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Quando i "Marchi" d'abbigliamento non hanno ragione sociale
01/03/2006

Comunicato stampa: i nostri abiti sono sempre più insanguinati. Tre tragedie in una settimana nelle imprese tessili in Bangladesh: morti, feriti e distruzione per produrre indumenti a prezzi sempre più stracciati. In Bangladesh tre diversi incidenti, avvenuti la scorsa settimana, hanno provocato centinaia di morti e di feriti, secondo quanto hanno denunciato le organizzazioni internazionali e i sindacati.

"Si tratta dell'ennesimo gravissimo atto di una tragedia annunciata; ancora una volta uomini e donne muoiono per cucire i vestiti che indossiamo" dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, membro della coalizione internazionale Clean Clothes Campaign che da anni denuncia i rischi legati alla totale insicurezza dell'industria tessile in Bangladesh.
"La ricerca della massima competitività nel mercato globale spinge le imprese a ridurre al minimo i costi, provocando l'erosione continua dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici collocati alla fine della filiera produttiva; eventi come questi mettono in luce il totale fallimento della capacità delle imprese, a livello nazionale ed internazionale, di garantire luoghi di lavoro sicuri.
Riteniamo che tutti coloro che hanno avuto rapporti di collaborazione con le imprese in questione, debbano farsi avanti e assumersi la responsabilità di sostenere un percorso che metta la parola fine a morti insensate come queste."

Una tragica, irresponsabile sequenza
La sequenza tragica è cominciata giovedì 23 febbraio 2006, quando le fiamme probabilmente causate da un corto circuito, hanno distrutto la KTS Textile Industries di 4 piani, situata a Chittagong.
Le prime dichiarazioni riportano 54 morti e 60 feriti ma altre fonti parlano già di centinaia di morti in quella che gli attivisti locali, impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori, definiscono la più grave tragedia dell'industria tessile in Bangladesh.
Più di 1.000 lavoratori erano presenti in azienda alle 7 di sera, al momento dello scoppio. Secondo i lavoratori, le uscite erano chiuse a chiave. L'azienda produceva per imprese statunitensi come Uni Hosiery,
Mermaid International, ATT Enterprise e VIDA Enterprise Corp. Nel frattempo le autorità locali hanno apparentemente sequestrato altre tre aziende collegate (Vintex Fashion, Cardinal Fashion e Arena Fashion), a causa di costruzioni non autorizzate e misure di sicurezza inadeguate che minacciavano la vita di più di 6.000 lavoratori.

Sabato 25 febbraio 2005, 19 persone sono morte e 50 sono rimaste ferite nel crollo di un edificio di 5 piani a Dhaka. Il Phoenix Building nella zona industriale di Tejgaon è crollato in seguito alla ristrutturazione non autorizzata a convertire i piani superiori, che ospitavano uffici e varie imprese inclusa una tessile, in un ospedale privato con 500 posti letto.
150 lavoratori edili ed un numero imprecisato di lavoratori tessili erano nell'edificio al momento del crollo.
Le operazioni di soccorso, ritardate per mancanza di mezzi, sono ancora in corso.
Centinaia di attivisti hanno marciato a Dhaka, chiedendo il risarcimento per le famiglie delle vittime e una misure punitive per i proprietari delle imprese.
La polizia sta ricercando il proprietario dell'edificio Deen Mohammad, chairman del Phoenix Group e della City Bank del Bangladesh, ma non è stata ancora in grado di localizzarlo.

La Phoenix Garments esporta abbigliamento principalmente in Europa. Lo stesso giorno a Chittagong, 57 lavoratori del Gruppo Industriale Imam (che ospita la Moon Fashion Limited, la Imam Fashion,la Moon Textile, la Leading Fashion e la Bimon Inda Garment Factories) sono rimasti feriti a causa dell'esplosione di un trasformatore; 4 sono in condizioni critiche.

Le nostre richieste
La Campagna Abiti Puliti ritiene necessario l'immediato intervento di tutti gli attori, a livello locale ed internazionale che includa:

(1) sostegno per un adeguato soccorso e risarcimento;
(2) indagine completa, indipendente e trasparente che faccia luce sui tre incidenti;
(3) immediate misure strutturali che prevengano in futuro simili incidenti.

Per maggiori informazioni: Deborah Lucchetti - 338 1498490 - mail: deb@lillinet.org
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La Clean Clothes Campaign (http://www.abitipuliti.org) è un network internazionale di ong e sindacati che lavora per il miglioramento delle condizioni di lavoro ed il rafforzamento dei lavoratori nell'industria tessile globale. In Italia la campagna è promossa da Coordinamento Lombardo Nord/Sud del Mondo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, FAIR, Manitese, Associazione Roba dell'Altro Mondo.



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