Category Archives: Senza categoria

Palestina 1917-2017: cent’anni di menzogne e soprusi

Palestina-Balfour

Palestina-BalfourIl 2 novembre di quest’anno si compiono cent’anni esatti dalla “Dichiarazione Balfour”, che, come tutti dovrebbero sapere, consisté nella promessa formale – indirizzata dal Ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour ad un importante referente della “comunità ebraica” inglese e del nascente Movimento sionista, “Lord” Lionel Walter Rothschild – concernente l’impegno inglese nella costituzione di un “Focolare Nazionale Ebraico” (Jewish National Home) in Palestina.Per comprendere la portata di un simile impegno da parte della principale superpotenza dell’epoca a favore di un influente settore dell’Ebraismo le cui aspirazioni comprendevano l’edificazione di uno “Stato Ebraico” sulla cosiddetta “Terra Promessa” (da Yahwè agli Ebrei) bisogna collocare questo documento nel contesto che indubbiamente ne favorì la genesi.

Sul finire del 1917 l’Impero Ottomano, schierato nel campo della Triplice Alleanza col Reich tedesco e l’Impero d’Austria-Ungheria, non aveva ancora perso i territori palestinesi, per cui è opportuno sottolineare che l’Inghilterra “promise” ciò che ancora non possedeva, in quanto le sue truppe entreranno a Gerusalemme solo il 9 dicembre dello stesso anno. Ma tanto per mettere le mani avanti, nella solenne dichiarazione a garanzia delle aspirazioni sioniste si puntualizzava che le “comunità non ebraiche” colà residenti non avrebbero avuto leso alcun loro diritto.

Nella Dichiarazione Balfour troviamo dunque già due elementi caratteristici dell’ipocrisia moderna: vendere quello che non si possiede (come nel mercato finanziario dei “futures”) ed ammantare intenzioni non proprio benevole di altisonanti idealità candidate all’immediato sacrificio in nome della politica del “fatto compiuto”.

A parte la strana coincidenza del 2 novembre (Commemorazione dei defunti per il calendario cristiano cattolico), vi è da dire che in quei giorni di novembre di cent’anni fa si susseguirono e s’intrecciarono eventi di portata epocale, tra i quali la Rivoluzione cosiddetta “d’Ottobre” in Russia (la conquista di Pietrogrado e Mosca da parte dei bolscevichi avverrà tra il 7 e l’8 novembre). Una rivoluzione, quella dei bolscevichi, aiutata in ogni modo dalle grandi banche d’affari di proprietà ebraica stabilite in America e che vide tra i suoi agenti in loco il fior fiore del revanscismo anti-zarista caratterizzato da una preponderante presenza ebraica nel primo Soviet supremo. Dunque, nel giro di pochissimi giorni, l’Ebraismo aveva piazzato due carichi sul tavolo della partita per il dominio mondiale: da un lato l’impegno della principale superpotenza di assegnargli l’agognata “Terra Promessa”, dall’altro lo stabilimento in Russia di un centro di propalazione della “rivoluzione mondiale”. Il tutto con la benedizione ed i quattrini dei correligionari dell’alta finanza che con la Prima guerra mondiale erano riusciti a ridurre l’Inghilterra in una condizione d’indebitamento fino al collo, per cui ne andava ad ogni costo impedita la débacle…

Ora, se tutto questo, col clima insopportabile di caccia alle streghe dei nostri giorni, può sembrare una disamina “complottista”, vi è da dire che se si osservano quei fatti e la loro concatenazione scevri da ricatti moralistici ed autocensure si evince come la Prima guerra mondiale, tra i suoi esiti, rappresentò una vittoria su tutta la linea per l’Ebraismo, o meglio per un suo settore che a poco a poco finì per identificarsi col Sionismo e soppiantare, quanto meno nei rapporti di forza interni all’Ebraismo stesso, tutte quelle correnti e personalità indifferenti o addirittura ostili al Sionismo per vari motivi, che vanno dalla “profanazione del nome di Israele” al rifiuto di ridurre una religione ad una forma di nazionalismo esasperato.

La questione non è affatto di dettaglio, poiché è bene sapere che all’inizio (quanto meno simbolico) di tutta questa storia gli ebrei disseminati ovunque per il mondo (che naturalmente non potevano discendere dagli “ebrei della Diaspora” in quanto sono attestate ovunque conversioni di popoli interi all’Ebraismo) non erano affatto conquistati in maggioranza alla causa del “Focolare Ebraico” in Palestina (termine, quest’ultimo, che con gli anni avrebbero cercato di cancellare persino dalla memoria collettiva).

In tutti questi cent’anni, l’impegno dei fautori del progetto sionista, a cominciare proprio dai Rothschild, è stato quello di “convincere”, con le buone o le cattive, gli ebrei di tutto il mondo a stare dalla parte del loro progetto, sostenendolo idealmente e materialmente, per esempio rimpolpando i ranghi dell’emigrazione ebraica in Palestina col pretesto del “ritorno”. Con le buone o le cattive: si dà il caso, infatti, che le autorità del Terzo Reich attribuirono ad ebrei o mezzi ebrei la gestione della “questione ebraica”, a riprova che la carta sionista è stata giocata da tutti quanti, allo scopo di costituire – al di là delle attese “messianiche” dei più convinti sionisti – una base sicura per la propria influenza in un’area di vitale importanza dal punto di vista strategico, commerciale ed energetico.

Pertanto, se la Germania – prima e durante il Terzo Reich – non ha mai disdegnato l’appoggio del Sionismo per fondare una testa di ponte nell’area del Levante arabo, la Francia fece ancora di più, proponendo già alcuni mesi prima della Dichiarazione Balfour una sua analoga “dichiarazione” a favore delle aspirazioni sioniste, tant’è che quella britannica sembra ricalcata sul modello francese (com’è documentato nel libro di Philippe Prévost La France et l’origine de la tragédie Palestinienne. 1914-1922, Centre d’Études Contemporaines, Paris 2003).

Come sono andate le cose è storia risaputa: l’Inghilterra, senza tanti complimenti (ed alla faccia della “Cordiale Intesa” del 1904), ridimensionò le pretese francesi nella regione ed istituì un “Mandato speciale” per la Palestina dove, un poco per volta, il Sionismo impiantò la sua base operativa che perdura ancora oggi. Ciò a prescindere dagli atteggiamenti tattici dell’Inghilterra stessa, contro le cui rappresentanze civili e militari, al momento di realizzare lo “Stato d’Israele” – riconosciuto per primi, nel 1948, da Stati Uniti e Urss… -, si sarebbe scagliata la furia del terrorismo sionista, dentro e fuori la Palestina.

Ma nel 1917, con l’America che era entrata in guerra per un solo ed unico motivo – tutelare l’enorme massa di crediti che vantava nei confronti dell’Inghilterra – i giochi non sembravano ancora fatti. Ed ecco che per favorirli intervenne per l’appunto la Dichiarazione Balfour, che in fin dei conti non fu altro che il riconoscimento britannico per l’impagabile favore fatto dalla rete dei banchieri legati ai Rothschild ed influentissimi a New York con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti (ufficialmente, il 2 aprile 2017), per lungo tempo riluttanti a gettarsi nel teatro bellico europeo (il pretesto per entrare in guerra, ovvero l’affondamento del piroscafo Lusitania da parte di un sommergibile tedesco, era del 7 maggio 1915!). Un intervento, quello americano, praticamente senza senso se tentiamo di spiegarcelo solo con categorie come “l’imperialismo” e “l’espansionismo” a danno di altri Stati a Nazioni, oppure con la diffusione del Capitalismo e del Fordismo.

Nel frattempo, la stampa “autorevole” europea, e soprattutto i bollettini interni alle “comunità ebraiche”, denunciavano, riprendendo motivi già comparsi in altri precedenti contesti (anche vecchi di decenni), il “massacro di sei milioni di ebrei” in corso sul suolo europeo a causa delle violenze perpetrate dai tedeschi. Un particolare, questo, facilmente verificabile ma mai spiegato da coloro che, non appena qualcuno chiede conto di simili “coincidenze”, lanciano come un dardo mortale all’indirizzo del “blasfemo” studioso l’accusa di “complottismo” e, ovviamente, di “antisemitismo”.

Il contesto nel quale si colloca la Dichiarazione Balfour è dunque quanto mai interessante e ci induce a pensare che se per un verso i Rothschild ed i loro affiliati perseguono finalità (ricostruzione del Terzo Tempio, Gerusalemme capitale mondiale eccetera) che vanno oltre ciò che ingenuamente denunciano gli “antimperialisti” ed i vari “amici della Palestina”, per un altro è valida l’analisi, suffragata da dati storici, per la quale il “Focolare Ebraico” svolge la funzione di destabilizzare l’area vicino-orientale ma anche quella mediterranea onde evitare l’emersione di potenze contrarie al “dominio del dollaro” (trionfo della moneta-merce prestata ad interesse) che potrebbe sfociare in quell’integrazione eurasiatica a guida russa (di una Russia libera dal cappio al collo postole dagli usurocrati) in grado di serbare sgradite sorprese ai fautori di un “Nuovo Ordine Mondiale”. Sorprese tra le quali si annovera un’alleanza tra la Chiesa Ortodossa e l’Islam tradizionale non infettato dalle ideologie provenienti da un altro baluardo dell’influenza sionista nel mondo, l’Arabia Saudita.

In quest’epoca di riassestamento dei poteri mondiali, anche la Russia ha aumentato la sua influenza nello Stato Ebraico, a conferma che “Israele”, nazione ideocratica artificiale, sotto un certo aspetto funziona come una “società a quote” che ricorda la funzione degli Stati crociati di mille anni fa, con la non secondaria differenza che i ‘crociati’ di oggi sono armati fino ai denti – anche di testate nucleari – e capaci di coinvolgere a loro difesa la principale superpotenza militare, gli Stati Uniti d’America.

In tutto questo, resta da dire qualcosa su quelli che hanno subito le peggiori conseguenze dirette dalla Dichiarazione Balfour, ovvero gli abitanti della Palestina. Cominciamo col dire che forse, anche perché sono rimasti direttamente e pesantemente coinvolti, non sono riusciti a comprendere appieno la dimensione del problema che gli ha rovinato l’esistenza. Essi ovviamente hanno venduta cara la pelle (noi italiani ci saremmo estinti da un pezzo), opponendosi, coi limitati mezzi a disposizione, i tradimenti “arabi” ed un’incredibile faziosità interna, all’esproprio dei loro averi e persino della loro identità. I palestinesi (musulmani, cristiani, drusi eccetera, e persino ebrei!) hanno fatto la fine dei cosiddetti “pellerossa”. Umiliati, raggirati e diffamati anche quando avevano ragione al 100% di fronte a “coloni” che, per continuare la calzante analogia col Far West, somigliano per molti versi ai cowboy, sia come modalità d’intervento in terre non loro sia per l’ideologia “puritana” e “suprematista” che li anima.

I palestinesi hanno perso tutto (a parte le loro dirigenze ben pasciute dall’occupante), eppure, in questo mondo orwelliano di parole usate per esprimere il loro esatto contrario, dovrebbero perennemente “scusarsi” per non aver “accolto” i “poveri ebrei”, tant’è vero che la tesi dominante nella scuola e nell’intrattenimento mediatico è quella del “rifiuto arabo” che fa pendant con lo slogan della “terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Trascorsi cent’anni dalla Dichiarazione Balfour, al di là di tutto, possiamo senza dubbio affermare una cosa: che il popolo senza terra è quello palestinese!

( Fonte: pergiustizia.com )

Un’esperienza “FORTE”

Manara

ManaraIl Centro di Accoglienza della ex scuola Luciano Manara chiude.

La Direttrice del centro, nel saluto agli operatori e ai volontari ha detto: “è stata una esperienza forte“.

Ed è sicuramente vero!

“Forte” per le difficoltà che certamente si sono manifestate nell’organizzazione e nella conduzione, risultate alquanto complesse, sia per i compiti da assolvere da parte di chi aveva contratto la convenzione con il Comune (Fratelli di San Francesco) verso i richiedenti asilo, sia per la struttura (ex scuola elementare) nella quale erano inseriti. Complessità e limiti che si erano già evidenziate fin dalla prima accoglienza con i rifugiati provenienti dalla Siria.

“Forte”  perché l’accoglienza di persone che fuggono dalla guerra e dalla miseria, di cui siamo in buona parte responsabili, non meritano carità e tanto meno supponenza.

“Forte” per le persone richiedenti asilo che hanno subito una condizione di ghettizzazione se non di segregazione, dentro una realtà sociale e politica priva di accoglienza.

“Forte” per la cittadinanza che, pur consapevole, ha subito non tanto la presenza, quanto la inattività di giovani costretti a girovagare passivi, privati di interesse altro se non la sopravvivenza.

E comunque “Forte” nelle motivazioni e nell’impegno solidale da parte delle persone che hanno voluto esprimersi nel rapporto con i migranti.

“Forte” nell’esperienza della pratica del “dono” così fuori luogo e fuori misura dentro la società consumistica, dell’arroganza e dell’interesse privato.

“Forte” per i compagni e le compagne di Soy Mendel che, in particolare negli ultimi mesi, si sono attivati per una accoglienza coinvolgente e responsabilizzante. Nel saluto ieri, 26 marzo, alla festa di commiato c’era molta commozione negli abbracci e nell’assegnazione di una coppa premio per il torneo di calcio.

“Forte” per le insegnanti di Dimensioni Diverse e non solo, che hanno operato, con non poche difficoltà, nell’insegnamento della lingua italiana.

“Forte”, anzi “Fortissima” per i politici e la politica se fossero capaci e/o avessero la volontà di produrre una valutazione di merito di un’esperienza che, come molte altre, risultano fallimentari per la logica securitaria, segregantee discriminante, priva di progettualità accogliente se non meramente assistenziale.

Vedi le foto: http://www.dimensionidiverse.it/profughi-alla-manara-26-marzo/

«Non una di meno» : una storia, un racconto, una promessa

Lotto-Marzo

Lotto-MarzoL’universo femminile ha travolto il mondo contro ogni violenza per il diritto alla vita.

Il femminile ha proclamato lo “sciopero globale” che si è esteso in 48 paesi.

“Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come ‘fenomeno culturale’, dal sessismo al razzismo, all’omofobia…”. (Lea Melandri)

Manteniamo la forza delle convergenze, estendiamo il conflitto mondiale contro le politiche diffamanti e miserabili.

Vedi alcune foto

Lotto Marzo in Italia

Lotto Marzo nel Mondo

Considerazioni su Cuba fuori dagli schemi: la “rivoluzione scientifica”

Cuba-di-Fidel

Cuba-di-FidelI riflettori di molta stampa e di media progressisti rimangono puntati su Cuba, dopo le visite storiche di Papa Francesco e di Barack Obama, nonché l’incontro sul territorio cubano del non meno storico abbraccio tra i capi delle chiese cattolica e russa. Tutto, o quasi, è stato detto sulla Rivoluzione e il regime cubani, e sulle incognite che, nel bene e nel male, gravano sul futuro dell’isola caraibica.

Al di là di tutti i commenti ci sentiamo però di dire qualcosa fuori dagli schemi, su un aspetto crediamo poco noto della Rivoluzione cubana e che secondo noi caratterizza in modo assolutamente originale quello che questo paese è riuscito a fare. Ci riferiamo alle eccezionali conquiste di Cuba in campo scientifico e medico, ed in particolare nel campo della biotecnologia, che hanno portato questa piccola isola, povera di risorse naturali e bloccata da un embargo di più di mezzo secolo, a livelli di assoluto valore mondiale.

Dobbiamo premettere che quando parliamo di Cuba – della quale ci occupiamo da vari anni – non possiamo nascondere la nostra ammirazione, che prescinde da qualsiasi valutazione sul suo regime economico e sociale. Occorre non dimenticare che parliamo di una piccola isola che copre circa l’1 % delle terre emerse, ed ospita l’1,5 per mille della popolazione mondiale. Eppure questo lembo di terra ha giocato da quasi 60 anni un ruolo nelle vicende mondiali ben superiore alle sue dimensioni. Da quando la rivoluzione dei “barbudos”, fino allora sconosciuti, ha rovesciato nel 1959 un regime direttamente sostenuto dagli USA, per resistere poi ad ogni tentativo di invasione (Baia dei Porci, 1961), di attentati o di rovesciamento del regime, sopravvivendo infine, contro tutte le previsioni, al crollo dell’URSS, che gettò il paese in una crisi economica spaventosa. Anzi, dagli anni ’90 Cuba è divenuta un punto di riferimento per tutti i governi progressisti che si sono succeduti in America Latina, e che proprio ora vacillano sotto i colpi della feroce reazione.

Ma veniamo al punto. La giovanissima dirigenza rivoluzionaria aveva ben chiaro dall’inizio che per riscattare il paese definitivamente dalla condizione di subalternità era necessario sviluppare, partendo da condizioni tutt’altro che favorevoli, un sistema scientifico avanzato, al livello dei paesi più sviluppati: un’impresa che, va sottolineato, non è riuscita (o non è riuscita compiutamente) a paesi in via di sviluppo ben più grandi e ricchi. Anche chi è riuscito a sviluppare tecnologie avanzate, come la Corea del Sud, lo ha fatto “su licenza” del blocco geopolitico a cui apparteneva, rimanendovi praticamente dipendente; come anche i paesi del Blocco Socialista, che infatti sono crollati insieme all’URSS: a differenza di Cuba, che si era conquistata un’autonomia in questi campi vitali.

È rimasta famosa l’affermazione, in apparenza spavalda, di Fidel Castro nel 1961: “Il futuro di Cuba non può essere che di uomini di scienza”, che incredibilmente si è trasformata in realtà! Riuscendo a mobilitare con la Rivoluzione tutte le forze intellettuali del paese, moltiplicandone le potenzialità. E la sfida, e i metodi sleali, degli USA si sono trasformati in poderose sinergie, anziché indebolire la Rivoluzione. Come afferma un autorevole studio di origine non sospetta: “Dopo la rivoluzione del 1959 Cuba si diede come priorità di trovare nuovi metodi per provvedere ad una popolazione povera; parte della soluzione fu la formazione di medici e ricercatori” (D. Starr, direttore del Centro di Giornalismo Scientifico e Medico dell’Università di Boston, http://www.wired.com/2004/12/cuba/).

Per questa vera “rivoluzione scientifico -tecnica” i cubani hanno fatto ricorso in modo quasi spregiudicato a tutti i tipi di apporti. Ai sovietici nei campi della fisica e dell’elettronica, in cui l’URSS era all’avanguardia, ma aprendosi anche al contributo attivo di scienziati e istituzioni “occidentali”: con entrambi questi supporti Cuba raggiunse nel giro di 15 anni un livello paragonabile a quello dei paesi latinoamericani molto più grandi e ricchi e con maggiore tradizione scientifica. Nel campo della biologia moderna, dove la Russia per ragioni ideologiche era rimasta tagliata fuori dalla genetica e dalla biologia molecolare (da quando negli anni ’30 l’agronomo Trofim Lysenko, negando i principi fondamentali della genetica, aveva sostenuto la tesi della trasformazione delle specie provocata da cambiamenti ambientali) i cubani, pur facendo parte del Blocco dei paesi socialisti, ricorsero direttamente al supporto di scienziati occidentali. In particolare fu la giovane generazione di biologi italiani che nei primi anni ’70, con corsi appositi, formò l’attuale generazione di biologi e genetisti cubani.

Questa applicazione eclettica delle conoscenze scientifiche avanzate si è associata a Cuba con la subordinazione di tutte le scelte alle necessità della Rivoluzione e ai bisogni della popolazione. In base alle quali il governo rivoluzionario ha sviluppato un sistema sanitario efficiente ed esteso a tutta la popolazione, sradicando fin dai primi anni le infermità che affliggono i paesi poveri, e portando il profilo sanitario dei cubani al livello dei paesi avanzati.

Secondo questo criterio i medici e biologi cubani si impegnarono, con sorprendente lungimiranza (e con un’intuizione dello stesso Fidel), nello sviluppo delle biotecnologie avanzate fin dai primi anni ’80, proprio quando queste erano ai primordi del loro sviluppo in tutto il mondo. Per i primi sviluppi i medici cubani si appoggiarono a specialisti stranieri, i quali rimasero sorpresi della loro capacità di assimilare rapidamente tecniche nuove e di applicarle in modo autonomo, efficace ed originale. Nel 1986 i cubani costruirono un grande Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología (CIGB), equipaggiato con la strumentazione più moderna disponibile (affrontando costi più alti a causa dell’embargo degli Stati Uniti, anche se il Centro costò complessivamente un decimo di quanto sarebbe costato negli USA), che adottò un ciclo integrato che andava dalla ricerca, alla sperimentazione clinica, alla produzione e alla commercializzazione. Il CIGB divenne uno dei tanti centri del grande Polo Scientifico dell’Avana Occidentale, che raggruppa i 53 migliori centri scientifici, sanitari, formativi ed economici del paese. Nel 1989 vi erano a Cuba complessivamente 41.784 ricercatori (uno ogni 251,3 abitanti), dei quali 120 avevano un dottorato di ricerca e 2.192 erano candidati per conseguirlo.

È notevole l’attenzione della biotecnologia e della medicina cubane verso le malattie tipiche del Terzo Mondo, snobbate dalla logica del profitto dell’industria farmaceutica. Nonché il supporto dei medici cubani di soccorso ai paesi colpiti da disastri ambientali, o di aiuto nello sviluppo di programmi sanitari per la popolazione.

Quando il crollo dell’URSS nel 1989 mise in ginocchio l’economia cubana – e gli Stati Uniti inasprirono l’embargo (leggi Torricelli e Helms-Burton) cercando di far cadere da sola la “mela marcia”, col solo risultato di affamare ulteriormente i cubani – il governo adottò nuovamente la strategia utilizzata all’inizio della Rivoluzione di puntare sull’eccellenza in campo scientifico: molti settori furono duramente penalizzati dai colpi della crisi, ma il sistema scientifico cubano nella sostanza resse, e Fidel investì somme considerevoli per sostenere e sviluppare ulteriormente la biotecnologia. Come scrive il già citato Starr: “Di fronte alla calamità economica, Castro fece una cosa eccezionale: investì centinaia di milioni di dollari nei medicinali”. Questa scelta coraggiosa fu ancora una volta lungimirante: dagli anni ’90 i servizi collegati alla salute e i farmaci biotecnologici costituiscono una delle più importanti fonti di ingresso di valuta pregiata per Cuba.

Indubbiamente oggi Cuba si trova di fronte sfide nuove, il cui esito è assolutamente imprevedibile: l’industria biotecnologica cubana deve assolutamente aprirsi al mercato globale reperire capitali e investitori senza tradire la propria impostazione, mentre incombono simultaneamente il cambio generazionale della dirigenza, l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, l’ulteriore liberalizzazione del mercato globale con l’approvazione del Trattato trans-pacifico di libero scambio (TPP), e l’offensiva neoliberale in America Latina fomentata dagli USA mentre aprono a Cuba. Nulla sarà più come prima. Le basi poste dalla Rivoluzione cubana si sono rivelate molto solide di fronte a diverse prove, ma la sfida del futuro sarà particolarmente forte: nessuno può prevedere oggi gli sviluppi futuri.

Rosella Franconi – Angelo Baracca

Considerazioni su Cuba fuori dagli schemi: la “rivoluzione scientifica”

Omaggio a Dario Fo, il giullare che ha deriso beffardo il potere

Dario-Fo

Dario-FoMa che aspettate a batterci le mani / a metter le bandiere sul balcone? / Sono arrivati i re dei ciarlatani / i veri guitti sopra il carrozzone. / Venite tutti in piazza fra due ore / vi riempirete gli occhi di parole / la gola di sospiri per amore / e il cuor farà tremila capriole…

Di seguito il manifesto scritto da Dario Fo nel 2006 per presentare la sua candidatura a sindaco di Milano: Io non sono un moderato!

Il candidato.

Se cercate un moderato state attenti a votare per me, perché con me si rischia!
Ma veramente volete un sindaco moderato?
Il moderato è forte con i deboli e debole con i forti.
Il moderato finge di risolvere i problemi senza affrontarli!
Il moderato chiude un occhio sulle speculazioni edilizie.
Il moderato caccia gli inquilini dalle case in centro e poi le rivende ai magnati della speculazione.
Il moderato trasforma in ghetto la periferia.
Il moderato accetta una scuola per ricchi e una per i poveri.
Il moderato lascia intristire la città, e applaude ai grattacieli.
Il moderato teme di dispiacere ai cittadini che contano
E non concede la parola a quelli che non hanno voce.
Il moderato non cambierà mai nulla.
Il moderato non risolverà il problema dell’inquinamento di Milano, non salverà i polmoni da settantenni dei bambini di 5 anni.
Il moderato non vi libererà dal traffico, dal milione di automobili spernacchianti che hanno trasformato la città in una camera a gas.
Oggi sembra che non essere moderati sia un difetto o un delitto; oppure che sia un privilegio dei giovani.
Ma ci vogliono tanti anni … per diventare veramente giovani!
Milano, se la mi musica è troppo forte, allora vuol dire che stai diventando troppo vecchia.
Nessun moderato ha mai fatto la storia, e nessun moderato ha mai preso un Nobel.

Io non sono un moderato!
Sarò un sindaco che rischia.
Perché credo che il rischio del cambiamento sia l’unica risposta corretta per chi investe il suo voto in un progetto per Milano.
Se scegliete di votare per me, rischiate molto … rischiate persino di trovarvi finalmente a vivere in una città migliore!

Coraggio Milano!

COMUNICATO N.4 – La Sagra è per tutti, PERCHÉ?

solidarieta

solidarietaLa Giunta del Municipio 7 si è assunta la responsabilità di giudicare e condannare due associazioni di Baggio, Dimensioni Diverse e Share Radio, per “commissione di reato”, pur senza produrre l’ombra di prove concrete.

La Giunta fa riferimento all’occupazione degli spazi di via Cancano e di via Don Gervasini ad opera del collettivo Soy Mendel, il quale in un comunicato pubblicato sulla sua pagina facebook si è addossato l’intera responsabilità dell’occupazione.

Le due associazioni, Dimensioni Diverse e Share Radio, hanno solo pubblicamente espresso solidarietàcon chi ha operato per aprire spazi di aggregazione sociale che erano vuoti da moltissimi anni” e questo per la Giunta del Municipio 7 e il suo Presidente Marco Bestetti,  costituisce un “Reato”.

Di fatto non c’è mai stata nessuna denuncia, verso le due Associazioni, alla magistratura. Va anche precisato, che subito dopo lo sgombero dello spazio pubblico di via Gervasini, il Comune di Milano ha finalmente emesso un bando e assegnato lo spazio all’Associazione “Il Gabbiano”.

L’esclusione dalla Sagra di Baggio delle Associazioni Dimensioni Diverse e Share radio da parte della Giunta del Municipio 7, è stata inoltre valutata “priva di idonea motivazione” dal Direttore di Settore dott. Mario Almasio, ma questo non è bastato.

Perché a distanza di oltre un anno, la Giunta del Municipio 7 si è arrogata il diritto di giudicare e condannare, oltretutto retroattivamente, le due Associazioni escludendole dalla Sagra?

Alle domande poste dai cittadini durante la riunione del Consiglio del Municipio 7 avvenuta il 5/10/2016, il Presidente della Giunta Marco Bestetti ha risposto che “non è stata una decisione amministrativa, bensì una decisione politica”.

Quindi le due Associazioni sono in realtà accusate di “Reato di Opinione”, reato non ammesso dall’art. 21 della Carta Costituzionale e dall’art.19 della “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”.

Non vogliamo aprire un dibattito sul tema delle occupazioni, su cui ognuno può avere un’opinione diversa ma ci chiediamo come possa un giudizio di natura politica giustificare un atto amministrativo di esclusione; e se questo non costituisca un precedente pericoloso per la libertà di espressione e di azione delle associazioni presenti sul territorio.

E comunque sia, Dimensioni Diverse e Share Radio, intendono continuare a essere partecipi e solidali per una umanità del diritto alla cittadinanza che include tutte e tutti e non esclude nessuno.

—–===ooOoo===—–

Art. 21 – Costituzione italiana:  “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Art. 19 – Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo:Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo”.

—–===ooOoo===—–

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei,
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare”

Bertolt Brecht

 

Solidarietà pervenute

Ass. Tam Tam, Ass. Spazio Aperto Multietnico, Volontari Emergency-Zona7, Coop. Azione Solidale, Baggio Bene Comune, Ass. Libreria Linea di Confine, Ass. Il Balzo, Ass. Duetti e 1/2, Tuttinsieme Coop.sociale, Donne a Confronto, Marchiondi Il Documentario, Milano Senza Frontiere, Rete delle Scuole Senza Permesso, Coordinamento Nord Sud del Mondo, Comitato Milanese Acquapubblica, Ass. Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere, Distretto di Economia Solidale Rurale Parco Sud Milano, Ass. Gruppo di Acquisto Salidale di Baggio, Gruppo Acquisto Solidale di Quarto Cagnino, Ass. Dynamoscopio, Lorenzo Zacchetti – Consigliere di Zona 7.

 

Lettera di Joao Pedro Stedile ai movimenti popolari italiani

Stedile-Joe-Pablo

Stedile-Joe-PabloStimati compagne e compagni dei movimenti popolari italiani, scrivo a carattere personale, a partire dalle riunioni che abbiamo fatto recentemente nel coordinamento finalizzato alla preparazione del III° Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari con il Papa Francesco, che si realizzerà tra il 2 e il 5 novembre 2016 a Roma.

Certamente sapete che Papa Francesco, da quando ha assunto il suo incarico,  si è preoccupato di entrare in relazione, ascoltare, dare voce ai movimenti popolari di tutto il mondo, indipendentemente dalle opzioni religiose, da questioni etniche e dalla natura dei vari movimenti. A partire da questa apertura, abbiamo realizzato il primo incontro nell’ottobre del 2014, a Roma, e poi, nell’agosto del 2015, a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia).

E ora stiamo preparando il III Incontro che sarà nuovamente a Roma.

Gli Obiettivi di questo III EMMP (Incontro Mondiale del Movimenti Popolari) sono: 

  1. Promuovere il protagonismo dei lavoratori di tutto il mondo che agiscono nelle lotte per terra, la casa e il lavoro.
  2. Contribuire con proposte e riflessioni ai necessari cambiamenti strutturali di cui il mondo ha bisogno, richiamandosi alle riflessioni che Papa Francesco ha condiviso nelle sue encicliche Evangelii Gaudium e Laudato si;
  3. Contribuire affinché i movimenti popolari di tutto il mondo realizzino azioni concrete a livello locale, regionale e internazionale e rafforzare il dialogo e la cooperazione tra la Chiesa (a livello nazionale, regionale e globale) e le organizzazioni popolari.
  4. Rafforzare il dialogo e la cooperazione tra i movimenti popolari e tra questi e le pastorali sociali della Chiesa.

I temi principiali del terzo incontro

In questa occasione, discuteremo e approfondiremo la nostra riflessione intorno a tre grandi temi:

Territorio e beni naturali; la natura dello Stato e la necessità di democrazie partecipative; il tema dei rifugiati e degli sfollati.

Inviteremo alcuni specialisti che ci aiutino nella riflessione e alla fine produrremo un documento di sintesi con le nostre decisioni da condividere con Papa Francesco, con il quale ci riuniremo nel pomeriggio di sabato 5 novembre.

In allegato, troverete una proposta metodologica che è ancora in costruzione, in dialogo con i rappresentanti dei movimenti e della Chiesa.

CONSULTAZIONE

Di fronte a questo progetto, mi rivolgo a voi movimenti popolari italiani, appartenenti alle più diverse esperienze, per chiedervi un’opinione.

Dal 2 al 4 novembre, ci riuniremo tra dirigenti dei movimenti popolari di tutto il mondo: circa 180 compagni e compagne, di cui due italiani.

Tuttavia, nel giorno dell’incontro con Papa Francesco, abbiamo due alternative: realizzare un dialogo più ristretto, a cui partecipino solo i 180 delegati, o organizzare, come ci è stato proposto dal Vaticano, un incontro di massa nella sala Paolo VI, che contiene 3/4.000 persone.

In questa prospettiva, coinvolgere 3/4.000 militanti dei movimenti popolari in questa sorta di udienza pubblica dipende dalle possibilità e dalla volontà politica dei movimenti popolari italiani, in quanto non sarebbe possibile, a causa dei costi e del tempo, portare militanti da altri Paesi a partecipare a una attività per loro lontana e che dura soltanto mezza giornata.

E quindi, a nome del coordinamento dell’evento, vi chiedo se siete interessati e avete la possibilità di partecipare, coinvolgendo  un numero così alto di militanti, secondo i criteri che abbiamo sempre utilizzato in questi incontri, garantendo cioè un’equa partecipazione di uomini e donne, giovani e rappresentanti del più ampio e plurale ventaglio di movimenti.

Nel caso i movimenti italiani non siano interessati, dovremmo optare per lo spazio più ristretto.

Aspettiamo le vostre reazioni entro la metà di settembre

Saluti a tutti e tutte

Joao Pedro Stedile
Movimento Senza Terra/Via campesina Brasil

A Maggio A Baggio – dieci anni

a-Maggio-a-Baggio

a-Maggio-a-Baggio“A Maggio A Baggio” ieri – domenica 22 maggio 2016 – ha compiuto 10 anni.
Ed è esploso un tripudio di presenze e di iniziative delle diverse realtà associative di quartiere e non, che hanno saputo proporre percorsi capaci di cogliere ed esprimere sensibilità diverse.

Vedi le foto

Già dal sito di “Spazio Aperto Multietnico” si affermava: “A Maggio A Baggio è una Festa Evento rivolta a tutti gli abitanti di Milano per promuovere la multiculturalità, una sensibilità  tollerante e solidale, creando momenti di incontro ludico, ma anche di promozione del volontariato attraverso la partecipazione e gli stand di diverse associazioni“.

Come Assoc. “Dimensioni Diverse” abbiamo cercato di portare il nostro piccolo contributo attivando una presenza che faceva leva sui diversi diritti sui quali siamo da sempre impegnati a partire dai migranti con una stupenda mostra realizzata da “Milano Senza Frontiere”, di cui siamo parte, “Avremmo potuto fare amicizia“.
Vedi: Avremmo potuto fare amicizia

La scuola di italiano per migranti: un saluto agli italiani con i disegni delle proprie bandiere, un volantino con alcuni proverbi africani e l’invito a partecipare all’attività di volontariato nella scuola.
Vedi: Cerchiamo volontari

Ed è stata anche l’occasione per rappresentare il “Posto Occupato“: un gesto concreto dedicato a tutte le donne vittime di violenza.
Vedi: Vol_Posto-occupato

Abbiamo voluto “prendere parola” sulla riforma della Costituzione con una puntuale informazione perché «c’è chi dice di voler metterci la faccia, noi ci mettiamo la testa»: siamo impegnati con il “Comitato di zona 7 per i Referendum” a raccogliere le firme per l’abolizione di alcune parti della Legge elettorale (Italicum) per il rispetto dell’art.1 della Costituzione “La sovranità appartiene al popolo“.
Vedi: VOL_Costituzione-Italicum

Dopo il grande impegno e la vittoria del popolo italiano per la difesa del diritto all’acqua pubblica –  Referendum del 2011 – oggi stiamo ancora raccogliendo le firme per una petizione popolare contro il cosiddetto “Decreto Madia” che prescrive ancora la privatizzazione dei servizi pubblici: acqua compresa.
Vedi pdf

——————
Nel pomeriggio alle 16 qualcuno di noi ha partecipato alla “Conferenza sulla situazione della donna mussulmana in Italia: realtà, sfide, aspettative”.
L’incontro è stato condotto dall’algerina Amina Salah, già attiva nello “Spazio Aperto Multietnico” in attività di mediatrice culturale.
L’incontro ha avuto lo scopo di sviluppare un dibattito fra le donne presenti, italiane e arabe, dal quale sono emerse alcune affermazioni che meritano una puntuale riflessione:

  • tante donne tolgono il velo per i commenti negativi che vengono loro rivolti;
  • il comportamento è un atto più forte della parola;
  • i pregiudizi verso l’altro non sono solo fra italiani e stranieri ma è un atteggiamento molto diffuso fra la gente, quindi ci vuole un impegno da parte di tutte e di tutti per superare l’atteggiamento negativo;
  • scegliere di emanciparsi non è facile perché la donna mussulmana, spesso, non ha l’indipendenza;
  • scegliere di imparare la lingua italiana in collaborazione con altre donne è senz’altro una prima occasione per emanciparsi.