Monthly Archives: giugno 2019

IL RIFUGIATO: CHI L’HA VISTO!

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di decine di milioni di rifugiati e richiedenti asilo costretti a fuggire da persecuzioni, distruzioni, guerre, fame, ….

Oggi, 19 giugno 2019, molte agenzie compresi i telegiornali hanno trasmesso gli ultimi dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR): nel 2018, il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni: quasi 500.000 in più rispetto alla rilevazione precedente.

Un numero spaventoso, “da paura” come lo sono le devastazioni e le violenze che sembrano “soggiogare” il mondo dell’indifferenza economica e della politica.

Prima gli americani“, “prima gli italiani“, … prima il “nostro” benessere sempre più sottratto con l’abusivismo e la violenza a quelle stesse popolazioni, private dei “loro” diritti, costrette alla fuga e a tendere la mano che spesso si trova “legata” alle sbarre di una cella, anziché ricevere un doveroso aiuto.

Così sulla base di facilonerie abusate e distruttive: “Basta con le maxi strutture piene di immigrati, costose, spesso degradate e dove non si fa integrazione ma solo business”, bastabuonisti impegnati (a pagamento) nell’accoglienza”, … la politica del governo italiano ed in particolare quella del ministro Salvini (un cristo che agita rosari e madonne) racconta “palle infernali“, promuove decreti “sicurezza“, minaccia, reprime, apre nuove galere, respinge, e … di quelle persone “rifugiate” e richiedenti asilo … “chi se ne frega“.

Così anche le persone oneste dimenticano di leggere la realtà come quella dei numeri delle persone che sbarcano in Italia e si sentono quasi in “dovere di sentirsi minacciate“, di avere “paura“, …

Mentre i dati del Dipartimento della Pubblica sicurezza  ci dicono:

E’ necessario conoscere alcuni altri dati sulla “invasione” dei rifugiati:

  • RICCHI E POVERI.
    –  i Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti;
    –  i Paesi a reddito medio e medio-basso accolgono in media 5,8 rifugiati ogni 1.000 abitanti;
    –  i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.
  • DOVE SI TROVANO.
    Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine.
  • MINORI.
    Nel 2018, un rifugiato su due era minore, molti (111.000) soli e senza famiglia.
    L’Uganda ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.
  • PROBABILITÀ.
    Il numero sempre più grande di rifugiati – dell’abbandono forzato – dei quali non bisogna nascondere e tacere le grandissime responsabilità di un sistema economico-finanziario e di una politica obbligata al suo contesto, fanno rilevare un dato di prospettiva: nel 2018, 1 persona ogni 108 era rifugiata, richiedente asilo o sfollata: 10 anni prima la proporzione era di 1 su 160.

Queste persone non hanno bisogno di commiserazione e tanto meno di misericordia.

Per loro e per noi abbiamo il dovere di riconoscere i diritti di umanità a partire dal combattere quelle false e strumentali informazioni, che rendono sempre più precario il diritto di cittadinanza in quanto sempre più, loro e noi, siamo costretti in ambiti regolamentati dal regime persecutorio ed escludente.

 

Gli effetti devastanti delle armi israeliane a Gaza e in Palestina

Parallelo Palestina ha estratto dal Rapporto di NWRG, alcuni passi circa i mutamenti temporanei sulla salute riproduttiva e dei neonati.

Possiamo valutare il numero di vittime
“nascoste” da contaminazione da residui d’arma.

  • Nascita pretermine e con difetti congeniti contribuiscono a morte nel primo mese dalla nascita (30% e 25% rispettivamente dei neonati in queste condizioni muoiono).
  • L’aumento di nati pretermine e con difetti alla nascita nel 2016 e 2017, in paragone al 2011 ha aumentato di circa 1500 i casi di morte perinatale per anno.
  • Questi sono numeri di vittime più alti di quelli delle vittime bambine uccise dagli attacchi militari nel 2014.
  • Non sappiamo per ora se questo carico di morti neonatali continuerà ad aumentare, rimarrà a questo livello o decrescerà nel tempo.
In sommario
  • Abbiamo documentato la persistenza nel tempo a Gaza di contaminazione umana da metalli pesanti residui d’arma che rimangono nell’ambiente – Ogni nuovo attacco militare aumenta questa contaminazione.
  • Abbiamo documentato gli effetti negativi della contaminazione da metalli pesanti sulla salute riproduttiva e sulla mortalità perinatale.
  • Abbiamo calcolato che l’aumento nel tempo degli eventi negativi alla nascita con conseguenze letali determina un numero di vittime “nascoste” più alto di quello degli attacchi militari.

Quello che noi abbiamo investigato e documentato a Gaza in dettaglio è molto probabilmente accaduto in Iraq, Afghanistan (luoghi per cui ci sono solo dati osservazionali), ed accade in tutte le altre zone dove attacchi militari sono avvenuti più recentemente o sono in corso

Oltre agli effetti negativi sulla salute riproduttiva:

I metalli pesanti possono indurre tumori, infertilità maschile e malattie croniche.

Ci sono solo dati osservazionali dell’aumento di tutte queste patologie, ma non è ancora stata investigata quantitativamente la loro incidenza nei contesti post-guerra.

Si ipotizza che il rischio di aumento di queste patologie a causa di contaminazione da armi sia alto in tutte le zone attaccate con armi moderne, che sono simili in tutti i casi.

In sommario

Abbiamo dimostrato che a Gaza – c’è un’elevata contaminazione da metalli pesanti in donne in età riproduttiva, che passano in utero ai feti,

  • c’è correlazione tra l’esposizione ad attacchi militari delle donne e/o la loro residenza in luoghi dove si accumulano resti d’arma ed il livello della loro contaminazione;
  • la contaminazione delle madri ha effetti negativi alla nascita sui loro figli ciò è IMPORTANTE perché non era stato dimostrato prima e perché fornisce strumenti per studiare rimedi e prevenzione e fornisce indicazioni per studiare eventuali effetti sullo sviluppo dei bambini durante l’allattamento e dopo.

Ma quello che abbiamo imparato non è esaustivo. Ci sono molti aspetti che sarebbe utile conoscere per stabilire l’entità dei danni alla salute generale, oltre che a quella riproduttiva, e l’estensione nel tempo dei rischi per tutta la popolazione per esempio – per quanto tempo persiste il rischio da contaminanti ambientali? – quali sono gli effetti della contaminazione contemporanea da metalli multipli e delle loro concentrazioni relative in casi di esposizione ad un miscuglio di questi, come avviene per i componenti d’arma, e come agiscono questi vari metalli ed il loro mix negli organismi?

Ed inoltre
  • quali sono i meccanismi molecolari attraverso i quali i metalli possono indurre patologie?
  • si può associare uno specifico difetto alla nascita con il livello di uno o più specifici metalli?
  • un infante esposto in utero a metalli pesanti ha anche difetti nello sviluppo? E come si discerne l’effetto della contaminazione in utero da quello della persistente contaminazione ambientale?
  • qual è l’impatto della contaminazione ambientale da residui d’arma sulla sterilità maschile, le malattie non comunicabili (diabete, allergie, broncopatie croniche) e tumori?

Questo tipo di studi richiede molto tempo e la collaborazione tra professionisti con diverse competenze: cliniche, genetiche, ambientali, analitiche, statistiche e che queste si riescano ad aggregare (ingenerale, ma ancor più in zone in dopo guerra). Solo quando una “colla sostanziale” esiste c’è la fiducia reciproca e la chiarezza degli scopi del lavoro. Ancor più questa colla è necessaria perchè il contesto politico generale è indifferente o si oppone a che questo tipo di informazione sia ottenuto e/o publicato.

La conoscenza progredisce lentamente

1 – per ragioni intrinseche:

  • difficili situazioni regionali rendono difficile progettare investigazioni che producano adeguata documentazione scientifica
  • i protocolli di lavoro richiedono molto personale e le analisi sono molto costose
  • il lavoro è interdisciplinare e quindi necessita di aggregare competenze in vari campi

2 – per ragioni estrinseche:

  • ragioni politiche da molti lati scoraggiano investigazioni di questo tipo e ciò crea condizioni di lavoro a volte rischiose per chi conduce queste ricerche.
  • c’è finora riluttanza dell’OMS a svolgere il ruolo che le competerebbe nel campo in base ai suoi stessi goal dello sviluppo, se si tratta di un campo di attacchi militari o post-bellico

GIUSTIZIA

Il braccio della legge: la lotta per la salute avanza con la conoscenza e con la richiesta di giustizia, anche retributiva, che permetta di affrontare le difficoltà terapeutiche, e questo avviene solo se c’è l’azione delle popolazioni affette dai danni.

 

Scarica il documento in italiano

Nwrg Onlus
New Weapons Reaserch Group Onlus

Presented by Paola Manduca
Professor of Genetics, President of the newweapons research groups –
NWRG, Italy
on behalf of MANY Co-AUTHORS
first delivered in London, April 9, 2019

CETA: accordo economico e commerciale globale

Le lobby canadesi dell’agribusiness attaccano l’Italia e impongono regole.

Vogliono cancellare l’origine del grano in etichetta, facilitare l’OGM e proteggere il glifosato.

La Campagna Stop TTIP/CETA replica: “Cosa aspetta il Parlamento a bocciare questo accordo tossico? 

L’Italia è nel mirino dell’associazione internazionale delle aziende agrochimiche (CropLife) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di OGM.  E il trattato di liberalizzazione commerciale UE-Canada (CETA) è visto come il cavallo di Troia per far saltare norme fortemente volute dai consumatori a tutela della salute e delle produzioni locali.

L’attacco diretto alla legislazione italiana ed europea in materia di agricoltura e cibo è contenuto in un dossier scritto a quattro mani dalla Camera di Commercio canadese e da CropLife Canada, che mette in fila tutti quegli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vorrebbero rimuovere attraverso il trattato commerciale con l’Unione europea.

“Barriere da radere al suolo”.
All’Italia viene dedicata un’intera pagina del report, per criticare le regole di tracciabilità in etichetta dell’origine delle farine, il bando degli OGM per uso alimentare e i limiti di residui di pesticidi nel grano duro.
Tutte “barriere non tariffarie”, secondo gli estensori, e come tali da radere al suolo attraverso un lavoro certosino da svolgere nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal CETA.
Nel documento, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del CETA è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Etichettare il grano “è stato disastroso” per i canadesi.
L’etichettatura di origine del grano, in quest’ottica, ha avuto un impatto definito “disastroso” per l’export canadese, crollato dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018.
La misura – si legge nel documento – è stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non è stata assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, Tuttavia, “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

“Attacchi che dovrebbero far riflettere”.
Fa sorridere che l’ex Ministro Martina, gran tifoso del CETA e di tutti i trattati di libero scambio, venga tacciato di protezionismo – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP/CETA – Ma questi attacchi dovrebbero far riflettere chi oggi ricopre incarichi di governo e ha promesso in tutte le sedi che avrebbe contrastato simili accordi.
Dall’altra parte dell’Atlantico si apprestano ad utilizzare il CETA come grimaldello per scardinare norme che aiutano i nostri agricoltori e proteggono i consumatori.
È inaccettabile.

Questo Parlamento deve mobilitarsi immediatamente per bocciare il trattato e riaprire una discussione seria in Europa su una globalizzazione selvaggia, promossa da un manipolo di poteri forti che calpesta la volontà dei cittadini e l’interesse generale
”.

Alcuni passaggi inquietanti del dossier.
Il dossier contiene altri passaggi inquietanti: le aziende riunite sotto l’ombrello di CropLife Canada criticano la stretta europea ai residui dei pesticidi, raggiunta dopo potenti campagne di denuncia svolte dalle organizzazioni della società civile. Anche questo timido passo avanti nella riduzione della chimica in agricoltura sarebbe da annoverare fra le “barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori”.
Da qui l’invito di usare a fondo le possibilità del CETA perché vengano risolti i “disallineamenti” sui residui minimi di pesticidi, poiché “la scienza ha bisogno di essere depoliticizzata, facilitando il rapporto diretto tra i regolatori per costruire una maggiore fiducia”.
Un’intera pagina spiega poi come il comitato istituito dal CETA per dialogare sulle biotecnologie sarà fondamentale, perché i prodotti canadesi contaminati da OGM vecchi e nuovi “non siano buttati fuori dal mercato europeo”.

La presa sulle istituzioni scientifiche.
Con metà degli esperti dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare in conflitto di interessi e le valutazioni del rischio copiate e incollate dalle veline della Monsanto, questi signori puntano il dito contro la società civile chiedendo che la scienza venga depoliticizzata – chiosa Monica Di Sisto – In realtà cercano soltanto di conservare la presa sulle istituzioni scientifiche a cui è affidato il processo di autorizzazione delle loro sostanze tossiche e del loro cibo frankenstein.
Bocciando il CETA possiamo dare una lezione a queste lobby spregiudicate: il Parlamento si attivi subito
”.

Con buona pace della sovranità e della libera concorrenza.
Per finire, la lobby dell’agroindustria chiede che nei comitati segreti del CETA vengano ammessi osservatori statunitensi, in modo da aiutare il dialogo verso un’armonizzazione maggiore del sistema di regole europeo con quello americano.
Da leggere, a questo proposito, le 6 risposte a chi difende il TTIP.
“Mentre ripartono i negoziati USA-UE per un nuovo TTIP, anche il CETA diventa un utile strumento per rivedere, lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, i pilastri su cui di architetture normative che si richiamano al principio di precauzione.

Con buona pace della sovranità degli Stati europei e della concorrenza leale.

da La Repubblica 11-6-2019

Basta fake news sulla piazza d’Armi !

In questi ultimi giorni, a seguito dell’avvio del procedimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali riguardante il vincolo per la Piazza d’Armi, abbiamo rilevato diverse dichiarazioni e comunicazioni pubbliche clamorosamente false e imprecise da parte sia di alcuni amministratori comunali, di municipio, che di alcuni organi di stampa e curiosamente anche da note associazioni ambientaliste locali.
La comunicazione e l’informazione verso la cittadinanza su un tema così rilevante per il futuro di Milano, dovrebbe essere sempre fatto con precisione e lealtà. Facciamo quindi chiarezza.

PRIMA BUGIA: Il vincolo blocca tutto e Piazza d’Armi resterà così ancora per decenni. FALSO.
L’avvio del vincolo, secondo quanto comunicato del MIBAC, tutela tutta l’area verde e prevede un vincolo “indiretto” sui magazzini militari di Baggio. Questo vuol dire che mentre non si potrà costruire sull’area verde, nell’isolato dei magazzini militari invece è attuabile un’attività edilizia che sia di recupero, riuso o sostituzione volumetrica nel rispetto dello storico impianto urbano della “Cittadella militare di Baggio” (Caserma Perrucchetti, Ospedale Militare, Piazza d’Armi e Magazzini militari). Niente speculazione edilizia, niente edifici in altezza, niente centri commerciali.
E’ un bene o un male?

SECONDA BUGIA: Il verde non si può toccare, non si può realizzare neanche un parco. FALSO.
Tutela del verde significa che Piazza d’Armi può diventare un grande parco-pubblico-urbano ricco di biodiversità e quindi, nel rispetto del delicato equilibrio ambientale esistente possono essere attuati tutti gli interventi necessari (percorsi, sentieri, arredi, misure di sicurezza, ecc) affinché possa essere vissuto appieno sia dalla cittadinanza che dalla flora e fauna esistente (uccelli, anfibi, lepri).
Non sarebbe qualche cosa di veramente unico, a soli 5 km. dal centro di Milano?

TERZA BUGIA: Il Piano di Governo del territorio già tutelava il verde. FALSO.
Il nuovo Piano di Governo del Territorio di Milano, garantiva soltanto il 50% dell’area a verde (circa 22 ettari a forestazione urbana) ora, grazie al vincolo, viene tutelato l’intero verde esistente di 34 ettari, pari a circa 80% della superficie. Non si racconta poi che proprio il PGT, permetteva comunque di realizzare all’interno dell’area verde costruzioni utilizzabili come servizi pubblici, frammentando l’ambito di pertinenza della biodiversità e portando inevitabilmente a cancellarla in pochi anni. E’ soprattutto su questo delicato tema che la Commissione Petizioni del parlamento Europeo si è espressa nelle lettere inviate ai ministeri e al comune di Milano in risposta alla nostra petizione europea n°480/2018.
Diciamo quindi le cose come stanno o no?

QUARTA BUGIA: Il vincolo incentiva il degrado, l’abusivismo e l’illegalità. FALSO.
Sono temi distinti e indipendenti. Nessuno è mai stati dalla parte dell’abusivismo, dei roghi o delle discariche illegali. Ma il cemento non può essere sempre la soluzione per risolvere tutto questo. La Legge e il regolamento edilizio comunale, obbligano la proprietà (Invimit, società pubblica del MEF) e il Comune di Milano ad attuare tutte le misure necessarie per arginare questo tipo di attività: video sorveglianza, recinzioni, vigilanza ecc. Se tutto questo non viene fatto, vuol dire che si pianifica un abbandono volto proprio a creare tensioni sociali e a legittimare la cementificazione. Non è la soluzione. La risposta sociale nel progettare un nuovo parco e riqualificare i propri edifici storici, in un processo di coinvolgimento del territorio, può essere una straordinaria occasione per riscoprire quell’identità sociale e storica nelle periferie troppo spesso dimenticate per lasciare spazio a grattacieli e centri commerciali.
Non volete partecipare a questa grande sfida di democrazia e partecipazione?

QUINTA BUGIA: Non ci sono i soldi. Serve un investitore privato per fare il parco e recuperare i magazzini militari di Baggio. FALSO.
Tutto il contrario. Viviamo nella città metropolitana più ricca d’Italia, con il maggior gettito fiscale e sicuramente le risorse per un investimento di questo tipo, si possono trovare. Esistono importanti finanziamenti dell’Unione Europea per la valorizzazione delle aree verdi e della biodiversità, soprattutto in ambito urbano. Esistono società e aziende che sarebbero disposte a fare da sponsor contribuendo a realizzare un nuovo grande parco urbano a Milano. Esistono associazioni e comitati, con competenze e professionalità al loro interno, disposti a lavorare su un progetto ambizioso da condividere con la gente e il territorio, per dare vita ad un nuovo luogo pubblico, partecipato e identitario.
Non è questa è la nostra più grande ricchezza?

Ci auguriamo quindi che questo piccolo contributo possa aiutare a chiarire determinati argomenti ai tanti che spesso, parlando di Piazza d’Armi, falsano, volutamente o no, la realtà dei fatti, dimostrando in alcuni casi disonestà intellettuale, malafede e perfino una meschina strumentalizzazione politica.

Piazza d’Armi verde e pubblica è l’unica soluzione,
l’unica strada da intraprendere.

Comitato Cittadini Per Piazza D’armi

Nuovo rapporto CCC – Salari su misura 2019

Nuovo rapporto sui salari denuncia: i marchi non hanno fatto nulla per arginare la povertà

Un nuovo rapporto dimostra come i principali marchi dell’abbigliamento non siano riusciti a mantenere l’impegno del salario vivibile

  • Nessun grande marchio di abbigliamento intervistato è stato in grado di dimostrare, al di fuori della propria sede centrale, che i lavoratori della sua catena di fornitura siano effettivamente pagati abbastanza per vivere con dignità e sostenere una famiglia.
  • I marchi di abbigliamento e i distributori stanno violando le norme sui diritti umani riconosciute a livello internazionale e i propri codici di condotta.

Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Clean Clothes Campaign, nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori che producono i loro capi in Asia, Africa, America Centrale o Europa Orientale siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà.

Lo studio Salari su misura 2019: Lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento analizza le risposte di 20 grandi marchi della moda sui loro progressi nell’implementazione di un salario vivibile per i lavoratori che producono i loro vestiti.

Dalla ricerca è emerso che l’85% dei marchi si è impegnato in qualche modo a garantire che i salari siano sufficienti a soddisfare le esigenze di base dei lavoratori, ma, al contempo, che nessuno di loro ha messo in pratica questo principio per nessun lavoratore nei Paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei capi di abbigliamento.

Anna Bryher, autrice del rapporto, ha dichiarato: “A cinque anni di distanza dalla nostra precedente indagine, nessun marchio è stato in grado di mostrare alcun progresso verso il pagamento di un salario vivibile. La povertà nell’industria dell’abbigliamento sta peggiorando. È una questione urgente. Il nostro messaggio ai brand è chiaro: i diritti umani non possono aspettare e i lavoratori che realizzano i capi venduti nei nostri negozi devono essere pagati abbastanza per vivere con dignità”.

Dei 20 marchi intervistati, 19 hanno ricevuto il voto più basso possibile, mostrando di non essere in grado di produrre alcuna prova che a un lavoratore che confeziona i loro capi di abbigliamento sia stato pagato un salario vivibile in qualsiasi parte del mondo.

L’unica eccezione è stata Gucci che è riuscita a dimostrare come, per una piccola parte della sua produzione in Italia, grazie alle trattative salariali nazionali, le paghe consentano a una famiglia di vivere in alcune zone del Sud e del Centro Italia.

Le iniziative volontarie non sono riuscite a garantire i diritti umani dei lavoratori“, ha aggiunto Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “Il modello economico globale che spinge i prezzi al continuo ribasso e mette in competizione i Paesi a basso salario è troppo forte. È un dato di fatto che i lavoratori che producono quasi tutti gli abiti che compriamo vivono in povertà, mentre le grandi marche si arricchiscono grazie al loro lavoro. È tempo che i marchi adottino misure efficaci di contrasto al sistema di sfruttamento che hanno creato e da cui traggono profitto“.

I salari di base in Etiopia e Bangladesh sono meno di un quarto del salario dignitoso, mentre in Romania e in alcuni altri paesi dell’Europa orientale il divario è ancora maggiore, con i lavoratori che guadagnano solo un sesto di quanto necessario per vivere con dignità e mantenere una famiglia [1]. Di conseguenza, i lavoratori sono costretti a vivere in baraccopoli, soffrono di malnutrizione e debiti, spesso non possono permettersi di mandare i loro figli a scuola, il tutto mentre lavorano ore e ore di straordinario per cercare di sbarcare il lunario. 

Marchi come C&A, H&M, Zara, Primark, Nike, Adidas e Zalando, tra gli altri, sono tutti responsabili di non aver fatto abbastanza per arginare la povertà dei lavoratori. 

Deborah Lucchetti ha concluso: “I marchi e i distributori globali sanno da anni che i salari pagati ai lavoratori non sono sufficienti per permettergli di vivere con dignità ma continuano a fare promesse vuote mentre rastrellano profitti enormi. Se i marchi fossero davvero impegnati a pagare un salario dignitoso, dovrebbero passare dalle parole ai fatti, scegliendo un parametro di riferimento credibile, informando i fornitori e aumentando i prezzi di acquisto in coerenza. Dovrebbero iniziare subito con i 50 maggiori fornitori e rendere pubblici i libri paga, a dimostrazione che ciò stia realmente accadendo. È una questione affrontabile, basta mettere mano alla redistribuzione della catena del valore e pagare di più i lavoratori”.

NON C’E’ PACE IN PALESTINA: LA VERITA’

Ieri sera, martedì 4 giugno, tra le mille “attrazioni” che i giorni di Giugno propongono abbiamo messo anche la ‘nostra’ iniziativa nel segno di una dovuta attenzione alla bestiale aggressione che da 71 anni Israele impunemente esercita sul popolo palestinese e la sua terra.

I racconti di viaggio di Valeria Bacchelli e ancor più l’esperienza diretta pluriennale di Patrizia Cecconi hanno raccontato e descritto con passione e con uno sguardo disincantato, la tragica realtà di un popolo costantemente aggredito e sempre più usurpato da insediamenti abusivi dei coloni israeliani che è costretto ad essere profugo sulla propria terra.

Insediamenti dei coloni israeliani su terra palestinese

 

Una strategia imperiale taciuta, assecondata dai Paesi Occidentali e non solo, nonostante le diverse risoluzioni ONU, nessuna delle quali è mai stata imposta al Governo di Israele.

Alla fine l’emozione se non la costernazione suscita sempre la domanda “fatale” (così l’ha definito una persona tra i presenti) :  “e noi cosa possiamo fare?“.

… Patrizia Cecconi, sospendendo un attimo la parola … afferma: “dire la verità, spiegare quello che succede, … soprattutto raccontare la verità“.

Sembra quasi un messaggio cristiano: “portatori di verità“.
D’altra parte, cosa c’è di più rivoluzionario nel manifestare la verità?

La verità si impone al giudizio, svela i pregiudizi.
La verità libera dalle dipendenze, scopre l’ingiustizia, alimenta i diritti, svela l’ignoranza, la faziosità.

A Gaza la verità è a rischio della vita, è il corpo nudo offerto ai cecchini israeliani sulle alture.

La verità è il popolo che agita e agisce la libertà.
La verità è identificativa della giustizia, non è un plagio della realtà e non può essere la forma edulcorata del possibile per il diritto.

La verità non è ballerina al “servizio” di un tempo altro, – oggi qui, domani là – di un desiderio romantico un po’ confuso nel solidale destino di umanità.

Dire la verità, agire la verità per gli abitanti di Gaza è marciare ogni venerdì per chiedere giustizia e libertà senza compromessi.

La nostra verità che posiziona i corpi al diritto e alla giustizia, può essere la “forza” per il popolo palestinese: può essere la sconfitta delle strategie che il Potere israeliano (piuttosto che la geopolitica degli Imperi) ordina insediamenti, usurpa la terra, alza muri per oltre 700 km, ricatta i bisogni della gente, … impone una politica segregazionista e razziale: una vera Apartheid.

La lotta incessante del popolo palestinese dà forza e verità alle nostre strategie contro il potere dominante, per i diritti degli esclusi, contro la precarizzazione diffusa e l’indifferenza generalizzata. E’ una costante azione conflittuale per non essere alienati da un mercato suadente e da politiche di marginalità sociale che alimentano ingiustizie.

Italia condannata dal tribunale delle multinazionali

L’Italia perde ancora in un arbitrato internazionale.

La recente sentenza emessa da tre avvocati commerciali è l’amaro epilogo di una causa intentata dalla società olandese CEF Energia BV al nostro paese presso la Camera di commercio di Stoccolma.

I dettagli della vicenda li spieghiamo più avanti, ma il succo è che dobbiamo pagare di 10,6 milioni di euro di multa per aver ridotto gli incentivi alle rinnovabili cinque anni fa: non importa se abbiamo dovuto fare questi tagli per rispettare vincoli di bilancio imposti dall’austerity della Commissione Europea.
Non fa testo alcuna discussione sull’opportunità o meno di continuare a sussidiare il fotovoltaico.
Agli arbitri non interessa: i contribuenti italiani dovranno sborsare quei 10,6 milioni di sudati euro all’impresa che si è appellata alla clausola ISDS contenuta nel Trattato sulla Carta dell’Energia.

L’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) è il meccanismo di composizione delle controversie fra investitori e Stati presente in molti accordi sul commercio e gli investimenti, tra cui i ben noti  TTIP e CETA. Permette alle imprese di un Paese contraente di chiedere danni virtualmente illimitati a un altro Stato firmatario se questo – con le sue politiche – ha violato le loro “legittime aspettative” di profitto.

Le cause vengono affidate a opachi tribunali commerciali, retti da pochi professionisti su cui grava l’ombra del conflitto di interessi, che operano fuori dal controllo pubblico (leggi il rapporto di Stop TTIP Italia sull’ISDS).
I tribunali di arbitrato si distinguono per un evidente sbilanciamento in favore dei privati: solo le imprese infatti possono avviare una causa, aggirando le Corti Nazionali del paese ospitante, mentre gli Stati possono soltanto comparire in veste di imputato.
Gli “arbitri” vengono remunerati in base alle cause che dirimono, perciò sono invogliati a emettere sentenze che invoglino le imprese a consultarli ancora.

Firma la petizione Stop ISDS

In quest’ultimo caso che ha coinvolto l’Italia, la condanna è arrivata per il taglio retroattivo agli incentivi sul fotovoltaico che l’allora governo Renzi effettuò con il decreto Spalma Incentivi. CEF Energia BV aveva investito in tre distinti progetti fotovoltaici (“Megasol”, “Enersol” e “Phoenix”) nel nostro paese, che hanno beneficiato delle agevolazioni.

Il decreto Spalma Incentivi avrebbe ridotto il sussidio del 6-8%.
Mentre decine di imprese italiane colpite dalla stessa misura hanno potuto fare ricorso soltanto alle Corti Nazionali, la società olandese ha potuto beneficiare dell’arbitrato, riservato agli investitori esteri.
Nel 2015 ha sporto denuncia e nel gennaio 2019 è arrivata la condanna.

Intanto si avvicina l’epilogo di un altro pericoloso caso ISDS intentato contro il nostro paese ai sensi del Trattato sulla Carta dell’Energia: quello che vede la società petrolifera britannica Rockhopper chiedere fino a 350 milioni di euro all’Italia per averle vietato di trivellare entro le 12 miglia marine.

Secondo i dati ufficiali, per 11 volte l’Italia è stata bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche, nel tentativo di recuperare denaro grazie alla clausola ISDS contenuta nel trattato.

Sono 117 i paesi finiti alla sbarra almeno una volta nei tribunali arbitrali.

Un sistema lucroso e sbilanciato – circa il 70% delle decisioni hanno visto trionfare i privati.

La Campagna Stop TTIP ha sempre criticato radicalmente l’ISDS, un meccanismo lesivo della sovranità democratica.

Qual è la risposta politica a queste ingerenze? n segnale più forte consisterebbe nel bocciare gli accordi commerciali come il CETA (UE-Canada), ancora in attesa della ratifica parlamentare.
Una ratifica che farebbe entrare in vigore proprio la temibile clausola ISDS.
Finora il governo ha avuto paura di decidere, mentre la maggioranza in Parlamento non ha avuto la forza di portare in votazione il CETA per mandarlo in frantumi.

Firma la petizione Stop ISDS

 

Una casa per le donne nel Municipio 7

Il Municipio 7 ha detto di NO!

Il Gruppo “Donne per i Diritti” del Municipio 7 cogliendo la volontà del Sindaco di Milano di istituire in ogni Municipio un “Centro Milano Donna”, dopo aver raccolto firme e sollecitato il Municipio 7 a dare una risposta in merito ha ottenuto un netto rifiuto da parte della maggioranza.

Allegati:

Una casa tutta per noi

– Vol – Donne x i diritti

In premessa alla seduta del Consiglio del giorno 27-05-2019, gli interventi di due rappresentanti del Gruppo “Donne per i Diritti“: Amina e Simona.

A seguire una valutazione in merito alla discussione dei consiglieri intervenuti nel merito durante la seduta del Consiglio.

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Intervento di Amina Salah

Il gruppo Donne per i Diritti è nato per favorire l’aggregazione e la partecipazione attiva delle donne del Municipio 7, in difesa dei loro diritti. Il benessere e la qualità della vita delle donne hanno ricadute positive sull’intera comunità. In quest’ottica riteniamo funzionale e utile fare attività di informazione e diffondere consapevolezza sui servizi e supporti pubblici esistenti sul territorio, dai consultori ai centri antiviolenza e in merito a tutte le realtà che possono accompagnare le donne nel corso di tutta la loro vita, per rispondere alle loro esigenze e necessità in modo efficace. Come donne che vivono nel Municipio 7, abbiamo avvertito la mancanza di un luogo che favorisse l’incontro tra donne, in cui poter liberamente scambiare esperienze e trovare risposte alle varie problematiche che si incontrano nella vita, ad ogni età.

Abbiamo accolto con grande entusiasmo l’impegno di Daria Colombo, delegata del sindaco per le pari opportunità, al fine di istituire un Centro Milano Donna in ciascun municipio della città entro la fine del suo mandato. In alcuni municipi il Centro ha già visto la luce e in altri l’iter è già a buon punto.

Da tre anni come Donne per i Diritti seguiamo questo progetto: abbiamo organizzato varie assemblee pubbliche e incontri con le donne e le associazioni del Municipio, abbiamo incontrato la delegata Colombo e la sua collaboratrice, abbiamo avviato una raccolta firme a riguardo e costituito un Comitato spontaneo con l’obiettivo di seguire in modo più strutturato il percorso verso l’apertura di un Centro Milano Donna anche da noi. Il risultato degli incontri con le donne del nostro Municipio è confluito in un documento riassuntivo.

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Intervento di Simona Sforza

Ci auguriamo che attorno a questo progetto si creino le sinergie opportune per portarlo a buon fine, al più presto. In quest’alveo si pone la mozione che oggi verrà presentata, per spiegare le ragioni e l’utilità dell’apertura di tale luogo, che consentirebbe di avere un punto di riferimento stabile per le donne del municipio. Un investimento che va in aiuto e serve a tutta la cittadinanza, perché le donne possono essere un’opportunità di crescita e di emancipazione di tutto il nucleo familiare di appartenenza, un traino di inclusione e di cittadinanza attiva. Maggiore informazione e sostegno alle donne apportano benefici all’intera famiglia, con particolare attenzione alla cura dei figli. Soprattutto occorre che nessuna donna sia lasciata sola, ad affrontare situazioni nuove e complesse, difficili. Uscire dall’isolamento è fondamentale per scrivere un’altra storia e un altro finale. Non è considerare le donne “meno” capaci o “meno qualcosa”, ma partendo dall’esperienza concreta, dobbiamo comprendere quanto possa essere complesso affrontare certi “passaggi” di vita. Possiamo e dobbiamo comprendere che accompagnare questo percorso di piena emancipazione e consapevolezza è un dovere. Soprattutto perché il beneficio, ripetiamo, è diffuso e moltiplicatore di aspetti positivi per tutti.

Eventi come il tragico e inaccettabile infanticidio del bambino di due anni a San Siro, i dati sulla violenza contro le donne e sui minori, ci pongono di fronte alla necessità di dare risposte a situazioni di fragilità e di difficoltà, a soggetti vittime di abusi, risposte che devono arrivare nei tempi giusti e devono raggiungere in modo capillare le donne, intercettandone i bisogni. Non possiamo più continuare ad assistere a simili tragedie, che non sono fulmini a ciel sereno, ma sono atti annunciati, prevedibili, con violenze che si verificano ripetutamente nel tempo, ma che in molti fanno finta di non vedere, sottovalutandone la gravità fino all’irreparabile. Occorre evidentemente un maggiore ed efficace supporto in contesti in cui la violenza è pane quotidiano per donne e minori. Dobbiamo passare da vite in stato di abbandono per varie cause, a garantire loro un’opportunità, condizioni di vita diverse, che siano rispettose e tutelino i diritti umani fondamentali. Una responsabilità collettiva, a cui tutti dobbiamo sentirci chiamati a rispondere, dentro e fuori le istituzioni, i servizi e gli enti preposti, interrogandoci su cosa non ha funzionato e che va modificato per evitare simili tragedie.

Mehmed a Milano e Leonardo a Novara, due bimbi uccisi nei propri contesti familiari dovrebbero indurre a riflettere sul valore della genitorialità oggi, sulle problematiche di cui è investita: mettendo in grado i genitori di compiere pienamente e adeguatamente il proprio ruolo, attraverso un sostegno di operatori istituzionali, sociali e del terzo settore.

Vi chiedo di dedicare un minuto di silenzio per questi due bambini. (La Presidenza non ha accolto l’invito)

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RESOCONTO DELLA DISCUSSIONE

Seduta del Consiglio di Municipio 7 del 27/05/2019

Dopo il passaggio in commissione 4 la settimana scorsa, la mozione per il Centro Milano Donna è approdata in Consiglio. Federico Bottelli (PD) ha illustrato la mozione e sono stati chiariti ulteriormente gli scopi, il tipo di funzione e gli obiettivi del Centro Milano Donna, sulla base degli esempi del Municipio 8 e 6, offrendo una panoramica sulla progressione dell’iter in altri municipi. Un progetto che si inserisce in un’ottica di potenziamento dell’offerta pubblica di presidi territoriali, che vanno a favorire la partecipazione e l’inclusione della popolazione.

Il Centro Milano Donna è una priorità del sindaco, che attraverso la delegata per le pari opportunità, Daria Colombo, si sta realizzando in molti Municipi. Restano i problemi evidenziati già in altre occasioni riguardo a tematiche simili: la maggioranza municipale non solo è stata spesso latitante ai tavoli specifici organizzati in Comune, ma sembra non condividere questo approccio e la necessità di sfruttare questa occasione per valorizzare le realtà e le energie del territorio, aprendo uno spazio per le donne, che possa costituire un punto di riferimento. Nonostante i chiarimenti ripetuti, l’invito a parlarne in modo approfondito in commissione, le forze di maggioranza non appaiono disponibili a entrare nel merito e a collaborare. Uniche eccezioni Maietta e Colombo (che poi si è astenuto).

Non si tratta di un costo inutile e ridondante come sembra considerarlo la maggioranza, bensì un investimento che va in aiuto e a supporto di tutta la cittadinanza, perché le donne possono essere un’opportunità di crescita e di emancipazione di tutto il nucleo familiare di appartenenza, un traino di inclusione e di cittadinanza attiva. Maggiore informazione e sostegno alle donne apportano benefici all’intera famiglia, con particolare attenzione alla cura dei figli.

Qui di seguito i punti della mozione in cui si chiedeva alla Giunta:

  • Di esprimere una posizione a favore, netta e chiara sul tema delle Pari opportunità di genere.
  • Di intensificare la propria azione sul territorio, promuovendo iniziative ed eventi sul tema, mettendo in campo azioni positive, volte alla rimozione degli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità, diffondendo consapevolezza su diritti e tutele, con un’attenzione specifica agli aspetti culturali, in modo da superare pregiudizi e discriminazioni di genere.
  • Di farsi carico e promuovere l’istituzione di un Centro Milano Donna nel nostro Municipio, come definito nelle premesse di questa Delibera.

Massimo Maietta del gruppo misto si è espresso favorevolmente rispetto alla mozione e al Centro Milano Donna.

Stessa posizione favorevole è stata espressa dal gruppo del M5S, che ha evidenziato l’opportunità di sostenere questa richiesta perché si tratta di una proposta con uno scopo sociale importante.

Emilio Maiandi (Forza Italia) presidente della commissione 4, già contrario in commissione (nel corso della quale aveva paventato il pericolo di creare un ritrovo per femministe, che avrebbero organizzato corsi per l’autosomministrazione della pillola abortiva. Aveva inoltre asserito: “perché non aprire un Centro Milano Uomo? Gli uomini non avrebbero pari diritto a un luogo simile?”), chiede di modificare la mozione rimuovendo ogni riferimento al Centro Milano Donna e parlando di generica promozione di politiche attive per la parità di genere. Per la serie non ci impegniamo su nulla di preciso, poi al massimo si organizzeranno i soliti convegni con il Centro di aiuto alla vita o l’attività sportiva fa bene alla salute delle donne.

Marco Bestetti (Forza Italia), presidente del Municipio 7, ha respinto la mozione perché ha rilevato delle “provocazioni presenti nel testo”, definendo la mozione “una manovra strumentale e ideologica per fare post su Facebook o qualche uscita su testate locali. Ci sono altri modi per promuovere politiche sulla parità di genere.” Quali possano essere li desumiamo dall’attività “fantasma” della maggioranza in tre anni su questi temi.

Norma Iannacone (Fratelli d’Italia) si è dichiarata in ogni caso contraria alla mozione, anche qualora fosse stata emendata come Maiandi suggeriva, perché “contiene dei termini sbagliati, non esistono i generi, ma un unico genere: l’homo sapiens. I generi sono un’invenzione”. Una posizione che rappresenta una delle tante modalità con le quali si negano e si occultano le discriminazioni e le forme di oppressione legate al genere. 

Entrambi, Bestetti e Iannacone, hanno sostenuto che di fatto i servizi per le donne ci sono già sul territorio, che esistono anche gli spazi (Cam e Casa delle Associazioni), spesso sottoutilizzati, non frequentati. Alle donne viene suggerito: “Se volete incontrarvi, potete utilizzare la Casa delle Associazioni”. Cosa che facciamo regolarmente da quando è stata aperta.

Iannacone ricorda i vecchi Centri Donna chiusi qualche anno fa (di cui era responsabile): non condivideva che le donne lavorassero a maglia, che si incontrassero per parlare, ci ha tenuto a rivendicare di aver introdotto il corso di autodifesa e di sopravvivenza in situazioni di catastrofi naturali. Occorre sgombrare il campo da ogni pregiudizio, in quanto i CMD già attivi in zona 8 e 6 stanno funzionando molto bene. Inoltre ciascun municipio poi plasmerà questo luogo sulla base delle esigenze ed energie del territorio.

Bottelli ha giustamente respinto la proposta di Maiandi, che chiedeva una profonda modifica dell’oggetto e dello scopo della mozione. Bottelli ha invitato tutti a parlare del CMD in modo approfondito attorno a un tavolo. Non è possibile stralciare proprio il cuore di una mozione in cui si chiede di prendere posizione su una specifica questione.

La mozione alla fine è stata respinta:

  • Presenti: 28
  • Favorevoli: 11
  • Contrari: 16
  • Astenuti: 1

Possiamo parlare di un clima di puro ostruzionismo.

Questo l’aggiornamento sull’accaduto. Non si tratta di un segnale incoraggiante, ma non dobbiamo demordere. Cercheremo di continuare a seguire l’iter dei CMD, collaborando il più possibile con Daria Colombo e la sua collaboratrice Laura Fezzi, al fine di riuscire a portare a buon fine questo progetto.