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la TERRA e l’UOMO – il Tutto e il Nulla

Terra-Uomo

Terra---Uomo

la TERRA e l’UOMO  –  il Tutto e il Nulla

Entità suprema che alimenta la vita attraverso il dono.
Soggetto scomposto che alimenta il potere privato.
Armonica complessità d’insieme.
Microcosmo della precarietà diffusa

La Terra e l’Uomo sono corpi della vita che evolve; si trasforma nel tempo delle cose che si scompongono nello scambio tra il dono rigenerante e la rincorsa frenetica allo sfruttamento (proprietario).

La Terra è Madre: energia per la vita.

Offre ad ogni vivente il meglio di sé: materia viva, energia, cibo, riparo, bellezza. Un inno alla gioia (del vivere).

L’umano reagisce al dono (non con lo scambio) con l’estorsione.
Trasforma il bene comune, libero a tutti i viventi, in proprietà privata.
Sperpera ricchezze dedicate.
Trasforma la fertilità delle aree naturali e produttive in luoghi aridi e improduttivi.
Sottrae energia con grande intensità e scarica inquinanti nell’ambiente: in terra e in mare.
Estrae e trasforma materiali pregiati oltre le proprie necessità, accumulando discariche.
Così lo sfruttamento regola i rapporti tra gli umani che si alterano in violenza per la proprietà privata: ed è la guerra. Un attacco mortale alla vita, alla Madre: guerre fratricide di rapine e di sottomissione.

La Terra a volte si ribella alla supponenza dell’umano che deforesta, cementifica, inaridisce aree agricole, inquina l’aria e l’acqua alla sorgente, contamina, infetta perfino il cibo di cui si nutre.
Un’autentica pazzia, che solo la grande stupidità e arroganza non vede di correre verso il fine vita.

Ognuno dei piccoli figli dell’Uomo rimane soggiogato, asservito alla logica produttivistica, in cambio di “30 denari” trasforma i doni della Natura in merci esclusive.

Le bellezze naturali si dissolvono alla vista; tutto il “fare” si estingue al tramonto, nella grande solitudine, nella grande confusione, nella grande indifferenza: ed è ancora guerra prevaricatrice, per essere merce sempre più appetibile, … sempre più sterile.

Non è l’uomo il creatore. I tempi riproduttivi non sono quelli del consumo.

Senza la Terra non c’è creatura pulsante.
Ascoltare il suo battito, sincronizzare il proprio ai tempi ed allo spazio della Natura.
Non basta difendere il proprio orticello se rimane un corpo del piacere separato.

C’è chi reclama un processo rivoluzionario: impossibile senza un ritrovato abbraccio con la Terra Madre.
Difendere la terra e la sua integrità, difendere l’uomo e la sua umanità è il primo dovere di ogni rivoluzionario.
La riproduzione del dono è il principio dal quale prende corpo il processo rivoluzionario e può dare senso reale al rapporto Terra Madre – Uomo.

Nell’armonia del dono, scambio e reciprocità, si riconosce la libertà e il diritto di ogni vivente alla vita.

La bellezza (e lo sguardo che l’accoglie) è parte e misura del diritto universale alla vita, così come il sorriso e l’accoglienza sono parti della dignità tra i viventi.

C’è un filo che lega la loro morte alla nostra memoria

I Nuovi Desaparecidos

Madre-con-figlioCi sono giorni che mettono a scadenza la grande indifferenza che impone di correre lungo i presunti doveri della vita senza che essi diventino parte dei diritti necessari ad una libera esistenza.

è così per la famiglia che ha grandi necessità e poco reddito;
è così per i servizi necessari al ben-essere, spesso insufficienti;
è così per i rapporti sociali resi tristi e violenti dalle ingiustizie;
è così per le diversità non riconosciute che vengono respinte;
è così per le diseguaglianze che accumulano ricchezze per sé;
è così per …..

Tutti noi esseri umani vogliamo essere parte di quell’umanità che ci appartiene.

Ci chiediamo:

cosa c’è di più disumano
dell’essere corpi separati nella vita

Noi siamo qui in Piazza della Scala, davanti al Palazzo della Politica per ricordare che la prima ingiustizia è l’indifferenza.

Siamo qui per denunciare la responsabilità della politica del governo perché cessi di creare strumenti di morte, di fare le guerre, di innalzare muri, di creare galere, di fomentare ingiustizie e diseguaglianze economiche, …

Siamo qui per affermare il diritto per ogni umano alla libera circolazione e per chiedere che vengano aperti canali umanitari.

In questi mesi si è delineata ancora più chiaramente la politica dell’Unione Europea e del nostro governo sulle migrazioni: fermare a tutti i costi i migranti usando come “cani da guardia” paesi africani pagati con “fondi per la cooperazione“.

In Italia poi, ancora una volta, si punta sui CIE e si minacciano rimpatri per i “clandestini“.

Nel silenzio delle coscienze
ora più che mai serve la voce di tutti

milanosenzafrontiere@googlegroups.com

“Spazio Donna” dell’Associazione Dimensioni Diverse

La sua storia ha avuto origine alla fine degli anni ’60 quando un gruppo di ragazzi e ragazze si sono costituiti parte del “Circolo Acli di Baggio” trovandosi a vivere nella realtà del quartiere i diversi problemi: il territorio, la casa, la scuola, la problematica femminile, la formazione, gli spazi pubblici come la biblioteca.

Erano anni di grande trasformazione sociale e di grande entusiasmo nella scoperta di un diverso impegno civile e sociale: un grande fervore ha permesso al gruppo di esprimersi nei diversi campi con particolare riferimento alla realtà di Baggio, in quegli anni, in grande trasformazione dovuto anche ai nuovi insediamenti per le migrazioni dal Sud Italia.

Nei primi anni ’70 si era costituito il “Collettivo Donne“ che aveva la sede denominata “Centro Donna” in via Due Giugno 4 e faceva parte del “Gruppo Acli” che svolgeva l’attività in via Ceriani n°20 accanto alla “Merceria” ora “Libreria Oltre il Confine”.

Il “Collettivo Donne” all’interno del  “Gruppo Acli” si diede il compito di tener vivo e coltivare un costante  rapporto con le donne di Baggio. Erano i primi anni dei gruppi di “autocoscienza”, del Femminismo, e altri gruppi femministi si sono ritrovati nelle rivendicazioni: dal “Consultorio Pubblico” prima, il “Centro Donna” Pubblico” poi.

  • Vedi alcune foto 
  • Vedi “Centro Donne – Zona 18

Nel contempo il “Collettivo Donne” proseguiva a sviluppare numerose iniziative di sensibilizzazioni rivolte in particolare alle donne della zona.

Per conoscere le esigenze delle donne di Baggio, per poter individuare le argomentazioni che più avrebbero risposto alle loro necessità e attirato la loro attenzione, abbiamo predisposto un questionario sulla salute della donna che siamo andate a proporre nelle case popolari, nei vecchi cortili e nella Cascina Meriggia, là dove era alta la presenza di famiglie numerose, in cerca di lavoro, provenienti dal Meridione.

Le esigenze emerse più espresse sono state due: la salute della donna messa in pericolo dalla presenza di un alto numero di figli (mancanza di conoscenze riguardo la contraccezione) e la bassa conoscenza della lingua italiana (al sud le donne difficilmente potevano andare a scuola perché il compito principale era di accudire alla famiglia).

I nostri campi d’intervento sono stati:

  1. Insegnare la lingua italiana nei cortili in cui le donne mettevano a disposizione la loro casa perché i mariti non erano d’accordo che si allontanassero. I corsi erano riconosciuti a livello istituzionale.
  2. Diffusione dei metodi contraccettivi attraverso incontri organizzati con il Consultorio Familiare Pubblico che in quegli anni, con una mobilitazione dei diversi gruppi di donne  presenti nella zona fra cui il nostro “Collettivo Donne”, ne aveva rivendicato l’apertura al Consiglio di Zona.
  3. In collaborazione con il Consultorio Familiare Pubblico (allora sempre pronto ad accogliere le istanze delle donne organizzate sul territorio) e con la Regione Lombardia, ma anche con le Organizzazioni Sindacali, abbiamo contribuito ad organizzare diversi corsi gratuiti sulla Salute della Donna, corsi “150 ore”, corsi di maglia e cucito soprattutto per le casalinghe perché fossero motivate maggiormente ad uscire da casa. I corsi rappresentavano una prima occasione per introdurre tematiche sulla condizione femminile. La sede dei corsi erano le strutture di zona: aule della scuola media, scuola elementare e Biblioteca.
  4. In seguito un’altra rivendicazione collettiva dei diversi gruppi attivi a Baggio è stata la richiesta dell’apertura di un “Centro Donne” pubblico  in cui le donne potessero organizzarsi. Fu aperto nella ex Scuola Media “Don Milani” in via A. da Baggio, ma dopo poco tempo il Consiglio di Zona, per mancanza di fondi o per contrastare le richieste dei gruppi di donne organizzate (la Lega era alla guida del CdZ) il servizio pubblico fu chiuso.
  5. Il Collettivo Donne continuò il suo cammino di contatti con le donne del quartiere.
  6. Nel 1990 il “Gruppo Acli” ormai uscito dalle Acli, decise di darsi una veste giuridica creando l’Associazione “Dimensioni Diverse” – spazio di relazione e di pensiero”.
    L’attività delle donne dell’Associazione si sono riconosciute nello “Spazio Donna” continuando a promuovere iniziative fra le donne della zona, in collaborazione con il Sindacato di zona e la Regione Lombardia.
  7. Nel 1994 l'”Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna” è stata registrata nell’elenco delle Associazioni Femminili della Regione Lombardia.
  8. Perché la ricchezza degli anni passati prodotta dalle donne non fosse dispersa ma continuasse a dar vita a nuovi percorsi nella zona, nel 2010  l’”Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna” ha contribuito a costituire, a Baggio, il Gruppo “Donne a Confronto” composto da donne impegnate a vario titolo nella nostra zona.
    L’obiettivo del gruppo è dare, nell’arco di tutto l’anno, continuità alle tematiche che ogni anno vengono messe in campo, con particolare attenzione alle ricorrenze: “Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne”  e  “8 Marzo”.

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -4

FSM-Mntreal

FSM-MntrealRiporto un sunto del leapmanifesto (il manifesto per un balzo, www.leapmanifesto.org) distribuito dai comitati canadesi che lottano contro l’estrazione di shale gas e fossili e che contiene linee di indirizzo che non solo sono condivisibili, ma forniscono indicazioni per l’unificazione dei movimenti che lottano per un cambio del paradigma energetico attuale e contro i trattati commerciali iniqui come il TTIP.

Appello per un Canada basato sulla cura della Terra e del prossimo.
“Ci stiamo allontanando drammaticamente dai nostri valori: il rispetto dei diritti degli indigeni, l’internazionalismo, i diritti umani, la diversità e la tutela ambientale.
Potremmo vivere in un Paese alimentato interamente da energia rinnovabile, collegati attraverso mezzi pubblici accessibili, dove posti di lavoro e opportunità in questa transizione siano sistematicamente progettati per eliminare razzismo e disuguaglianze di genere. La cura uno dell’altro e la cura del pianeta potrebbero essere i settori dell’economia in maggior crescita. Molte piú persone potrebbero avere lavori con meno ore di lavoro, lasciando molto piú tempo per far fiorire le nostre comunità.

I piccoli passi non ci porteranno piú dove avremmo bisogno di arrivare. Pertanto dobbiamo fare un balzo.

Il salto deve iniziare dal rispetto del titolo e dei diritti dei custodi originari di questa terra: le comunità indigene che sono state in prima linea nel proteggere fiumi, coste, foreste e terreni non coinvolti nelle attività industriali. Vogliamo fonti di energia che durino un tempo immemorabile, senza esaurirsi o avvelenare la terra. Le innovazioni tecnologiche hanno reso questo sogno realizzabile. Recenti ricerche mostrano che il Canada può ricavare il 100% dell’energia elettrica da foni rinnovabili entro due decenni.

Non ci sono piú scuse per costruire nuove infrastrutture che ci obbligano ad aumentare l’estrazione nei decenni a venire. La nuova ferrea legge di sviluppo dell’energia deve essere: se non lo vorresti nel tuo cortile, allora non dev’essere nel cortile di nessuno. Questo vale anche per gli oleodotti e i gasdotti; il fracking nel New Brunswick, in Québec e nel British Columbia; l’aumento del traffico di petroliere al largo delle nostre coste; e i progetti minerari di proprietà canadese in tutto il mondo.

È giunto il tempo della democrazia energetica: crediamo non solo nel cambiamento delle nostre fonti di energia, ma anche, ovunque sia possibile, che le comunità controllino collettivamente questi nuovi sistemi energetici.

L’energia generata in questo modo non si limiterà ad illuminare le nostre case ma redistribuirà ricchezza, rafforzerà la nostra democrazia e la nostra economia, ed inizierà a curare le ferite che risalgono alla fondazione di questo paese.

Un balzo verso un’economia non inquinante crea innumerevoli opportunità per tali “vittorie” molteplici.
Vogliamo un programma generale per costruire case energeticamente efficienti, e per l’ammodernamento delle abitazioni esistenti, che assicuri che le comunità ed i quartieri a più basso reddito ne beneficino per primi e ricevano formazione ed opportunità lavorative che riducano la povertà nel lungo termine.
Vogliamo formazione ed altre risorse per i lavoratori dei settori ad alta produzione di carbonio, che assicurino che siano perfettamente in grado di far parte dell’economia ad energia pulita. Questa transizione dovrebbe comportare la partecipazione democratica dei lavoratori stessi.

Spostarsi verso un sistema agricolo molto più localizzato ed ecologico ridurrebbe la dipendenza dai combustili fossili, intrappolerebbe carbonio nel suolo ed assorbirebbe gli shock improvvisi nell’approvvigionamento globale – oltre a produrre cibo più sano ed economico per tutti.

Chiediamo la fine di tutti i trattati commerciali che interferiscono con i nostri tentativi di ricostruire le economie locali, regolamentare le aziende e fermare i progetti estrattivi dannosi.
Riequilibrando la bilancia della giustizia, dovremmo assicurare lo stato di immigrato e la piena protezione per tutti i lavoratori.
Riconoscendo il contributo del Canada ai conflitti militari ed al cambiamento climatico – elementi chiave nella crisi globale dei rifugiati – dobbiamo accogliere i rifugiati ed i migranti che cercano sicurezza ed una vita migliore.

Chiediamo che si discuta seriamente l’introduzione di un reddito minimo universale.

Il denaro di cui abbiamo bisogno per pagare questa grande trasformazione è disponibile – dobbiamo solo attuare le giuste politiche per rilasciarlo. Come interrompere i sussidi ai combustibili fossili. Tassare le transazioni finanziarie. Tasse più alte per le corporation e per i ricchi. Una tassa progressiva sul carbonio.

Chiediamo incontri municipali in tutto il paese, dove i residenti possano riunirsi per definire democraticamente cosa significhi nelle loro comunità compiere un balzo autentico verso la prossima economia.

Inevitabilmente, questo ritorno a costruire dal basso condurrà ad un rinnovo di democrazia ad ogni livello di governo, facendo avanzare rapidamente verso un sistema in cui ogni voto conta ed il denaro delle grandi aziende è eliminato dalle campagne politiche.

È ora di essere audaci. È ora di fare un balzo.

Energia Felice ha sottoscritto il documento.
Mario Agstinelli
14/8/2016

Resistiamo alla guerra!

Restiamo-in-guerra

Restiamo-in-guerraLa guerra continua e ci minaccia sempre più da vicino. Resistiamo alla guerra! Non lasciamoci coinvolgere! Fermiamola!

Da più di cinque anni, la guerra che sta devastando tante parti del mondo infuria anche in Libia, a pochi chilometri da casa nostra. In Libia si scontrano molte milizie, gruppi criminali, paesi e interessi. La posta in gioco è il controllo di un territorio ricco di gas e di petrolio, la gestione del traffico dei migranti, della droga e delle armi. Il problema è politico ma tutti lo continuano ad affrontare con le bombe, provocando un disastro sempre più grande.
La decisione americana di intervenire direttamente con nuovi bombardamenti è il segno dell’escalation in corso.

Dicono che stanno combattendo lo stato islamico ma la guerra non ha mai risolto un solo problema senza crearne di peggiori.

Anche questa volta dicono che durerà poco ma di tutte le guerre contemporanee conosciamo solo la data d’inizio.
Dicono che non ci sono alternative ma è solo un altro modo per dire che la guerra è la sola cosa che sanno fare.

Anche nei giorni scorsi, Papa Francesco ha denunciato la terza guerra mondiale in corso: una guerra a pezzi combattuta per interessi, per i soldi, per le risorse della natura, per il dominio dei popoli.

Per fermarla ci sono molte cose da fare. La prima è non combatterla. Resistere alla pressione di chi ci vorrebbe risucchiare in quel vortice. Rifiutare ogni forma di coinvolgimento.

Partecipare alla guerra in Libia non ci metterà al sicuro ma ci esporrà a nuovi pericoli.

E’ tempo di riconoscere che il primo interesse concreto, vitale, dell’Italia è la pace (rispettando l’art. 11 della Costituzione). Solo con la pace abbiamo la possibilità di assicurare sviluppo e benessere per tutti. Per questo l’Italia deve agire concretamente, con coraggio, determinazione e insistenza, con una strategia e obiettivi definiti, cercando ogni strada per fermare le tante guerre in corso in Libia, nel Mediterraneo, nel vicino oriente e in Africa.
Ma non si può parlare di pace e fare la guerra.

Resistere alla guerra, soccorrere le vittime, proteggere la popolazione, accogliere i rifugiati, contrastare i traffici di ami, riunire tutte le istituzioni e forze sociali che vogliono la pace, aprire un dialogo costruttivo con tutti, mobilitare tutte le risorse della politica, della diplomazia e della società civile… le strade della pace sono difficili ma non impossibili. Percorriamole tutte, prima che sia troppo tardi.

Noi ci sentiamo responsabili e vogliamo fare la nostra parte. Poco o tanto che sia.

Domenica 9 ottobre marceremo assieme da Perugia ad Assisi per fermare le guerre e i violenti. Se davvero vuoi la pace, devi esserci anche tu.

Tavola della pace
Rete della pace
Flavio Lotti
Sergio Bassoli
d. Luigi Ciotti
p. Alex Zanotelli
p. Egidio Canil

Invia la tua adesione al Comitato promotore Marcia PerugiAssisi, via della viola 1 (06122) Perugia – Tel. – cell. 335.6590356 – fax – email segreteria@perlapace.itwww.perlapace.it

Perugia, 6 agosto 2016

Viaggio coi migranti sui pick up stracolmi attraverso il Sahara

Pickup-Sahara

Pickup-SaharaAd Agadez, in Niger, l’incontro con i trafficanti per raggiungere la Libia: la traversata costa 200 euro. Dopo ore di attesa la partenza per il deserto.

Vedi! Siamo arrivati Migrante, finalmente: tu e io, insieme, ad Agadez, la città di tutti i traffici, il crocevia di ogni cosa, l’inizio della speranza, forse; il tuo golgota di sabbia, certamente. Sì. Siamo arrivati in tempo per il lunedì, il giorno del Grande Convoglio. È stato davvero un lungo viaggio, due giorni in bus per salire da Niamey. Tanto, troppo. Forse hai ragione, questa è la saggezza che cerchi, invano, di infonderci: la sofferenza ci fa vivere il tempo minuziosamente, un attimo dopo l’altro. So che per te esiste. Per gli altri, per quelli che non soffrono, scivola via e forse non vivono nel tempo, non ci sono mai vissuti. Siamo saliti insieme sul piccolo bus sgangherato, io e i tuoi giovani compagni. Silenziosi, esitanti, sì anche sospettosi l’uno degli altri.

Sette posti di controllo  
Sette posti di controllo c’erano su mille chilometri di strada: ricordi? I gendarmi sono venuti, gli occhi avidi, hanno guardato il mio passaporto italiano e me lo hanno reso con un gran sorriso: buon viaggio, turista. Ma per te, per voi, ah no, è stato diverso.
Tutti fuori! controllo, controllo. È anche per questo che abbiamo impiegato due giorni, non solo per la strada che è uno strazio di buche: per chiudere un occhio sul fatto che siete migranti, volevano diecimila franchi Cfa, tredici euro, ad ogni posto di controllo. A te che hai detto che eri povero: vabbè, siamo fratelli, dammene cinquemila. Quante volte hai fatto quel gesto, hai visto quel ghigno, hai raschiato in fondo alle tasche partendo dal tuo paese laggiù, in fondo all’Africa?
Suvvia basta! Adesso ci siamo: hai visto come è cambiato il paesaggio? Fino a Tahua c’erano luoghi dove gli animali, cavalli, cammelli, asini, mucche sono più numerosi degli uomini, dove questi non l’hanno ancora spuntata e si vedono bei campi di miglio e di sorgo verdi come la vita che cresce e pulsa e i giovani contadini affondano con lena la corta zappa nella terra. Li invidiavi vero? Tu che vieni da un paese assetato dove è inutile gettare la semente. Sai che quei ragazzi si affannano perché se il raccolto sarà buono potranno sposarsi. Forse anche tu quanto tornerai.

Questo invece è il deserto. Affondi i piedi in questa sabbia che non è pura ma venata di argilla secca e friabile, ultimo indizio del livello raggiunto dall’acqua in epoche lontane, senti un crocchiare come di una crosta di farina che si spezza. Guarda la polvere che si alza in nuvole fitte, ancora più impenetrabile per il riflesso del sole.

Il contatto col passeur  
Siamo qui nella ressa della stazione dei bus, ora, aspettiamo. Tu il mediatore, è il numero di telefonino che ti è stato dato a Niamey, sai che verrà e ti metterà in contatto con il tuo passeur. Tutto funziona a puntino, tutti lavorano per te. Io sono più avanti, so già chi sarà il passeur che mi porterà nel deserto verso la frontiera libica a Sebah, privilegi di chi ha già pagato i 200 euro.
Senti, non guardarmi in quel modo, io al passeur la domanda l’ho fatta: ma non senti rimorsi a accumular denaro sulla pelle di altri esseri umani, a diventar ricco sulla sofferenza? Sai che mi ha risposto con una sicurezza soffice e spaziosa da starci dentro supino ad occhi aperti? Guarda che è un uomo gentile, negli occhi ha una furbizia senza ironia e una parlata a strascico pieghevole e lunga, prima portava i turisti nel deserto in Libia, è rimasto senza lavoro, alla fame, e ha iniziato a trasportare voi: «All’inizio – ha detto – anche io avevo problemi morali, poi ho pensato che tanto questi ragazzi il viaggio lo vogliono fare, in un certo modo li aiuto, cerco di ridurre i rischi e la sofferenza.
Due anni fa era diverso, c’erano i libici a trasportare, lasciavano la gente nel deserto con un inganno per farli crepare e guadagnar doppio. Ci siamo parlati, abbiamo deciso che non poteva andare avanti così e ora prima di partire i miei clienti li sfamo, fanno una doccia, do loro un telefonino perché chiamino casa. I miei mezzi hanno tutti il gps. Se c’è un guaio nel deserto vado ad aiutarli, nessuno più si perde e muore. E poi se non ci fossero loro, se non ci offrono altro, qui ad Agadez di cosa viviamo, come sfamiamo i figli?».

Da colpevole a vittima  
Cosa rispondiamo al mio passeur, Migrante? Dimmi, per favore, come posso farlo sentire colpevole. In questa disperazione che lui stesso giudica irrimediabile quanto più è liscia e senza appigli da debitore diventa creditore, da colpevole anche lui vittima.

Non avrai il tempo di vedere la città, tu, neppure il famoso minareto di sabbia che spunta come la torre Eiffel sopra tutto. Sai, è meglio che tu resti nascosto, Migrante, nella stanza che ti ha assegnato il passeur, non puoi andare in giro lestamente come me sui kabou kabou, le moto taxi. Non è un buon momento questo, il ministro dell’Interno è appena venuto ad Agadez, nel Nord dei tuareg sempre infidi, sempre ribelli, ha gridato, strepitato: dobbiamo metter fine a questo scandalo della migrazione!

Le finte retate  
Allora la polizia ha fatto retate, arrestato qualche passeur, sequestrato un po’ di pick up che stanno immobili, prede in lunga fila nel cortile del commissariato. Ma lo capisci anche tu, è solo un po’ di scena, il mio passeur mi ha raccontato che sono stati proprio i poliziotti ad avvertirlo, li paga bene: vattene, tira aria brutta, parti con i tuoi mezzi per qualche giorno, non farti vedere. E infatti anche oggi il Convoglio si farà. Un centinaio di mezzi, anche più, migliaia di partenti, la vena che pulsa e non si esaurisce mai. Gli arrestati tra due mesi escono.

Migrante, ma lo sai che tu qui sei il re, un re povero, caricato come un montone su un pick up, ma senza di te non ci sarebbe nulla in questa città: niente auto di lusso, niente pick up, bar, niente prostitute e alcol e droga e negozi ripieni, niente convoglio del lunedì, nessuna tangente per la polizia. Perfino i poliziotti tu rendi ricchi. Pensa. Sei tu che fai vivere tutto questo con i tuoi poveri denari di disperato, alimenti una economia intera.

Quattro anni fa ero qui, la città intontita dalla guerra, dalla rivolta dei tuareg, era una città morta. Le strade vuote, i negozi sbarrati, l’aeroporto con la pista piena di immondizie. Nell’albergo, l’albergo della pace, pensa, ero l’unico cliente, mi guardavano come un totem, l’augurio che stavano tornando i bei tempi dei turisti. Poi siete arrivati voi, i migranti e tutto il mondo si è rimesso in moto.

L’economia che riparte  
Guarda adesso queste strade ingombre di una folla stravolta, estenuata, venuta da ogni dove, avanzi di un Continente. Perfino l’aeroporto hai fatto riaprire, dagli americani, che ci tengono una base militare e la gente si chiede che cosa stanno a fare. E ci sono i cercatori d’oro che partono per le arcigne montagne dell’hair, il posto più pericoloso del mondo. Lo so lo so, tu non ami l’Africa dove sei nato e quella che devi attraversare, la vuoi dimenticare e la sola funzione della memoria è invece di aiutarci a rimpiangere. Per te, per voi il mondo è di là in su che comincia, questa è ormai solo un’appendice necessaria, dolorosa da attraversare a lunghi passi, quasi in fuga, senza girare gli occhi. La carta del pianeta la scoprirai al di là del mare, i segni del futuro ti aspetti di decifrarli laggiù, se ci arriverai, da quelle vie di città di cui sai solo pronunciare il nome come una magia, aspetti di arrivare nella città che sarà lo spiraglio di tutte le città, non certo questa casbah grigia e marrone, porosa come un osso spolpato con segmenti colorati di immondizia, di avvizziti cespi di erba. Non è vero che perduta la tua terra non vali più niente.

Alcol e prostitute  
Prima o poi anche tu Migrante dovevi arrivare al bar «Dounia», l’ufficio dei passeur. Oppure ti hanno indicato quello delle «arénes» proprio all’ingresso del palazzetto dove si svolgono le gare di lotta tradizionale? Non importa: sono eguali, infilate due porte, un corridoietto, una cucina sudicia dove miagola disperata una gatta e sbocchi in un mare aperto, resti stordito, macchie sospette sui muri azzurrini, luce, calore, su nel naso pizzica un odore micidiale: urina, sudore, alcool cattivo. Gente, molta gente sopra e sotto le panche, sbraitano, cantano, bevono. E vomitano. Dovresti esser lì quando entrano in processione solenne alcune prostitute enormi, elefantiache, si muovono, per la mole, ondeggiando come navi, hanno boubou che sembrano tessuti d’oro, e braccia cariche di monili. Insultano, lanciano inviti volgari, fanno sussultare il sedere queste signore carnali, nessuno replica, le circonda una sorta di preoccupata venerazione. Sono le prostitute dei passeur toubou, la popolazione di confine tra Niger e Libia, i più ricchi e feroci, sono loro che le vogliono così, grosse.

Guarda! Entra un trasportatore di uomini, il turbante bianco, muove a scatto i fissi occhi tondi e la barbetta appuntita, resta sempre, anche quando ride o beve una birra dopo l’altra, a orecchio teso come un rapace da preda. Tutto quello che guadagnano e sono cifre enormi, i toubou lo spendono in prostitute e alcool, vivono in questi due tre bar della città. Sì, siamo tutti davvero in fondo a un inferno dove ogni attimo è un miracolo.

Schiere di bambini  
Adesso io e te dobbiamo parlare dei bambini, dei bambini che a torme in strada vestiti di stracci tendono mani sudice a scodelle, i piccoli migranti affittati. Non possiamo far finta di niente. Per descriverli sogno una lingua in cui parole come pugni fracassino le mascelle, un pensiero, uno solo! Perdio che mandi per l’indignazione in frantumi l’universo. Agadez è la città dei piccoli migranti affittati. Le famiglie li cedono a false madri che li portano, sette otto per volta, nei Paesi del Golfo, in Arabia Saudita, in Algeria a mendicare. Vengono dalla regione di Kanthe dove i confini sono così labili che non ti accorgi di passare dalla Nigeria al Niger.

Un giorno bisognerà scendere in quel cuore di tenebra, ficcare gli occhi e guardare. L’affitto vale tremila franchi cfa al giorno, meno di cinque euro, loro guadagnano mendicando per la loro finta, sozza madre anche due tre volte di più. Ad Agadez attendendo di partire ti seguono, hai visto?, ovunque con un pigolio di zanzare, si allenano a mendicare, portano già denaro per pagare il passeur. Sono entrato nel cortile dove vivono nascosti con le false madri: un’aria sporca, purulenta, dolciastra, putrefatta e infantile che vi cuoce sgorga da cumuli di stracci e immondizie, cibo putrefatto, razzie nelle discariche.

Il commissariato  
Ma non è quello che ti soffoca: è il pianto collettivo contemporaneo di decine di bambini, il pigolante urlo del dolore assoluto. Davanti, proprio davanti, all’altro lato della strada, non puoi crederci!, c’è la sede della Croce rossa, accanto il commissariato centrale di Agadez. Un poliziotto grasso, in divisa, dorme sdraiato in fantastico equilibrio sul sellino di una moto proprio vicino all’ingresso del cortile infame.

Ho parlato con una delle false madri, ti racconto: mi ha spiegato che quando arriverà in Arabia Saudita legherà le braccia dei bimbi nascondendole sotto la tunica così sembreranno dei mutilati e poi spargerà dello zucchero sul volto: attira le mosche a legioni, la gente si intenerisce subito. È meglio affittare portatori di handicap, autistici, storpi incassano di più. In che mondo viviamo, tu e io? in questo preciso istante migliaia di bambini così sono in viaggio attraverso il deserto, mentre io con la penna in pugno, cerco invano qualche parola che commenti la loro agonia.

Nel deserto  
È mattino, lunedì: è l’ora del convoglio, per te e per me l’ora del deserto. Ricordando mi accorgo che è uno di quei vortici da cui si srotola la spirale del tempo. Eccoci qui, insieme, ad annaspare nel buio come se il mattino non volesse più cominciare, come se non riuscissimo a spiccicare gli occhi dal sonno in questo immenso cortile del quartiere dei depositi dove ci hanno nascosti in attesa che arrivino i pick up e partire per la barriera. Poi ci gridano di montare e nel formicolare di ombre tocco qualcosa di solido, infine, il fondo del cassone.

Vieni, Sali! Ecco che adesso il buio comincia a diventare trasparente, a filtrare le forme e i colori. Tutto a un tratto non siamo più soli nella via, la nostra colonna di una decina di mezzi marcia sullo stradone affiancata a un’altra. Il nostro mondo sarà il deserto che dovremo attraversare, questo spazio senza confini non antropomorfo in faccia al quale e soltanto lì forse l’uomo è uomo. Lì dovremo aprirci la strada senza mai uscirne fino al mare, quella strada segreta che solo noi conosceremo e che passa attraverso tutti i deserti, che unisce ogni deserto in un solo deserto, ogni luogo del mondo in un luogo al di là di tutti i luoghi del mondo.

So che hai paura, so che avete paura. Si stenta a credere fino a che punto la paura aderisca alla carne, le rimane incollata, ne è inseparabile e quasi indistinta. Andiamo verso la barriera del controllo, ti accompagnerò fino al primo dei due pozzi lungo i mille chilometri che portano alla Libia, quello che si chiama Itchè Tenerè, l’albero del Tenerè. E poi ci sarà ancora per voi Dirkou, con le sue miniere di sale.

L’ultima cosa che la città ci lascia è il cadavere candido di una pecora abbandonato lungo la pista. Cadendo da un pick up il collo si è ritorto e spezzato in modo strano e ora ci guarda da sotto in su, riversa, con gli occhi infinitamente tristi della morte, mentre il calore del sole già la gonfia.

I banditi tuareg  
Lo so che hai paura, sono mille chilometri, e i banditi tuareg che ci attendono appena fuori la città. Non abbiamo nessuna ricchezza, ma a loro talvolta basta anche un vestito più colorato degli altri. La paura non puoi farci niente sarà il nutrimento della tua vita. Sei gonfio, ricolmo, obeso di paura. Ci hanno messo in trenta su un pick up, hanno alzato delle assi per renderlo più sicuro.

Senti cosa dice il passeur, è importante: se qualcuno cade non pensiate che ci fermiamo, sono affari vostri, nel deserto gli autisti hanno l’ordine di spingere a tutta velocità e non fermarsi mai. Non dimenticatelo. Guarda, guarda migrante come funziona bene il sistema del passaggio: l’autista del nostro mezzo sporge un biglietto al capo della postazione dei gendarmi, è il lasciapassare dove è scritto che il nostro passeur ha pagato 150 euro a veicolo. Dei gesti delle dita per segnalare quanti veicoli sono «autorizzati». Nemmeno si rallenta, ora si può andare.

Ci scrutiamo nella luce crudele come sorpresi di trovarci in tanti. E nel nostro guardarci resta sospeso l’interrogativo del giorno che inizia. E se la vostra forza fosse questa forza d’animo, ovvero il coraggio di non figurarsi in modo diverso il vostro destino?

Domenico Quirico
Inviato ad Agadez (Niger)
La Stampa 7/08/2016