Category Archives: SpazioDonne

Giornata Internazionale della Donna

Nell’immanenza della Vita, il tratto della creazione e della rigenerazione appartiene alla Vita stessa: al corpo della Madre, Madre Terra, che sostanzia il futuro.

Non c’è dimensione d’amore più grande e disinteressato del costante dono della Madre, nonostante le sofferenze subite.

Tra i viventi che appartengono al Corpo che sostanzia la Vita, gli umani hanno il dono della conoscenza, capace d’interpretare le dinamiche dello sviluppo della Vita senza volerla limitare, anzi volendola conservare come dono universale.

Così la donna e l’uomo hanno parti comuni in questo processo rigenerativo: la libertà che l’amore traccia e libera nei corpi rigenerati.

Ma nella coppia degli esseri umani, alla donna appartiene il corpo sustanziale che la pone procuratrice e generatrice della vita.

Da Lei il figlio prende corpo dopo che il seme germogliato si è fatto parte della vita, ricomponendosi come parte del tutto prima di rendersi proprio: liberato all’esistenza.

La cura della Madre permane, sollecita al lamento che richiama attenzione e nutrimento.

La donna Madre
La donna nutrice d’amore e di vita
La donna responsabile della generazione

L’esercizio di responsabilità è pari alla sua libertà di esercitare il diritto-dovere di alimentare la vita: il dono.

Ogni forma costrittiva in sè, possessiva per sè, sono violenze che debilitano il corpo della Madre: ribelle al creato che patisce del dono mancante.

Un suffragio universale reclama per sé libertà, equità e bellezza.

Da quando l’umano ha posto sé stesso al centro della Vita, il paradigma produttivo, ha sostanziato ogni relazione, ogni corpo è stato privato dell’anima, assoggettato alla produzione e al mercato.

Impolitical correct

La produzione si scompone nell’impresa, nel “fare” ossessionato dal piacere: bene per sé.

L’universalità del bene perde di significato, l’assenza del dono rigenerante intristisce il Corpo deformato: la Madre Terra perde la sua bellezza.

La diversità di genere diventa omologazione produttiva.

La donna perde la dimensione di Madre sollecitata in quella produttiva: figlio bene improprio, oggetto di insano desiderio proprietario.

Quando il tempo e lo spazio sono vuoti della speranza per un diverso futuro, privati della forza rigeneratrice della Madre, tra gli umani impazza la violenza, il razzismo, la xenofobia, il fascismo, … fino alle guerre di potere e di rapina.

Anche la politica è solo un supporto all’economia.

Con gli occhi di lei che riscatta la dimensione di Madre,
può riprendere la dimensione rigenerativa del dono.
———————

8 MARZO, SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE
NON UNA DI MENO CHIAMA MILANO

MANIFESTAZIONE:
ORE 18 PIAZZA DUCA D’AOSTA

VEDI: 8 MARZO, SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE

8 Marzo 2018: DICHIARAZIONE

MMdonne8 marzo 2018, Giornata Internazionale della Donna, noi donne della Marcia mondiale delle donne, varie donne di tutte le nazioni, tutte le razze, di tutte le età, ci riuniamo ancora una volta a ribadire che continueremo la nostra marcia finché non siamo liberi dall’oppressione patriarcale, capitalista e coloniale.

Il femminismo è il nostro modo di vivere e le strade sono il nostro spazio per rivendicare le nostre pretese.

Denunciamo il contesto politico globale sul quale resistiamo, segnata dalla crisi economica profonda, ma anche sociale, politico, e clima ideologico, denunciamo lo stato, in ultima analisi totale di guerra, che ci riguarda, in primo luogo, come donne.

Denunciamo gli argomenti economici e nazionalisti
che cercano di privarci dell’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali e, di conseguenza, di violare l’autonomia delle donne e dei popoli. Rifiutiamo tutti i governi politici di destra, sempre più radicali, che sviluppano l’odio, il razzismo, la misoginia, l’intolleranza e altre forme di discriminazione.

Restiamo fermi nella lotta contro la criminalizzazione dei movimenti sociali. La lotta per i nostri diritti e le nostre libertà è giusta, quindi NON siamo CRIMINALI!

Resteremo nelle strade in solidarietà dei nostri compagni assassinati, perseguitati e privati della loro libertà e il loro margine di manovra politica.

Denunciamo e combattiamo l’avanzata della militarizzazione del mondo, che è una strategia per controllare la vita dei popoli. La militarizzazione rafforza il neocolonialismo, il neopillage e l’appropriazione capitale delle risorse naturali; è la base dell’arricchimento dell’industria degli armamenti in questi tempi di crisi. Oltre allo stato di guerra in corso in Medio Oriente e in Africa, siamo preoccupati dai movimenti delle potenze militarizzate del Nord, che rappresentano una minaccia di ritorno alla guerra fredda e da continue interferenze nei paesi del sud dove cercare di promuovere il modello della democrazia neoliberale nordica come obiettivo da raggiungere.

Denunciamo gli accordi di libero scambio che stanno impoverendo sempre più i popoli del Sud. L’appropriazione, la privatizzazione e la commercializzazione di conoscenza, terra, acqua, salute, istruzione e altri beni comuni, esacerbano lo sfruttamento del lavoro dei poveri e lasciano le generazioni future senza prospettive, perpetuando così il ciclo della povertà.
L’industria estrattiva e l’agroindustria continuano a degradare la nostra salute e le nostre condizioni di vita, mentre le élite politiche accumulano ricchezza basata sulla corruzione e l’impunità e costruiscono gli stati al servizio delle multinazionali.

Riaffermiamo che continueremo a scendere in strada per affrontare questa situazione, poiché le istituzioni giuridiche sono sempre più fragili di fronte al potere del capitale e non funzionano come dovrebbero. Le forze di mercato minano lo stato di diritto e lo stato sociale.
Denunciamo l’assassinio del pianeta mediante l’istituzionalizzazione dell’universalismo occidentale e la ricerca sfrenata di profitto. Il cartello delle multinazionali senza morale distrugge la madre terra che ci nutre.
Gli accordi sul clima hanno creato false soluzioni che si basano sul marketing linguistico che è sempre più privo di significato e perpetua la violenza contro la natura.
Noi donne della Marcia Mondiale di Donne, Donne Rurali e Città siamo dalla parte della vita. Diamo le nostre vite per difendere la natura in cui viviamo, di cui siamo parte e che ci permette di essere dove siamo (l’acqua, la terra e le foreste dei nostri territori), perché crediamo in modi che interagiscono in modo sostenibile con le risorse naturali.

Denunciamo un mercato che sfrutta e precaria le condizioni lavorative delle donne: lunghe giornate di lavoro, bassi salari ed esposizione a tutti i tipi di rischi;
denunciamo la precarietà del lavoro domestico e della cura. Un lavoro che è la base stessa della vita umana, che nutre, armonizza, insegna, protegge. Un lavoro invisibile e sottovalutato! Mettiamo in discussione la divisione sessuale del lavoro che sovrastima il lavoro di progettazione sociale per gli uomini sulla base della negazione del valore del lavoro delle donne.
Come può il mondo considerare inferiore il compimento dei compiti più fondamentali dell’esistenza umana, come l’atto di cucinare che ci nutre o quello di pulire il luogo in cui viviamo e dormiamo?
Il lavoro delle donne è alla base della vita ed è quindi un importante contributo economico. Chiediamo il riconoscimento del valore del lavoro domestico perché i contributi economici vanno ben al di là di ciò che può essere monetizzato.

Denunciamo l’industria dei programmi di aiuto e sviluppo internazionale, in particolare quelli che si concentrano su questioni di genere, in quanto questi sono gli agenti per la promozione di programmi neoliberisti e imperialisti che perpetuano la discriminazione e razzializzazione lo sfruttamento delle donne dal sud.

Denunciamo e continueremo a denunciare ogni forma di violenza, perché non dimentichiamo la violenza da macho che affrontiamo ogni giorno in spazi pubblici e privati.
Gridiamo forte e chiaro. Basta! Basta con abusi, stupri, matrimoni forzati e femminicidio che non si verifica solo nei paesi dell’Asia e dell’Africa, ma la vita quotidiana delle donne di tutte le classi e in tutto il mondo. I nostri corpi e le nostre vite appartengono a noi e questo diritto non è negoziabile.

Celebriamo, sosteniamo e partecipiamo a iniziative per porre fine al silenzio, come la recente denuncia del movimento e occupazione di spazio pubblico: Marcha das Mulheres, Il tempo è scaduto, #metoo, Ni una menos ha Vivas, il nostro! queremos! e lo sciopero internazionale delle donne, così come le iniziative che rafforzano le lotte in corso è essenziale che noi rieliaboriamo contro l’oppressione del patriarcato, capitalismo e il colonialismo.

Celebriamo le lotte e la resistenza delle donne che lavorano a livello locale, forgiando nuovi discorsi e riscrivere la storia delle popolazioni emarginate, mettendo in evidenza la diversità e la multiculturalità dei popoli, la solidarietà come una strategia di sovversione del sistema attuale e come strategia di umanizzazione e quindi contribuire alla trasformazione delle società per renderle più giuste ed egualitarie.

È per tutto questo e più di noi, le donne della Marcia Mondiale delle Donne, il movimento permanente dell’azione, cammineremo l’8 marzo.
Condurremo azioni in tutto il mondo durante le 24 ore del 24 aprile 2018 per ribadire che “Rana Plaza è ovunque”; Denunciamo l’industria tessile, le multinazionali e tutte le forme di sfruttamento del lavoro femminile.

Andremo all’undicesimo incontro internazionale che si terrà dal 22 al 28 ottobre, nei Paesi Baschi, dove costruiremo insieme utopie e alternative, per marciare verso un mondo di giustizia, libertà e pace!

Continuiamo a trasformare il nostro dolore in forza!
Continuiamo a fidarci della solidarietà e del lavoro collettivo!
Stiamo sempre correndo, noi donne … Sempre!

ATTENZIONE
Puoi trovare in allegato il calendario internazionale delle azioni
Seguici su Facebook: https://www.facebook.com/marchemondialedesfemmes/
e sul nuovo blog: marchamundialblog.wordpress.com

Marcha Mundial of Mujees
http://marchemondiale.org/

I 12 punti delle donne

parita-di-genereFarsi sentire in campagna elettorale

Nessun Paese al mondo ha raggiunto la parità di genere. Secondo l’ultimo Global Gender Gap Index del World Economic Forum, mentre nel campo dell’istruzione e della salute i divari di genere sono globalmente inferiori al 5%, in ambito economico resta da chiudere il 41% del divario e in ambito politico ben il 77%.

In Italia la situazione è particolarmente critica: siamo all’82esimo posto su 144 paesi analizzati, l’ultimo anno abbiamo perso ben 32 posizioni, e siamo al 117esimo posto quando consideriamo solo la dimensione economica. I dati sull’occupazione femminile sono allarmanti: meno di una donna su due in Italia lavora, una su tre se consideriamo solo il Sud del paese.

Come anche in altri Paesi, ormai le donne italiane sono mediamente più istruite degli uomini. L’istruzione è un indicatore positivo: le donne istruite hanno più probabilità di lavorare, di tornare al lavoro dopo la nascita di un figlio, di progredire nella carriera, di avere un reddito adeguato lungo l’intero arco della loro vita e anche di avere un maggior peso decisionale all’interno della coppia.

Eppure l’istruzione sembra non bastare a realizzare la parità di genere sul mercato del lavoro, nell’economia e nella società. E le conseguenze non sono solo una questione di giustizia e di diritti, ma un vero e proprio spreco di talenti, che secondo il Fondo Monetario Internazionale costa all’Italia il 15% del PIL. Un problema economico dunque che riguarda l’intero Paese. Ma da cosa dipendono i nostri ritardi in tema di parità di genere?

E’ difficile pensare ad un’unica causa scatenante, si tratta piuttosto di un contesto generale poco favorevole al lavoro femminile con radici culturali profonde. Per esempio, all’interno della famiglia la condivisione tra uomini e donne dei carichi di cura – bambini, anziani – è ancora scarsa, e le donne, anche quando lavorano, svolgono la maggior parte del lavoro di cura.
Nell’ambito aziendale poi, resta forte la preferenze delle imprese per l’assunzione e promozione di uomini, che ci si aspetta dedicheranno più tempo e impegno al lavoro, proprio perché si occupano meno della famiglia.

E’ dunque necessario creare un contesto favorevole per non sprecare il grande investimento in capitale umano femminile che possediamo. In questo le istituzioni svolgono un ruolo importante, poiché sono quelle che possono aiutare a creare un contesto più favorevole per l’occupazione e le carriere femminili.

Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa #Maipiusenza che chiede ai candidati a qualunque livello di amministrazione di aderire a un piano organico per l’inclusione delle donne nella società.

Un piano d’azione di 12 punti, linee guida che affidiamo all’attenzione della politica e di chiunque sarà eletto alle prossime elezioni.
La campagna è aperta a tutti i cittadini ed è possibile aderire qui.

————–

AZIONI DI SISTEMA

  1. Cambiamento di approccio nella progettazione delle politiche pubbliche:
    – Adozione di un bilancio di genere e inserimento di una prospettiva di genere nelle analisi ex ante ed ex post delle politiche pubbliche.
  2. Raccolta di dati disaggregati per genere
    – Predisposizione di linee guida, per i centri di ricerca, gli istituti di statistica ma anche per le imprese, volte alla raccolta di dati disaggregati per genere in tutti i settori, economici e non solo.

A – PARTICIPAZIONE AL MERCATO DEL LAVORO

  1. Formazione e riqualificazione:
    – Creazione di protocolli con le amministrazioni locali ed enti di formazione per garantire la formazione alle donne nei settori con maggiore disponibilità di occupazione, in primis nel settore digitale.
  2. Politiche fiscali:
    – Detraibilità/deducibilità totale delle spese di cura sia per i figli che per gli anziani ed i disabili a carico di uno o entrambi i coniugi quando lavorano entrambi;
    – Incentivi per il rientro a lavoro dopo la maternità.
  3. Appalti pubblici:
    – Creazione di un sistema di preferenze che assegni ad aziende con determinati requisiti (ad esempio, proprietà femminile, presenza di piani efficaci di parità di genere, presenza di adeguate misure di bilanciamento vita-lavoro) un punteggio extra;
    – Azione a favore delle aziende appena citate attraverso i piani di subappalto, per incidere in maniera sostanziale sulla catena di produzione.

B – PARITA’ SALARIALE

  1. Trasparenza e merito:
    – Richiesta di inserimento, nel bilancio annuale di ogni azienda con più di 50 dipendenti, del dato relativo alla percentuale di presenza femminile in rapporto alla forza lavoro complessiva con informativa esplicita su: numeri assoluti e percentuali in ingresso e di dispersione nel corso della crescita professionale, analisi dei vincoli e delle opportunità alla crescita, divario salariale a parità di posizioni e qualifiche e presenza in azienda di generazioni diverse;
    – Strumenti di incentivo/pressione volti alla pubblicazione in forma aggregata dei compensi di tutti i dipendenti.

C – LEADERSHIP ECONOMICA

  1. Contro il soffitto di cristallo:
    – Monitoraggio dei risultati della legge n. 120/2011 in vista della sua naturale scadenza, prevista tra cinque anni, e riflessione sull’eventuale necessità di proseguire con nuovi strumenti normativi per non disperdere le conquiste raggiunte fino ad ora.

D – CURA E CONDIVISIONE

  1. Politiche di incentivo sui congedi:
    – Rimodulazione del congedo di maternità, mantenendo i cinque mesi obbligatori ma legandone solo tre al momento del parto e lasciando che gli altri due siano fruiti, secondo accordo tra lavoratrice e datore di lavoro, entro il primo anno di vita del bambino; contemporaneamente, introduzione di un mese di congedo di paternità obbligatorio, retribuito allo stesso livello di quello materno, da fruirsi entro il primo anno di vita del bambino;
    – Un sistema di incentivi e disincentivi per far richiedere ai padri e non solo alle madri il congedo parentale.
  2. Maternità e salute riproduttiva delle donne:
    – Creazione di spazi appositi per mamme nelle prime settimane di congedo di maternità, con anche il coinvolgimento di cooperative e ospedali.
  3. Cura dei bambini e asili nido:
    – Rimodulazione delle soglie di reddito per l’accesso agli asili nido di bambini di età inferiore ai tre anni, anche in base ai recenti cambiamenti socio-demografici che hanno interessato la società italiana negli ultimi anni;
    – Incentivi fiscali per le donne interessate ad aprire dei micro-nidi (sull’esempio dei “Tagesmutter” tedeschi);
    – Meccanismi premianti per le aziende che offrono ai propri dipendenti un nido aziendale;
    – Nuovo piano di investimenti per garantire una maggiore disponibilità di posti negli asili nido;
    – Predisposizione del tempo pieno in tutte le scuole elementari pubbliche.

CULTURA DELLA PARITA’

  1. Rompere gli stereotipi:
    – Campagne di comunicazione e finanziamento di prodotti culturali (film, libri, serie tv) che discutano gli stereotipi di genere, smascherandoli;
    – Attivazione di progetti di collaborazione con scuole medie e istituti superiori per garantire dei percorsi di orientamento e valorizzare il talento delle studentesse, superando gli stereotipi che si possono creare fin dalla prima infanzia;
    – Revisione dei testi scolastici delle scuole elementari, volta all’eliminazione degli stereotipi di genere;
    – Attivazione di percorsi di costruzione della leadership per le giovani donne durante l’università, indipendentemente dall’indirizzo, e di mentoring interno ed esterno.
  2. Violenza contro le donne
    – Finanziamento di percorsi per l’autonomia delle donne che hanno subito violenza, anche attraverso dei protocolli d’intesa con imprese e cooperative per favorire il loro inserimento lavorativo e, quindi, creare le condizioni per una loro indipendenza finanziaria;
    – Finanziamento di progetti di prevenzione e contrasto della violenza di genere nelle scuole.

Alessia Mosca, proponente della legge sulle quote di genere nei cda (“Golfo-Mosca”)
Paola Profeta, Università Bocconi
Paola Subacchi, Chatham House Londra

14 febbraio torna nel mondo ONE BILLION RISING

OBRUn miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine
Crescere! Resistere! Unire!

Ancora una volta, il tema di SOLIDARITY rimane al centro di One Billion Rising 2018.

Stiamo entrando in un periodo definito da una feroce escalation di attacchi fascisti, imperialisti e neoliberali sulla vita delle persone in tutto il mondo. E i più emarginati – classe lavoratrice, minoranza e donne ai margini in ogni parte del globo – sperimentano l’impatto e sono costretti a confrontarsi con questi attacchi per il loro benessere, i loro diritti e le loro case.

In risposta all’elezione di Trump negli Stati Uniti, unendosi all’emergenza di altri leader anti-donne, anti-popolo e governi di tutto il mondo, stiamo assistendo ad un massiccio aumento globale di movimenti e all’impegno profondo e continuo, che creano una forte solidarietà e un’energia dinamica per una crescente resistenza ovunque – per i diritti delle donne e di genere, la protezione e difesa delle terre indigene e dei diritti delle popolazioni indigene, contro il fascismo e la tirannia, discriminazione e razzismo, saccheggi e distruzione ambientali, avidità delle multinazionali, violenza economica, povertà, brutalità dello stato e repressione, guerra e militarismo.

Quest’anno, l’OBR è destinata ad aumentare i RISING contro tutte le forme di violenza contro le donne – inclusa una crescente resistenza contro i sistemi che causano altre forme di violenza: imperialismo, fascismo, razzismo, capitalismo e neoliberismo – e continuerà a mettere in risalto dove questi problemi si interconnettono.

L’OBR 2018 continua a sostenere il tema di “Solidarietà contro lo sfruttamento delle donne“, poiché le politiche neo-liberiste e il capitalismo rapace sono diventati il motore della maggior parte dei governi, portando conseguenze profonde alla classe operaia e ai settori marginalizzati.
Lo sfruttamento e la povertà senza precedenti che devastano la maggior parte del mondo stanno diventando più difficili e impossibili da ignorare.

La sofferenza ha raggiunto nuove vette e quest’anno l’OBR sta assistendo a una nuova, dinamica e radicale militanza e vitalità che si oppone e si innalza contro tale repressione e oppressione.

Un focus continua a rimanere su “Sfruttamento“, perché le donne di tutto il mondo stanno soffrendo il regno del neoliberismo che ha peggiorato le condizioni sociali ed economiche per le donne.

La fame ha raggiunto nuovi livelli e la povertà non può più essere esclusa come una forma distinta di violenza. Disoccupazione, senzatetto, sfruttamento lavorativo, lavoro forzato, tagli di governo ai servizi sociali, assenza di terra, contrattualizzazione, abbassamento del salario minimo, privatizzazione, sfollamento da guerre, militarizzazione e clima, disastri ambientali causati dall’avidità delle imprese, traffico umano e sessuale e altro – tutti risultati di un sistema globale che sta facendo precipitare il mondo nella crisi economica – prestano ad altre forme di violenza che vanno di pari passo con l’atroce povertà, fame e privazione.

Il tema dello sfruttamento mette in evidenza, in particolare, i lavoratori che aumentano ovunque.
Dalle donne contadine e dalle comunità indigene che si innalzano contro industrie estrattive come l’estrazione mineraria, la trivellazione petrolifera, il fracking e il saccheggio dell’ambiente e delle risorse naturali, agli operai che si oppongono agli abusi delle multinazionali all’interno delle zone di esportazione, agli infermieri che si alzano per migliorare la paga e la dignità del lavoro, i lavoratori del governo in aumento contro i propri datori di lavoro, i lavoratori del ristorante in aumento per il salario minimo, i lavoratori migranti e domestici in aumento contro le pratiche di lavoro abusive, i lavoratori in abiti in aumento per la sicurezza sul posto di lavoro, i lavoratori in tutto il mondo in aumento per vivere salario, sicurezza, dignità, uguale retribuzione e altro ancora.

Le donne lavoratrici di tutto il mondo stanno crescendo contro gli attacchi neoliberali ai salari e contro il degrado dei lavoratori, ridotti a nient’altro che ingranaggi, parte di una ruota capitalista globale che continua a produrre profitti che non tornano ai lavoratori. Stati, Nazioni, Istituzioni Internazionali che così spesso pretendono di salvaguardare il benessere del popolo, sanciscono questo sfruttamento economico – ma esistono solo per essere i fornitori imperialisti di capitale – e quindi, le avanguardie di sfruttamento.

Il 2017, ha visto lavoratori, gruppi di minoranza e le comunità più emarginate rimontare anche di fronte alla repressione, l’inganno, la manipolazione e la violenza. Ma a causa della forza della solidarietà, le risposte vedevano anche un’energia collettiva e una resistenza politica che non potevano essere schiacciate.

La nostra richiesta di SOLIDARIETÀ è locale e globale e include, ma non è limitata a

Rising Against ...

– Guerra
– Tirannia
– Razzismo
– Fascismo
– Violenza contro le donne
– Sfruttamento dei lavoratori
– Imperialismo
– Risorse e sfruttamento della terra
– Distruzione del clima
– Povert
– Misoginia
– Patriarcato
– Sessismo
– Discriminazione di genere

E’ in aumento per:
– Uguaglianza delle donne, sicurezza e libert
– Diritti dei rifugiati
– Diritti dei migranti
– Giustizia climatica
– Diritti riproduttivi
– Formazione scolastica
– Stampa libera
– Sicurezza dei difensori dei diritti delle donne
– Diritti costituzionali
– Educazione civica e sessuale
– Diritti LGBTQI

Come negli anni precedenti, la classe lavoratrice, le donne di base, le minoranze e le donne emarginate continueranno a guidare in modo feroce e dinamico le donne che sono state maggiormente colpite dalle politiche anti-donne, anti-democratiche e anti-popolari.

RESISTERE

L’entità della sofferenza delle donne continua a generare resistenza creativa e politica nel movimento One Billion Rising come non avevamo mai visto prima.
Quello che è iniziato come una protesta di danza creativa in tutto il mondo sta emergendo come una resistenza creativa collettiva che usa l’arte e la solidarietà come potenti strumenti di protesta contro tutte le forme di violenza.

Oggi, One Billion Rising sta crescendo e va oltre l’opposizione degli effetti del patriarcato e della violenza fisica e sessuale alle donne: confrontarsi e resistere ai sistemi capitalisti, imperialisti e fascisti globali che causano e sostengono forme peggiori di povertà, forme di lavoro senza precedenti, economiche e sfruttamento sessuale, traffico di esseri umani e sessuali, migrazioni forzate, violenze e guerre sponsorizzate dallo stato, razzismo ed esclusione, abusi e saccheggi ambientali, militarizzazione e spostamenti interni e internazionali.

Un aumento di un miliardo ci mostra che le donne svolgono un ruolo cruciale in questa resistenza, creando movimenti di solidarietà, mentre guidano dalla prima linea delle lotte locali, nazionali e internazionali.

Ci mostra che le donne continuano a organizzarsi ovunque, sfruttando l’energia collettiva, costruendo la speranza e la solidarietà, e usando creatività e visione mentre innalzano la coscienza politica nella loro determinazione incrollabile e feroce verso un futuro di libertà, uguaglianza, rispetto e dignità.

da: https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.onebillionrising.org/about/campaign/&prev=search

«Il problema è il neo-liberismo: siamo libere solo nei consumi»

Ueno-ChizukoLe donne in Giappone sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Ueno Chizuko è considerata la più importante femminista del Giappone. Prese parte al movimento studentesco all’Università Kyoto, dove nel 1976 presso la «Società di studi di genere del Giappone» incontrò la materia che ha segnato la sua vita. Da allora ritiene ricerca e attivismo inscindibili.
È oggi a capo della Wan – Woman Action Network ed è professoressa emerita dell’Università di Tokyo, che forma larga parte della classe dirigente del paese. È autrice molto prolifica e tra gli altri di «Nationalism and gender».

Il Partito Liberaldemocratico (LDP) ha imposto la narrativa del jikosekinin. Cosa implica per le donne?
Jikosekinin è la parola chiave del neoliberalismo: significa responsabilità personale, qualsiasi cosa tu ottenga è tua responsabilità. Ma quella che viene data alle donne è solo un’apparente di scelta, le giapponesi sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Lei ha invitato a liberare l’uomo dal patriarcato, in che senso?
Liberarlo dai lunghi orari di lavoro e dalla responsabilità illimitata verso il datore di lavoro. Una volta impiegati a tempo pieno e indeterminato gli uomini giapponesi devono abbandonare la loro libertà e dedicare la loro vita alla loro impresa. È come affidare il proprio destino nelle mani del datore di lavoro. L’organizzazione d’impresa giapponese mantiene una forte assegnazione di ruoli. L’uomo è ancora considerato quello che porta a casa il pane. Il governo chiede alle donne di lavorare quanto gli uomini, ma quelle che possono farlo sono una minoranza.

E per farlo devono rinunciare alla maternità?
Non necessariamente. Quelle che hanno il sostegno di una famiglia agiata no. Una volta la priorità nell’investimento in una famiglia era data ai maschi, ma ora con così pochi figli le famiglie non si possono più permettere la discriminazione di genere e le madri aiutano le figlie a essere buone lavoratrici e buoni madri. Ma queste portano poi il peso di lavorare lunghe ore e dover anche curarsi dei figli, a volte trasferendone la cura alle nonne. Soffrono questo dilemma quando tornano da me dopo la laurea. Si lamentano soprattutto dei mariti. Queste ragazze praticano l’endogamia di classe, scelgono ragazzi d’elite come mariti che sono impegnati a salire la scala sociale. Questo è un dilemma che la nostra generazione non aveva. Per noi c’era solo la scelta secca tra lavoro o famiglia. Questo è un cambiamento forzato dal neoliberalismo che non avevamo sperato.

In quale parte della società giapponese c’è più segregazione di genere?
In termini di tradizione culturale la segregazione è più forte nelle società musulmane. Questo tipo di segregazione è comune però anche al Giappone. Le donne hanno il loro mondo e gli uomini il loro e sono abbastanza separati. Questa comunità omosociale è già lì sul luogo di lavoro e questo rende più difficile l’accesso delle donne al mondo del lavoro.

Per lei la compassione è un tema centrale. Ma in Giappone sembra diventare sempre meno, almeno nei discorsi di attivisti e politici di destra.
Questo è il risultato del neoliberalismo. Ma anche quel tipo di persone diventerà vecchio e debole. Puoi vivere nel modo che descrivono fino a 60 anni, ma poi? La società del super invecchiamento è però una fortuna, ci permette di imparare quanto siamo fragili e che essere forti è solo una stato transitorio della vita. All’inizio come bambino sei molto fragile e dipendente e anche alla fine della vita ti trovi di fronte alla dipendenza in ogni caso. Attualmente il mio tema di ricerca è proprio l’assistenza, per me è stato un passaggio naturale dopo gli studi di genere, è un continuo. Bambini e anziani hanno bisogno di assistenza e questo implica dipendenza. C’è un mito globale dell’indipendenza, ma anche gli uomini sono dipendenti. All’inizio come bambini e poi come anziani.

Cosa intende il femminismo giapponese con «libertà di essere madre» e cosa lo lega all’aumento delle madri singole e all’aumento della povertà infantile?
Il contesto del femminismo giapponese è diverso da quello europeo. Le donne giapponesi avevano già acquisito il diritto al divorzio dopo la guerra mondiale e l’aborto era un diritto acquisito e il numero di aborti molto alto. La legge giapponese non assicura supporto finanziario dopo il divorzio. Solo il 20 per cento degli uomini continua a sostenere le ex mogli, questa è una delle cause dell’aumento della povertà.

In cosa sono libere le donne giapponesi?
Nel consumo. Hanno così tanta scelta, forse la miglior scelta del mondo. Se possono permetterselo, però.

Intervista:

Stefano Lippiello 

Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Basta-violenzaDomenica 19 novembre 2017 nella sede di Dimensioni Diverse

Ringrazio  tutti i presenti a nome di “Donne per i diritti” e dell’associazione “Dimensioni Diverse” e ringrazio in particolare Amina Natascia Al Zeer, vicepresidente del Progetto AISHA che oggi sarà da lei presentato anche attraverso la proiezione di slide ed Amina Salah, presidente dell’Associazione ADMI, associazione Donne Musulmane d’Italia, ma anche appartenente al gruppo “Donne per i diritti” di Baggio composto da donne migranti ed italiane.

Del gruppo “Donne per i diritti” fa parte Simona Sforza che oltre a condurre l’incontro di oggi è blogger e presidente dell’Associazione “ Libere Sinergie”.

Vorrei introdurre una nota storica riguardante questa sede:

Questa ricorrenza spinge a ricordare la storia femminile e femminista che intorno agli anni sessanta questo locale ha  vissuto e interpretato.
Era la sede del  “Centro Donna” gestito da “Spazio Donna” dell’Associazione  Dimensioni Divers.

La questione femminile è una delle “diverse dimensioni” di cui si occupa, da sempre, l’Associazione.
La sua sede, allora, era in un grande locale qui vicino, in via Ceriani, ma per aver soccorso ed accolto nella sua sede per una settimana, un gruppo di rifugiati politici in difficoltà, il proprietario ce la tolse.

E’ da questo locale che in collaborazione con diversi collettivi femministi attivi nella nostra zona di Baggio, tutte insieme abbiamo rivendicato ed ottenuto l’apertura di un Consultorio a Baggio (in via Anselmo da Baggio: purtroppo poi spostato nella sede dell’ASL di via Masaniello senza spazi adeguati per continuare a mantenere viva la solidarietà tra donne) ed abbiamo rivendicato ed ottenuto l’apertura del Centro Donna Comunale in via Anselmo da Baggio nella ex Scuola Media “Don Milani”. Ma , dopo 2 anni, la nuova gestione comunale di Milano di destra, ha chiuso il Centro.

Il mio augurio è che tutte le donne presenti mantengano i contatti con tutte le donne della nostra zona per migliorarne sempre più la condizione femminile.

Termino riportando una frase significativa dell’Associazione “ Dimensioni Diverse”: Ognuno di noi è chiamato ad uscire dal proprio individualismo per vivere l’amore universale della vita, nella riscoperta della propria specificità.

Rosanna
Volantino:
23622236_1503444573084601_5843336628042648960_n

———————–

Amina Natascia Al Zeer, vicepresidente del Progetto Aisha, attraverso una proiezione di slide, ha fatto conoscere da vicino il lavoro prezioso del Progetto che si propone di:

  • offrire ogni strumento possibile per aiutare le donne mussulmane e non;
  • a prevenire ed a superare condizioni di violenza e di discriminazione
  • a rendere le donne indipendenti a livello psicologico ed economico.

La proiezione ha suscitato molto interesse fra le donne presenti, italiane e migranti.

Vedi le foto

«Non una di meno» : una storia, un racconto, una promessa

Lotto-MarzoL’universo femminile ha travolto il mondo contro ogni violenza per il diritto alla vita.

Il femminile ha proclamato lo “sciopero globale” che si è esteso in 48 paesi.

“Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come ‘fenomeno culturale’, dal sessismo al razzismo, all’omofobia…”. (Lea Melandri)

Manteniamo la forza delle convergenze, estendiamo il conflitto mondiale contro le politiche diffamanti e miserabili.

Vedi alcune foto

Lotto Marzo in Italia

Lotto Marzo nel Mondo

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.

8-Marzo-immagine

Contro la violenza, per i diritti: «8 Marzo – Sciopero generale di 24 ore, settore pubblico e privato».

Nella giornata delle mimose
le donne si ribellano.

Scioperiamo perché vogliamo esprimere il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

Vedi: Manifestazione 8 marzo copia

 

“8 punti per l’8 marzo”

 

  1. La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne
  2. Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne
  3. Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi
  4. Se le nostre vite non valgono, scioperiamo!
  5. Vogliamo essere libere di muoverci e di restare.
        Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli
  6. Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione
  7. Vogliamo fare spazio ai femminismi
  8. Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini

Vedi: 8 Marzo-8 Punti 8

Che cosa succede se le donne si fermano l’8 marzo?

Ne danno una rappresentazione i tre video (teaser 1, 2, 3) di 45 secondi realizzati dalla creative producer Chloé Barreau e prodotti da D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza) che invitano allo sciopero globale.

Le immagini, montate prendendo spunto da più di 80 film del panorama nazionale e internazionale, offrono uno spaccato (della vita quotidiana e non) che bene si adattano alle aspettative della iniziativa.

TEASER 1      –  https://youtu.be/IUrJu9kpQ-o

TEASER 2      –  https://youtu.be/H5sbKsFogKc

TEASER 3      –  https://youtu.be/OvnljKtO6JQ

Ogni video usa come colonna sonora una versione diversa del celebre brano You don’t own me che fu interpretato per la prima volta nel 1963 da Leslie Gore a soli 17 anni (…) Nel corso dei decenni questo pezzo è stato cantato da moltissime artiste per rilanciare il messaggio di libertà e autodeterminazione, generazione dopo generazione, proprio come nel femminismo”.

8 marzo: Sciopero globale dal lavoro produttivo e riproduttivo 

 

Box-Corteo

 

Il diritto allo sciopero è garantito dalla legge

Su richiesta di “Non Una di Meno” a tutte le organizzazioni, lo sciopero generale di 24 ore è stato proclamato ufficialmente da diverse realtà del sindacalismo di base.

Questo significa che nelle 24 ore del giorno 8 marzo tutte le lavoratrici del pubblico impiego e del privato possono scioperare perché esiste la copertura sindacale generale.

Puoi farlo anche tu anche se nel tuo luogo di lavoro non ci sono sindacati che appartengono a uno di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato.

La comunicazione dell’astensione arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dalla propria associazione datoriale

Vedi:  Lo sciopero è un diritto garantito dalla legge

#NonUnaDiMeno #LottoMarzo
8 marzo: Sciopero globale dal lavoro produttivo e riproduttivo

Un “8 Marzo” anche per loro: colevoli di «TRATTA»

lA-tRATTAIn Italia sono 70mila le donne vittime della tratta, di cui la metà giovani nigeriane. «Nei villaggi i trafficanti appaiono come salvatori, con 40 euro si prendono una ragazza. … Ma è forse una colpa vivere in un villaggio e non sapere l’inglese?».

Blessing Okoedion è stata vittima della tratta, ingannata, nonostante la sua laurea.
Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione.

È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello. Appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa”».

La catena di Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini.Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro servile: ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente.

Un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno
e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi.

In Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane: ogni mese qui in Italia da loro si acquistano 9-10 milioni di prestazioni sessuali.

Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi: le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state 11mila: erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile”.

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si prendono una ragazza», racconta Blessing. «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?».

L’OIM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta»,

Il progetto si chiama Aware Migrants. «Non sanno, afferma Flavio Di Giacomo portavoce OIM
senza mezzi termini, che «la Libia è inferno. I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione torni indietro per raccontare. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume. Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro: ma non possono, una volta che hai pagato devi partire.
Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hanno raccontato di persone uccise perché non volevano più partire
».

Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia: queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. «Non abbiamo il diritto di dire “non partite, ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono “non immaginavo”».

da un articolo di Sara De Carli
www.vita.it – 13 febbraio 2017

NON UNA DI MENO – Roma 26 Novembre Manifestazione Nazionale

Non-una-di-menoLa violenza maschile sulle donne non è un fatto privato né un’emergenza ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, un dato politico che affonda le sue radici nella disparità di potere fra i sessi.

Vedi l’appello

La violenza attraversa ogni aspetto dell’esistenza, controlla e addomestica i corpi e le vite in generale e delle donne in particolare: in famiglia, sui luoghi di lavoro, per strada, sui media, ….

Le donne migranti subiscono molte più prevaricazioni e violenze, non solo le varie forme di coercizione patriarcale nelle società d’origine, dalle quali fuggono, non solo gli stupri, gli abusi, i ricatti sessuali ed economici durante il viaggio, ma infine anche il sessismo e le discriminazioni della loro condizione di immigrate da noi, in Italia: ad esempio nella legge sull’immigrazione i loro permessi di soggiorno sono quasi sempre legati ai documenti del marito per ricongiungimento familiare e questo quasi sempre le rende più vulnerabili o quanto meno più sfruttabili nel mondo del lavoro.

Parte da queste considerazioni il primo manifesto per un femminismo migrante. Primo assunto: anche l’antirazzismo non può più essere neutro e tacere il patriarcato delle comunità migranti.
Verrà presentato e sottoposto a discussione collettiva a Roma il 27 novembre, il giorno dopo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne, quando si svolgeranno una serie di incontri sul modello Social forum su temi di genere.

Adesso basta! è il grido che si alza da più parti nel mondo.

« Older Entries