con dignità e giustizia.

Una sicurezza che diventa violenza razzista quando:

  • ricrea in ogni regione i CPR (Centri per il Rimpatri) vere galere per immigrati dichiarati clandestini senza aver commesso reati, fino a 180 giorni;
  • riduce gli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) per la realizzazione dei progetti di accoglienza gestiti dai comuni;
  • abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari:
  • Al contempo la stessa “sicurezza” arma i vigili, adotta i taser, alimenta le “daspo”, una violenza miserabile che si scaglia contro le necessità reali del diritto di cittadinanza: sicurezza di reddito, l’accesso alla casa, alla salute pubblica, allo studio, ;
  • e infine alimenta la “giustizia fai da te” liberalizzando l’acquisto di armi ai privati cittadini.

Questa deriva razzista e fascista trova campo in diverse realtà europee dove centrale nell’analisi è stato il dispositivo del confine, sia esso materiale o immateriale: l’Europa si riempie di muri, il Mediterraneo di morti, le città si costellano di zone proibite attraverso gli sgomberi, il DASPO urbano, mentre i nuovi CPR torneranno a rinchiudere innocenti così come accade nei lager libici.

Questo decreto sicurezza non ci appartiene, non appartiene alla dignità umana, per questo va sabotato, va respinto in nome della democrazia, della giustizia: del diritto alla vita.

 

MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR

L’annuncio del governo in carica di voler riconvertire nuovamente il centro di accoglienza per richiedenti asilo di via Corelli a Milano in CPR – ovvero un centro di detenzione amministrativa per stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno in attesa di esecuzione di un provvedimento di espulsione – ha riportato alla ribalta una questione che si riteneva ormai conclusa da tempo.

Da quando cioè l’ex CIE di via Corelli era stato chiuso nel 2014, e così diversi altri in Italia (rimanendone solo una manciata sul territorio, prevalentemente al Sud), a seguito delle proteste, spesso e volentieri represse con la violenza, delle persone “ospitate” in condizioni insostenibili, e della conseguente pressione dell’opinione pubblica.

Invece, dagli ultimi proclami dell’attuale governo, pare proprio che non rimarranno lettera morta le disposizioni della Legge Minniti – Orlando del 2017 che hanno previsto l’istituzione di un CPR per ogni regione. E significativamente pare che si partirà proprio da Milano.

Questo ha spinto varie realtà milanesi e  singoli cittadini a costituire una rete di mobilitazione (MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR) regionale, ma destinata a varcare anche i confini lombardi, considerata la prospettata apertura di nuovi CPR in altre regioni d’Italia.

Con riguardo a questo tema, intento della rete è in primo luogo:

  • impedire, con attività di mobilitazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica, nonché ricorso formale alle istituzioni, l’apertura di nuovi CPR, nonché ottenere la chiusura di quelli esistenti, che per di più si risolvono alla fine con il rilascio di un invito a lasciare il territorio in maniera autonoma, atteso l’enorme dispendio di mezzi necessari per attuare il rimpatrio e l’assenza dei necessari accordi con i Paesi di provenienza;
  • nelle more, chiedere l’estensione alle persone detenute nei CPR delle garanzie riconosciute nel sistema penitenziario penale.

Per meglio motivare le nostre istanze, è bene ricordare che i “Centri di Permanenza per i Rimpatri” della Legge Minniti – Orlando trovano il loro antecedente nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) della Legge Turco – Napolitano del 1998, e che questi hanno subito negli anni un restyling nei fatti solo terminologico, con la ridenominazione in “Centri di Identificazione ed Espulsione” (CIE) con la Legge Bossi – Fini nel 2002 prima di giungere all’attuale, ma hanno sempre conservato identiche struttura e funzione: il regime di detenzione che vi si attua è del tutto analogo a quello del sistema penitenziario penale, con la determinante differenza che chi la subisce non è accusato di un reato, bensì della sola responsabilità amministrativa di essere privo di un valido titolo di soggiorno, che, paradossalmente, l’attuale ordinamento non consente loro di acquisire.

Con l’ulteriore significativa differenza che all’interno dei CPR non sono garantiti i diritti riservati ai soggetti in detenzione penale, come ad esempio quelli alle visite e dei colloqui con i legali.

Rispetto ai centri di accoglienza (nei quali vige l’obbligo di rientrare solo durante la notte), non sono previste invece per chi è detenuto del CPR, che vi restano reclusi notte e giorno, attività di formazione. Salve rare eccezioni in occasione di delegazioni autorizzate e previo l’espletamento di complicate formalità, nessuno può avervi accesso, oltre al personale di polizia: neppure giornalisti o associazioni umanitarie.

Ebbene non ci lascia tranquilli il fatto che in tali condizioni siano rinchiuse, anche per diversi mesi, donne, uomini e anche, senza alcuna cura delle peculiarità del caso, appartenenti alla comunità LGBTQI; perché siamo nel Paese dei taser, nel Paese di Bolzaneto e della Diaz, di Cucchi, Aldrovandi (e tanti, troppi altri), il cui Ministro degli Interni ha dimostrato di non farsi  scrupoli a dare quotidiane prove di forza politica ed elettorale giocate sulla pelle di uomini, donne e bambini, sia con utilizzo strumentale del tema migratorio, sia tenendone concretamente  in ostaggio diverse centinaia in mare aperto fino allo stremo, pur sotto tutti i riflettori dei media internazionali.

E di qui il punto, e l’ambito del più ampio interesse della rete. Perché ad accusarci di “buonismo” sarà solo chi è così cieco da non avere ancora compreso che gli stranieri nel nostro Paese sono solo le cavie dell’ultimo stadio dell’esperimento di successo, avviato negli anni ’90, di marginalizzazione delle minoranze e delle diversità, di sfruttamento delle categorie più deboli, ma anche di progressiva precarizzazione dei diritti civili, sociali e politici, che interessano tutte e tutti. Mentre l’istigazione all’odio dello straniero (ormai… istituzionalizzata) è solo l’arma di distrazione di massa per mimetizzare questo processo trasversale, oltre ad essere il fondamento di una irresponsabile strategia elettorale, allo stato – anzi, allo Stato – purtroppo vincente.

Riprova di tale trasversalità sono ad esempio le bozze del Decreto Immigrazione e del Decreto Sicurezza di recente circolate (infine unificate in un unico provvedimento, ribadendo un binomio che la dice lunga sulla visione del fenomeno migratorio adottata), nelle quali l’attuale Governo – trovando buon gioco nell’approfondire il solco già tracciato dal precedente – con strumenti normativi emergenziali affronta, fenomeni invece strutturali; e con l’occasione, approfittando del terrorismo psicologico di Stato instillato con una vera e propria strategia della tensione, interviene ridimensionando drasticamente le ipotesi di concessione di permesso di soggiorno e sulla spesa pubblica per l’accoglienza. E allo stesso tempo attenta sfrontatamente a principi basilari di rango anche costituzionale, quali il principio di presunzione di colpevolezza, quello di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (la cittadinanza acquisita potrà essere revocata!) e quello del diritto alla difesa con il gratuito patrocinio.

Per non dire delle disposizioni di “sicurezza” quali il ripristino del reato di blocco stradale, l’inasprimento delle pene nei confronti di chi promuove ed organizza occupazioni abusive (“di matrice non solo politico-ideologica”), la dotazione di taser per le polizie municipali e l’allargamento delle misure di tutela del decoro urbano anche ai presidi sanitari e le aree destinate a fiore, mercati e pubblici spettacoli.   Esse rivelano la chiara direzione imboccata, verso un vero e proprio Stato di polizia. Per tutte e tutti, cittadine/i e non.

In tale contesto, quindi, riteniamo che i CPR (destinati peraltro alla moltiplicazione e al sovraffollamento, a seguito dell’esercito di irregolari generato dal nuovo decreto) siano l’emblema, l’incarnazione dell’incubo del porto franco da ogni minima garanzia di diritti umani, civili e sociali, che deve costituire un monito e un deterrente per tutti coloro che abbiano a cuore i valori della democrazia e dell’antifascismo. 

E di qui la chiamata a voler unire sotto il simbolo «MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR», al di là dello specifico tema della riapertura dei CPR, tutte e tutti coloro che si riconoscono in detti valori e li considerano in pericolo, non solo per le migranti ed i migranti sul nostro territorio, ma per tutte e tutti, ed intendono presentare a più livelli e con più modalità le proprie istanze, avviando attività di mobilitazione diretta e di sensibilizzazione di un’opinione pubblica che, ormai narcotizzata e plagiata – da destra e da sinistra – con il falso mito della sicurezza e della legalità, non si è accorta di essere stata nel frattempo derubata quasi di tutto.

Rete di mobilitazione “MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR”

Per adesioni: noaicpr@gmail.com

Il potere politico delle armi

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi.

Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo.

La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi.

Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.
Manlio Dinucci
da il Manifesto 2-10-2018

Vedi il video: https://youtu.be/QWEvSippTv4

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia