La banca dei rifugiati

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hawalaMedio Oriente. L’antico sistema di trasferimento di denaro, la hawala, nato nel Medio Evo islamico è oggi il principale strumento per le rimesse di chi arriva in Europa in fuga dalla guerra.

Fondato sulla parola e su una rete di intermediari, passa per Skype e Whatsapp. Agile e informale, permette di inviare soldi in due giorni, con costi di commissione bassissimi.
Un business crescente, sfruttato anche dai trafficanti di uomini per organizzare i viaggi verso il Vecchio Continente.

Yusuf vive ad Antiochia da due anni. È siriano, di Raqqa. È fuggito dalla guerra civile e dalla paura di venire arruolato dall’esercito governativo o dai gruppi islamisti che si dividono il nord del suo paese. A Raqqa ha lasciato la sua famiglia, ad Antiochia ha trovato un lavoro in un’organizzazione non governativa.

Yusuf teme per i suoi fratelli, facile preda dello Stato Islamico che della città ha fatto la sua “capitale” de facto. Fame e disoccupazione hanno spinto tanti a indossare le uniformi di gruppi jihadisti, uno stipendio di qualche centinaio di dollari per far sopravvivere la famiglia. E allora Yusuf fa quello che fanno tanti rifugiati siriani all’estero: manda denaro a casa.

Difficile passare per i canali tradizionali, che sia la Western Union o il normale circuito bancario. A Raqqa, poi, è impossibile. Per questo chi vive fuori dalla Siria ricorre ad uno dei più antichi sistemi islamici di trasferimento del denaro: la hawala.Un metodo vecchio di secoli, figlio della ridondante ricchezza e frequenza dei commerci con Europa e Asia, che oggi ha trovato nei social network una via nuova: le transazioni vengono comunicate in tempo reale via Skype, Viber o Whatsapp.

Il sistema (hawala in arabo significa “trasferimento”) si fonda su una rete di agenti e sulla parola. Nessun contratto scritto, ma quasi un patto d’onore: il mittente contatta l’agente nel luogo in cui vive e gli consegna il denaro; l’agente comunica la somma ad un secondo intermediario nel posto in cui si trova il destinatario.

Il codice associato alla transazione viene girato sia a chi manda il denaro che a chi lo riceve. Il secondo agente contatta il destinatario e gli consegna la somma. In un secondo momento i due intermediari vanno a compensazione delle somme inviate e ricevute. Fatto.

Come nel Medio Evo, quando la hawala nacque per far fronte alle esigenze di pagamento delle merci inviate in tutto il mondo conosciuto, seta, stoffe, spezie: «Nasce come pratica commerciale nel Medio Evo islamico, con un impero musulmano che dà vita ad un’ecumene di proporzioni importanti – spiega al manifesto il professor Roberto Tottoli, docente di islamistica all’Università Orientale di Napoli – È uno strumento di garanzia dei pagamenti che sostituisce transazioni di tipo bancario. L’accordo con il partner delle operazioni viene suggellato da parole d’ordine e il network di contatti garantisce l’arrivo della somma di denaro in loco. Gli agenti, che nel tempo diventano vere e proprie società, non si scambiavano effettive somme di denaro ma andavano a compensazione in un secondo momento. Svariate forme di contratto vengono così sostituite da una realtà più agile, ripresa anche nel Mediterraneo e in Europa. Il mondo arabo stava estendendo la circolazione di beni dall’Oceano Atlantico fino all’Estremo Oriente».

«Giunge anche in Italia dove prende il nome di avallo. Ebbe successo perché era il tipo di transazione finanziaria più agile in periodi di stabilità. Ovviamente questa agilità è determinata dal fatto che si basa su un patto d’onore, su canali auto-garantiti, sulla fiducia dei contraenti».

E su costi di commissione molto più bassi di altri sistemi, che superano anche l’ostacolo religioso: «L’interesse sul prestito, riba, e il commercio aleatorio sono vietati dall’Islam – continua Tottoli – L’hawala no (a meno che non si palesino condizioni illecite) perché si tratta di un trasferimento legittimo con costi di commissione bassi. Da questo punto di vista la finanza islamica ha una componente più etica di quella capitalista: se nella pratica ha fatto suoi strumenti simili capitalismo, sul pianto formale ha sviluppato regole che prevedono la condivisione del rischio e la partecipazione formale alla circolazione finanziaria».

Yusuf manda ogni mese alla sua famiglia a Raqqa 500 dollari, che sostituiscono il lavoro in fattoria di cui vivevano prima del conflitto. La prima volta è entrato in contatto con un negozio di gioielli a Sanliurfa, sud della Turchia, ufficiosa “agenzia” di trasferimento del denaro.

Tramite Whatsapp l’intermediario ha comunicato al suo riferimento vicino Raqqa il nome del destinatario e il codice. Il giorno dopo il fratello di Yusuf si è visto consegnare il denaro. Il negoziate di gioielli si è preso una commissione di 20 dollari, il 4%, molto meno di una normale transazione con Western Union.

Così la hawala fa sopravvivere molte famiglie siriane nelle zone di conflitto e in quelle controllate dalle opposizioni, dove il sistema bancario è collassato. E fa sopravvivere soprattutto i più giovani: più facile evitare l’adescamento da parte dei gruppi armati. Secondo i dati raccolti dall’agenzia Onu Ifad, nel 2014 l’ammontare delle rimesse dei rifugiati siriani è stato pari a 84 milioni di dollari e nel 2015 è salito del 12%.

Un mercato in continua crescita perché fluido, informale e senza costi fissi: nel sud della Turchia agenzie ufficiose nascoste dietro insegne di barbieri e drogherie compiono anche 50 trasferimenti al giorno.

Se si allarga lo sguardo al resto del mondo, si stima che il valore annuo delle rimesse dei migranti, via hawala, si aggiri sui 390 miliardi di dollari: è virtualmente presente ovunque, Africa, Nord America, Sud-est asiatico. Non serve avere nulla, carte di credito o conti bancari, né mostrare il proprio documento di identità. E bastano 24-48 ore per far arrivare a destinazione il denaro.

E se le esigenze nel tempo sono cambiate, la hawala non ha perso attrattiva: 

Il sistema è ormai ben collaudato: il rifugiato paga il viaggio al primo agente che versa il denaro al trafficante a rate, ad ogni tappa del percorso, dalla Turchia alla Grecia ai Balcani. È una parte terza che “protegge” il rifugiato: la somma completa arriva nelle mani del trafficante solo quando il rifugiato è giunto a destinazione.

Proprio perché quasi impossibile da tracciare, avulsa dai normali canali finanziari, la hawala è usata anche per fini illeciti. Le intelligence mondiali la conoscono bene: così ricevono fondi gruppi estremisti e terroristi, soprattutto dopo l’11 settembre.

È la via di approvvigionamento – dice l’Onu – delle cellule in Libia e Iraq da parte dell’amministrazione centrale in Siria dello Stato Islamico. Per l’Isis è una colonna portante del proprio sistema “statuale”, sia per ricevere – direttamente da privati e indirettamente dai paesi del Golfo – che per distribuire.

«Con la nascita degli Stati moderni – conclude il prof Tottoli – la hawala ha avuto successo in tutto il mondo islamico, fino al Pakistan e all’Asia dell’Est perché vi si scorge il modo di aggirare i vincoli di cambio e commissioni. Uno strumento antico ma informale, più conveniente.
Dopo l’11 settembre è emerso il problema del riciclaggio di denaro: l’informalità impedisce la tracciabilità dei flussi. Ma, da quanto ho potuto appurare, i procedimenti aperti negli Stati Uniti o in Europa si sono risolti negativamente perché spesso la circolazione di denaro tramite questi canali non è stata utilizzata per fini illeciti: con la presenza sempre più massiccia di comunità islamiche in Occidente la hawala ha vissuto nuove fortune. E con la crisi degli ultimi 4-5 anni e le guerre che sconvolgono il Medio Oriente è normale che si usino strumenti che garantiscano la circolazione di denaro quando è quasi impossibile accedere ai normali canali bancari
».

Chiara Cruciati
Il manifesto 3/9/2016