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«Non una di meno» : una storia, un racconto, una promessa

Lotto-Marzo

Lotto-MarzoL’universo femminile ha travolto il mondo contro ogni violenza per il diritto alla vita.

Il femminile ha proclamato lo “sciopero globale” che si è esteso in 48 paesi.

“Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come ‘fenomeno culturale’, dal sessismo al razzismo, all’omofobia…”. (Lea Melandri)

Manteniamo la forza delle convergenze, estendiamo il conflitto mondiale contro le politiche diffamanti e miserabili.

Vedi alcune foto

Lotto Marzo in Italia

Lotto Marzo nel Mondo

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.

8-Marzo

8-Marzo-immagine

Contro la violenza, per i diritti: «8 Marzo – Sciopero generale di 24 ore, settore pubblico e privato».

Nella giornata delle mimose
le donne si ribellano.

Scioperiamo perché vogliamo esprimere il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

Vedi: Manifestazione 8 marzo copia

 

“8 punti per l’8 marzo”

 

  1. La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne
  2. Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne
  3. Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi
  4. Se le nostre vite non valgono, scioperiamo!
  5. Vogliamo essere libere di muoverci e di restare.
        Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli
  6. Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione
  7. Vogliamo fare spazio ai femminismi
  8. Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini

Vedi: 8 Marzo-8 Punti 8

Che cosa succede se le donne si fermano l’8 marzo?

Ne danno una rappresentazione i tre video (teaser 1, 2, 3) di 45 secondi realizzati dalla creative producer Chloé Barreau e prodotti da D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza) che invitano allo sciopero globale.

Le immagini, montate prendendo spunto da più di 80 film del panorama nazionale e internazionale, offrono uno spaccato (della vita quotidiana e non) che bene si adattano alle aspettative della iniziativa.

TEASER 1      –  https://youtu.be/IUrJu9kpQ-o

TEASER 2      –  https://youtu.be/H5sbKsFogKc

TEASER 3      –  https://youtu.be/OvnljKtO6JQ

Ogni video usa come colonna sonora una versione diversa del celebre brano You don’t own me che fu interpretato per la prima volta nel 1963 da Leslie Gore a soli 17 anni (…) Nel corso dei decenni questo pezzo è stato cantato da moltissime artiste per rilanciare il messaggio di libertà e autodeterminazione, generazione dopo generazione, proprio come nel femminismo”.

8 marzo: Sciopero globale dal lavoro produttivo e riproduttivo 

 

Box-Corteo

 

Il diritto allo sciopero è garantito dalla legge

Su richiesta di “Non Una di Meno” a tutte le organizzazioni, lo sciopero generale di 24 ore è stato proclamato ufficialmente da diverse realtà del sindacalismo di base.

Questo significa che nelle 24 ore del giorno 8 marzo tutte le lavoratrici del pubblico impiego e del privato possono scioperare perché esiste la copertura sindacale generale.

Puoi farlo anche tu anche se nel tuo luogo di lavoro non ci sono sindacati che appartengono a uno di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato.

La comunicazione dell’astensione arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dalla propria associazione datoriale

Vedi:  Lo sciopero è un diritto garantito dalla legge

#NonUnaDiMeno #LottoMarzo
8 marzo: Sciopero globale dal lavoro produttivo e riproduttivo

Un “8 Marzo” anche per loro: colevoli di «TRATTA»

lA-tRATTA

lA-tRATTAIn Italia sono 70mila le donne vittime della tratta, di cui la metà giovani nigeriane. «Nei villaggi i trafficanti appaiono come salvatori, con 40 euro si prendono una ragazza. … Ma è forse una colpa vivere in un villaggio e non sapere l’inglese?».

Blessing Okoedion è stata vittima della tratta, ingannata, nonostante la sua laurea.
Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione.

È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello. Appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa”».

La catena di Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini.Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro servile: ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente.

Un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno
e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi.

In Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane: ogni mese qui in Italia da loro si acquistano 9-10 milioni di prestazioni sessuali.

Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi: le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state 11mila: erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile”.

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si prendono una ragazza», racconta Blessing. «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?».

L’OIM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta»,

Il progetto si chiama Aware Migrants. «Non sanno, afferma Flavio Di Giacomo portavoce OIM
senza mezzi termini, che «la Libia è inferno. I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione torni indietro per raccontare. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume. Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro: ma non possono, una volta che hai pagato devi partire.
Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hanno raccontato di persone uccise perché non volevano più partire
».

Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia: queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. «Non abbiamo il diritto di dire “non partite, ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono “non immaginavo”».

da un articolo di Sara De Carli
www.vita.it – 13 febbraio 2017

NON UNA DI MENO – Roma 26 Novembre Manifestazione Nazionale

Non-una-di-meno

Non-una-di-menoLa violenza maschile sulle donne non è un fatto privato né un’emergenza ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, un dato politico che affonda le sue radici nella disparità di potere fra i sessi.

Vedi l’appello

La violenza attraversa ogni aspetto dell’esistenza, controlla e addomestica i corpi e le vite in generale e delle donne in particolare: in famiglia, sui luoghi di lavoro, per strada, sui media, ….

Le donne migranti subiscono molte più prevaricazioni e violenze, non solo le varie forme di coercizione patriarcale nelle società d’origine, dalle quali fuggono, non solo gli stupri, gli abusi, i ricatti sessuali ed economici durante il viaggio, ma infine anche il sessismo e le discriminazioni della loro condizione di immigrate da noi, in Italia: ad esempio nella legge sull’immigrazione i loro permessi di soggiorno sono quasi sempre legati ai documenti del marito per ricongiungimento familiare e questo quasi sempre le rende più vulnerabili o quanto meno più sfruttabili nel mondo del lavoro.

Parte da queste considerazioni il primo manifesto per un femminismo migrante. Primo assunto: anche l’antirazzismo non può più essere neutro e tacere il patriarcato delle comunità migranti.
Verrà presentato e sottoposto a discussione collettiva a Roma il 27 novembre, il giorno dopo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne, quando si svolgeranno una serie di incontri sul modello Social forum su temi di genere.

Adesso basta! è il grido che si alza da più parti nel mondo.

Le donne migranti e italiane si incontrano

Donne-Italiane-e-migranti

Donne-Italiane-e-migrantiDomenica 13 novembre 2016 presso la Casa delle Associazioni di p.za Stovani si sono incontrate le donne migranti ed italiane per confrontarsi sulle varie forme di violenza contro le donne in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Vedi il volantino
Vedi le foto

Sintesi dell’incontro del 13 novembre 2016
Presenti Amina Salah e Soumya dell’Associazione Donne Mussulmane in Italia, Simona Sforza, Rosanna Meazza,  Anna Carretta e Alice Arienta del gruppo “Donne per i Diritti”.

Il gruppo, in occasione della Manifestazione Nazionale contro la Violenza alle donne che si svolgerà a Roma il 26 novembre 2016, ha organizzato domenica 13 novembre 2016, presso la Casa delle Associazioni, dalle ore 16 alle 18,  un’assemblea pubblica delle donne italiane e migranti, per raccogliere, attraverso il dialogo e il confronto, spunti di conoscenza e riflessione sul tema della violenza contro le donne.

Il dialogo si è svolto in italiano e in arabo e la comprensione delle due diverse lingue è stata facilitata da  Soumya, che ha coinvolto nell’incontro  anche il Gruppo donne “ITAMA” di via Paravia, in quartiere San Siro, iscritto alla Casa delle Associazioni.

L’incontro ha avuto lo scopo di essere un momento di informazione, di scambio di riflessioni e di domande sulla violenza di genere.

È emerso come i pregiudizi nei confronti delle donne migranti, soprattutto riguardo all’uso del velo, siano una forma di violenza molto diffusa, che produce giudizi e trattamenti discriminatori.

È stato messo in luce in modo evidente il pregiudizio diffuso che la religione islamica sostenga la sottomissione e la sudditanza della donna e molte donne presenti hanno chiarito come il Corano difenda e valorizzi l’autonomia e il rispetto della donna e quanto invece le tradizioni locali preislamiche condizionino ancora le relazioni tra generi e impediscano in molti casi l’emancipazione femminile.
Questa esperienza è molto simile a quella vissuta in tante parti del nostro paese da donne italiane.

Si è parlato del fatto che le leggi dello Stato sono spesso il riflesso di una mentalità maschilista e androcentrica.
Allo stesso modo, questo fenomeno si ritrova all’interno di molte confessioni religiose, che vedono ancora una forte gerarchia di potere maschile, con interpretazioni delle sacre scritture a uso e consumo di un potere ancora principalmente nelle mani degli uomini.

Il confronto è stato molto aperto e vivace e ha sollecitato tutte le presenti a proseguire in un cammino di incontri per poter approfondire il dialogo e la conoscenza.

All’ingresso della Casa delle Associazione è stata esposta la mostra “L’immagine della donna e dell’uomo nella pubblicità” – Vedi – , realizzata nel 2011 dal  gruppo “Donne a Confronto“, che rimarrà esposta fino al 25 novembre.

L’incontro è stato accompagnato da dolci e diversi tipi di té preparati dalle donne arabe.
Una parete della sala è stata completamente “vestita” da abiti tradizionali femminili.

Alcune donne hanno portato con sé i figli e si sono organizzate per  presidiare a turno uno spazio gioco in una stanza della Casa delle Associazioni durante il dialogo.

Alla fine abbiamo condiviso insieme la merenda, scattato foto e ci siamo lasciate con l’impegno a proseguire negli incontri, invitando anche altre donne.

Lettera delle donne di Rete Kurdistan

Donne-Kurdistan

Donne-KurdistanCare compagne, il 24 Settembre si terrà una mobilitazione unitaria a Roma alle 14 a Porta Pia contro la guerra turca al popolo curdo, contro l’accordo Ue – Turchia e per la liberazione di Ocalan.

 

Sulla scorta dell’APPELLO DELLE DONNE lanciato da Donne Rete Kurdistan: http://www.retekurdistan.it/2016/08/appello-delle-donne-di-rete-kurdistan-a-sostegno-del-rojava/ richiamiamo alla partecipazione in sostegno al movimento di liberazione delle donne e al popolo curdo.

Il movimento di liberazione delle donne, le pratiche e la conoscenza da esso prodotte sono state sino ad oggi la base per una società libera e democratica su cui si fonda il confederalismo democratico in Siria. E’ importante mostrare la propria solidarietà in un momento così delicato per la rivoluzione sociale del Rojava e per la repressione in Bakur acuita dalla Turchia post golpe di Erdogan.

In questi territori le organizzazioni autonome delle donne hanno proposto in un movimento che dura 40 anni, un radicale cambiamento nel modo di intendere l’organizzazione, la storia, la società indicando un modello di convivenza alternativo e oltre i nazionalismi, basato sull’autorganizzazione, l’ecologia e l’autodifesa.

E proprio nel campo dell’autodifesa, ci troviamo oggi di fronte a rappresentazioni mediatiche violente e sessiste che ritraggono spesso le guerrigliere secondo i canoni capitalisti occidentali, paragonandole ad attrici hollywoodiane, svalorizzando così il portato di liberazione delle combattenti. L’intera filosofia delle Unità di difesa femminili YPJ è di combattere il sessismo e di prevenire che le donne vengano usate o ritratte come oggetto sessuale. Questa filosofia si contrappone alle violente politiche di repressione che non lasciano indenne nessuno e che avvengono oggi in Turchia, anche, come recentemente è avvenuto contro militanti del mondo LGBTQ.

La filosofia dell’autodifesa in ogni ambito della società mostra anche come l’organizzazione autonoma delle donne in ogni momento della vita è condizione primaria e necessaria per una trasformazione sociale e per uno sviluppo di convivenza pacifico tra differenze per tutto il Medio Oriente e non solo.

Per supportare la lotta curda di liberazione delle donne e il popolo curdo e la rivoluzione sociale in Rojava, è quanto mai necessaria in questo momento una numerosa partecipazione da parte delle compagne che hanno sostenuto e sostengono il movimento di liberazione curdo.

Non è più possibile stare a guardare in silenzio.

In un’ampia solidarietà femminista internazionale chiamiamo tutte le reti di donne, femministe, queer, lesbiche, alla partecipazione alla “Manifestazione in piazza per il Kurdistan , Sabato 24 settembre, H 14 Porta Pia

Donne-Rete Kurdistan

22-9-2016

“Spazio Donna” dell’Associazione Dimensioni Diverse

La sua storia ha avuto origine alla fine degli anni ’60 quando un gruppo di ragazzi e ragazze si sono costituiti parte del “Circolo Acli di Baggio” trovandosi a vivere nella realtà del quartiere i diversi problemi: il territorio, la casa, la scuola, la problematica femminile, la formazione, gli spazi pubblici come la biblioteca.

Erano anni di grande trasformazione sociale e di grande entusiasmo nella scoperta di un diverso impegno civile e sociale: un grande fervore ha permesso al gruppo di esprimersi nei diversi campi con particolare riferimento alla realtà di Baggio, in quegli anni, in grande trasformazione dovuto anche ai nuovi insediamenti per le migrazioni dal Sud Italia.

Nei primi anni ’70 si era costituito il “Collettivo Donne“ che aveva la sede denominata “Centro Donna” in via Due Giugno 4 e faceva parte del “Gruppo Acli” che svolgeva l’attività in via Ceriani n°20 accanto alla “Merceria” ora “Libreria Oltre il Confine”.

Il “Collettivo Donne” all’interno del  “Gruppo Acli” si diede il compito di tener vivo e coltivare un costante  rapporto con le donne di Baggio. Erano i primi anni dei gruppi di “autocoscienza”, del Femminismo, e altri gruppi femministi si sono ritrovati nelle rivendicazioni: dal “Consultorio Pubblico” prima, il “Centro Donna” Pubblico” poi.

  • Vedi alcune foto 
  • Vedi “Centro Donne – Zona 18

Nel contempo il “Collettivo Donne” proseguiva a sviluppare numerose iniziative di sensibilizzazioni rivolte in particolare alle donne della zona.

Per conoscere le esigenze delle donne di Baggio, per poter individuare le argomentazioni che più avrebbero risposto alle loro necessità e attirato la loro attenzione, abbiamo predisposto un questionario sulla salute della donna che siamo andate a proporre nelle case popolari, nei vecchi cortili e nella Cascina Meriggia, là dove era alta la presenza di famiglie numerose, in cerca di lavoro, provenienti dal Meridione.

Le esigenze emerse più espresse sono state due: la salute della donna messa in pericolo dalla presenza di un alto numero di figli (mancanza di conoscenze riguardo la contraccezione) e la bassa conoscenza della lingua italiana (al sud le donne difficilmente potevano andare a scuola perché il compito principale era di accudire alla famiglia).

I nostri campi d’intervento sono stati:

  1. Insegnare la lingua italiana nei cortili in cui le donne mettevano a disposizione la loro casa perché i mariti non erano d’accordo che si allontanassero. I corsi erano riconosciuti a livello istituzionale.
  2. Diffusione dei metodi contraccettivi attraverso incontri organizzati con il Consultorio Familiare Pubblico che in quegli anni, con una mobilitazione dei diversi gruppi di donne  presenti nella zona fra cui il nostro “Collettivo Donne”, ne aveva rivendicato l’apertura al Consiglio di Zona.
  3. In collaborazione con il Consultorio Familiare Pubblico (allora sempre pronto ad accogliere le istanze delle donne organizzate sul territorio) e con la Regione Lombardia, ma anche con le Organizzazioni Sindacali, abbiamo contribuito ad organizzare diversi corsi gratuiti sulla Salute della Donna, corsi “150 ore”, corsi di maglia e cucito soprattutto per le casalinghe perché fossero motivate maggiormente ad uscire da casa. I corsi rappresentavano una prima occasione per introdurre tematiche sulla condizione femminile. La sede dei corsi erano le strutture di zona: aule della scuola media, scuola elementare e Biblioteca.
  4. In seguito un’altra rivendicazione collettiva dei diversi gruppi attivi a Baggio è stata la richiesta dell’apertura di un “Centro Donne” pubblico  in cui le donne potessero organizzarsi. Fu aperto nella ex Scuola Media “Don Milani” in via A. da Baggio, ma dopo poco tempo il Consiglio di Zona, per mancanza di fondi o per contrastare le richieste dei gruppi di donne organizzate (la Lega era alla guida del CdZ) il servizio pubblico fu chiuso.
  5. Il Collettivo Donne continuò il suo cammino di contatti con le donne del quartiere.
  6. Nel 1990 il “Gruppo Acli” ormai uscito dalle Acli, decise di darsi una veste giuridica creando l’Associazione “Dimensioni Diverse” – spazio di relazione e di pensiero”.
    L’attività delle donne dell’Associazione si sono riconosciute nello “Spazio Donna” continuando a promuovere iniziative fra le donne della zona, in collaborazione con il Sindacato di zona e la Regione Lombardia.
  7. Nel 1994 l'”Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna” è stata registrata nell’elenco delle Associazioni Femminili della Regione Lombardia.
  8. Perché la ricchezza degli anni passati prodotta dalle donne non fosse dispersa ma continuasse a dar vita a nuovi percorsi nella zona, nel 2010  l’”Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna” ha contribuito a costituire, a Baggio, il Gruppo “Donne a Confronto” composto da donne impegnate a vario titolo nella nostra zona.
    L’obiettivo del gruppo è dare, nell’arco di tutto l’anno, continuità alle tematiche che ogni anno vengono messe in campo, con particolare attenzione alle ricorrenze: “Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne”  e  “8 Marzo”.

Colonia: lo stupro sulle donne (e non solo)…

Violenza-donne

Violenza-donnePiù di una donna su tre, nel mondo, ha subito violenza fisica e/o sessuale. Che sia dal partner, da un esponente della sua cerchia ristretta oppure da un estraneo poco importa: il maschio tende a  considerare la donna un corpo di cui voler e poter abusare liberamente.

Vedi allegato

Né i nostri governi, ossia l’istituzione deputata anche alla sicurezza dei cittadini, sembrano voler o poter contrastare questo fenomeno, antico quanto il mondo, con una forza e convinzione minimamente paragonabili a quelle con cui impongono lo smantellamento delle politiche sociali.

Basterebbe citare il caso italiano, dove è toccato attendere il 1981 per veder abolito il «delitto d’onore» (l’uccisione della moglie adultera non era comparato all’omicidio), e addirittura il 1996 perché lo stupro venisse finalmente considerato un delitto contro la persona (e non contro la morale).
Negli Stati Uniti, un sondaggio del settembre scorso, rileva che una donna su quattro ha dichiarato di aver subito aggressioni sessuali. Dato confermato anche in Europa, dove una donna su cinque risulta essere vittima di violenze fisiche. (Dati Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione europea, 24 novembre 2015).

Insomma, uno stillicidio quotidiano e costante, una vergogna che campeggia in brutta evidenza sulla parete insanguinata della vicenda umana.

Una vergogna che, il mainstream mediatico tende a portare alla luce, con metodo finalizzato a suscitare l’indignazione, soltanto quando, come nel caso dei recenti fatti di Colonia dove la notizia tende ad essere annacquata da «significati» contingenti: per esempio l’immigrazione generatrice di violenza, la considerazione della donna presso la cultura islamica

In questo modo si ignorano volutamente due aspetti centrali del problema, dimostrando che di fatto, del problema stesso (la violenza secolare e reiterata sulle donne) poco importa a chi ci governa e dovrebbe darsi da fare seriamente per proteggere oltre il 50 per cento della popolazione mondiale.

Il primo aspetto ignorato: il persistere di una cultura maschile che si sente in diritto di disporre del corpo (e della persona) femminile a proprio piacimento. Ciò, a fronte di un’educazione sessuale (e di genere) che tarda ad essere inserita in maniera seria ed accurata all’interno di un sistema, quello scolastico (ma direi quello della società in generale).

Il secondo aspetto ignorato: riguarda una politica che ormai si lascia dettare l’agenda dagli organismi finanziari internazionali, secondo regole (o meglio: dogmi) che prevedono la riduzione dell’essere umano a mezzo e strumento per cifre impersonali.
Ad essere pressoché spariti, con il dominio della logica quantitativa (economica) su quella qualitativa (politica), sono il concetto di benessere collettivo e di giustizia sociale.

L’universale lotta per i diritti. Il diritto non è un gioco a somma zero. Non funziona in maniera per cui se ottieni diritti da una parte (diritti civili, della sfera privata in generale etc.), allora automaticamente li togli da un’altra (diritti sociali).

La lotta per l’estensione dei diritti, per l’universalizzazione della libertà, o la si conduce in maniera unitaria e convinta, nella consapevolezza di un disegno complessivo sensato e lineare (che rimetta al centro l’«idea universale di essere umano», come la chiamavano Hegel e Marx), oppure produrrà divisioni, conflitti fra poveri, egoismi reciproci ad esclusivo beneficio dell’attuale sistema tecno-finanziario.

Insomma, o costruiamo una cultura politica che, per esempio, oggi, a fronte dei fatti di Colonia permetta ad ognuno di noi di dire «Je sui femme!», ma domani di dire «io sono gay, immigrato, nero, ebreo, senza lavoro», oppure avremo già perso prima ancora di iniziare.

Estratto da un articolo di Paolo Ercolani
Il Manifesto 7/1/2016

In tutto il mondo le lavoratrici hanno gli stessi 5 problemi

Daonna-lavoro

Daonna-lavoroSono cinque le sfide che accomunano quotidianamente le lavoratrici di tutto il mondo. A svelarle, un rapporto della Thomson Reuters Foundation. Che analizza le maggiori preoccupazioni della forza lavoro femminile nelle 20 principali economie mondiali.

  1. Conciliazione vita privata-lavoro
    È la sfida più temuta dalle donne. Ben il 44% delle 9.500 intervistate, infatti, ha dichiarato di trovare difficoltà nel gestire l’impiego e la famiglia. Specialmente le russe, le indiane, le coreane e le cinesi.
  2. Parità salariale
    il 28% ha dichiarato che, per la stessa mansione, le donne sono sottopagate rispetto agli uomini. Il cruccio maggiore per le americane (58%).
  3. Molestie
    Quasi un terzo del campione ha dichiarato di aver subito molestie sul luogo di lavoro. Ma la maggior parte se ne sta in silenzio. In particolare, russe, coreane, brasiliane, giapponesi e indonesiane. Le più coraggiose, invece, sembrano essere indiane, americane e canadesi.
  4. Opportunità di carriera
    Quasi la metà delle intervistate ha dichiarato che nei loro paesi gli uomini hanno maggiori possibilità di fare carriera. E, a sorpresa, sono le francesi a lamentarsene di più (55%) rispetto alle turche (20%). Che, nonostante le statistiche a loro sfavore, considerano questo aspetto il male minore del sessismo.
  5. Figli e crescita professionale
    Solo il 23% pensa che un figlio bloccherebbe la loro carriera. Le più ottimiste in Brasile, Sudafrica, Turchia e India. Le più preoccupate, invece, in occidente (Germania, Gran Bretagna, Francia).

Annalisa Lista – 03.02.2016
http://www.west-info.eu/it

Per Sara, le altre e gli altri

Sara-non-sara

Sara-non-saraIl due giugno nel giorno della festa della Repubblica e della Resistenza antifascista, le donne e non solo, hanno manifestato in piazza della Scala contro l’ennesima violenza sulle donne. La violenza non è un fatto privato, dobbiamo lottare contro l’indifferenza e la normalizzazione della violenza.

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La violenza ha varie forme, con radici culturali e sociali molto profonde che dobbiamo sradicare.
La vita è una priorità che non può essere portata via da individui che si sentono padroni delle vite delle donne, come se fossero oggetti di loro proprietà.

La vita merita di essere riscattata!

Ingannati dalle parole che soffocano liberi pensieri
Ingannati dalle aspettative che sfiduciano i risultati
Ingannati dalle miserie che escludono le diversit
……

Siamo troppo “cresciuti” dentro il mercato come merce “qualificata” per saper ascoltare.
Discriminazioni, razzismo e violenze sono parti di una umanità crudele.

Così i grandi titoli sui media, le immagini scioccanti hanno l’effetto dell’indifferenza, un brivido emozionale, curiosità, un semplice fastidio: dinamiche diverse che non ci appartengono.
Sovversione morale di una umanità perversa.

Nessuna indignazione, privata della giustizia, sarà capace di scuotere l’ordine di una sovversione.

Morti!  Morti uccisi, morti annegati, morti abusati, morti sfruttati, …
Quante sono le morti violentate.

Sono grandi numeri, numeri di persone che perdono la sostanza dell’essere, della dignità, della stessa umanità che vive, che li conta, che li vorrebbe differenziare: sono tutte vite umane, vite diverse, naufragate in mare, arenate sulle spiagge, ammazzate dalla violenza brutale del dominio.

Volti diversi, diverse le età, …  tutte e tutti prigionieri dello stesso potere che li ha uccisi.
Prima le guerre, poi la miseria, poi i profughi, poi i naufraghi, poi gli amori traditi, poi i lavori usuranti, poi le catastrofi ambientali, ….

Sono tutte morti! Sono tutti umani. …  
Schiacciati e derisi dalla stessa ingiustizia che governa il mondo, quel “potere” arrogante che fa di ciascuno, qualcosa, la “cosa”, che vive di sé, del proprio interesse economico, esclusivo: qualcosa che l’altro è nemico,… e lo è veramente.

La sua arroganza è la mia;
la sua indifferenza è la mia;
la sua miseria è la mia.

Il bene comune è sottratto all’interesse generale.
Ogni “passione” è privata ed è in competizione.

Oltre la violenza c’è la Resistenza, la volontà a voler essere liberi nel tempo e nello spazio che ci sono comuni.

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