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Rossana Rossanda – “perché il femminismo è una sfida ancora attuale”

L’intervento dell’intellettuale marxista pubblicato da L’Espresso: le sfide odierne, i nodi teorici e il movimento “Non una di meno”

Rossana Rossanda, tra le fondatrici del quotidiano il manifesto, non cessa di stupirci e ormai novantacinquenne continua a stimolarci, appassionarci, fare proposte. Domenica sull’Espresso è stato pubblicato un suo intervento, un “Manifesto per un nuovo femminismo”.

Un testo veloce, leggero, ma pregnante che pone al centro varie questioni a partire  “dalle sfide della maternità in una società che resta maschilista”.
Rossanda, marxista doc, torna in campo su un terreno che lei stessa definisce controverso, da quando era direttrice del quotidiano: «… in quella veste non ho goduto sempre della simpatia del movimento delle donne, che mi ha definito sovente “figura di potere”, invitandomi a mettermi in gioco cosa che, a dire il vero, credevo di aver fatto, ma – si vede non abbastanza …».

Ma il risultato è che, pur con qualche difficoltà in quanto prima di tutto marxista, anche Rossanda si definisce femminista ( «credo di esserlo» ) anche perché «non c’è battaglia delle donne che io non condivida, talvolta con qualche riserva. Non ne ho per esempio nei confronti del testo fatto circolare da “Non una di meno” per convocare uno sciopero generale l’ 8 marzo scorso».

In questa “distanza” e in questa “vicinanza” c’è tutta la grandezza di Rossanda. Almeno per me. Quando negli anni Novanta in Italia era egemone il “pensiero della differenza sessuale”, fu una sua intervista a confermarmi l’esistenza di nuovi orizzonti: la giornalista del manifesto non era d’accordo con la “differenza” e insisteva non tanto e solo sull’uguaglianza, ma sull’intreccio di conflitto di classe e conflitto di genere, intreccio che negli Usa – ben prima di noi – comprendeva anche la questione dell’antirazzismo come elemento fondante.

Nella sua posizione, che oggi sta tornando alla ribalta anche a livello internazionale, c’era e c’è la lezione del femminismo degli anni Settanta: l’inconscio e Freud, i ruoli, la critica alla visione binaria della sessualità, la messa in discussione del patriarcato come patto stretto anche con le donne.  
Siamo nel cuore dell’amicizia e il confronto con Lea Melandri che prosegue tutt’ora, la collaborazione con la rivista Lapis, gli scritti oggi raccolti nel libro Questo corpo che mi abita (edito da Bollati Boringhieri).

Temi ripresi nell’intervento pubblicato dall’Espresso che presenta due piani, entrambi importantissimi. Il piano più prettamente teorico e quello più prettamente politico. Il piano teorico, anche se in poche righe, fa chiarezza su cosa si intenda per società maschilista.

Non vuol dire che il maschio è cattivo per natura, che i maschi sono “tutti mafiosi”, che sono tutti carnefici, come purtroppo leggiamo sempre più spesso in una banalizzazione dell’analisi e dell’azione politica.

No, non è così. La cultura maschilista – chiarisce Rossanda – va intesa «nella sua accezione di “senso comune” di derivazione greca, romana e giudaica, ma si dovrebbe dire anche egizia o cretese, culture che hanno in comune la visione binaria della sessualità, sulla quale si innesta, il principio della famiglia patriarcale come “società naturale”, basata sulla divisione gerarchica tra maschio e femmina».

E sul patriarcato, la sua complessità, il suo radicamento nella società aggiunge: «Il potere mi sembra sempre la tentazione più pericolosa: in verità anche quello che definiamo potere patriarcale si fonda su un patto con le donne, che nella famiglia si accontentano di un sottopotere cui però tengono moltissimo, e che non rinunciano allo stesso modo ad esercitare».

Il link con gli anni 70 ci proietta nel futuro, con una capacità di indagare “il profondo” che va ritrovata, sfuggendo ad alcune “campagne” del presente spesso fondate sulla semplificazione.

La realtà è sempre più intricata, ma quanto più è complessa tanto più vale la pena provare a governarla.
È il caso delle questioni legate alla maternità e alla sessualità, cuore dell’intervento di Rossanda.
Dei diversi punti, mi preme mettere in risalto quello sulla gestazione per altri, volgarmente detta “utero in affitto”.
In poche righe, “il manifesto per un nuovo femminismo” pone le basi per una discussione seria. Scrive Rossanda: «Impedirla significa mettere un limite alla libertà della donna o dell’uomo che la vorrebbe, consentirla però comporta un pericolo permanente di mercificazione».

La prima preoccupazione è reale, se anche una parte del femminismo invoca divieti e lancia anatemi nei confronti di chi accede alla gestazione per altri; la seconda preoccupazione si può superare con una buona legge come è accaduto per esempio in Canada.

L’importante, al di là della singola questione e delle diverse posizioni, è che il femminismo – nato per costruire nuove soggettività fuori dalla maglie del patriarcato – faccia suo il suggerimento della fondatrice del manifesto, non rinunciando né alla complessità né alla libertà.

Da il dubbio 14-5-019

Vedi: Il manifesto per un nuovo femminismo

«Non Una di Meno»: “lotto marzo noi scioperiamo!”.

L’8 Marzo, in tante città in Italia e nel mondo, si sciopera e si manifesta per il recupero del vero significato di questa giornata che trae origine dalla battaglia contro lo sfruttamento e le molteplici discriminazioni verso le donne.

Il recupero del significato dell’8 Marzo è in atto da alcuni anni. Ricordiamo gli scioperi e le grandi manifestazioni che si sono tenute lo scorso anno in 70 paesi.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono la vita delle donne, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, … dentro e fuori i confini.

Le donne che attraversano il Mediterraneo combattono in prima linea contro continue e ripetute forme di violenza nelle società di partenza, di transito, e di potenziale arrivo.

Oggi la necessità di rafforzare le mobilitazioni serve per:

  • contrapporsi alla sempre più pesante crisi economica, che grava in particolare sulle donne che vengono private della loro indipendenza economica e costrette sempre di più tra le mura domestiche, per supplire alla costante riduzione del “Welfare state” ormai ridotto al lumicino;
  • contrapporsi alla diffusione della peggiore immondizia ideologica contro le donne, oscurantismo religioso e maschilista presente nel disegno di legge Pillon su separazione e affido, strumentalizzando i figli;
  • contrapporsi alla legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista;
  • reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà

noi scioperiamo!

Un tipo di violenza tipica della società basata sulla proprietà privata, in cui le donne vengono ancora considerate proprietà esclusiva degli uomini, spesso private della libertà di scelta.

Nonostante tutto questo sui media la notizia non c’è.
Anche per questo l’8 marzo scioperiamo!

Lo sciopero è un’occasione unica per affermare e praticare la liberazione di tutte le soggettività e affermare il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro tutte le violenze, mentre riaffermiamo la volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo  sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

I’M A WOMAN – lotto Marzo si sciopera e si manifesta!

Verso l’8 Marzo

Una serata molto stimolante quella di venerdì 22 febbraio presso la Casa del Volontariato di Baggio organizzata in occasione della prossima “Giornata internazionale della donna“.

L’8 marzo è sempre una ricorrenza importante, come le altre che richiamano la Memoria sulla violenza alle donne e non solo.

L’assemblea è stata organizzata dal gruppo “Donne per i diritti” composto da ADMI (assoc. Donne Mussulmane d’Italia), dall’assoc. Dimensioni Diverse, dall’assoc. Speranze Scout Italy Musulmani, con la collaborazione della  Banca del tempo OraxOra” e del gruppo musicale “Ladies Singers“.

All’inizio della serata è stata richiamata l’attenzione al simbolo esposto “Posto occupato“: è un’iniziativa estesa in tutta Italia, il simbolo viene esposto durante le manifestazioni pubbliche, in ricordo delle donne vittime di femminicidio.

Quello che il gruppo “Donne per i Diritti“, ha voluto rappresentare, la forza e la bellezza della “diversità“, non solo di genere, attraverso la caratterizzazione di esperienze di donne straniere, che invece di pensare ad un processo di integrazione hanno cercato una propria specificità nell’essere parte e partecipi della vita sociale.

Un processo che le ha viste superare grandi difficoltà e stereotipi con la forza di chi sa volere e di valere in quanto persone.

Sono stati quattro racconti anche emozionanti che partivano da paesi, storie ed esperienze diverse e che oggi sono persone “vive” nello scambio solidale, oltre agli impegni familiari, nonostante le continue difficoltà che permangono in una società sempre più misogina e violenta.

Amina           dall’Algeria
Mariam         dalla Bolivia
Soumya        dal Marocco
Tasneem      dal Pakistan.

Quattro donne, quattro racconti di esperienze, solo apparentemente diverse, che meritano la nostra riconoscenza anche per essere state molto stimolanti a dover superare l’indifferenza e l’apatia generalizzata per un rinnovato impegno verso una società più accogliente ed esclusiva.

La serata ha avuto anche, seppur brevi, momenti di riflessione che hanno evidenziato elementi contrastanti in merito al processo di “inclusione” piuttosto che “integrazione” degli immigrati che vogliono vivere nel nostro paese.

L’incontro  è stato allietato dal gruppo musicale “Ladies Singers” che ha saputo coinvolgere nel canto i numerosi presenti che avevano a disposizione i testi delle canzoni.

Vedi foto

VOL_Donne x i diritti

 

Oltre la militanza. Il “partire da sé”

Il “partire da sé”, dunque anche dal proprio corpo, da più di trent’anni in tutto il mondo mette in crisi la politica tradizionale e l’idea di militanza, che sposta sempre l’interesse su un altro, dall’operaio al sud del mondo

Contro l’eterna ricerca di un “soggetto politico”, che nella “militanza” viene quasi sempre cercato fuori di sé, in un soggetto “altro”, così scrivevamo nella rivista L’erba voglio: “Se il soggetto fosse il sé, la persona?”.

Fin dai primi numeri, note redazionali definiscono quella che resterà nel tempo la “lezione dell’”Erba voglio”:

Noi non pretendiamo di essere il comitato centrale di nessun partito, e proprio per questo pensiamo di poter svolgere un lavoro politico serio…Purtroppo questa è stata la via percorsa da decine di avanguardie, che si sono puntualmente ritrovate, alla fine, a dividere lo spazio del ghetto… il ghetto della sinistra infelice battuto dal vento della rivoluzione lontana, e gelato nella propria impotenza”.

Si volevano tenere insieme “voci diverse in un insieme comune”, senza una cornice ideologica generale, ma secondo regole rintracciabili nel corso del lavoro.

Importante era la responsabilizzazione in prima persona, restare fedeli “alle proprie intime esigenze”, partire dall’interno della propria condizione, ripensare il legame sociale sulla base di una nuova materialità: una soggettività corporea.

Parlando della “zona d’ombra” in cui sono lasciate le donne, sia dalla storia ufficiale che dalle teorie rivoluzionarie, Luisa Muraro scriverà che questa “dislocazione” non dimostra un loro limite, ma l’inadeguatezza della politica rispetto alla complessità dell’esperienza.

La vita di un essere umano è più che il suo posto nella produzione; lo sappiamo per l’esperienza concreta, iscritta in noi dalle ore passate a giocare, a fare l’amore, a ricordare, a dimenticare… La separazione tra uomo e donna, il dominio di questo su quella, ha amputato l’essere umano della sua umanità… una vera e propria disumanizzazione (essere donna, come essere bambino o vecchio o malato è parte interna costitutiva della sua umanità), non inferiore, anche se diversa, di quella che comporta il lavoro sfruttato”.

Criticando la “militanza”, che sposta sempre l’interesse fuori di sé, su un soggetto ‘altro’ – il punto di vista operaio, il terzo mondo, ecc.-, un lettore si chiede: “se il soggetto fosse il sé, la persona?”. 

Il “partire da sé”, che mette in crisi radicalmente la politica tradizionale, e che non permette di cancellare il corpo, la sessualità, è ciò che più ha legato la rivista al movimento delle donne.

Lea Melandri

Nella memoria di una data contro la violenza sulle donne

Ogni anno in Italia oltre cento donne sono uccise da uomini, quasi sempre, da coloro che sostengono di amarle. Secondo i dati Istat, sono circa sette milioni le donne che, nel corso della propria vita, hanno subìto una forma di abuso.

Non esiste un profilo della donna-tipo che subisce violenza o dell’uomo-tipo che fa violenza. Sono stuprate e picchiate donne di tutte le età, condizione economica, sociale e culturale.

Gli uomini violenti appartengono a tutte le classi sociali e ostentano una maschera d’invincibilità e perfezione, un chiaro rimando all’idea di macho, eredità di una cultura patriarcale.  Per sua natura la donna è refrattaria alla lotta, alla guerra, perché incline a dare la vita, anziché toglierla.

Due gli elementi particolarmente importanti da mettere in evidenza: il primo riguarda il problema della relazione tra violenza e sessualità e, ancora prima, il desiderio di legame affettivo e sessuale; l’altro concerne diverse questioni come il possesso, il controllo e “l’altro come proprietà”.

Ne consegue il modo di concepire il rapporto con la donna come un oggetto esclusivamente legato all’affermazione di sé.
Oggi, infatti, a dominare è una società consumista che legittima ogni relazione come consumo: così è il rapporto con la donna divenuta oggetto, … un mercato in cui si concorre a fare shopping del femminile.

Si dice: «La donna è il bene più grande che abbiamo perché dà la vita». In questa affermazione la donna viene presentata come un bene, e non come un soggetto;  ed è proprio in quanto bene-merce è oggetto di scambio in un mercato di beni di consumo, fatto prevalentemente da maschi.

I modelli culturali proposti nel tempo dai media, hanno agito tanto sui ragazzi, quanto sulle ragazze che li portano a pensare che ci sia il bisogno di qualcuno, la forte mascolinità, che si fa carico della proprietà e qualcun altro invece, la donna, che deve in qualche modo diventare un possesso.

Al contempo oggi gli stessi media stanno mettendo in evidenza che, quello che tempo fa si pensava potesse fare soltanto l’uomo, alla fine può farlo anche una donna.

Questo cambio di paradigma del mito del maschio forte, superiore, viene sempre più a decadere e ciò rende la sua natura tendenzialmente insicura e violenta e la sessualità diventa l’ambito all’interno del quale confliggono le diverse consapevolezze dell’uomo e della donna, private della solidarietà necessaria a comprendersi.

Perchè Madre

Giornata Internazionale della Donna

Nell’immanenza della Vita, il tratto della creazione e della rigenerazione appartiene alla Vita stessa: al corpo della Madre, Madre Terra, che sostanzia il futuro.

Non c’è dimensione d’amore più grande e disinteressato del costante dono della Madre, nonostante le sofferenze subite.

Tra i viventi che appartengono al Corpo che sostanzia la Vita, gli umani hanno il dono della conoscenza, capace d’interpretare le dinamiche dello sviluppo della Vita senza volerla limitare, anzi volendola conservare come dono universale.

Così la donna e l’uomo hanno parti comuni in questo processo rigenerativo: la libertà che l’amore traccia e libera nei corpi rigenerati.

Ma nella coppia degli esseri umani, alla donna appartiene il corpo sustanziale che la pone procuratrice e generatrice della vita.

Da Lei il figlio prende corpo dopo che il seme germogliato si è fatto parte della vita, ricomponendosi come parte del tutto prima di rendersi proprio: liberato all’esistenza.

La cura della Madre permane, sollecita al lamento che richiama attenzione e nutrimento.

La donna Madre
La donna nutrice d’amore e di vita
La donna responsabile della generazione

L’esercizio di responsabilità è pari alla sua libertà di esercitare il diritto-dovere di alimentare la vita: il dono.

Ogni forma costrittiva in sè, possessiva per sè, sono violenze che debilitano il corpo della Madre: ribelle al creato che patisce del dono mancante.

Un suffragio universale reclama per sé libertà, equità e bellezza.

Da quando l’umano ha posto sé stesso al centro della Vita, il paradigma produttivo, ha sostanziato ogni relazione, ogni corpo è stato privato dell’anima, assoggettato alla produzione e al mercato.

Impolitical correct

La produzione si scompone nell’impresa, nel “fare” ossessionato dal piacere: bene per sé.

L’universalità del bene perde di significato, l’assenza del dono rigenerante intristisce il Corpo deformato: la Madre Terra perde la sua bellezza.

La diversità di genere diventa omologazione produttiva.

La donna perde la dimensione di Madre sollecitata in quella produttiva: figlio bene improprio, oggetto di insano desiderio proprietario.

Quando il tempo e lo spazio sono vuoti della speranza per un diverso futuro, privati della forza rigeneratrice della Madre, tra gli umani impazza la violenza, il razzismo, la xenofobia, il fascismo, … fino alle guerre di potere e di rapina.

Anche la politica è solo un supporto all’economia.

Con gli occhi di lei che riscatta la dimensione di Madre,
può riprendere la dimensione rigenerativa del dono.
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8 MARZO, SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE
NON UNA DI MENO CHIAMA MILANO

MANIFESTAZIONE:
ORE 18 PIAZZA DUCA D’AOSTA

VEDI: 8 MARZO, SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE

8 Marzo 2018: DICHIARAZIONE

MMdonne8 marzo 2018, Giornata Internazionale della Donna, noi donne della Marcia mondiale delle donne, varie donne di tutte le nazioni, tutte le razze, di tutte le età, ci riuniamo ancora una volta a ribadire che continueremo la nostra marcia finché non siamo liberi dall’oppressione patriarcale, capitalista e coloniale.

Il femminismo è il nostro modo di vivere e le strade sono il nostro spazio per rivendicare le nostre pretese.

Denunciamo il contesto politico globale sul quale resistiamo, segnata dalla crisi economica profonda, ma anche sociale, politico, e clima ideologico, denunciamo lo stato, in ultima analisi totale di guerra, che ci riguarda, in primo luogo, come donne.

Denunciamo gli argomenti economici e nazionalisti
che cercano di privarci dell’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali e, di conseguenza, di violare l’autonomia delle donne e dei popoli. Rifiutiamo tutti i governi politici di destra, sempre più radicali, che sviluppano l’odio, il razzismo, la misoginia, l’intolleranza e altre forme di discriminazione.

Restiamo fermi nella lotta contro la criminalizzazione dei movimenti sociali. La lotta per i nostri diritti e le nostre libertà è giusta, quindi NON siamo CRIMINALI!

Resteremo nelle strade in solidarietà dei nostri compagni assassinati, perseguitati e privati della loro libertà e il loro margine di manovra politica.

Denunciamo e combattiamo l’avanzata della militarizzazione del mondo, che è una strategia per controllare la vita dei popoli. La militarizzazione rafforza il neocolonialismo, il neopillage e l’appropriazione capitale delle risorse naturali; è la base dell’arricchimento dell’industria degli armamenti in questi tempi di crisi. Oltre allo stato di guerra in corso in Medio Oriente e in Africa, siamo preoccupati dai movimenti delle potenze militarizzate del Nord, che rappresentano una minaccia di ritorno alla guerra fredda e da continue interferenze nei paesi del sud dove cercare di promuovere il modello della democrazia neoliberale nordica come obiettivo da raggiungere.

Denunciamo gli accordi di libero scambio che stanno impoverendo sempre più i popoli del Sud. L’appropriazione, la privatizzazione e la commercializzazione di conoscenza, terra, acqua, salute, istruzione e altri beni comuni, esacerbano lo sfruttamento del lavoro dei poveri e lasciano le generazioni future senza prospettive, perpetuando così il ciclo della povertà.
L’industria estrattiva e l’agroindustria continuano a degradare la nostra salute e le nostre condizioni di vita, mentre le élite politiche accumulano ricchezza basata sulla corruzione e l’impunità e costruiscono gli stati al servizio delle multinazionali.

Riaffermiamo che continueremo a scendere in strada per affrontare questa situazione, poiché le istituzioni giuridiche sono sempre più fragili di fronte al potere del capitale e non funzionano come dovrebbero. Le forze di mercato minano lo stato di diritto e lo stato sociale.
Denunciamo l’assassinio del pianeta mediante l’istituzionalizzazione dell’universalismo occidentale e la ricerca sfrenata di profitto. Il cartello delle multinazionali senza morale distrugge la madre terra che ci nutre.
Gli accordi sul clima hanno creato false soluzioni che si basano sul marketing linguistico che è sempre più privo di significato e perpetua la violenza contro la natura.
Noi donne della Marcia Mondiale di Donne, Donne Rurali e Città siamo dalla parte della vita. Diamo le nostre vite per difendere la natura in cui viviamo, di cui siamo parte e che ci permette di essere dove siamo (l’acqua, la terra e le foreste dei nostri territori), perché crediamo in modi che interagiscono in modo sostenibile con le risorse naturali.

Denunciamo un mercato che sfrutta e precaria le condizioni lavorative delle donne: lunghe giornate di lavoro, bassi salari ed esposizione a tutti i tipi di rischi;
denunciamo la precarietà del lavoro domestico e della cura. Un lavoro che è la base stessa della vita umana, che nutre, armonizza, insegna, protegge. Un lavoro invisibile e sottovalutato! Mettiamo in discussione la divisione sessuale del lavoro che sovrastima il lavoro di progettazione sociale per gli uomini sulla base della negazione del valore del lavoro delle donne.
Come può il mondo considerare inferiore il compimento dei compiti più fondamentali dell’esistenza umana, come l’atto di cucinare che ci nutre o quello di pulire il luogo in cui viviamo e dormiamo?
Il lavoro delle donne è alla base della vita ed è quindi un importante contributo economico. Chiediamo il riconoscimento del valore del lavoro domestico perché i contributi economici vanno ben al di là di ciò che può essere monetizzato.

Denunciamo l’industria dei programmi di aiuto e sviluppo internazionale, in particolare quelli che si concentrano su questioni di genere, in quanto questi sono gli agenti per la promozione di programmi neoliberisti e imperialisti che perpetuano la discriminazione e razzializzazione lo sfruttamento delle donne dal sud.

Denunciamo e continueremo a denunciare ogni forma di violenza, perché non dimentichiamo la violenza da macho che affrontiamo ogni giorno in spazi pubblici e privati.
Gridiamo forte e chiaro. Basta! Basta con abusi, stupri, matrimoni forzati e femminicidio che non si verifica solo nei paesi dell’Asia e dell’Africa, ma la vita quotidiana delle donne di tutte le classi e in tutto il mondo. I nostri corpi e le nostre vite appartengono a noi e questo diritto non è negoziabile.

Celebriamo, sosteniamo e partecipiamo a iniziative per porre fine al silenzio, come la recente denuncia del movimento e occupazione di spazio pubblico: Marcha das Mulheres, Il tempo è scaduto, #metoo, Ni una menos ha Vivas, il nostro! queremos! e lo sciopero internazionale delle donne, così come le iniziative che rafforzano le lotte in corso è essenziale che noi rieliaboriamo contro l’oppressione del patriarcato, capitalismo e il colonialismo.

Celebriamo le lotte e la resistenza delle donne che lavorano a livello locale, forgiando nuovi discorsi e riscrivere la storia delle popolazioni emarginate, mettendo in evidenza la diversità e la multiculturalità dei popoli, la solidarietà come una strategia di sovversione del sistema attuale e come strategia di umanizzazione e quindi contribuire alla trasformazione delle società per renderle più giuste ed egualitarie.

È per tutto questo e più di noi, le donne della Marcia Mondiale delle Donne, il movimento permanente dell’azione, cammineremo l’8 marzo.
Condurremo azioni in tutto il mondo durante le 24 ore del 24 aprile 2018 per ribadire che “Rana Plaza è ovunque”; Denunciamo l’industria tessile, le multinazionali e tutte le forme di sfruttamento del lavoro femminile.

Andremo all’undicesimo incontro internazionale che si terrà dal 22 al 28 ottobre, nei Paesi Baschi, dove costruiremo insieme utopie e alternative, per marciare verso un mondo di giustizia, libertà e pace!

Continuiamo a trasformare il nostro dolore in forza!
Continuiamo a fidarci della solidarietà e del lavoro collettivo!
Stiamo sempre correndo, noi donne … Sempre!

ATTENZIONE
Puoi trovare in allegato il calendario internazionale delle azioni
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e sul nuovo blog: marchamundialblog.wordpress.com

Marcha Mundial of Mujees
http://marchemondiale.org/

I 12 punti delle donne

parita-di-genereFarsi sentire in campagna elettorale

Nessun Paese al mondo ha raggiunto la parità di genere. Secondo l’ultimo Global Gender Gap Index del World Economic Forum, mentre nel campo dell’istruzione e della salute i divari di genere sono globalmente inferiori al 5%, in ambito economico resta da chiudere il 41% del divario e in ambito politico ben il 77%.

In Italia la situazione è particolarmente critica: siamo all’82esimo posto su 144 paesi analizzati, l’ultimo anno abbiamo perso ben 32 posizioni, e siamo al 117esimo posto quando consideriamo solo la dimensione economica. I dati sull’occupazione femminile sono allarmanti: meno di una donna su due in Italia lavora, una su tre se consideriamo solo il Sud del paese.

Come anche in altri Paesi, ormai le donne italiane sono mediamente più istruite degli uomini. L’istruzione è un indicatore positivo: le donne istruite hanno più probabilità di lavorare, di tornare al lavoro dopo la nascita di un figlio, di progredire nella carriera, di avere un reddito adeguato lungo l’intero arco della loro vita e anche di avere un maggior peso decisionale all’interno della coppia.

Eppure l’istruzione sembra non bastare a realizzare la parità di genere sul mercato del lavoro, nell’economia e nella società. E le conseguenze non sono solo una questione di giustizia e di diritti, ma un vero e proprio spreco di talenti, che secondo il Fondo Monetario Internazionale costa all’Italia il 15% del PIL. Un problema economico dunque che riguarda l’intero Paese. Ma da cosa dipendono i nostri ritardi in tema di parità di genere?

E’ difficile pensare ad un’unica causa scatenante, si tratta piuttosto di un contesto generale poco favorevole al lavoro femminile con radici culturali profonde. Per esempio, all’interno della famiglia la condivisione tra uomini e donne dei carichi di cura – bambini, anziani – è ancora scarsa, e le donne, anche quando lavorano, svolgono la maggior parte del lavoro di cura.
Nell’ambito aziendale poi, resta forte la preferenze delle imprese per l’assunzione e promozione di uomini, che ci si aspetta dedicheranno più tempo e impegno al lavoro, proprio perché si occupano meno della famiglia.

E’ dunque necessario creare un contesto favorevole per non sprecare il grande investimento in capitale umano femminile che possediamo. In questo le istituzioni svolgono un ruolo importante, poiché sono quelle che possono aiutare a creare un contesto più favorevole per l’occupazione e le carriere femminili.

Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa #Maipiusenza che chiede ai candidati a qualunque livello di amministrazione di aderire a un piano organico per l’inclusione delle donne nella società.

Un piano d’azione di 12 punti, linee guida che affidiamo all’attenzione della politica e di chiunque sarà eletto alle prossime elezioni.
La campagna è aperta a tutti i cittadini ed è possibile aderire qui.

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AZIONI DI SISTEMA

  1. Cambiamento di approccio nella progettazione delle politiche pubbliche:
    – Adozione di un bilancio di genere e inserimento di una prospettiva di genere nelle analisi ex ante ed ex post delle politiche pubbliche.
  2. Raccolta di dati disaggregati per genere
    – Predisposizione di linee guida, per i centri di ricerca, gli istituti di statistica ma anche per le imprese, volte alla raccolta di dati disaggregati per genere in tutti i settori, economici e non solo.

A – PARTICIPAZIONE AL MERCATO DEL LAVORO

  1. Formazione e riqualificazione:
    – Creazione di protocolli con le amministrazioni locali ed enti di formazione per garantire la formazione alle donne nei settori con maggiore disponibilità di occupazione, in primis nel settore digitale.
  2. Politiche fiscali:
    – Detraibilità/deducibilità totale delle spese di cura sia per i figli che per gli anziani ed i disabili a carico di uno o entrambi i coniugi quando lavorano entrambi;
    – Incentivi per il rientro a lavoro dopo la maternità.
  3. Appalti pubblici:
    – Creazione di un sistema di preferenze che assegni ad aziende con determinati requisiti (ad esempio, proprietà femminile, presenza di piani efficaci di parità di genere, presenza di adeguate misure di bilanciamento vita-lavoro) un punteggio extra;
    – Azione a favore delle aziende appena citate attraverso i piani di subappalto, per incidere in maniera sostanziale sulla catena di produzione.

B – PARITA’ SALARIALE

  1. Trasparenza e merito:
    – Richiesta di inserimento, nel bilancio annuale di ogni azienda con più di 50 dipendenti, del dato relativo alla percentuale di presenza femminile in rapporto alla forza lavoro complessiva con informativa esplicita su: numeri assoluti e percentuali in ingresso e di dispersione nel corso della crescita professionale, analisi dei vincoli e delle opportunità alla crescita, divario salariale a parità di posizioni e qualifiche e presenza in azienda di generazioni diverse;
    – Strumenti di incentivo/pressione volti alla pubblicazione in forma aggregata dei compensi di tutti i dipendenti.

C – LEADERSHIP ECONOMICA

  1. Contro il soffitto di cristallo:
    – Monitoraggio dei risultati della legge n. 120/2011 in vista della sua naturale scadenza, prevista tra cinque anni, e riflessione sull’eventuale necessità di proseguire con nuovi strumenti normativi per non disperdere le conquiste raggiunte fino ad ora.

D – CURA E CONDIVISIONE

  1. Politiche di incentivo sui congedi:
    – Rimodulazione del congedo di maternità, mantenendo i cinque mesi obbligatori ma legandone solo tre al momento del parto e lasciando che gli altri due siano fruiti, secondo accordo tra lavoratrice e datore di lavoro, entro il primo anno di vita del bambino; contemporaneamente, introduzione di un mese di congedo di paternità obbligatorio, retribuito allo stesso livello di quello materno, da fruirsi entro il primo anno di vita del bambino;
    – Un sistema di incentivi e disincentivi per far richiedere ai padri e non solo alle madri il congedo parentale.
  2. Maternità e salute riproduttiva delle donne:
    – Creazione di spazi appositi per mamme nelle prime settimane di congedo di maternità, con anche il coinvolgimento di cooperative e ospedali.
  3. Cura dei bambini e asili nido:
    – Rimodulazione delle soglie di reddito per l’accesso agli asili nido di bambini di età inferiore ai tre anni, anche in base ai recenti cambiamenti socio-demografici che hanno interessato la società italiana negli ultimi anni;
    – Incentivi fiscali per le donne interessate ad aprire dei micro-nidi (sull’esempio dei “Tagesmutter” tedeschi);
    – Meccanismi premianti per le aziende che offrono ai propri dipendenti un nido aziendale;
    – Nuovo piano di investimenti per garantire una maggiore disponibilità di posti negli asili nido;
    – Predisposizione del tempo pieno in tutte le scuole elementari pubbliche.

CULTURA DELLA PARITA’

  1. Rompere gli stereotipi:
    – Campagne di comunicazione e finanziamento di prodotti culturali (film, libri, serie tv) che discutano gli stereotipi di genere, smascherandoli;
    – Attivazione di progetti di collaborazione con scuole medie e istituti superiori per garantire dei percorsi di orientamento e valorizzare il talento delle studentesse, superando gli stereotipi che si possono creare fin dalla prima infanzia;
    – Revisione dei testi scolastici delle scuole elementari, volta all’eliminazione degli stereotipi di genere;
    – Attivazione di percorsi di costruzione della leadership per le giovani donne durante l’università, indipendentemente dall’indirizzo, e di mentoring interno ed esterno.
  2. Violenza contro le donne
    – Finanziamento di percorsi per l’autonomia delle donne che hanno subito violenza, anche attraverso dei protocolli d’intesa con imprese e cooperative per favorire il loro inserimento lavorativo e, quindi, creare le condizioni per una loro indipendenza finanziaria;
    – Finanziamento di progetti di prevenzione e contrasto della violenza di genere nelle scuole.

Alessia Mosca, proponente della legge sulle quote di genere nei cda (“Golfo-Mosca”)
Paola Profeta, Università Bocconi
Paola Subacchi, Chatham House Londra

14 febbraio torna nel mondo ONE BILLION RISING

OBRUn miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine
Crescere! Resistere! Unire!

Ancora una volta, il tema di SOLIDARITY rimane al centro di One Billion Rising 2018.

Stiamo entrando in un periodo definito da una feroce escalation di attacchi fascisti, imperialisti e neoliberali sulla vita delle persone in tutto il mondo. E i più emarginati – classe lavoratrice, minoranza e donne ai margini in ogni parte del globo – sperimentano l’impatto e sono costretti a confrontarsi con questi attacchi per il loro benessere, i loro diritti e le loro case.

In risposta all’elezione di Trump negli Stati Uniti, unendosi all’emergenza di altri leader anti-donne, anti-popolo e governi di tutto il mondo, stiamo assistendo ad un massiccio aumento globale di movimenti e all’impegno profondo e continuo, che creano una forte solidarietà e un’energia dinamica per una crescente resistenza ovunque – per i diritti delle donne e di genere, la protezione e difesa delle terre indigene e dei diritti delle popolazioni indigene, contro il fascismo e la tirannia, discriminazione e razzismo, saccheggi e distruzione ambientali, avidità delle multinazionali, violenza economica, povertà, brutalità dello stato e repressione, guerra e militarismo.

Quest’anno, l’OBR è destinata ad aumentare i RISING contro tutte le forme di violenza contro le donne – inclusa una crescente resistenza contro i sistemi che causano altre forme di violenza: imperialismo, fascismo, razzismo, capitalismo e neoliberismo – e continuerà a mettere in risalto dove questi problemi si interconnettono.

L’OBR 2018 continua a sostenere il tema di “Solidarietà contro lo sfruttamento delle donne“, poiché le politiche neo-liberiste e il capitalismo rapace sono diventati il motore della maggior parte dei governi, portando conseguenze profonde alla classe operaia e ai settori marginalizzati.
Lo sfruttamento e la povertà senza precedenti che devastano la maggior parte del mondo stanno diventando più difficili e impossibili da ignorare.

La sofferenza ha raggiunto nuove vette e quest’anno l’OBR sta assistendo a una nuova, dinamica e radicale militanza e vitalità che si oppone e si innalza contro tale repressione e oppressione.

Un focus continua a rimanere su “Sfruttamento“, perché le donne di tutto il mondo stanno soffrendo il regno del neoliberismo che ha peggiorato le condizioni sociali ed economiche per le donne.

La fame ha raggiunto nuovi livelli e la povertà non può più essere esclusa come una forma distinta di violenza. Disoccupazione, senzatetto, sfruttamento lavorativo, lavoro forzato, tagli di governo ai servizi sociali, assenza di terra, contrattualizzazione, abbassamento del salario minimo, privatizzazione, sfollamento da guerre, militarizzazione e clima, disastri ambientali causati dall’avidità delle imprese, traffico umano e sessuale e altro – tutti risultati di un sistema globale che sta facendo precipitare il mondo nella crisi economica – prestano ad altre forme di violenza che vanno di pari passo con l’atroce povertà, fame e privazione.

Il tema dello sfruttamento mette in evidenza, in particolare, i lavoratori che aumentano ovunque.
Dalle donne contadine e dalle comunità indigene che si innalzano contro industrie estrattive come l’estrazione mineraria, la trivellazione petrolifera, il fracking e il saccheggio dell’ambiente e delle risorse naturali, agli operai che si oppongono agli abusi delle multinazionali all’interno delle zone di esportazione, agli infermieri che si alzano per migliorare la paga e la dignità del lavoro, i lavoratori del governo in aumento contro i propri datori di lavoro, i lavoratori del ristorante in aumento per il salario minimo, i lavoratori migranti e domestici in aumento contro le pratiche di lavoro abusive, i lavoratori in abiti in aumento per la sicurezza sul posto di lavoro, i lavoratori in tutto il mondo in aumento per vivere salario, sicurezza, dignità, uguale retribuzione e altro ancora.

Le donne lavoratrici di tutto il mondo stanno crescendo contro gli attacchi neoliberali ai salari e contro il degrado dei lavoratori, ridotti a nient’altro che ingranaggi, parte di una ruota capitalista globale che continua a produrre profitti che non tornano ai lavoratori. Stati, Nazioni, Istituzioni Internazionali che così spesso pretendono di salvaguardare il benessere del popolo, sanciscono questo sfruttamento economico – ma esistono solo per essere i fornitori imperialisti di capitale – e quindi, le avanguardie di sfruttamento.

Il 2017, ha visto lavoratori, gruppi di minoranza e le comunità più emarginate rimontare anche di fronte alla repressione, l’inganno, la manipolazione e la violenza. Ma a causa della forza della solidarietà, le risposte vedevano anche un’energia collettiva e una resistenza politica che non potevano essere schiacciate.

La nostra richiesta di SOLIDARIETÀ è locale e globale e include, ma non è limitata a

Rising Against ...

– Guerra
– Tirannia
– Razzismo
– Fascismo
– Violenza contro le donne
– Sfruttamento dei lavoratori
– Imperialismo
– Risorse e sfruttamento della terra
– Distruzione del clima
– Povert
– Misoginia
– Patriarcato
– Sessismo
– Discriminazione di genere

E’ in aumento per:
– Uguaglianza delle donne, sicurezza e libert
– Diritti dei rifugiati
– Diritti dei migranti
– Giustizia climatica
– Diritti riproduttivi
– Formazione scolastica
– Stampa libera
– Sicurezza dei difensori dei diritti delle donne
– Diritti costituzionali
– Educazione civica e sessuale
– Diritti LGBTQI

Come negli anni precedenti, la classe lavoratrice, le donne di base, le minoranze e le donne emarginate continueranno a guidare in modo feroce e dinamico le donne che sono state maggiormente colpite dalle politiche anti-donne, anti-democratiche e anti-popolari.

RESISTERE

L’entità della sofferenza delle donne continua a generare resistenza creativa e politica nel movimento One Billion Rising come non avevamo mai visto prima.
Quello che è iniziato come una protesta di danza creativa in tutto il mondo sta emergendo come una resistenza creativa collettiva che usa l’arte e la solidarietà come potenti strumenti di protesta contro tutte le forme di violenza.

Oggi, One Billion Rising sta crescendo e va oltre l’opposizione degli effetti del patriarcato e della violenza fisica e sessuale alle donne: confrontarsi e resistere ai sistemi capitalisti, imperialisti e fascisti globali che causano e sostengono forme peggiori di povertà, forme di lavoro senza precedenti, economiche e sfruttamento sessuale, traffico di esseri umani e sessuali, migrazioni forzate, violenze e guerre sponsorizzate dallo stato, razzismo ed esclusione, abusi e saccheggi ambientali, militarizzazione e spostamenti interni e internazionali.

Un aumento di un miliardo ci mostra che le donne svolgono un ruolo cruciale in questa resistenza, creando movimenti di solidarietà, mentre guidano dalla prima linea delle lotte locali, nazionali e internazionali.

Ci mostra che le donne continuano a organizzarsi ovunque, sfruttando l’energia collettiva, costruendo la speranza e la solidarietà, e usando creatività e visione mentre innalzano la coscienza politica nella loro determinazione incrollabile e feroce verso un futuro di libertà, uguaglianza, rispetto e dignità.

da: https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.onebillionrising.org/about/campaign/&prev=search

«Il problema è il neo-liberismo: siamo libere solo nei consumi»

Ueno-ChizukoLe donne in Giappone sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Ueno Chizuko è considerata la più importante femminista del Giappone. Prese parte al movimento studentesco all’Università Kyoto, dove nel 1976 presso la «Società di studi di genere del Giappone» incontrò la materia che ha segnato la sua vita. Da allora ritiene ricerca e attivismo inscindibili.
È oggi a capo della Wan – Woman Action Network ed è professoressa emerita dell’Università di Tokyo, che forma larga parte della classe dirigente del paese. È autrice molto prolifica e tra gli altri di «Nationalism and gender».

Il Partito Liberaldemocratico (LDP) ha imposto la narrativa del jikosekinin. Cosa implica per le donne?
Jikosekinin è la parola chiave del neoliberalismo: significa responsabilità personale, qualsiasi cosa tu ottenga è tua responsabilità. Ma quella che viene data alle donne è solo un’apparente di scelta, le giapponesi sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Lei ha invitato a liberare l’uomo dal patriarcato, in che senso?
Liberarlo dai lunghi orari di lavoro e dalla responsabilità illimitata verso il datore di lavoro. Una volta impiegati a tempo pieno e indeterminato gli uomini giapponesi devono abbandonare la loro libertà e dedicare la loro vita alla loro impresa. È come affidare il proprio destino nelle mani del datore di lavoro. L’organizzazione d’impresa giapponese mantiene una forte assegnazione di ruoli. L’uomo è ancora considerato quello che porta a casa il pane. Il governo chiede alle donne di lavorare quanto gli uomini, ma quelle che possono farlo sono una minoranza.

E per farlo devono rinunciare alla maternità?
Non necessariamente. Quelle che hanno il sostegno di una famiglia agiata no. Una volta la priorità nell’investimento in una famiglia era data ai maschi, ma ora con così pochi figli le famiglie non si possono più permettere la discriminazione di genere e le madri aiutano le figlie a essere buone lavoratrici e buoni madri. Ma queste portano poi il peso di lavorare lunghe ore e dover anche curarsi dei figli, a volte trasferendone la cura alle nonne. Soffrono questo dilemma quando tornano da me dopo la laurea. Si lamentano soprattutto dei mariti. Queste ragazze praticano l’endogamia di classe, scelgono ragazzi d’elite come mariti che sono impegnati a salire la scala sociale. Questo è un dilemma che la nostra generazione non aveva. Per noi c’era solo la scelta secca tra lavoro o famiglia. Questo è un cambiamento forzato dal neoliberalismo che non avevamo sperato.

In quale parte della società giapponese c’è più segregazione di genere?
In termini di tradizione culturale la segregazione è più forte nelle società musulmane. Questo tipo di segregazione è comune però anche al Giappone. Le donne hanno il loro mondo e gli uomini il loro e sono abbastanza separati. Questa comunità omosociale è già lì sul luogo di lavoro e questo rende più difficile l’accesso delle donne al mondo del lavoro.

Per lei la compassione è un tema centrale. Ma in Giappone sembra diventare sempre meno, almeno nei discorsi di attivisti e politici di destra.
Questo è il risultato del neoliberalismo. Ma anche quel tipo di persone diventerà vecchio e debole. Puoi vivere nel modo che descrivono fino a 60 anni, ma poi? La società del super invecchiamento è però una fortuna, ci permette di imparare quanto siamo fragili e che essere forti è solo una stato transitorio della vita. All’inizio come bambino sei molto fragile e dipendente e anche alla fine della vita ti trovi di fronte alla dipendenza in ogni caso. Attualmente il mio tema di ricerca è proprio l’assistenza, per me è stato un passaggio naturale dopo gli studi di genere, è un continuo. Bambini e anziani hanno bisogno di assistenza e questo implica dipendenza. C’è un mito globale dell’indipendenza, ma anche gli uomini sono dipendenti. All’inizio come bambini e poi come anziani.

Cosa intende il femminismo giapponese con «libertà di essere madre» e cosa lo lega all’aumento delle madri singole e all’aumento della povertà infantile?
Il contesto del femminismo giapponese è diverso da quello europeo. Le donne giapponesi avevano già acquisito il diritto al divorzio dopo la guerra mondiale e l’aborto era un diritto acquisito e il numero di aborti molto alto. La legge giapponese non assicura supporto finanziario dopo il divorzio. Solo il 20 per cento degli uomini continua a sostenere le ex mogli, questa è una delle cause dell’aumento della povertà.

In cosa sono libere le donne giapponesi?
Nel consumo. Hanno così tanta scelta, forse la miglior scelta del mondo. Se possono permetterselo, però.

Intervista:

Stefano Lippiello 

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