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Il 10 dicembre 2008 è stato il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Quale diritto umano è più universale, più naturale, più vitale, del diritto all'acqua? Eppure L'Onu, L'Ue, i G8, la stragrande maggioranza dei governi del mondo compreso il nostro, si rifiutano di dichiarare l'acqua come Diritto umano …

e si rifiutano di definire 50 litri di acqua di buona qualità per persona al giorno, come la quantità minima per vivere dignitosamente, così come afferma l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L'Onu non si pronuncia e il suo Consiglio dei diritto umani nel marzo scorso ha rinviato di tre anni il rapporto sui diritti umani.

Ma nel nostro paese nessuno sembra indignarsi per questo. L'acqua è un Bene comune? Lo afferma il Compendio alla dottrina sociale della Chiesa, il Cnel sostiene che non è un prodotto commerciale e persino il ministro Tremonti dichiara che non può essere regolato dal mercato.
Ma il 6 agosto il parlamento italiano ha votato la legge 133 dove all'articolo 23 bis, si fa obbligo ai comuni di privatizzare tutti i servizi pubblici locali, compresi i servizi idrici, dichiarandoli servizi di «rilevanza economica», in una parola l'acqua potabile diventa un bene economico la cui gestione è affidata al mercato. Inoltre, cosa vuol dire privatizzare tutti i servizi pubblici locali?
E' lo svuotamento più clamoroso della funzione dei comuni e della democrazia. Cosa resta ai comuni? Gestire le paure dei cittadini? Vendere territorio, parchi e coste agli speculatori di sempre per fare cassa? Mettersi a giocare in borsa con i derivati?

Succede in Italia. E alla Lega vorremmo dire: che senso ha parlare di federalismo quando i beni comuni fondamentali dei territori, vengono consegnati a multinazionali?
Privatizzare tutta l'acqua potabile del nostro paese è un terribile salto nel buio, è privatizzare la vita stessa dei cittadini italiani, giocarla in borsa, consegnarla al profitto privato, nelle mani di un cartello monopolistico di 4 multiutility (Acea- Iride- Hera-A2A) , di 2 multinazionali francesi Suez-Lyonnais des eaux e Veolia, di alcune banche come il Monte dei Paschi e a imprenditori come Caltagirone e Pisante. E' inutile girare attorno alle parole: le privatizzazioni, la legge 133, l'art. 23 bis sono una nuova tangentopoli italiana, la conferma che nel nostro paese la questione morale è completamente trasversale.

Succede in Italia, mentre il comune di Parigi toglie a Suez e Veolia il servizio idrico e lo riprende nelle proprie mani pubbliche, mentre paesi dell'America latina dichiarano nelle Costituzioni che l'acqua è un diritto umano e un bene comune pubblico. Mentre nella stessa Europa il Belgio dichiara con leggi che l'acqua è un bene comune da gestire come servizio pubblico, in Italia la politica nel suo insieme partorisce la legge 133 art. 23 bis.
Eppure pochi sembrano indignarsi col governo che mette ai voti una simile legge e con l'opposizione che lo attacca perché non ha privatizzato con più decisione. Nessuno si ribella né scende nelle piazze o sommerge con una valanga di mail i propri partiti. Qualche sindaco ha un moto di dignità, protesta, oppone resistenza, qualche coraggioso giornalista denuncia con forza la gravità di quanto sta accadendo, ma l'indifferenza della società civile sconcerta.

Per l'acqua potabile, nelle mani delle multinazionali o della criminalità organizzata, per l'aria di cui si vendono le quote di inquinamento, per le morti sul lavoro, il cibo, la privatizzazione delle Università e della conoscenza, per i grandi diritti universali, sociali e collettivi, non c'è indignazione, né mobilitazione, nemmeno tra i lavoratori, chiusi di fatto in una dimensione corporativa. Solo gli studenti, con la loro lotta si collocano in questo passaggio epocale che è la mercificazione dei beni comuni di cui la 133 è la concretizzazione.
L'acqua che pure è donna e madre, è fertilità, non suscita reazioni nei movimenti femminili e femministi, e come nei movimenti per i diritti degli omosessuali. Eppure il diritto negato all'acqua, discrimina chi non ha i mezzi per pagarla e è la negazione d'ogni civiltà. Il bene comune chiede a tutti di cogliere l'interesse generale, il contenuto che unifica l'intera comunità e la chiama alla partecipazione.

Ecco perché In occasione della giornata Mondiale dei Diritti Umani, come Comitato italiano per un contratto mondiale sull'acqua lanciamo un appello a tutti i movimenti, affinché condividano la nostra indignazione e lottino con noi.
E' un appello che rivolgiamo anche alla Chiesa italiana e alle sue massime autorità che proclamano il diritto alla vita nelle scelte personali, ma tacciono sulla vendita obbligata del dono di dio e non denunciano il mancato riconoscimento dell'universale diritto sociale e collettivo all'acqua per tutti.

Chiediamo al Parlamento europeo che concretizzi i principi della risoluzione del marzo 2006 sul carattere pubblico dei servizi idrici, alla commissione europea affinché al 5° Forum Mondiale di Istanbul riconosca il diritto all'acqua e affidi all'Onu il Forum mondiale.
Ai parlamentari italiani chiediamo un ripensamento sull'articolo 23 bis e un piano di investimenti pubblici per riparare le reti idriche e per finanziare progetti pubblici che portino l'acqua potabile a chi nel mondo non ne ha.

L'Onu nel 2006 ci ha informato che c'è una Crisi Mondiale dell'Acqua, che entro 30 anni il 60 per cento della popolazione vivrà al di sotto della soglia del conflitto idrico di 1000 metri cubi all'anno per persona, che il 48 per cento della domanda di acqua resterà senza risposta, che gli epicentri della crisi saranno: Cina-India, Usa, Mediterraneo, che 820 milioni di contadini oggi al livello di sussistenza verranno spazzati via e che 1 miliardo di profughi idrici si aggirerà disperata per il mondo.

Ma 4 Forum Mondiali dell'Acqua, presieduti dalle multinazionali Suez Lyonnais des eaux e Veolia, hanno impedito l'affermarsi del diritto umano all'acqua, l'Onu nel marzo di quest'anno ha conferito a un gruppo di imprese multinazionali utilizzatrici dell'acqua (Nestlè, Coca Cola, Pepsi Cola, Unilever, Levi Strauss, General Electric) il mandato di redigere un «Patto Mondiale per l'Acqua» che assieme al 3° Rapporto sui Programmi di gestione mondiale dell'acqua, saranno presentate come proposte per il 5° Forum Mondiale dell'acqua (marzo 2009 Istanbul) .

Tacere di fronte a queste scenari è un crimine, che ci rende tutti responsabili di aver firmato una cambiale per le prossime terribili guerre. Denunciare questa indifferenza è il modo migliore per onorare la Dichiarazione universale dei diritti umani .
E il Comitato italiano che ha partecipato alla manifestazione promossa da un Coalizione europea di venti e più associazioni impegnate a difesa dell'acqua che si è svolta il 10 dicembre davanti al Parlamento europeo, intende farlo con questo appello.

Emilio Molinari, Rosario Lembo
Comitato italiano Contratto mondiale sull'acqua-Onlus ( www.contrattoacqua.it)

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Ecco il testo integrale del discorso pronunciato da Gino Strada, fondatore di EMERGENCY, nel corso della cerimonia di consegna del Right Livelihood Award 2015, il "premio Nobel alternativo".

Onorevoli Membri del Parlamento, onorevoli membri del Governo svedese, membri della Fondazione RLA, colleghi vincitori del Premio, Eccellenze, amici, signore e signori.

È per me un grande onore ricevere questo prestigioso riconoscimento, che considero un segno di apprezzamento per l'eccezionale lavoro svolto dall'organizzazione umanitaria Emergency in questi 21 anni, a favore delle vittime della guerra e della povertà.

Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili.

A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette "mine giocattolo", piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po', fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l'aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l'idea che una "strategia di guerra" possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del "paese nemico". Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo "il nemico"? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più "conflitti rilevanti" che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano.
Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l'entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, EMERGENCY ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l'inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso.

L'origine e la fondazione di EMERGENCY, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d'ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, EMERGENCY ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell'oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l'esperienza di EMERGENCY.

Ogni volta, nei vari conflitti nell'ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l'uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l'idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco.

In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all'indomani della seconda guerra mondiale. Tale speranza ha condotto all'istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell'ONU: "Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole".

Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti" e il "riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo".

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all'istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All'inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi.

La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4000 civili in vari paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case.

In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia - nella maggior parte dei casi - portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l'uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russell-Einstein: "Metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?". È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano?

Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.

Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.
Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l'umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla.

Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell'apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: "L'orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana".

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.

L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.

Possiamo chiamarla "utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento.

Molti anni fa anche l'abolizione della schiavitù sembrava "utopistica". Nel XVII secolo, "possedere degli schiavi" era ritenuto "normale", fisiologico.
Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l'idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell'utopia è divenuta realtà.
Un mondo senza guerra è un'altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà.

Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l'idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell'umanità.

Ricevere il Premio "Right Livelihood Award" incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l'abolizione della guerra.
Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa.
Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future.

Grazie.

-- Gino Strada, Stoccolma, 30 novembre 2015
http://www.emergency.it/abolire-la-guerra-unica-speranza-per-umanita.html

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1948-2008, le rose e le spine di un sessantennio di diritti umani fra norma e controspinte. La svolta degli anni Novanta nel mondo globale, quando cade il tabù della guerra e i diritti vengono impugnati con le armi contro il diritto. «Un anniversario alquanto ipocrita, senza un bilancio serio dello stato in cui i diritti versano e senza un'analisi vera del perché siamo a questo punto».

Così Salvatore Senese, giurista, presidente del Tribunale permanente dei popoli, intellettuale da anni impegnato sulla frontiera della realizzazione del programma della Dichiarazione universale dei diritti umani stilata nel '48. Un bilancio serio e un'analisi vera, del resto, comporterebbero una rivisitazione della lunga storia, tutt'altro che lineare e progressiva, dei diritti nel mondo, fra proclamazioni formali, resistenze e contraddizioni reali. Una storia intrecciata a doppio filo con quella dei rapporti fra l'Occidente e il resto del mondo, e, per gli ultimi decenni, con le dinamiche della globalizzazione e le loro conseguenze sulle relazioni e il diritto internazionali. Dunque cominciamo proprio da qui.

Qualche giorno fa, in un'intervista che ha suscitato non poche polemiche, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha celebrato il sessantesimo della Dichiarazione dei diritti umani sostenendo che fra il dover essere della difesa dei diritti e il realismo della politica estera c'è una "contraddizione permanente". A più d'uno è parsa una rinuncia a risolvere una tensione che effettivamente attraversa tutta la storia dei diritti umani ma che andrebbe sciolta, non data per strutturale. Qualcuno, ad esempio Marco Pannella ha visto nella posizione di Kouchner una regressione da una visione transnazionale dei diritti al punto di vista dello stato nazionale, francese in questo caso. Tu che ne pensi?
Questa contraddizione ha costituito il contrassegno della dottrina sui diritti dalla Rivoluzione francese alla Carta dell'Onu. Tocqueville, grande sostenitore dei diritti all'interno del suolo francese, arrivò a teorizzarla apertamente durante la guerra per la conquista dell'Algeria, contestando «coloro che trovano disdicevole che si brucino i granai e si uccidano i bambini», atti che lui considerava «durissime necessità» per debellare gli arabi e realizzare la missione civilizzatrice della Francia all'estero. Era appunto la teorizzazione che politica interna e politica estera sono rette da due principi diversi. Ma è giusto questo il punto che entra in crisi con la seconda guerra mondiale e che viene smontata dai lavori per la Carta dell'Onu, che nel 1945 afferma l'universalità dei diritti facendo riferimento a ciascun essere umano nella sua singolarità e universalità. Dunque sì, la posizione di Kouchner ha un suono pesantemente regressivo.

Però negli ultimi due decenni questa contraddizione raddoppia. Da un lato si continuano a fare guerre, o politica estera non guerreggiata, calpestando i diritti o non sanzionando gli stati che li calpestano. Dall'altra parte, sulla base del diritto di ingerenza, spuntano le guerre fatte in nome dei diritti. E' la storia che comincia con la guerra del Golfo del '91, prosegue con la guerra in Kosovo e continua con le guerre in Afghanistan e in Iraq, che vengono legittimate non solo come guerre contro il terrorismo ma anche come guerre per i diritti delle donne contro il patriarcato islamico e per il ripristino dei diritti violati da Saddam Hussein.
La svolta, o meglio il rovesciamento, degli anni '90 va inquadrata nel terremoto indotto dalla globalizzazione. Nei quattro decenni precedenti, dalla promulgazione della Carta dell'Onu e della Dichiarazione dei diritti fino alla caduta del Muro di Berlino, non è che il cammino dei diritti fosse stato lineare: contro la forza del principio normativo c'erano resistenze soggettive, difficoltà, contraddizioni. Ma il consenso al principio e la spinta per l'effettività dei diritti effettivi crescevano via via che il colonialismo finiva e a tutela dei diritti venivano create nuove istituzioni, fino al Tribunale penale internazionale nel '98). E se il principio veniva tradito, lo si faceva con la cattiva coscienza di essere dalla parte del torto. Negli anni '90 invece accadono due cose. In primo luogo cade il tabu della guerra, che stava a fondamento di tutta la filosofia delle due Carte del '45 e del '48: quel «mai più guerra, mai più Aushwitz» era la condizione di partenza per la costruzione di un mondo di libertà, uguaglianza e solidarietà. Ed è con la caduta di quel tabu che il principio di ingerenza diventa autorizzazione all'intervento armato, come accade appunto per la guerra del Golfo, di cui si disse che non era una guerra dell'Onu ma appunto autorizzata dall'Onu. Da allora in poi, cresce il paradosso delle guerre per i diritti ma contro il diritto, vale a dire contro il diritto internazionale e il suo fondamento pacifista. In secondo luogo, con il trionfo del modello occidentale neoliberista si verifica un cambiamento culturale che mina alla radice l'edificio della Carta e della Dichiarazione: il principio di libertà viene a coincidere con la libertà dell' homo oeconomicus e viene sganciato dai principi di uguaglianza e solidarietà. E diventa la base di legittimazione delle guerre «umanitarie», fatte per esportare con la forza quel modello democratico-liberista, guerre che mietono più vittime di quelle causate dalle violazioni a cui dovrebbero porre rimedio.

Dicevi prima che fra gli anni '50 e gli '80 il principio normativo dei diritti si afferma e il consenso cresce. Però non erano rose e fiori neanche allora. Oltre alla storia tormentata della decolonizzazione, prendiamo i rapporti fra i due blocchi: durante la Guerra fredda c'è stata anche una piegatura molto americana, ideologica e strumentale, della parola d'ordine dei diritti contro il totalitarismo sovietico. Nel bene e nel male, voglio dire: basta andare a visitare il museo del Check Point Charlie a Berlino per vedere questa ambivalenza.
E'  vero, ma il quadro complessivo era migliore di oggi. Contro questa piegatura c'era il contraltare dei diritti collettivi e del diritto all'autodeterminazione dei popoli. E con l'eccezione delle guerre di liberazione il tabu della guerra vigeva e reggeva. Nessuno, nell'un campo e nell'altro, osava proclamare che per affermare o difendere i propri valori, per universali che si volessero, fosse lecito fare la guerra.

Eppure
la globalizzazione avrebbe potuto, e dovuto, lavorare a favore dell'universalismo dei diritti. Perché invece ha lavorato contro? Un problema riguarda certamente la forma della sovranità: la storia dei diritti e della loro esigibilità è legata a doppio filo alla storia dello stato-nazione, ma con la globalizzazione la sovranità nazionale va in crisi, senza che emergano istituzioni sovranazionali all'altezza del nuovo mondo... E non è un caso che molte violazioni dei diritti umani, penso ai migranti, avvengano oggi ai confini degli stati-nazione, dove la forma della sovranità è più incerta e porosa.
Direi di più: lo stato nazionale va in crisi ed emerge un potere trasversale svincolato dal diritto, che obbedisce solo alla logica liberista di cui sopra, e rifiuta di sottostare a quelle istituzioni che pure a tutela dei diritti esistono. Vale per tutti l'esempio del rifiuto degli Stati uniti e della Cina di sottostare al Tribunale penale internazionale - mi auguro che Obama dia rapidamente un segnale di cambiamento. Quanto ai migranti, in molte Costituzioni, compresa quella italiana, e nel diritto internazionale esistono le norme sul diritto d'asilo, che regolano quantomeno l'accoglienza di chiunque si sposti perché nel suo paese rischia che is uoi diritti vengano violati. Il problema è che gli strumenti d'attuazione di questa norma sono assai carenti e difettosi.

Il secondo problema riguarda i conflitti culturali che la globalizzazione ha portato in primo piano. Fa parte di questi conflitti il fatto che non tutto il mondo condivide la logica dei diritti, che nasce su una base culturale occidentale e ne resta marcata. Per cui le battaglie per i diritti assumono spesso una valenza impositiva invece che emancipativa, o forzatamente emancipativa, come si vede bene da molti casi che riguardano le donne e una visione marcatamente occidentale della libertà femminile. Esempio classico, la legge sul velo in Francia - per non tornare alle guerre giustificate dai colpi di coda del patriarcato occidentale in base alla liberazione delle donne dal patriarcato islamico.
L'universalismo nasce con una marcatura occidentale, ma questa marcatura cambia nel corso del tempo. L'universalismo che ispirava la Dichiarazione del '48 era un universalismo che si voleva aperto a tutti, come dimostrò il dibattito in seno all'Unesco, e presupponeva un dialogo interculturale aperto e in progress fra le diverse culture del pianeta; e naturalmente richiedeva un'autocritica anche di certe rigidità della cultura occidentale, compreso il tratto giacobino della cultura francese che c'è dietro la legge sul velo. Oggi invece questa conversazione interculturale è sostituita dallo «scontro di civiltà». E poi insisto, un conto erano le difficoltà storiche di affermazione dell'universalismo quando almeno c'era accordo sul principio normativo, un altro conto è oggi che quell'accordo non c'è, al di là di un ossequio di facciata.

Tu sai però - ma su questo i giuristi ci sentono poco - che ci sono anche critiche di segno opposto alla grammatica dei diritti, penso a una parte del pensiero femminista ma anche degli studi postcoloniali, che sostengono in buona sostanza che la loro stessa struttura logica, imperniata sull'identità seriale e neutra dell'individuo moderno occidentale, non si presta a confrontarsi con la logica della differenza, ad esempio con la differenza sessuale e con la differenza culturale.
Non la vedo così. E' ovvio che la realizzazione dell'universalismo è un'impresa gigantesca di cui noi non vedremo il compimento, ma io continuo a ritenere che sia un'impresa inclusiva, dalla quale troppi, oggi, restano invece esclusi. E mi pare che questa delle masse dei nuovi esclusi sia oggi la cosa che ci deve allarmare di più. Il fatto è questo: mentre le condizioni materiali di esistenza sul pianeta sono migliorate, restano enormi sacche di esseri umani che vivono al di sotto della dignità umana. Non si tratta solo delle violazioni dei diritti di libertà, ma anche di quelle dei diritti alla sanità, all'istruzione, al lavoro. E' la questione a cui accennavo prima della indivisibilità dei diritti: diritti di libertà e diritti sociali o vanno assieme o assieme cadono. Lo spettro del genocidio viene periodicamente evocato per giustificare certe guerre, ma quanti genocidi si commettono semplicemente impedendo a intere popolazioni di comprarsi i medicinali?

Alcune violazioni dei diritti di libertà però sono proprio figlie della «svolta» su guerra e terrorismo degli ultimi decenni, no?
Sì: il ritorno della tortura, le renditions, e più in generale molte violazioni che si commettono in nome della sicurezza. Deve finire l'equivoco per cui certe pretese esigenze di sicurezza vanno garantite al prezzo della dignità e della libertà umana.

Che bilancio dai delle Corti internazionali istituite a difesa dei diritti?
Non esaltante, ma nemmeno liquidatorio. Il vulnus più grave resta quello che dicevo del Tribunale penale internazionale: finché gli Usa non sottoscrivono il Trattato, i loro agenti responsabili di violazioni non possono essere perseguiti. Il bilancio della Corte di Strasburgo mi pare più positivo. Ma anche in Europa, se non c'è un rilancio della cultura della solidarietà sociale l'impianto e la tutela dei diritti verranno rischiano di indebolirsi.

E in Italia?
Vale a maggior ragione lo stesso discorso. Con una notazione in più. In Italia non si riesce a istituire il reato di tortura, che dovrebbe sottrarre l'attuale «divieto di tortura» risalente al codice Rocco al regime lassista delle prescrizioni introdotto da Berlusconi. E finché non si introduce il reato di tortura, macroscopiche violazioni dei diritti umani come quelle della caserma di Bolzaneto resteranno di fatto impunite

Ida Dominijanni
il Manifesto 14/12/08

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Esistono molti seri problemi che attanagliano l’umanità, le variazioni climatiche, malattie contagiose, povertà ed inquinamento, ma nessuno costituisce una minaccia più pervasiva ed incalzante dei pericoli sempre in atto derivati dalle armi nucleari.

Attualmente, nel mondo ci sono qualcosa come 26.000 ordigni nucleari. Dodicimila di queste bombe sono schierate, e quasi 3.500 sono poste in uno stato di allerta, pronte per essere lanciate in brevissimi istanti. Le armi nucleari  sono una “Spada di Damocle” che pende in modo instabile sulle nostre teste, incombendo sul futuro dell’umanità.
Sembra che noi non abbiamo imparato la lezione che ci è stata esplicitamente impartita dalla distruzione atomica delle città di Hiroshima e Nagasaki. Sono nove gli stati con armamenti nucleari che sono tutt’ora  pronti ad infliggere una simile allucinante devastazione, ma su una scala ben più estesa. Gli attuali stati dotati di armi nucleari non mostrano alcun segnale di rinuncia alla loro fiducia sulle armi nucleari e, come risultato, altri stati cercano di iscriversi al club nucleare. L’espansione degli armamenti nucleari a questi nuovi soci farà solamente aumentare i rischi di catastrofe atomica.
Sono trascorsi settant’anni da quando le armi atomiche sono state inventate ed usate sulle città Giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.
Dall’avvento dell’Era Nucleare, il mondo ha dimostrato una insana competizione verso le armi atomiche, che ha minacciato la specie umana di annientamento. Malgrado che più di 15 anni fa la Guerra Fredda abbia avuto termine, questa minaccia non è svanita. Il futuro della civiltà, e perfino della specie umana, è sospeso in bilico, ed ora, fra i problemi più importanti del mondo, viene spesa veramente una scarsa attenzione per mettere fine a questa minaccia.  Siamo presenti ad una sfida, individuale e collettiva, che ci indirizza a mettere un termine a questo pericolo estremo per l’umanità. Questa è certamente una delle più grandi sfide del nostro tempo, e noi condividiamo la responsabilità comune di accettare questa sfida e di consegnare questo mondo intatto alle future generazioni.

Ammonimenti
Le armi nucleari scatenano l’energia atomica. La creazione di queste armi ha dimostrato una significativa conquista scientifica, ma ha prodotto una minaccia come non mai al genere umano e lo ha messo davanti alla sfida di cosa fare per fronteggiare questa minaccia. Albert Einstein, il cui paradigma teorico della relazione fra energia e massa ha preparato la strada alle armi atomiche, era profondamente turbato dall’invenzione di queste armi ed affermava: “Lo scatenamento dell’energia atomica ha cambiato ogni cosa, salvo il nostro modo di pensare, e perciò noi andiamo alla deriva verso una catastrofe senza pari”. 
Einstein, morto nel 1955, era vissuto abbastanza per vedere l’inizio della corsa agli armamenti atomici e lo sviluppo e le sperimentazioni delle bombe termonucleari.
Dal 1955, dieci anni dopo il primo uso di bombe atomiche, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica hanno sviluppato bombe termonucleari, con un potenziale mille volte più alto delle bombe che hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki, e la corsa agli armamenti nucleari ha avuto inizio. Gli USA e l’URSS hanno dato inizio ad esperimenti con armi atomiche su territori e acque di popoli nativi e di isole circondate da quelle acque, dimostrando scarsa considerazione per la salute e per il destino di quelle genti.
Insieme al filosofo Bertrand Russell, Einstein lanciava un appello all’umanità, definito come Manifesto Russell-Einstein, che veniva sottofirmato in aggiunta anche da altri nove importanti scienziati. Il Manifesto dichiarava: “Davanti a noi sta, se noi lo vorremo, un progresso continuo di felicità, conoscenza, e saggezza. Dobbiamo invece scegliere la morte perché non possiamo dimenticare i nostri dissidi? Da esseri umani facciamo appello ad esseri umani: ricordatevi del vostro essere uomini, e dimenticate tutto il resto! Se voi lo farete, si aprirà la strada ad un nuovo Paradiso; se non lo farete, dovrete attendervi il rischio della morte universale.” Si trattava di un forte ammonimento. 

Durante tutta l’Era Nucleare, altri avvertimenti provenienti da fonti altamente credibili cercavano di porre sull’avviso il mondo relativamente al pericolo posto dalle armi atomiche all’umanità.
Arrivavano avvertimenti da militari e scienziati, da politici e da personaggi della cultura.
Un importante avvenimento veniva espresso da un gruppo di personalità eminenti nel 1996 attraverso il Rapporto della Commissione di Canberra sull’Eliminazione delle Armi Nucleari.
Il Rapporto stabiliva: “La Commissione di Canberra è convinta che sono necessari sforzi immediati e determinati per rendere libero il mondo dalle armi nucleari e dalla minaccia da queste costituita. La potenza distruttiva delle armi atomiche è immensa. Il loro uso sarebbe catastrofico.
L’asserzione che le armi atomiche possono essere conservate in perpetuo e mai usate – fortuitamente o per decisione – sfida la credibilità.
L’unica e totale difesa è l’eliminazione degli armamenti atomici e l’assicurazione che non saranno mai più prodotti.” 
Uno dei membri della Commissione Canberra era il Generale George Lee Butler, che aveva prestato servizio come comandante in capo del Comando Strategico degli Stati Uniti. In questa carica il Generale Butler aveva avuto la responsabilità di tutte le armi nucleari strategiche degli USA. Dopo il suo ritiro dall’Aviazione Militare USA, il Generale Butler dedicava se stesso all’eliminazione degli armamenti atomici.  Butler argomentava:

“Quella che ora è in gioco è la nostra capacità di tenere sempre più alta la barra di un comportamento civilizzato. Finché noi consacreremo l’uso delle armi atomiche come arbitro determinante dei conflitti, avremo per sempre messo una pietra sopra le nostre possibilità di vita su questo pianeta, di una esistenza secondo un sistema di ideali che dia valore alla vita dell’uomo e che rifugga da soluzioni che continuano a ritenere accettabile l’eliminazione secca di intere società. Questo è semplicemente ingiusto. È moralmente ingiusto, e alla fine sarà la causa della fine dell’umanità.”
Nel 2006, un’altra commissione di esperti, la Commissione sulle Armi di Distruzione di Massa, meglio nota come Commissione Blix, dal nome del suo Presidente, ex capo degli ispettori sulle armi in Iraq, Hans Blix, ha costruito un documento che echeggia il documento della Commissione Canberra.

Facendo riferimento alle armi di distruzione di massa, il Rapporto della Commissione Blix stabiliva: “Finché qualche stato possiede tali armi – in particolar modo armi nucleari – altri le vorranno. Finché questo tipo di armamenti rimarrà negli arsenali di qualche stato, esisterà sempre l’alto rischio che un giorno o l’altro potranno essere usate bombe nucleari, per proposito o per accidente. In ogni caso l’uso sarà catastrofico.” 
Il Rapporto della Commissione Blix continuava: “La minaccia, che consiste in un’entità cumulata approssimativa di 27.000 bombe atomiche, in Russia, negli Stati Uniti e in altri stati del Trattato sulla Non Proliferazione delle armi nucleari, merita un interesse universale.
Comunque, specialmente nei primi stati detentori di potenziale nucleare, è comune l’opinione che le armi nucleari della prima ondata di proliferazione in qualche modo siano tollerabili, mentre tali armamenti nelle mani di stati arrivati più tardi sono considerati pericolosi…
La commissione respinge la suggestione che le armi atomiche nelle mani di alcuni non costituiscano minaccia, mentre nelle mani di altri pongano il mondo in pericolo mortale. I governi che possiedono armi nucleari possono agire responsabilmente o in modo sconsiderato. I governi possono cambiare nel tempo. Ventisettemila ordigni nucleari  non sono una astratta teoria. Esistono al presente nel mondo!”

Nel maggio 2007, il Congresso Fondatore del Consiglio per un Mondo Futuro pubblicava “L’Appello all’Azione di Amburgo”. Con questo documento veniva lanciato un allarme: “Gli ordigni nucleari costituiscono la minaccia catastrofica più immediata per l’umanità.
Queste armi possono distruggere tutto il possibile, città, nazioni, la civiltà e lo stesso genere umano. Il pericolo presentato dalle armi atomiche nelle mani di qualcuno deve essere contrastato direttamente e con urgenza mediante una nuova iniziativa per l’eliminazione di questi strumenti di annichilimento.”
Con i seri pericoli che le armi nucleari pongono al futuro dell’umanità, è singolare che così tanti avvertimenti, per un così lungo periodo di tempo, siano rimasti inascoltati. Forse il 97% delle armi atomiche nel mondo si trovano negli arsenali degli Stati Uniti e della Russia. Queste dovrebbero essere le nazioni a spianare la via, collaborando con le altre sette nazioni che possiedono ordigni nucleari: la Gran Bretagna, la Francia, la Cina, Israele, l’India, il Pakistan e la Corea del Nord. 
Inoltre dovrebbero operare con quei 35 paesi che sono in grado di fare la scelta di sviluppare arsenali atomici – paesi che posseggono la potenzialità tecnologica di sviluppare armi nucleari.  Molti paesi, come il Giappone, in realtà sono potenze nucleari, in quanto possessori di tecnologia e materiali nucleari atti allo sviluppo di arsenali nucleari nel giro di settimane o al massimo mesi.

Il risveglio dell’Umanità
Cosa ci sarà bisogno per risvegliare l’umanità, e farle mutare direzione? Molti pensano che questo non potrà succedere finché non avverrà un uso catastrofico delle armi atomiche. Naturalmente, questo causerà una tragedia immensa, fuori da ogni immaginazione. Se noi possiamo immaginare che un’altra catastrofe nucleare sia possibile, perché non potremmo agire ora per prevenirla?
Durante tutta la Guerra Fredda, l’umanità ha convissuto con il pericolo della Distruzione Mutuamente Assicurata, il cui appropriato acronimo risulta MAD (n.d.tr. mad corrisponde a folle!). Oggi MAD ha un significato aggiuntivo, Delusioni Mutuamente Assicurate (n.d.tr. “delusioni” corrisponde a “convinzioni errate” o anche a “allucinazioni”). È “allucinante” pensare che le armi atomiche ci possano proteggere. Malgrado le giustificazioni ufficiali, che le armi nucleari procurano sicurezza, dovrebbe essere lampante per coloro che
pensano così, che questi armamenti non possono fornire protezione nel senso di sicurezza fisica. Al meglio, possono procurare sicurezza psicologica, se si ritiene che possano costituire un deterrente contro eventuali aggressioni.

Ma credere questo, in sé e per sé, non rende una persona o una società sicura, certamente non dai pericoli atomici. Credere questo è una convinzione errata, ma ben incoraggiata. 
Attualmente, gli Stati Uniti stanno spendendo decine di miliardi di dollari per sviluppare un sistema di difesa missilistica, i cui fautori argomentano essere in grado di difendere gli USA da attacchi nucleari sferrati da stati canaglia. La sola ragionevole interpretazione di questa spesa pubblica è che i pianificatori della difesa USA hanno capito che la deterrenza non è molto facile e quindi può anche fallire.
Naturalmente, le stesse difese missilistiche sono ben lontane dall’essere infallibili, e molti esperti ritengono che non funzioneranno, come assicurato, nelle condizioni di realtà. 
Infatti, molti scienziati, che… non partecipano al programma di difesa missilistica e non appartengono al mondo dell’industria che riceve da questo programma dei vantaggi, pensano che queste difese anti-missili non potranno essere realizzate.
Come la Francese Linea Maginot, questo programma costituisce una barriera difensiva che è ben lontana da fornire sicurezza. Le difese missilistiche possono essere pensate come “una Linea Maginot nel cielo”, un sistema difensivo altamente reclamizzato e molto costoso con una probabilità veramente bassa di fornire un’effettiva difesa.

Le insufficienze della deterrenza
Il governo degli Stati Uniti fonda le sue esigenze di armamento atomico nel XXI.esimo secolo sulla deterrenza. Nel luglio 2007, i Ministri della Difesa, dell’Energia, congiuntamente al Segretario di Stato degli USA, hanno reso pubblico un documento, “Sicurezza Nazionale e Armi Nucleari: sostenere la deterrenza nel XXI.esimo secolo”.  Il documento inizia: “Il principale obiettivo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è di impedire aggressioni rivolte contro noi stessi, i nostri alleati, i nostri amici. Ogni Amministrazione Americana, dai tempi del Presidente Truman, ha formulato una politica sulla sicurezza nazionale degli USA, grosso modo negli stessi termini, rendendo chiaro ad avversari ed alleati come il ruolo essenziale giocato dagli armamenti nucleari sia di produrre deterrenza.” Quello che il documento manca di stabilire è chi dovrebbe essere scoraggiato, perché le armi nucleari sarebbero fondamentali per la deterrenza, e se gli Stati Uniti non renderebbero più sicuri i loro cittadini e il mondo attraverso un negoziato sull’eliminazione degli ordigni atomici.
Fare affidamento sulla deterrenza è pericoloso. La deterrenza è una teoria sul comportamento degli uomini, e presenta molte insufficienze.
Perché questa possa risultare efficace, la rappresaglia dovrebbe essere precisamente comunicata ed essere ritenuta certa. Verosimilmente, una tale minaccia fa aumentare la potenza militare del campo avverso, più che ridurre le contrapposizioni. In aggiunta, la deterrenza non ottiene risultati quando l’antagonista ha comportamenti suicidi o non è localizzabile. Questo è certamente il caso di agenti non statuali estremisti, gruppi della stessa natura di al-Qaeda.

Le armi nucleari possono conferire prestigio?
Se le armi nucleari non possono fornire protezione ad una popolazione, e quasi certamente assicurano che uno stato in possesso di tali ordigni diventerà un obiettivo di armi atomiche di altri stati, quali altri vantaggi ne derivano? Una possibile risposta a questa domanda è “il prestigio”. Dato che i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno tutti sviluppato armamenti atomici, può sembrare ad altri stati che gli ordigni nucleari possano contribuire al loro prestigio nel mondo. Questa idea ha ricevuto credito, viste le celebrazioni su larga scala per le strade dell’India e del Pakistan, quando nel 1998 questi due paesi hanno eseguito test con ordigni atomici.
Anche la potenzialità di produrre armi atomiche,  mediante arricchimento dell’uranio o separazione del plutonio, si presta ad attirare l’attenzione ed è percepita come fonte di prestigio. 
Sebbene non esista alcuna netta evidenza che l’Iran stia cercando di sviluppare armamento atomico, il suo programma di arricchimento di uranio ha portato questo paese sotto un intenso esame critico.  Questo è indicativo dei modelli attuali sul nucleare a doppia corrente, per cui alcuni paesi, come l’Iran, vengono sottoposti ad un intenso giudizio critico se stanno sviluppando tecnologie nucleari, mentre altri, come l’India, si vedono elevare il loro status nella comunità internazionale, proprio per avere sviluppato e sperimentato armi atomiche. 
Esprimendo un giudizio positivo sulle potenzialità nucleari del suo paese, nel luglio 2007 il Presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva dichiarava: “Il Brasile potrebbe schierarsi fra quelle poche nazioni nel mondo che sanno controllare la tecnologia per l’arricchimento dell’uranio, e io penso che così saremo maggiormente rispettati come nazione – come quella potenza che noi desideriamo diventare.”
Qualsiasi sia il prestigio che gli armamenti atomici o la tecnologia per produrli possono conferire, questo avviene a caro prezzo. Le armi atomiche sono costose e il loro possesso, quasi certamente, trasforma una nazione in un obiettivo per bombe nucleari.

Armi dei deboli
Le armi nucleari servono gli interessi dei deboli più che di coloro che esercitano la potenza. Nelle mani di una nazione relativamente poco potente, l’armamento atomico può servire da equalizzatore. Basta solo osservare il modo differente in cui gli Stati Uniti hanno minacciato i tre paesi che Mr. Bush scorrettamente ha marchiato come facenti parte di un asse diabolico: Iraq, Iran e Corea del Nord.  Gli USA hanno invaso l’Iraq sulla base di una falsa accusa, di avere in programma armi atomiche, ma stanno solo minacciando l’Iran che sta attualmente arricchendo uranio, e hanno intavolato negoziati con la Corea del Nord, che ha già testato missili a largo raggio ed è ritenuta avere un piccolo arsenale di bombe atomiche.
Nella prospettiva di una superpotenza, anche di quelle pesantemente armate con bombe atomiche, il peggior incubo dovrebbe manifestarsi se ordigni nucleari cadessero nelle mani di un’organizzazione non statuale di natura estremista, i cui membri fossero votati al suicidio e non localizzabili. Questo potrebbe costituire la condizione ideale perché queste armi venissero usate contro un’importante potenza nucleare o un altro stato. Ad esempio, gli Stati Uniti si troverebbero relativamente impotenti contro una al Qaeda armata di ordigni nucleari. Gli Stati Uniti non sarebbero in grado di bloccare al Qaeda. Potrebbero solo sperare di essere in grado di impedire ad al Qaeda di arrivare a possedere una bomba atomica o i materiali per farne una, o di localizzare e distruggere l’ordigno prima della sua detonazione.
 
Perché eliminare le armi nucleari?
Le armi nucleari minano la sicurezza. Nelle circostanze attuali, con la presenza di così tante bombe atomiche nel mondo e di una tale abbondanza di materiali fissili per costruirle, esiste una ragionevole probabilità che armi atomiche alla fine cadranno nelle mani di qualche organizzazione estremistica non statuale. Questo aprirebbe uno scenario disastroso anche per le superpotenze mondiali, dischiudendo la porta ad un possibile 11 settembre nucleare.
Per giunta, le armi nucleari sono anti-democratiche. Concentrano la potenza nelle mani di singoli individui o di piccole conventicole. Ad esempio, il Presidente degli Stati Uniti può immergere il mondo in una spirale di olocausto nucleare mediante l’ordine di scatenare l’arsenale atomico USA. La natura non democratica delle armi nucleari dovrebbe essere di grande preoccupazione per coloro che danno valore alla democrazia e alla partecipazione dei cittadini alle decisioni che determinano la loro esistenza.

Le armi nucleari e i loro sistemi di lancio sono anche estremamente costosi. Gli USA, da soli, hanno speso più di 6 bilioni di dollari dall’inizio dell’Era Atomica. L’Unione Sovietica si è ridotta alla bancarotta ed è finita in pezzi per avere ingaggiato una corsa alle armi atomiche con gli Stati Uniti per oltre 40 anni. I finanziamenti che attualmente vengono riservati per gli arsenali atomici potrebbero essere utilizzati in modo ben più proficuo e costruttivo.
Bisognerebbe esaminare la questione delle armi atomiche in base alle loro conseguenze. Sono armi a largo raggio d’azione di indiscriminata distruzione di massa. Colpiscono ed eliminano allo stesso modo sia i civili che i combattenti; bambini ed anziani; le persone sane e gli infermi; uomini, donne e bambini. Visti da questa prospettiva, questi armamenti devono essere considerati fra i più vigliacchi mai creati.
Inoltre, per il loro solo possesso, con la minaccia implicita dell’uso che questo possesso implica, la armi nucleari distruggono i sentimenti di quelli che fanno assegnamento su di esse. 
Sono armi da vigliacchi e il loro possesso, la minaccia di usarle e il loro uso sono disonorevoli. Di fatto, questa era stata la conclusione di tutti i comandanti militari di alto grado della Seconda Guerra Mondiale, molti di costoro erano stati moralmente sconvolti dall’uso degli Stati Uniti di queste armi contro il Giappone. Ad esempio, il Capo di Stato Maggiore di Truman, Ammiraglio William Leahy, rispetto all’uso di bombe nucleari sul Giappone, scriveva questo: “Avevo la sensazione che essendo noi i primi ad usare queste bombe, avevamo adottato uno stile etico tipico dei barbari dei Secoli Bui. Non avevo insegnato a fare la guerra con queste modalità, e le guerre non possono essere vinte con la distruzione di donne e bambini.” (N.d.tr.: forse che i bombardamenti …tradizionali non portano alla distruzione indiscriminata dei civili, uomini, donne e bambini, che sicuramente ripudiano le guerre scatenate dagli alti comandi? Questo Ammiraglio, tanto ipocrita, non aveva presente il bombardamento di Dresda?!)

L’umanità ha una alternativa 
Tuttavia l’umanità ha una alternativa; di fatto, è la stessa alternativa presentata nel Manifesto Russell-Einstein. Noi possiamo scegliere di eliminare le armi atomiche o correre il rischio di vedere eliminata la specie umana. La continuazione dello status quo, dell’affidarsi da parte di alcuni stati agli arsenali nucleari, probabilmente conduce al risultato della proliferazione delle armi atomiche da parte di altri stati o verso organizzazioni estremiste.
Alla fine, si arriverà al loro impiego! 

Richard Garwin, uno scienziato atomico molto influente negli USA, che ha contribuito allo sviluppo delle armi termonucleari, ritiene che vi sia ogni anno una probabilità valutabile intorno al 20% che bombe nucleari vengano usate su città degli Stati Uniti o dell’Europa. Comunque, questo resta un evento probabilistico molto pericoloso. 
L’alternativa è quella di ricercare la strada per eliminare le armi atomiche. Perché dovremmo considerare di conseguire l’eliminazione di queste armi? Da un canto, la risposta a questa domanda può essere “veramente semplice”. D’altro canto, vista la resistenza, la compiacenza e la miopia degli stati potenze nucleari, la risposta potrebbe essere di “grande complicanza”.
Per procedere verso l’eliminazione delle armi atomiche, bisognerebbe pretendere l’osservanza del diritto internazionale esistente. Nel 1996, la Corte Internazionale di Giustizia concludeva: “Esiste il dovere di ricercare in buona fede e di portare a conclusione negoziati che conducano al disarmo nucleare in tutti i suoi aspetti sotto un controllo stretto ed effettivo.” 

Nel decennio successivo a questa opinione espressa dalla Corte, vi sono stati scarsi segnali di trattative in “buona fede” da parte delle potenze nucleari che portassero a qualche ragionevole conclusione.
I negoziati, che la Corte indica come un dovere da parte delle uperpotenze atomiche, dovrebbero necessariamente portare alla creazione di una Convenzione sulle Armi Nucleari, un trattato che avvii un programma per l’eliminazione programmata ed irreversibile degli armamenti atomici con modalità appropriate di verifica. Se esisterà la volontà politica di intavolare questi negoziati, non dovrebbe essere un compito improbo conseguire un trattato. Quella che sta mancando è la necessaria volontà politica da parte dei dirigenti delle potenze nucleari. Per acquisire questa volontà politica, i cittadini degli stati con arsenali atomici, e in modo particolare quelli degli Stati Uniti, devono far sentire la propria voce.

Una responsabilità particolare, un tragico insuccesso
Gli Stati Uniti, come nazione più potente nel mondo e come il solo paese ad avere usato armi nucleari in stato di guerra, ha una speciale responsabilità, di mantenere i suoi impegni secondo il diritto internazionale. Infatti, senza la leadership degli USA, sarà molto improbabile assistere a progressi verso un disarmo atomico. Ma più che essere una guida in questa direzione, gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Bush sono stati l’ostacolo più importante al disarmo nucleare. Hanno mancato di ratificare il Trattato per la Messa al Bando Globale degli Esperimenti Atomici; si sono ritirati dal Trattato sui Missili Antibalistici per perseguire difese missilistiche, la militarizzazione dello spazio e un predominio militare sempre più crescente; si sono opposti al Trattato per il Blocco del Materiale Fissile; e in generale hanno creato ostacoli al progredire di tutte le questioni concernenti il disarmo atomico. 
Inoltre, gli USA hanno perseguito un duplice standard rispetto agli armamenti atomici. Sono stati silenti rispetto alle armi nucleari di Israele, ed ora cercano di modificare le loro stesse leggi rispetto alla non-proliferazione per consentirsi le forniture di tecnologie e materiali nucleari all’India, un paese che non ha sottoscritto il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare e ha sviluppato un arsenale atomico.
Allo stesso tempo, nel loro Nuclear Posture Review (Esame della Situazione Nucleare) del 2001, gli USA esigevano piani emergenziali sull’uso di armi nucleari contro sette paesi, cinque dei quali al tempo erano considerati stati privi di armamenti atomici.
Risulta tragico che il popolo Americano non si mostri in grado di afferrare la gravità del fallimento del loro governo. I cittadini Statunitensi mancano di consapevolezza, cosa che li porterebbe a comprendere la situazione. La loro attenzione è stata distratta verso l’Iraq, l’Iran e la Corea del Nord, e non riescono a vedere quello che avviene in casa loro: il fallimento del loro governo nell’assumere un atteggiamento costruttivo e legittimo per arrivare a conseguire l’eliminazione delle armi atomiche. “E perciò noi andiamo,” queste le parole di Einstein, “alla deriva verso una catastrofe senza pari.”
Per arrivare ad ottenere un vero cambiamento nella politica del nucleare, la gente deve prospettarsi in primo luogo una immagine del mondo libero da armamenti atomici, e quindi le persone devono esprimersi con franchezza e decisione, come se le loro esistenze e quelle dei loro figli dipendessero dalle loro azioni.  È altamente improbabile che i governi rinunceranno ad armi potenti per loro stessa volontà. Devono essere incalzati dai loro cittadini – cittadini che non vogliono più correre il rischio di un olocausto nucleare o di accettare la logica  della Distruzione Mutuamente Assicurata.

Una nuova storia
Noi abbiamo bisogno di una nuova storia, per tenere in conto i pericoli atomici, una storia che inizi con il grande sforzo degli uomini durante quasi tre milioni di anni per arrivare al nostro stato presente di civilizzazione. Questo stato è lungi dall’essere perfetto, ma quasi nessuno consiglierebbe di sacrificare questa nostra attuale situazione sull’altare di armamenti di annichilimento di massa in grado di ridurre in macerie le nostre più importanti città.
I primi uomini vivevano poco e brutalmente. Erano sia predatori che predati. Sopravvivevano se svelti e svegli, più con il corpo che con la mente, e andava loro bene se arrivavano ai vent’anni. I primi uomini erano abbastanza abili nel proteggere e nutrire i loro piccoli in quegli ambienti pieni di rischi, visto che alcuni bimbi di ogni generazione potevano sopravvivere fino ad un’età tale che era permesso loro di riprodursi e ripetere il ciclo. 
Senza questi nostri progenitori ingegnosi ed abili, e senza coloro che hanno seguitato a confrontarsi con le diverse sfide del loro tempo e del loro ambiente per molte centinaia di migliaia di generazioni, noi non saremmo qui. I nostri progenitori hanno dovuto sopravvivere ai pericoli del nascere, della prima infanzia, della fanciullezza e per lo meno della prima maturità, per fare in modo che ognuno di noi possa stare adesso in questo mondo.

Sulla base della pura capacità fisica a sopravvivere, noi siamo debitori dei nostri antenati, ma con questo debito arriva qualcosa di più. Ognuno di noi ha ricevuto la responsabilità  di contribuire ad assicurare la catena della sopravvivenza umana e di trasmettere il mondo intatto alle generazioni successive. In aggiunta a tutto questo, noi condividiamo l’obbligo di preservare la conoscenza accumulata e le cose belle create da coloro che hanno camminato su questa terra prima di noi – le idee dei grandi narratori e filosofi, la grande musica, la letteratura e l’arte, i manufatti, nelle loro espressioni più differenziate, del genio collettivo del genere umano. La nostra responsabilità si estende ad ognuno di noi e al futuro, per conservare e proteggere la ricca eredità che abbiamo ricevuto dal passato – da Socrate a Shakespeare; da Omero a Hemingway; da Beethoven ai Beatles; da Michelangelo a Monet.

Tutte le manifestazioni del genio umano e dei suoi trionfi vengono poste in pericolo dalle armi atomiche e dalla minaccia del loro uso. Perché tolleriamo questa minaccia? Perché siamo tanto docili di fronte a politiche che potrebbero mettere fine non solo all’umanità, ma a tutti gli esseri viventi?  Quelli che sono oggi consapevoli sono i guardiani per il futuro, ma la gestione del potere da parte delle superpotenze nucleari ci ha lasciati vulnerabili davanti alla continua minaccia dell’annichilimento atomico. Il solo modo per renderci liberi da questa minaccia è di liberarci dalle armi atomiche. Questa è la sfida più grande del nostro tempo. Questo richiederà una presa di coscienza tale che le persone possano imparare a riflettere sugli ordigni nucleari e sulla guerra in una maniera diversa. Noi avremo bisogno di modi organizzativi per azioni collettive per mettere sotto pressione i governi che saranno costretti ad accettare il disarmo nucleare. Devono essere le persone normali ha costituire la guida dal basso, devono essere i cittadini la guida politica dei loro leaders.

Il ruolo dei cittadini
Le organizzazioni che operano per il disarmo nucleare – come la “Nuclear Age Peace Foundation”, “Abolition 2000”,  “ Middle Powers Iniziative” e “Mayors for Peace” – possono contribuire a dare forma agli sforzi per mettere sotto pressione i governi. Ma il mutamento che risulta indispensabile non può essere di sola responsabilità di questi gruppi di interesse. Senza l’intervento di larghe fasce di cittadini, i programmi nucleari procederanno come al solito, probabilmente nella direzione di una proliferazione atomica e di conseguenti utilizzazioni catastrofiche degli ordigni nucleari. Questo non è un problema tanto distante, e nemmeno che possa essere accantonato e lasciato in consegna ai governi.
Noi, che siamo entrati nel XXI.esimo secolo, non siamo dispensati dalla responsabilità di assicurare un futuro al genere umano. Cinquant’anni fa, il leader Buddista Giapponese Josei Toda invitava i giovani a prendere l’iniziativa per conseguire il disarmo nucleare. Questa proposta aveva il grande merito di sottolineare il fatto che era il loro futuro e il futuro dei loro figli ad essere messo a repentaglio da questi armamenti. Anche noi dobbiamo chiederci: “Come possiamo educare i nostri giovani a preoccuparsi e a considerare che sono loro a fare la differenza in quello che sembra essere spesso un mondo di indifferenti e terribilmente denso di pericoli? Come assegneremo autorità nelle mani dei giovani perché possano vivere nella completa pienezza di cittadini del mondo e perché possano esercitare pressioni ai cambiamenti indispensabili a rendere certo il loro futuro?”
In qualsiasi momento ogni persona produce un cambiamento.
Ognuno di noi si deve rendere responsabile di creare un mondo libero dalla minaccia atomica. La famosa antropologa Margaret Mead ha proposto questa raccomandazione piena di speranza: “Non ci sono dubbi che un piccolo gruppo di persone può cambiare il mondo. Anzi, è la sola cosa che avviene sempre.”

In conclusione, i necessari mutamenti per eliminare i pericoli atomici non possono essere lasciati di sola competenza dei governi. Per la più parte, i governi si sono dimostrati impotenti nell’affrontare i pericoli atomici che minacciano l’umanità. Molti governi non ci hanno nemmeno mai provato. Hanno avuto sempre comportamenti doppi, si sono impegnati in malsane competizioni per le armi nucleari, hanno vissuto sotto “ombrelli atomici”, e hanno continuato a fare assegnamento sugli ordigni atomici contro gli interessi di sicurezza dei loro stessi popoli.
Spetta ad ognuno di noi giocare questa partita. Cosa possiamo fare? Non esistono toccasana, non esistono bacchette magiche. Il cambiamento esige la consapevolezza che questo non è un problema di pochi, ma è un problema che riguarda tutta l’umanità.  Il cambiamento esige che dobbiamo arrotolarci le maniche e passare all’azione.
Io propongo cinque suggerimenti a coloro che desiderano contribuire a mettere fine alla minaccia nucleare contro l’umanità. 
Primo, cercare di informarsi meglio. Un contributo può pervenire visitando il sito web di “Nuclear Age Peace Foundation” a www.wagingpeace.org, così come molti altri siti web che portano informazioni focalizzate sul disarmo nucleare.
Secondo, parlare francamente, in qualsiasi posto vi troviate. Potete sollevare questi argomenti con i vostri familiari, con gli amici, con quelle persone che vi stanno attorno.
Terzo, mettersi in comunicazione con un’organizzazione che opera per l’abolizione delle armi atomiche, e contribuire così al conseguimento di questo obiettivo. Per diventare attivi in un’organizzazione che lavora per il disarmo nucleare, bisogna cercare di alimentare l’efficacia degli sforzi.
Quarto, fare buon uso delle vostre originali doti naturali. Ognuno di noi ha particolari attitudini che possono aiutare a fare la differenza.

Bisogna usarle.
Quinto, essere costanti. Questo è un duro compito che richiede energia e persistenza. Anche se i risultati desiderati non arrivano immediatamente, dobbiamo continuare nell’impegno e non abbandonare.
Lottando per la pace e per un mondo libero da ordigni atomici, potete essere una risorsa per salvare il mondo. Come abolizionisti delle armi nucleari, avrete bisogno di tanto coraggio ed impegno, come coloro che nel diciannovesimo secolo si sono battuti per l’abolizione della schiavitù.  Abolire la schiavitù era la sfida di quel tempo; abolire le armi atomiche è la sfida sempre più importante del nostro tempo. 

by David Krieger, 3 settembre 2007
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
(Documentazione segnalata dal dott. Angelo Baracca di Scienzaepace
mailing list - scienzaepace@liste.comodino.org)

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Per mesi alcuni noti quotidiani italiani, tra i quali il vostro, hanno dato spazio a un serrato dibattito. Giornaliste, scrittrici, docenti universitarie, donne impegnate nella politica e nel sociale, si sono interrogate in modo appassionato sul silenzio delle donne - che diventava, chissà perché, «silenzio del femminismo» - e su come fare a romperlo.

Non ci interessano gli aspetti di scontro politico tra centro destra e centro sinistra legati alla vicenda. Ci interessa ricordare quanto molte tra voi, e tra le autorevoli opinioniste chiamate a esprimersi, facevano presente nei loro contributi.
Pareva, alle più, che il clima generale si prestasse a un salto indietro, rischiando di cancellare le tante, fondamentali, lotte in nome della libertà, della autodeterminazione e della dignità (e dunque della cittadinanza) delle donne per ricacciarle in un vecchio ruolo di «oggetti sessuali» del «papi» di turno. La grande, straordinaria, lezione rappresentata dalle battaglie per i diritti civili che le donne italiane hanno condotto dal dopoguerra in poi sembrava oscurata di fronte a una logica che provava a ricondurle al dominio e alla dipendenza.

«Le donne - scriveva Nadia Urbinati - sono sempre lo specchio della società, il segno più eloquente della condizione nella quale versa il loro Paese». Oggi sentiamo la necessità di ricordare a tutte voi che le donne immigrate, in questo Paese, stanno richiuse dentro i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) per «reato di clandestinità». Lager dove donne e uomini, costretti a emigrare dal proprio Paese per sfuggire alla fame o alle guerre, e spesso anche a persecuzioni politiche, vengono detenuti e privati dei diritti umani fondamentali.

Quarant'anni fa le femministe riuscirono a smascherare e rovesciare l'ipocrisia di una società maschilista che considerava gli stupri «atti contro la morale» invece che delitti contro la persona. Oggi, a distanza di tanti anni, pensiamo sia necessario riprendere la lotta non soltanto contro il persistere di una cultura ancora profondamente maschilista cui si devono ripetuti casi di violenza e femminicidio, ma anche in difesa delle migranti rinchiuse nei Cie, considerate come «non persone», senza diritti e sottoposte a continui ricatti sessuali.

Joy ed Helen, due delle cinque donne arrestate insieme ad altri migranti in seguito a una rivolta avvenuta quest'estate in via Corelli, a Milano, hanno avuto il coraggio di denunciare in Tribunale l'ispettore-capo del Cie per un tentativo di stupro. In attesa di processo, il 12 febbraio saranno scarcerate ma rischiano di essere nuovamente deportate nei Cie, in mano agli stessi aguzzini da cui si sono dovute difendere, con gravissimo rischio per la loro incolumità fisica e psichica, oppure rimandate tutte nei loro paesi d'origine e ricacciate in quelle gravissime situazioni di pericolo cui hanno cercato di sottrarsi.

Se le voci di donna che si sono levate contro la «violenza del tiranno» durante l'estate e l'autunno erano autentiche, se celavano una preoccupazione sincera per la qualità della «democrazia» italiana, pensiamo che esse non possano esimersi dall'esprimersi - con ancora più forza - anche in questi casi che riguardano le migranti.
La loro reclusione nei Cie, in condizioni di invisibilità, rappresenta un'onta per tutto il genere femminile di questo Paese. Il rischio di arretramento generale per tutte noi comincia proprio da questa contraddizione aperta, che coinvolge altre donne come noi. Esso ci riguarda in prima persona.

Dobbiamo pretendere che cambi. Nessuna libertà, nessun diritto, nessuna autodeterminazione può essere data se accettiamo che qualcun'altra ne sia priva.

Vi chiediamo dunque di usare per Joy, Helen, per le altre donne del Cie di Milano e per tutte le migranti che stanno in quella situazione, la stessa fermezza e indignazione che avete speso per il sexygate. Avete scritto: «Questo silenzio ammorba l'aria». Noi ne siamo convinte. Aiutateci a romperlo, parlando di Joy, di Helen e di tutte le altre.

Le donne che si sono incontrate al presidio del 25 novembre in piazza Cadorna e che vogliono rompere il silenzio di Milano sulle violenze nei Cie

Il Manifesto 9/2/010

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E' sempre molto interessante, quando si liberano i pensieri al confronto, partire da eventi che ammorbano le intelligenze per recuperare proprietà di critica e convincimenti di nuova responsabilità ad essere parte comune del bene che vogliamo.

Martedì scorso, l'incontro tra i soci presenti alla riunione dell'associazione, è stato un momento importante per analizzare un pezzo della realtà che si ripropone alle intelligenze e alla cultura delle persone in modo vessatorio e sempre più inquietante.

E' difficile rimanere immuni dal persistere di un potere dominante che caratterizza ormai il proprio processo nella soggettivizzazione del sé come bene privato.

Questo processo induce il potere a generare nelle forme più diverse: afflizioni, precarietà, … "paure" di perdere quello che in qualche modo è stato acquisito.
Ciò vale naturalmente come nostro "sistema" liberista (teoria dei valori e delle libertà) in quanto si propone di riprodurre e sviluppare sempre nuove forme di espansione del proprio dominio ai diversi livelli dei rapporti di produzione sociale; naturalmente vale e si estende a livello culturale delle singole persone e delle relazioni interpersonali.

Per cui la prima reazione di contrasto tra elementi di diversità è quella del conflitto più o meno esasperato ma anche di "giustificazione" dei deliberati che sono in contraddizione con i principi che ci siè dati nelle fasi che è stata chiamata di democrazia: diritti, giustizia, libertà (liberté, egalité, fraternité).

Ed è allora che si giustificano le guerre (di libertà, di pace, di democrazia, di civiltà …), si alzano i muri, si altera il clima, si creano Ogm, si violenta la natura, … finanziano despoti, si rapinano i popoli, ….
Così come nei rapporti prevalgono i pregiudizi, gli scontri ideologici, le appartenenze, i diritti personali, … fino ai razzismi e al fascismi.

Ma poi ci sono le "complicazioni" che derivano dal voler essere una diversità significante.
Riprendere la propria diversità con la consapevolezza dei piccoli gesti quotidiani è un passaggio necessario, ma non basta se la scelta personale non diventa responsabilità collettiva e non si traduce in lotta politica per il cambiamento.

I risultati possibili non si misurano e qualificano dalla "semplice" volontà ad essere, ma dalle strategie utili che si mettono in campo.

La prima è sicuramente quella di costruire spazi di comprensione dei mutamenti e dei loro effetti sulle persone e i rapporti sociali.

La seconda sono le modalità di comunicazione per una presa d'atto collettiva.

La terza sono le affermazioni di pratiche collettive (scelte, strategie e obiettivi) che permettano di esprimere forza rivendicativa ma anche e soprattutto scambi di criticità comuni.

Questo è il punto di forza in particolare tra compagni che condividono la messa in discussione delle proprie diversità.

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Tremila miliardi di spesa generale, aumento delle risorse destinate alla guerra in Iraq e all'incremento delle forze armate in genere, diminuzione dell'assistenza medica ai pensionati e ai poveri: più che una proposta di bilancio, quella presentata ieri da George Bush sembra una sfida alla nuova maggioranza democratica al Congresso, che infatti ha subito reagito con durezza ...

anche perché all'interno di quella schematica descrizione ci sono «perle» di estrema concretezza (il sostegno fiscale alle compagnie che bruciano carbone per produrre energia elettrica, cioè le più inquinanti) e di estrema astrattezza come il «passaggio dal debito al surplus» (cioè il ripristino della situazione finanziaria che Bill Clinton aveva lasciato) che viene rinviato al 2012, quando Bush non sarà più presidente. In sostanza, la visione che lui stesso ha della propria presenza è quella di otto anni di incompetenza fra due presidenti finanziariamente saggi.

Infatti, mentre Bush dice di «porre le basi» affinché il suo successore sistemi i conti nel 2012, lui continua a contemplare in questo bilancio spese «scoperte» per 244 miliardi di dollari. D'altra parte, spiega, questi conti «riflettono le priorità del nostro paese in questo momento storico», che sono «proteggere la patria e combattere il terrorismo, mantenere l'economia forte grazie alla riduzione delle tasse e tenere sotto controllo la spesa pubblica rendendo i programmi federali più efficienti».

La prima esigenza, quella di combattere la «guerra al terrorismo», si riflette in una spesa militare di 717 miliardi fino al settembre 2008, suddivisa in 235 miliardi per le guerre in Iraq e in Afghanistan (che si sono già mangiate 427 miliardi) e 481 miliardi per spese militari «ordinarie», anch'esse aumentate rispetto al bilancio attuale perché c'è il progetto di aumentare gli effettivi dell'esercito (diventeranno 547.000, il 13% in più) e del corpo dei marines (arriveranno a 202.000, il 15% in più).

Quanto alla seconda esigenza, quella di migliorare l'efficienza dei programmi federali, tutto quello che indica è la somma che intende risparmiare: 78 miliardi di dollari, grazie alla riduzione delle prestazioni del Medicare e del Medicaid, cioè l'assistenza medica per i pensionati e i lavoratori a basso reddito, che comunque sono privilegiati rispetto a quegli oltre 40 milioni di loro connazionali ai quali l'assistenza medica è totalmente sconosciuta.
La «forte convinzione» di Bush è che «il Congresso debba approvare questo bilancio che non prevede aumenti di tasse e che grazie alla disciplina fiscale può essere portato alla pari entro 5 anni» . Ma la pronta risposta di Kent Conrad, il presidente democratico della commissione Bilancio del Senato, non promette nulla di buono per lui. «Quello del presidente - ha detto - è un bilancio pieno di debiti e trucchi, completamente staccato dalla realtà e testardamente indirizzato a portare l'America nella direzione sbagliata.
Questa amministrazione ha il peggiore record fiscale di tutta la storia americana e in questa proposta di bilancio non c'è nulla che possa cambiare questa realtà». Lo scontro più forte che si prevede, comunque, è quello sulla guerra in Iraq, anche perché questa proposta di bilancio coincide con la dirittura d'arrivo della famosa risoluzione «non vincolante» del Senato contro quella guerra, che dovrebbe passare al voto entro questa settimana.

Nell'aumento delle spese militari sono comprese quelle per le ulteriori truppe che Bush vuole mandare laggiù. Ma le notizie arrivate proprio ieri da Baghdad non sembrano fatte apposta per aiutarlo.
Dei 21.500 nuovi soldati che il suo «piano» prevede, 17.000 sono destinati alla «zona verde» di Baghdad, ma proprio da lì arrivano delle pesanti critiche formulate dagli stessi protagonisti della «giovane democrazia» che Bush ha messo al potere.
Da quando quel piano è stato annunciato, dicono, le milizie sciite del Mahdi, quelle guidate da Moqtada al-Sadr, hanno smantellato alcuni posti di blocco e il risultato è che i morti sono aumentati (135 nel solo attacco di sabato). Del piano di Bush si dice «estremamente deluso» il vice sindaco di Baghdad Naeem al-Kabbi, secondo il quale si è agito «precipitosamente», senza accertarsi che «l'esercito iracheno fosse pronto», solo perché si voleva «mandare un segnale di cambiamento», e ciò ha reso i quartieri sciiti più «vulnerabili». Le parole di al-Kabbi sono sospette perché lui in fondo è un sodale di Moktada al-Sadr. Ma Hoshyar Zebari, il ministro degli Esteri, è curdo e fino a ieri era uno dei più entusiasti del «piano» Bush.
Ora anche lui è «estremamente deluso». Un ufficiale americano (anonimo) dice che la colpa semmai è del premier Nuri al-Maliki, che a quanto pare ha deciso la rimozione di alcuni posti di blocco Usa.

Franco Pantarelli
Il manifesto 6/2/07

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Cop 21. In fuga da siccità, innalzamento del mare, estremi eventi meteo, suolo inaridito. Com’è possibile che al vertice non sia in agenda il tema dei nuovi migranti disperati per i disastri ambientali?

La Dichiarazione Universale dei diritti umani contempla il diritto alla libertà di movimento e di migrazione. Freedom of movement and residence, cose diverse e connesse.
Il primo comma dell’articolo 13 dichiara che «ogni individuo» ha il diritto di muoversi e risiedere «entro i confini di ogni Stato» (ecco anche una libertà individuale e collettiva di migrazione interna al singolo stato nazionale).

Il secondo comma dell’articolo 13 dichiara che «ogni individuo» può liberamente lasciare il proprio paese e ritornarvi, lasciare «qualsiasi paese» e ritornare nel «proprio» (ecco anche una libertà individuale e collettiva di migrazione esterna e generale, come andata, come ritorno, come andata senza ritorno, come andata con ritorno).

Libertà di migrare, diritto di restare. Segnalo subito una conseguenza implicita. Una migrazione forzata è di norma arbitraria e vietata, transitoriamente ammissibile se proprio si vuole solo in casi eccezionali, in sostanza quando non c’è alternativa alla necessità immediata di spostare qualcuno.

L’articolo successivo contempla il diritto di asilo.
Asilo si può dare solo a chi è perseguitato nel proprio paese (cosa giustissima), «riconoscendolo» come refugee (cosa giustissima), ma non ad altri migranti forzati.
Esistono? Si esistono!

Nella motivazione del Premio Nobel per la Pace 2007 (ad Al Gore e al gruppo di scienziati dell’International Panel on Climate Change) e nella recente Enciclica papale (al punto 25) si sottolinea il nesso tra cambiamenti climatici e migrazioni forzate e si ricorda che oggi il rifugiato climatico non ha riconoscimento giuridico.

Da una decina di anni vari organismi scientifici e dell’Onu ripetono che saranno circa 250 milioni i rifugiati climatici entro il 2050, pure nello scenario migliore (e qualcuno sostiene entro il 2030).

Ben (mal) sappiamo che migranti forzati ci sono da sempre e che da sempre la spinta a fuggire dipende da guerre e conflitti umani o da perturbazioni geofisiche e climatiche. Negli ultimi secoli sono cresciute le perturbazioni provocate o aggravate da comportamenti umani, negli ultimi decenni anche quelle effetto dei cambiamenti climatici antropici globali (come confermano tutti i rapporti dell’Ipcc). Inoltre, molte guerre degli ultimi decenni sono connesse ai cambiamenti climatici antropici globali, sono guerre per l’energia e per l’acqua, sono conseguenza anche di siccità e desertificazione di territori (che, a esempio, hanno colpito la Siria tra il 2006 e il 2010) e, a loro volta, le guerre distruggono ambiente e convivenza civile, desertificano il territorio con le armi chimiche e l’uranio impoverito, scacciano o uccidono generazioni di individui lavoratori manuali e intellettuali, sconvolgono il clima locale (come mostra anche la tempesta di sabbia di qualche mese fa ancora in Siria).

A causa di comportamenti umani nei paesi industrializzati da almeno quattro generazioni, stiamo obbligando persone, perlopiù sparse in specifiche aree della Terra, povere, ad abbandonare il territorio della loro vita (quando riuscissero a sopravvivere fino al momento di fuggire). Con scelte e comportamenti clima alteranti, con nostre scelte e nostri comportamenti, con scelte e comportamenti dei nostri stati (i 39 paesi dell’Annesso I del Protocollo di Kyoto) abbiamo violato, violiamo e violeremo il loro diritto di restare e la loro libertà di migrare, abbiamo creato, creiamo e creeremo «climate refugees». Si sa quali sono le aree e rischio e gli eventi inevitabili che li stanno facendo e li faranno fuggire (innalzamento del mare, aumento di frequenza e intensità di eventi meteorologici estremi, scarsità di acqua e inaridimento del suolo); si sarebbe potuto e si potrebbe intervenire molto per favorire resilienza, informare, prevenire, cooperare, assistere, prima e dopo. Non è stato fatto e non lo si sta facendo.

L’Unhcr non si occupa dei rifugiati climatici, non se ne può occupare perché la Convenzione parla di guerre e persecuzioni e, dunque, non ne ha il mandato. Intelligentemente ha messo nelle proprie linee guida di assistenza che, se non si supera il confine del proprio paese, i campi profughi possono accogliere anche profughi di disastri naturali e il loro (vasto) numero è ricompreso fra gli Internally Displaced People, costituisce una parte (minore) degli effettivi rifugiati climatici già esistenti.

Tuttavia una persona in fuga può a un certo punto, se riuscito a sopravvivere, continuare a fuggire, sconfinare e arrivare nei paesi limitrofi, attraversarli, migrare.

Molti di coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo non sono «refugees» e richiedenti asilo, ovvero in fuga da guerre o persecuzioni politiche sul confine limitrofo al loro paese d’origine. Sono donne e uomini, circa 450.000 nei primi 9 mesi del 2015, quasi 3000 morti in mare, in fuga da conflitti civili e soprattutto disastri che fuggono, poi forse sopravvivono (per migliaia di km, attraverso il Sahara-cimitero, sfruttati), poi forse si imbarcano e, se non naufragano (Mediterraneo-cimitero),.

Fra di loro moltissimi hanno cominciato a fuggire dai cambiamenti climatici antropici globali per come si sono manifestati nel loro originario luogo di residenza (siccità, desertificazione, eventi meteorologici estremi, ecc.).

Credo sia utile distinguere i rifugiati con status riconosciuto (o riconoscibile quando chiedono asilo) dagli altri migranti forzati; e distinguere urgentemente (avrebbe dovuto essere nell’agenda in corso a Parigi, la 21° Conferenza delle Parti sul clima, ancora non c’è, prima o poi dovrà essere inserita nel negoziato climatico) i tanti generici profughi ambientali dai rifugiati climatici.

Si è costretti a fuggire da disastri di varia origine e natura. Quelli connessi ai cambiamenti climatici antropici globali hanno una «certificazione» scientifica e apposite regole nel diritto internazionale, per questo prevenire e riconoscere (anche con accordi bilaterali, anche con corridoi umanitari) i climate refugees è prioritario, pur se un dovere di assistenza riguarda tutti i profughi.

Valerio Calzolaio
Il Manifesto 02.12.2015

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L'aumento della produzione a tutti i costi riguarda la quantità crescente di merci Non considera i beni che non si vendono e non si comprano ma arricchiscono tutti. Il Pil è fermo. L'Italia non cresce. E' un disastro. Oppure no. Per tutti quelli che credono nella decrescita, misurare la ricchezza di un paese in base al Pil è pura ideologia.

La teoria del filosofo francese Serge Latouche è innanzitutto una pratica che in Italia ha prodotto diverse esperienze concrete e che si è tradotta nel Movimento per la decrescita felice e nella Rete per la decrescita, oltre che in mille esperienze, basta pensare ai i gruppi di acquisto e a qualche battuta di Grillo.

Ma che significa decrescita, quali pratiche vengono attuate in Italia e in Europa? Non è un'utopia non compatibile con la macroeconmia mondiale?
Socialismo e liberismo hanno creduto entrambi nel progresso del mercato, scontrandosi sulla diversa distribuzione della ricchezza ma avendo come comune denominatore la merce, ovvero oggetti e servizi monetizzabili. Adesso che la contraddizione del capitalismo si misura anche con la questione ambientale il mito della crescita infinita in un mondo finito presenta tutti i suoi limiti, e colpisce al cuore non solo il capitalismo ma il centro delle teorie anticapitaliste dividendole tra sviluppiste e anti-sviluppiste, queste ultime spesso accusate di essere velleitarie o territoriali (quelle dei «no», dalla Tav agli inceneritori, quelle che operano nel micro ma non riescono ad avere un respiro globale, o addirittura conservatrici, autarchiche, per un ritorno quasi mistrico alla natura).

La realtà è più complessa. I teorici della decrescita distinguono merci da beni. Un bene è, per esempio, lo yogurt fatto in casa, ma anche l'abbattimento di spreco energetico. La decrescita non è una teoria anti-mercantile, piuttosto è una critica all'invasività del mercato, tende a ridurre la sfera di influenza delle merci.

Produrre e consumare meno significa sfruttare meno materie prime, lavorare meno, produrre meno rifiuti, abbattere i consumi per il trasporto delle merci.
I rifiuti, a Napoli e non solo? Sono prima di tutto il risultato della crescita. Meno lavoro vuol dire meno incidenti sul lavoro (per i credenti del Pil, anche il lavoro è solo merce). Meno trasporti vuol dire meno smog e meno morti sulle strade. Senza citare le guerre per le materie prime.
Anche le armi sono merci e contribuiscono al Pil.

Il Pil misura la quantità di ricchezza totale senza calcolare la sua distribuzione, ma soprattutto non calcola ciò che non si vende. Per questo sono stati studiati altri indici, il Bil (Benessere interno lordo), oppure il Quars (Qualità regionale di sviluppo) persino il fantasioso Fil (indice di Felicità interna lorda).

«Il difetto di questi indici - è dubbioso Maurizio Pallante, presidente del Movimento della decrescita felice - è che affiancano il Pil ma non lo superano e che i parametri qualitativi che tentano di misurare restano soggettivi».
La bestemmia della decrescita pretende di partire dal basso e di agire per gradi senza contrapposizione frontale con il sistema capitalista. «Bisogna agire su tre livelli - spiega Pallante - gli stili di vita, la tecnologica non per aumentare la produttività ma per ridurre rifiuti e energia, e la politica.
Per esempio, se un comune delibera che le case devono essere coibentate, si spreca meno per il riscaldamento, in Alto Adige bastano 7 litri di gas per metro quadro all'anno contro i 20 litri della media nazionale. In Francia la decrescita ha prodotto un ricco dibattito teorico, in Italia tendiamo a metterla in pratica e sono in atto molti progetti». Ma è praticabile anche al di là di microesperienze?
Problema: meno produzione e consumo significa meno posti di lavoro. «Non sempre, per coibentare le case si lavora».

Ma si può sperare nella decrescita senza fare la rivoluzione? «E' chiaro che un petroliere sarà contro, ma un imprenditore che opera con energie alternative a favore». Eppure se il mercato si riduce qualcuno dovrà pur pagarne le conseguenze. Le rendite, i ricchi. Mica semplice.

Giorgio Salvetti
Il manifesto 13/3/08

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I nostri sistemi politici e globali non sono affatto equipaggiati per i cambiamenti del mondo odierno. La crescita dell’economia globale e la pressione demografica stanno causando uno stress senza precedenti sull’ambiente fisico, e questo stress genera a sua volta delle sfide per la nostra società. Nonostante questo, i politici sembrano ancora ignorare queste tendenze: i governi non sono pronti ad accoglierle, e le crisi di carattere essenzialmente ecologico sono gestite tramite strategie obsolete di guerra e diplomazia.

Si consideri, ad esempio, la situazione nel Darfur, in Sudan. Questo orribile conflitto è gestito con la minaccia dell’uso della forza, delle sanzioni ed in generale, con il linguaggio della guerra e del peacekeeping. All’origine del conflitto c’è indubbiamente l’estrema povertà della regione, che è peggiorata sensibilmente negli anni ’80 a causa di una siccità che dura tuttora.
Sembra che il cambiamento climatico sul lungo periodo stia portando a piogge più scarse non solo in Sudan, ma anche nell’Africa sub-sahariana, un’area in cui la vita dipende dalla pioggia e in cui siccità significa morte.

Il Darfur è nella trappola mortale della siccità, ma nessuno ha cercato di affrontare la crisi con un approccio basato su una prospettiva a lungo termine, piuttosto che sulla guerra. Il Paese ha bisogno di una strategia per l’acqua più che di una strategia militare. I suoi 7 milioni di abitanti non possono sopravvivere senza un nuovo approccio che dia loro la possibilità di far crescere i raccolti ed abbeverare i propri animali. Ciononostante, alle Nazioni Unite si parla di sanzioni e di guerra, e non di percorsi di pace da intraprendere.
Lo stress idrico sta diventando un enorme ostacolo per lo sviluppo economico in molte parti del mondo.
La crisi di acqua a Gaza è causa di malattie e sofferenze tra i palestinesi, e fonte di tensioni crescenti tra Palestina ed Israele. Ancora, milioni di dollari vengono spesi per bombardare e distruggere la regione, mentre, virtualmente, nulla viene fatto per arginare la crisi idrica crescente.

Anche Cina ed India dovranno affrontare la crisi idrica negli anni a venire, con conseguenze potenzialmente orrende. Il decollo economico di questi giganti incominciò 40 anni fa con l’introduzione di sistemi agricoli più efficienti, e con la fine delle carestie. Tuttavia, parte della produzione agricola derivò da milioni di pozzi prosciugati per fornire acqua per l’irrigazione. Ora il livello freatico si sta assottigliando ad un ritmo pericoloso, poiché l’acqua del sottosuolo è stata pompata più velocemente di quanto possa ricostituirsi.
Inoltre, a parte le piogge, il cambiamento climatico sta sconvolgendo il flusso dei fiumi, poiché i ghiacciai, che provvedono ad un enorme ammontare d’acqua per l’irrigazione e per fini domestici, si stanno rapidamente prosciugando a causa del surriscaldamento globale.
La neve si scioglie prima, l’acqua dei fiumi è meno disponibile durante l’estate, la stagione della maturazione. Per tutti questi motivi, l’India e la Cina stanno sperimentando serie crisi idriche che si intensificheranno in futuro.

Anche gli Stati Uniti devono affrontare questo rischio. Gli Stati dell’Ovest e del Sud-Ovest hanno sofferto di una siccità prolungata che potrebbe essere stata il risultato di un lungo surriscaldamento; gli Stati a vocazione agricola pompano acqua da un grande reservoir sotterraneo che è stato prosciugato dal sovra-pompaggio.
Così come le pressioni internazionali sulle riserve di petrolio e gas hanno alzato i prezzi dell’energia, allo stesso modo lo stress ambientale potrebbe aumentare il prezzo del cibo e dell’acqua in molte parti del mondo. A causa delle ondate di calore, della siccità e di altri stress climatici negli USA, in Europa, ed in Australia quest’anno, i prezzi del frumento hanno raggiunto il loro massimo picco, colpendo guadagni e vite nel mondo. Con la crescita demografica ed economica, e con il cambiamento climatico, andremo incontro a siccità crescenti, uragani e tifoni, stress idrico, estinzione delle specie ed altro.

La strategie ambientali e climatiche “morbide” diventeranno le questioni più difficili e strategiche del 21° secolo. Nonostante ciò, manca ancora una presa di coscienza di questa verità fondamentale da parte dei nostri governi o delle nostre politiche globali. Le persone che parlano di fame e di crisi ambientali, sono percepite come moraliste, in opposizione ai cosiddetti “realisti”, che si occupano di guerra e pace. Questo è un nonsenso. I realisti non individuano le fonti di tensione e stress che stanno portando ad un numero crescente di crisi in tutto il mondo.
I nostri governi dovrebbero creare un ministero per lo sviluppo sostenibile, che si dedichi a tempo pieno alla gestione del rapporto tra il cambiamento climatico e il benessere umano. I soli ministeri dell’agricoltura non riusciranno a fare fronte alla carenza di acqua che i contadini subiranno. I ministeri della salute non riusciranno a fronteggiare le pressioni sugli oceani e sulle foreste, con la conseguenza di eventi climatici estremi come l’uragano Katrina lo scorso anno, o il tifone Saomai di recente, il peggiore in Cina da decenni. Un nuovo ministero potenziato dovrebbe essere incaricato di coordinare le risposte al cambiamento climatico, allo stress idrico e ad altre crisi dell’ecosistema. A livello globale, i governi del mondo dovrebbero infine capire che tra le minacce da essi segnalate, la biodiversità e l’ambiente sono importanti almeno quanto la pace e la sicurezza globale.
Concentrandosi sulle sfide dello sviluppo sostenibile, i nostri governi dovrebbero cercare di mettere fine alle crisi correnti (come in Darfur) e bloccare quelle future.

23/10/2006
di Jeffrey Sachs

http://www.globalpolicy.org/socecon/hunger/environment/2006/1023sachsclimate.htm

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Quando qualcuno, affamato, malato o bisognoso, bussa alla nostra porta, dovrebbe scattare un imperativo primordiale al soccorso. Questo almeno sostengono le mitologie religiose. L'umanità, prima ancora di un'astrazione filosofica, è l'espressione di questo riflesso.

Anche se non crediamo al diritto naturale e tanto meno alla retorica dei diritti umani, soprattutto nell'epoca delle guerre umanitarie, sappiamo che il limite minimo della comune condizione umana è definito da quell'imperativo.
Rinviando i barconi dei migranti in Libia, il governo italiano ha deciso di rinunciare di fatto e di diritto a qualsiasi minima considerazione umana. O meglio: ha stabilito che la cittadinanza, italiana o occidentale che sia, è il requisito indispensabile perché qualcuno sia trattato da essere umano. E dunque che abbia diritto a vivere, a essere curato e trattato come una persona.

Tra i migranti respinti senza nemmeno mettere piede sul nostro sacro suolo ci sono persone in fuga dalla guerra, dagli stermini e dalla fame. Impedendo loro persino di chiedere asilo e riconsegnandoli ai porti d'imbarco, l'Italia li condanna alla detenzione, alle angherie e, come è già documentato da anni, alla morte.
Così nel nome della difesa paranoica della nostra purezza territoriale che accomuna la maggioranza di destra e parti consistenti dell'opposizione, noi rispediamo nel nulla i nostri fratelli, uomini, donne e bambini. Proprio come, a diecimila chilometri di distanza, in nome della nostra sicurezza, le nostre pallottole uccidono i bambini e le nostre bombe cancellano dalla faccia della terra cento civili in un colpo solo.

A questo punto, non c'è nemmeno bisogno di insistere nelle analisi. Il quadro appare chiaro.
Dentro la nostra fortezza, norme discriminatorie, che si appoggiano a una cultura trionfante della delazione pubblica e privata, tengono in riga, nell'ombra e nello sfruttamento, gli stranieri di cui abbiamo bisogno.
Fuori, c'è l'espulsione preliminare, concordata con la Libia.

Curiosi
ricorsi storici: i nostri ex colonizzati, a suo tempo decimati e rinchiusi nei campi di concentramento di Graziani, si incaricano, in cambio di soldi, contratti e autostrade, di respingere e internare i profughi e gli affamati di un continente.

Qui le leggi razziali, rispolverate da qualcuno, non c'entrano proprio. C'è invece quella linea, profonda come la faglia di Sant'Andrea, che separa il mondo sviluppato dal resto della terra.
In un romanzo di Saramago, la penisola iberica si staccava dall'Europa. Ma ora è questa che scava un fossato incolmabile con la povertà esterna; la Lega è la punta estrema e paranoica di questa cultura del respingimento.

E in Italia, ventre d'occidente, non valgono nemmeno le finzioni umanitarie di burocrati e giuristi europei. Qui da noi, mentre la stampa si affanna intorno ai casi privati del padrone, tutto è divenuto possibile. Ma ci si sbaglierebbe a credere che la nostra sia un'eccezione. Dopotutto, il fascismo è nato in una pianura tra le Alpi e gli Appennini.
Oggi, l'Italia è l'avanguardia di un'aggressione all'umanità

Alessandro Dal Lago
Il Manifesto 8/5/09

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Primo comandamento di tutti gli eserciti: tu non avrai altra ragione all’infuori della ragione (impazzita) di colui che ti manda. I soldati devono solo uccidere ed essere uccisi. (David Maria Turoldo)

Questa è la guerra, signori, che ora è il dolore della nostra Italia ma che è la quotidiana tragedia di gran parte dell’umanità. Ora siamo noi a piangere perché a morire sono stati i nostri figli ma questa è la guerra, signori. I soldati fanno questo di mestiere: “uccidere ed essere uccisi”. Il dramma è l’ipocrisia degli uomini di stato che prima li mandano ad “uccidere e ad essere uccisi” e poi ostentano un dolore attonito ed ufficiale che non ha nessuna forza morale su di noi che conosciamo i meccanismi di questa come di tutte le altre guerre.

Questa è la guerra, signori, che obbedisce solo alla “ragione (impazzita) di colui che ti manda. Sono i “mandanti” i responsabili di questi morti come di tutti gli altri morti senza onori. Delle migliaia di morti civili che nessuno aveva mandato, senza patrie e senza politici e presentatori televisivi ad ostentare dolori ufficiali. Il “valore aggiunto” di essere italiani (o americani) non toglie alla morte la sua tragicità e il suo carico di dolore. Le madri, i figli, le fidanzate…non hanno patria, non hanno nazionalità. Soffrono tutte allo stesso modo, indicibilmente allo stesso modo, anche le madri, i figli, le fidanzate dei “nemici”.

Questa è la guerra, signori, che sovverte i comandamenti della vita, che tutto distrugge davanti a se, che non sopporta eccezioni “umanitarie”. Perché tutti i soldati sono uguali e tutti i soldati per le proprie patrie sono i migliori ma tutti uccidono e sono uccisi. E tutti sono uomini ingannati dalle bandiere e dalle ideologie e dal fanatismo o dalla necessità economiche che li convincono a buttare la vita per qualche migliaia di dollari al mese.

Questa è la guerra, signori. Ma non raccontate ai nostri ragazzi che questo è un bel morire, che questa è la patria, che questo è un ideale. Il petrolio, il “posto al sole”, i “sacri confini”, la “guerra al terrorismo” non sono ideali. Sono sempre e solo “pretesti” dei furbi governanti di questo mondo per convincere tanti piccoli uomini a morire per loro. Sì, è triste e drammatico dirlo ma questi poveri ragazzi non sono morti per nessuna patria che non siano le menzogne di qualche petroliere americano e le ambizioni di qualche piccolo politico italiano.

Questa è la guerra, signori. E se anche l’ipocrisia del teatrino della politica italiana ha stabilito che ora è il momento del dolore, è un dovere civile gridare l’assurdità di questo dolore e del dolore degli altri, dei troppi, dimenticati… e rifiutarsi di ingrossare le fila delle retoriche e vuote “liturgie” patriottiche che da sempre preparano altre guerre ed altri morti. Questa è la guerra, signori…e noi ci rifiutiamo di servire queste meschine “patrie mercantili”. “Deus non vult!” 

E poi sulla terra intera a innalzare
monumenti “Ai Caduti”!
così felici di essere caduti!

Ma provate a fissare quei corpi squarciati,
a fissare la loro smorfia ultima
sulle facce frantumate,
e quegli occhi che vi guardano.

Provate a udire nella notte
l’infinito e silenzioso urlo degli ossari:
“Uccideteci ancora e sia finita”!

(David Maria Turoldo)


Don Gianfranco Formenton
Parroco di S.Angelo in Mercole e S.Martino in Frignano (Spoleto)
(Fonte: Aprile on line)

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Per il 17 marzo è stata lanciata a Nairobi dal Forum Sociale Mondiale la giornata mondiale contro la guerra, nell’anniversario dell’invasione USA dell’Iraq. In tutto il mondo, milioni di persone chiederanno la fine delle guerre, a partire da Iraq e Afghanistan, la chiusura delle basi, il disarmo atomico.

In quei giorni, il Parlamento italiano voterà sul rifinanziamento delle missioni, Afghanistan in primis. Per questo facciamo appello a tutte/i coloro che condividono il sogno della pace e della giustizia, affinché si costruisca anche in Italia la giornata mondiale contro la guerra.

Il movimento contro la nuova base USA di Vicenza ha segnato con la straordinaria manifestazione del 17 febbraio una svolta contro le politiche belliche del governo, per una nuova stagione di lotte che rompa la complicità dell’Italia con la guerra permanente.
L’imposizione della base USA è una scelta contraria alla volontà popolare e alla difesa dell’ambiente, ma anche una strategia di complicità alla guerra, in sintonia con USA e NATO, con il sostegno alla produzione bellica e l’aumento spropositato delle spese militari fino alla sciagurata decisione di acquistare dagli USA per 13 miliardi i bombardieri Joint Strike Fighter: una politica che si definisce multilaterale ma che rimane di guerra, mossa dal desiderio di fare dell’Italia una piccola-grande potenza, agevolando l’espansione nel mondo dei propri gruppi economico-militari e finanziari.

E sulla guerra il governo Prodi è crollato al Senato, travolto dalle sue contraddizioni, a sinistra e a destra. Il Prodi-bis, che è stato rimesso in piedi con ulteriori contributi da destra, sfida apertamente tutti i movimenti in campo, da quello NO-Tav, imponendo l’ Alta velocità, a quelli ambientalisti con i rigassificatori, al movimento no-Vat e pro-Pacs abbandonando i già moderatissimi DICO; ma soprattutto collide con il movimento no-war, affermando piena fedeltà a Usa e Nato, e confermando le missioni belliche e la costruzione della base a Vicenza

Viene meno l’illusione del “governo amico” e nasce per chi ama la pace la responsabilità di costruire una nuova opposizione sociale alle politiche di guerra, dando continuità al movimento dopo il 17 febbraio e contestando la politica estera del Prodi-bis. E il primo obiettivo che abbiamo davanti, oltre a vincere la lotta contro il Dal Molin, è quello del ritiro delle truppe dall’Afghanistan, massima forma di complicità con una guerra sotto il comando della NATO. La lotta contro la base USA di Vicenza è diventata la lotta di tutti/e: così crediamo debba essere per la lotta contro l’intera politica di guerra, a partire da chi sul territorio contesta la militarizzazione crescente.

Vogliamo costruire insieme una grande manifestazione nazionale a Roma come seconda tappa del percorso iniziato dalla popolazione vicentina, congiungendo il NO ALLE BASI e il NO ALLE MISSIONI MILITARI, e le lotte sui territori all’opposizione nazionale e internazionale alla guerra, accompagnandola con la forte richiesta ai parlamentari di votare contro il decreto e il rifinanziamento della missione in Afghanistan.

PER IL 17 MARZO A ROMA. PER IL RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE DALL'AFGHANISTAN E DAGLI ALTRI FRONTI DI GUERRA. PER LA CHIUSURA DELLE BASI MILITARI USA-NATO, PER VINCERE LA LOTTA CONTRO LA BASE DAL MOLIN. NO ALLE SPESE MILITARI. SOSTEGNO ALLA RESISTENZA DELLE POPOLAZIONI IN LOTTA, DA VICENZA AI PAESI INVASI E OCCUPATI.

Comitato 17 marzo
fonte: cpianopisa@alice.it

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BERLINO - I 180 mila civili che appoggiano l'attività dei 160 mila soldati degli Stati Uniti in Iraq, sono una conferma dell'avanzata "privatizzazione delle guerre", cioè dell' "ouitsourcing" dei conflitti militari del mondo, portati avanti da imprese private per conto di qualche Stato.

Le possibilità e i pericoli della privatizzazione delle guerre e dei conflitti militari sono state discusse in una conferenza organizzata a Wildbad Kreuth (Germania meridionale) dalla fondazione Hanns Seidel, vicina alla Cdu, nel corso della quale la privatizzazione delle attività militari e di spionaggio sono state unanimemente giudicate come minimo controverse dal punto di vista del diritto internazionale, scrive il quotidiano 'Berliner Zeitung'.

Tra i 180.000 aiutanti civili dei militari Usa, circa 120.000 sono iracheni, ma altri 40.000 provengono da paesi terzi compresa la Germania e solo 20.000 sono gli americani "civili" al soldo in Iraq di società private che si occupano di attività militari e spionaggio. Il fatturato annuale per questo settore è stimato in 200 miliardi di dollari Usa.

Vari esperti di scienze sociali presenti al convegno hanno spiegato la presenza crescente di imprese private in conflitti regionali come una conseguenza della mentalità prevalente nella "società post-eroica" dopo la fine della Guerra fredda tra Est e Ovest: le società occidentali non sono più disposte ad accettare proprie vittime in confronti militari all'estero, ha detto Gerard Kummel, dell'istituto di scienza sociale delle forze armate tedesche Bundeswehr.
In questo contesto egli ha parlato di "avversione delle società liberali al rischio". E come esempio ha citato il fallito intervento militare Usa in Somalia nel 1991, rifiutato da una maggioranza degli americani prima ancora che arrivassero le immagini terribili dei soldati Usa uccisi, e i cui cadaveri furono poi profanati, trasmesse dalle televisioni.

Anche la popolarità delle idee neoliberali contribuisce alla privatizzazione dei conflitti militari, ha affermato Martin Binder del Centro Scientifico di Berlino.
Il principio dell'outsourcing è stato adottato dall'inizio degli anni 90 anche dai governi di Stati occidentali. E non solo per ridurre i costi, in quanto i governi si liberano in questo modo della pressione provocata dalle notizie dei mezzi di informazione e dal dibattito pubblico sulle crisi umanitarie e le guerre interne in altri Stati. Binder ha citato come esempio il conflitto in Bosnia 1994-95 e la guerra civile in Sierra Leone.
In Bosnia l'impresa statunitense Mpri con la connivenza di Washington ha appoggiato i croati bosniaci e musulmani con armi e istruttori militari, dando loro così il sopravvento.
La conseguenza è stata l'espulsione dei serbi bosniaci dalla Krajina, sulla quale si sta indagando anche dal punto di vista dei crimini di guerra. In Sierra Leone l'impresa britannica Sandline, come minimo con la tolleranza di Londra, ha ignorato l'embargo per le armi contro il paese e preso parte attivamente a operazioni militari contro i ribelli.

http://www.swissinfo.org/ita/mondo/detail/Iraq_le_guerre_sempre_pi_privatizzate_convegno.html?siteSect=143&sid=8665722&cKey=1201258868000&ty=ti&positionT=8

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Mentre i "barconi della morte" diventano una realtà che ci riguarda sempre più da vicino, non deve trattarsi di un giorno qualsiasi. Perché la quantità di vittime dell'esodo - sotto gli occhi di tutti in questi mesi anche alle porte dell'Italia - verso paesi che dovrebbero rappresentare la libertà dalla violenza e dall'oppressione, assomiglia sempre di più al bilancio di una guerra.

E sarà opportuno ricordare che la Costituzione della Repubblica Italiana - fondamento del nostro ordinamento giuridico - stabilisce all'art. 10 che "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle liberta' democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica".

Soccorrere, accogliere ed assistere tutte le persone in fuga dalla fame e dalle guerre, dai disastri e dalle persecuzioni, è quindi non solo un ovvio dovere morale, non solo un evidente dovere giuridico (l'omissione di soccorso essendo un reato), ma è anche un principio fondamentale del nostro Paese in quanto stato di diritto, in quanto democrazia.

Nella Giornata internazionale del rifugiato ripetiamo quindi alcune verità di per sé evidenti:

  • tutti gli esseri umani hanno diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà;
  • il primo dovere di ogni essere umano come di ogni civile istituto è salvare le vite.

E pertanto:

  • occorre riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere in modo legale e sicuro nel nostro paese e in Europa (con ciò cesserebbero immediatamente sia le stragi nel Mediterraneo, sia il mercato illegale del traffico di esseri umani che arricchisce i poteri criminali);
  • occorre soccorrere, accogliere ed assistere tutte le persone che hanno bisogno di aiuto;
  • occorre riconoscere immediatamente il diritto di voto nelle elezioni amministrative agli oltre cinque milioni di persone straniere residenti in Italia;
  • occorre farla finita con lo scellerato sperpero di 72 milioni di euro al giorno del bilancio dello stato italiano per le spese militari e per il riarmo (e le armi sono sempre assassine), ed utilizzare invece questi soldi pubblici per salvare le vite ed aiutare le persone in condizioni di bisogno.

Ogni vittima ha il volto di Abele.
Vi è una sola umanità, in un unico mondo vivente casa comune dell'umanità intera.

Nonviolenza in cammino - 19/6/2015

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Sciami di «calabroni bionici», mini robot volanti, si infiltrano a Gaza e in Libano a caccia di nemici e, individuatili, li uccidono con mini cariche esplosive di nuovo tipo. Fantascienza? No, scienza. Anzi la scienza più avanzata, la nanotecnologia, su cui sta puntando Israele.

Il primo ministro Ehud Olmert - informa il giornale israeliano Yediot Aharonot (17 novembre) - ha deciso di costituire uno speciale ufficio per lo sviluppo di un «arsenale basato sulla nanotecnologia». A tale scopo ha incaricato il vice primo ministro Shimon Peres (già padre della bomba atomica israeliana) di scegliere 15 tra i massimi esperti dal mondo accademico, dall'industria ad alta tecnologia e dal settore militare.
Israele, insieme a Stati uniti e Gran Bretagna, è all'avanguardia nella ricerca sulla nanotecnologia, la scienza che progetta strutture microscopiche costruendole atomo per atomo. Al crocevia tra fisica, chimica, biologia e ingegneria, essa può portare a realizzazioni di grande importanza in tutti i campi.
Finora però sono le applicazioni militari quelle che hanno dato maggiore impulso alla ricerca: la nanotecnologia è nata nei laboratori delle armi nucleari per creare sistemi di innesco sempre più piccoli e affidabili. La ricerca, coperta da segreto militare, punta alla realizzazione non solo di armi nucleari miniaturizzate, ma di armi di nuova concezione.

Su The Guardian (4 settembre), subito dopo la guerra in Libano, Shimon Peres ha spiegato che le armi di cui dispone Israele non sono adatte a guerre di questa natura: «E' insensato usare un elicottero o aereo, che costa milioni di dollari, per dare la caccia a un piccolo gruppo di terroristi». Israele ha bisogno per questo di «armi miniaturizzate e robot controllati a distanza che operino sul campo di battaglia, basati sulla rivoluzionaria nanotecnologia». E, dopo aver ricevuto da Olmert l'incarico di costituire uno speciale ufficio per accelerare la ricerca in questo campo, Peres ha dichiarato che «prototipi delle nuove armi sono attesi entro tre anni».
Il governo israeliano ha dunque deciso di dare il massimo impulso alle ricerche di nanotecnologia per applicazioni militari. Proprio in questo campo l'Italia può dargli un notevole contributo, nel quadro dell'accordo di cooperazione militare stipulato dal governo Berlusconi con quello israeliano nel 2003 e trasformato in legge nel 2005 (n. 94, 17 maggio). In base all'accordo, i due governi si impegnano a «incoraggiare le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali di interesse per entrambe le parti». Per di più, sono stati varati dall'allora ministro Moratti 31 progetti di ricerca congiunta tra controparti italiane - Cnr e alcune università - e controparti israeliane: soprattutto gli istituti Weizmann e Technion, che compiono ricerche sulle armi nucleari e quelle di nuovo tipo.
E' quindi possibile che ricerche italiane, ufficialmente a fini civili, possano essere usate (anche all'insaputa dei ricercatori) per mettere a punto armi di nuovo tipo.

Il legame tra ricerca militare e civile è stato evidenziato dal simposio sul tema «Sviluppo delle nanotecnologie: applicazioni per la difesa», organizzato a Roma il 30 giugno 2004 dal Segretariato generale della difesa e direzione nazionale degli armamenti, con la collaborazione dell'Università di Roma La Sapienza. Nella presentazione del simposio, apertosi con le relazioni del generale Botondi e del prof. Carlo Rubbia, si sottolinea che - nel quadro del Piano nazionale della ricerca militare (Pnrm) creato nel luglio 2001, un mese dopo l'insediamento del governo Berlusconi - è possibile «avvalersi di risorse sia civili che militari per condurre studi coordinati». Il Pnrm consente di «promuovere, valutare e coordinare la ricerca di base nei settori di importanza strategica e di interesse ai fini delle applicazioni militari, in particolare per lo sviluppo dei futuri materiali d'armamento». A tal fine esso raccoglie anche le idee e proposte provenienti da «partner internazionali».

A questo punto vorremmo sapere: se nel quadro dell'accordo il partner israeliano proporrà (se non ha già proposto) una collaborazione, aperta o no, allo sviluppo di nanotecnologie militari, che cosa farà il governo Prodi? E che cosa farà in generale riguardo all'accordo di cooperazione militare con Israele? Lo abrogherà o proseguirà sulla via aperta dal governo Berlusconi?
Aspettiamo una chiara risposta. Magari prima che comincino a volare i primi «calabroni bionici», figli anche dalla ricerca militare italiana.

Manlio Dinucci
Il manifesto 23/11/06

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L'obiettivo di dimezzare il numero di persone che soffrono la fame entro il 2015 è lontano, sempre più lontano, praticamente irraggiungibile. Il Rapporto annuale sullo Stato di insicurezza alimentare nel mondo (Sofi), diffuso oggi dalla Fao, ammette: "In dieci anni, in pratica, non è stato fatto alcun progresso verso l'obiettivo di dimezzare il numero di sottoalimentati nel mondo".

Già in occasione della "Giornata mondiale dell'alimentazione", lo scorso 16 ottobre, il direttore generale dell'organizzazione, Jacques Diouf, aveva reso note alcune cifre allarmanti, ma i risultati del Sofi mostrano come in alcune zone - tra queste l'Africa - la situazione non solo non è migliorata, ma è in peggioramento.

I dati. Al mondo ci sono 854 milioni di persone che soffrono la fame e il numero non è mai calato dal 1990-92. Fare riferimento a questa data è importante perché nel 1996 oltre 180 capi di Stato e di governo si erano riuniti a Roma per il Vertice mondiale sull'alimentazione e avevano firmato una Dichiarazione con la quale si impegnavano a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015 e portarlo a 412 milioni. Per onorare l'impegno preso al vertice si dovrebbe ridurre il numero dei sottonutriti di 31 milioni l'anno da oggi sino al 2015, mentre il trend attuale è al contrario di un aumento al ritmo di quattro milioni l'anno.

Le ultime rilevazioni della Fao si riferiscono al periodo 2001-2003: le persone sottoalimentate sono ancora 854 milioni, tra queste 820 milioni vivono nei paesi in via di sviluppo, 25 milioni nei Paesi in transizione e nove milioni nei Paesi industrializzati. Il rapporto sottolinea che ci sono alcuni dati confortanti e riguardano i Paesi in via di sviluppo, nei quali il numero di sottoalimentati si è ridotto del 3% rispetto al 1990, e potrebbe dimezzarsi entro il 2015. Ma a fronte di queste buone notizie si evidenzia un divario sempre più ampio con i Paesi più poveri, nei quali le cifre parlano di un aumento netto della povertà. E' esemplare il caso dell'Africa sub-sahariana: la Fao stima che entro il 2015 il 30% di sottoalimentati sarà concentrato in quella regione.

Il caso africano. Nell'Africa sub-sahariana il numero di persone sottoalimentate è passato da 169 milioni nel 1990-92 a 206,2 milioni nel 2001-03. Tra le cause di questo incremento l'Aids, le guerre e le catastrofi naturali, in particolare nel Burundi, in Eritrea, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica democratica del Congo. E' proprio questo il Paese per cui si registrano le maggiori preoccupazioni della Fao poiché, a causa anche della guerra del 1998-2002, il numero di affamati è triplicato passando da 12 a 37 milioni di persone, cioè il 72% della popolazione. La Repubblica Democratica del Congo è un caso emblematico se si considera che si tratta di una delle regioni della terra con le maggiori risorse naturali. Per dirla con le parole del Sofi "ciò che manca è la volontà politica per mobilitare quelle risorse a beneficio degli affamati".

Le politiche contraddittorie. Il rapporto della Fao indica chiaramente che per ridurre il numero di sottoalimentati è fondamentale lo sviluppo rurale, almeno nei Paesi nei quali la situazione è peggiore. "Nonostante ciò i Paesi donatori hanno ridotto in modo consistente gli aiuti al settore agricolo - sottolinea Francisco Sarmento di Action Aid International, una delle organizzazioni invitate dalla Fao a discutere della revisione del piano d'azione - Nell'84 i Paesi donatori hanno versato quasi otto miliardi di dollari per il sostegno dei programmi agricoli, ma nel 2002 la cifra si è ridotta a circa tre miliardi. Inoltre i Paesi del Nord del mondo adottano tutta una serie di azioni economiche che frenano la produzione agricola dei Paesi sottosviluppati e l'esportazione dei loro prodotti. E' un po' come dire che si individua l'agricoltura come il motore principale per la ripresa dei Paesi sottosviluppati, ma poi questo motore lo si frena in tutti i modi".

Gli impegni. Il rapporto della Fao fa notare che l'obiettivo è ancora raggiungibile, ma solo se si interverrà concretamente e in modo concertato, con un'azione diretta contro la fame contemporaneamente a interventi mirati allo sviluppo agricolo e rurale. Tra le altre misure elencate dal Sofi ci sono: indirizzare i programmi e gli investimenti verso le "zone più critiche" di povertà e sottonutrizione; rafforzare la produttività a livello di piccoli produttori; creare condizioni idonee per gli investimenti privati, e questo implica tra l'altro trasparenza e buon governo; far sì che il commercio mondiale funzioni anche per i poveri, con l'istituzione di meccanismi di protezione per i gruppi più vulnerabili; un immediato incremento del livello degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS) per arrivare a raggiungere lo 0,7% del Pil, come promesso.

Che state a Fao? Da oggi fino al 4 novembre nel palazzo della Fao, a Roma, si tengono gli incontri per la revisione del piano d'azione del Vertice mondiale dell'alimentazione. All'evento partecipano i ministri di alcuni tra i Paesi più ricchi e più poveri del mondo e la Fao ha invitato organizzazioni non governative ed esponenti della società civile per discutere quali misure adottare per non fallire l'obiettivo del 2015.

Action Aid International ha lanciato in contemporanea la campagna "Che state a Fao?" per denunciare l'insufficiente impegno politico e finanziario degli ultimi dieci anni da parte dei governi e della comunità internazionale. Per informarsi sulle iniziative portate avanti dalla ong si può visitare il sito.

di CRISTINA NADOTTI
(30 ottobre 2006)
http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/esteri/fao-rapporto/fao-rapporto/fao-rapporto.html

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La disgregazione sociale non si fermerà perché le persone non sanno più stare insieme. La cultura sarà più underground. Ogni volta che inizia un nuovo anno pianifico progetti e propositi.

Viaggi da fare, libri da scrivere, azioni da intraprendere, una delle quali, praticata ormai da molto tempo, che consiglio vivamente, cioè quella di allontanare le persone negative: gli accidiosi, gli inconcludenti presuntuosi, i superbi.

Di quello nuovo posso immaginare innanzitutto le paure, che oltre a quelle personali (i genitori che invecchiano malamente, gli amici che si ammalano di cancro o perdono il lavoro, diventano cinici e calcolatori oppure alcolisti, altri che scelgono per difesa personale invece che il karate il nichilismo) saranno soprattutto politiche per via di una crisi dei valori di uguaglianza sempre più forte, il primato ormai inarrestabile dell'artificiale sul naturale, un indebolimento culturale che espone la nazione e noi tutti a seri rischi, primi tra tutti quelli della perdita dei diritti e della democrazia, e un aumento della violenza che non si può prevedere.

La cosa peggiore dei tempi che corrono, e in quest'anno sarà ancora più forte, è la difficoltà delle persone di stare insieme, di pensarsi come parte di una cosa collettiva
, un elemento di asocialità individualistica fortemente alimentata dall'uso massiccio delle tecnologie, dove tutti si illudono di stare in piazza e invece sono a casa propria, e guerreggiano scrivendo sulle tastiere come in un Risiko nel labirinto senza fili dove sono imprigionati.

La disgregazione continuerà inarrestabile, non se ne vede via d'uscita, nella Società dello Spettacolo pare non bastare più il minuto di celebrità pensato da Warhol.
Infatti il capitalismo planetario, con la sua orrenda griffe antropologica, ha vinto fortemente sul fronte interiore cambiando i connotati alle persone, bruttandole e involgarendole nel profondo, e anche molti di noi (artisti, musicisti, scrittori) hanno subito il fascino perverso del successo e del danaro, quella cosa che Pier Paolo Pasolini chiamava giustamente «l'altra faccia della persecuzione»; ma anche in politica le cose non andranno meglio: il "partito personale", una sorta di narcisismo e interesse particolare messi insieme, non diminuirà.

L'Italia sarà un paese ancora più povero in assoluto, crescerà la disoccupazione, sarà anche più povero di sociale (scuola, sanità, ricerca) come di cultura necessaria e ribelle, conflittuale, quella che crea senso, aiuta a vivere e pensare, assolutamente incapace per sua natura di creare profitti, e sempre più pieno di quella cultura spacciata per "alta", assolutamente impolitica e assoggettata allo sponsor che i poteri forti vuole allineata e contigua al turismo, al made in italy di detti progressisti. Credo che il nostro agire sarà ancora di più underground, si ridurranno gli spazi di creatività, la politica sarà sempre più minimalista.

Questo perché comunque i banchieri globali, a cominciare dai nostri Draghi e Monti, che pensano ad una società autoritaria governata dalle cifre e dai conti (non a caso sono stati entrambi consulenti autorevoli della Goldman Sachs, la banca d'affari che ha fatto collassare il sistema economico di molti paesi), dal cinismo sociale, con le loro politiche aumenteranno artatamente il divario tra ricchi e poveri, e la crescita sarà solo quelle delle banche e dei grandi potentati economici, soprattutto cinesi, indiani, delle economie emergenti del mondo.
.................................

Per uno scrittore come me ci sarà sempre qualcosa da raccontare anche nel 2013, in questo mondo orribile e ingiusto, ma proprio per questo terribilmente interessante, e per farlo valgono sempre le quattro regole scritte dall'autore di Omaggio alla Catalogna, cioè: «Il semplice egoismo, l'entusiasmo estetico, l'impulso storico, lo scopo politico».
Anche perché non credo alla fine della Storia, e ho sempre associato i grandi movimenti di liberazione sociale a quelli tellurici. Il movimento delle placche che li generano è molto lento, costante e impercettibile.
La tensione di certe energie nelle viscere della terra può rimanere incubato per decenni o secoli finché non genera all'improvviso un movimento blocco e sblocco che dà vita a un terremoto. Per questo è necessario, anno dopo anno, fare tutto il possibile, non smettere mai di interrogarsi, ed essere sempre pronti.

Angelo Ferracuti
il manifesto 2/1/013

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Al mondo ci sono 854 milioni di persone che soffrono la fame e questo numero non è mai calato dagli anni 90: è la Fao a lanciare il nuovo allarme con il Rapporto 2006 sull'insicurezza alimentare, presentato lunedì 30 ottobre a Roma.

Nel 1996, al vertice mondiale dell'Alimentazione riunitosi sempre nella capitale italiana, oltre 180 capi di Stato e di governo avevano firmato solennemente una dichiarazione in cui era contenuto l'ambizioso obiettivo di riuscire a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015. «A dieci anni di distanza, ci confrontiamo con una triste verità, non c'è nessun progresso», ha ammesso Jaques Diouf, direttore generale della Fao.
In dieci anni di distanza sostanziali miglioramenti sono stati registrati nell'America Latina, che è passata da un tasso di sottalimentazione del 13% al 10%, anche se per il Venezuela si segnala una crescita dall'11% al 18%. Anche in Cina c'è stato un calo dal 16% al 12%, mentre la situazione resta preoccupante per la fascia dell'Africa centrale dove c'è stato un aumento preoccupante della percentuale di sottoalimentazione, schizzata del 20%, dal 36% al 56 per cento. In particolare, risultano in netto peggioramento le percentuali della Repubblica democratica del Congo (dal 31% al 72%), dell'Eritrea (dal 68% al 73%) e del Burundi (dal 48% al 67 per cento).

Obiettivo 2015: missione impossibile? Nessun progresso, dunque, anzi, se possibile, un peggioramento della situazione rispetto a dieci anni fa e le tendenze più recenti non lasciano spazio all'ottimismo, sottolinea la Fao che ha registrato un aumento di 26 milioni di persone sottoalimentate nel periodo 1995-1997 e 2001-2003, a seguito, invece di un netto calo di 80 milioni durante gli anni 80. Timido ottimismo quello di Diouf, secondo il quale «il mondo di oggi è più ricco di quello di dieci anni fa e le risorse alimentari sono più abbondanti - ha detto il direttore generale della Fao - manca la volontà politica di mobilitare queste risorse in favore degli affamati». A quattordici anni dal fatidico 2015, la Fao riconsidera le stime sul numero degli affamati, prevedendo che l'obiettivo del millennio potrebbe essere mancato, perché per quella data saranno ancora 582 i milioni di persone sottoalimentate, contro i 412 previsti.

«Questa pubblicazione - ha sottolineato Diouf - ha evidenziato la discrepanza fra che cosa potrebbe e dovrebbe essere fatto e che cosa realmente si sta facendo per milioni di gente che soffre dalla fame». A preoccupare di più è la situazione dell'Africa, «la sfida più grande da affrontare», in particolare quella sub-Sahariana, dove il numero di persone sottoalimentate è passato da 169 milioni nel 1990-92 a 206 milioni nel 2001-03. Nell'Africa sub-Sahariana, l'Aids, le guerre e le catastrofi naturali sono stati ostacoli alla lotta contro il fame, in particolare nel Burundi, in Eritrea, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica democratica del Congo, Paese per cui si registrano le maggiori preoccupazioni della Fao poiché dal 1998 al 2002 c'è stata una guerra e il numero di affamati è triplicato passando da 12 a 37 milioni di persone, cioè il 72% della popolazione.

Diouf: aiutatare le economie rurali. Secondo il direttore generale della Fao, l’obiettivo del Vertice del 1996 è ancora raggiungibile, ma solo se si interverrà concretamente e in modo concertato. Questo significa un approccio a doppio binario che punti ad un’azione diretta contro la fame contemporaneamente ad interventi mirati allo sviluppo agricolo e rurale. Se c'è una via d'uscita per questa situazione, secondo la Fao, è da ricercare nello sviluppo dell'agricoltura: «questo settore è spesso il motore dello sviluppo per le economie rurali - si legge nel rapporto - e l'aumento del rendimento agricolo può aumentare le derrate alimentari, ridurre il loro prezzo, ma anche il mobilitare l'economia locale generando la richiesta di beni e servizi». Il rapporto, infine, pone l'accento sul «circolo vizioso della fame e della povertà», affermando che la fame non è solo una conseguenza della povertà, ma è anche una delle cause, perchè «nuoce gravemente alla salute ed al produttività delle persone».

Il Rapporto elenca poi una serie di altre misure necessarie per sconfiggere la fame negli anni a venire: indirizzare i programmi e gli investimenti verso le zone più critiche di povertà e sottonutrizione; rafforzare la produttività a livello di piccoli produttori; creare condizioni idonee per gli investimenti privati; far sì che il commercio mondiale funzioni anche per i poveri, con l’istituzione di meccanismi di protezione per i gruppi più vulnerabili; un immediato incremento del livello degli aiuti pubblici allo sviluppo per arrivare a raggiungere quello 0,7% del Pil, come promesso.

Piero Fornara
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Esteri/2006/10/pf301006_Fao_fame.shtml?uuid=594df1fe-680f-11db-a21f-00000e251029&DocRulesView=Libero

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Solo 11 giorni fa, il 19 gennaio, con il titolo  "È già ora di fare qualcosa, ho scritto: "La cosa peggiore è che gran parte delle soluzioni dipenderanno dai paesi più ricchi e sviluppati, che giungeranno ad una situazione che realmente non sono in condizione d’affrontare senza che crolli il mondo che hanno cercato di modellare"

"Non parlo già delle guerre, i cui rischi  e conseguenze sono stati trasmessi da persone savie e brillanti, includendo molti  nordamericani.
"Mi riferisco alla crisi degli alimenti originata da fattori economici e cambi climatici, che apparentemente sono già irreversibili, come conseguenza dell’azione dell’uomo, ma che in ogni modo, la mente umana ha il dovere d’affrontare immediatamente.

I problemi che hanno preso corpo adesso e rapidamente, attraverso fenomeni che si stanno ripetendo in tutti i continenti: calore, incendi di boschi, perdita di raccolti in Russia (...) cambio climatico in Cina (...) perdita progressiva delle riserve d’acqua nell’Himalaya, che minacciano India, Cina, Paquistan e altri paesi; piogge eccessive in Australia, che hanno inondato quasi un milione di chilometri quadrati; ondate di freddo insolite ed estemporanee in Europa [...] siccità in Canada; ondate  inusuali di freddo in questo paese e negli Stati Uniti."

Ho parlato ugualmente delle piogge senza precedenti in Colombia, Venezuela e Brasile.
Ho informato, in  quella Riflessione che: "Le produzioni di grano, soia, mais, riso ed altri  numerosi cereali e leguminose, che costituiscono la base alimentare del mondo, la cui popolazione è oggi,  secondo calcoli, di quasi 6.900 milioni di abitanti, e già si avvicina alla cifra inedita di 7.000 milioni, dei quali più di  mille milioni soffrono per fame e denutrizione, e sono danneggiati seriamente dai cambi climatici, creando un gravissimo problema nel mondo."

Sabato 29 gennaio, il bollettino quotidiano che ricevo con le notizie di Internet, riportava un articolo di Lester R. Brown, pubblicato nel sito web Vía Orgánica, datato 10 gennaio, il cui contenuto, a mio giudizio, deve essere ampiamente divulgato.

Il suo autore è il più prestigioso e laureato ecologista nordamericano, che ha avvertito sull’effetto dannoso del crescente e molto importante volume di CO_2 che si diffonde  nell’atmosfera. Dal suo ben fondato articolo, prenderò  solo i paragrafi che spiegano in forma coerente i suoi punti di vista”.
"All’inizio del nuovo anno, il prezzo del grano raggiunge livelli  senza precedenti"
"La popolazione mondiale, è quasi il doppio del 1970, e continuiamo a  crescere ad un ritmo di 80.000.000 persone ogni anno. Stanotte ci saranno 219.000 bocche in più da  alimentare a tavola e molte incontreranno il piatto vuoto. Altre 219.000 si sommeranno a noi domani notte.

In qualche momento questa crescita incessante comincerà ad essere troppa per le capacità degli agricoltori ed i limiti delle risorse terresti ed idriche del pianeta."
"L’aumento nel consumo di carne, latte e uova nei paesi in via di sviluppo, che crescono rapidi,  non ha precedenti."

"Negli Stati Uniti, dove sono state raccolte 416.000.000 tonnellate di granaglie nel 2009, 119.000.000 di quelle tonnellate sono state  inviate alle distilleriedi etanolo per produrre combustibile per le Automobili.
Quelle tonnellate  bastavano per alimentare 350.000.000 personas l’anno. L’enorme investimento degli Stati Uniti nelle distillerie di etanolo crea le condizioni per la concorrenza diretta tra le automobili e le persone per il raccolto di granaglie  mondiale. In Europa, dove buona partedel parco automotore si muove con combustibile diesel, esiste una domanda crescente de combustibile diesel prodotto a partire dalle piante, soprattutto a partire dall’olio di colza e di palma. Questa domanda di coltivazioni portatrici di olio non solo riduce la superficie disponibile per produrre coltivazioni alimentari in Europa, ma inoltre accelera la distruzione dei boschi tropicali in Indonesia e in Malesia, a favore delle piantagioni produttrici di olio di palma."

"La crescita annuale del consumo di granaglie nel mondo da una media di 21.000.000  tonnellate annuali nel periodo del 1990 al 2005, è arrivata a 41.000.000 tonnellate l’anno nel periodo tra il 2005 e i 2010. La maggior parte di questo salto enorme si può attribuire all’orgia di investimenti nelle distillerie di etanolo negli Stati Uniti tra il 2006 e il 2008.

"Mentre raddoppiava  la domanda annuale della crescita delle granaglie, sono sorte nuove   limitazioni dal lato dell’offerta, anche quando si sono intensificate quelle a lungo tempo,   come l’erosione dei suoli.
Si calcola che la terza parte delle terre coltivabili del mondo perdono la cappa vegetale più rapidamente del tempo necessario alla formazione del suolo nuovo attraverso i processi naturali, perdendo la sua produttività inerente. Sono in processo di  formazione due grandi masse di polvere. Una si estende a nordovest della Cina, a ovest della Mongolia e dell’Asia Centrale; l’altra si trova in  Africa Centrale. Ognuna è molto più grande della massa di polvere che danneggiò gli Stati Uniti nel decennio delgi anni 30’.

"Le immagini del satellite mostrano un flusso costante di tormente di polvere che partono da queste regioni e generalmente ognuna di queste trasporta milioni di tonnellate di cappa vegetale preziosa."
"Nello stesso tempo l’esaurimento  delle riserve d’acqua  riduce rapidamente l’estensione delle  aree irrigate di molte parti del mondo: questo fenomeno relativamente recente è stimolato dall’uso su grande  scala delle pompe meccaniche per estrarre l’acqua sotterranea. Nell’ attualità, la metà della popolazione del mondo vive in paesi dove i livelli freatici scendono mentre il pompaggio eccessivo esaurisce  le riserve di acqua.
Quando un riserva d’acqua si riduce, si deve necessariamente ridurre il pompaggio secondo il ritmo di riposizione, se non si vuole che si trasformi  in un acquifero fossile (non rinnovabile), nel cui caso il pompaggio smetterà totalmente. Ma presto o tardi i livelli   freatici discendenti si traducono in un aumento dei prezzi degli alimenti.

"Le estensioni irrigate diminuiscono in Medio Oriente e soprattutto in Arabia Saudita, Siria, Iraq e possibilmente in Yemen. Nell’Arabia Saudita, che dipendeva totalmente da un acquifero fossile oggi esaurito, per la sua autosufficienza per il grano, la produzione sperimenta una caduta libera. Tra il 2007 e il 2010, la produzione di grano saudita è discesa a poco più di due terzi,”
"Il Medio Oriente arabo è la regione geografica dove la scarsità d’acqua crescente  provoca la maggior riduzione nel raccolto delle granaglie.
Ma i deficit di acqua realmente elevati sono in India, dove, secondo le cifre del Banco Mondiale ci sono 175.000.000 di persone che si alimentano di granaglie prodotte con un pompaggio eccessivo  [...]
Negli Stati Uniti, l’altro grande produttore di granaglie del mondo, si sta riducendo l’area irrigata negli stati  agricoli fondamentali, come la  California e il Texas."

"Il rialzo della temperatura rende a sua volta più difficile aumentare il raccolto mondiale  delle granaglie con la rapidità sufficiente per andare alla  pari del ritmo senza precedenti della domanda. Gli ecologisti che si occupano delle coltivazioni hanno le loro proprie regole  generalmente accettate: per ogni grado Celsio d’aumento della temperatura al disopra del livello ottimo durante la stagione della crescita, ci si deve aspettare  un calo del 10% nella resa delle granaglie."
"Un’altra  tendenza emergente che minaccia la sicurezza alimentare è lo scioglimento dei ghiacciai delle montagne. Questo è preoccupante soprattutto nell’Himalayas e nel Tibet, dove il gelo che si scioglie, proveniente dai ghiacciai, alimenta non solo i grandi fiumi dell’Asia durante la stagione secca, como l’Indo, il Gange, il Mekong, il Yangtzé e i fiume Giallo, ma anche i sistemi d’irrigazione che dipendono da questi fiumi. Senza questo scioglimento dei ghiacci, il raccolto delle granaglie sperimenterebbe una grande caduta e i prezzi aumenterebbero in proporzione.

"Infine e a lungo tempo, i caschi di ghiaccio che si sciolgono in  Groenlandia e a ovest dell’Antartico, uniti all’espansione termica degli oceani, minacciano di elevare il livello del mare anche di  sei piedi ( 1,83 m circa NdT), durante questo secolo. Inoltre un’elevazione di tre piedi provocherebbe l’inondazione delle terre dove ricoltiva riso del Bangladesh. Inoltre inonderebbe  buona parte del Delta del Mekong, dove si produce la metà del riso del Viet Nam, il secondo esportatore di riso del mondo. In totale, ci sono approssimatamente 19 delta fluviali produttori di riso in Asia, dove i raccolti  si ridurranno considerevolmente per l’elevazione del livello del mare."

"L’inquietudine di queste ultime settimane è solo il principio. Non si  tratta già più di un conflitto tra grandi potenze fortemente armate, ma della maggior mancanza di alimenti e di prezzi in rialzo dei prodotti alimentari (e dei problemi politici a cui questo condurrebbe) che minacciano il nostro futuro mondiale. Se i governi non  procederanno alla revisione delle questioni della sicurezza,  utilizzando le spese di uso militare per  la mitigazione del cambio climatico, dell’efficienza idrica, la conservazione dei suoli e la stabilizzazione demografica, con tutta probabilità il mondo affronterà un futuro di maggior instabilità climatica e volatilità dei prezzi degli alimenti. Se si continuerà a fare le cose come adesso, i prezzi degli alimenti tenderanno solo al rialzo.

L’ordine mondiale esistente lo hanno  imposto gli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ed hanno riservato per sè  tutti i privilegi.
Obama non ha modo per amministrare l’alveare che hanno creato.
Alcuni giorni fa è crollato il governo di Tunisi, dove gli Stati Uniti avevano imposto il neoliberismo ed erano felici  della loro prodezza politica.

La parola  democrazia era sparita dallo scenario. È incredibile come adesso, quando il popolo sfruttati sparge il suo sangue e assalta i negozi, Washington esprime la sua felicità per la caduta. Nessuno ignora che gli Stati Uniti hanno trasformato l’Egitto nel loro alleato principale nel mondo arabo. Una grande portaerei e un sottomarino nucleare, scortati da navi da guerra nordamericane e israelita, hanno attraversato il  Canale di Suez verso il Golfo Persico da molti mesi, senza che la stampa  internazionale avesse informazioni su quello che stava accadendo.
È stato il paese  arabo che ha ricevuto più forniture di armi. Milioni di giovani egiziani soffrono per la disoccupazione e la mancanza di alimenti provocata nell’economia mondiale, e Washington afferma che li  appoggia. Il suo machiavellismo consiste nel fatto che mentre forniva  armi al governo egiziano, la USAID somministrava fondi all’opposizione.  Potranno gli Stati Uniti fermare l’ondata rivoluzionaria che scuote il Terzo Mondo?

La famosa riunione  di Davos che si è appena conclusa, si è trasformata in una Torre di Babele, e gli stati europei più ricchi, capeggiati da Germania, Gran Bretagna e Francia, coincidono solo nei loro disaccordi con gli Stati Uniti.

Ma non ci si deve inquietare nemmeno un pochino; la Segreteria di Stato ha promesso  ancora una volta che gli Stati Uniti aiuteranno nella ricostruzione di Haiti. 

Fidel Castro Ruz –
30 gennaio del 2011
(da CubaDebate)

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Riccardo Petrella è chiaro, lucido, non c'è un passo del suo scritto odierno che non mi trovi d'accordo: analisi, motivazioni, proposte con la «dota» di possibili risposte a tanti tra i «che fare?» che sottendono alle buone volontà e agli impegni sociali dell'area dei movimenti e dell'associazionismo e del volontariato.

Petrella ci dice che l'harmonia mundi, non intesa come casa discografica francese, è una cultura da far crescere per una conoscenza da conquistare supportata dagli strumenti della scienza che debbono essere pubblici. Acqua. Aria. Rapporto natura uomo nel senso della natura con l'uomo e non per l'uomo. Il superamento, io credo, della cultura antropocentrica «creata» dalle religioni, le monoteiste in particolare e tutte in generale, che sono l'humus d'ogni logica di potere, in primis quella capitalistica che non si fonda soltanto sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo bensì sullo sfruttamento tout court.
E' così difficile prevedere che, a breve, sull'acqua si scateneranno guerre e massacri e veri e propri genocidi: non è difficile, è banale e cionondimeno tragico. Dio, posto che ci sia, foss'anche per tautologia ontologica, è in ritardo e sostituito dalla ragion di mercato che non è di destra o di sinistra è soltanto funzionale alla ragione dello sfruttamento che si afferma sull'azzeramento di ogni etica.

Dal generale al particolare sono quindi d'accordo con Petrella quando pensa e propone per forza un «Segretariato di coordinamento nazionale per i beni comuni, organismo di utilità pubblica localizzato presso la Presidenza del consiglio» e, dico io svincolato da ogni logica spartitoria partitica che ne farebbe, aggiungo con la paura e la sfiducia della storia, un ente affatto inutile.
Io penso e propongo che questo Segretariato sia espressione del mondo della solidarietà, del volontariato, del pacifismo, dell'associanismo diffuso e penso anche che questo mondo dovrebbe incontrarsi e cercare e trovare un senso comune di un comune fare.

Penso anche che il manifesto dovrebbe farsi promotore di questo incontro poiché il Segretariato proposto da Petrella si farà se ci sarà un movimento c he lo solleciti e che lo stimoli perché si faccia siccome cosa viva e che fa vivere in virtù dello stesso movimento che vigili affinché sul Segretariato stesso e nel Segretariato stesso non si insinuino la gramigna e la betonica né altri infestanti portatori delle sempiterne logiche di potere.

Ivan della Mea
Il manifesto 20/9/06

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Quando finiranno queste stragi non ci sarà più coscienza umana.


I governi europei che impediscono l'ingresso in Europa, in modo legale e sicuro, alle persone in fuga dall'orrore e dalla morte sono i primi responsabili delle stragi nel Mediterraneo: hanno creato il mercato illegale e sanguinoso su cui si arricchiscono i trafficanti mafiosi e schiavisti.

Le politiche europee dello sfruttamento, della rapina delle risorse, dell'interventismo militare, dei bombardamenti stragisti, del sostegno alle dittature, della fornitura di armi, … costituiscono un crimine contro l'umanità.

La politiche europee dei muri e del filo spinato, del razzismo, dei campi di concentramento e delle deportazioni, della negazione di solidarietà e della riconsegna degli innocenti fuggiaschi agli aguzzini,… appare una evidente forma di complicità con gli stragisti.

Le proposte di aiutare i già devastati paesi del sud del Mediterraneo a condizione che essi si trasformino in giganteschi lager per i migranti, si configurano sempre più all'orrore nazista che ritorna.

Pretendono di separare "profughi politici" e "migranti economici": sono sempre e solo esseri umani in pericolo, in fuga dall'estrema ingiustizia e dall'estrema sofferenza, in cerca di un luogo in cui poter vivere in pace e in serenità; tutti sono vittime di una violenza politica perché realizzata da poteri umani (siano essi politici, economici, militari, criminali).

Il primo dovere di ogni essere umano ed a maggior ragione di ogni ordinamento giuridico democratico è salvare le vite.

Nessuno abbandonerebbe la propria casa, i propri cari, le persone che conosce, il paese in cui è nato, se potesse rimanere e vivere una vita degna.

Basta stragi, basta menzogne, basta guerre, …
apriamo subito canali umanitari

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Per le donne e per gli uomini che non accettano la schiavitù e la guerra. Nel 1999 a Seattle cominciò una rivolta morale. Dopo l'attacco contro il summit del WTO milioni di persone in tutto il mondo dichiararono che il globalismo capitalista è un fattore di devastazione psichica e ambientale. Per due anni il movimento globale attivò un efficace processo di critica delle politiche neo-liberiste, aprendo la strada alla speranza di un cambiamento radicale.

Poi, dopo la battaglia di Genova cambiò lo scenario narrativo di fondo e la guerra conquistò il posto centrale della scena. Il movimento non fermò allora la sua azione, ma la sua efficacia fu rapidamente ridotta a zero, come dimostrò l'immensa manifestazione mondiale del 15 febbraio del 2003, che non riuscì a fermare la guerra criminale lanciata dai peggiori assassini che la storia umana conosca. Il movimento non riuscì a diffondersi allora nella vita quotidiana della società di tutto il mondo, non riuscì a dar vita a un processo di autoorganizzazione del lavoro tecnico-scientifico.

Sapporo e il fallimento delle politiche neoliberiste
Oggi, nove anni dopo Seattle, mentre i padroni del mondo si riuniscono a Sapporo per prendere atto di un fallimento colossale delle loro politiche, ma anche per ribadirle nonostante tutto, dobbiamo inventare una nuova strategia per il movimento, anzi forse due.

Una strategia (anzi forse due) che parta dalla consapevolezza che il potere globale è oggi fondato sulla guerra, e che una dittatura militare sta prendendo forma nel mondo: una dittatura le cui radici sono profonde nei processi di produzione, nella cultura razzista e nell'odio interetnico e inter-religioso che i papi e gli ayatollah hanno seminato nella mente spaventata e ignorante della maggioranza dell'umanità.
La politica neoliberista ha distrutto l'idea stessa di una sfera pubblica nel campo dell'economia e in quello dei media. Ha privatiz<zato ogni frammento della produzione, della comunicazione, del linguaggio e perfino dell'affettività.
La competizione ha preso il posto della solidarietà in ogni aspetto della vita eil crimine è divenuto la forma prevalente della relazione economica. La guerra globale è il compimento naturale di questa mutazione criminale del modo di produzione capitalista. E la devastazione sistematica dell'ambiente fisico e psichico è l'effetto naturale di questa mutazione.

L'impero del Caos
Le forze democratiche si aspettano qualche sollievo dalla possibile vittoria di Barack Obama alle prossime elezioni americane. Ma vediamo bene il paradosso della situazione. Gli Stati Uniti d'America hanno perduto la loro egemonia militare, perché il fanatismo religioso, il fondamentalismo islamico, il nazionalismo russo risorgente, e il terrore sono strategicamente vincenti nel territorio euro-asiatico.
Dall'Afghanistan al Pakistan dall'Iraq all'Iran al Libano, dal Caucaso all'Ucraina, l'egemonia occidentale sta perdendo terreno. Inoltre, la crisi finanziaria apre la strada a un collasso del potere americanom, e la recessione inflattiva che si sta diffondendo dovunque produce disordine e sfiducia nelle società occidentali, e queste, prive di una prospettiva egualitaria, si trasformano in razzismo.

Nel decennio della presidenza Clinton era possibile parlare (seppure mai in maniera molto convincente) di un Impero americano, ma dopo l'inizio della guerra infinita, coloro che avevano parlato di impero americano hanno dovuto parlare di un colpo di stato all'interno dell'impero. Se le cose sono così dobbiamo ammettere che questo colpo di stato ha ottenuto il suo scopo. I guerrafondai hanno perso le loro guerre (la guerra in Iraq è stata un fallimento completo, la guerra in Afghanistan si trascina verso la sconfitta, la guerra in Iran non si vincerà mai).
Cionostante hanno vinto la guerra per il profitto da petrolio e per un aumento della spesa militare, e quel che è peggio hanno vinto la loro guerra contro la pace e contro l'umanità.
Oggi, mentre alla Casa Bianca si può attendere che entri una persona di sentimenti democratici, l'Impero americano cade a pezzi e il Caos è l'unico Imperatore del mondo.

Una strategia del monastero felice
Che possiamo fare in un panorama distopico di questo tipo? Quale strategia possono elaborare le donne e gli uomini che vogliono la pace e la giustizia? Forse non una strategia è quello che ci occorre, ma due. Nessuna speranza è in vista, dal momento che la svolta criminale del capitalismo sta producendo effetti irreversibili nella cultura e nel comportamento della società planetaria, dividendola in tre sezioni prive di ogni universalità e di ogni sentimento solidale.
Un terzo dell'umanità è unpericolo di vita: la fame si sta diffondendo come mai prima. La crisi energetica diffonde aggressività e inflazione. La guerra devatsa le case e le terre.
Un terzo dell'umanità vive in condizioni di sfruttamento semi-schiavistico, con orari di lavoro che non hanno più limiti e con salari decisi unilateralmente dai capitalisti. Ma sono talmente terrorizzati dalla precarietà e dalla paura di finire nell'abisso della fame e dell'emarginazione che sono costretti ad accettare qualsiasi ricatto.
Un terzo dell'umanità è armata fino ai denti per difendere i suoi livelli di vita e di consumo conro l'esercito dei migranti che premono ai confini della società occidentale.
Io penso che dobbiamo ritirarci ed evitare ogni scontro, ogni conflitto che sarebbe oggi inevitabilmente perdente. Dobbiamo creare una sfera autonoma e sicura per quella piccola minoranza della popolazione del mondo che vuole salvare l'eredità della civilità umanista e le potenzialità dell'Intelletto generale, che sono in serio pericolo di una militarizzazione definitiva.

 Dobbiamo preparaci a una lunga fase di barbarizzazione e di violenza. Nel primo decennio del secolo siamo entrati in un'era che assomiglia a quela che in Europa chiamiamo Medio Evo. Mentre il territorio era devastato da invasioni e l'eredità delle civiltà antiche era distrutta, gruppi di monaci salvarono la memoria del passato e soprattutto i semi di un possibile futuro.
Noi non possiamo sapere se l'epoca barbarica durerà per decenni o per secoli, nè possiamo dire se l'ambiente fisico e psichico del pianeta sopravviverò all'attuale devastazione criminal-capitalista. Ma sappiamo di sicuro che non abbiamo né le armi per affrontare i distruttori, e dunque dobbiamo salvare noi stessi e la possibilità di un futuro umano.

L'imprevedibile
Questa è la strategia che io propongo. Ma una sola strategia non è sufficiente quando le cose sono caratterizzate da un indeterminismo profondo e le prospettive sono così imprevedibili come nel momento attuale. Non possiamo al momento dire quali conseguenze produrrà la fine dell'egemonia americana, nè quali sviluppi avrà la guerra che si svolge dal Pakistan alla striscia di Gaza. E non possiamo immaginare quali effetti produrrà la guerra civile a bassa intensità che si sta combattendo in Europa per motivi etnici, né quali conseguenze produrrà la recessione che corrode l'economia e la sopravvivenza dei lavoratori occidentali. Per il momento abbiamo assistito ad un'evoluzione razzista e fascista della cultura operaia in Europa, ma domani chi lo sa.

Bene, io penso che mentre ci ritiriamo nei nostri monasteri non dovremmo dimenticare di prepararci per un improvviso rovesciamento delle prospettive.
Dobbiamo essere pronti alla prospettiva di un lungo periodo di sottrazione monastica, ma anche alla prospettiva di un improvviso rovesciamento del panorama politico globale.
Provate a immaginarvi la rivolta degli operai cinesi contro il capitalismo nazional-socialista, o l'esplosione di una aperta guerra razziale in Europa, il collasso del sistema militare ameircano incapace di far fronte a una nuova ondata di terrorismo. Provate a immaginare il collasso apocalittico degli eco-sisteni di zone nevralgiche del mondo.

Questi scenari sono perfettamente realistici nel prossimo futuro e potrebbero provocare un mutamento radicale dell'ateggiamento politico della maggioranza della popolazione mondiale. Dobbiamo essere preparati a questo, dobbiamo preparare la narrazione per un simile rovesciamento, e soprattutto dobbiamo creare l'esempio vivente di un altro stile di vita che non sia basato sul consumismo e sull'ossessione della crescita e sulla nevrosi della competizione.
Il nostro compito centrale nel prossimo futuro è la ridefinizione dell'idea stessa di benessere, di ricchezza e di felicità. Il nostro compito è la creazione di monasteri in cui si sperimenti il benessere frugale. Critica della naturalizzazione del paradigma della crescita, elaborazione culturale di un nuovo paradigma basato sull'abbandono dell'ossessione della crescita, finalizzato alla frugaità, alla produzione ad alta intensità di sapere, alla solidarietà, e alla pigrizia, e al rifiuto della competizione.

Il capitalismo ha identificato il benessere e l'accumulazione, la felicità e il consumismo la ricchezza e lo spreco delle risorse naturali e psichiche.
Dobbiamo diventare l'esempio vivente di uno stile di vita in cui il benessere sia unita alla frugalità, la felicità alla generosità, e la produzione sia unita con la pigrizia e il dolce far niente.
La ricchezza non ha nulla a che fare con il consumo compulsivo e con l'accumulazione ossessiva.
La ricchezza è il piacere di essere, e il godimento del tempo.

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Migranti e confini. Le ferite d’Europa. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato.

Da Lampedusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ventimiglia non si passa. Dalla Serbia a Budapest si viaggia in vagoni piombati. A Ceuta e Melilla, enclave spagnole in terra d’Africa, come al confine fra Bulgaria e Turchia o al confine fra Ungheria e Serbia, si alzano reticolati e muri.

Il tunnel di Calais è una vivida metafora di tutto questo: pensato per unire, è diventato una invalicabile barriera divisoria per chi non ha i soldi del biglietto – anzi, una barriera fra chi i soldi ce li ha e chi no.

Scrivendo su un altro confine e un altro muro – quello fra Stati Uniti e Mes­sico, la scrittrice chicana Gloria Anzaldúa conclude: il confine «es una herida abierta», è una ferita aperta, dove il Terzo Mondo si strofina con il Primo, e sanguina. Come il Rio Grande e il muro che lo costeggia, anche Lampedusa, Calais, Ventimiglia sono ferite aperte, il sanguinante confine fra un Primo Mondo sempre più selvaggio e un Terzo Mondo che non ce la fa più a sopportare fame, guerra e dittature come destini ineluttabili e viene a chiedercene il conto.

Adesso questi due mondi non si strofinano più soltanto ai confini fra loro, ma anche dentro l’Europa stessa, e la insanguinano tutta; ma il senso è sempre quello: l’insopportabilità di un mondo in cui ricchezza e risorse si ripartiscono in misura sempre più ingiusta e disuguale.

Un tempo, di queste ingiustizie si occupava la sinistra. Oggi, ci raccontano, sono finite le ideologie; ma la lotta di classe continua, in forme insolite e grammatiche.
Da un lato, quella guerra di classe dei ricchi contro i poveri di cui ha scritto eloquentemente Luciano Gallino (e di cui la vicenda greca è una variante significativa). Dall’altro, la più antica lotta dei poveri per avere anche loro quello che hanno i ricchi: l’immigrazione di massa è infine (ed è sempre stata) proprio questo, l’arma estrema dei dannati della terra per un minimo di accesso ai beni della terra su cui viviamo tutti.

A differenza delle forme di lotta e dei conflitti sociali del secolo scorso, questa lotta non è mossa dal progetto di abbattere un sistema, ma dall’ansia di condividerlo; non dall’ostilità ma dal desiderio, dal sogno, se non dall’amore idealizzato.
Solo che siccome il sistema che vorrebbero condividere è in realtà retto da egoismo ed esclusioni, la richiesta di condivisione ne mette a nudo limiti e ipocrisie, impone inesitabilmente il cambiamento e per questo l’Europa la percepisce come invasione e minaccia e cerca in tutti i modi di fermarla.

Ma fermare un simile cambiamento epocale è come provare a fermare il mare con le mani.
E’ difficile dire come possiamo noi svolgere un ruolo in questa nuova lotta di classe. Il lavoro di tante forme di volontariato e di intervento di base è prezioso, aiuta, salva vite, crea rapporti; ma le dimensioni del dramma sono almeno per ora superiori alle forze che può mettere in campo da solo.

Io credo che dobbiamo comunque tutti accettare che le nostre vite non possono continuare uguali come se nulla fosse, magari con un po’ di tolleranza e benevolenza in più.
Né noi né i migranti ci possiamo salvare da soli: quelli che dicono “prima gli italiani” non hanno capito che entrambi abbiamo bisogno delle stesse cose – casa, lavoro, salute, scuola, diritti, tutte cose che i migranti cercano e che noi stiamo un poco per volta perdendo, e che possiamo forse salvare e recuperare insieme, per tutti.

Dobbiamo ritrovare alla democrazia il suo significato profondo, che non sta nella politica e nelle istituzioni ma nelle anime: democrazia come solidarietà, come capacità di ricon­scere nell’umanità degli altri la nostra umanità stessa.
C’è ancora qual­cuno che lavora su questo?

Diceva un testo sacro del pen­siero liberale: la mia libertà finisce dove comincia quella del mio vicino, che è precisamente un invito a vedere il vicino, specie se diverso e nuovo, come un limite alla propria libertà, come un ostacolo e un potenziale nemico.

Io credo che dovremmo riformularlo: la nostra libertà comincia dove comincia la libertà del nostro vicino, i nostri diritti e quelli dei migranti sono per sempre inseparabili, la libertà di tutti noi finisce, e comincia, a Lampedusa, a Ventimiglia e a Calais.

Alessandro Portelli

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In Gran Bretagna, durante la stesura degli enclosure acts, Tommaso Moro scrisse: "Le pecore mangiano gli uomini". Si riferiva al passaggio dalla terra coltivata per le necessita' e il sostentamento degli uomini a quella destinata all'allevamento per produrre la lana e il materiale grezzo finalizzati al profitto dei proprietari terrieri e delle fabbriche.

I contadini furono sradicati e nacque una nuova poverta'. La terra, che fino ad allora aveva nutrito le persone, era ora destinata ad alimentare le fabbriche.

Oggi sono le macchine che mangiano gli uomini. La terra e' destinata alla costruzione di parcheggi, di autostrade, di cavalcavia e di fabbriche automobilistiche.

L'estrazione del ferro e della bauxite da cui si ricavano l'acciaio e l'alluminio sta distruggendo la terra e l'ecosistema. Le trivellazioni per estrarre il petrolio stanno divorando altra terra. Le macchine mangiano la terra e gli ecosistemi. E le emissioni dei combustibili fossili l'atmosfera.

Da, Ritorno alla terra, Fazi, Roma 2009, pp. 79-80.

[Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture native, e' oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi.]

15-6-010

Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003; Le nuove guerre della globalizzazione, Utet, Torino 2005; Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006; India spezzata, Il Saggiatore, Milano 2008; Ritorno alla terra, Fazi, Roma 2009

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Un Giubileo straordinario in un mondo straordinariamente supino al potere liberista e violento nella sicurezza del potere privato, potrà "salvere" il mondo?

Il Giubileo straordinario della Misericordia voluto fortemente da Papa Francesco richiama certamente un valore universale per ogni persona che vive senza l'arroganza del potere, e nella certezza che la giustizia sia un patrimonio dell'umanità.
Un patrimonio capace di animare i rapporti sociali e non un surrogato legislativo governato con la violenza della sicurezza che discrimina, alza "muri" contro il diritto alla libertà e alla dignità per ogni vivente.

Contro questa violenza che tutela gli interessi privati, che fomenta razzismo, che produce guerre di dominio, della omologazione e manipolazione delle menti e dei corpi, non può reggere la misericordia del perdono e la buona volontà individuale.

E' necessaria una volontà collettiva di lotta per la giustizia. Scelte e iniziative che ricompongono un tessuto politico delle volontà al cambiamento, che si contrappongono alle esclusioni e alle violenze ma che al contempo esercitino tutta la forza necessaria per la liberazione dai pregiudizi e dalle appartenenze che precludono l'uguaglianza del diritto.

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Il Patto delle Catacombe

Il 16 novembre del 1965
, alla fine del Concilio Vaticano II, una cinquantina di padri conciliari (era il gruppo dei vescovi della “Chiesa dei poveri”) decisero di scendere nelle catacombe, simbolicamente “ai margini”, per firmare il “Patto delle Catacombe”.

Il 16 Novembre 2015, nel 50° anniversario del "Patto delle Catacombe", padre Alex Zanotelli, vescovo di Caserta Raffale Nogaro, don Virginio Colmegna, don Luigi Ciotti e con loro il vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi già firmatario del Patto del 1965, sono entrati nelle catacombe di S. Gennaro dei Poveri, nel Rione Sanità (uno dei quartieri più in difficoltà di questa “Napoli malamente”), per dar vita ad un rinnovato "Patto” con l'impegno di dare centralità ad una “Chiesa povera e dei poveri”.

I firmatari del patto si impegneranno, così come recita uno dei dodici punti del nuovo Patto a “rimettere in discussione il sistema economico-finanziario i cui effetti devastanti si toccano con mano in questo sud così martoriato e maltrattato”, in totale solidarietà con Papa Francesco che chiede “una Chiesa povera e per i poveri”.  

Il Patto delle Catacombe

Come vogliamo rinnovarlo
Oggi 16 novembre 2015 nel 50° anniversario del Patto delle Catacombe, entriamo n
Come quei padri conciliari, anche noi, oggi, “nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e la forza di cui Dio vuole farci grazia”, ci vogliamo impegnare.

Questo è il nostro impegno
Questa è la nostra preghiera, gli atteggiamenti, le abitudini e i modi di pensare che vogliamo cambiare o rinnovare, per rispettare quello che fu il volere dei padri della Chiesa dei Poveri e quello che è il desiderio di Papa Francesco.

Prima di tutto, Signore, ti vogliamo chiedere perdono. Siamo consapevoli che, attraverso il nostro stile di vita, siamo causa di tanta sofferenza dei nostri fratelli e sorelle, nonché dell’oppressa e devastata terra.

Essere la voce degli esclusi
Ci impegniamo a fare l’opzione dei poveri, degli esclusi, degli “scarti” della società, a riconoscere in loro la “carne di Cristo”, Sacramento vivo della sua Presenza, “a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro.”

Essere la casa dei poveri
Ci impegniamo, affinché la nostra azione pastorale porti i poveri a sentirsi a “casa loro” nelle nostre comunità, nonché ad essere al centro della nostra attenzione.

Condividere ciò che abbiamo
Ci impegniamo, davanti a Te, Unico Signore, in questa società che adora l’idolo del denaro, a non arricchirci e a condividere quello che abbiamo.

Aprire le nostre case, le chiese, i conventi
Ci impegniamo, in questo momento storico, all’accoglienza dei fratelli e delle sorelle, che fuggono da situazioni di ingiustizia e di morte, perché fare spazio a loro è farlo a Cristo: mettendo a disposizione le nostre case, chiese e conventi.

Scegliere la sobrietà
Ci impegniamo quindi, ad acquisire uno stile di vita sobrio in tutti gli ambiti della nostra vita, nell’abitazione, nel cibo, nell’abbigliamento, nei mezzi di trasporto e nelle nostre chiese: evitando l’usa e getta, privilegiando l’usato e il circuito corto e naturale, consumando libero da scorie, riciclando e recuperando i rifiuti.

Tornare ai valori e diritti fondamentali
Ci impegniamo, in solidarietà con i poveri, a rimettere in discussione il nostro Sistema economico-finanziario, ”nuova e spietata versione del feticismo del denaro”, i cui effetti devastanti tocchiamo con mano in questo Sud così martoriato e devastato: sostenendo in maniera nonviolenta, nella nostra azione pastorale, i movimenti popolari che si impegnano a favore dei diritti fondamentali dell’essere umano, “lavoro, casa, terra”, ma anche contro le enormi spese militari che producono sempre più guerre.

Fare scelte etiche nella quotidianità
Ci impegniamo, ad utilizzare nella nostra quotidianità fornitori di servizi bancari che scelgono la finanza etica e alternativa, che combattono la speculazione, che non favoriscono il riciclaggio dei capitali nei paradisi fiscali, frutto di criminalità o di evasione e che non investono in attività, come l’industria delle armi, che causano sofferenza e morte.

Rispettare la Terra
Ci impegniamo a “curare la nostra casa comune” accettando la sfida di Papa Francesco che, di fronte alla “grave crisi ecologica” causata dall’uomo e che sarà pagata dai poveri, ci chiama ad una conversione ecologica, basata su relazioni sane “con il mondo che ci circonda”.

Aprire la nostra comunità
Ci impegniamo a costruire comunità cristiane “in uscita”, aperte alla mondialità, all’inclusione, al dialogo ecumenico ed interreligioso, profondamente missionarie e profetiche.

Lottare contro ogni violenza
Ci impegniamo a lottare contro ogni forma di violenza, di sopraffazione e di cultura mafiosa che genera criminalità organizzata, corruzione, inquinamento ambientale e morte.

Far conoscere questo Patto
Ci impegniamo, ritornando nelle nostre realtà locali, a far conoscere questo Patto chiedendo ai nostri fratelli e sorelle di vigilare su questa nostra scelta aiutandoci con la preghiera e la comprensione.

Signore affidiamo questo nostro Patto nelle tue mani, certi che ci aiuterai a vivere queste scelte, consapevoli che, insieme, possiamo smuovere le montagne.
“Aiutaci Dio, nostro Papà, ad essere fedeli”.

http://www.catacombedinapoli.it/it/patto

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Mentre in tutto il mondo il 18 dicembre veniva onorata la “Giornata d’Azione Globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati”, si evidenziava la forte contrapposizione dei migranti selvaggiamente rinchiusi nel centro di prima accoglienza a Lampedusa e nei CIE di Bari, di Roma, di Gorizia, …, reclusi, privati della dignità di esseri umani.

L a loro rivolta, ancora una volta generata dalla violenza disumana di leggi razziali, è stata rimbalzata dal perbenismo mediatico con paginate di articoli, foto e video.
Così i media, i politici, le autorità, si sono precipitati a gridare allo scandalo quasi fosse una novità, facendo finta di ignorare che quella condizione di esclusione è da anni che esiste ed è figlia delle leggi protezioniste e razziste che nei decenni la “democrazia” degli Stati ha deciso di varare.

La sofferenza può generare pietà, ma la pietà è debole, non alimenta ribellione, gode di quella solidarietà perbenista che allontana da sé la contraddizione che l’ha generata.
Per contro l’iniziativa solidale richiama la condivisione e la lotta per la difesa dei diritti e della giustizia contro le cause che generano discriminazioni, razzismo, espulsioni.

Se non si ascolta la sofferenza, se non si condivide l’emarginazione, non esiste pietà ribelle  alla follia umana.  I 366 morti in mare il 3 ottobre scorso sono rimasti il simbolo dell’indifferenza nella persistenza di luoghi come Lampedusa ed i CIE.

Si parla di atti degradanti, di disumanità, di professionalità inaccettabile, di moralità venuta meno, mentre si esaltano i mercati della produttività esasperata, mentre si negano e si tacciono le feroci violenze dello sfruttamento di interi popoli depauperati delle loro ricchezze, costretti alla fuga dalle guerre e dalla fame.

E ancora si fortificano i confini di fili spinati e di “muri” a protezione dei migranti.
E ancora si sfruttano gli emarginati, le povertà per misconoscere le disuguaglianze e le ingiustizie sociali della politica incapace e incompetente.

Contro ogni forma di perversione, di violenza e di razzismo;
contro ogni violazione dei diritti e della giustizia;
contro ogni mercificazione della vita e della libertà ;
contro le segregazioni e il reato di clandestinità …;
occorre dire basta!

Oggi è il tempo e il luogo dove scandire la propria volontà per un radicale cambiamento dell’economia liberista e della politica inerme.

Basta con una quotidianità aggressiva e schiava del destino monetarista e di una produttività indistinta.
Basta con le disuguaglianze e i poteri violenti.

Oggi è la libertà ritrovata, il diritto rivendicato e la solidarietà rigenerata a vivere le criticità di un presente di mobilitazione e di conquista.
Oggi siamo noi a decidere le forme di partecipazione attiva, a condividere e governare le forme di democrazia, a rivendicare il diritto di un radicale cambiamento.

NO ai Centri di Identificazione ed Espulsione, SI al diritto di cittadinanza per tutte e tutti, SI alla libertà di movimento delle persone sull’intero pianeta.

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Vogliamo condividere il materiale che abbiamo elaborato per celebrare il più degnamente possibile il "Giorno della Memoria" ricordando anche le diverse Memorie che ci appartengono e che insistono sulla vita di tutti gli esseri viventi.
E' solo la tenerezza dell'impossibile che ancora accompagna la volontà dei popoli a salvare la speranza di un possibile cambiamento. Noi vogliamo essere tra quelli.

GIORNO DELLA MEMORIA
Biblioteca di Baggio - 27 GENNAIO 2016

Il Giorno della Memoria è stato istituito in Italia il 20 luglio 2000, legge n. 211.
Art. 1.
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2.
In occasione del "Giorno della Memoria" sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e' accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

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Purtroppo dobbiamo rilevare gravi contraddizioni a questo dettato; in questi giorni e ancora domani 28 gennaio le autorità competenti stanno concedendo spazi e visibilità, nella Milano "Medaglia d'oro della Resistenza", a raduni nazifascisti italiani ed europei, senza che la Politica si pronunci con una netta presa di posizione.

PREMESSA
Quello di questa sera vuole essere un incontro non della Memoria, ma per fare Memoria.

Nell'ultima mail - Allegato1 - sono state elencate una parte delle circa 80 giornate internazionali dedicate alla "Memoria"; ognuna delle quali evidenzia e richiama l'attenzione su una delle diverse questioni che sono parti proprie e importanti delle condizioni di vita che ci appartengono e alle quali è doverosa la nostra attenzione.
Tuttavia l'elenco sembra voler affermare le singole specificità, ognuna separata dall'altra (non solo per calendario) quasi a voler sottolineare che la "Memoria" di ciascuna è indipendente dall'altra: propria a sé stessa.

Un po' come se la "memoria singolare" di ognuno di noi, venga vissuta come parte propria al sé e non come una diversità per il Bene Comune.
Quello che, con la vostra partecipazione, vorremmo fare questa sera, è cercare di costruire una coscienza e una responsabilità della Memoria che, a partire dalla doverosa commemorazione della Shoah e dell'Olocausto, ricostruisca la Memoria della quotidianità per ridare alla stessa e alla vita il senso politico e la dimensione universale di quella umanità che ci appartiene.

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Anzitutto poniamo alla vostra e nostra attenzione le parole di Bertolt Brecht "Nessun uomo è un'isola" - Allegato2 -, un forte richiamo alla solidarietà delle diversità.
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Purtroppo, per ragioni di salute, Ivano Tjetti, presidente della sezione Anpi-Barona, non è potuto intervenre. Sono comunque state proiettate le slide che avrebbero accompagnato il suo intervento.  
Allegato-3

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Sono seguite tre testimonianze

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LA GUERRA
una violenza contro l'umanità

Oggi le nostre vite sono invase da schemi culturali che fanno riferimento in modo pressoché esclusivo al paradigma del benessere personale, della cui provenienza non si fa memoria.
Un benessere funzionale al sistema di valore economico della nostra società che concepisce le relazioni solo in forza della concorrenza, del possesso e del potere.
Un potere che domina, comanda, prende e usa, usa e getta.

LA MEMORIA DELLE MEMORIE

Il dato paradigmatico di governo del sistema economico e della sua politica è la Guerra.
La sua violenta brutalità distruttrice determina i rapporti universali attraverso il mercato globalizzato e  concorrenziale, definisce le politiche proprietarie sugli esseri viventi e sui beni naturali.

La GUERRA si porta dietro il pesante carico delle VIOLENZE, dei RICATTI, delle DISUGUAGLIANZE, con costi enormi sulle popolazioni costrette alla fame e alla fuga.
«Maledetti coloro che fanno le guerre» - dice il Papa - «La guerra è un affare, un affare grande. ’Il bilancio va male? Facciamo una guerra’. Dietro ci sono interessi, vendita di armi, potere» … «La violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione»
Allegato-7

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PALESTINA - UNA TERRA DUE POPOLI
una delle Memoria umiliate e tradite

Il segretario generale dell'ONU Ban Kim Moon denunciava le "frustrazioni del popolo palestinese a causa delle occupazioni israeliane alle quali è naturale resistere".
Una Frase che ha scatenato le ire di Benjamin Netanyau: "queste affermazioni incoraggiano il terrorismo" Allegato-8

Risoluzioni ONU violate da Israele dal 1947 al 2004 e oltre
https://www.youtube.com/watch?v=bkPTlQ6X5_M

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IL POPOLO DEI MIGRANTI
Memorie sradicate dalla dignità

Persone che portano appresso solo sé stesse, non hanno nulla da perdere, neppure la morte.

La loro non è la storia di un viaggio, pur denso di difficoltà e avventure, ma la forza della memoria che rende resistenti e liberi a rendere possibile il viaggio verso la vita.
Una Memoria che non fa scandalo al perbenismo che li vuole "aiutati a casa loro". Una casa, i loro Paesi, violentati dalle guerre e dai governanti corrotti, depredati della dignità di popolo sovrano, affamati e sfruttati dal nuovo colonialismo che agisce in nome e per conto del benessere delle popolazioni ricche e del profitto delle Multinazionali.
Una VERGOGNA capace solo di emarginazione, di razzismo e della xenofobia che richiama alla pari quella che il "Giorno della Memoria" vuole commemorare oggi.
Allegato-9

Persone che ricercano spazi di libertà e di vita, spesso condannate a perdere la Memoria e la propria dignità per sopravvivere alla emarginazione violenta razzista e xenofoba.
Non parliamo qui delle leggi razziste: la Turco Napolitano, la Bossi-Fini, l'istituzione delle galere CIE o delle Fortezze Armate per i respingimenti.

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Diciamo solo che:

  • I confini sono i limiti dei popoli
  • Il Razzismo non è solidale e la Solidarietà non è razzista
  • Senza Memoria non c'è morale e senza Morale non c'è Giustizia
  • Un giorno senza Memoria non fa storia

 

 

 

 

 

 

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I NUMERI DELLA NOSTRA MEMORIA

Allegato-10

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ANCHE UNA CANZONE PUO' FARE MEMORIA

Imagine - John Lennonhttps://www.youtube.com/watch?v=X-asa07vXOU

Immagina non esista paradiso

È facile se provi   
Nessun inferno sotto noi
Sopra solo cielo 
Immagina che tutta la gente
Viva solo per l’oggi

Immagina non ci siano nazioni
Non è difficile da fare
Niente per cui uccidere e morire
E nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive in pace    

Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono il solo     
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia 

Immagina un mondo senza la proprietà
Mi chiedo se ci riesci
Senza bisogno di avidità o fame
Una fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
Che condivide il mondo

Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono il solo     
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia   

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a conclusione una simpatica parodia del potere

https://www.youtube.com/watch?v=p2VBS3NHg6w



















e … nel nome della speranza

https://www.youtube.com/watch?v=6aXIjO4FP3s

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Certi dati fanno impressione, lasciano sgomenti, rilasciano un senso di impotenza e frustrazione; ma a leggerli in fila nella loro essenzialità danno un'idea precisa non solo del nostro mondo e dei meccanismi che lo governano, ma anche della precarietà della nostra condizione di vita.

In particolare possono permetterci di valutare la nostra dimensione umana in rapporto alle diverse scelte, iniziative che si intraprendono per rendere significativa la personale esistenza anche là dove è massimo il nostro impegno a voler essere protagonisti di qualche cambiamento.

Il numero degli abitanti del Pianeta Terra è oggi di circa 7,5 miliardi, con una tendenza sempre in aumento. Domanda: basteranno le risorse?reggerà il pianeta?

Osserviamo i numeri

Ricchezza e povertà

  • Lo scorso anno la percentuale di ricchezza concentrata nelle mani del “top 1%”, é aumentata al 48% del totale: In altre parole Le 80 persone più ricche del pianeta hanno risorse equivalenti ai 3,5 miliardi di poveri  
  • Il divario tra ricchi e poveri si sta allargando al punto che entro il 2016 un minuscolo gruppo di miliardari, l'1% della popolazione, avrà più ricchezze del restante 99% del mondo.

Affamati

  • 842 milioni le persone nel mondo non possono nutrirsi regolarmente. 52 milioni di bambini malnutriti (dai ONU).
  • 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, pari a 1/3 della produzione totale destinata al consumo umano viene sprecato ogni anno (dati FAO) l’equivalente di 8 miliardi di euro in cibo.

Acqua da bere

  • Nel mondo la disponibilità di acqua potabile è decisamente diminuita di oltre il 60% dal 1950. Eppure si continua a sprecarla.
  • 768 milioni di esseri umani non hanno accesso all'acqua salubre e ben 2,5 miliardi devono convivere con la costante scarsità di risorse idriche.
  • 1.400 bambini sotto i 5 anni muoiono ogni giorni di diarrea (16% delle cause di morte infantile). In totale per la mancanza d’acqua muoiono 2000 bambini al giorno, 700 mila all’anno.

guerre - lotte armate

  • Sono più di 40 le guerre note e ignorate in atto nel mondo.
  • Nel 2014 sono costate l'abnorme cifra di 14,3 migliaia di dollari, il 13,4% del Pil mondiale (l'equivalente delle economie di Brasile, Canada, Francia, Spagna e Regno Unito messe insieme).
  • Oltre 180.000 i morti.
  • Riducendo quella spesa di solo il 10% si avrebbe una cifra pari a tre volte le entrate di quel miliardo e cento milioni di persone che ancora oggi vive con meno di 1,25 dollari al giorno.

Spese militari

  • Nel 2014 la spesa militare mondiale è stimata intorno ai 1.776 miliardi di dollari. Quella americana di circa 630 miliardi, superiore alla somma dei successivi 10 Stati (Cina, Arabia Saudita, Russia, Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, India, Brasile)
  • In Italia ogni anno si spendono circa 24 miliardi di euro per le spese militari. Inoltre il governo Renzi programma di spendere ulteriori 13 miliardi in tre anni per rinnovare l'arsenale bellico.

Politica energetica

  • Nel 2015 i governi stanno pagando 5.300 miliardi di dollari in "sussidi" ai combustibili fossili responsabili di buona parte degli agenti inquinanti. … Se non è follia collettiva questa!
  • Nel contempo in Italia si tagliano le agevolazioni per le rinnovabili, grazie alle quali il prezzo all’ingrosso dell’energia in Italia è sceso da 76 a 48 euro per megawattora, tra il 2008 e il 2014, ma che tuttavia  non è stata trasferita ai consumatori.

Inquinamento - Desertificazioni

  • Nel 2012 i morti per inquinamento dell'aria sono stati 7 milioni (ultimo dato dell'OMS).
  • In Italia, nello stesso anno, i decessi sono stati 84.400 su un totale di 491.000 a livello europeo (Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente).
  • Il processo di desertificazione, in atto in tante aree del mondo, è causato da più fattori: innanzi tutto dal cosiddetto effetto serra dovuto alla continua e crescente combustione delle fonti fossili a scopo energetico, alla distruzione delle foreste pluviali, all'agricoltura intensiva e all'estensione della zootecnia.

Disastri ambientali e cementificazioni

  • Il 75 per cento delle ondate di calore e il 18 per cento circa delle precipitazioni estreme che avvengono attualmente nel mondo sono attribuibili al riscaldamento globale determinato in gran parte dalle attività umane.
  • Solo nel 2014 i disastri naturali hanno causato 19,3 milioni di sfollati (dati ONU).
  • Il costo dei disastri ambientali, in dieci anni, è di 1,5 trilioni di dollari.
  • Nei Paesi in Via di Sviluppo, questi disastri costano circa 550 miliardi di dollari in danni stimati e colpiscono 2 miliardi di persone. Il 22% dei danni si è abbattuto sul settore agricolo.
  • In Italia la Legge di Stabilità 2015 del Governo a fronte di un territorio devastato e ad un fabbisogno stimato in 30 miliardi, ha stabilito una somma poco superiore ai 253 milioni di euro.  Nessun ripensamento invece per quanto riguarda la cementificazione del territorio: prova ne è la destinazione di ingenti risorse al fallimentare programma delle infrastrutture strategiche (autostrade e linee ad alta velocità) che pesano ancora oggi per una quota del 10,6% (3,255.701 miliardi di euro) dell’ammontare totale della Manovra 2015. (WWF)
  • In Italia il consumo di territorio avanza ogni giorno, al ritmo di quasi 250 mila ettari all’anno. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto tutto il nord Italia è stata Seppellita sotto il cemento.
    La natura, la terra, l’acqua non sono risorse infinite. Il paese è al dissesto idrogeologico, il patrimonio paesaggistico rischia di essere irreversibilmente compromesso, l’agricoltura scivola verso un impoverimento senza ritorno.

Profughi e sfollati

  • In tutto il mondo, i rifugiati sono 19,5 milioni, gli sfollati interni 38,2 milioni e i richiedenti asilo 1,8 milioni.
  • Sono ormai 60 milioni i profughi e gli sfollati nel mondo, 14 milioni solo nel 2014: circa 40.000 persone, civili che ogni giorno perdono ogni diritto, hanno perso tutto e possono solo fuggire, lasciadosi alle spalle persecuzioni, violenza e diritti umani.
    Questa cifra sconvolgente, che è un atto di accusa al mondo intero, negli ultimi quattro anni è esattamente quadruplicata.
    La metà sono bambini.
  • Drammatico il numero di morti nel Mediterraneo: su 40,000 decessi attestati di migranti nel mondo dal 2000 al 2014, 22,400 – oltre la metà – sono persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il mare.
    Oggi dicembre 2015, il numero è prossimo ai 4000 persone con il diritto alla vita

Alla fine della lettura di questi "numeri" rimane forte la volontà a non essere considerati "numeri" ma persone che rivendicano dignità e giustizia, che ricercano e ricreano rapporti di solidarietà e di lotta per il diritto ad un diverso mondo possibile.  

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Il mondo è in movimento, ogni anno 215 milioni di persone migrano alla ricerca del diritto a vivere e della cittadinanza. Ci sono cause “naturali” ma soprattutto ci sono le guerre, la fame, le repressioni, ..., e allora: partire, vagare, rifar casa, ... sognando un ritorno.  La mostra si presta ad un utilizzo modulare relativamente ai diversi argomenti trattati

Vedi: MostraImmigrazione2013

Indice:

  1. Il Mondo è in movimento
  2. L'altra Italia: 1870-1970
  3. Questo dicevano di noi
  4. Presenza immigrati in Italia
  5. Presenze straniere in Italia
  6. Principali etnie
  7. Popoli in fuga
  8. Le vie della speranza
  9. Le vie della disperazione
  10. Il business della sicurezza
  11. I Centri di Accoglienza
  12. CIE Centri di Identificazione Espunsione
  13. Rifugiati
  14. Criminalità
  15. Razzismo
  16. Il lavoro degli immigrati
  17. Sfruttamento
  18. L'attività imprenditoriale
  19. Lavoro domestico
  20. Donne a servizio
  21. Badanti
  22. Diritto all'abitare
  23. Diritto allo studio
  24. Il migrante è diversità
  25. Principali leggi
  26. Noi non denunciamo
  27. Ecco le cose da fare
  28. La Rete SSP
    • I loro diritti
    • Le nostre paure
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Qualcuno ha avuto il coraggio di venirci a dire che: "la vostra iniziativa non ha nulla a vedere con la resistenza, questo non è la rappresentazione del 25 aprile" ... e, ancora una volta, la "sensibilità politica" è stata assente.
Già, ma che cos'è la resistenza?

Guarda le foto:

Forse una memoria dispersa nel passato? una corona da portare al cimitero ?
Noi, che crediamo nella lotta partigiana e quindi nella Resistenza, pensiamo ad una Memoria attiva nel presente, ad una lotta resistente contro il sistema economico del libero mercato.
Siamo per resistere e lottare contro tutte le angherie che il sistema liberista e dei governanti votati al pareggio di bilancio,  che impongono alle popolazioni la logica privatista dei beni comuni, delle grandi opere, l'ideologia del pensiero consumistica, ...
Noi siamo per una economia che rispetti i diritti naturali e delle persone, della solidarietà e della nonviolenza.
Visioni partigiane: percorsi di resistenza
é stato il titolo che ha animato la giornata della memoria e dell'azione, durante la quale abbiamo esposto e illustrato le grandi contraddizioni di questo nostro sistema:

  • i nuovi fascismi che alterano i rapporti solidali
  • il razzismo che interpreta la diversità come disvalore e attribuisce ad essa le responsabilità del sistema repressivo
  • il debito illiberale che viene fatto ricadere impunemente sulla collettività
  • le spese militari che sono una grave violazione del diritto alla pace e alla nonviolenza
  • le condizioni di precarietà, una negazione al diritto alla vita
  • l'acqua un bene pubblico primario per la vita
  • l'inquinamento una grave violazione al diritto alla salute
  • il consumo del territorio per mano della speculazione
  • le mafie che con la finanza controllano le politiche
  • il diritto allo studio come diritto ai saperi per una capacità critica dell'esistenza.
  • Per finire con la rappresentazione di un mondo devastato dalle guerre, dalla fame, dalle grandi dighe e dalle migrazioni che attraversano la nostra esistenza

Il tutto per dire che esistere è resistere: la memoria partigiana come responsabilità politica di ogni persona che lotta per i diritti, la giustizia e le libertà.
Questa è stata la nostra iniziativa e le centinaia di persone italiane e straniere che vi hanno partecipato nelle varie fasi della giornata lo hanno dimostrato e ci hanno creduto.
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La Resistenza è uno spazio comune dell'essere, un tempo della solidarietà attiva dello sviluppo umano.

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Il filosofo, teorico della "società liquida", parla del dramma profughi: "Le tragedie di questi giorni sono il segnale di una stanchezza morale. Ma non rassegniamoci ai muri". "Un giorno Lampedusa, un altro Calais, l'altro ancora la Macedonia. Ieri l'Austria, oggi la Libia. Che "notizie" ci attendono domani?

Ogni giorno incombe una nuova tragedia di rara insensibilità e cecità morale. Sono tutti segnali: stiamo precipitando, in maniera graduale ma inarrestabile, in una sorta di stanchezza della catastrofe".

Zygmunt Bauman, filosofo polacco trapiantato in Inghilterra, è uno dei più grandi intellettuali viventi. Anche lui è stato un profugo, dopo esser scampato alla ferocia nazista rifugiandosi in Unione Sovietica. Ma Zygmunt Bauman è anche uno dei pochi pensatori che ha deciso di esporsi apertamente di fronte al dramma dei migranti. Mentre l'Europa cerca disperatamente una voce comune che oscuri le parole vacue e quelle infette degli xenofobi.

Signor Bauman, duecento morti al largo della Libia. Due giorni fa altri cento cadaveri ritrovati ammassati in un camion in Austria. Il dramma scava sempre più il cuore del Vecchio continente. E noi? Cosa facciamo?
"E chissà quanti altri ce ne saranno nelle prossime ore. Oramai sono milioni i profughi che cercano la salvezza da atroci guerre, massacri interreligiosi, fame... La guerra civile in Siria ha innescato un esodo biblico. Scappano gli afgani, gli eritrei. Mentre nel 2014, riporta l'Onu, erano circa 219mila i rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mar Mediterraneo, e di questi 3.500 sono morti. Un anno prima questa cifra era molto più bassa: circa 60mila. Qui in Inghilterra ho letto molte reazioni di personaggi pubblici di fronte a una simile emergenza. Tutte a favore di "quote migratorie" più rigide, in ogni caso. Mentre chi come Stephen Hale dell'associazione British Refugee Action invoca una riforma del sistema di asilo basata sugli esseri umani, e non sulle statistiche, è rimasto solo una voce solitaria".

Ma l'Europa cosa può fare per risolvere questo disastro umanitario?
"L'antropologo Michel Agier ha stimato circa un miliardo di sfollati nei prossimi quarant'anni: "Dopo la globalizzazione di capitali, beni e immagini, ora è arrivato il tempo della globalizzazione dell'umanità". Ma i profughi non hanno un loro luogo nel mondo comune. Il loro unico posto diventa un "non luogo", che può essere la stazione di Roma e Milano o i parchi di Belgrado. Ritrovarsi nel proprio quartiere simili "non luoghi", e non solo guardarli in tv, può rappresentare uno shock. E così oggi la globalizzazione irrompe materialmente nelle nostre strade, con tutti i suoi effetti collaterali. Ma cercare di allontanare una catastrofe globale con una recinzione è come cercare di schivare la bomba atomica in cantina".

Eppure in Europa stanno tornando i muri, figli di uno spettro xenofobo che purtroppo sta dilagando.
"Sa chi mi ricordano quelli che li erigono? Il filosofo greco Diogene, che, mentre i suoi vicini si preparavano a combattere contro Alessandro Magno, lui faceva rotolare la botte in cui viveva su e giù per le strade di Sinope dicendo di non voler essere l'unico a non far niente".

È vero, tuttavia, che oggi il flusso migratorio verso l'Europa è di dimensioni mai viste. Qualche timore può essere giustificato, non trova?
"Ma oramai il nostro mondo è multiculturale, forse irreversibilmente, a causa di un'abnorme migrazione di idee, valori e credenze. E comunque la separazione fisica non assicura quella spirituale, come ha scritto Ulrich Beck. Lo "straniero" è per definizione un soggetto poco "familiare", colpevole fino a prova contraria e dunque per alcuni può rappresentare una minaccia. Nella nostra società liquida, flagellata dalla paura del fallimento e di perdere il proprio posto nella società, i migranti diventano " walking dystopias ", distopie che camminano. Ma in un'era di totale incertezza esistenziale, dove la vita è sempre più precaria, questa non è l'unica ragione delle paure che scatena la vista di ondate di sfollati fuori controllo. Vengono percepiti come "messaggeri di cattive notizie", come scriveva Bertolt Brecht. Ma ci ricordano, allo stesso tempo, ciò che vorremmo cancellare".

E cioè?
"Quelle forze lontane, oscure e distruttive del mondo che possono interferire nelle nostre vite. E le "vittime collaterali" di queste forze, i poveri sfollati in fuga, vengono percepiti dalla nostra società come gli alfieri di tali forze. Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell'istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. E poi alle aziende occidentali il flusso di migranti a bassissimo costo fa sempre comodo. E molti politici sono allo stesso modo tentati di sfruttare l'emergenza migratoria per abbassare ancor più i salari e i diritti dei lavoratori. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in "stanze insonorizzate" non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi".

E allora come risolvere questa immane tragedia?
"Sicuramente non con soluzioni miopi e a breve termine, utili solo a provocare ulteriori tensioni esplosive. I problemi globali si risolvono con soluzioni globali. Scaricare il problema sul vicino non servirà a niente. La vera cura va oltre il singolo paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una folta assemblea di nazioni come l'Unione europea. Bisogna cambiare mentalità: l'unico modo per uscirne è rinnegare con forza le viscide sirene della separazione, smantellare le reti dei campi per i "richiedenti asilo" e far sì che tutte le differenze, le disuguaglianze e questo alienamento autoimposto tra noi e i migranti si avvicinino, si concentrino in un contatto giornaliero e sempre più profondo. Con la speranza che tutto questo provochi una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata".

Non teme che questa soluzione possa non piacere a una buona parte della popolazione europea?
"Lo so, una rivoluzione simile presuppone tanti anni di instabilità e asperità. Anzi, in uno stadio iniziale, potrà scatenare altre paure e tensioni. Ma, sinceramente, credo che non ci siano alternative più facili e meno rischiose, e nemmeno soluzioni più drastiche a questo problema. L'umanità è in crisi. E l'unica via di uscita da questa crisi catastrofica sarà una nuova solidarietà tra gli umani".

di Antonello guerrera

da Repubblica - 29/8/2015

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SI all'accoglienza e alla solidarietà. Per il diritto universale all’accoglienza - No a nuovi CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) !

I RIFUGIATI NON SONO PACCHI !

IL DIRITTO ALL'ACCOGLIENZA CIVILE, DIGNITOSA E ALLA SOLIDARIETÀ DEVE ESSERE GARANTITO.

NO A NUOVI CIE CHE SONO LAGER !

CHI PROVOCA LE guerre E LA MISERIA DEI POPOLI (E  L''TALIA E' TRA QUESTI)
NON PUO' BUTTARE A MARE I PROFUGHI.

I PROFUGHI NON SONO CRIMINALI !
CRIMINALI SONO CHI FA LE guerre PER IL PETROLIO E I PROFITTI
CRIMINALI SONO CHI TRATTA GLI ESSERI UMANI COME BESTIE

Il Governo italiano – ma anche quelli europei – ponendo l’esclusiva questione del diritto d’asilo si garantisce la possibilità di ritirare la ”protezione umanitaria” una volta che la guerra sia dichiarata conclusa; se il pericolo non sussiste, cadono anche le condizioni dell’asilo.

Lo sa bene il ministro Maroni, il quale invoca la via del diritto d’asilo europeo, mettendo così in questione la struttura portante della normativa dell’Unione in materia.

Questi Signori delle guerre e dei profitti hanno per anni controllato i movimenti dei migranti verso l’Europa garantendo il loro sostegno ai regimi della paura non solo dell’Africa del nord, ma ovunque fosse possibile bloccare i migranti.

Oggi bombardano uno di quei regimi e lo fanno in nome della democrazia per la quale sono scese in piazza le donne e gli uomini della Libia.

Ma le donne e gli uomini della Libia, come quelli di Tunisi che ogni giorno arrivano sulle coste di questo paese, hanno combattuto anche per conquistarsi la libertà di muoversi attraverso le frontiere che in questi anni, e soprattutto in tempo di crisi, sono state tenute ben chiuse.
La loro democrazia è questa libertà, su questa libertà si gioca la partita della rivoluzione nel mondo arabo.

La democrazia delle bombe è un’altra: alla fine di questa guerra sarà “democratico” quel governo – non importa quale – che prometterà all’Europa di vigilare con ogni mezzo necessario sulle sue frontiere, aprendo i varchi solo di fronte alle esigenze della produzione.

Questi uomini e queste donne attraverseranno l’Europa con o senza permesso e in Europa vivranno, lavoreranno, faranno i conti ogni giorno con la realtà brutale del razzismo istituzionale che è l’ordinaria condizione di milioni di uomini e donne, non soltanto in Italia.

Questa condizione non è determinata dall’eccezionalità della situazione di guerra; dalla guerra sarà forse aggravata, ma migliaia di persone sono costrette a migrare ad accettare condizioni di vita e di lavoro degradanti dopo aver già subito abusi e violazioni dalle dittature nei loro paesi: veri protettorati dell’omologazione capitalista.

Sacrosanto è affermare il dovere d’accoglienza: soprattutto pensando che gli uomini e le donne che oggi raggiungono l’Italia e l’Europa stanno e staranno accanto a quei migranti che normalmente lottano sapendo di dover essere ogni giorno “eroi” per resistere allo sfruttamento e al razzismo che moltiplica le frontiere.

Noi diciamo no a questa guerra perché mentre parla di democrazia mira invece a chiudere ogni possibilità di movimento. I movimenti dei migranti non esportano solo le loro braccia e i loro cervelli, ma una pretesa democratica che non è confinabile in un sistema politico territoriale chiuso.

Questo è ciò che terrorizza il ministro Maroni, i governi europei e molti governanti dei paesi arabi: non è il numero di migranti che potrebbe arrivare a fare paura, ma la pretesa di democrazia, di uguaglianza e di libertà che viaggia con loro.

Hanno passato gli ultimi anni a cercare di esportare un’impossibile democrazia e ora che se la vedono restituire a domicilio, tentano disperatamente di rinchiuderla a Lampedusa o nei CIE.
Dire no a questa guerra, significa dire no alla democrazia dei confini e dello sfruttamento che vogliono imporre con le armi.

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L’Italia nel 2010 spenderà per armamenti, missioni ed esercito professionale oltre 23 miliardi di euro. In piena crisi, il Governo investe denaro pubblico in fregate e bombardieri.

L’Italia gioca ancora in difesa: nel 2010 le spese militari lasceranno sul terreno dei conti pubblici oltre 23.500 milioni di euro. Il nostro Paese, oggi all’8° posto al mondo per spese militari, ha più di 30 missioni internazionali in corso e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei faraonici progetti sui cosiddetti “sistemi d’arma”, 131 cacciabombardieri per 13 miliardi di euro.

“Il caro armato”
è la puntigliosa ricognizione che mancava sulla struttura delle Forze Armate e sulle spese militari del nostro Paese (somme spesso non facili da tirare) e sugli sprechi che a volte sarebbe possibile e doveroso evitare. Il “Nuovo Modello di Difesa” ha spostato la linea del fronte dai confini geografici a quelli degli interessi economici occidentali, ovunque siano considerati a rischio. La leva obbligatoria è stata sospesa. Ma scopriamo che, nonostante le “riforme”, il nostro esercito professionale conta ancora 190mila uomini, tra i quali il numero dei comandanti -600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali- supera quello dei comandati.

Scopriamo che il nostro Governo continua ad acquistare “sistemi d’arma” sempre più costosi, dalla portaerei Cavour, alle fregate FREMM (5.680 milioni di euro) al cacciabombardiere Joint Srike Fighter (13 miliardi di euro); e che il “mercato” delle armi, con i Governi principali committenti, è tutt’altro che libero: sono al contrario stretti i rapporti tra Forze Armate e industria bellica e frequenti i passaggi di militari a fine carriera dall’una all’altra schiera.

Un capitolo è riservato alle scelte più controverse legate alle Forze Armate e ai loro “costi”: le missioni internazionali, la presenza dei militari in città, le servitù militari, il destino degli immobili della Difesa, l’abbandono del servizio civile; per arrivare agli “scandali” veri e propri, tra cui sprechi e inefficienze clamorose e la triste vicenda dell’uranio impoverito. L’appendice fa infine il punto sulle spese militari in Europa e nel mondo.
“Il caro armato” non solo passa come un cingolato sulla “casta” militare e i suoi privilegi, ma spiega anche nelle conclusioni quali riforme e cambiamenti sono auspicabili: a partire dalla rinuncia al menzionato progetto JSF.

Gli autori: Massimo Paolicelli, giornalista, scrive di pace e obiezione di coscienza ed è presidente di Associazione Obiettori  Nonviolenti. Francesco Vignarca è coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo e già autore di “Mercenari Spa” (Bur-Rizzoli).  

Segui i temi della spesa militare anche sul blog "I signori delle guerre"

http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=89

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Lettera aperta del dott. Stefano Montanari. Una crisi economica senza precedenti, peraltro prevedibilissima da chi aveva occhi per vedere, sta travolgendo la società globale e decine di guerre, molte delle quali sconosciute ai più, insanguinano il Pianeta.

Tutto gravissimo, non c'è nessun dubbio. Ma, ad un'occhiata in prospettiva storica un po' meno superficiale rispetto a quella istintiva, è impossibile non accorgesi che si tratta di bufere che non dureranno. Ripartiremo tutti più poveri e le guerre finiranno, certo per lasciare il posto ad altre guerre, ma nulla di tutto ciò durerà più di un lampo nella storia dell'Uomo.

C'è qualcosa, però, che non passerà. Anzi, qualcosa che continuerà ad aggravarsi generazione dopo generazione senza possibilità di scampo. E questo è l'avvelenamento che stiamo somministrando al Pianeta, un luogo da cui nessuno di noi può evadere e che, lo vogliamo o no, condividiamo tutti.

Inutile cercare di nasconderlo come ingenuamente fanno coloro che noi ci ostiniamo a definire "politici", il tutto con la complicità di professori disponibili a prostituirsi in cambio di quattro soldi o di un avanzamento di carriera.

Basterebbe ricordare le leggi elementari della fisica e della chimica e confrontarle con i dati che risultano lampanti dalle ricerche non di regime ma indipendenti che si occupano d'inquinamento ambientale. E basterebbe ricordare che molti dei veleni che scarichiamo in modo sconsiderato nell'ambiente non sono degradabili e, quindi, sono destinati ad accumularsi per passare in eredità ai nostri figli e ai figli dei nostri figli in una catena che non potrà interrompersi.

Non c'è che un modo per uscirne, e quel modo è la conoscenza cui dovrà necessariamente seguire il recupero delle chiavi di casa nostra, vale a dire una conduzione della società che sia davvero politica, cioè virtuosa.

Ma è proprio la conoscenza a mancare. È l'informazione oggettiva ad essere latitante, perché chi tira i fili della società, dimenticando di farne parte e dimenticando di non potersene dimettere, l'informazione la distorce, la falsifica o la nasconde del tutto in un silenzio definibile, con una frase fatta che diventa ironia, "di tomba".

Io ci sto provando da anni, anni di ricerca di prima mano, centinaia di conferenze su e giù per l'Italia, articoli che sono pubblicati in maniera più o meno carbonara su Internet, partecipazioni a TV e radio indipendenti che mi concedono qualche spazio. Ed è proprio con una di queste radio, con David Gramiccioli, conduttore della fortunata trasmissione mattutina Ouverture sull'emittente romana Tele Radio Stereo, che si è pensato di affrontare il problema dell'informazione in una maniera diversa e più attraente: mettiamo in scena un pezzo di teatro - ci siamo detti - e con quello mostriamo sulla scena qual è la condizione freddamente obiettiva dell'ambiente in cui ci troviamo a vivere. O a sopravvivere. Con quello – ci siamo detti ancora - mostriamo sulla scena casi che non sono certo freddi di esseri umani, non di rado di bambini, nei quali ci siamo imbattuti nel corso delle nostre ricerche, osteggiate e imbavagliate come sono oltre ogni possibile immaginazione, spesso da personaggi insospettabili.

Così, alle 21 del 25 giugno David ed io, insieme con gli attori professionisti che saranno con noi, saremo a Roma al Teatro Tendastrisce in Via Perlasca e daremo vita a "Quando i Sogni Vanno in Fumo", due ore di recitazione e d'informazione vera, un aggettivo solo apparentemente inutile apposto alla parola informazione.

La serata sarà sotto osservazione da parte del mondo politico e - se ne può stare certi - non saranno pochi i politici che si augureranno un fiasco. La speranza, la loro, sarà quella che non ci sia partecipazione, che sia testimoniata una disattenzione per il problema che si andrà a toccare per poter continuare indisturbati ad appropriarsi della nostra terra, della nostra acqua, della nostra aria vendendo tutto al migliore offerente.

E, invece, noi li dobbiamo deludere. Dobbiamo riempire i 3.000 posti del Teatro e dobbiamo farci vedere con gli striscioni che ricordino gli scempi che sono perpetrati nelle nostre città, nelle nostre campagne, nei nostri boschi a danno non soltanto di chi è adulto ora ma, quel che conta di più, a danno della generazione che seguirà la quale, per riprendere le parole del più grande oncologo italiano di tutti i tempi, il prof. Lorenzo Tomatis, non ci potrà perdonare per quello che stiamo facendo contro di lei.

Dunque, se siamo capaci di riempire gli stadi per una squadra di calcio o per un cantante o se siamo capaci di affollare un palasport per un comico, riempiamo i 3.000 posti del Teatro Tendastrice per far vedere che ci siamo, che non ci si può rapinare e uccidere impunemente fidando sulla pigrizia e, chissà, sulla rassegnazione che ci tentano ogni giorno di più. David ed io vi aspettiamo.

25/6/010

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Il rapporto choc del congresso di meteorologi: temperature in aumento, siccità e inondazioni. Sono i primi ecorifugiati, gli abitanti di Loha Chara, terre alluvionali del Golfo del Bengala sommerse nel dicembre scorso. Gli isolani dell’arcipelago di Tuvalu nel Pacifico contano i giorni: anche loro sono vittime di un destino da nuova Atlantide, l’oceano sta per inghiottirli. Poi toccherà alle pianure alluvionali del Bangladesh che sfamano milioni di persone.

Tra oggi e il 2010 saranno oltre venti milioni i rifugiati del clima, il nuovo incubo del secolo. Quanti sono quelli che oggi pagano guerre e spropositi politici.
Tra cento anni se il riscaldamento del pianeta non si fermerà, con le siccità, le canicole infernali, il sollevarsi dei mari, l’esodo arriverà a duecento milioni. A rischio il delta dei fiumi e le terre costiere che sono le aree più popolate della terra. Ma non solo: l’Africa centrale muore giorno dopo giorno con il rinsecchirsi del lago Ciad, il deserto dei Gobi sommerge la Cina di sabbia al ritmo di diecimila chilometri quadrati l’anno, l’erosione uccide già il suolo coltivabile in Turchia, il sale avvelena le terre dell’Egitto, duecento comunità in Alaska sono sotto la minaccia dell’Oceano.
Nessuna carità internazionale riuscirà mai a gestire un simile scompiglio. Si scateneranno allora apocalittiche lotte tra le vittime del clima e coloro che rifiuteranno di dividere la loro acqua e la loro terra ancor fertile. Per questo evo tetro bisognerà riscrivere i trattati internazionali, la stessa carta dell’Onu, perché lo status del rifugiato per effetto serra ancora non esiste.

Mai un rapporto scientifico è stato così implacabile nell’accusare la rivoluzione industriale di ecodelitto quanto il rapporto sul clima stilato dai climatologi dell’IPCC, reso noto ieri a Parigi. Riferirsi alle fatali curve secolari delle temperature non è più, da ieri, alibi praticabile. «Tutto porta a indicare nell’uomo la causa essenziale del riscaldamento del pianeta»; vale una sentenza la sintesi di Susan Salomon presidente del comitato scientifico dell’IPCC.

Le cifre, pur spalmate di precauzioni, impressionano. Da oggi alla fine del secolo la terra vedrà aumentare la temperatura da 1’8 a 4 gradi rispetto al periodo 1980-1999. E' una previsione media nel quadro di sei scenari che vanno dai più ottimistico ai più catastrofici. Ma non si esclude, se i governi e le economie resteranno inerti, che l’aumento possa arrivare fino a 6,4 gradi, il doppio ai Poli. Dalla loro catastrofica liquefazione deriverà un ispessirsi di un metro degli oceani.

Per la prima volta le conseguenze della apocalisse climatica non sono rinviate al limbo della fantascienza. Non saranno «le generazioni future» a pagare, ha seminato lo sgomento Jean Jouzel climatologo francese, «sono i bambini che oggi frequentano l’asilo e la prima elementare che stiamo condannando al disastro». Il rapporto dell’ICCP è l’ultima parola della comunità scientifica. Achim Steiner responsabile dell’Ambiente delle Nazioni Unite: «le prove sono là, indiscutibili. Ora l’unica strada è assumersi l’onere del costo ecologico dell’energia. Tutto questo deve diventare dibattito politico». Quanto tempo abbiamo? Jouzel ha provocatoriamente risposto: «tre ore!».

Una scadenza incombe: entro la fine dell’anno si deve decidere che fare del protocollo di Kyoto contro l’effetto serra: i virtuosi, i promossi saranno pochi, i recalcitranti e perfino i disertori, come gli Stati Uniti che non lo hanno firmato, troppi.

Domenico Quirico
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200702articoli/17489girata.asp

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E' di questi giorni la notizia che il Parlamento Europeo ha votato a favore di un embargo delle forniture d'armi all'Arabia Saudita, per la gravissima emergenza umanitaria determinata dai bombardamenti della coalizione a guida saudita in Yemen.

Dal porto di Trieste sono partiti carichi di armamenti per un totale di 1.854.100 euro diretti agli Emirati Arabi Uniti, paese che fa parte della coalizione a guida saudita, intervenuta in Yemen senza alcun mandato delle Nazioni Unite.

Un reato che il Governo italiano sta perpetrando in violazione dell'articolo 1 della legge 185/90, che vieta l'esportazione di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e che violano i diritti umani.

Questa decisione, presa dal Consiglio dei Ministri italiano, è ancora più grave anche perché in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, e soprattutto in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione che prevede "previo il parere delle Camere".

Dopo un anno di ostilità la situazione in Yemen è tragica: le agenzie Onu riportano più di seimila morti di cui circa la metà tra la popolazione civile (di cui 700 bambini), oltre 20mila feriti, milioni di sfollati, più di metà della popolazione ridotta alla fame e definiscono la situazione come una “catastrofe umanitaria” senza precedenti.
Lo stesso Segretario generale dell’Onu Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie. 

Per tutta risposta dall’Italia è partito un nuovo carico con migliaia di bombe.

È inammissibile!

Ci auguriamo che la Magistratura e chi di dovere prenda in esame l'esposto fatto dalla Rete Disarmo, e possa sospendere l'invio di bombe e materiali militari verso l’Arabia Saudita con effetto immediato.

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Gente venuta da tutto il mondo. Visi bianchissimi e occhi azzurri gringos si mescolano a occhi a mandorla asiatici e volti ovali e gentili dei popoli del Pacifico, la pelle scura degli andini seduti vicino ai corpi generosi delle donne del Caribe. Trentacinque paesi, cinque continenti: «tutto il mondo anti-militarizzazione» è presente nell'auditorium della Pontificia Universidad Catolica dell'Ecuador, a Quito.

All'entrata un pannello gigante, con lo sfondo azzurro del mare che abbraccia tutta la terra, mette in rilievo un emisfero costellato da puntini. Tanti puntini rossi che segnalano le basi militari, come se i potenti del mondo ci avessero giocato a freccette.

I paesi più martoriati:
l' Europa, il sud est asiatico, il centro e sud America. Anche l'Africa non manca. Lì le freccette puntano specificamente alle aree con maggiori risorse naturali: minerali, petrolio, acqua. Sotto quei puntini indicatori, ad abitare fisicamente quelle aree, le popolazioni fatte di carne ed ossa.
L' intera conferenza mondiale del movimento No Basi si è focalizzata sui danni che queste presenze sgradite comportano: inquinamento da uranio impoverito, piombo e altri scarti della sperimentazione bellica, terre sgomberate e poi lasciate ad agonizzare sotto la dicitura «riserva naturale inaccessibile», economie disfatte dal controllo dei militari, generazioni di donne stuprate e fatte prostituire.

«Vicenza, Vicenza...». Corre e ricorre la parola Vicenza, pronunciata nei più bizzarri accenti.
Perché Vicenza nella memoria recente rappresenta l'ultimo levantamiento di un popolo che ha preso coraggio e ha detto «non qui né adesso né mai» in faccia al governo di turno. Perché, è stato ribadito qui più volte, chi decide la presenza su un territorio, sono gli abitanti dello stesso.

A Okinawa, isola giapponese del Pacifico che rappresenta lo 0.6% del territorio nazionale, sono presenti il 67% dei militari statunitensi dell'area asiatica. Qui si è trovata la base operativa delle guerre statunitensi contro la Corea ed il Vietnam.
E qui la situazione per le donne è pesantissima sin dal secondo dopo guerra: stupri di donne, di giovani e di bambini. Racconta Suzuyo Takazato, del gruppo Okinawa women act against mllitary violence: «Nel 1995 tre soldati statunitensi, nel giorno di festa nazionale degli Usa, affittarono un'auto, comprarono del nastro adesivo e dei preservativi e andarono in giro per l'isola a caccia di donne finché non trovarono una ragazzina di 12 anni. Imbavagliata, la gettarono nell'auto. E poi la stuprarono, in tre. Sono rimasti impuniti, il giudice concesse l'attenuante del rapporto era consensuale: una ragazzina di 12 anni...».
Questo fatto drammatico è stata la goccia che ha fatto sollevare la popolazione di Okinawa, che da quel momento - dopo 60 anni di soprusi - ha cominciato a premere perché la base Usa smantellasse e gli ospiti sgraditi se ne andassero. Ad oggi ce l'hanno quasi fatta.

Anche i sardi della Maddalena aspettano lo smantellamento della base nel 2008. Ma già sanno, dice Mariella Cao del comitato sardo Gettiamo le basi, che si troveranno ad avere a che fare con le conseguenze ambientali dell'ex base e dei suoi sottomarini atomici.
Nel 2003 la lotta di Vieques, a Porto Rico, ha fatto da scuola al movimento sardo: la popolazione viequense, dopo mesi di disobbedienza civile non violenta, ha ottenuto il ritiro degli statunitensi.
Ricorda Mariella Cao: «Abbiamo preso forza anche noi sardi e abbiamo cominciammo a denunciare ad alta voce la nostra situazione: di 150 abitanti dell'area 20 hanno leucemie e cancro, c'è il 177% di linfomi e più 335% di melanomi rispetto alla media nazionale. Il problema alla Maddalena, come a Vieques, non è tanto mandarli via quanto convincerli a fare la dovuta pulizia dei residui bellici, cosa che impiega dai 10 ai 15 anni e centinaia di milioni di dollari, che gli Stati Uniti non saranno mai disposti a pagare».

Se si sovrappongono le mappe degli insediamenti militari con quelle delle risorse naturali, fa notare la studiosa messicana Ana Ester Cecena del Clacso (Consiglio Latino Americano di Scienze Sociali), è lampante come i primi si trovino in prossimità dei secondi.
E' il caso della base Usa in Paraguay Mariscal Estigarribia, che ospita 16mila soldati ed è la base di atterraggio per i B-52, con un aeroporto di 3.800 metri quadri, principale roccaforte statunitense del Cono Sur.
La base poggia giusto sulla più grande risorsa d'acqua potabile sotterranea dell'America latina, forse di tutto il pianeta. Il così chiamato acuifero guaranì, un milione e 200mila chilometri quadri, che si estende dal Paraguay fino al Brasile e poi giù verso Argentina e Uruguay. Dall'altro lato del Paraguay si trova inoltre la triple frontera, al confine con Argentina e Brasile, dove - dice l'amministrazione Bush - si troverebbero cellule di Al Qaeda.

Il posizionamento strategico delle basi è ben conosciuto anche in Africa, come racconta Otieno Ombok di Nairobi, Kenia, coordinatore regionale per l'Africa del movimento No violent peace force: «In Africa c'è tutto: minerali, diamanti, oro, petrolio e soprattutto acqua. Questo è oggi un elemento molto ricercato e gli Stati uniti ne stanno già facendo rifornimento, dal lago Vittoria e dal fiume Nilo».

Basi militari non vuol dire solo basi statunitensi. Dice l'europarlamentare Tobias Pfleuger, del Gue/Ngl (European United Left e Nordic Green Left): «E' un doppio gioco quello che abbiamo in casa nostra, ospitiamo basi Usa/Nato che possono essere utilizzate trasversalmente dai paesi membri e a nostra volta, come Unione europea, abbiamo molte basi in tutto il mondo che appartengono alla Francia, alla Germania e alla Gran Bretagna. Non dimentichiamo che l'attacco in Iraq è stato possibile perché esiste la base di Ramstein, in Germania, la più grande base Usa/Nato esistente in Europa».

Alla conclusione di quattro giorni di lavori intensi, gli organizzatori si dicono soddisfatti dell'essere riusciti a includere nella dichiarazione comune le più diverse realtà e le singole esigenze di ogni popolazione militarizzata. «E' un primo passo. Non sarà perfetto - dice Herbert Docena di Focus on the Global South - ma abbiamo gettato le basi per la rete di organizzazione mondiale, che era il nostro scopo».
Nella dichiarazione finale, il movimento mondiale No Basi chiede smantellamenti, bonifiche ambientali, la fine della costruzione di nuove installazioni. Si parte proprio con la base di Manta, in Ecuador: il contratto d'affitto scade nel 2009, il neopresidente di sinistra Correa non vuole rinnovarlo.
E il braccio di ferro è cominciato.

Diletta Varlese
Il Manifesto 10/3/07

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Per uscire dalla crisi: convertire le spese militari in welfare. La proposta da 4 Nobel in convegno a Milano. La pace conviene. Crea solidità, salute, benessere. Più della guerra. Lo dimostra il Global Index of Peace dell'Institute for Economics and Peace, istituto australiano di ricerca indipendente che identifica i benefici economici della pace;

un mondo senza conflitti nel 2010 avrebbe fruttato oltre 8mila miliardi di dollari, si legge nell'ultimo report dell'istituto fondato da Steve Killelea per misurare lo status pacifico di 153 paesi.

Un terzo di questa cifra rappresenta le attività di industrie belliche riconvertite; i restanti due terzi gli input in più all'economia se il pianeta fosse in pace. "C'è una stretta correlazione tra pace e benessere", commenta Killelea. "Basterebbe una riduzione del 25% nella violenza per risparmiare 2mila miliardi di dollari. A cosa servirebbero? A coprire i costi del Millenium Development Goals, gli obiettivi del Millennio stabiliti per il 2015, a eliminare il debito pubblico di Grecia, Portogallo e Irlanda e affrontare i danni del terremoto giapponese".

Che il disarmo sia economicamente conveniente lo ripete da tempo Francesco Vignarca, responsabile della Rete Italiana per il Disarmo, autore de “Il caro armato” (ed. Altreconomia) e del blog “I signori delle guerre”.
Vignarca fa notare come al primo accenno di stallo del settore le maggiori industrie di armamenti italiane abbiano annunciato migliaia di licenziamenti. E cita una ricerca dell'Università del Massachusetts: "Se investiamo un miliardo di dollari nella difesa abbiamo 11mila nuovi posti di lavoro; 17mila se lo impegniamo nelle energie rinnovabili, 29mila se andasse al settore educazione".

Se non bastassero etica ed economia, un'ulteriore spinta alla necessità di un ripensamento globale la dà la scienza. Il 18 novembre a Milano si incontreranno i premi Nobel aderenti al movimento Science for Peace voluto da Umberto Veronesi (vedi box). A parlare per loro il vicepresidente del progetto, Alberto Martinelli, professore di scienze politiche e sociologia alla Statale di Milano.
"La guerra è un'invenzione sociale, non una necessità evolutiva", spiega Martinelli illustrando la Carta di Science for peace che verrà sottoposta agli insegnanti e discussa nelle scuole: lo scopo è promuovere lezioni di educazione alla pace e prevenzione dei conflitti, come si insegnano le scienze e la biologia.

Ma quanto si potrebbe fare se l'economia di guerra venisse riconvertita in educazione alla pace, aiuto allo sviluppo e salute globale?
Pirous Fateh-Moghadam, dell'Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, autore del capitolo Guerra e salute dell'ultimo rapporto dell'Osservatorio (ed. ETS), considera la prevenzione della guerra dovere professionale di ogni medico. E cita Martin Luther King: "Una nazione che spende di più nei programmi di difesa che in quelli di miglioramento sociale è una nazione spiritualmente morta".
Sul tema guerra e pace Fateh-Moghadam fa una serie di confronti interessanti: "Il consumo energetico militare di un anno degli Usa basterebbe per il trasporto pubblico di tutte le città americane per 14 anni". Oppure: "Con la metà dei soldi spesi per la guerra in Iraq si potrebbero garantire le vaccinazioni di base per tutti i bambini del mondo".

Per migliorare la salute nel Sud del mondo, del resto, basterebbero 35 dollari a persona all'anno. È l'Organizzazione Mondiale della Sanità a stimarlo nel report Macroeconomia e salute. Invece la tendenza va in senso contrario: verso lo smantellamento degli aiuti.
La denuncia è circostanziata nel Libro bianco sulle politiche pubbliche di cooperazione allo sviluppo in Italia, pubblicato in giugno dalla rete di associazioni che si occupano di diritti umani e finanza etica di sbilanciamoci.org.

Nel 2010 l'ammontare italiano degli aiuti pubblici allo sviluppo è stato, per l'OCSE, dello 0,15% del Pil, a fronte di una media europea dello 0,46.
Nella graduatoria europea dell'aiuto pubblico allo sviluppo l'Italia è al 16 posto dopo Grecia, Cipro e Portogallo. Eppure aiutare conviene: per ogni dollaro di aiuto sborsato, rientra nell'economia fino a un dollaro e venti, evidenzia uno studio tedesco. Invece l'Italia si tira indietro.

Nell'ultima edizione del rapporto sulla lotta alla povertà del mondo, Action Aid sottolinea come i tagli effettuati siano pari a quanto si risparmierebbe rinunciando all'acquisto di uno dei cacciabombardieri F-35.
Un capitolo, quello degli F-35, che la dice lunga in tema di economia di guerra e di pace.
Nel 2002 il nostro paese si è impegnato ad acquistare 131 caccia-bombardieri F-35: una dozzina di aerei l'anno dal 2013 al 2024 per la modica cifra di 122 milioni a velivolo, cifra in crescita man mano che lo sviluppo dei nuovi caccia procede tra mille intoppi.

Esperto in materia, Francesco Vignarca interverrà alla conferenza di Science for Peace nella sezione dedicata agli armamenti: "In 10 anni e oltre 15 miliardi di spesa, l'investimento negli F-35 creerà solo 600 posti di lavoro".
E mentre Gran Bretagna e Paesi Bassi tagliano gli acquisti dei nuovi caccia, sbilanciamoci.org, Rete Disarmo e Tavola della pace promuovono la campagna Stop F-35. Denunciando: "Con questi soldi si possono costruire 2mila asili pubblici o mettere in sicurezza 10mila scuole".

È ancora Vignarca a ricordare come l'obiettivo dei Millennium goals di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015, che non verrà raggiunto per mancanza di fondi, costerebbe 760 miliardi di dollari in 15 anni. E che ogni anno le spese militari sono più del doppio. Lo afferma il Sipri, l'Istituto internazionale di ricerche per la pace di Stoccolma, che pubblica un annuario con le spese militari.

Nel 2010, si legge nell'ultimo Yearbook, la spesa militare mondiale è stata di 1630 miliardi di dollari. Con un aumento del 49% rispetto al 2000.
L' Italia è al 10 posto, con 37 milioni di dollari nel 2010.

Se la politica non sente le ragioni dell'economia, la battaglia per un futuro di pace si sposta sul terreno della scienza: a Science for peace Chiara Tonelli, professore di genetica all'Università di Milano, presenterà Agrisost: "Spesso i conflitti nascono dalla mancanza di risorse alimentari e la pace passa per un benessere fatto di acqua, cibo e medicine a cui tutti hanno diritto".
Agrisost è un progetto per sviluppare piante che crescano con meno acqua, per potersi adattare a luoghi con scarse risorse idriche. Emblema di una scienza che si attiva per la pace è anche l'attività dei medici di Together for Peace, altra costola della Fondazione Veronesi, una task force che si occupa di formare specialisti in oncologia nelle regioni colpite da conflitti con borse di studio, ambulatori e training per i medici. Un esempio è il progetto di allestimento di strutture per la diagnosi precoce in provincia di Herat, Afghanistan.

NUMERologia: CHE COSA SCEGLI?

  • 100 milioni di dollari un cacciabombardiere F-35 o 465mila trattamenti anti-aids per bambini;
  • 89 milioni di dollari un missile Trident II o 8 milioni e 900mila trattamenti anti-tubercolosi;
  • 2,7 miliardi di dollari un sottomarino Virginia o un anno di cura per 7,5 milioni di madri sieropositive
  • 4 miliardi di dollari la spesa di un giorno per mantenere gli apparati militari o un anno di controllo della malaria (un milione di morti l'anno);
  • 1200 miliardi di dollari le spese militari di un anno dei paesi ricchi o 1,5 volte quello che serve per dimezzare la povertà nel mondo nel 2015;
  • 15 miliardi di euro 131 cacciabombardieri o 10 milioni di pannelli solari;
  • 1,4 miliardi di euro il costo della portaerei italiana Cavour o oltre 4mila nuovi asili nido.

(elaborazione dati a cura di Francesco Vignarca, Rete Disarmo)

Da fare in fretta
La conferenza mondiale Science for Peace apre il 18/11 all'Università Bocconi di Milano.
Saranno due giorni di discussioni e interventi, con 37 relatori provenienti da 15 paesi riuniti per cercare concrete soluzioni di pace.
Si parlerà, tra l'altro, di accesso all'acqua e al cibo, prevenzione e cura delle grandi malattie. Tra i relatori saranno presenti il premio Nobel per la pace 2003 Shirin Ebadi (di Nobel ce ne saranno altri tre); l'afghana Suraya Pakzad, rappresentante di Voice Women Organization; Brian Wood, responsabile Arms control and security trade di Amnesty International; il presidente dell'Accademia delle scienze del Pakistan, Atta-ur-Rahman e il Nobel per la medicina 2008, Harald zur Hausen.

Nella due giorni verranno anche premiati i ragazzi che hanno vinto il concorso Scatta la foto di Science for Peace 2011, rivolto alle scuole superiori di tutta Italia, e presentato il primo codice di responsabilità bancaria sui finanziamenti all'industria delle armi. "Il codice propone uno standard nel tentativo di andare oltre alle prescrizioni di legge", commenta Vignarca. "L'obiettivo è farsi dare dalle banche i dati di come si stanno muovendo, cosa stanno finanziando".

La partecipazione alla conferenza è gratuita, ma riservata a chi si registra sul sito scienceforpeace.it, dove è possibile scaricare anche il programma completo.

Daniela Condorelli
fonte: d.repubblica.it n766 del 5 ottobre 2011

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L'Italia non rispetta gli impegni assunti a livello internazionale, è l'unico Paese dell'Unione europea senza una legge organica in materia d'asilo e «richiedenti asilo e rifugiati, persone in fuga da guerre e persecuzioni, trovano all'arrivo nel nostro Paese ostacoli e barriere spesso insormontabili e poste deliberatamente al riconoscimento dei loro diritti».

La denuncia è di Medici Senza Frontiere (Msf), l'organizzazione umanitaria internazionale che ha monitorato la situazione del diritto d'asilo in Italia.

Nel rapporto presentato lunedì dall´organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (Msf), nato dal monitoraggio ad un anno di distanza dall´entrata in vigore delle nuove norme, risulta che «richiedenti asilo e rifugiati, persone in fuga da guerre e persecuzioni, trovano all'arrivo nel nostro Paese ostacoli e barriere spesso insormontabili e poste deliberatamente al riconoscimento dei loro diritti»

Nell'ultimo anno, denuncia il rapporto di Msf, le domande di asilo sono più che dimezzate, passando dalle 16187 del 2003 alle 7960 dell'ultimo anno. Si tratterebbe, dicono gli estensori del documento, del sintomo della cattiva gestione degli arrivi in Italia, con trattenimenti troppo lunghi nei centri di identificazione (ben oltre i 20 giorni previsti dalla legge) che sono appena tre contro i sette previsti dalla stessa legge. tuttavia a oggi sono attivi, quelli di Crotone, Foggia e Trapani. Altre due strutture, pur non essendo configurate come CdI (centri di identificazione), quelle di Bari e di Cassibile in provincia di Siracusa, sono accusati di trattenere i rifugiati troppo a lungo: 50 giorni sono i tempi di trattenimento di Bari e 42 per il centro di Foggia. Nel Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria, a Roma, sono stati monitorati casi di rilascio dopo il 60 giorno di permanenza (termine massimo previsto dalla legge).

Un´altro dei capi d´accusa che risultano dall´analisi di Medici Senza Frontiere riguarda le audizioni poco tutelate. Secondo le testimonianze raccolte, infatti, il 60% degli stranieri dichiara che la durata del colloquio previsto all´arrivo nei Centri di Identificazione è inferiore ai 30 minuti, tra l'altro spesso senza l'assistenza di un valido interprete, così che gli stranieri denunciano anche una cattiva comprensione durante i colloqui. Inoltre solo il 6% di questi dichiara di essere stato assistito da un legale durante le audizioni con la Commissione.

Il dato più eclatante riguarda le decisioni finali della Commissione territoriale: il 51% dei richiedenti asilo riceve un no come risposta, solo il 5% ha avuto il riconoscimento dello status di rifugiato, il 44% ha ottenuto la protezione umanitaria. Lo stato di protezione umanitaria è cresciuto così rispetto ai tre anni precedenti superando il numero delle concessioni di asilo richieste all´Italia soprattutto dai Paesi dell´Africa Sub-Sahariana ovvero Eritrea, Liberia, Somalia, Etiopia, Costa D´Avorio, Sudan e Togo. Oltre all´Africa i Paesi maggiormente rappresentati nei nostri centri sono il Pakistan, l´Iraq e l´Iran.

Medici Senza Frontiere
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=56331

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Certamente possiamo dire che l'incontro organizzato dall'Assoc. Dimensioni Diverse il 3 dicembre in Biblioteca a Baggio "Le verità sul clima" è stato un momento altamente formativo. I tre relatori: Guido Viale, Emilio Molinari e Abo (Alberto di Monte), hanno espresso visioni diverse in merito al tema dei cambiamenti climatici.

Vedi:
Mostra realizzata in occasione della Cop13 a Bali-2007


Accentuazioni a volte contrastanti e per questo utili a completare il quadro delle giuste ragioni per comprendere le semplificazioni, spesso devianti, trascritte nelle molte pagine dai media.
In questi giorni è possibile leggere centinaia di articolisti che descrivono le evidenze, immaginando possibili cataclismi, criticando le indecisioni delle politiche e/o approvando accordi riduttivi, senza mai, o quasi, scoperchiare il velo delle cause reali.

L'obiettivo primario della serata era ed è stato quello di mettere a fuoco l'insieme delle dinamiche relazionali e specifiche responsabilità, analizzando le quali sviluppare conoscenze e giuste prospettive: clima-produzione, clima-economia, clima-ambiente, clima- energia, clima-politica, clima-salute, … clima-guerre, clima-migrazioni, …

Partiamo dal fondo: io, noi, cosa possiamo fare?
Una classica domanda (quasi sconsolante) che emerge tutte le volte che elementi di conoscenza approfonditi chiamano in causa le libertà personali, il diritto di esistenza e la dignità dei viventi.

Siamo "educati" a guardare solo di fronte (come nel mito della caverna di Platone), oltre il sé e ognuno vede la realtà complessa e l'insieme dei diversi elementi che la compongono, che si intrecciano con modalità e forme imperscrutabili che scompongono la visione d'insieme.

L'impotenza è una presa d'atto immediata che accondiscende il "limite naturale" su quanto possa essere ininfluente una qualche presa di posizione che non sia semplicemente un giudizio critico.

Raramente siamo portati a riflettere sul fatto che quella stessa realtà complessa, così disattesa, sia parte propria della esistenza personale, e quanto la stessa realtà e i rapporti che in essa si sviluppano e si riproducono, siano l'ambito strutturale di un sistema che ci governa.

Ma chi forma uomini liberi?
… un profondità misteriosa rende ogni persona capace di confrontarsi con l'infinito e le sue bellezze, ma le rende anche capaci di sprofondare negli abissi dei dannati.
Pronti a fare storia esaltando "libertà, uguaglianza, fraternità" e ancora tradire quell'essenza, sostanza dell'essere, generando guerre e violenze contro la "miseria dei dannati" per difendere l'appropriazione di quello "stile di vita" oggetto/soggetto delle cultura dominante.

Riprendiamoci il diritto di ricomporre i frammenti sparsi
I grandi eventi mondiali programmati dalle Grandi Agenzie, ONU, Unesco,… (Giornate: per la pace, contro la violenza, per l'ambiente, contro il razzismo, per la solidarietà, per l'acqua, … il clima, … sono una ottantina) sono l'esemplificazione e il tributo alla "soddisfazione" di specificità, bisogni, caricandoli di "solidarietà" e prerogative, ma al contempo sottraendoli a quella conclamata "complessità" che li genera.
Questa subordinazione alla "complessità" scompone l'umanità, ridimensiona la cultura, i saperi e le intelligenze, assoggetta dignità e libertà, ridisegna diritti e giustizia.

Nello specifico
Dopo aver ripercorso le analisi sul tema "le verità sul clima", le analisi dei cambiamenti climatici, i loro effetti sull'ambiente, e sulla salute, le ricadute sul territorio: desertificazioni, agricoltura, acqua, … hanno messo a fuoco l'insieme delle sue complesse articolazioni nella realtà sociale ed economica e, conseguentemente, sulle condizioni di vita: la natura, l'alimentazione, l'energia, i rifiuti,…
Tutta l'evidenza possibile è stata ragionata nella sua articolazione complessiva, sulle aspettative e sugli effetti sui viventi.

Cogliere i nessi, definire e coniugare conoscenze alla dimensione della politica.
Qui il ragionamento ha spiazzato ogni discussione sui negazionisti, catastrofisti, qualunquisti, chiamando in causa direttamente le logiche di un sistema che trascende le apparenze, che richiama alle relazioni dominanti, alle responsabilità, agli effetti dirompenti dei processi: la finanza, le guerre, i corpi.

E' stato importante porre l'attenzione e l'interesse sulle ragioni vere ed essenziali scomponendo il problema, andando alle ragioni prime.

Da questo punto di vista il clima è un falso problema poiché le sue prerogative e i suoi effetti discendono esclusivamente, sono parte, della volontà politica a produrre scelte adeguate e corrispondenti alla sua risoluzione.
Così è stato fatto, ad esempio, quando, a fronte del formarsi del pericoloso "buco dell'ozono", è stato sufficiente eliminare dalla produzione e dal consumo i CFC (clorofluorocarburi) per "risolvere" il problema. Anche se, forse a causa dei cambiamenti climatici, si sta rigenerando.

Tre gli elementi principali presi in esame che sovrastano e sottendono le "ipocrisie" sul clima:
la finanza, le guerre, i corpi.

In sintesi
La finanza. Il processo di finanziarizzazione dell'economia, la spinta esasperata alla privatizzazione di ogni bene, l'accaparramento delle ricchezze, il ricatto economico, …, condizionano fortemente ogni possibile cambiamento. Non solo, il potere finanziario è la causa prima delle disuguaglianze, dei conflitti, delle povertà, … generate dalle appropriazioni indebite e dalle corruzioni.

La guerra. Le guerre sono il "braccio armato" del potere dominante, della sua volontà globalizzante, la forma propria di valore nelle dinamiche relazionali: mercato, concorrenza, consumismo. In particolare "guerre" come struttura militarizzata sul territorio sociale, discriminante, pacificatrice dei conflitti, … paure, sicurezza.

Il corpo. I corpi sono l'oggetto del contendere, il bene di consumo, la merce di valore che interagisce e sostanzia il processo dominante,
I corpi sono parte concorrente del processo manifestando desideri, sprigionando aspettative.
Per converso i corpi desideranti riproducono proprie forme di potere, circuendo soggettività e bandendo diversità: sfruttamento, violenza, razzismo, ….
I corpi siamo noi, la cultura che acquisiamo, le libertà che apprezziamo, la dignità che rivendichiamo, la sicurezza che propugniamo, … la memoria e l'indifferenza che non riconosciamo.
Corpi spezzati, fiaccati dall'impossibile narcisismo, eppure sostanza di valore, coscienza critica per il possibile cambiamento.

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Imperialismo dei brevetti, conquista mondiale del territorio .... Con gli ogm e' possibile ?!
Così risponde Giuseppe Altieri ad un intervento pro-ogm del Dr. Bressanini pubblicato su Greenplanet per animare la discussione scientifica sull'argomento ogm.

Sapevate che .....
<< un tecnico  dell'Istituto Superiore di Sanità ha puntualizzato che il costo  economico dei controlli a carico della società, in caso di introduzione di soglie di tolleranza, sarebbe proibitivo e spropositato, oltre a non  garantire più la purezza delle altre filiere OGM free, ovvero andrebbe conto il principio di  "coesistenza", creando un monopolio di fatto sottoposto a diritti di  brevetto.>>

<< L'effetto delle soglie di tolleranza è stato quello della scomparsa di  qualsiasi forma di etichettatura attestante presenze di OGM negli  alimenti, perché di fatto nessuno potrà dimostrare che in un lotto le  presenze di OGM sono superiori ai limiti di legge.>>

<<Dall'altra, in regime internazionale di diritti di proprietà brevettuali sui geni modificati,  quelli che dovranno pagare saranno, molto probabilmente, gli agricoltori  contaminati da OGM, che non hanno pagato i diritti sul proprio raccolto a qualcun altro che glielo ha contaminato.>>

Sembra impossibile ma è vero ... diversi agricoltori hanno denunciato la precarietà economica e giuridica di tale situazione. Si sono trovati portati in giudizio dai colossi delle multinazionali: da contaminati ad accusati, in ogm il passo è breve!!!

<< Gli OGM rappresentano una tecnologia di puro dominio e conquista del  territorio mondiale (molto più economica di una guerra fatta con le  armi)>> ....

questa affermazione di Altieri sigla l'estrema vicinanza tra ambientalismo e questioni sociali, alimentazione/agricoltura e guerre mondiali .... un importante punto di convergenza con il POPOLO DELLA PACE.

Altra richiesta, più che condivisa, è quella di un REFERENDUM POPOLARE, anche regionale per fare decidere ai consumatori cosa vogliono mangiare e se ritengono che il rischio di fare da cavie da esperimento/ogm sia bilanciato da promesse commerciali non mantenute e non mantenibili.
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 http://www.greenplanet.net/Articolo6407.html

GIUSEPPE ALTIERI (AGRONOMO)

Carissimo  altrocampanaro favorevole agli OGM,
vorrei portare alla sua attenzione alcune questioni tecnico scientifiche, riservandomi ulteriori argomenti, invitandoLa, intanto, a  consultare gli atti del simposio mondiale sugli OGM tenutosi a Perugia  nel 2003, organizzato con contributo del Mipaf e della Coldiretti http://digilander.libero.it/agernova/convegno%20OGM.htm  che  eventualmente possiamo farLe avere.

Intanto, per ora, la soglia di tolleranza  è solo un'escamotage per giustificare le contaminazioni delle coltivazioni OGM free, che in Italia, al momento,  non esistono in quanto sono vietate le coltivazioni OGM, per il  semplice fatto che gli OGM non rispettano il principio di  coesistenza, contaminando le altre coltivazioni OGM free (biologiche,   tipiche e semplicemente OGM free).
Io, consumatore, se non  voglio mangiare OGM, per semplice scelta libera (che sia politica  o di prevenzione del rischio) ho il diritto di non farlo, perché  magari sono "intollerante" (i rischi da OGM non dipendono certo dalle  dosi di assunzione).
 
Cosa significa libertà, altrocampanaro pro-OGM?
Ora, finché le aziende sementiere biotech non saranno in grado di evitare le  contaminazioni da OGM, della loro coltivazione non si può parlare, per  il semplice fatto che gli stessi OGM non rispettano la libertà di  produzione e commercio, sancita dal WTO e non sono quindi "liberali".
Venendo alla problematica dei controlli e delle "supposte" soglie  di tolleranza (mi perdoni il doppio senso delle virgolette)  premetto che la UE chiede una legge di "coesistenza" e non di  "tolleranza".
E preciso che se io faccio un campionamento  su un  campione legale di semi di masi o soia per  verificare le contaminazioni da OGM, posso avere risultati attendibili  solo con la tolleranza zero, mentre in caso di definizione di una  soglia di tolleranza, non potrò più perseguire le  contaminazioni illegali.
E' un pò quello che succede per i pesticidi: a forza di soglie di  tolleranza siamo diventati tutti "intolleranti".

Mi spiego meglio: il campione di analisi è stabilito in 3.000 semi. 
L'analisi di tipo qualitativo è in grado di  rilevare anche la presenza di un solo seme transgenico in virtù  della reazione di "moltiplicazione" della particella transgenica a opera di enzimi sensibilissimi, dando così un risultato di  positività.
Nel metodo quindi non c'è un problema di sensibilità, in  quanto basta un seme transgenico presente nel campione per evidenziare la  positività, bensì di "campionamento".
Ciò significa  che se una partita di sementi contiene OGM, anche in minime tracce  (attualmente illegali, in quanto basterebbe un solo seme di mais a contaminare fino a 5  milioni di semi di piante vicine, vista l'elevata produzione di polline), il produttore sementiero potrebbe farla franca in  caso di campionamenti non adeguati.

Ma sussistono metodi di prelievo sui lotti di sementi per cui, effettuando ripetuti campionamenti, a  carattere rappresentativo, sullo stesso lotto (come previsto dalle  normative), riduciamo al minimo il rischio di non rilevazione delle  contaminazioni illegali delle sementi ad opera di OGM.
 E, beninteso, una volta che anche solo un campione desse esito positivo, significherebbe  che tutta la partita di sementi è contaminata da OGM, e pertanto verrebbe sequestrata.
Ciò significa che le ditte sementiere sarebbero indotte a produrre sementi OGM free nei Paesi OGM free o in zone a distanza di sicurezza (in paesi molto vasti come gli Usa, il Canada o  la Cina), senza  contaminare le sementi per colpa o dolo, come purtroppo hanno fatto negli ultimi anni, creando  situazioni di "contaminazioni di fatto", per fortuna ben  perseguite dagli enti preposti al controllo.

Insomma, dal momento  che non c'è nessun problema nel produrre sementi OGM free, visto che  gli OGM si coltivano solo in 5 paesi del mondo e gli stessi Paesi, volendo, hanno aree molto vaste da dedicare all'OGM free, introdurre  soglie di tolleranza significherebbe solo legalizzare una contaminazione  irreversibile.

Qualcuno obietta che il metodo di analisi previsto dalla  normativa italiana per il rilievo delle contaminazioni delle sementi  sia indicato come "Quantitativo", e che questo metodo abbia un limite  di attendibilità ai valori maggiori di 0,049%.
Ma l'attendibilità, in  ogni caso, sarebbe solo sul valore quantitativo, mentre la presenza o  assenza verrebbe sempre evidenziata dalle analisi qualitative.
Se l'analisi quantitativa (utilizzabile a fini  statistici per rilevare l'entità delle contaminazioni rilevate)  fornisce un dato preciso con valori maggiori a 0,05, nel nostro  caso, con un campione di 3.000 semi, alla presenza di 2 semi su 3.000  (0,06%).
Ciò significa che ogni valore inferiore, che sia positivo all'analisi qualitativa, ma incerto a quella quantitativa, non potrebbe  essere altro che  di 1 seme su 3.000 (ovvero del valore quantitativo di  0,03%), poichè tra 2 e zero, c'è matematicamente solo il valore 1. 

Stiamo parlando di semi OGM (le palline colorate a cui si riferisce nel Suo secondo intervento) presenti su un campione di 3.000 semi, non essendoci  possibilità di inserimento di mezzo DNA o mezzo seme.
Se venissero autorizzate soglie di tolleranza, gli errori di  campionamento sarebbero fattore condizionante chiave, soprattutto con  livelli bassi di contaminazioni (sufficienti in ogni caso a produrre  contaminazioni ambientali su larga scala e irreversibili) e i valori  rilevati dalle analisi in prima istanza potrebbero essere facilmente  impugnati dalle ditte sementiere, che si rivolgerebbero alla loro Corte  di Cassazione (Istituto Superiore di Sanità), che annullerebbe il  lavoro di controllo effettuato dagli organi preposti.

In un recente corso tenutosi allo  Zooprofilattico di Perugia, un tecnico  dell'Istituto Superiore di Sanità ha puntualizzato che il costo  economico dei controlli a carico della società, in caso di introduzione di soglie di tolleranza, sarebbe proibitivo e spropositato, oltre a non  garantire più la purezza delle altre filiere OGM free, ovvero andrebbe conto il principio di  "coesistenza", creando un monopolio di fatto sottoposto a diritti di  brevetto.

Purtroppo, nel settore degli alimenti le norme UE prevedono limiti di  tolleranza sotto i quali non si deve evidenziare in etichetta la presenza di  OGM (0,9% per gli OGM autorizzati al consumo in Europa e addirittura  0,5% per quelli non autorizzati, il che significa che potremmo, in teoria  mangiarci di tutto, ovviamente di provenienza estera, e magari da paesi  dove gli "scrupoli" sulla salute sono molto carenti).
Non era più logico prevedere per gli alimenti, nel rispetto della libertà  di commercio internazionale e di scelta del consumatore, una dicitura  "contenente tracce di OGM", nel caso di contaminazioni accidentali da  OGM degli alimenti importati?

L'effetto delle soglie di tolleranza è stato quello della scomparsa di  qualsiasi forma di etichettatura attestante presenze di OGM negli  alimenti, perché di fatto nessuno potrà dimostrare che in un lotto le  presenze di OGM sono superiori ai limiti di legge.

Un paese come l'Italia, semplicemente non può permettersi le  coltivazioni di OGM (anche per inutilità tecnica) semplicemente per la contaminazione delle altre filiere di produzione OGM free, a  meno che non vogliamo consegnate tutto il nostro patrimonio  agroalimentare a delle industrie sementiere che,brevettando un gene e contaminando le altre varietà della stessa specie, acquisiscono i  diritti sul lavoro millenario dei nostri avi.

Gli OGM rappresentano una tecnologia di puro dominio e conquista del  territorio mondiale (molto più economica di una guerra fatta con le  armi) ed è inutile chiedere i danni da contaminazioni, perché da una  parte le grandi imprese sementiere, pur di contaminare tutte le altre forme di  agricoltura ed in particolare il biologico (la speranza  economica, ecologica e sanitaria per l'Europa, nonostante le  "aflatossine" che sprizzano dai cervelli -quelli sì ammuffiti- di certi cattedratici) sono disposte anche a pagare i "danni", dal  momento che la "contropartita" non ha prezzo.
Dall'altra, in regime internazionale di diritti di proprietà brevettuali sui geni modificati,  quelli che dovranno pagare saranno, molto probabilmente, gli agricoltori  contaminati da OGM, che non hanno pagato i diritti sul proprio raccolto a qualcun altro che glielo ha contaminato.

Per la prima volta nella storia, oltre ai diritti sui semi si  inseriscono quelli sul raccolto!
Credo che tale materia, come previsto dalla UE, debba essere sottoposta  a referendum popolare, prima di avviare la contaminazione irreversibile  delle nostre agricolture e la distruzione dell'agricoltura biologica.
Asseme, l'associazione sementieri mediterranei si è rivolta alla Corte Costituzionale, per difendere le regioni dichiaratesi OGM free e garantire "l'esistenza" della nostra agricoltura tradizionale dal rischio di  "coesistenza" con chi ce la vuole distruggerebbe.

Abbiamo un anno di tempo per una battaglia durissima e continueremo  a lottare  fino all'ultimo, semplicemente per la libertà e il libero mercato
Distinti saluti
Giuseppe Altieri
Professore di Entomologia-Fitopatologia all'Istituto tecnico agrario di Todi
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Mentre i 500 esperti venuti da tutto il mondo, riuniti fino al 2 febbraio a Parigi, lanciano l'allarme sul più che probabile superamento della soglia critica di più 2 gradi centigradi in media della temperatura mondiale - il che comporterebbe mutazioni irreversibili e catastrofiche - il Pnue (Programma delle Nazioni unite sull'ambiente) ha chiesto ieri al nuovo segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, di convocare d'urgenza un vertice mondiale sull'ambiente.

Una conferenza internazionale potrebbe aver luogo a settembre, con l'obiettivo di trovare un successore al Protocollo di Kyoto, approvato da soli 35 paesi sviluppati e che ha corso fino al 2012. L'effetto di Kyoto sarà solo parziale: ha l'obiettivo di ridurre del 5,2% le emissioni di gas serra di qui al 2012 rispetto al '90 ma, dopo il rifiuto degli Usa - il principale inquinatore - concerne solo il 29% dell'insieme delle emissioni.

Kyoto ha istituito anche il sistema del «diritto ad inquinare», con la possibilità di compravendita di quote di Co2. Ma anche per il carbonio vige la regola del mercato della domanda e dell'offerta: una tonnellata di Co2 «valeva» 25 euro, ma adesso ha subito un crollo ed è scambiata intorno ai 12 euro, una cifra che non incita gli industriali a ridurre le emissioni, al costo proibitivo di modernizzare i rispettivi processi di produzione.
La Francia, per fare un beau geste, ha deciso di rendere la conferenza dei 500 esperti neutra dal punto di vista delle emissioni di gas a effetto serra. La venuta (in aereo) e il soggiorno per la settimana dei 500 esperti equivale a 1150 tonnellate di emissione di Co2: lo scambio è rappresentato dal finanziamento, da parte della Francia, di un programma di sostituzione di elementi per cucinare in un villaggio dell'Eritrea, che porterà a dimezzare l'inquinamento locale.

Secondo il rapporto del britannico Nicholas Stern, il cambiamento climatico potrebbe venire a costare all'economia mondiale fino a 5.500 miliardi di dollari, cioè il 20% del pil mondiale, con conseguenze sociali equivalenti a quelle delle due guerre mondiali e della crisi del '29 messe assieme. «Basterebbe mobilitare l'1% del pil mondiale ogni anno - afferma Minh Ha Duong, economista specialista di questioni ambientali - cioè 275 miliardi di euro nella lotta contro le emissioni di gas serra, per evitare le peggiori conseguenze economiche e umane del cambiamento climatico».
Mentre le grandi multinazionali per ora puntano i piedi, aspettando che il settore diventi redditizio, stanno sorgendo qui e là delle piccole iniziative. In occasione della riunione degli esperti e della conferenza di Parigi di questa settimana, sul sito www.actioncarbone.com è possibile calcolare la quantità di emissioni nocive di ognuno, a causa dei gesti della vita quotidiana; www.co2solidaire.org propone non solo di valutare le proprie emissioni di gas serra, ma anche di calcolarne la compensazione, attraverso il finanziamento di diversi progetti; www.climatmundi.org vende 20 euro la tonnellate di Co2 e propone dei «pacchetti-regalo»: per esempio, per un matrimonio, 180 euro per compensare due viaggi di nozze in aereo e una festa con 150 invitati.
Il Gruppo di esperti intergovernativi (Ipcc) riunito a Parigi chiede ai politici di agire. Perché il mondo dell'economia molto probabilmente non si muoverà in modo autonomo, senza che gli vengano imposte regolamentazioni da rispettare. Ma nell'era del tutto mercato una spinta potrebbe venire dal settore assicurativo.
Le previsioni di catastrofi naturali, di aumento di cicloni e di inondazioni, sta cominciando a preoccupare gli assicuratori. «Il settore delle assicurazioni è, fin da oggi, messo di fronte al rischio di una megacatastrofe di 100 miliardi di dollari, cioè due volte il ciclone Katrina», ha avvertito di recente lord Levene, presidente del Lloyd's di Londra. A Davos, alla kermesse dei ricchi e potenti, qualche segnale c'è stato su un inizio di presa di coscienza da parte dei grandi dell'industria. Ma il tempo stringe, avvertono gli esperti.

Anna Maria Merlo
Il Manifesto 31/1/07

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Sono comunque morti che hanno diritto ad una lacrima, ad un riconoscimento.

C'è chi piange i morti per il terremoto:  300  (2016)
C'è chi piange i morti sul lavoro:  1172  (2015)
C'è chi piange i morti in strada:  3419  (2015)
C'è chi piange i morti per suicidio:  4291  (2013)
C'è chi piange le morti per femminicidio:  128  (2015)

C'è chi non c'è a piangere e ricordare i migranti morti e i dispersi in mare: 239 ieri, ormai 4500 quest'anno - 1 morto ogni 42 immigrati giunti in Italia dal mare.

A volte sono contati, pochi i "pescati", molto meno i riconosciuti.
Solo la pietà di pochi li piange, non la miseria comandata delle guerre e delle rapine che li ha costretti alla morte.

Per loro tombe innominate, fosse numerate.

Ieri, giovedì 3 novembre, il presidio mensile in P.za della Scala promosso da Milano Senza Frontiere, a ricordare i morti e i dispersi: nuovi desaparecidos.

C'è un'umanità che non ha più lacrime per il destino della vita umana; una grande indifferenza che spesso si tramuta in razzismo più o meno strisciante, fino a degenerare in quella stupidità che ignora / offusca la stessa realtà segregante dell'interesse esclusivo.  

Non sono i morti a salvare la miseria del potere arrogante.
Non sono i rimpianti del passato o del futuro impossibile.

Il presente prospetta una grande responsabilità di riscatto.

Le lotte per i diritti non si vincono rimanendo soggetti separati, prigionieri della miopia "politica" della propria appartenenza o del giudizio devastante dell'impotenza.

Come dire: appartenere senza credere, credere senza appartenere.

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Può darsi che non siate responsabili della situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla. (M.L.King)

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A - Articolo 11 della nostra Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali''. È una bugia che la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite possa travolgere il presidio normativo contenuto nella prima parte dell’art. 11 della nostra Costituzione. Lo affermano stimati giuristi internazionali.

B - Bombardamenti “Noi italiani non stiamo bombardando”, proclamano a gran voce Berlusconi, e i Ministri La Russa. Scopriamo così di avere dei magici Tornado e cacciabombardieri che “colpiscono ma non bombardano”, come dichiara Frattini. Senza contare poi che dal nostro Paese (Aviano, Ghedi, Trapani, Gioia del Colle ecc) partono gran parte degli aerei franco-anglo-amenricano che stanno sganciando bombe sulla Libia  

C - Civili non è vero che ci sia in Libia una “difesa dei civili dallo sterminio perpetrato da Gheddafi”. Lì è in corso una guerra civile interna di secessione fra clan tribali rivali: quello di Gheddafi in Tripolitania e quello dei cosiddetti “ribelli” in Cirenaica.  

D - Diritti umani, pace, garanzia della sicurezza sono pura mistificazione, un pretesto per invasioni militari. La stessa manipolazione è avvenuta in Irak, dopo le false notizie sulle “armi di distruzione di massa” in realtà mai esistite. Un falso “intervento umanitario” si è avuto anche in Kosovo, facendo poi strage di civili serbi dai cieli per potersi impadronire del territorio. La storia si ripete, purtroppo. 

E - England dietro ai proclami inglesi sull’intervento militare “contro le violenze sulle popolazioni” si nascondono in realtà gli interessi della British Petroleum, che deve riprendersi economicamente dopo il recente disastro ecologico nel Golfo del Messico. Per questo motivo corpi speciali delle truppe britanniche sono stati al fianco dei ribelli di Bengasi già nei primissimi giorni della rivolta contro Gheddafi. 

F - Frattini o Frottolini “Non stiamo facendo la guerra”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri berlusconiano, per tranquillizzare le coscienze del proprio elettorato. Ma i nostri Tornado e cacciabombardieri F 16 sono in volo con bombe per distruggere la contraerea, colpire radar e carri armati, provocando chissà quanti “danni collaterali”, come vengono chiamate in gergo militare le vittime civili dei bombardamenti.  

G - Gheddafi sarà pure un dittatore, uno che ha violato i diritti umani nel suo paese e quant’altro, ma non ci si racconti che i vertici di governo Francesi, Inglesi, americani vogliono salvare il popolo libico dalle violenze di Gheddafi. La recente crisi finanziaria ha ridotto in Libia i ricavi dei pozzi di petrolio, intaccando il rapporto fra le tribù e provocando una guerra civile di secessione di una parte del paese, esattamente come fu in Jugoslavia.
Francia, Inghilterra, e a ruota America e Italia hanno preso a pretesto le divisioni tribali presenti in Libia per farne carne di porco dei loro appetiti neocoloniali.  

H - Hussein Tarek Saad, colonnello, è uno degli alti ufficiali del regime di Gheddafi passato coi ribelli di Bengasi, che ha affermato al “Time” che “sono stati i giovani ad iniziare la rivolta, e poi sono stati messi da parte” per lasciar spazio agli ex gerarchi del regime di Gheddafi ribellatisi, cavallo di Troia delle potenze straniere. La volontà di democratizzazione e autodeterminazione da parte dei giovani, contrari all’intervento straniero, è stata dunque usata all’inizio solo come paravento.

I - Invenzioni dei mass media Sono state inventate di sana pianta notizie allarmanti e orribili per legittimare poi l’intervento “umanitario” a favore delle popolazioni civili libiche. Bugie come ad esempio le migliaia di fosse comuni,  rivelatesi essere invece antecedenti alla guerra e inerenti ai lavori di ristrutturazione del cimitero di Tripoli. 

L - Lanci chirurgici è una grossa balla. Sparano da lontano, dal mare, dal cielo, non vedono grazie alla tecnologia, usano aerei senza piloti, con bombe e radar., e i risultati sono sempre gli stessi nelle ultime guerre

M - Manifestazioni non è vero che il conflitto interno alla Libia sia uguale a quello delle rivolte scoppiate negli altri paesi arabi. Perché in Libia il reddito pro-capite è 6 o 7 volte superiore ai paesi vicini; perché la Libia ha attratto parecchia manodopera africana (un milione e mezzo); perché non ci sono stati finora immigrati libici nei paesi europei; perché non c’è stato un crescendo di manifestazioni popolari né scioperi degli operai nei centri industriali come in Tunisia ed Egitto 

N - No-fly zone, si chiama così ma si legge bombardare un Paese, calpestando il diritto internazionale, la sovranità, l'indipendenza, l'unità e l'integrità territoriale di una Nazione che ha diritto alla propria autodeterminazione  risolvendo le proprie questioni interne senza ingerenze militari.   

O - ONU la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza che ha permesso l’iniziativa militare, si è servita come pretesto della cosiddetta «responsabilità di proteggere» (Responsibility to protect), usata quando ci sarebbe una grave violazione dei diritti umani da parte di uno Stato. Ma in verità in Libia siamo di fronte ad una guerra civile interna tribale fa clan, e l’intervento militare di nazioni esterne si configura quindi come un’ingerenza in questioni interne ad uno Stato. La risoluzione dell’Onu, inoltre, è stata scritta con contorni volutamente incerti,  in modo che fosse interpretabile da ciascun banchettante a modo suo. E i risultati si stanno vedendo.  

P - Pace “Si vis pacem para bellum” se vuoi la pace prepara la guerra. I nuovi colonialisti parlano di pace ma usano in verità sempre la guerra per soddisfare i loro appetiti. Bisogna al più presto predisporre tutti i passi politici e diplomatici per far cessare il prima possibile la perdita di vite umane, i bombardamenti, ed ogni operazione di carattere militare. Solo la mediazione di una Commissione Internazionale, di un soggetto neutrale come ad esempio l’Assemblea delle Nazioni Africane o la Turchia, può diventare l’artefice di una soluzione pacifica del conflitto. 

Q - Qatar, è lo stato arabo appena inserito nel gruppo dei “volonterosi” che sta portando avanti le operazioni militari. Sarebbe questo il campione della democrazia? Uno stato che si è di recente contraddistinto per la sanguinosa repressione dell’opposizione al proprio interno?  

R - Ribelli Il presidente del Consiglio Provvisorio di Bengasi è l’ex ministro della giustizia libico Mustafà Abdel Jalil, bengasino come lo è l’ex ministro degli interni, il generale Abdul Fattah Younes. Del Consiglio fanno parte ex alti ufficiali delle forze armate libiche e un settore rilevante dell’apparato statale del regime di Gheddafi, e gruppi islamici. Un gruppo di potere mosso in realtà da insoddisfazioni, in particolare per la riduzione di benefici dovuta alla recente crisi internazionale. Su questo hanno indubbiamente lavorato nei mesi precedenti la “rivolta” i servizi segreti britannici, statunitensi, francesi ma anche quelli italiani 

S - Sarkozy quanto sincere sino le sue idee “democratiche” e “umanitarie” lo si capisce ricordando che pochi mesi fa offriva aiuti militari al dittatore Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina.  

T - Total e BP Sarkozy come Cameron hanno in verità lo scopo di piazzare in Libia le loro compagnie petrolifere. La Francia è in crisi col nucleare per i recenti avvenimenti in Giappone, e inoltre incombono le elezioni…

U - UE Unione europea, di unito non c’è più niente in realtà, dopo che la Germania che si è sfilata da ogni iniziativa belligerante, probabilmente perché i suoi appetiti sono rivolti più a Est che nel Mediterraneo.

V - Vandali “invasioni barbariche di  immigrati e criminali a milioni”, ma niente di tutto questo si è finora verificato. Per far sembrare più drammatica la situazione immigrati Berlusconi e Maroni li hanno di proposito concentrati tutti a Lampedusa, ma la verità è che siamo lontani dalle cifre a 5 zeri raccontate da Lega & co. Certo se la guerra proseguirà la situazione immigrati potrebbe di molto peggiorare, e di questo avrà responsabilità anche il PD con l’elmetto. Una responsabilità che non mancherà di pagare anche in termini elettorali.  

Z ZZZZ……e buonanotte e sogni d’oro a quella parte di italiani che crede sempre alle favole! 

Franco Pinerolo

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Trovo incredibile, come cittadino e ancora di più come cristiano, che la ministra della Difesa, Pinotti e  degli Esteri Gentiloni, ambedue provenienti da ambienti pacifisti, abbiano avuto l’ardire di lanciare un appello all’Europa perché si crei al più presto una “ Shengen della Difesa.” E questo proprio nel contesto di questa nostra guerra contro l’ISIS in Libia.

Dico subito il mio rifiuto per l’intervento dell’Italia, a fianco degli USA (in barba alla costituzione Italiana), senza avvisare il Parlamento e senza l’avallo dell’ONU.

La ministra della Difesa, Pinotti, ha ammesso che abbiamo una quarantina di Forze Speciali all’opera sul suolo libico , per proteggere la nostra intelligence impegnata sul posto in azioni di supporto informatico alle milizie libiche.

In Libia ci sono soldati americani per guidare gli attacchi aerei USA, ma soprattutto soldati inglesi che hanno il compito di guidare la guerra contro l’ISIS. Gli americani assicurano che sarà una guerra di “30 giorni”, ma così affermavano anche per la guerra in Iraq e Afghanistan! E sono ancora lì dopo oltre dieci anni! Altrettanto succederà nel ginepraio libico.

Ma quello che maggiormente mi preoccupa è che l’Italia si dimentica di quanto i libici ci odiano per i crimini da noi commessi durante l’occupazione coloniale! Abbiamo fucilato e impiccato in quel periodo centomila libici su una popolazione di ottocentomila.
Necessariamente questa guerra contro la Libia, paese arabo-musulmano, verrà vista come una nuova ‘crociata’ contro l’Islam.
La mia paura più grande è che questa guerra non farà altro che spingere centinaia di gruppi armati jihadisti della zona subsaheliana, dal Mali alla Somalia ad unirsi all’Isis per creare un califfato nel cuore dell’Africa con conseguenze tragiche per il continente nero, ma anche per noi.

Basta con le guerre, basta con le armi! Dobbiamo invece far lavorare la diplomazia e l’ONU per spingere le tre entità in cui si è spezzata la Libia: la Tripolitania con il governo Serraj, la Cirenaica con il generale Haftar e il Fezzan, a mettersi insieme per formare un governo di unità nazionale.  
Invece i nostri governanti perseguono la politica delle armi.
E’ infatti in questo contesto che i Ministri, R. Pinotti e P.Gentiloni hanno lanciato un Appello sul quotidiano francese Le Monde dello scorso agosto per un’ulteriore militarizzazione nella UE. “Si tratterebbe - i due ministri scrivono - di dotare la UE di un’accresciuta autonomia di azione, rafforzando le capacità militari comuni, nonché l’industria militare europea della Difesa.”

Un invito fatto a un’Europa dove il fatturato militare è già molto alto! Solo l’Italia nel 2015 ha esportato per un valore di 8,247 miliardi , un boom del 186% rispetto al 2014!! Armi vendute per esempio agli Emirati arabi e all’Arabia Saudita che le usano per armare i gruppi della jihad e per la guerra contro lo Yemen. Come alla Turchia e all’Egitto, dove vengono violati i diritti umani.

Nel loro Appello poi i due Ministri invitano la UE a fare un passo ancora più ambizioso: ”Il lancio da parte di un gruppo di stati membri, di una sorta di Unione per la difesa europea,unaShengen della Difesa.
Infatti i tecnici del Dicastero della Pinotti, in stretta collaborazione con la Farnesina, hanno elaborato un Piano che il Presidente Renzi ha illustrato alla Merkel e a Hollande nel Vertice di Ventotene.

Questo Piano per creare una Difesa veramente europea è stato poi discusso il 5 settembre con i ministri della Difesa di Germania e Francia. F. Mogherini, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza alla UE, ha detto in una recente intervista: ”Dopo Brexit non esistono più scuse, ora può nascere una Difesa Europea”.
Questo Piano di Difesa Europea prevede una più stretta collaborazione tra le industrie militari con agevolazioni fiscali e sovvenzioni ad hoc, il “Libro bianco della Difesa“ , e un “Direttorato” ad hoc.

E’ incredibile lo stimolo che tutto questo darà alla militarizzazione dell’Europa che è già ‘incastrata’ nella NATO dove vengono spesi quasi mille miliardi di dollari in Difesa! Quasi due miliardi di dollari al giorno!

Come missionario che ha toccato con mano la miseria in cui è costretta a vivere così tanta gente e come prete, obbligato per mandato di Gesù di Nazareth alla non-violenza attiva, non posso che dire NO a questa crescente militarizzazione e produzione di armi che servono a creare sempre nuove guerre, dall’Ucraina alla Libia, dal Sud Sudan alla Somalia, dal Mali allo Yemen, dal Sudan alla Siria, dall’Iraq all’Afghanistan.

E chiedo a tutti, credenti e laici, di alzare la voce gridando il proprio dissenso da questa politica sempre più armata che produce guerra ovunque.

E chiedo a tutti i movimenti, comitati, forum di unire le forze per obbligare il nostro governo a obbedire alla propria costituzione che dice:”L’Italia ripudia la guerra!

Mi auguro che la Perugia-Assisi che si terrà il 9 ottobre prossimo, ci aiuti a rimettere tutti in movimento per dire basta a questa follia(così la chiama Papa Francesco) del militarismo e della guerra.

                          
Alex Zanotelli  

Napoli,9 settembre 2016
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E’ il tema scelto da Milano per l’EXPO’ 2015.  Dovremmo subito sgombrare il campo: noi del primo mondo, non dobbiamo “nutrire il pianeta”, non dobbiamo vendere i nostri modelli, dobbiamo semplicemente permettere al mondo di nutrirsi da solo.

Il fallimento delle politiche delle organizzazioni a livello internazionale, FAO, FMI, Banca Mondiale, WTO, riguardanti la  cancellazione o riduzione della fame nel mondo è sotto gli occhi di tutti.  Siamo la prima generazione ad essere in possesso di strumenti e mezzi per debellare la fame e la povertà nel mondo e,  nonostante questo,  il divario tra paesi ricchi e Paesi poveri aumenta sempre di più ogni anno, come dimostrano i rapporti dell’UNDP ( Programma Delle Nazioni Unite sullo Sviluppo umano).

Secondo il rapporto 2006 dell'UNDP ( dati riferiti al 2005),   

  • 2.5 miliardi di persone (il 40%della popolazione mondiale) vivono con meno di 2$ al giorno,
  • circa 1 miliardo con meno di 1$, 
  • 800 milioni di persone soffrono di fame e malnutrizione, 
  • 1.1 miliardi non hanno accesso all’acqua potabile,
  • ogni ora 1200 bambini muoiono di malattie curabili.
  • In Italia la speranza di vita femminile è  più di 80 anni, in molti paesi africani 40 anni.

Nel paese più ricco del mondo, gli Usa, 44 milioni di persone non hanno diritto all’assistenza sanitaria. 36 milioni di americani (il 13 per cento della popolazione) non guadagnano abbastanza per comprarsi da mangiare. E i poveri sono in aumento.
Questi sono i risultati delle politiche delle Organizzazioni Mondiali, ma soprattutto sono il risultato del nostro modello di sviluppo, i risultati del libero mercato.

Noi non dobbiamo imporre accordi commerciali ingiusti, liberalizzazioni e privatizzazioni indiscriminate, noi non dobbiamo darci il compito di nutrire il pianeta. 
Nostro compito dovrebbe essere semplicemente quello di fornire gli strumenti e i mezzi perché i popoli si nutrano da soli, perché sviluppino e valorizzino l’agricoltura e l’artigianato locale, siano favorite l’organizzazione e lo spirito consortile.

Nel programma dell’EXPO’ non si legge nulla al riguardo, nessuna critica al modello agro-alimentare fin qui seguito, nessuna critica all’imposizione delle monoculture di origine coloniale che impoveriscono il suolo e affamano milioni di contadini, all’obbligo di usare il terreno per produrre soia per il nostro bestiame o eucalipti per la nostra carta, nessuna critica ai prezzi bassissimi delle materie prime da noi imposte, nessuna critica all’impiego nell’agricoltura di Organismi Geneticamente Modificati, di sementi ibride che spegneranno la biodiversità.
L’EXPO, come si legge nel programma, sarà un luogo dove le multinazionali cercheranno di tornare all’attacco per esporre  i vantaggi degli OGM e farci credere  che sono un mezzo per lottare contro la fame nel mondo.
Ma la fame nel mondo non è legata principalmente alla scarsa resa dei terreni e dei semi bensì  alle sovvenzioni all’agricoltura in Europa e negli USA che consentono massicce esportazioni di alimenti dal nord del mondo verso i paesi più poveri che hanno l'effetto principale di buttare fuori mercato le economie locali e così si arriva al paradosso per cui il riso locale costa di più di quello in arrivo dall'occidente.
Il risultato è la distruzione dei mercati locali  e la spinta obbligata a comprare OGM che devono essere comprati ogni anno ,  mentre i semi naturali posso essere ripiantati.
Se davvero la preoccupazione principale delle multinazionali  fosse la fame nel mondo potrebbero rifiutarsi di brevettare le loro manipolazioni, mettendole nel pubblico dominio della conoscenza, a disposizione di tutti; potrebbero utilmente studiare quello che la natura ha già inventato in milioni di anni e che contiene la soluzione biologica a quasi tutti i problemi, compresi quelli degli insetti nocivi e dei terreni aridi.

Un altro pericolo che viene dal Nord per gli stati poveri sono i campi agricoli convertiti  al biocarburante.   Sempre più terre, in tutto il pianeta, finora utilizzate per coltivare prodotti agricoli, vengono adibite alla coltivazione di biocarburanti, come l'etanolo e altri carburanti "puliti"  per ridurre la dipendenza dall'energia petrolifera.
Siamo di fronte ad una competizione per la produzione agricola tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra. Facile indovinare chi vincerà. 
In circolazione ci sono meno prodotti agricoli naturalmente  sempre più cari.  Il mondo rischia di finire il cibo.   Possiamo affermare  decisamente immorale  che in un mondo in cui ci sono ancora tanti affamati,  gli abbienti si permettano di usare del cibo (e dunque grandi porzioni di terra coltivabile) per nutrire le proprie automobili.

Durante l’EXPO ci sarà l’esposizione della produzione elitaria dei cosiddetti prodotti tipici.
Non abbiamo bisogno tanto di propagandare i prodotti tipici, quanto di valorizzare la cultura dei contadini nostrani e dei contadini del terzo mondo, abbiamo bisogno di  pensare a un nuovo rapporto con la terra /Terra che lasci spazio a produzioni e consumi tipici ma non d’élite. Dobbiamo proporre un’offerta di cibi  che diano la possibilità di acquisto diretto a prezzi ragionevoli, accompagnati da informazioni e incontri produttore/consumatore. Dobbiamo comprare soprattutto cibi che vengono dalle nostre campagne e non cibi che hanno fatto il giro del mondo producendo anidride carbonica per il trasporto.
A Milano per esempio abbiamo bisogno di far vivere e valorizzare il Parco agricolo sud mettendo in pratica il Piano di Settore Agricolo e non paventando in continuazione leggi per il cambio d’uso delle terre.  Il Piano "individua  criteri operativi e tecniche agronomiche per ottenere:

  1. produzioni zootecniche, cerealicole, ortofrutticole, di alta qualità al fine di competere sul mercato ed avere redditi equi per i produttori agricoli;
  2. la protezione dall'inquinamento dei suoli, delle acque superficiali e sotterranee, la conservazione della fertilità naturale nei terreni;
  3. la conservazione della fauna e della flora e degli ecosistemi tipici dell'area del parco;
  4. il mantenimento ed il ripristino del paesaggio agrario al fine di preservare le strutture ecologiche e gli aspetti estetici della tradizione rurale;
  5. lo sviluppo di attività connesse con l'agricoltura quali agriturismo, la fruizione del verde, l'attività ricreativa;
  6. lo sviluppo di attività di agricoltura biologica e biodinamica".

Ma il parco sud è continuamente minacciato dalle mire dei grandi gruppi di costruttori e proprio lì si vuole costruire il Cerba, il centro di ricerca bio-medica.

La sindaco Moratti presentando l’EXPO ai cittadini presenti alla festa dell’Unità a Milano si è soffermata molto sul tema della solidarietà e della cooperazione internazionale, presentando l’Expo come l’ evento che potrà aiutare a debellare la fame nel mondo.
Ha incontrato in questo periodo anche le ONG di Milano per trasmettere loro il messaggio e la proposta di lavorare insieme per la realizzazione dell’EXPO.
Le ONG sono invitate a individuare progetti di sviluppo da sostenere in questi anni per poi presentare i risultati nell’ambito dell’Expo.
Il Comune di Milano ha promosso un bando di contributi del valore di 500.000 euro destinati a sostenere progetti nel campo della cooperazione decentrata e della solidarietà internazionale.
Questi progetti dovranno riguardare il diritto ad una alimentazione sana, sicura ed efficiente per tutti, l’accesso all’acqua, la lotta alla desertificazione e la salvaguardia dell’ambiente, la promozione di un’agricoltura sostenibile e la tutela della biodiversità. Prossimamente ci sarà un altro bando per la cooperazione.
Naturalmente  le ONG ringraziano  perché in questi anni si sono sempre viste decurtare i fondi dalla cooperazione a livello nazionale e non pare loro vero di poter fare progetti proficui.

Ma se i soldi ci sono, occorreva l’input dell’EXPO per erogarli?
Si spera comunque che gli aiuti delle ONG siano disinteressati  non come gli aiuti inviati dal Sindaco in Uganda per fornire assistenza alla Polizia locale in  occasione del vertice del Commonwelth .   L’Uganda è tra i paesi votanti e la nostra Sindaco si è prodigata in aiuti inviando un gruppo di appartenenti al Corpo della Vigilanza Urbana per un corso accelerato ai colleghi della polizia ugandese. Naturalmente a nostre spese e non certo per sollevare le condizioni della popolazione locale.
Anche le spese sostenute in viaggi in giro per il mondo del sindaco Moratti e del presidente Formigoni per accattivarsi la benevolenza di chi dovrà votare, i soldi spesi per mantenere l’ufficio e gli stipendi del comitato Expo, quelli spesi per la copertura del cortile di palazzo Marino in vista del ricevimento di tante personalità invitate alla prima della Scala il 7 dicembre potevano essere soldi spesi per diminuire la povertà e la miseria di buona parte dei milanesi o per tutelare  i lavoratori che hanno prestato servizio in tutti questi anni  presso i CAM o per i collaboratori ai servizi dell’Handicap e dei non autosufficienti.  I nostri amministratori sarebbero stati più credibili.

Noi pensiamo comunque che il miglior aiuto dato ai paesi poveri dovrebbe essere per i paesi ricchi quello di porsi l’obiettivo di produrre di meno e di consumare di meno, cioè di ridurre l’impronta ecologica, il nostro impatto sulla Terra. Noi viviamo come se avessimo tre pianeti da consumare.
Se non modificheremo radicalmente i nostri comportamenti e il nostro modello di sviluppo, si prevede entro breve tempo una crisi drammatica, con un crollo della produzione di alimenti e della produzione industriale dovuto alla progressiva diminuzione delle risorse naturali.

Mathis Wackernagel, ricercatore presso la School of Community and Regional Planning dell’Università di British Columbia e autore di L’impronta ecologica (Edizioni Ambiente), ha messo a punto un sistema molto efficace per calcolare l’impatto individuale e collettivo sull’ambiente: il metodo dell’impronta ecologica cioè l’area di terra (campi, foreste, sottosuolo, ecc.) e di mare necessaria a ognuno di noi per sostenere i suoi consumi di materie prime ed energia e per assorbire i suoi rifiuti.
In media, gli abitanti dei paesi industrializzati “consumano natura” per l’equivalente di 4,5 ettari (il triplo di quanto gli spetterebbe) e questo consumo è quadruplicato dal 1900 a oggi. In sostanza, se tutti adottassero il nostro stile di vita occorrerebbero non uno, ma tre pianeti. Per ogni occidentale che supera di tre volte la sua “legittima quota di terra”, ci sono tre persone nel resto del mondo che si devono accontentare di un terzo della loro quota.

Noi italiani in media abbiamo un’impronta ecologica di 4,2 ettari, contro l’ettaro e mezzo che avremmo a disposizione sul territorio nazionale. Il deficit è dunque di 2,7 ettari, che colmiamo in gran parte importando risorse a basso costo dal Terzo mondo.

Un italiano medio produce 398 chili di rifiuti all’anno e quasi il doppio di CO2 rispetto alla media mondiale , consuma 150 chili di carta all’anno (quattro volte la media mondiale), tre volte più combustibili fossili rispetto alla media mondiale.  Abbiamo 1,2 auto ogni due individui, contro una media mondiale di un’auto ogni dieci persone. La produzione di rifiuti, il consumo di energia, la superficie cementificata stanno crescendo velocemente.

Secondo il rapporto del Living Planet del 2002 stiamo intaccando il capitale: il ritmo di consumi di risorse naturali (acqua, terra fertile e così via) ha superato la loro capacità di rinnovarsi. La terra impiega 1,3 anni per rigenerare ciò che l’umanità consuma in un anno. E dato che il 20 per cento più ricco dell’umanità (cioè noi dei paesi occidentali) consuma oltre l’80 delle risorse naturali, in pratica la popolazione dei paesi occidentali supera da sola la “capacità di carico” del pianeta.

Con i nostri consumi smodati siamo oltre il limite di sopportazione della terra. Abbiamo intaccato il capitale. Il che dà luogo a un problema e a un paradosso. Il problema è che non c’è nessun pianeta di scorta. Il paradosso, invece, è che si continua a propagandare la religione della crescita economica illimitata, senza tener conto di un dato inoppugnabile: l’economia, e la nostra stessa sopravvivenza, dipendono completamente dalle risorse naturali, che invece sono limitate. Un solo esempio: è stato calcolato che, ai ritmi attuali di consumo, avremo rame ancora per una trentina d’anni, zinco e piombo ancora per venti, petrolio ancora per circa 40. Senza contare gli effetti indiretti, come il riscaldamento del clima dovuto all’abuso di combustibili fossili.

Nei paesi ricchi, dunque, viviamo ampiamente al di sopra delle nostre possibilità ecologiche: il nostro benessere materiale è possibile solo a prezzo dello sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro di quei tre quarti dell’umanità che vive nel Sud del mondo. Siamo una società miope, incapace di guardare oltre se stessa e i propri immediati vantaggi sia nel tempo - e infatti ignoriamo del tutto i diritti delle generazioni future - che nello spazio - ignoriamo tranquillamente anche i diritti delle altre comunità umane.
Stentiamo anche a riconoscerci parte integrante degli ecosistemi dai quali siamo sostenuti, siamo “disaffezionati” al nostro ambiente, e non ne abbiamo cura. Noi non siamo circondati dall’ambiente, siamo parte integrante dell’ecosfera”.

Invertire la rotta richiede una vera rivoluzione, un cambiamento radicale della mentalità dominante. Dobbiamo convincerci che possedere di meno non comporta una privazione, ma al contrario può essere una liberazione.  La riduzione dei desideri materiali ci aiuta a liberarci dalla competizione e dal vortice dell’ansia.  La liberazione deriva dal capire che il vero appagamento, la vera libertà deriva non dall’avere di più, ma dall‘avere meno necessità”, scrive Wackernagel.
Forse abbiamo qualcosa da imparare dagli indiani d’America, che dicevano: “Sotto la terra che calpestiamo con i nostri mocassini ci sono gli occhi di sette generazioni che aspettano di venire al mondo, e che ci guardano. Per questo i nostri passi devono essere leggeri”...
Ogni gesto che facciamo ha un impatto sul mondo e sulle persone, quello che consumo io non lo può consumare qualcun altro, e se non lo consumasse nessuno sarebbe meglio per tutti! Dunque la scelta di vita sobria è una scelta altruista, mentre il consumare è una scelta egoista.

Purtroppo i politici sostengono che solo la crescita dei consumi può salvarci.
“Solo accettando di produrre e consumare di meno potremmo fermare il saccheggio del sud del mondo, le guerre per l’accaparramento delle risorse, il degrado del pianeta e consentire agli impoveriti di costruire il proprio sviluppo” scrive Francuccio Gesualdi in “ Sobrietà”  (ed Feltrinelli).
“Apparentemente, la sobrietà è solo una questione di stile di vita, in realtà, è una rivoluzione economica e sociale che manda in frantumi il principio su cui è costruito l’intero edificio capitalista.

Se riuscissimo a ridimensionare il ruolo del denaro e del mercato, ci renderemmo conto che è possibile costruire un’altra economia capace di farci vivere bene pur disponendo di meno.
Se riuscissimo ad avere un’altra concezione del lavoro, della ricchezza, della natura, della solidarietà collettiva, ci renderemmo conto che è possibile costruire un’altra società capace di coniugare sobrietà, piena occupazione e diritti fondamentali per tutti.
Ecco perché la sobrietà è molto di più di una filosofia di vita. È un progetto politico che si fa alternativa al sistema.”

Non “ Nutrire il pianeta”, ma “ ridurre i nostri consumi”, “riutilizzare” , “riciclare”, “risparmiare” dovrebbe essere il titolo di un’EXPO credibile oggi.

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Alcune centinaia di persone hanno partecipato al pomeriggio di domenica primo marzo 2015 in piazza Duomo alla giornata del "1° Marzo - una giornata senza di noi".
Vedi le foto

Sopra e attorno al camion che faceva da palco, sono intervenuti gruppi artistici e del folclore culturale di diversi paesi, ognuno proponendo sensazioni ed emozioni, che si intervallavano con brevi interventi mirati a sottolineare aspetti importanti delle condizioni di vita, senza tratti somatici o colori di pelle, ma sicuramente sostanza del diritto umano e della dignità di persone.
Di seguito potete leggere i brevi interventi tematici per i quali si è voluto caratterizzare la manifestazione così come già annunciati nel volantino.
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Questo evento è giunto alla sesta edizione e ha come protagonisti gli immigrati e le forze antirazziste di questa nostra città, che per opporsi a ogni discriminazione hanno creato la rete “Milano senza Frontiere”…. continua
Intervento introduttivo.pdf

Agli italiani gli stranieri piacciano. Piacciono quando puliscono le nostre case, fanno le baby sitter ai nostri bambini o curano i nostri anziani. … continua
Diritto alla casa.pdf

Se nella democrazia ateniese la politica attiva rimaneva nelle mani degli abitanti della città, nella democrazia moderna questo passa ai politici.. … continua
Partecipazione.pdf

Conosco bene gli argomenti di cui mi scrivete e tengo a confermarVi il mio impegno verso una politica aperta e inclusiva, per una Città che sappia accogliere e integrare le differenze riconoscendole come ricchezza per tutti. … continua
Messaggio del sindaco Pisapia.pdf

Sono Imed Soltani presidente dell'associazione “La terra per tutti”, che rappresenta i famigliari dei tunisini scomparsi mentre stavano attraversando il Mediterraneo nel 2011 verso l’Italia. ... continua
Messaggio di Imed Soltani.pdf
Durante l'ascolto e la lettura del messaggio di Imed si è stato fatto un flash mob sui morti e dispersi nel mare Mediterraneo.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Questo dice il primo articolo della Costituzione nata dalla Resistenza contro il fascismo e il nazismo.continua
Il lavoro è un diritto.pdf

La partecipazione delle persone alle scelte politiche e sociali dove si vive, porta a riflettere su due condizioni. Una sono le leggi e le Istituzioni, e queste oggi vanno nella direzione del totalitarismo.continua
Democrazia reale e partecipazione.pdf

Nel 2015 la Regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce, di fatto,  la costruzione di luoghi di culto. … continua
Libertà di culto.pdf

Ho quasi 27 anni, sono diplomata come gestore dei servizi turistici, lavoro come impiegata in provincia di Milano, convivo e ho un bellissimo figlio di 5 anni. … continua
Libertà sessuale.pdf

Si parla in questi giorni della buona scuola. Noi vorremmo una buona scuola, ma la scuola che propone il governo non è una buona scuola.continua
Una scuola capace di futuro.pdf

Il mondo è in un momento molto difficile. La crisi economica, sociale, politica, valoriale che viviamo fa emergere ipotesi di società pericolose per l’insieme dell’umanità, per l’affermazione del pluralismo e delle diversità.continua
Intervento a chiusura.pdf

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La manifestazione è stata promossa da:

Arcobaleni in marcia, Convergenza delle culture, ArciLesbica Zami Milano, Todo Cambia, Ass.Dimensioni Diverse, Macao, Spazio Mondi Migranti, Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza, Sisa, Associazione d’amicizia Italia Cuba, Altra Europa Milano e Provincia, PRC-Federazione di Milano, Sel Zona 4, Studio 3R, Consulta Rom e Sinti-MI, Naga, Partito Umanista, Rete Scuole Senza Permesso.

e ha visto l’adesione di molte associazioni e  singoli:

Rete 1° Marzo, Associazione per i Diritti Umani, Ass. Casa delle Donne di Milano, ALA Milano Onlus, Umanisti di Cremona, Massimo Gatti, Vittorio Agnoletto, Sandra Cangemi e il Coordinamento Nord Sud del mondo di Milano, Ass. Arcobaleno, SEL Milano e Lombardia, Comitato No Mous Milano, Ass. Fonti di pace Onlus, Azione civile Milano, Ass. Possibile, Mondo senza guerre e senza Violenza, ARCI, il gruppo The Colors Of True Love, ANPI Zona 8, Non Uno di Meno, PD area metropolitana di Milano, El Punto Aparte.

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"dieci domande" di persone, consapevoli di disporre di poche informazioni, ma tenacemente contrarie alle guerre  umanitarie.

  1. Perché solo ora la comunità internazionale si accorge che Gheddafi è a capo di un regime autoritario e liberticida? Chi sono gli insorti  libici, e chi rappresentano?
  2. Perchè il governo italiano ha firmato un Trattato economico e militare con lo stato libico, e non lo ha disdetto con il necessario voto parlamentare?  Perchè l'Italia  ha venduto le armi alla Libia?
  3. Quali sono stati gli effetti dei più recenti interventi militari "umanitari"? (Kosovo, Iraq, Afghanistan….)
  4. Perchè il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha votato un documento generico che consente a chiunque di andare a bombardare la Libia con l'astensione di cinque paesi, fra cui la Germania e la Russia, anzichè inviare forze di interposizione a difesa della popolazione civile, ed osservatori incaricati di verificare la tregua comunicata il 18 marzo?
  5. Perché l’ONU schiera a difesa degli insorti paesi ex coloniali con grossi interessi economici in Libia; e perchè coinvolge la NATO e non paesi veramente “terzi” ed estranei al conflitto?
  6. Perché gli insorti libici provocano l’indignazione internazionale e l’intervento della NATO, mentre altri massacri (Palestina, Bahrein, Sudan) sono di serie B?
  7. Perché l’Arabia Saudita si è schierata a fianco degli insorti libici ma reprime ogni tentativo di  democratizzazione nel proprio paese; ed  ha inviato soldati sauditi a reprimere le proteste in Bahrein (45 morti negli scorsi giorni)?
  8. Perché l’Italia respinge i barconi con i profughi, se ha a cuore le sorti delle vittime della guerra?
  9. Perché i sinceri difensori della nostra Costituzione non scendono in piazza a difendere l'art. 11 "L'Italia ripudia la guerra?
  10. Chi ha proposto Barack Obama per il premio Nobel per la pace?

Norma -19/03/2011

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Il 2 giugno l'Italia celebra la Repubblica, nata dalla Resistenza e fondata sulla Costituzione. Entro il 30 giugno il nuovo Parlamento dovrà votare sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero.

LA POLITICA PRENDA IL POSTO DELLE ARMI.
BASTA CON LA PARATA MILITARE, BASTA CON LE MISSIONI MILITARI

La Costituzione Italiana e i diritti sociali che garantisce a tutti i cittadini e le cittadine sono sotto attacco. Il ripudio della guerra da essa sancito è stato stracciato dai precedenti governi, che hanno trascinato il paese in guerre e occupazioni.

Siamo tutti impegnati a respingere gli attacchi alla Costituzione votando no al referendum costituzionale del 25-26 giugno, e a difendere l'articolo 11.

Noi chiediamo al Presidente della Repubblica e al Governo che sta per insediarsi di sospendere la parata militare prevista per il 2 giugno.

Il pianeta è attraversato da guerre, violenze, barbarie inaudite. Enormi risorse sono sperperate in armamenti, mentre la povertà aumenta ovunque.

Non c'è nessun esercito da celebrare, c'è da sconfiggere qualsiasi logica militare e militarista per diffondere cultura di pace, di giustizia e di convivenza.

Chiediamo al nuovo Governo e al nuovo Parlamento di iniziare la legislatura dando un segnale forte di inversione culturale rispetto alla militarizzazione della società e della politica: si smetta di coprire il ruolo delle forze armate impegnati in operazioni di guerra e in occupazioni con la maschera degli interventi umanitari e di peace-keeping.

Il lavoro umanitario e per la pace condotto quotidianamente da migliaia e migliaia di civili impegnati in operazioni di soccorso e di prevenzione dei conflitti non ha nulla a che fare con le armi e con gli eserciti.

E' urgente che l'Italia separi le proprie responsabilità dall'occupazione illegale dell'Iraq e dalla guerra permanente e si impegni con una forte iniziativa diplomatica per ristabilire sovranità, pace e convivenza nell'area.

E' urgente che si pronunci contro qualsiasi intervento militare contro l'Iran, si impegni per un piano generale di disarmo nucleare, per la fine dell'occupazione in Palestina e una pace giusta in Medio Oriente.

Chiediamo che non siano rifinanziate le missioni in Iraq e in Afghanistan, che si ritirino immediatamente i soldati italiani e ridiscutendo tutte le missioni militari italiane all'estero.

La politica prenda il posto delle armi. L'Italia costruisca la pace con la pace.

Per questo ci impegniamo a mobilitazioni diffuse il 2 giugno, che verranno decise città per città, e prepariamo da subito la mobilitazione sotto il Parlamento, con delegazioni nazionali, in occasione del voto sul rifinanziamento delle missioni militari che si terrà prima della fine di giugno.

From: Raffaella Bolini bolini@arci.it
Sent: Monday, May 15, 2006 6:15 PM
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C’è un segnale ricorrente nel rumore del chiacchiericcio mediatico: è un segnale che insiste sulla crescita esponenziale della sensibilità antipolitica, e lamenta di un distacco sempre più netto tra la società e i politici di professione. A fronte del discorso sulla crisi di partecipazione della democrazia rappresentativa, avviene anche a volte che siano gli stessi “governanti” a sancire questo distacco affermando un monopolio di fatto su tutto ciò che è “politico”:

questo accade quando le azioni del movimento sono tacciate di essere espressioni dell’impolitico, incapaci di muoversi sul piano delle grandi decisioni e quindi, a volte, capaci di fare il gioco di chi, nella “grande decisione” vede dischiudersi la possibilità della svolta autoritaria, del populismo di destra. La rappresentanza politica conduce così di fatto il discorso sulla propria crisi attraverso la figura del doppio vincolo: da una parte lamenta la mancanza di passione politica presente nel corpo sociale, dall’altra afferma una sorta di “modello unico” sulla modalità in cui la passione politica vada espressa e incanalata. È evidente che qui giocano concezioni assai diverse su quali siano le categorie del politico, e soprattutto che cosa sia la politica e a chi competa farla, chi debba, cioè determinare i processi reali: si tratta di capire allora in cosa consistano tali concezioni, di quali differenze siano composte e a quali prospettive alludano.

Quando si dice che un’iniziativa di movimento ha carattere impolitico o anti-politico, si afferma una concezione della politica di questo tipo: essa si esercita dentro lo spazio delimitato dal sistema dei partiti, e descritto come democrazia rappresentativa, tutto il resto appartiene ad altre sfere, come l’economia, il costume, la società. Le voci che si levano da questi ambiti sono proposizioni non ancora dotate di senso politico. Spetta agli attori del sistema dei partiti tradurre tali voci in agenda politica, battaglia parlamentare, legge dello stato. Curioso: i professionisti della democrazia rappresentativa tentano una delimitazione di campo proprio in un’epoca in cui da una parte essi lamentano la scarsa propensione, diffusa nella società, a partecipare all’agone politico, mentre dall’altra i limiti dell’agone stesso assumono il carattere di confini sfumati, verso l’alto e verso il basso, da una serie impressionante di mutazioni politiche e sociali.

Per necessità argomentativa accenniamo a tali mutazioni, senza però perderci in una materia tanto complicata: verso l’alto, i confini della democrazia rappresentativa dello stato nazione sfumano nelle cessioni di sovranità che le agenzie transnazionali deputate alla stabilità economica e al commercio su scala globale richiedono, e nella multilateralità intergovernativa necessaria ad affrontare le emergenze su scala globale, e a fare le guerre; verso il basso, nelle dinamiche associative che si agitano nella società, e organizzano la propria passione cooperando sia sul territorio, sia nella sfera digitale, e talvolta in una felice commistione di entrambe. Semplificando: i partiti politici tendono a perdere presa sia sul piano complessivo della decisione politica, sia sul piano della vita associativa. Ma il punto non è questo: si tratta di un dato bruto, di un processo strutturale. Il punto e il cuore della faccenda sta nel modo in cui le organizzazioni della rappresentanza reagiscono alla propria crisi.

Quando la rappresentanza politica si rapporta con chi sperimenta innovazioni della vita associativa fuori dai luoghi della democrazia rappresentativa, lo riesce a fare solo con un atteggiamento strumentale. È una lotta che posso cavalcare? Èuna relazione “politica” che mi posso spendere altrove? Riesco a segnare il mio marchio su questa mobilitazione in modo che possa tradurla in voti? Sono queste alcune delle domande che stanno in testa del professionista della politica. Nessuna di queste domande si piega alle necessità specifiche delle mobilitazioni, delle lotte, delle vertenze sociali a cui si rapporta. Nessuna di queste domande si interroga sul fatto che queste lotte non vogliono solo partecipare, ma anche vincere: non vogliono essere né le spie dei dissesti del sistema né i focus group dell’attività di governance. Nessuna di queste domande entra coi piedi nel piatto della crisi della politica rappresentativa e, magari, si interroga sul fatto che nelle lotte territoriali e nei movimenti della moltitudine vive un principio di sperimentazione delle nuove forme dell’agire politico che ha molto da dire su come si esce dalla crisi della politica.

Quest’atteggiamento strumentale rivela una concezione poco appariscente, una sorta di sapere tacito, di sfondo che fa parte della cassetta degli attrezzi della rappresentanza politica più contigua ai movimenti: che ciò che si agita selvatico nelle lotte sociali, nelle mobilitazioni territoriali, nei movimenti contro la guerra, nelle nuove lotte operaie, è una sorta di materia prima, una sostanza non ancora raffinata che non può essere collocata nel mercato politico come tale. È qualcosa di pre-politico, il diamante grezzo dei movimenti, per i professionisti della politica. E come tale ha la potenza di diventare prezioso, fonte di consenso, gloria e legittimazione. Ma può anche diventare pericoloso. Questo avviene quando il “prepolitico” si dichiara indisponibile alla raffinazione, quando afferma protagonismo sociale, e non vuole cedere la decisione su di sé. Allora, per il professionista della politica, il prepolitico diviene impolitico, antipolitica, qualcosa di inutilizzabile non solo per il proprio progetto, ma per la politica tout court, perché è solo nel sistema in cui acquisisce senso il proprio progetto che si dà la politica.

La concezione per cui debba essere attribuito un carattere di impoliticità nei confronti dei movimenti è una reazione scomposta della rappresentanza politica alla propria crisi. È sintomo di una più generale debolezza di progetto quella che rivela: quando non si riesce a contrastare attaccando i trasferimenti di sovranità verso l’alto, la democrazia rappresentativa reagisce cercando di barricarsi dalla domanda sociale di trasferimento di sovranità verso il basso, costruendo lì la propria linea Maginot contro il nemico “impolitico” che avanza.

Dunque, lo spazio della democrazia rappresentativa è sotto attacco. Non lo è certamente da oggi: sono processi di lungo periodo quelli che lo logorano. Abbiamo anche detto che questo attacco si dà su un doppio fronte, e qui va fatta una doverosa precisazione. Quella che afferma che non c’è alleanza, né convergenza parallela tra i “trasferimenti di sovranità” verso l’alto, che stanno nel divenire impero dei processi di globalizzazione, e quelli verso il basso, che stanno nella domanda sociale di autonomia, di riappropriazione della decisione su di sé, e riposano sulla crescente capacità della moltitudine dei produttori di gestire il dispositivo della propria cooperazione, e mettersi assieme per il bene comune. La democrazia rappresentativa sta in mezzo tra le mutazioni istituzionali necessarie al governo del mercato mondiale, e la tensione di conflitto che lotta e si agita dentro e contro questi processi. E qui sceglie una posizione oggettivamente reazionaria: quando l’insieme sfaccettato e composito dei rapporti sociali acquisisce una qualificazione sempre più politica, perché esiste in rete, è cooperativo, interdipendente, comune, essa sceglie la chiusura, il restringimento di campo, l’arroccamento. La democrazia rappresentativa sceglie cioè la rappresentanza contro la democrazia.

Che cos’è allora l’impoliticità dei movimenti? Da una parte, abbiamo visto, è uno scarto. È ciò che rimane fuori da una concezione triste e chiusa della politica, è quello che il mercato della rappresentanza non può e non riesce a mettere a valore. Da un altro punto di vista, è un vecchio insulto nel gergo di apparato della sinistra storica. Viene detto di quegli intellettuali ritenuti troppo inclini a una sensibilità estetizzante, e renitenti alla leva dell’impegno. Come Thomas Mann, che però così spostava la questione: affermando che l’impolitico è la cifra di un impegno di «uno che, come la maggior parte di noi, si appassiona più per una giornata al mare che per un’assemblea o per la cronaca politica, ma è convinto a malincuore che, quando il corpo sociale si ammala o viene aggredito e guastato, quando sono in gioco i valori in cui crediamo, allora diventano necessarie la presa di posizione, la protesta, la testimonianza, l’analisi, la satira». Forma, quest’impolitico, la strana immagine di una militanza contro natura, o di una tensione civile svogliata, forzata dalla gravità degli eventi. Cosa che fin qui non ci dice nulla sulla possibilità di reinventare la politica su nuove basi.

Ma, a ben vedere, nello spartito dell’impolitico è contenuta una nota minore che vale la pena ascoltare, e suona, grosso modo, così: prendersi cura del bene comune è una cosa che non può essere delegata quando il comune è esposto a gravi pericoli. Da questo punto di vista, non è una scivolata populista affermare che anche nella sensibilità impolitica, o antipolitica che dir si voglia, è contenuta una tensione a reinventarsi la politica, giocando stavolta la democrazia contro la rappresentanza.

Ma perché ci accaniamo così ferocemente sui malanni della democrazia rappresentativa? Qualcuno, malizioso, penserà che abbiamo dei conti da regolare a sinistra. Guai a provare di fugar dubbi al malizioso, si finisce sempre a rinforzargli le convinzioni. Preferiamo dire altro: e cioè che ci accaniamo così ferocemente perché abbiamo bisogno di reinventarci la politica, e che un’alternativa di progetto si dà solo attraverso la buona riuscita, solo attraverso la felicità, di tale reinvenzione. Ci accaniamo ferocemente perché questa reinvenzione non è un wishful thinking, un pensiero speranzoso e poco realista, ma qualcosa che è già in atto, qualcosa che c’è. E vorremmo che sedimentasse di più.
A volte, diciamolo, le invenzioni politiche dei movimenti si dissipano perché l’esperimento non è stato dei più felici. Ma altre volte, tante, esse si dissipano perché vengono bloccate, catturate, addomesticate da chi non vuole cedere un monopolio scricchiolante sulla decisione politica. Pensiamo che questo monopolio vada decisamente messo in questione. E che la politica vada reinventata su altre basi. Essa non si chiude nello spazio della norma e della decisione, ma inizia quando il comune si riconosce come tale.
Ecco perché abbiamo scelto di dedicare la “maggiore” di questo numero di Posse alla riapertura del discorso sulla classe: nessun discorso sulla reinvenzione della politica può prescindere dal riconoscimento partigiano di un blocco di soggettività che rinnova la “tradizione degli oppressi” per progettare la fine di ogni oppressione, né rimandare all’infinito o a formule di comodo la determinazione di chi oggi abbia l’interesse e la potenza di alludere a una transizione oltre il progetto capitalista di dominio imperiale. In questo senso cercare di approfondire la questione della ricomposizione di classe significa dirsi una cosa di questo tipo: che siamo passati dalla classe alla moltitudine, e occorre ora fare il passaggio inverso.

Una cosa si può iniziare a dire sulle linee in cui è possibile oggi definire il processo costituente della classe come reinvenzione della politica. Passa dalla considerazione che oggi quello che eravamo abituati a considerare classe è tanto irriconoscibile quanto sono deboli i legami che la costituiscono, che la innervano, che la rendono viva e capace di conflitto. Ma anche da quella che dice che i legami di classe sono sottoposti incessantemente a processi di rinnovamento, ridislocazione, formazione: questi processi vivono nei movimenti, nelle mobilitazioni territoriali, nelle lotte del lavoro vivo.
Ora, i legami di classe hanno attraversato la metamorfosi del capitale, quella che ne ha ridislocato la trama del rapporto su scala globale, e assunto il sapere sociale come principale forza produttiva. Ne sono usciti certamente sfilacciati, apparentemente più deboli, e in generale nella condizione di dover essere ritessuti. Dei legami di classe si può dire ora che abbiano assunto un carattere plurale, irriducibile a una forma generale, a una figura guida capace di riassumere in sé i tratti distintivi del blocco di soggettività che si riconosce in classe. Non si tratta quindi di partire alla spasmodica ricerca del soggetto maggiormente rappresentativo delle contraddizioni in processo del capitalismo contemporaneo: una simile figura oggi non s’incarna. Piuttosto, è a partire dalle somiglianze di famiglia che si dipanano nella molteplicità di figure che incarnano il lavoro vivo contemporaneo che è possibile ritessere la tela della ricomposizione di classe. La reinvenzione della politica passa di qui, e non altrove.
È tempo di incominciare a tessere.

http://www.sofronia.net/posse/spip.php?article10

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Noi occidentali abbiamo spesso guardato dall'alto in basso gli arabi, gli africani. Non parlo di razzisti e xenofobi e delle loro pulsioni meschine ed egoistiche, mi riferisco agli altri, a quelli che si pensano normali e che un po' di distanza l'hanno sempre messa da quelli dalla pelle più scura e dall'odore forte di corpi che raccontano della sofferenza di popoli in lotta da sempre, ed oggi, ancora, in lotta anche per acqua e cibo.

Siamo talmente storditi dall'opulenza consumistica - dal dibattito sulla indecente volontà di privatizzare l'acqua - che non riflettiamo nemmeno abbastanza sul fatto che le montagne di spazzatura che circondano Napoli e provincia, nell'indifferenza di ampie moltitudini di gente, non sono presenti nemmeno in quello che viene chiamato terzo mondo. Ci rassegniamo alla mortificazione quotidiana della democrazia e ai poteri oligarchici sempre più asfissianti perché abbiamo ancora benessere a sufficienza e perché i detentori del potere non fanno ancora uso dell'olio di ricino e di violenze fisiche diffuse limitandosi all'abuso della legge e alla violenza morale del potere. L'indignazione sociale non è ancora sufficiente, ma cresce ed è un bene se sarà tradotta in energia positiva.

Dal Nord Africa al Medio Oriente dilaga, invece, l'uso della democrazia. Soprattutto in Egitto abbiamo assistito alla forza imponente della democrazia partecipativa che trova linfa dalla mortificazione delle libertà civili, dal radicamento delle disuguaglianze sociali e in un conflitto sociale in crescente consolidamento. Il regime egiziano, come del resto quello libico, sembravano immodificabili. Coincidenza tra potere politico e militare, controllo dell'economia, sostegno da parte dei governi occidentali e delle istituzioni internazionali. Dittature che riservavano agli oppositori infami destini: tortura, carcere, soppressione fisica.

Eppure a molti occidentali andava bene tutto questo, perché quelle dittature rassicuravano il capitalismo dal pericolo, più o meno fondato, dei fondamentalismi islamici. Ecco il mercimonio politico-diplomatico: sostegno occidentale totale ottenendo in cambio il controllo degli estremismi. Nulla importa se le dittature calpestano diritti umani, reprimono il dissenso, uccidono ogni anelito di democrazia. L'occidente, in testa gli Stati Uniti, sempre pronto a propagandare e praticare l'esportazione della democrazia quando si tratta di fare guerre che hanno, in realtà, l'obiettivo di mettere in moto l'economia degli armamenti, difendere gli interessi petrolifici ed ottenere il controllo geopolitico in aree strategiche del pianeta, non ha alzato la voce della democrazia per quanto accadeva, da decenni, in Tunisia, Algeria, Egitto, Libia, Palestina, Medio Oriente, Paesi Arabi. Addirittura l'Italia, nel 2008, ha firmato il Trattato con la Libia, per interessi commerciali, affari ed eliminazione degli immigrati. Autori, Berlusconi e Gheddafi, il sultano del bunga-bunga e il satrapo cavallerizzo. Non c'è nulla, in quel trattato, su democrazia e diritti umani.

Il popolo africano ha mortificato l'occidente dandoci una lezione di democrazia. L'uso di Internet per organizzarsi e mettere in rete la rivoluzione, gli studenti che invece di deprimersi per l'assenza di lavoro e di prospettive future e confondersi nell'edonismo del potere, sono stati protagonisti attivi del rovesciamento del regime; le donne in prima linea nelle piazze con la loro passione, operai e ceto produttivo illuminato uniti nella lotta per i diritti e per la democrazia. I regimi sono scricchiolati e stanno crollando per le lotte delle persone, stanche di essere non-persone, senza aver ottenuto alcun aiuto da parte di un occidente impotente e preoccupato solo a salvaguardare i suoi interessi economici e commerciali. Studenti, anziani, donne in minigonna e donne con il velo, borghesia, operai, contadini, il popolo si è messo in movimento e ha consegnato alla storia pagine di democrazia. Un popolo pensante, non narcotizzato.

La democrazia non si esporta falsamente con le armi, come in Iraq e in Afghanistan, ma si realizza dal basso e, se lo si vuole, con la diplomazia e la politica. In Italia la politica estera è affari, abuso del potere, difesa degli interessi dei più forti. Il vento caldo africano spero faccia bene anche a noi per contribuire ad allontanare il puzzo del compromesso morale e il grasso dell'opulenza che annebbia il cervello e comprime i cuori.
Liberiamoci anche noi

Luigi De Magistris
Il Manifesto 5/3/011

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L'escalation di violenza in Israele e Palestina sembra proseguire senza soste negli ultimi giorni. Nel solo weekend appena trascorso, sono una trentina le persone uccise, tra cui donne e bambini, e centinaia i feriti, durante gli scontri sempre più feroci tra le milizie armate di Fatah e Hamas nella Striscia di Gaza.

I negoziati per la formazione del governo palestinese di unità nazionale sembrano definitivamente tramontati, lasciando la parola alle armi. E una prima conseguenza drammatica della lotta fratricida tra i militanti palestinesi è stato l'attacco suicida di Lunedì a Eilat, un resort turistico israeliano sul Mar Rosso, il primo attentato in Israele da Aprile dell'anno scorso.

L'incontro tra il Presidente dell'ANP Mamhoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Masha'al, svoltosi la scorsa settimana a Damasco, aveva creato grosse aspettative nell'opinione pubblica palestinese. Dopo una serie di smentite e riconferme, l'incontro ha avuto luogo grazie alla mediazione del Presidente siriano Assad.
Tuttavia si è rivelato un completo fallimento: non c'è stato nessun accordo sul governo di unità nazionale né sulla cessazione delle ostilità tra i clan rivali a Gaza e Abbas se ne è tornato a Ramallah senza alcun risultato politico. L'unica novità è stata il trasferimento di cento milioni di dollari ad Abbas da parte del governo israeliano, che sono stati immediatamente utilizzati per riarmare i militanti di Fatah e che probabilmente hanno minato sul nascere la riuscita dell'incontro di Damasco.

A fronte del fallito vertice, le violenze nei Territori hanno subito un'impennata improvvisa: sparatorie tra milizie armate e colpi di mortaio si sono susseguiti a continui rapimenti di militanti e uomini politici; blocchi stradali improvvisati (checkpoint palestinesi) sono apparsi ovunque a protezione delle case e degli uffici dei funzionari dei due movimenti. Se fino a pochi mesi fa Gaza era la roccaforte indiscussa del movimento islamico Hamas, ora grazie agli aiuti americani e israeliani la situazione è decisamente cambiata. Come ha recentemente dichiarato Mohammed Dahlan, l'uomo forte di Fatah nella Striscia, ormai il partito del presidente ha recuperato il consenso perduto ed è pronto per un confronto a tutto campo con Hamas. Se le sue sole forze non bastassero, potrebbero arrivare persino rinforzi dall'esterno. In una recente intervista, infatti, un generale dell'IDF ha ventilato l'ipotesi di un'eventuale incursione a Gaza dell'esercito israeliano, nel tentativo di aiutare Fatah a schiacciare definitivamente il movimento islamico.

Dalla società civile palestinese si alzano continue voci di protesta contro questo inarrestabile bagno di sangue. I prigionieri palestinesi di tutte le organizzazioni, reclusi nelle carceri israeliane, hanno annunciato all'unanimità uno sciopero della fame ad oltranza per chiedere la fine dei combattimenti. I prigionieri sono da mesi particolarmente attivi nello sforzo di ricondurre al dialogo Fatah e Hamas: lo scorso anno fu proprio il cosiddetto "documento dei prigionieri", ideato da Marwan Barghouti, a dare il via ai negoziati tra i due movimenti per la creazione di un governo di unità nazionale, poi naufragati.
Nelle città della West Bank si svolgono in questi giorni continue manifestazioni per chiedere la fine degli scontri, anche se purtroppo le violenze si stanno espandendo da Gaza fino a Ramallah e Nablus. Le autorità islamiche di Gaza hanno persino emanato una fatwa che proibisce gli scontri tra militanti palestinesi. Dopo la fallita mediazione siriana, è ora il turno dell'Arabia Saudita di scendere in campo. Il principe saudita ha invitato i leader palestinesi alla Mecca per rilanciare il dialogo. L'invito è stato subito accolto sia da Abbas che dal premier Haniyeh, ma non è ancora stata fissata una data precisa per l'incontro. Una tenue speranza si è accesa lunedì, quando i leader di Hamas e Fatah hanno dichiarato un cessate il fuoco, che ha portato allo scambio di alcuni dei militanti sequestrati. Tuttavia questa tregua non ha impedito ulteriori scontri e al momento non è chiaro quale sarà il suo l'esito.

L'unica cosa certa al momento è che la strategia studiata a tavolino dall'amministrazione Bush e dal governo israeliano sta dando i suoi frutti. In seguito al disastroso fallimento dell' "esportazione della democrazia" in Afghanistan e Iraq, la nuova politica del "caos creativo" in Medio Oriente, dopo la prima sperimentazione in Libano, viene ora applicata in Palestina con pieno successo. Appurato il fatto che la sola forza militare americana non è sufficiente a eliminare i movimenti di resistenza islamica, la nuova strategia consiste nel favorire nella regione la creazione di focolai di guerre civili a bassa intensità. In questa prospettiva di anarchia, i conflitti locali mantengono impegnate in scontri contrapposti le varie fazioni, evitando che queste si coalizzino contro gli interessi occidentali nell'area.

Nel caso della Palestina, continuando a fornire armi a Fatah e spingendo Gaza verso la guerra civile, Bush eOlmert stanno lentamente logorando il movimento islamico Hamas, senza dover più intervenire direttamente. Tuttavia, l'instabilità nei Territori Occupati può facilmente sfuggire al controllo e ha avuto il suo primo "effetto collaterale" in Israele.
Dopo quasi dieci mesi di calma all'interno della Linea Verde, lunedì mattina un kamikaze della Jihad Islamica ha fatto saltare un panificio nel centro di Eilat, cittadina turistica sul Mar Rosso, uccidendo tre passanti israeliani. Il kamikaze era un giovane militante proveniente dalla striscia di Gaza. Si è potuto infiltrare in Israele seguendo una nuova strada. Dal momento che la West Bank è sotto la morsa d'acciaio dell'IDF, che ha aumentato a dismisura il numero di checkpoints e ridotto al minimo le possibilità di spostamento per il milione e mezzo di palestinesi che vi risiedono, la nuova tattica della Jihad è quella di spedire i kamikaze in Sinai attraverso dei tunnel scavati sotto al valico di Rafah tra Gaza ed Egitto e, da qui, attraversare agevolmente il confine non sorvegliato tra Egitto e Israele.

Nel rivendicare l'attentato, la Jihad ha sottolineato che lo scopo dell'attacco è stato proprio quello di cercare di porre fine agli scontri fratricidi nella striscia di Gaza. Un portavoce del movimento islamico ha infatti invitato i militanti di tutte le fazioni a "seguire l'esempio di questo martire e puntare i fucili non contro i proprio fratelli ma contro il nemico sionista." A quanto pare il messaggio è stato ricevuto dalle leadership di Hamas e Fatah e un volatile tentativo di cessate-il-fuoco è stato messo in campo ed è tuttora in corso. Il governo israeliano ha per il momento deciso di non rispondere all'attentato con una massiccia offensiva e di non rioccupare Gaza. Olmert teme infatti di dare ai militanti un motivo per distogliere le armi dagli scontri inter-palestinesi per rivolgerle nuovamente contro Israele. La situazione rimane quindi estremamente instabile ed è difficile prevedere se e quando i clan rivali, attualmente ingaggiati in una vera e propria guerra per il controllo del territorio, troveranno finalmente una via d'uscita dal vicolo cieco in cui stanno facendo precipitare la striscia di Gaza e l'intera Palestina.

"LM" <spyectr@yahoo.com

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In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa.

E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari.

A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta ,né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!
Alex Zanotelli
Napoli, 24 agosto 2011

sottoscrivi l'appello:
http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm

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Il vertice Nato di Lisbona è davvero cruciale e di svolta. Per la fase nella quale avviene, per i protagonisti, Barack Obama in primo luogo, per gli obiettivi annunciati dal segretario generale Anders Rasmussen di quella che deve essere la terza fase della storia della più forte, grande e «ben funzionante» alleanza militare della storia.

Obiettivi strategici approvati nella tarda serata di ieri, con al centro l'assunzione dello scudo per la «difesa antimissile», la «riorganizzazione strategica ed operativa», l'«apertura di una nuova fase della guerra ai taliban, con ipotesi di ritiro delle truppe entro il 2014» e infine la «partnership con la Russia sullo scudo».
Così il ruolo dell'Alleanza atlantica appare ridefinito e rilanciato. Perché, dalla prima fase fondativa che vedeva il Patto Atlantico giustificare la sua esistenza come contrapposizione all'esistenza del Patto di Varsavia, pur essendo in realtà nato quasi due anni prima, si è passati, dopo l'89, alla fase «extra large» e bipartisan - con coinvolgimento e approvazione delle opposizioni interne, come in Italia - ad una Nato impegnata fuori dei suoi confini stabiliti.

Coinvolta direttamente in conflitti sanguinosi e scopi tutt'altro che «difensivi», come la guerra «umanitaria» contro l'ex Jugoslavia, le guerre irachena e afghana, il pattugliamento del Nord-Africa, l'estensione della sua influenza e insediamento a est, fino al delicato e infuocato Caucaso, con l'innesco di una estate di battaglie tra Georgia e Russia solo due anni fa. Da questa pratica offensiva, ora si passa ad una nuova «narrazione», ad un nuovo insediamento, quello di una Nato globale, capace di assumere il ministero della sicurezza internazionale. Rinsaldando, anzi rifondando, il patto con l'Europa.
Perché per Rasmussen e soprattutto per Obama, sono - meglio, devono essere - eguali le sfide e gli obiettivi. In primo luogo quella del terrorismo internazionale «sempre più capace di colpire» ovunque, in una parola di «Al Qaeda».

Allora, per questo, sarà necessario mantenere in Europa ben 200 testate atomiche che pure il recente ultimo Rapporto della Casa bianca aveva giudicato ormai obsolete. E soprattutto è urgente far accettare ai partner europei della Nato lo Scudo anti-missile - quello fallito di Bush, che prevede il first strike, il primo colpo, anche con testate atomiche, altro che deterrenza e risposta! - che dovrà essere approntato in ogni paese europeo e che già crea un conflitto tra la Germania che vede - come fa? - nello scudo un primo segnale di denuclearizzazione dell'Europa, e la Francia che invece sente messa in pericolo la sua force de frappe. Ma a che serve uno scudo anti-missile contro Al Qaeda, non è davvero chiaro. E le notizie che filtrano di una «partnership», vale a dire di un assenso russo sullo scudo, non fanno che aumentare le preoccupazioni sulla vera e propria cappa militare che pende sopra i destini europei. Non va dimenticato infatti che l'accordo con Mosca sull'ex mega-radar presso Praga prevedeva solo fino a pochi mesi fa, presidii e controlli dell'esercito russo sullo stesso territorio ceco.
E infine, altro obiettivo strategico, è indispensabile coinvolgere ancora di più le forze armate degli alleati nel conflitto afghano fino alla data prefissata del 2014 - ancora quattro anni di una guerra che di fatto si è estesa all'esplosivo pakistan - per una exit-strategy sempre più improbabile.

Il velo strategico e apertamente di guerra, riesce a mala pena a nascondere il vero obiettivo di questa rifondazione atlantica. Che vuole essere in primo luogo una risposta alla crisi economica. Giacché la guerra è fatto sociale e altamente «produttivo». Perché è una risposta - sia come attivazione degli interessi militar-industriali, sia come protezione armata delle risorse energetiche - alla dimensione della crisi economica e finanziaria globale che è tutto meno che risolta. Come dimostra il cosiddetto salvataggio pubblico americano, con l'economia neoliberista e di carta che continua a fare quello che faceva prima della «bolla», in aperto conflitto con le economie non solo emergenti ma ormai vincenti, in primo luogo della Cina.
Ma anche in contrasto con le esigenze europee che vedono la Germania attaccare le scelte protezionistiche di «liquidità» decise dalla Fed americana.

Il punto è che, come si è reso evidente all'ultimo G-20 di Seul, gli Stati uniti hanno perso il loro primato economico e si approssima il 2012 quando saranno sorpassati dalla Cina. Così ripropongono la loro indiscussa e concreta leadership militare. la sola che gli resta e la mettono in bilancio. Un riarmo mirato che risponde alla crisi economica in chiave di commesse militar-industriali e ridisegna basi e presidi militari a partire dal Vecchio continente.

Così facendo Barack Obama, dopo la sconfitta delle elezioni di midterm, risponde, rischiando più che mai, alla forte opposizione interna dei Repubblicani contrari ad ogni mediazione con la Russia, pur bassa e scontata come è stato per il Trattato Start 2 firmato nell'aprile scorso a Praga. E allo stesso tempo rilancia un input foriero di guerra verso Oriente, a partire dall'Iran, dall'irrisolta questione Israele/Palestina, lasciata di fatto a marcire dopo lo smacco subìto dai feroci no di Benjamin Netanyahu.
Uno scenario disperato, che già motiva il ritorno in piazza, da tutta Europa, di un pacifismo fin qui sconfitto, inascoltato e dilapidato ma non per questo assente. Che protesta anche a difesa della democrazia europea, per un vertice che ha visto l'atlantico Portogallo - terzo birillo europeo della crisi economica - sospendere perfino il trattato di Schengen sulla libera circolazione, per fermare e cacciare gli «alternativi» anti-Nato arrivati nella capitale portoghese.

Questa «terza fase» della Nato, insieme al Patto di stabilità dell'Unione europea, saranno sempre più i gravosi e ineludibili vincoli di ogni presunta «autonomia» e governabilità nazionale. Qualcuno, prima o poi, a sinistra se ne accorgerà?

Tommaso Di Francesco
il Manifesto 20/11/010

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Al quartier generale del Comando europeo degli Stati uniti (EuCom), a Stoccarda, è appena arrivato l'ammiraglio Robert Moeller, con un compito di grande importanza: creare un nuovo comando di combattimento unificato, il Comando dell'Africa (AfriCom). La sua «area di responsabilità» coprirà quasi l'intero continente che, nella geografia del Pentagono, è oggi diviso tra Comando europeo, Comando del Pacifico e Comando centrale (la cui «area di responsabilità» comprende, oltre al Medio Oriente, il Corno d'Africa, Sudan ed Egitto).

Solo l'Egitto resterà sotto il Comando centrale. Il nuovo comando, il cui quartier generale sarà dislocato direttamente in Africa e diverrà pienamente operativo entro il settembre 2008, è «ancora nella sua infanzia», ma il Pentagono lo sta facendo crescere rapidamente attraverso una intensa attività militare in Africa.
Nel Nord Africa gli Stati uniti hanno stipulato accordi militari con Marocco, Algeria e Tunisia. Nel Sahel, forze speciali Usa addestrano da tempo le truppe di Mauritania, Mali, Niger e Ciad. In Senegal si è svolta, lo scorso 8 febbraio, la conferenza della «partnership trans-sahariana» promossa dall'EuCom con la partecipazione dei ministri della difesa di nove paesi africani.

A Gibuti, dove gli Usa hanno installato una base militare, sta per divenire operativa la Task force congiunta del Corno d'Africa, che opererà con 2mila uomini in questa «regione di vitale importanza per la guerra globale al terrorismo»: in tale quadro, i marines hanno cominciato in febbraio ad addestrare le truppe di Gibuti.
In Etiopia - secondo una inchiesta del New York Times (23 febbraio), smentita da Addis Abeba - è stata dislocata la Task Force 88, unità segreta per le operazioni speciali che, da qui e dal Kenya, effettua azioni in Somalia.
A Pretoria, l'EuCom ha tenuto nel luglio 2006 una prima conferenza (Endeavor 2006) sulla «interoperabilità militare», che sarà replicata quest'anno: scopo di queste conferenze, cui partecipano militari di 24 paesi africani, è quello di integrare le loro forze armate in un unico sistema di comando, controllo, comunicazioni e informazioni (C3IS), ossia in quello del Pentagono.

A Luanda ha fatto scalo nell'aprile 2006, per attività di addestramento della marina angolana, la Uss Emory Land, la nave appoggio dei sottomarini nucleari finora di stanza a La Maddalena, che ha visitato anche Congo, Gabon, Ghana e Senegal.
In Angola, lo scorso febbraio, ha fatto scalo anche la fregata Kauffman, facente parte di una task force Usa proveniente anch'essa dall'Italia. Questa e un'altra unità hanno visitato anche il Congo e la Liberia.
In Ghana una squadra di tecnici, inviata dal comando di Napoli delle forze navali Usa, ha effettuato una prospezione idrografica del porto di Tema nel quadro di un programma mirante a «migliorare la sicurezza marittima in tutto il golfo di Guinea».

Ciò conferma il piano del Pentagono di stabilire basi militari in Ghana e altri paesi dell'Africa occidentale. Il perché emerge da un comunicato della marina Usa: «Il 15% del petrolio importato dagli Stati uniti proviene dal golfo di Guinea, regione ricca anche di altre risorse: nostro scopo è quindi stabilire un ambiente marittimo sicuro per permettere a tali risorse di raggiungere il mercato».

E' però l'ambiente terrestre sempre meno «sicuro».
In Nigeria, maggiore produttore petrolifero dell'Africa, il dominio delle multinazionali - che controllano il 95% della produzione (oltre la metà la sola Shell) - viene messo in pericolo dalla crescente ribellione delle popolazioni e dalla concorrenza cinese.
Da qui il piano del Pentagono di costituire basi militari in Africa occidentale e rafforzare la capacità d'intervento dall'esterno. Non a caso l'esercitazione Steadfast Jaguar, con cui la «Forza di risposta della Nato» ha raggiunto lo scorso giugno la piena capacità operativa, si è svolta a Capo Verde in Africa occidentale.

Siamo dunque di fronte a una crescente penetrazione militare statunitense in Africa, mirante al controllo soprattutto di aree strategiche, come il Corno d'Africa all'imboccatura del Mar Rosso, e di aree ricche di petrolio e altre risorse, come l'Africa occidentale.
Questa politica di stampo coloniale sarà tra non molto attuata direttamente dal Comando dell'Africa che, per controllare tali aree, farà ancor più leva sulle élite militari, minando i processi di democratizzazione, provocando altre guerre e facendo aumentare le spese militari con disastrose conseguenze per le popolazioni già impoverite. In tal modo l'AfriCom proseguirà la «missione» del Comando europeo degli Usa, che si dichiara impegnato per «un'Africa autosufficiente e stabile».mani.

Manlio Dinucci
Il manifesto 4/3/07

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La tesi ha il dono della semplicità: le società umane si sono trasformate grazie ai conflitti che le hanno contraddistinte. Conflitti sociali, di classe, di potere, ovviamente, che il pensiero dominante nei paesi capitalistici ritiene invece fattori distruttivi dell'ordine e dunque un ostacolo al libero sviluppo dell'economia.

Ma ci sono anche altri tipi di conflitti, come la guerra, che hanno svolto un ruolo «progressivo», indipendentemente da quanto viene affermato dai movimenti pacifisti, secondo i quali va negata ogni legittimità ad azioni che prevedono l'uso della violenza. La scelta di polemizzare contro il pensiero dominante, ma anche con quei movimenti sociali che la realtà la vogliono trasformare attraverso l'azione diretta non-violenta, rende il libro Elogio del conflitto di Miguel Benasayag e Angélique Del Rey un saggio decisamente controcorrente rispetto allo spirito del tempo (Feltrinelli, pp. 206, euro 16).
D'altronde, gli autori sono consapevoli dei rischi di esemplificazione e di fraintendimento che corrono, in particolar modo quando sostengono che la retorica sulla non-violenza di molti pacifisti sia da considerare un'ideologia complementare a quella dei cultori dello status quo. Ma alla fine del libro, va detto che la tesi che svolgono, seppur disseminata da apodittiche ripetizioni del leit motiv sul carattere virtuoso del conflitto, risulta convincente, tanto più quando i due studiosi individuano nei movimenti sociali l'unica possibilità per fuoriuscire dall'epoca delle passioni tristi, come recitava il titolo di un fortunato testo scritto in solitaria da Miguel Benasayag e pubblicato sempre da Feltrinelli.

Il punto da cui partono i due studiosi è appunto l'incongruenza e la mistificazione operata dal pensiero dominante sul conflitto. Diversamente da quanto sostengono le teste d'uovo dell'industria culturale e dagli opinion makers il conflitto rende possibile l'innovazione sociale e la crescita culturale. Ma l'aspetto meno indagato è che il conflitto è una caratteristica della natura umana, perché consente ai singoli di stabilire un equilibrato rapporto con la realtà. Ma a differenza degli altri animali, quello umano, quando opera in situazioni conflittuali, affina le sue capacità di analisi sulla realtà che si trova a vivere e può operare scelte per trasformarla laddove presenta condizione di infelicità o di oppressione.

Ed è per questo motivo che Miguel Benasayag e Angélique Del Rey qualificano le opere filosofiche della modernità come sistematizzazioni di questo apriori del vivere in società. La stigmatizzazione del conflitto - il male da rimuovere, secondo l'ideologia dominante contemporanea - non solo serve a legittimare la realtà così come è, ma crea le condizioni di una venefica stagnazione culturale e sociale.
Le passioni tristi che caratterizzano il presente sono dunque l'esito di un occultamento del conflitto come elemento dinamico della realtà umana. La sua delegittimazione alimenta così tutte le forme distruttive di relazioni umane, che sfociano nell'aggressività e nel crimine. In altri termini, la stigmatizzazione del conflitto alimenta il sentimento di insicurezza che le strategie di controllo sociale vorrebbero mitigare con la repressione di tutti quei comportamenti e forme di vita altere rispetto a quanto definito come normalità.

Il conflitto dunque come elemento positivo di regolazione della vita sociale, anche quando assume la forma più violenta e crudele, la guerra. Ma è su questo crinale che Benasayag e Del Rey invitano a stabilire discriminanti. Perché se nelle situazioni di conflitto possono essere elaborate delle norme di comportamento e dei limiti, al punto che anche per l'uso della violenza può essere stabilito un decalogo, per la guerra questo è più difficile.
 
Una difficoltà che non può tradursi in un rifiuto aprioristico tanto della violenza che della guerra. Ci sono, sostengono a ragione di due autori, guerre giuste e guerre ingiuste. Il problema è comprendere le situazioni e quindi le relazioni sociali che conducono uomini e donne ad armarsi per uccidere un «nemico». La guerra contro un tiranno è giusta, ma invadere un paese per deporne uno è un atto che va rifiutato perché espropria gli uomini e le donne di quel paese della possibilità di poter decidere sulla propria vita.

Questa parte del libro è la meno convincente, ma tuttavia propedeutica alla polemica contro quanti si scagliano contro i movimenti sociali quando decidono di usare la violenza. Chiedere la patente di nonviolenza, sostengono Benasayag e Del Rey, vuol dire cercare di mettere ai margini quei movimenti sociali che non hanno mai rinunciato all'uso della forza per difendersi o che considerano l'illegalità di alcune azioni come un passo necessario per modificare i rapporti sociali dominanti. Perché il conflitto, e l'eventuale ricorso alla violenza, serve per riappropriarsi di ciò che viene considerato un diritto inalienabile. Da qui l'importanza dei movimenti dei senza casa, senza lavoro, senza permesso di soggiorno per riaffermare quell'elemento fondamentale della natura umana - il conflitto come condizione di un rapporto equilibrato del singolo con gli altri.

Un saggio dunque che individua nella stigmatizzazione del conflitto come il caposaldo della tendenza distruttiva del moderno capitalismo. Ma così facendo, affermano di autori, non solo costringono l'umanità a vivere in un'epoca di passioni tristi, ma inibiscono le stesse possibilità del capitalismo di riprodursi e di innovare se stesso. Il merito maggiore di questo saggio è proprio riassunto nel suo titolo. L'Elogio del conflitto è infatti la condizione necessaria, ma non sufficiente però per archiviare l'epoca delle passioni tristi. Per riuscire in questo intento occorre semmai che il conflitto abbia inizio.

 

Benedetto Vecchi
Mani 14/8/08

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Il 2 febbraio 2007 sarà ricordato come il giorno in cui le incertezze degli scienziati sono venute meno: il clima sta mutando, e del surriscaldamento del pianeta l'uomo è in grandissima parte responsabile. Simili prese di coscienza son già avvenute nella storia, l'apprendimento del limite è la stoffa di cui sono fatti i miti e le religioni.

Ci deve esser stato un giorno, mentre si costruiva la torre di Babele, in cui politici e architetti si son detti: stiamo fabbricando un edificio che oltrepassa il lecito, stiamo precipitando nella dismisura, ci stiamo comportando come dèi, con la nostra torre che tocca le stelle. Oggi non è diverso.
Con le sue mani, le sue azioni, le sue omissioni, l'uomo sta creando una sua Terra, diversa dalla precedente: una Terra dove è lui a determinare la struttura dei venti e le notti straordinariamente calde, l'altezza del mare, l’avvenire delle coste e la sopravvivenza di acqua e ghiacciai. A raccontare queste cose non è un poema sacro, ma il rapporto presentato venerdì a Parigi da un'équipe di scienziati, in nome dell'Ipcc (Commissione Intergovernativa sui Cambiamenti Climatici) creata dall'Onu nell'88.

Fino a qualche anno fa la Commissione era dubbiosa sulle responsabilità dell’homo sapiens. Ora non più: «inequivocabile» è la colpa dell'uomo, che assieme al proprio avvenire sta compromettendo anche la propria reputazione di animale sapiente. Dovremmo cominciare a chiamarlo in altro modo, ha detto venerdì a Parigi Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri, aprendo una sessione di lavoro del convegno sul clima organizzato dal presidente Chirac: «L'uomo è solo potenzialmente sapiens». Se non si riduce l'emissione di anidride carbonica, la natura si vendicherà e ci ridurrà alla più stupida e meno preveggente delle bestie.

Non è chiaro se si possa tornare indietro, e se sia vero quel che si dice: che non solo la rovina del pianeta è nelle nostre mani, ma anche il suo aggiustamento. Chirac ha detto alla conferenza dei «Cittadini della Terra»: «Siamo alla soglia dell'irreversibile». Ma provare conviene comunque, e questo vuol dire: cambiare le nostre maniere di vivere e pensare, mutare i modi della politica, ripensare i saperi, compreso quello economico. Su questi punti si è concentrata buona parte del convegno parigino, e dalle discussioni emergono con chiarezza alcune indicazioni.
Il consumo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) deve essere radicalmente ridotto se si vogliono diminuire le emissioni di gas serra che rovinano il clima, ma questo consumo ha una natura complessa: perché ha molte parentele con una droga pesante, e perché è perversamente connaturato con l'idea che oggi ci facciamo del liberalismo. Bisogna sapere che uscire dalle droghe vuol dire liberarsi da una patologia, non da una semplice abitudine, e ogni cura di disintossicazione è inflessibile, dolorosissima. E bisogna sapere che nella disintossicazione perirà una parte dell'esperienza liberale: quella parte che a cominciare dalla rivoluzione industriale ci ha abituati a credere nel progresso illimitato, nel cittadino-consumatore libero di fare quel che gli piace, nell'aspirazione a una felicità individuale indipendente dall'effetto che essa ha sulla Terra e sull'umanità. L'illusione del petrolio inesauribile e a buon prezzo ha accentuato questa tendenza, nel secolo scorso.

La disintossicazione sarà lunga e difficile, ha detto a Parigi Jeremy Rifkin, e «coprirà più generazioni, perché mutare le abitudini d'un sol colpo significherebbe la fine della nostra civiltà». C'è un pericolo infatti, nella disintossicazione: per ottenere brutali riduzioni dei consumi di carbonio, per evitare le coltivazioni intensive che rendono sempre più rara l'acqua, per favorire la ricerca e l'uso di energie alternative - compreso il nucleare - occorre una mano ferrea dello Stato.
Occorre alzare il prezzo che paghiamo per consumare energia (con quote di inquinamento permesse, con imposte sulle emissioni di anidride carbonica) e metter fine alla retorica sull'abbassamento generale delle tasse.
Occorre costruire diversamente edifici, periferie, impianti di riscaldamento, automobili, penalizzando i trasgressori.
Occorre privilegiare l'offerta di cibo ecologico, prescrivendo etichette che influenzino il consumatore. E al tempo stesso occorre una politica che aiuti i paesi poveri a ridurre la natalità (senza dimenticare che anche di questi sacrifici siamo responsabili noi ricchi, produttori di anidride carbonica), e a crescere più di noi ma meglio di noi.

Alcuni parlano del pericolo di una dittatura verde, che accrescerà enormemente l'ingerenza dello Stato nelle vite private oltre che in quelle delle imprese e che vedrà estendersi, con la paura e le guerre, gli integralismi religiosi. Nel suo libro sulla Lunga Emergenza che ci attende, James Kunstler prevede che negli Stati Uniti aumenteranno i cristiani integralisti. Non saranno i pacifici Amish a profittare della rivoluzione verde ma i bellicosi, antidemocratici pentecostali e evangelicali (Kunstler, The Long Emergency, New York 2005) Difendere la democrazia senza rinunciare alla rivoluzione verde: è questa la sfida, e non è detto sia perduta.
Secondo il filosofo Ulrich Beck, il caos imminente può dar vita a nuovi Lumi, e in questo echeggia quel che dice Hans Jonas a proposito della responsabilità per il futuro della Terra: esiste un'euristica della paura, una possibilità di conoscere meglio noi stessi grazie alle energie racchiuse nei nostri spaventi. Esiste la possibilità di correggere politiche e comportamenti se non ci si affida a visioni salvifiche (come nel marxismo) ma a visioni di possibili catastrofi.

Tanto più cruciale diventa l'informazione. È finita l'era cieca del liberalismo democratico, comincia l'era in cui siamo informati sui rischi, e guardiamo in faccia il disastro. Prima o poi tutti - politici, scienziati, industriali - dovranno esercitarsi a vedere il mondo attraverso questa lente, improntata a preoccupazione e timore per le generazioni a venire oltre che per la propria. Per l'economista verrà l'ora in cui sarà necessario tener conto degli effetti sul pianeta del libero mercato. L'ora in cui dovrà calcolare quel che deve entrare nel prezzo d'un prodotto come il petrolio: non solo la domanda e l'offerta, ma anche l'effetto mortifero che esso ha sul pianeta e l'umanità.

Anche il singolo cittadino può molto. Rifkin sostiene che urge «dar potere a chi non ce l'ha», perché gran parte dell'impotenza di fronte al disastro climatico nasce da un'assenza di empowerment, di conferimento di poteri. Ogni cittadino, ogni sindaco deve sapere che, da solo, può contribuire alla rivoluzione. Non basta certo la coscienza del singolo - il governo comune dei mali è più che mai indispensabile - ma con piccoli gesti si può estendere l'influenza democratica della società civile.

È stato calcolato che se 11 miliardi di lampadine venissero sostituite da lampadine a basso consumo, si otterrebbe un risparmio nelle emissioni di biossido di carbonio di 160 milioni di tonnellate: l'equivalente delle emissioni dell'industria elettrica in Francia. Dice Pascal che usiamo andare alla rovina nascondendocela: «Corriamo senza preoccupazioni nel precipizio dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo».
Tutto sta dunque a vedere: con l'aiuto della paura di cui parla Jonas, che non è sgomento passivo ma dovere d'immaginare e agire. E una volta informati, si tratta poi di credere. Perché qui nasce un ulteriore impedimento: «Uno dei mali maggiori è che non crediamo in quello che sappiamo» ha detto a Parigi il filosofo Jean-Pierre Dupuis, ex allievo di Ivan Illich. Il rischio, lo valutiamo a seconda dell'idea che ci facciamo della soluzione. Se non scorgiamo la soluzione, tendiamo a essere indifferenti al rischio. È uno degli ostacoli più grandi alla disintossicazione.

Ma la vera rivoluzione è politica, e riguarda sovranità e laicità. Si tratta di rispondere ai mali della democrazia con più democrazia: dando più responsabilità al cittadino e non accentrando tutti i poteri sullo Stato, che da solo non riparerà il pianeta. La sussidiarietà è una delle vie. Da un lato è urgente dare maggiore autorità a comuni, regioni: già oggi, l'ecologismo di molti Stati Usa compensa l'improvvido Stato centrale di Bush. Dall'altra converrà trasferire poteri sovrani all'Unione Europea, e a organi Onu competenti in ambientalismo come proposto da Chirac. Lo Stato-nazione è solo una tappa, nella storia della democrazia.
Se l'America è più lenta di noi sull'ambiente, è perché a questa tappa è più aggrappata degli europei. Infine la laicità. Le guerre sulle risorse, gli obblighi di un'economia eco-compatibile, lo spostamento di popoli in seguito a inondazioni: tutto questo rafforzerà gli integralismi, non solo nell'Islam. In assenza di un governo mondiale e di una sovranità efficacemente distribuita, si ergeranno Chiese che vogliono prendere il posto della politica. La laicità, se si vuol preservare la nostra civiltà, sarà non solo il distintivo della democrazia ma la sua àncora di salvezza.

di Barbara Spinelli
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=2351&ID_sezione=&sezione=#

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Industria della difesa: ristrutturazione-deregolamentazione e profitto in Europa: nel 1993 il Dipartimento della Difesa USA aveva incoraggiato un imponente processo di concentrazione nel settore degli armamenti lasciato interamente in mano alla discrezione degli azionisti e alle istituzioni che compongono il capitale finanziario (fondi pensione, fondi mutualistici, ecc. per un totale va dal 70 al 100% del capitale).

Alcune società hanno assunto una posizione pressoché monopolistica al fine di controllare l’insieme della filiera tecnologica e impedire l’ingresso di eventuali concorrenti.
La loro capacità di influenzare i poteri pubblici si è rafforzata contribuendo a militarizzare la politica estera.
In quel periodo il settore degli armamenti è stato tralasciato per favorire la nuova economia, riacquisendo importanza nel 1999 in contemporanea con gli aumenti del budget per la difesa.
Lo scoppio dell’indice Nasdaq nel 2000 ha rafforzato questo andamento.
Ma è soprattutto la data dell’11 settembre 2001 ad offrire l’inizio di un lungo periodo favorevole che dura sino ad oggi.
Se guardiamo gli indici dello Spade Defense Index costituito dalle 57 imprese più rappresentative dei mercati degli armamenti e della sicurezza, vediamo che i grafici smentiscono l’affermazione di economisti neoclassici secondo la quale i mercati finanziari guardano con repulsione all’uso della violenza militare.

La produzione militare europea è stata affidata ad arsenali e imprese di stato in quanto prerogativa di sicurezza e sovranità dello stesso godendo di un regime particolare, ma dagli anni ’90 i governi dell’Unione hanno favorito l’integrazione delle proprie fabbriche d’armi ed europeizzare la produzione di armamenti per contrastare la concorrenza dei grandi gruppi americani.
Tre gli obiettivi: competitività, apertura dei mercati e facilitazione delle esportazioni di armi.
Nasce nel 2004 l’Agenzia europea di Difesa con lo scopo di favorire la realizzazione di un mercato europeo concorrenziale per gli armamenti, nel 2005 i ministri della difesa hanno adottato un codice di condotta non vincolante, che punta a liberalizzare i mercati degli armamenti.
Questa iniziativa serve ai governi per sottrarre alla Commissione Europea qualsiasi incursione in questo settore strategico.
Da una parte si pone fine ai protezionismi nazionali, dall’altra però vi è un ritorno al controllo statale di questo settore nei processi di concentrazione e privatizzazione.

Gruppi europei tra i dieci produttori mondiali: Bae System (Regno Unito, USA), European Defense and Space (Francia e Germania, in misura minore Spagna), Thales (Francia, UK), Finmeccanica (Italia, UK)
I grandi gruppi mondiali in ordine: Boeing, EADS, Lockeed Martin, Northrop, Bae Systems, Raytheon, General Dynamics, United Technologies, Finmeccanica, General Electric, Thales. (elaborazione IAI 2007).

Ma mentre dei gruppi americani controllati da investitori istituzionali quotati in borsa se ne capisce la partecipazione, per i gruppi europei questa rimane un groviglio di joint venture e collaborazioni.

Dal 1991 al 2000 i due produttori maggiori di armi, Francia e Inghilterra hanno perso circa duecentomila posti di lavoro, ma le ristrutturazioni sono ancora incomplete.
In Italia si scende da circa 57.000 a 30.000 nel solo settore aerospaziale.
Oggi Finmeccanica ha un organico di circa 58.000 addetti. Qui si fa riferimento alle sole aziende partecipate Finmeccanica. (fonte Finmeccanica). (quando Finmeccanica decide di entrare in borsa i sindacati confederali chiedono ai lavoratori di comprarne le azioni, i lavoratori legano così la propria vita a quella della azienda).

L’Europa ha lasciato che gli USA acquisissero la Fiat Avio (Italia), il 30% della Quinetiq inglese così come altre.

Finmeccanica una azienda giocata in borsa: cosa vuol dire?

Difesa: per Credit Suisse al comando del settore c'è anche Finmeccanica I giochi nel settore aerospaziale e della difesa sono solo all'inizio. Lo dicono gli analisti di Credit Suisse che analizzano da vicino la situazione e fanno pronostici per il futuro. "Pensiamo che l'America e l'Europa abbiano attraenti caratteristiche e offrano una crescita sostenuta negli investimenti per la difesa per i prossimi quattro o cinque anni. In particolare, gli States dovrebbero presentare una crescita annuale del 5%, mentre la Gran Bretagna dell'1,5%", calcolano gli esperti nel report diffuso oggi. Ma non solo.
Anche l'Oriente e il Medio Oriente offriranno preziosi spunti, con un incremento della spesa per la difesa del 4,5% con Cina, India e Sud Corea in testa. Secondo il broker svizzero, questo scenario sarà favorevole soprattutto per Bae Systems, Finmeccanica e Rheinmetall. "Finmeccanica ha prodotti attraenti e una buona rete di supporto globale - continuano gli analisti - Bae Systems ha una forte posizione nel Medio Oriente e in India, mentre Rheinmetall genera circa il 9% dei suoi ricavi in Asia". Su Finmeccanica, Credit Suisse ha un rating outperform con target price a 28 euro.

Nelle industrie d’armamento vige la regola della filiera capovolta descritta da Galbraith.
“E’ l’impresa di produzione che allunga i tentacoli per controllare i propri mercati, o meglio per guidare il comportamento di mercato e modellare i comportamenti sociali di coloro che all’apparenza essa sembra servire”.

Questa situazione spinge alla militarizzazione dell’Europa e all’aumento dei bilanci nazionali così come previsto dal Trattato costituzionale.

L’arma in quanto merce rientra nel ciclo capitalistico di produzione.
Bisogna computarli: produttività – costi – commercializzazione

Ha un valore d’uso anche senza doverla usare: dissuasione o intimidazione.
Con l’uso. Si vende all’opinione pubblica la necessità di sconfiggere il terrorismo.
Controllo delle strategie da un punto di vista geopolitico e geoeconomico.
Ha un valore di scambio perché deve realizzare profitto.

La guerra infinita risponde ad una situazione di crisi economica.
Il deficit USA è finanziato attraverso l’acquisto di buoni del tesoro, USA dalla Cina e Giappone dal 2001 hanno comprato il 43% del debito pubblico USA per evitare un crollo del dollaro che avrebbe danneggiato le loro esportazioni negli USA.
Stati Uniti e Cina devono virtualmente andare d’accordo economicamente: gli USA sono i primi importatori del mondo di prodotti cinesi e la Cina finanzia il suo deficit commerciale.
Gli USA riescono a dimostrare una supremazia economica attraverso investimenti in ricerca e sviluppo. Ciò che preoccupa gli USA sono gli accordi commerciali economico energetici in Africa e America latina.
Nei confronti dell’Europa gli USA mantengono un doppio binario, riconoscimento dell’Europa nei settori del commercio e dell’euro, ma persistente centralità dei governi nazionali.

Le spese militari possono considerarsi una forma di spesa pubblica per il rilancio dell’economia: favorisce settori ad alta tecnologia, favorisce l’export, favorisce il business della ricostruzione petrolio: più aumenta il prezzo più c’è guadagno, peso dell’intervento pubblico nella ricerca scientifica militare: negli USA 2/3 della spesa federale in ricerca e sviluppo è collegata con il Pentagono.

La corsa agli armamenti: il riflesso della spesa militare sull’economia diretto e indiretto che pesa sulle spalle del bene comune.

Diretto perché ha un effetto sulla domanda e occupazione nel settore come distrazione di impegni finanziari da altri settori dell’economia.
Indiretto sull’innovazione tecnologica e di conseguenza sull’intera economia quando vengono ceduti al settore civile.

Ciò che portò fuori dalla crisi economica gli USA nel ’37 dopo gli interventi con l’immissione di denaro per il pagamento dei salari e di sostegno alla domanda di beni capitali, fu l’entrata in guerra nel 1941 dopo l’attacco a Pearl Harbor.
Può oggi il warfare portare fuori gli USA da una profonda crisi economica?

Galbraith scrive nel Nuovo Stato Industriale che l’influenza del complesso militare industriale che chiama tecnostruttura supera i confini dell’economia e raggiunge il campo della politica.
Il Dipartimento della Difesa funziona come una grande agenzia di pianificazione economica, con effetto soprattutto in certi ambiti economici con l’innovazione continuata assicurate dalla R&D militare in ambito regionale, mediante l’assegnazione di commesse industriali ai diversi Stati dell’Unione.

In una economia capitalistica le spese militari sostengono lo sviluppo tecnologico: forte legame tra ricerca militare e innovazioni scientifiche.

Ricaduta della ricerca militare:

Microelettronica
Energia nucleare
Reti informatiche

Il Pentagono commissiona ricerche anche costose e con esiti incerti con investimenti che sono insostenibili in quanto la sua motivazione è prima politica che economica.
Le aziende con commesse militari importanti hanno un mercato e un profitto garantito per anni.

Vi è una interdipendenza fra settore militare ed altri settori come accade per l’industria chimica e plastica, sull’agricoltura nell’industria dei fertilizzanti, o l’edilizia con i laminati.
Singole industrie non fanno ricerca perché accedono ai benefici dell’innovazione.

La ricerca militare diviene esempio di drenaggio di risorse economiche e personale scientifico, provocando una crescita sproporzionata del sistema costituito dal binomio forze armate e industrie militari.

Tecnologia dell’autodistruzione” per lo sviluppo di armi nucleari di quarta generazione.
Questa è la caratteristica principale del futuro armamento nucleare, cioè senza detonatore e senza emissione di radiazioni, per neutralizzare il plutonio radioattivo e l’uranio.
Stesso procedimento è in atto in Russia la cui attività è stata esposta da Serghej Yuvanov (ministro della Difesa), quando ha dichiarato che la Russia deve possedere di moderne armi sia strategiche che nucleari in grado di garantire la propria difesa.

Arma come deterrente.

Ricerca militare dual use.
Fu Clinton con l’appoggio del Congresso, negli anni ’90, a valorizzare le tecnologie duali.
Il Technology Reinvestment Program prevedeva la possibilità di far partecipare imprese commerciali allo sviluppo di beni duali, con possibili applicazioni militari.
Questo avrebbe favorito i risparmi necessari al Pentagono in quella fase. La ricerca militare concorrerebbe al bene pubblico sviluppando la sicurezza, bene primario dopo l’11 settembre, incubando buona parte della tecnologia di punta che un paese sa esprimere.

Nel 2004 il comparto della difesa europeo aveva un indotto di 500.000 addetti stimato di contribuire per il 2,5% della ricchezza del globo.Il totale dei settori che beneficiano di potenziali ricadute di questo tipo di ricerca pesa per circa 3.095 miliardi di euro, l’11% del Pil mondiale. (Se si vuol prendere il Pil come dato che misura la ricchezza).
L’effetto di moltiplicazione dei benefici sarebbero da valutare anche in termini di crescita economica.
Settori che beneficiano della ricerca militare (a cura di Ambrosetti, L’innovazione tecnologica come motore di ricerca e sviluppo).

Telecomunicazioni – Sistemi di trasmissione voce/dati
Sistemi di gestione dell’informazione
Salute: sistemi scansione
Telemedicina
Trasporti sistemi per il controllo automatico del traffico
Elettronica dei segnali e processi

Il dual-use in Italia:
Il V Reparto di SGD/DNA che si occupa della ricerca militare anche a livello internazionale, soprattutto europeo e NATO, ha assunto appieno il concetto di dual use in linea con gli indirizzi formulati dal Ministro e dal Capo di SMD.
I principali progetti sviluppati nel corso del 2006 nell'ambito del PNMR sono stati raggruppati in quattro comparti (C4I ed NCW; protezione personale e difesa NRBC; UAV/UCAV, robotica, microelettronica, tecnologie satellitari e sensori; strutture e piattaforme, materiali avanzati e propulsione) e sono stati affidati, per quanto riguarda l'esecuzione, all'Industria - grandi, piccole e medie imprese, generalmente consorziate a Centri di eccellenza tecnologica privati (quali il Centro Sviluppo Materiali, CSM) e pubblici (CNR, ENEA, INSEAN) - e alle Università.

Il condirettore generale di Finmeccanica Remo Pertica durante un convegno sui sistemi duali ha dichiarato che il concetto di duale è ormai acquisito a priori e che questo è lo scenario in cui si muove Finmeccanica.

Nel Documento di Programmazione Economico-Finanziaria per gli anni 2008-2010 si legge che nei comparti della difesa e dell’industria ad elevato contenuto tecnologico (legati alla difesa) si prevede che la ricerca con possibili applicazioni militari andrà al bilancio sempre più scarso della Difesa.
Dal documento (che prevede nel futuro una riconversione dell’industria bellica): “per essere competitivi sui mercati internazionali, la ricerca è sicuramente una delle chiavi di volta. A tal fine appare indispensabile valorizzare appieno le esperienze positive dei «distretti tecnologici» quali motori dei processi innovativi e procedere ad una completa razionalizzazione degli organismi di interfaccia tra ricerca e azienda con una costante valutazione dell’efficacia della loro azione, al fine di valorizzarne risorse e competenze; nel settore della Difesa, nel corso della sessione di bilancio dello scorso autunno, sono state stanziate rilevanti risorse per la prosecuzione dei principali programmi multinazionali di produzione ed acquisizione armamenti; da tali programmi la Difesa attende l’acquisizione, a costi ragionevoli, dei sistemi d’arma di cui necessita per evitare l’approfondirsi del gap tecnologico che attualmente separa le Forze Armate italiane da quelle migliori di cui dispone l’Occidente, mentre per l’industria nazionale dei materiali d’armamento la certezza di un flusso prevedibile di commesse nazionali continua a rimanere un fondamentale strumento per partecipare ai piu` importanti consorzi multinazionali; i programmi che interessano lo spazio extratmosferico, dove l’Italia e` presente con il Sicral ed il Cosmo-Skymed, sono di particolare valenza strategica”.

In Europa quanto a spese per la ricerca e sviluppo militare si ha Francia e Inghilterra ai primi posti, a seguire Germania e Italia.
In Italia solo sette aziende investono più di 100 milioni di euro in R&S. In Germania sono 38.
In Francia 33 e nel Regno Unito 26.
Si tratta di grandi come la Fiat e Finmeccanica o piccole realtà come Txt-E Solutions, Chiesi Farmaceutici o Saes Getters.

La prima è Finmeccanica, la seconda la Fiat e la terza è Eni.
In Europa le duemila società prese in esame hanno investito nel 2005 371 miliardi di euro, la metà di tutti gli investimenti effettuati a livello mondiale (Dati emersi da un rapporto presentato dalla direzione generale Ricerca della Commissione Europea e dal Joint Researc Centre di Ispra).

Altro dato è il numero dei brevetti.

Un investimento di 1 miliardo di euro realizzato nel settore della difesa genera in un anno un valore di affari in prodotti innovativi quattro volte superiore, rispetto a quello generato da un comparto civile.
Una ricerca dell’AREL del 2004 conferma il duplice ruolo della spesa militare, definendola strategica per il controllo della Sicurezza nazionale e guida dell’innovazione tecnologica e dell’economia anche in altri settori. Il problema italiano viene individuato nei ritardi della sua canalizzazione, nell’assenza dell’integrazione fra ricerca base e applicata, nella mancanza di un raccordo fra università, impresa e ricerca.
AREL ha calcolato l’effetto di incentivazione di un aumento dello 0,5% degli investimenti in Difesa sul PIL che si tradurrebbe in un aumento dello 0,3% nella crescita della ricchezza pro-capite.

Oggi per essere competitivi bisogna qualificare i fattori determinanti per lo sviluppo nell’innovazione generata dalla ricerca e dalla conoscenza. Quindi non solo basare le proprie economie sulle classiche strutture produttive. Bisogna trasformare la conoscenza in produttività economica.
Dall’11 settembre si è assottigliata la linea che divideva l’ambito della sicurezza dalla difesa.
Sicurezza e difesa divengono bene pubblico.
Questo connubio porterebbe la ricerca in America verso un nuovo paradigma: integrazione di sistemi complessi.

Ultimi dati Finmeccanica: investimenti in ricerca e sviluppo (dati forniti a settembre 2007) pari a 851 milioni di euro, circa il 14% dei ricavi. I ricavi aumentano a 6079 milioni di euro.
Utile netto 177 milioni di euro. Portafoglio ordini pari a 36.245 milioni di euro.
Gli ordini di acquisto ammontano a 6478 milioni di euro.

Nel documento “Quindici punti per la politica europea dell’Italia” di Ettore Greco, Tommaso-Padoa-Schioppa e Stefano Silvestri del 2006 hanno scritto che “bisogna sostenere e specializzare la difesa italiana, bisogna valorizzare le nicchie di eccellenza nazionali”.

Il 29 marzo del 2007 l’EDA ( European Defence Agency) ha pubblicizzato una iniziativa l’EBB” che consentirà di visualizzare tutte le opportunità contrattuali della difesa per la catena delle piccole e medie imprese. La diffusione delle tecnologie duali permette di scaricare costi che peserebbero sul solo bilancio della difesa, nel contempo promuove comparti ad alta tecnologia.
L’introduzione dei modelli “cluster” nelle economie locali, cioè masse critiche di un territorio di industrie e istituzioni interconesse, permette la cooperazione fra aziende, la comunità di ricerca, il governo e le istituzioni finanziarie.

In Lombardia vi è il 30% della produzione aeronautica.
Nel Lazio questo settore occupa circa 300.000 addetti per un fatturato annuo pari a 5 miliardi di euro (2005) con una presenza di 200 aziende di dimensioni rilevanti.
La regione Piemonte soprattutto nell’area di Torino, ospita un polo aerospaziale con oltre 100 aziende che impiegano circa 9000 addetti e un giro di affari annuo di 1300-1400 milioni di euro.
Nelle regioni Puglia e Campania sono presenti PMI che formano reti di subfornitura. In particolare in Campania vi sono il 7,3% di tutte le imprese nazionali rappresentando il quarto dei poli nazionali del settore.
In altre regioni quali l’Abruzzo (centro spaziale Fucino) o città come Firenze, Pisa, Matera, Genova per dirne alcune, hanno un firmato sulla base dei modelli cluster.

Soluzioni diverse nella corsa al riarmo: esempio bombardiere TU-95 (quello schierato schierato a Cuba).

Sviluppato negli anni ’50 e continuamente modificato costituisce una rottura nei confronti del pensiero appiattito sull’ideologia della tecnologia avanzata.
Del resto le guerre asimmetriche non si giocano più sulla comunicazione, psicologia, economia, cultura, ecc.?
La Russia ha deciso di riportare il paese verso un ruolo sempre più attivo e importante nello scenario internazionale. Vedi strategia energetica.

La Russia rimane una delle maggiori potenze nucleari e il deterrente nucleari riveste un ruolo importante. Il deterrente strategico russo è basato sulla triade con ICMB (fra cui i Topol-M, versione testata MIRV) basati a terra, bombardieri strategici e sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare (classe Delta continuamente ammodernata).

Ma guardiamo ai bombardieri: il TU-9595MS Bear come si è scritto è un quadrimotore a turboelica che gareggia per anzianità con il B-52 (1956).
Poi c’è il Tupolev 160 Blackjack entrato in servizio nel 1985.

Gli USA non solo hanno progettato e messo in produzione nel frattempo un centinaia di B-1 Lancer (oggi ridotti a 65), ma a causa di gravi inconvenienti l’USAF ha poi deciso di tornare ad usare i B-52 finchè non si è sviluppato il B-2 per sostituire entrambi. Se ne sono costruiti solo 20 esemplari di serie a causa dei costi astronomici.
Cosicché gli USA hanno tre modelli di bombardieri di cui il B-1 è destinato alla radiazione mentre i B-52 ancora volano.

E in Italia?
Se il paese non decide di investire nel settore della Difesa, Finmeccanica entra in Crisi.
Queste le parole del direttore generale Giorgio Zappa a margine dell’incontro “Eunomiamaster” nel novembre 2006.

Un caccia di quarta generazione.
Il JSF è un progetto nato nel 1996 (il Regno Unito firmò il MoU per diventare Full partner nel dicembre 1995, l’Italia nel dicembre ’98 come Informed partner e nel giugno 2002 partner di Livello 2), basandosi sull’approccio di approvvigionamento non più basato su requisiti e prestazioni, ma di tipo commerciale per controllare i costi sull’intero ciclo di vita del sistema.
Si cercava dunque la riduzione dei costi ed evitare ritardi e problemi tecnici.
Il JSF doveva costare inizialmente 28 milioni di dollari per la versione A, 30-35 per la B e 31-30 per la C. Questo aereo moderno doveva integrare una varietà di tecnologie di punta: relativamente stealth, due stive interne per le bombe, superare la velocità del suono con velocità da crociera subsonica.
In più viene concepito per essere un “network centric fighter”, cioè da inserire in una griglia di architetture interconnesse e operante in una complessa capacità aerea network-centrica, così come richiesto dalla nuova dottrina RMA, rivoluzione negli affari militari.
Ma, come viene evidenziato da un rapporto della RAND Corporation commissionato dal DoD nel 1995, bisognava soprattutto rompere il dinamismo del settore militare in Europa.
Germania, Italia, Spagna e regno Unito avevano lanciato il programma EFA, la Francia il Rafale e la Svezia il Gripen. La RAND definì minacce grigie questi aerei.
Il JSF doveva servire per assicurarsi l’accesso ai mercati europei ed evitare l’emergere di un programma aereo da combattimento (concorrente al JSF) e così gli USA aprirono il programma alla cooperazione internazionale (i più stretti alleati).
Ovviamente la leadership assoluta deve essere degli Stati Uniti, le strutture di programma compartimentale, limitazione dei trasferimenti di tecnologia e del flusso di informazioni classificate e non (salvaguardare la propria superiorità tecnologia), controllo su tutte le fasi del programma.

Le Forze Armate italiane che hanno aderito al concetto americano di network-centric-warfare e va verso l’integrazione nell’architettura militare americana, ha visto nel JSF un elemento essenziale.
Quanto a Finmeccanica la sua cooperazione industriale con gli Stati Uniti negli ultimi anni si è intensificata consolidando il rapporto con la Lockeed Martin, Boeing, Bell Helicopter, L-3 Communications, Pratt&Whitney, General Electric, ecc.
Anche per lei partecipare al programma JSF serve a penetrare ulteriormente nel mercato americano.
In più non hanno mai pensato di limitare la produzione dell’EFA.
Le aziende in subappalto oltre Alenia (capo commessa per l’Italia) sono la Galileo Avionica per la realizzazione della cella “sotto vuoto” del sistema di controllo di tiro, componenti elettronici per il sistema di guerra elettronica di BAE, e Avio per i programmi dei motori. (Le aziende coinvolte sono molte di più).
Notevoli difficoltà vi sono con l’integrazione di armi non americane ma europee. (missili).
Ad oggi si ha la certezza che il JSF è divenuto il programma più costoso mai intrapreso dal DoD, e non ha ancora finito la fase prototipica e di sperimentazione. (da Il Joint Strike Fighter in Europa, CMiSS)

Dicembre 2006. Volo inaugurale per l’F-35 con motore Pratt&Whitney nella versione decollo atterraggio convenzionale.

Lockheed Martin vuole ridurre le attività di sperimentazione del JSF e lo dice al Dipartimento della Difesa (Agosto 2007). Questa scelta dovrebbe servire a recuperare risorse finanziarie perché il fondo di riserva ha già sforato di circa 2 miliardi di dollari, è già stato impegnato per risolvere i problemi del velivolo entrato nella fase di flight-test (durata di sette anni).
Dunque o il Congresso stanzierà altro denaro o l’azienda procederà con quanto annunciato.
Critico il funzionario del Pentagono Thomas Coriste che ha elaborato l’originario programma di sperimentazione del velivolo che ha stigmatizzato il comportamento di molte aziende che troppo spesso tagliano le attività di sperimentazione quando vogliono ridurre i costi, anche se la storia dell’aviazione è piena di conseguenze di questo sconsiderato modo di fare.

Nel mese di maggio del 2007 durante le prime sedute sugli aumenti delle spese militari previste nella finanziaria del 2008, la sottocommissione delle forze armate ha deciso di eliminare finanziamenti a due programmi del Pentagono.
Si tratta del programma Future Combat System (867 milioni di dollari)e lo Joint Strike Fighter con un taglio di 480 milioni di dollari (1 aereo in meno).
230 di questi milioni sono serviti a rimpiazzare un F-16 caduto in Iraq, mentre i restanti milioni serviranno a sviluppare un secondo motore per il JSF.
La Royal Navy e l’US Marine Corps stanno considerando la cancellazione della versione imbarcata. F35B (decollo verticale) che comporterebbe difficoltà sia all’Italia che pensa di sostituire quelli classe Harrier sulla Cavour, sia agli inglesi. Questo significherebbe che la Cavour dovrebbe prevedere un impianto di catapulte necessarie per aerei che non dispongono della spinta vettoriale.

Anche nel campo industriale si è mostrata la superbia americana e relativa disfatta.
Secondo le specifiche del Pentagono Lockheed-Martin avrebbe dovuto sviluppare 3 versione dell’F-35.
Una A a decollo convenzionale, una B a decollo corto ed atterraggio verticale (versione scelta da Italia e Inghilterra per le proprie portaerei) e una C per portaerei dotate di catapulta.
L’US Navy ha riscontrato nella versione B diversi aspetti critici quali ad esempio gli effetti termici, acustici e di pressione che limiterebbero la mobilità sul ponte ed allungherebbero il tempo per ogni decollo. Ciò significa aumento dei costi e diminuzione delle prestazioni.

Il JFS in Italia dovrà sostituire sia il Tornado sia l’AMX e costituirà la spina dorsale della capacità di attacco divenendo complementare all’EFA.
Una delle risposte che l’Aeronautica militare e Finmeccanica alla domanda perché il JSF se abbiamo già l’EFA, è stata quella che vi è uno sfasamento temporale di almeno 12-13 anni fra l’EFA che è già pronto, e il JSF che sarà operativo fra il 2015-2016.

AMX e Tornado avranno ancora una vita media di circa 10 anni, tenendo presente che nel frattempo l’Italia ha avuto bisogno dell’F-16 (proprio per il ritardo dell’EFA).
Così si spiegherebbe il JSF la cui vita si spingerà sino al 2050 circa.

EFA e F-35 a confronto (simulazione di scenari).
Studio del prof. Hartley del Centre for Defense Economics dell’University of NewYork.

Si prenda in esame le missioni di intercettazione, quella di difesa aerea e i parametri che determinano la superiorità nel combattimento aereo.
L’EFA risulta vincente in qualsiasi scenario tipico di una operazione di intercettazione e superiorità aerea superato dal solo F-22 Raptor (il pilastro della supremazia aerea americana a cui si affiancherà il JSF).

In Italia sono circa 20.000 i lavoratori occupati nel programma EFA per un totale fra Germania, Inghilterra e Spagna di circa 100.000 addetti suddivisi in circa 400 aziende.
500.000 sono in produzione nella rete di subfornitori.
Confrontando i costi e i ritardi dei programmi EFA e F-22 Raptor, il costo per l’EFA è aumentato del 14% e il ritardo pari a 54 mesi (33%). Il costo dello sviluppo è di 18 miliardi.
Per il Raptor i costi di sviluppo sono pari a 28,7 miliardi di dollari con un incremento del 137% e un ritardo di circa 10 anni nello sviluppo e di circa 9 nella capacità operativa iniziale, con un incremento dei costi unitari del 122% pari a 153 milioni di dollari.
Il fabbisogno totale dell’aereo è diminuito da 750 a 183 aerei e il costo totale del programma è salito a 62 miliardi.
L’F-22 sarebbe l’aeroplano più costoso con un costo unitario di programma di circa 361,3 milioni di dollari, quello unitario di acquisto di 177,6 milioni. Nel 1992 si stimava che il programma sarebbe costato 125,1 milioni di dollari (all’anno fiscale 2006).

Mentre Parisi ad una festa dell’Udeur il 29 agosto dichiarava ai giornali che non si possono attuate tagli alla Difesa nella nuova finanziaria in quanto l’Italia ha sottoscritto in sede Nato di aumentare le spese dall’1% (poco più) al 2% del Pil, il 13 giugno a Roma Forcieri, sottosegretario alla Difesa, insieme con gli omologhi olandesi, norvegesi, danesi e turchi (anche attraverso l’iniziativa European, progetto di scambio di studenti per il JSF che coinvolgerà Euroavia, associazioni di studenti aeronautici che possiede 32 sedi in Europa) aveva siglato il memorandum di intesa per il supporto del JSF.
Si è così costituito un gruppo di lavoro che verificherà le condizioni e modalità della partecipazione fra cui la linea di assemblaggio finale e di prova (FACO, interamente pagata dall’Italia) a Cameri diverrebbe lo stabilimento prescelto come supporto regionale a livello europeo.
Al salone di Le Bourget Finmeccanica ha quantizzato in 5, 7 miliardi di dollari a partire dal 2010 solo per la partecipazione di Alenia a cui si aggiungeranno 10 miliardi considerando le altre aziende interessate con una ricaduta occupazionale di circa 10.000 lavoratori. Alenia conta di produrre 1.200 ali per l’F-35 e componenti annesse.

Nel 2004 la produzione Alenia era per l’84% militare di cui l’85% rivolta al mercato interno.
Oggi le vendite negli Stati Uniti rappresentano il 33%, quelle nell’Unione Europea il 29% e in Italia il 18%, il resto del mondo il 20%.
La ripartizione fra prodotti militari e civili vede il 61% per i primi e il 39% per i secondi.

AZIENDE BELLICHE: E’ POSSIBILE CONVERTIRLE?

Durante i primi anni ’80 nel Parlamento la discussione verteva sulla decisione in Europa di schierare dei missili Cruise e dei Pershing sulla base della rigida applicazione del “teorema sull’equilibrio del terrore” o altrimenti deterrente, in relazione all’adozione degli SS20 da parte dell’URSS. Ricordiamo che nel 1975 c’era stata la svolta storica del PC sulla NATO.
Paradossalmente, la posizione dei rappresentanti dal PC al PSI alla DC contro l’ipotesi dell’uso di armi nucleari tattiche nel teatro europeo erano tese a giustificare la necessità di un potenziamento della componente convenzionale delle forze militari, a un loro uso attivo e non semplicemente difensivo.
I nemici dell’arma nucleare erano i fautori del riarmo convenzionale e delle avventure militari nel mondo.
Le manifestazioni dei pacifisti (anche per la genericità degli obiettivi) sono state utilizzate per sostenere la tesi del rafforzamento della componente convenzionale delle nostre FF.A.A. trovando la complicità anche nel PC ( che sosteneva la tesi dell’esercito nazionale e popolare che dovrebbe fare a meno dei missili americani, ma rafforzarsi con armi prodotte dai lavoratori italiani).

Chi in quegli anni già denunciava la corsa al riarmo denunciando la cifra astronomica che l’allora ministro della difesa prometteva di stanziare, aveva ben chiaro che nel momento in cui l’Italia non avrebbe potuto onorare tutti gli impegni presi, ci sarebbero state le richieste dei lavoratori affinché si costruissero più cannoni. I lavoratori divengono, per logica del bisogno, sostenitori di una politica reazionaria e militarista.

I costi di produzione e il mercato.

Il Tornado MRCA, l’aereo multiruolo, all’inizio della progettazione doveva costare secondo gli stati maggiori della NATO, non più di sei miliardi a velivolo, poi è arrivato 40 miliardi di lire.

Oto Melara: un esempio di lavoratori che hanno chiesto la conversione o almeno la diversificazione dell’azienda. Quando durante un incontro presso la Oto Melara tra commissione difesa della Camera, dirigenti e Consiglio di fabbrica, i lavoratori chiesero di cambiare la finalità della produzione, i dirigenti risposero che l’unico modo per convertire una azienda specializzata in carri armati, cannoni, missili era quello di radere al suolo tutto e di ricostruire una fabbrica per produzioni civili. Ci sarebbero voluti capitali e un lungo periodo di disoccupazione.
E poi sarebbero stati riassunti?
Chi voleva questo?
Il Consiglio di fabbrica non aveva alternative. Il sindacato non si era mai posto il problema.

In Armacchi, una azienda aeronautica specializzata in velivoli di addestramento, la lotta dei lavoratori messi in cassaintegrazione a seguito della richiesta dell’azienda di avviare un processo di ristrutturazione, non sono riusciti a vincere la loro lotta per una riconversione e/o maggiore diversificazione della stessa, ma hanno vinto nella lotta per ottenere una Agenzia per la riconversione dell’industria bellica in Lombardia. Questa doveva servire a sviluppare progetti alternativi e da un punto di vista teorico e nella realizzazione di un manufatto.

Uno dei pochi esempi di conversione è stato il caso della Lucas Aerospace che però non ha avuto successo. Il tentativo aveva però dimostrato che se Enti locali, Consiglio di fabbrica e l’appoggio del ministro laburista all’industria, non solo si potevano studiare piani alternativi, ma costruire prodotti alternativi. (treno-autobus che può viaggiare su strada e rotaia).

Una importante ricerca sulla conversione dell’industria militare in industria civile è stata quella di Seymour Melman, docente di ingegneria industriale della Columbia University di New York.

Si compone di tre saggi che vanno dal 1972 al 1980 in cui si è affrontato il problema dell’economia militare nel suo complesso e i problemi della riconversione.
Melman afferma che l’indagine prioritaria che bisogna effettuare quando si vuol affrontare questo argomento, è quella relativa all’esistenza di una domanda civile per prodotti teoricamente realizzabili da una determinata azienda militare, quindi non una valutazione esclusivamente tecnologica. Verificare le priorità nazionali di un paese a cui dovrebbero riferirsi i possibili stanziamenti governativi: sanità istruzione, protezione ambientale, urbanistica, ecc.
Per pianificazione dell’economia militare bisogna saper pianificare in anticipo le varie componenti: trovare un impiego alternativo ai lavoratori per almeno due anni e selezionare prodotti nuovi, impiantare nuove attrezzature di produzione, localizzare fonti di materie prime, addestrare la forza lavoro.

L’autore della ricerca racconta di un suo viaggio a Mosca nel 1984 per un simposio sulla conversione dell’economia militare al civile.
Uno dei colleghi russi chiese il perché del convegno se poi dopo tutto è solo un problema politico.
Un volta che si raggiungono accordi politici, si può passare ai problemi economici.
Melman rispose che lo stesso Carlo Marx aveva richiamato l’attenzione sui rapporti tra politica ed economia. Il governo sovietico si era dichiarato a favore in linea di principio, di un congelamento della produzione delle armi nucleari e dei sistemi di lancio. Facendo i conti questo significava lasciare a casa centinaia di migliaia di lavoratori, in America sarebbero stati circa 350.000.
Dunque era necessaria anche una pianificazione della conversione dell’economia.

Fermiamo gli F-35
Domenica 4 novembre 2007
Manifestazione Novara - Cameri
Partenza da P.zza Garibaldi (Stazione FS - Novara) ore 12.00

per adesioni alla manifestazione e contatti
Laura Bergomi di Novara - del Comitato contro gli F 35
laura.paolo2@alice.it

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Dall’11 al 15 novembre, si tiene a Roma il 20° Congresso mondiale dell’energia, organizzato dal World energy council, dedicato a prefigurare i futuri scenari energetici globali, centrati ancora sulle fonti energetiche fossili, sul rilancio nucleare e sul massimo profitto a discapito di fonti rinnovabili, risparmio energetico, pace, salute, ambiente.

Un appuntamento triennale ospitato per la prima volta in Italia, che torna a svolgersi in Europa dopo 15 anni e che vede la partecipazione massiccia di tutte le multinazionali dell’energia e delle grandi imprese di stato, dei governi e del sistema bancario-finanziario.

La questione energetica mai come ora è apparsa in tutta la sua gravità. L’era dei combustibili fossili, che ha determinato l’attuale assetto dell’economia mondiale e dell’intera società, sta mostrando tutti i suoi limiti e i suoi disastri: l’esauribilità delle fonti e le guerre per il loro approvvigionamento, le ingiustizie sociali, l’inquinamento provocato dai processi di combustione conseguenti e le alterazioni climatiche drammaticamente sempre più evidenti, determinano una situazione ormai insostenibile. Ad aggravare la situazione, a fronte della scarsità di petrolio e gas, viene sempre più imposto l’uso del carbone, con il suo carico inquinante e alterante del clima.
Un carbone tutt’altro che “pulito”, poiché rimangono molto alti i livelli degli inquinanti (ossidi vari e polveri); e le tecnologie, tanto decantate per la sequestrazione dell’anidride carbonica, sono tuttora in fase sperimentale, senza aver risolto gli elevati costi energetici ed economici e i gravi problemi di sicurezza per l’ambiente e i lavoratori.

A Roma si incontreranno proprio quei soggetti che hanno la responsabilità dell’attuale situazione: rappresentanti di governi e multinazionali energetiche di 94 paesi, tra cui coloro, a cominciare dagli Usa, che hanno, con le loro politiche, promosso la strategia della ”guerra permanente” e le terribili guerre che insanguinano il Medio oriente e i paesi del Centro Asia e Africa.
Oggi, la questione energetica, con i suoi risvolti tragici che opprimono il mondo, può essere affrontata con intelligenza e successo. Anche la scienza, quella non asservita ai potenti e agli speculatori finanziari, può essere in grado di indicare nuove vie per risparmiare energia e fornire quella necessaria alla vita di tutti.

Il potere costruito sul petrolio, le altre energie fossili e il nucleare, si è assicurato il controllo del Mondo con la giustificazione di garantire benessere e “democrazia”. Mai come ora tutto ciò appare falso: lo squilibrio fra popolazioni; le terribili conseguenze sul clima a danno di tutti; lo sconvolgimento dei territori dove si perpetua il dominio con l’imposizione di mega infrastrutture, centrali, impianti ed inceneritori sempre più invasivi anche se falsamente meno inquinanti.

A tutto ciò si aggiunge la scellerata proposta di chi vorrebbe realizzare nuove centrali nucleari, senza rendere conto dei disastri che provocano (recentemente anche in Giappone), tanto più gravi se confrontati con le scarse quantità di energia fornita a livello mondiale, quasi sempre foglia di fico per coprire gli intenti militari che si celano dietro tale proposta.

Fra le stesse fonti rinnovabili, il contributo dei biocarburanti in alcuni casi interessante, va trattato con molta cautela per non vincolare prodotti agroalimentari a combustibili fossili per l’autotrazione, con conseguenze drammatiche sui costi dell’alimentazione.

Proponiamo negli stessi giorni del Summit una forte mobilitazione, un incontro di popolazioni e nuovi saperi, per dire cosa realmente si può fare per salvare gli esseri viventi dalla catastrofe verso la quale “lor signori” ci stanno portando.

Di nuovo in questa occasione è giusto ragionare sulla strada per un “Altro Mondo Possibile”, tanto caro ai movimenti che in questi anni si sono mobilitati contro guerre ed ingiustizie mondiali e locali, per sostenere che quanto finora è servito a distruggere serva a creare benessere.

Questo appello lo rivolgiamo a tutti coloro che sentono il dovere ed il diritto di confrontarsi per individuare questa strada. I saperi e le pratiche di coloro che hanno subito e stanno subendo le conseguenze dell’attuale modello energetico debbono incontrarsi.

Ci rivolgiamo anche a tutte quelle forze politiche e sociali che non accettano più l’attuale sistema economico consumistico e le sue false verità basate sulla dittatura del P.I.L. e la centralità delle politiche monetarie.

I costi economici delle grandi infrastrutture e dei grandi sprechi sono da tagliare, per destinarli a un altro modello che abbia al centro una parola d’ordine: “l’Ambiente e la partecipazione per un’Altra Economia”, con grandi benefici per tutti gli abitanti della terra, per il mondo del lavoro e i territori devastati.

Il nostro obiettivo vuol essere, come anche indica il Contratto Mondiale per l’Energia, quello di garantire un altro modello energetico mondiale che fornisca a tutti equamente l’energia necessaria per vivere dignitosamente, a partire dalla riduzione dei consumi nel nord del mondo, senza distruggere le foreste per produrre carburanti o deportare popolazioni per realizzare grandi dighe.

Riduzione e risparmio, sistemi efficienti, mezzi per ottenere energia da fonti rinnovabili non inquinanti e disponibili praticamente ovunque come il sole, il vento, le maree, ecc. sono le vie da percorrere. E’ prioritario divulgare buone pratiche che favoriscano il consumo locale e biologico, il riuso e riciclo, e una mobilità che privilegi mezzi collettivi e individuali a basso impatto o nullo.

I veri ostacoli a che tutto ciò avvenga, provengono proprio da coloro che si incontreranno a Roma dall’11 al 15 novembre per decidere volumi di produzione energetica e sprechi in funzione dei loro profitti e rinnovare il rito che confermi il loro potere. Mobilitiamoci per affermare un altro modello.

Roma, 30 luglio 2007
http://www.otherearth.net/home.html

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Al povero, qui e ora, restano il cassonetto dell'immondizia e la mano tesa alla porta della chiesa. Persino il diritto alla ribellione, in determinati contesti storici, sociali, geografici e culturali gli viene negato. Il cardinale Martino ha ragione perché è in questo contesto che ci troviamo a operare (e a legiferare).

Battersi per rovesciare il contesto dato ci riguarda, non è un compito che possiamo delegare a chi non ha strumenti, e non li ha perché glie li abbiamo tolti noi, società occidentale affluente; il nostro consumo, la sua qualità e la sua quantità, si fonda sul non diritto al consumo degli «altri».

Il cardinale sostiene anche che una via per affrontare «i casi di estremo bisogno... non si è trovata e io credo che non si troverà presto se Nostro Signore ebbe a dirci "i poveri li avrete sempre con voi"». Noi che pensiamo che ribellarsi alle ingiustizie e alle disuguaglianze sia giusto, e possibile, quella via continuiamo a cercarla.
Ma essere convinti che gli africani debbano poter vivere dignitosamente nelle loro terre senza dover fuggire alla fame, alle guerre di cui noi siamo esportatori professionali, alle tirannie con cui noi facciamo affari e che abbiamo contribuito a instaurare, non vuol dire che allora non vogliamo nelle nostre strade chi scappa da quella realtà che è loro data.

Essere convinti che la povertà vada abolita non vuol certo dire che vogliamo interdire la ricerca di brandelli di futuro nei cassonetti, o l'elemosina. Così come la convinzione che la prostituzione sia un degrado, forse il peggior degrado, non può certo iscriverci alla schiera di chi scatena la caccia alle donne costrette a prostituirsi per strada.
Siamo figli di una cultura che rifiuta le diseguaglianze su cui si fonda il modello economico e sociale capitalistico, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Un modello che ha al suo centro il mercimonio, e la prostituzione è il più degradante dei mercimonii. Ma i nostri padri cantavano «son nostre figlie/ le prostitute/ che muoion tisiche/ negli ospedal...». Dovremmo tornare a cantare questa canzone.

Ci sono punti che uniscono e punti che dividono la nostra cultura da quella del cardinale. Ma su un obiettivo non possiamo che percorrere un pezzo di strada insieme: quella che va dalla parte opposta di chi vorrebbe cancellare dalla nostra vista i «sottoprodotti» del suo criminale modello sociale.
I mendicanti, gli accattoni, i migranti che non sono (ancora) funzionali alla difesa dei nostri privilegi. Le prostitute. Dice il cardinale che bisogna rispondere al bisogno, non nasconderlo.

Chi vuole impedire l'accattonaggio, per noi compie un crimine. Un peccato, direbbe il cardinale.

Ha ragione il premio Nobel Dario Fo, che ieri sul manifesto - e sempre in decenni di impegno artistico, sociale e politico - ha denunciato l'ipocrisia di chi è alla guida della nostra società opulenta e l'arroganza del potere. Né lui né noi pensiamo che la carità sia la risposta alle ingiustizie. Pensiamo però che tentare di nasconderle sarebbe la peggiore delle ingiustizie.

Loris Campetti
Il Manifesto 9/8/08

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L'"incontro da non perdere" annunciato per martedì 18 novembre in Biblioteca a Baggio sulle questioni dei diritti commerciali e di proprietà dal Trattato - TTIP - che si vuole concludere entro il prossimo anno tra Stati Uniti e i Governi dell'Unione Europea, ha visto una grande presenza e suscitato grande interesse e partecipazione.

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Riflessioni a latere
Molinari su TTIP
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Le organizzazioni internazionali della WTO, del FMI, della BM e oggi i diversi Trattati più o meno bilaterali, hanno imposto e impongono una globalizzazione spinta dei processi produttivi e dei mercati concorrenziali, accompagnati e sostenuti dalla forza di un pensiero dominante: la convinzione che il sistema produttivo/consumista del libero mercato è il modello capace di dare risposte a tutti i problemi e di migliorare le condizioni di vita.

Questo postulato/principio diventato "pratica politica" dei Governi, è sempre più spesso oggetto di critica da parte della cittadinanza per:

  • per gli esasperanti processi di sfruttamento,
  • per la precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita
  • per i disastri ambientali e sociali (fame, guerre, migrazioni, …).
  • per le privatizzazioni dei beni pubblici - acqua e servizi;

Il fatto più grave è che queste operazioni tese all'esclusiva valorizzazione economica, riflette e innesca in ciascuna individualità come nelle diverse realtà aggregate, un dato uniforme, una dimensione vincolata al sé alla propria diversità esclusiva: interesse privato.
Mentre si critica un sistema che privatizza e mercifica le ricchezze naturali, i beni pubblici, …, la vita, si fa della propria soggettività  (personale e aggregata) la forma esclusiva, il "bene" irrinunciabile.

Qualche numero
Il Trattato coinvolge i 50 stati degli Stati Uniti d’America e le 28 nazioni dell’Unione Europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini. La somma del PIL di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45 per cento del PIL mondiale. Numeri che per il loro potenziale impatto globale eserciteranno pressioni sui mercati e sulle politiche.

La segretezza è l'elemento caratterizzante questo Trattato iniziato parecchi anni fa, ancora oggi tutta la documentazione è accessibile solo ai gruppi di tecnici che se ne occupano (600 sono i delegati delle Multinazionali), al governo degli Stati Uniti e alla Commissione europea.

Il TTIP viene definito «un accordo commerciale e per gli investimenti»
L’accordo interviene in tre principali direzioni: aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, uniformare e semplificare le normative tra le due parti abbattendo le differenze non legate ai dazi.
L’accesso al mercato riguarda quattro settori: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici, coprendo sostanzialmente tutti i settori.
La liberalizzazione riguarda anche gli appalti pubblici ad ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici: sanità, alimentazione, acqua, proprietà intellettuali, cultura,  ….

A protezione e a garanzia della salvaguardia degli interessi delle imprese è prevista la costituzione dell’arbitrato internazionale Stato-imprese: un meccanismo che consente agli investitori di citare in giudizio i governi presso corti arbitrali internazionali.
Punto nodale è l'armonizzazione delle normative in materia di beni e servizi; prevede di rimuovere ogni tipo di ostacoli agli scambi e agli investimenti
Solo due esempi:

  • negli Stati Uniti è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nell’UE è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo.
  • La normativa europea prevede che le sostanze chimiche per essere utilizzate devono rispettare il principio di precauzione cioè l'azienda deve dimostrare che quella sostanza, in tutte le sue componenti, non provocherà danni alla salute e all'ambiente. Negli Stati Uniti la dimostrazione della causa del danno spetta a chi l'ha subito.

Tutto questo dovrebbe bastare per comprendere quali effetti questo trattato produrrà sulla vita di tutti noi. Per questo in Italia e in Europa sta nascendo una forte opposizione a questo trattato.
In Italia è nata la "Campagna STOP TTIP": http://stop-ttip-italia.net/
Per contatti a Milano "Comitato Milanese STOP TTIP" : stopttipmilano@gmail.com,
E' da qui che parte l'interessamento, la responsabilità e la mobilitazione necessari per combattere le logiche subdole di questo Trattato che ha, purtroppo, nel nostro premier e del suo governo Matteo Renzi un sostenitore incondizionato.

Ma c'è di più
All'inizio del suo mandato per il semestre italiano di presidenza europea, Matteo Renzi ha dichiarato "l'appoggio totale e incondizionato del governo italiano" al Ttip. "Si tratta di una scelta strategica". "Per noi è assolutamente centrale che i principali elementi di negoziazione" del Transatlantic trade and investment partnership "siano al più presto non solo chiariti ma evidenziati e rafforzati".
Un "appoggio incondizionato" che corrisponde ad una logica conseguente della politica che il suo governo sta attuando attraverso i dettati legislativi:

  • La "Spending review", la revisione della spesa pubblica: da un lato si strangolano i Comuni con i tagli dei trasferimenti, dall'altro s'incentiva l'affidamento dei propri servizi pubblici alle grandi multiutilities, destinate al mercato delle privatizzazioni con la cessione di quote pubbliche delle società partecipate.
  • La legge di stabilità costringe gli Enti Locali, ricattati e strangolati dai tagli, alla cessione delle loro quote al mercato azionario per poter usufruire delle somme derivanti dalla vendita.
  • Il decreto "Slocca Italia" che spinge l'acceleratore su attività edilizia e le infrastrutture oltre ad imporre di aggregare le aziende pubbliche in un unico gestore territoriale.
  • Il "Jobs act": la riforma del lavoro, una riforma pensata, senza alcun coinvolgimento delle parti sociali, come razionalizzazione del processi lavorativi che riduce ulteriormente i diritti dei lavoratori.

Operazioni queste che si configurano essere un attacco alle condizioni ambiente senza precedenti, e condanna il Paese all’arretratezza di un’economia basata sul consumo intensivo di risorse non rinnovabili e concentrata in poche mani. (Vedi appello "Blocca lo Sblocca Italia").
Non solo, manifesta anche una grave minaccia alla privatizzazione dei servizi pubblici in particolare dell'acqua azzerando la volontà dei cittadini manifestata a grande maggioranza con il referendum per il diritto a mantenere l'acqua pubblica (Vedi Campagna contro le privatizzazioni).

Così anche in Lombardia con il governatore Maroni sta venendo avanti un progetto di legge che prevede nuove urbanizzazione su suoli agricoli (Leggi l'appello).
A Milano abbiamo l' "Expo" per il quale si sono inventate le "Grandi opere" di reti autostradali spesso inutili per 11 miliardi di euro, e la disastrosa, inutile e costosa "Via d'Acqua".

Costruiamo insieme una campagna contro le privatizzazioni ed i monopoli privati, per una gestione pubblica e partecipata dei beni comuni e dei nostri territori.

Contro i ladri di democrazia riprendiamoci il futuro

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Ormai non esiste più alcun dubbio a livello scientifico: le micro- e nanoparticelle, comunque prodotte, una volta che siano riuscite a penetrare nell’organismo innescano tutta una serie di reazioni che possono tramutarsi in malattie. Le nanopatologie, appunto.

Se è vero che le manifestazioni patologiche più comuni sono forme tumorali, è altrettanto vero che malformazioni fetali, malattie infiammatorie, allergiche e perfino neurologiche sono tutt’altro che rare. A prova di questo, basta osservare ciò che accade ai reduci, militari o civili che siano, delle guerre del Golfo o dei Balcani o a chi sia scampato al crollo delle Torri Gemelle di New York e di quel crollo ha inalato le polveri.
“Comunque prodotte”, ho scritto sopra a proposito di queste particelle che sono inorganiche, non biodegradabili e non biocompatibili. E l’ultimo aggettivo è sinonimo di patogenico. Il fatto, poi, che siano anche non biodegradabili, vale a dire che l’organismo non possieda meccanismi per trasformarle in qualcosa di eliminabile, rende l’innesco per la malattia “eterno”, dove l’aggettivo eterno va inteso secondo la durata della vita umana.

Le particelle di cui si è detto hanno dimensioni piccolissime, da qualche centesimo di millimetro fino a pochi milionesimi di millimetro, e più queste sono piccole, più la loro capacità di penetrare intimamente nei tessuti è spiccata; tanto spiccata da riuscire perfino, in alcune circostanze e al di sotto di dimensioni inferiori al micron (un millesimo di m millimetro), a penetrare nel nucleo delle cellule senza ledere la membrana che le avvolge. Come questo accada sarà il tema di un incipiente progetto di ricerca europeo che vedrà coinvolto come coordinatore il nostro gruppo.

Se è vero che la natura è una produttrice di queste polveri, e i vulcani ne sono un esempio, è pure vero che le polveri di origine naturale costituiscono una frazione minoritaria del totale che oggi si trova sia in atmosfera (atmosfera significa ciò che respiriamo) sia depositato al suolo, ed è pure vero che la loro granulometria media è, tutto sommato, relativamente grossolana.

È l’uomo il grande produttore di particolato, soprattutto quello più fine. Questo perché la tecnologia moderna è riuscita ad ottenere a buon mercato temperature molto elevate a cui eseguire le più svariate operazioni, e, in linea generale e a parità di materiale bruciato, più elevata è la temperatura alla quale un processo di combustione avviene, minore è la dimensione delle particelle che ne derivano. A questo proposito, occorre anche tenere conto del fatto che ogni processo di combustione, nessuno escluso, produce particolato, sia esso primario o secondario. Per particolato primario s’intende quello che nasce direttamente nel crogiolo, per secondario, invece, quello che origina dalla reazione tra i gas esalati dalla combustione (tra gli altri, ossidi di azoto e di zolfo) e la luce, il vapor d’acqua e i composti principalmente organici che si trovano in atmosfera.

Al momento attuale, la legge prescrive che l’inquinamento particolato dell’aria sia valutato determinando la concentrazione di particelle che abbiano un diametro aerodinamico medio di 10 micron - le ormai famose PM10 - e prescrive che la valutazione avvenga per massa. Nulla si dice ancora, invece, a proposito delle polveri più sottili: le PM2,5 (cioè particelle con un diametro aerodinamico medio di 2,5 micron), le PM1 (diametro da 1 micron) e le PM0,1 (diametro da 0,1 micron). Sono proprio quelle le polveri realmente patogene, con una patogenicità che cresce in modo quasi esponenziale con il diminuire del diametro. E per avere un’idea degli effetti sulla salute di queste poveri occorre che le particelle siano non pesate ma classificate per dimensione e contate. Dal punto di vista pratico, la massa di una particella da 10 micron corrisponde a quella di 64 particelle da 2,5 micron, oppure di 1.000 da un micron, oppure, ancora, a quella di 1.000.000 di particelle da 0,1 micron. Perciò, valutare il particolato in massa e non per numero e dimensione delle particelle non dà indicazioni utili dal punto di vista sanitario e può, anzi, essere fuorviante.

Venendo al problema dell’inquinamento da rifiuti, è ovvio che questi debbano, in qualche modo, essere smaltiti.
A questo punto, è necessario ricordare la cosiddetta legge di Lavoisier o della conservazione della massa. Questa recita che in una reazione chimica la massa delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di reazione. Il che significa che, secondo le leggi che regolano l’universo, noi riusciamo solo a trasformare le sostanze, ma non ad annullarne la massa.

Ciò che avviene quando s’inceneriscono i rifiuti, dunque, altro non è se non la loro trasformazione in qualcosa d’altro, e questa trasformazione è ottenuta tramite l’applicazione di energia sotto forma di calore.
Stante tutto ciò che ho scritto sopra e che è notissimo sia tra gli scienziati sia tra gli studenti delle scuole medie, se noi bruciamo l’immondizia, altro non facciamo se non trasformarla in particelle tanto piccole da farle scomparire alla vista e, con i cosiddetti “termovalorizzatori” – una parola che esiste solo in Italiano e che evoca l’idea ingenuamente falsa che si ricavi valore economico dall’operazione – la trasformazione produce particelle ancora più minute e, dunque, più tossiche.

Malauguratamente, non esiste alcun tipo di filtro industriale capace di bloccare il particolato da 2,5 micron o inferiore a questo, ma, dal punto di vista dei calcoli che si fanno in base alle leggi vigenti, questo ha ben poca importanza: il “termovalorizzatore” produce pochissimo PM10 (peraltro, la legge sugl’inceneritori prescrive ancora la ricerca delle cosiddette polveri totali ed è, perciò, ancora più arretrata) e la quantità enorme di altro particolato non rientra nelle valutazioni. Ragion per cui, a norma di legge l’aria è pulita. Ancora malauguratamente, tuttavia, l’organismo non si cura delle leggi e le patologie da polveri sottili (le PM10 sono tecnicamente polveri grossolane), un tempo ignorate ma ora sempre più conosciute, sono in costante aumento. Tra queste, le malformazioni fetali e i tumori infantili.

Tornando ala legge di Lavoisier, uno dei problemi di cui tener conto nell’incenerimento dei rifiuti è la quantità di residuo che si ottiene. Poiché nel processo d’incenerimento occorre aggiungere all’immondizia calce viva e una rilevante quantità d’acqua, da una tonnellata di rifiuti bruciata escono una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide, 30 kg di ceneri volanti (la cui tossicità è enorme), 650 kg di acqua sporca (da depurare) e 25 kg di gesso. Il che significa il doppio di quanto si è inteso “smaltire”, con l’aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto altamente patogenico. E in questo breve scritto si tiene conto solo del particolato inorganico e non di tutto il resto, dalle diossine (ridotte in quantità ma non eliminate dall’alta temperatura), ai furani, agl’idrocarburi policiclici, agli acidi inorganici (cloridrico, fluoridrico, solforico, ecc.), all’ossido di carbonio e quant’altro.

Affermare, poi, che incenerire i rifiuti significa non ricorrere più alle discariche è un ulteriore falso, dato che le ceneri vanno “smaltite” per legge (decreto Ronchi) in discariche per rifiuti tossici speciali di tipo B1.
Si mediti, poi, anche sul fatto che l’incenerimento comporta il mancato riciclaggio di materiali come plastiche, carta e legno. I “termovalorizzatori” devono funzionare ad alta temperatura e, per questo, hanno bisogno di quei materiali che possiedono un’alta capacità calorifica, vale a dire proprio le plastiche, la carta e il legno che potrebbero e dovrebbero essere oggetto di tutt’altro che difficile riciclaggio.

Tralascio qui del tutto il problema economico perché non rientra nell’argomento specifico, ma il bilancio energetico è fallimentare e, se non ci fossero le tasse dei cittadini a sostenere questa forma di trattamento dei rifiuti, a nessuno verrebbe mai l’idea di costruire impianti così irrazionali.
Rimandando per un trattamento esaustivo dell’argomento ai numerosi testi che lo descrivono compiutamente, compresi i siti Internet dell’ARPA e di varie AUSL, la conclusione che qualunque scienziato non può che trarre è che incenerire i rifiuti è una pratica che non si regge su alcun razionale.

Ma, al di là della scienza, il sensus communis del buon padre di famiglia che per i Romani era legge può costituire un’ottima guida. Usare i cosiddetti “termovalorizzatori” spacciandoli per un miglioramento tecnico, poi, non fa che peggiorare la situazione dal punto di vista del nanopatologo, ricorrendo questi a temperature più elevate.

Perciò, una pratica simile non può essere in alcun modo presa in considerazione come alternativa per la soluzione del problema legato allo smaltimento dei rifiuti, se non altro perché i rifiuti non vengono affatto smaltiti ma raddoppiati come massa e resi incomparabilmente più nocivi.

Stefano Montanari – Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics 
Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)
www.nanodiagnostics.it

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Una «Carovana dell'acqua» è partita dall'Italia per attraversare in due settimane (8-23 novembre) quattro paesi centroamericani: Nicaragua, Honduras, Guatemala, Salvador, alla ricerca di un filo di resistenza comune. La delegazione italiana, che fa riferimento al Comitato italiano Contratto Mondiale per l'Acqua, è composta da una dozzina di persone, che qui si sono unite ai partecipanti degli altri paesi.

Domenica tutti si sono incontrati nel centro Giordano Bruno di Managua, per dare il via alla spedizione. Qui il movimento sociale nicaraguense di un «otro mondo es posible» lancia il suo manifesto: Agua fuera del AdA, l'acqua va esclusa dall'Accordo di Associazione tra l'America centrale e l'Unione europea. Qui temono che l'Europa accetti l'accordo per favorire le multinazionali, dell'acqua e le altre. «Il governo nicaraguense pretende di lavarsi le mani della sua responsabilità di garante per l'accesso all'acqua e di trasferirla a compagnie straniere e così facendo viola il nostro diritto alla vita».

I quattro paesi più popolosi dell'America centrale, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Salvador, hanno insieme 40 milioni di abitanti su 370mila chilometri quadrati, più dell'Italia.
La Carovana li attraverserà per mostrare alle popolazioni locali che non sono sole di fronte alla forza economica e armata dei progetti della Banca mondiale e delle multinazionali che vorrebbero trasformare profondamente l'ecosistema dell'Istmo, secondo solo all'Amazzonia per biodiversità.
Il «Piano Puebla Panama» prevede una spesa di 4,4 miliardi di dollari, di cui il 96,3% per la costruzione di infrastrutture e solo il 3,7% per lo sviluppo sostenibile e la protezione del «corridoio biologico mesoamericano».
Tra le infrastrutture, reti di autostrade, oleodotti e gasdotti, posti, aeroporti, dighe e rete di interconnessione energetica, oltre a zone franche in tutta l'area.

La Carovana ha il compito di portare un discorso di resistenza in giro per i quattro paesi. Ma anche un altro compito è affidato alla Carovana, perfino più importante: dopo moltissimi anni, guerre, rivoluzioni vinte e perse, è la prima volta che i paesi del Centroamerica fanno qualcosa insieme.
La Carovana entrerà nella storia?

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La guerra dell'acqua - quando l'oro azzurro diventa un nemico
Viaggio nelle comunità contadine indigene che hanno visto la propria ricchezza secolare, l'acqua, diventare nera e velenosa per l'azione dell'industria e delle colture industriali, senza che le autorità facessero qualcosa per salvarle.

I cittadini del Nicaragua sono convinti che il loro paese sia benedetto da dio quanto alla ricchezza e allo splendore dell'acqua. Sono però disperati perché non hanno saputo conservare per sé e per i figli la loro ricchezza lasciando che qualcuno la rubasse, per venderla, usarla, sporcarla in vario modo. Così l'acqua, da fantastica risorsa, si è trasformata nel suo opposto, un pericolo mortale.
Il viaggio della Carovana comincia in un mondo difficile. Le prime due tappe, sono esperienze di passione e di miseria sofferte da popolazioni povere; due tappe successive riguardano comunità che lottano contro le conseguenze: le malattie e le morti dovute all'acqua malsana, l'acqua nemica. Si comincia da Mateare, pochi chilometri a sud della capitale.

Mateare è un grande comune di trenta o quarantamila abitanti, dispersi in otto o dieci comunità minori. Per esempio una di queste, Brasiles che ci accoglie, ha la fortuna di essere sul bellissimo lago di Managua. I brasilesi ne parlano però, con qualche motivo, come del lago più inquinato del mondo. C'è l'acqua nera che oggi ammorba i pozzi dai quali da tempo immemorabile la popolazione tira la sua acqua, per le necessità domestiche e per l'orto e i campi; c'è l'acqua di scarico delle fabbriche che finisce nella falda, dove confluiscono anche i veleni dell'agricoltura industriale.
Sulla strada si vede una fabbrica, moderna di aspetto, «Holcim tessile». Forse è quella di cui parla un documento che la cooperativa locale ci fa leggere. «All'altezza del chilometro 15 e 500 della 'carretera nueva' per Leon, presso l'entrata del cimitero vecchio, a 500 metri dalla carretera, è sorto uno stabilimento a capitali asiatici da parte di imprese locali. E con questo tutte le acque nere della città di Sandino sono sfociate nei terreni comunitari». Il danno maggiore deriva dal fatto che le acque nere non sono trattate; ne consegue un odore fetido, che impedisce alla popolazione dei barrios Sayda Gonzales e los Castros perfino di mangiare in pace.

La comunità ha fatto ricorso al ministero della salute, familiarmente Minsa, e a quello delle risorse naturali e dell'ambiente, Marena. Ma inutilmente: a Mateare «le istituzioni pubbliche non applicano le proprie stesse leggi in difesa del liquido vitale». Così le acque di superficie e profonde si contaminano senza rimedio con tutti i veleni possibili e poi scendono al lago, sotto forma di fango putrido.
Le ultime immagini sono una donna che cammina con una gran cesta di bellissimi pesci invitanti, tratti dal lago e più in là, lungo uno scivolo che spezza la fitta vegetazione tra la strada e il lago, un potente fuoristrada che traina fino in acqua un motoscafo da diporto, pilotato da una giovane donna.

La bomba
Il saper fare in tema di acqua spetta sempre più spesso alle donne, anche da queste parti.
Una donna di Abangasca, parlando dal palco, elencherà tutte le buone cose che le donne, le mujeres, sanno fare con l'acqua pulita. Nell'elenco al quarto o quinto posto, dopo lavare i panni e i bambini e tenere pulita la casa, c'è un «lavare gli uomini», los barones, che rinvia a saperi comuni e antichi.

La ricerca che la Carovana compie per raggiungere la comunità indigena di Abangasca non è semplice, ma alla fine ha successo, anche con la mediazione di Luigi Partenza del Cospe, e si conclude quando ci viene incontro una donna gigantesca e sorridente, alta almeno tre metri, accompagnata da un altro personaggio, piccolissimo, con imponente giacca da cerimonia che sfiora la terra e una testa di cartone pressato larga almeno un metro. Li accompagna una musica di tamburi, pestati con tutta la forza dei giovani dagli orchestrali dodicenni. Anche la gigantessa e il testone sono, come qualcuno ha già intuito, mossi e interpretati da due ragazzetti che saltano e ballano a tutta forza, ammirati da una caterva di bambini e bambine che sono seduti, composti e pieni di dignità, sulle sedie dei grandi e degli ospiti attesi.

Siamo arrivati al Centro social Ma. Elena Reyes, un edificio senza pareti in un bosco assai ricco, costruito con «l'appoggio solidale» di Cgil-Cisl-Uil di Brescia e del Mlal (Movimientos laicos para America latina). Più in là un campo di calcio dalle porte piccolissime e in discreta pendenza. Le discese vi riusciranno alla grande.
Ci spiegano che quella è la loro terra, dalla notte dei tempi. In seguito l'hanno addirittura ricomprata dalla Corona di Spagna. La contaminazione delle acque per questa comunità passabilmente felice arriva dopo il 1998, l'anno dell'uragano Mitch che sconvolge alla fine di ottobre i paesi del Centroamerica.

Gli anni successivi, dal 2000 al 2004, sono anni secchi, tanto che nel 2002 con l'approvazione generale la società S. Antonio applica una bomba, in italiano una pompa, di grandi dimensioni per avere acqua nelle sue coltivazioni, soprattutto la canna. Ma a fianco della bomba grande dell'industria multinazionale c'è anche la bomba piccola, dei poveri, di cui si parla nella scheda. Già nel 2004 cominciano i problemi: la contaminazione dei campi in cui gli indigeni coltivano fagioli e riso e frutta in modo naturale, diventa insopportabile: la coltivazione della canna per produrre zucchero, etanolo, metanolo, liquori (flor de cana: vi dice niente?), cioè l'agricoltura industriale del latifondo, funziona solo con una quantità di prodotti chimici che inquinano acqua, terreni, aria, mare.

Ettari ed ettari di mangrovie non ci sono più.
Il disastro è poi ancora più intenso quando si brucia quel che resta dopo il taglio della canna e il villaggio indigeno è investito dai fumi. Anche il lavoro promesso non vale. L'inserimento di una sola macchina tagliatrice ha recentemente eliminato 400 lavoratori che però restano in loco e respirano gli stessi fumi di prima. Così parte la prima di molte iniziative legali contro la S.Antonio, con una raccolta pubblica per le spese di 3.000 dollari.
S. Antonio naturalmente fa parte del gruppo di Pellas, il grande proprietario locale. Siccome il progenitore di casa Pellas arrivava da Genova, almeno nella leggenda, proprio come Cristoforo Colombo, gli italiani, i genovesi soprattutto sono visti con sospetto. Sospetto confermato dopo che il capo di casa Pellas è stato nominato, venti giorni fa, console onorario d'Italia a Granada, storica capitale del Nicaragua.

Guglielmo Ragozzino
Il Manifesto 12/11/08

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SCHEDA - Cosa prevede il testo destinato a rivoluzionare numero e dotazioni militari. Da mesi, con migliaia di appelli e lettere, il governo è invitato a riflettere e ripensare. Senza alcun risultato Il numero dei soldati diminuirà di 43 mila unità. Ma i soldi risparmiati verranno spesi in armi più moderne.

I deputati sono chiamati a discutere e votare la «Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale». Ecco di cosa si tratta, cosa prevede la legge, quali saranno gli effetti della delega, cosa ha fatto e cosa non ha fatto il Parlamento.

Di cosa si tratta?
Il Parlamento affida al governo il compito di riorganizzare le Forze Armate (Ffaa) che nel corso degli anni sono cresciute a dismisura sino a diventare uno strumento ipertrofico con un'operatività compromessa e un costo insostenibile.
Il disegno di legge è stato scritto dal ministero della Difesa e, stranamente, porta solo la firma del ministro-Ammiraglio Giampaolo Di Paola.

Cosa prevede la legge?
La legge autorizza le gerarchie militari a riorganizzare in proprio le Forze Armate nell'arco dei prossimi 12 anni senza indicare veri e propri criteri. Di fatto si tratta di una delega talmente ampia da poter essere considerata come una delega in bianco.

Secondo quanto previsto si procederà a:

  • ristrutturare il bilancio della Difesa riducendo le spese per il personale e aumentando quelle per l'acquisto di armi e per il funzionamento delle Ffaa;
  • ridurre il personale militare e civile di circa 43.000 unità (oggi i militari sono 183.000 ai quali si aggiungono circa 30.000 civili);
  • rivedere il modello organizzativo delle Ffaa, le infrastrutture e la loro dislocazione sul territorio con una riduzione complessiva del 30%;
  • richiedere il pagamento di tutti i servizi resi dalle Ffaa per attività di protezione civile in caso di calamità naturali.

La legge introduce inoltre due principi:

  • il principio dell'invarianza della spesa: in base al quale tutti i soldi risparmiati con il processo di riforma (riduzione del personale, riduzione delle strutture, servizi a pagamento) resteranno nelle casse del Ministero della Difesa;
  • il principio della flessibilità gestionale di bilancio: in base al quale i generali potranno spendere i soldi come vorranno, principio che non è concesso a nessuna altra amministrazione dello Stato.

La legge impegna in 12 anni una somma enorme stimata in circa 230 miliardi di euro.

Quali sono gli effetti della delega?
In base a questa legge, la riorganizzazione delle Ffaa:

  • non porterà alcuna riduzione del bilancio della Difesa ma un aumento delle spese per gli armamenti;
  • comporterà un aumento della spesa pubblica provocato dalle misure che verranno assunte per accompagnare la riduzione del personale militare e civile (prepensionamenti, trasferimenti ad altre amministrazioni pubbliche, ecc.);
  • determinerà una trasformazione del nostro strumento militare secondo il modello definito dalle attuali gerarchie militari senza alcun indirizzo parlamentare.

Il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola descrive apertamente uno strumento sempre meno legato alla funzione costituzionale di difesa della patria e sempre più aggressivo, capace di intervenire anche a decine di migliaia di chilometri di distanza dai nostri confini, dotato di bombardieri come gli F35, droni e portaerei, pronto a partecipare alle prossime guerre ad alta intensità.

Cosa ha fatto il Parlamento?
Il Senato è intervenuto sul disegno di legge presentato dal ministro Di Paola il 23 aprile scorso dopo un oscuro braccio di ferro nel consiglio dei ministri, introducendo alcune modifiche.
In particolare la Commissione Difesa ha cancellato la norma che avrebbe permesso ai generali di trasformarsi in mercanti d'armi e ha aumentato gli strumenti di controllo parlamentare sui programmi di acquisto delle armi.
La Commissione Difesa della Camera ha invece rinunciato a tutte le sue prerogative, ha omesso di analizzare, discutere e migliorare il testo del provvedimento giunto alla Camera l'8 novembre. Giovedì 29 novembre, in soli 75 minuti ha bocciato senza discussione tutte le proposte di emendamento.
Il provvedimento giunge in Aula a Montecitorio dopo solo 6 sedute, in totale 8 ore e 40 minuti, poco più di un giorno di lavoro di un metalmeccanico.

Cosa doveva fare il Parlamento?
Una situazione così difficile e una riforma così delicata e complessa richiede un ben altro approccio. Cosa doveva fare (e non ha fatto) il Parlamento?

Primo.
Sottoporre il bilancio della Difesa a un'attenta revisione con particolare attenzione agli sprechi, ai 71 programmi di acquisto di armi in corso e a tutte quelle misure che possono portare ad un'immediata riduzione della spesa.
Secondo. Fare un'analisi aggiornata dei problemi di sicurezza dell'Italia (con particolare attenzione al Mediterraneo e all'Europa) e indicare gli strumenti più appropriati per affrontarli (politica estera, politica europea, politica di sviluppo, politica di cooperazione, politica di sicurezza, politica militare).
Terzo. Ridefinire coerentemente gli obiettivi dello strumento militare e incaricare i tecnici di proporre una sua riorganizzazione anche alla luce delle necessità di contenimento della spesa pubblica.

Contro il disegno di legge-delega Di Paola
Da mesi migliaia di persone, gruppi, riviste e associazioni stanno invitando i parlamentari a capire, riflettere, discutere, ripensare. Sono stati scritti appelli, lettere. Sono state organizzate manifestazioni e campagne di mailbombing. Ma come si suol dire: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

*** La scheda è stata curata da Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della Pace
mani 8/12/012

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Presentato il rapporto Unicef: Ventiseimila ogni giorno, è questo il numero dei bambini che muoiono nel mondo prima di arrivare ai cinque anni d'età. Un bambino su quattro è sottopeso. L'80% delle vittime in Africa subsahariana e Asia meridionale.

Ventiseimila ogni giorno, una strage continua: è questo il numero dei bambini che muoiono nel mondo prima di arrivare ai cinque anni d'età. E le cause sono facilmente prevenibili, dalle malattie infettive alla diarrea, dalla fame alle scarse condizioni igieniche.
La fotografia illustrata oggi nell'ultimo rapporto dell'Unicef sulla condizione dell'infanzia presenta zone d'ombra soprattutto nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale, dove si verificano l'80 per cento dei decessi infantili: percentuale lontana anni luce dalla condizione dei paesi occidentali.

Il rapporto dell'agenzia Onu per i bambini è dedicato quest'anno al diritto alla salute, per "nascere e crescere sani" e traccia un quadro che lascia ancora molto a desiderare rispetto al quarto obiettivo di sviluppo del millennio, che prevede la riduzione di due terzi della mortalità infantile nel mondo entro il 2015.
Passi avanti ne sono stati fatti, ricorda l'agenzia: nel 2006 per la prima volta le morti sono scese sotto quota 10 milioni, mentre nel 1960 erano ben il doppio, 20 milioni.
Ma ancora 9.7 milioni di piccoli non sopravvivono a causa delle guerre, dei disastri naturali, dell'Aids, o ancora per le condizioni di miseria in cui sono costretti a vivere e per la mancanza di strutture medico-sanitarie adeguate.

Un bambino su quattro nel mondo è sottopeso; percentuale che nei paesi meno sviluppati arriva ad uno ogni tre; cinque milioni di bambini sotto i cinque anni d'età muoiono di malnutrizione o fame.

L'allarme dell'Unicef non risparmia poi le madri, la cui condizione non è certo incoraggiante: mezzo milione di donne ogni anno muoiono per complicazioni di parto o di gravidanza. E il rischio aumenta per le più giovani: le ragazze sotto i 15 anni di età hanno cinque volte più possibilità di morire rispetto alle ventenni durante il parto.
La maglia nera, sotto questo aspetto, tocca al Niger, dove le donne hanno una possibilità su sette di morire dando alla luce il proprio bambino; seguono Sierra Leone e Afghanistan (una su otto), mentre all'altro estremo della classifica ci sono l'Argentina (una possibilità su 530), la Tunisia (una su 500) e la Giordania (una su 450).

Fra i paesi in via di sviluppo le condizioni dei bambini, invece, sono nettamente migliorate a Cuba (sette morti ogni mille nati vivi), in Sri Lanka (13) e Siria (14). Va male invece in Sierra Leone (270), Angola (260) e Afghanistan (257), lontanissime dall'Occidente, in cui svettano Svezia e Singapore, al 189esimo posto nella classifica mondiale per la mortalità infantile che vede l'Italia al 175esimo posto.

Ma di cosa muoiono i bambini?
Complicazioni neo-natali (36 per cento), polmonite (19 per cento), diarrea (17 per cento), malaria (8 per cento), morbillo (4 per cento), Aids (3 per cento). La situazione non è identica fra i paesi in via di sviluppo: dove sono stati fatti interventi, i risultati si sono avuti. Paesi poveri con enormi difficoltà come Mozambico, Malawi, Eritrea ed Etiopia sono infatti riusciti a ridurre la mortalità dei più piccoli del 40 per cento dal 1990 ad oggi.
E a fare la differenza sono spesso le piccole cose: misure salvavita semplici ed economicamente sostenibili come l'allattamento al seno esclusivo e le vaccinazioni, l'uso di zanzariere con insetticidi, gli integratori di vitamina A. Tutti questi accorgimenti hanno contribuito negli ultimi anni a ridurre il tasso dei decessi, sottolinea il direttore generale dell'Unicef, Ann M. Veneman.

Con qualche investimento in più, di modesta entità, si potrebbe migliorare di molto: l'agenzia stima che un pacchetto minimo per l'Africa subsahariana porterebbe ad un calo del 30 per cento dei decessi fra i più piccoli, e del 15 per cento per le madri, con un costo di 2-3 dollari in più a persona rispetto ai programmi già adottati. Percentuali che salirebbero al 60 per cento per mamma e bambino con un investimento ulteriore di 12-15 dollari pro capite.

www.repubblica.it

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La malnutrizione materno-infantile

Eppure gli studi e le politiche in materia di salute pubblica non si sono preoccupati di studiare l'importanza della sottonutrizione materno-infantile come fattore di rischio, con effetti a lungo termine sullo sviluppo e sulla salute.

Secondo le Series on maternal and child undernutrition, almeno 3,5 milioni di decessi infantili, un terzo del totale, sono provocati dalla malnutrizione severa e acuta, compresi gli stenti alimentari subiti durante la vita intrauterina. C'è un intervallo cruciale per l'azione: dall'inizio della gravidanza ai due anni di età. Dopo i due anni, la sottonutrizione avrà già provocato danni irreversibili allo sviluppo.
La geografia è precisa: i quattro quinti dei bambini sottonutriti sono concentrati in 20 paesi di quattro regioni, Africa, Asia, Pacifico occidentale, Medio Oriente. Se si considerano i livelli elevati di mortalità entro i cinque anni di età, i paesi che richiederebbero gli interventi più urgenti sono: Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Etiopia, Uganda, Tanzania, Madagascar, Kenya, Yemen e Myanmar. Se invece si considera la quantità di popolazione coinvolta nel problema anziché i tassi di mortalità, l'ordine è diverso: India, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Filippine, Egitto, Sudafrica, Sudan, Nepal.

La sottonutrizione e le carenze in micronutrienti, ovviamente, si possono prevenire.
La promozione dell'allattamento al seno, le integrazioni di vitamina A e di zinco sono importanti quanti la nutrizione materna con una dieta adeguata durante la gravidanza e complementi a base di ferro, acido folico, eventualmente calcio e altri.

Ma alla fine, gli investimenti nel lungo periodo a favore delle donne - attraverso il loro empowerment educativo, sociale, economico e politico - saranno la strada più importante da percorrere per migliorare in generale il benessere materno-infantile.

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L'acqua, prima e indispensabile fonte di vita, essendo pur sempre una risorsa e non essendo illimitata, viene controllata e gestita proprio come una risorsa strategica, un bene materiale che può essere sottratto a molti e utilizzato a dismisura da pochi.

Il mondo è assetato.

Acqua e conflitti
Negli ultimi 50 anni la disponibilità di acqua è diminuita di 3/4 in Africa e di 2/3 in Asia. A tutt'oggi secondo le stime della FAO sono più di 30 i paesi che devono far fronte a crisi idriche croniche. L'acqua, quindi, è destinata a rivestire un'importanza sempre più rilevante con il rischio di dare origine a violenti conflitti.
La spaccatura tra i paesi che hanno la possibilità di abusare di questo bene vitale e chi, invece, non ha accesso a pozzi e bacini d'acqua è sempre più forte.  
 
Nel 1995 il vicepresidente della Banca mondiale espresse una previsione inquietante: "Se la guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo avranno come oggetto del contendere l’acqua" .
 
A chi appartiene l'acqua di un fiume che attraversa Stati e comunità diverse? Ai Paesi che si trovano a monte del bacino, o ai Paesi che si trovano a valle del bacino? 
 
Tutte si consumano in assenza di un quadro giuridico internazionale in grado di risolverle e, nel frattempo, il paradigma del mercato spinge la liberalizzazione del commercio dell’acqua come ricetta per superare la crisi idrica.
 
Le politiche indirizzate dalla Banca mondiale dicono esplicitamente che c'è bisogno del passaggio dalla percezione sociale all'orientazione commerciale. Il conflitto tra queste due visioni del mondo giace alla base dei conflitti tra la privatizzazione e la democrazia dell'acqua. L'acqua sarà vista e trattata come una merce, oppure come la reale base della vita?
 
L'acqua è un bene comune, un bene pubblico. La privatizzazione è la negazione di questo bene comune.
L'uso sostenibile ed equo richiede la democrazia dell'acqua, non la privatizzazione.
 
Il 13 giugno del 2005, cinque agricoltori furono uccisi a Tonk, durante una protesta per reclamare la loro quota d'acqua dalla diga di Bisalpur che sta sottraendo l'acqua ai villaggi per portarla alla città di Jaipur
 
Attualmente sono almeno 50 i conflitti internazionali in corso legati alla proprietà, alla spartizione e all'uso dell'acqua: dal bacino cisgiordano che vede Israele, Giordania, Libano e Siria disputarsi il possesso dell'acqua - e acuire un conflitto storico legato all'autodeterminazione del popolo palestinese - alle dighe sul Tigri e l'Eufrate che oppongono Turchia ad Iraq e Siria; dal bacino del Mekong (Cambogia, Thailandia, Laos e Vietnam) al delta dell'Okawango (Namibia, Angola, Bostwana).
 
Al conflitto per le acque del Nilo tra Egitto ed Etiopia, Per esempio, nel Punjab una delle ragioni del conflitto che negli anni ottanta ha provocato oltre quindicimila morti è stata il continuo disaccordo sulla spartizione delle acque del fiume. Poi hanno attribuito gli eccidi e gli scontri alla rivolta sikh.
E via via attraverso tutti i continenti, Europa inclusa.
 
Palestina e Israele: la guerra dell’acqua
Gli israeliani si appropriano dell’80% dell’acqua estratta dalle montagne acquifere, un sistema di bacini sotterranei poste tra Israele e la “West Bank”: l’unica fonte di acqua per i palestinesi che vivono in quest’area.
L’altro bacino include l’alto Giordano e i suoi affluenti, il mare di Galilea, il fiume Yarmuk ed il basso Giordano, sulle cui sponde è situata la West Bank ed il cui accesso è stato vietato ai palestinesi fin dall’inizio dell’occupazione israeliana.
Sul resto dei territori Israele fin dal 1967 (dalla guerra dei 6 Giorni) ha promulgato leggi che prevedono il divieto per i palestinesi di scavare nuovi pozzi; il divieto di colture a sfruttamento intensivo di acqua.
 
La questione acqua sarà uno dei fattori chiave per la sopravvivenza di intere regioni, e che il controllo di essa potrà significare il controllo di interi popoli poiché non esistono risorse alternative: se la mancanza di petrolio può rappresentare un gravissimo problema, quella dell'acqua semplicemente è devastante.
 
La trasformazione dell’acqua in merce, attraverso quella privatizzazione che ha “le sue radici nell’economia dei cowboy”, è la strategia strenuamente perseguita da organismi sovranazionali come il Wto (World Trade Organization), la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale che da tempo legano la concessione dei prestiti alla deregulation.
Così nella Dichiarazione ministeriale stilata a Doha nel 2001 nel vertice del Wto si parla di eliminazione delle “barriere tariffarie e non tariffarie sui beni e servizi ambientali”, tra cui ovviamente rientra anche l’acqua.

La realtà è che quando l'acqua è mercificata sono i ricchi che possono pagarla. I contadini poveri, già in lotta contro il debito, spinti al suicidio, saranno spazzati via dalla negazione dell'accesso all'acqua e dovranno pagare per una risorsa che è già loro proprietà comune.
 
La causa dello spreco d'acqua non è l'agricoltura in sé ma l'agricoltura chimico-industriale che viene erroneamente chiamata Rivoluzione verde.

Tra gli effetti più evidenti della privatizzazione, attacca Vandana Shiva, ci sono l’aumento delle tariffe e la mancanza di garanzie di qualità. 
A Casablanca il prezzo dell’acqua si è triplicato,  nel Regno Unito le bollette si sono gonfiate del 67 per cento tra l’inizio e la metà degli anni novanta.  In India l’acqua Evian, prodotta dalla Britannia Industries e venduta a 2 dollari al litro, quasi il doppio del minimo salariale locale, è uno status symbol tra le famiglie ricche che spendono dai 20 ai 209 dollari al mese per acquistarla.  A Johannesburg, dove la Suez Lyonnaise des Eaux controlla la fornitura idrica, la qualità dell’acqua si è abbassata di pari passo con l’innalzamento dei prezzi.


Accanto a stati che pretendono sovranità, le grandi multinazionali si stanno progressivamente impossessando della risorsa acqua.
Una strada possibile è quella ripresa dalla Convenzione di New York del 1997, che afferma il principio della sovranità territoriale limitata ed integrata, il principio della comunità d'interessi e il principio dell'uso equo e ragionevole, in base ai quali diventa possibile la considerazione dell'acqua come bene comune transnazionale, da gestire comunemente ed equamente, secondo criteri socialmente condivisi.

Eppure è ancora possibile fermare questo processo. Lo dimostrano casi come quello di Cochabamba, regione divenuta il simbolo della lotta per il diritto all’acqua. Qui nel 2000 un imponente movimento ha bloccato la città per giorni per protestare contro la privatizzazione e, nonostante la repressione poliziesca, ha costretto l’azienda Bechtel a lasciare la Bolivia.

Attraverso un approccio ecologico complesso e radicale in cui opporre ai teorici neoliberisti i saperi indigeni e le antiche tecnologie dell’acqua in grado di creare “abbondanza dalla scarsità”.
 
L'ecologia del terrore
La retorica dell’“oro blu” sbandierata dai paladini del neoliberismo celi la vere cause della scarsità d’acqua: “lo sviluppo distruttivo” e “l’ecologia del terrore”.
Ovvero l’interruzione del ciclo dell’acqua attraverso la deforestazione, l’attività estrattiva, la diffusione dell’agricoltura industriale esportata dalla Rivoluzione Verde nei paesi del Sud.

La Rivoluzione verde ha scalzato l’agricoltura indigena a favore di monocolture, il passaggio dai fertilizzanti organici a quelli chimici e la sostituzione di colture idricamente poco esigenti con altre ad uso intensivo d’acqua e quindi la deviazione dei fiumi e la costruzione di faraoniche dighe.

Un insieme di fattori che hanno favorito fenomeni come la salinizzazione, la desertificazione e portato il pianeta all’attuale crisi idrica e alle guerre cominciate, non da oggi, in tutto il mondo per il diritto all’acqua.

Le guerre dell'acqua sono già in corso. Sono guerre di conquista, ma gli invasori non gettano bombe, né fanno sbarcare truppe. I tecnocrati internazionali, che mettono i paesi poveri in stato d'assedio ed esigono privatizzazione o morte, viaggiano in abiti civili. Le loro armi, mortali strumenti di estorsione e di castigo, non si vedono e non si sentono.

La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, due ganasce della stessa morsa, hanno imposto, in questi ultimi anni, la privatizzazione dell'acqua in sedici paesi poveri.
Fra essi, alcuni dei più poveri del mondo, come il Benin, la Nigeria, il Mozambico, il Ruanda, lo Yemen, la Tanzania, il Camerun, l'Honduras, il Nicaragua...
L'argomento era irrefutabile: o consegnano l'acqua o non ci sarà clemenza per i debiti o nuovi prestiti.
 
Chi comanda in democrazia?
Un referendum ha deciso il destino dell'acqua in Uruguay.  La maggior parte della popolazione ha votato, con una maggioranza mai vista, confermando che l'acqua è un servizio pubblico e un diritto di tutti.
È stata una vittoria della democrazia contro la tradizione dell'impotenza.
I grandi media non sono venuti a conoscenza di questa battaglia della guerra dell'acqua, persa da quelli che vincono sempre; ma l'esempio ha contagiato altri paesi del mondo.

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La conoscenza, come l'acqua, è biologicamente essenziale. E' lo spirito della vita. Ma la sua mercificazione è a una fase molto avanzata: cacciamo i mercanti dal tempio. La strategia della lepre tecnologica porta in un vicolo cieco.

E'ora che l'equipe Prodi, che non é l'equipe Berlusconi, «cacci i mercanti dal tempio» della conoscenza e dell'educazione. Come l'acqua, la conoscenza é biologicamente essenziale ed insostituibile per la vita. In più, essa ne rappresenta «l'anima». La conoscenza é lo spirito della vita, non solo delle singole persone ma soprattutto della comunità umana. L'educazione é lo strumento attraverso il quale le comunità umane cercano di comunicare questo spirito collettivo, facendone una memoria sociale non da conservare come fosse un oggetto in un museo all'antica, ma come forza creatrice per pensare e progettare il divenire comune.
La mercificazione della conoscenza e dell'educazione é in una fase molto avanzata. I mercanti si sono impossessati del potere di controllo sulla conoscenza in maniera cosi forte da fare di essa il paradigma narrativo sia dell'economia che della società. Allorché, per secoli, in tutte le civiltà, la conoscenza é stata identificata alla divinità, a Dio come espressione massima della conoscenza, oggi il capitalismo non esita ad autodefinirsi il sistema di economia della conoscenza e di società della conoscenza. Il passaggio é considerevole. Bisogna riconoscere che mai finora «il potere» ha avuto siffatto «coraggio».

Una matrice manageriale
Si fa risalire ai lavori di Peter Drucker, il più noto e rispettato «padre» delle teorie manageriali dell'impresa capitalista di mercato americana, il concetto di «economia della conoscenza». La matrice culturale é strettamente manageriale.
La tesi sull'economia della conoscenza afferma che nell'economia dei paesi «sviluppati» la principale fonte di creazione di ricchezza sarebbe diventata la conoscenza, la sua produzione (attività di ricerca ed esperienze sul terreno imprenditoriale...), la sua sistemazione scientifica e il suo utilizzo/applicazione (knowledge management), il suo trasferimento, valorizzazione e diffusione. La gestione efficace ed efficiente dell'insieme dei saperi interni ed esterni all'impresa, strettamente relazionata ai processi di informazione e di comunicazione, sarebbe il principale fattore di produttività. La conoscenza sarebbe dunque diventata il capitale di base dell'economia sviluppata. Da lì a fare della conoscenza anche la base di una «nuova» società che il sistema capitalista avrebbe generato, il passo é stato piuttosto rapido.

Il modello americano
In questo senso, le università e i media americani hanno teorizzato e diffuso nel mondo l'idea della nascita nella seconda metà del XX secolo di un nuovo capitalismo - e quindi nel loro sentire di una nuova società - in relazione alla «rivoluzione scientifica e tecnologica» rappresentata dalle nuove tecnologie di automazione, informazione e comunicazione. Non a caso le scuole di business e di management americane hanno propagandato in simultanea il paradigma narrativo dell'economia dell'informazione e della società dell'informazione.
Ci sono riusciti, visto che i loro paradigmi narrativi fanno parte integrante della «vulgata» scientifica mondiale. Si pensi che l'Unione europea ha incentrato la sua strategia per il XXI secolo (la famosa strategia di Lisbona del 2000) sull'obiettivo di fare dei paesi dell'Unione «l'economia della conoscenza la più competitiva al mondo al 2010»! Le tesi sull'economia della conoscenza sono state anche fatte proprie in molti ambienti culturali di sinistra. Non ci sarebbe nulla di male in ciò, se esse non fossero la narrazione proposta dai dominanti per legittimare i cambiamenti di società in corso nella logica dell'economia capitalista di mercato globale.

Il capitale ha avuto gioco facile
A partire dall'accettazione, da parte dei poteri politici e del mondo della scienza e dell'educazione, della tesi sul ruolo fondamentale della conoscenza per la creazione della ricchezza, é stato facile per il capitale privato fare accettare altre tesi, presentate come «verità», quali:
- l'impresa, specie privata, é il soggetto principale, chiave, della produzione e dell'uso delle conoscenze che contano per produrre ricchezza. In effetti, per «conoscenza», i promotori della società della conoscenza intendono i saperi teorici, pratici e manageriali di natura tecnica, scientifica, finanziaria ed imprenditoriale «prodotti» nei paesi «sviluppati». E'raro trovare nei milioni di articoli e libri apparsi sull'economia e la società della conoscenza il principio che studiare la letteratura bizantina del XIII secolo farebbe parte dell'economia della conoscenza;
- la conoscenza é un capitale strategicamente decisivo per la competitività delle imprese e per la sicurezza dell'economia di un paese. Essa é un bene economico di cui l'impresa, specie privata, deve assicurarsi il potere di accesso e di uso, nell'interesse della competitivtà dell'economia nazionale. Ciò, sia direttamente tramite l'appropriazione privata (vedi la centralità del brevetto/proprietà intellettuale), sia attraverso il controllo dell'uso ( vedi norme, standards Iso, accordi tra imprese in materia di R&S...), sia attraverso il finanziamento (il capitale privato é riuscito ad imporre in seno all'Unione europea l'idea che la ricerca europea deve essere finanziata a due/terzi dal capitale privato);
- il sistema educativo di ogni paese, in particolare quello delle università e degli istituti superiori, deve esssere principalmente orientato a formare le «risorse umane» altamente qualificate nelle conoscenze che contano per l'imprese, al servizio del miglioramento delle capacità competitive delle imprese nazionali;
- c'é poco da fare contro l'inevitabile knowledge divide che sempre più separerà nel mondo le persone, i gruppi sociali, le città, le regioni, i paesi tra coloro che «sanno» perché posseggono la proprietà e/o il controollo delle conoscenze tecnico-scientifiche-manageriali e quelli che «non sanno». Gli sviluppi odierni e futuri nei settori della matematica, della fisica, dell'ingegneria genetica, dei materiali,della ricerca spaziale, sono considerati come fattori «naturali» aggravanti del fossato sociale tra «poveri» e «ricchi».

Per un'altra Italia
Il geverno di cui Fabio Mussi é ministro dell'università e Patrizia Sentinelli è vice-ministro agli Affari esteri responsabile per la cooperazione, non può restare su queste posizioni.E' imperativo che tutte le forze che si battono «per un'altra Italia», per un'«Italia con futuro», riescano a far compiere al governo Prodi un atto di rottura nel campo della conoscenza consistente nella redazione di un Libro bianco governativo dal titolo La rivoluzione della conoscenza in Italia. Vie e mezzi per mettere la scienza, la tecnologia e l'educazione al servizio di un migliore vivere insieme, solidale e sostenibile. Oltreché precisare in modo netto, al momento della decisione di procedere all'elaborazione del Libro bianco, che il nuovo governo considera la conoscenza come un bene comune pubblico e che si impegna a rivedere la legislazione in materia di diritto di proprietà intellettuale, si tratterà di affidare al Segretariato di coordinamento per i Beni comuni il compito di redigere la prosposta di Libro bianco.

Le nuove risorse
Il compito dell'esercizio consisterà nell'analizzare in maniera sitematica e rigorosa, in stretta cooperazione anche con i rappresentanti del mondo delle imprese desiderosi di associarsi all'iniziativa, quali risorse nuove e quali processi innovativi possono e debbono essere pensati, inventati, sperimentati secondo una visione nazionale coerente a medio e lungo termine per risolvere i problemi cronici italiani del vivere quotidiano. A tal fine, si potrebbe pensare ad una decina di «Ateliers della conoscenza».
L'urgenza riguarda la messa in opera di una ingegneria sociale della conoscenza, cioè l'identificazione dei mutamenti profondi da portare, grazie anche ad una conoscenza poliedrica e non esclusivamente tecnico-reddditizia, al sistema energetico, alla gestione del territorio, ai trasporti urbani, ferroviari, al rinnovo dei trasporti fluviali e marittimi, alla soluzione dei problemi della casa e dell'abitato urbano, all'organizzazione della salute, ai problemi degli anziani, alle questioni dei bambini, della loro educazione e socializzazione, dei loro media, cosi come degli adolescenti. In molti casi ci si accorgerà che é meno un problema di risorse finanziarie che un problema di cambio nei modi di fare, nei processi di produzione, nei sistemi d'informazione e di comunicazione, nei modi di consumo, di sprecare, di risparmiare, di organizzare le finanze locali, di cooperare.
Altro che conoscenza per la competitività guerriera!

Come la Rivoluzione francese
E' urgente domandare al mondo dell'educazione di rivoltarsi contro l'asservimento distruttore dell'educazione alla sola funzione della formazione delle risorse umane. Come la Rivoluzione francese condusse a far scrivere sui portoni dei municipi e delle scuole i concetti di Libertà, Uguaglianza e Fraternità, propongo che il Governo Prodi adotti una semplice misura simbolica in favore della conoscenza come bene comune mondiale facendo scrivere Vivere insieme sui frontoni di tutte le istituzioni educative italiane. Forse, se ciò fosse stato scritto negli ultimi cinquant'anni sui frontoni di tutte le scuole e università degli Stati uniti, ci sarebbero ora meno guerre nel mondo.

L'esempio di Slow Food
La strategia della lepre tecnologica, seguita finora dalla stragrande maggioranza dei paesi «sviluppati» e fatta propria anche dai partiti del Programma dell'Unione, secondo la quale ogni lepre (Paese) deve utilizzare le conoscenze e sfruttare le risorse naturali ed umane per correre sempre più velocemente con salti tecnologici sempre più grandi al solo scopo di arrivare prima delle altre, non contribuerà alla costruzione della res publica né a livello nazionale, né europeo, né mondiale. Propongo che il governo Prodi adotti la strategia della tartaruga saggia, secondo la quale il Paese decide di non scegliere le vie da seguire nell'urgenza dell'ordine del giorno a corto termine stabilito dai mercati finanziari o dalle guerre commerciali.
Al contrario, prendendo anche spunto dall'esperienza di Slow Food che meriterebbe di essere più sostenuta e conosciuta dal grande pubblico, il Paese decide le scelte secondo la saggezza dell'ordine del giorno a lungo termine stabilito dalla priorità di (ri)imparare a vivere insieme sulla base dei principi di precauzione, prevenzione, gioia, sobrietà, solidarietà, bellezza, partecipazione.

Riccardo Petrella
il Manifesto 5/9/06

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Se il secolo passato si è caratterizzato per la guerra del petrolio, quello attuale con molta probabilità si concentrerà sulla guerra per l'acqua. Ormai sono in molti a lanciare l'allarme: la crisi globale dell'acqua entro pochi anni potrebbe diventare una tragica realtà.

Ne è certo anche il ricercatore russo Victor Danilov Danilian, direttore a Mosca dell'Istituto nazionale per i problemi dell'acqua, secondo i cui grafici la linea del consumo idrico, a livello mondiale, si sta sempre più elevando mentre quella delle risorse accessibili diminuisce a vista d'occhio, con la conseguenza che queste due linee dovrebbero incrociarsi più o meno intorno al 2025. Non abbiamo molto tempo e, in realtà, la crisi delle risorse idriche è già in atto perché quello che viene definito «oro blu» comincia a scarseggiare.
Testimonianza ne sono i numerosi conflitti, già in atto, che non coinvolgono più solo regioni o province, ma intere nazioni. In Africa, per esempio, le acque del Nilo Bianco che nasce in Burundi e del Nilo Azzurro, che nasce in Etiopia, da anni sono motivo di tensione tra Egitto, Etiopia e Sudan.

Altri scenari di conflitto possono riguardare l'Uganda, il Kenya, la Tanzania, il Ruanda o la Repubblica del Congo, tutti paesi attraversati dal Nilo. In Medio Oriente persiste l'interesse di Israele sulle acque del fiume Giordano e dei pozzi sotterranei della Cisgiordania, dalle quale il paese dipende per il mantenimento della sua agricoltura industriale. Altre tensioni «a bassa intensità» per l'utilizzo dell'acqua riguardano anche il Kazakistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, stati costieri del Syr Daya, il fiume che conclude il suo percorso nell'ormai prosciugato mare di Aral; eppoi ci sono Cina, Vietnam, Cambogia, Laos e Thailandia che condividono il fiume Mekong. La corsa all'accaparramento delle risorse idriche è senza esclusioni di colpi. I servizi di acqua potabile in molti paesi dell'Ameria latina, per fare un altro esempio, sono privatizzati e per la maggior parte sotto controllo di corporazioni che da anni hanno capito che l'acqua rappresenterà a breve la risorsa principale per aumentare i profitti, e per certi politici il potere.

E' vero anche che molti movimenti sociali di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile e Uruguay stanno rendendo la vita difficile a multinazionali come la francese SuezLyonnaise des eaux, ma ammesso che quelle popolazioni e i rispettivi governi riprendano il controllo delle risorse idriche potabili, il problema della crisi globale dell'acqua bussa comunque alle porte del nostro pianeta. Una crisi, secondo Victor Danilov Danilian, che porterà inevitabilmente a una riorganizzazione economica mondiale, un po' come accaduto quando il petrolio si è trasformato in uno dei motori dell'economia globale. Con un'unica differenza: il petrolio in qualche modo si può rimpiazzare, mentre l'acqua è insostituibile.

Secondo il ricercatore russo, pur sperimentando diverse opzioni per trovare una soluzioni al problema - come la distribuzione dell'acqua attraverso la costruzione di canali, che però renderebbero aride le terre da dove viene deviata; oppure rendere potabile l'acqua salata, ma è troppo dispendioso - sarebbe meglio che l'umanità assimili l'opzione su cui insistono gli ambientalisti e che consiste in uno sfruttamento più razionale dell'acqua. Se non per evitare, almeno per ritardare la catastrofe e guadagnare tempo per pensare a soluzioni più radicali. Troppe persone che vivono nei paesi ricchi non hanno ancora consapevolezza di questo e consumano molta più acqua di quanto sia necessario, mentre nei paesi più poveri, prima che di fame si muore di sete.

La maggior parte dei fiumi sono contaminati e l'acqua non più potabile, anche a causa dell'utilizzo sfrenato di pesticidi in agricoltura che pregiudicano le risorse idriche; i ghiacciai si stanno sciogliendo per l'effetto serra e solo «misure concrete, che individuino chiaramente cosa fare, chi dovrebbe agire e quando, possono venirci in aiuto», come dichiarato da Anders Berntell, direttore dello Stockholm International Water Institute , durante la XVI Conferenza internazionale sulla gestione dell'acqua, tenutasi a fine agosto nella capitale svedese. A meno di modifiche drastiche nella gestione e nelle politiche dei governi a livello mondiale, la crisi globale dell'acqua sarà inevitabile e coinvolgerà le prossime generazioni a cui lasceremo in eredità un pianeta tormentato dalla sete.

Marina Zenobio
Il manifesto 4/10/06

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Il delegato per il Sud Europa dell'UNHCR (L'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) è intervenuto oggi alle celebrazioni dedicate alla tragedia delle 800 mila persone che nel 2011 sono state costrette a fuggire dal proprio paese per allontanare se stessi, i propri cari e le proprie cose, da guerre, violenze, torture, soprusi e minacce.

Le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata Mondiale del Rifugiato per creare un momento di riflessione sulla realtà dell'asilo, spesso sconosciuta o misconosciuta. Quest'anno l'UNHCR ha scelto di focalizzare l'attenzione sui "dilemmi" a cui deve fare fronte il rifugiato ed in particolare quello che riguarda la separazione forzata dalla propria famiglia. "Nessuno sceglie di essere rifugiato" è lo slogan di questa giornata. Si tratta di un tema molto impegnativo che ci costringe tutti ad un confronto profondo con la difficile condizione del rifugiato.

















Il dato di maggiore turbamento. Però, prima di entrare nel merito del tema odierno, vorrei offrirvi alcuni spunti di riflessione sulla situazione dei rifugiati nel mondo, avendo l'UNHCR appena pubblicato il rapporto statistico 2011. Il primo elemento di forte turbamento è dato dall'alto numero di persone costrette a fuggire dal proprio paese nel 2011: ben 800 mila. Si tratta del numero più alto dal 2000 ad oggi. Questa cifra è il risultato di violenti conflitti e delle crisi umanitarie in zone come il Sudan, la Somalia e la Libia.

Si conferma una tendenza. Si conferma, inoltre, il trend per cui i quattro quinti dei rifugiati che lasciano il proprio paese, lo fanno per rifugiarsi nei paesi limitrofi, in particolare nel Sud del mondo, come è accaduto ad esempio nella crisi libica, durante la quale la stragrande maggioranza delle persone si è rifugiata in Tunisia ed in Egitto. Nei paesi industrializzati il numero più alto si trova in Germania, paese che accoglie oltre 570.000 rifugiati. Nel 2011 invece il paese cha ha ricevuto il numero più alto di domande di asilo è stato il Sud Africa con 107.000.

Per quanto riguarda l'Italia. I beneficiari di protezione internazionale sono stimati in circa 58.000 residenti, quindi circa il 10% di quelli presenti in Germania. Invece, le richieste d'asilo nel 2011 sono state  poco più di 34.000. Questo dato, pur considerando l'anno particolare con gli sbarchi dovuti alla Primavera Araba ed al violento conflitto libico, colloca l'Italia al quarto posto tra i paesi industrializzati.

Il concetto di "Dilemma".
Tornando al tema della giornata, vorrei condividere con voi alcune riflessioni sul concetto di dilemma. Per dilemma si intende quella condizione in cui una decisione si impone tra due o più alternative ugualmente indesiderabili. È, dunque, la condizione tipica del rifugiato costantemente posto di fronte a scelte imposte che comportano o il rischio per la vita o dolorose rinunce, ma alle quali non ci si può sottrarre, perché, come viene spesso correttamente ricordato: "nessuno sceglie di essere un rifugiato". Si è deciso di porre il tema del dilemma rivolgendolo prima di tutto a noi stessi. Riteniamo infatti che solo facendo uno sforzo di empatia e mettendosi nei panni altrui si riesca a comprendere veramente chi è un rifugiato. Il dilemma rappresenta, in sintesi, la condizione stessa del perseguitato e quindi, del rifugiato. Ne costella l'esistenza.

Rimanere o partire.
Il dilemma cruciale per un rifugiato resta comunque quello legato alla scelta tra rimanere o partire. Rimanere e rischiare la vita o abbandonare tutto ciò che si è costruito negli anni e separarsi dai legami affettivi? Scegliere di mettere a repentaglio la vita dei propri familiari oppure lasciarli, facendogli affrontare un incerto futuro nella consapevolezza che forse non sarà mai più possibile ritornare in patria? Sono solo alcuni dei dilemmi che impongono risposte immediate, spesso nell'arco di poche ore, e che non si risolvono nel compimento della scelta. Sono decisioni i cui effetti dolorosi permangono anche dopo l'espatrio, condizionando la vita futura in diaspora.

Le continue scelte estreme.
Anche durante la fuga il rifugiato si trova ad affrontare scelte estreme anche a costo della propria vita. I lunghi e pericolosi viaggi dei rifugiati che arrivano in Italia sono l'esempio migliore. Davanti al deserto del Sahara e sulle sponde del Mediterraneo il dilemma è sempre tra rischiare la vita verso un futuro di pace e sicurezza, oppure tornare indietro con la certezza di dover subire gli effetti delle persecuzioni.

Dilemmi con i quali occorre confrontarsi.
Se provassimo a confrontarci con questi dilemmi riusciremmo a cogliere l'inevitabilità della scelta di molti rifugiati di imbarcarsi in pericolosissimi viaggi verso l'Europa, attraverso il Mar Mediterraneo, come d'altronde è magistralmente raccontato in alcuni dei film che verranno proiettati oggi pomeriggio.

Migliaia le persone partite e mai arrivate. L'anno scorso durante questi viaggi dalla Libia, sulla base di nostri riscontri, si stima che circa 1.500 persone siano partite ma mai arrivate a destinazione. E questo nonostante il forte impegno nelle operazioni di salvataggio profuso dai Corpi dello Stato e da chi opera in mare, a cui va la nostra profonda gratitudine. Il salvataggio delle vite in mare deve essere un imperativo ed è per questo che chiediamo ancora una volta che Lampedusa venga dichiarata "Porto Sicuro", certi che altrimenti le operazioni di salvataggio rischierebbero gravi rallentamenti.

La sentenza Hirsi. Non possono, invece, le autorità italiane avere dilemmi nel consentire l'accesso al territorio e alla procedura di asilo a chi arriva per chiedere protezione. Lo prevede il Diritto Internazionale ed in particolare la Convenzione di Ginevra. È in ragione di ciò che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo con la sentenza Hirsi ha confermato che gli obblighi degli Stati nei confronti dei richiedenti asilo e rifugiati vanno sempre rispettati, anche in alto mare.
 
Quell'accordo con la Libia....Di questa decisione gli Stati debbono tenerne conto specialmente in occasione della stipula dei trattati di riammissione, così come l'Italia avrebbe dovuto tenerne conto nel recente accordo con la Libia, introducendo clausole di salvaguardia sulla protezione dei rifugiati. Ritengo che non avere inserito nel testo del nuovo accordo alcun riferimento alle garanzie per i richiedenti asilo sia stata un'occasione mancata. L'Italia potrebbe avere infatti un ruolo determinante nel processo di "institutional building" in Libia così come  nella promozione dei diritti umani, incluso quello di cercare e otttenere asilo dalle persecuzioni.

Si procede per modalità atipiche.
Accanto alle garanzie di accesso al territorio, vi deve essere anche un adeguato sistema di prima accoglienza. In Italia lo scorso anno si è fatto molto per affrontare il flusso proveniente dal Nord Africa a seguito della rivoluzione tunisina e del conflitto libico. Si è operato affinché tutti ricevessero una sistemazione, anche se nei territori si è riscontrato una mancanza di uniformità, negli standard e nei servizi erogati, che sta causando situazioni difficilmente gestibili e alla base di crescenti tensioni. Si è proceduto ancora una volta con modalità atipiche, sfruttando lo strumento dello stato di emergenza.

Un approccio da superare.
Tale approccio, alla base delle molte criticità del sistema, rappresenta una prassi ormai consolidata che, a nostro avviso, deve essere superata. È necessario strutturare il sistema di prima accoglienza dotandolo della necessaria flessibilità per affrontare arrivi numericamente più consistenti di quelli che la normale capacità è in grado di assorbire. Ritengo che la suddivisione delle persone da accogliere in quote regionali e la centralità assunta dagli Enti Locali, siano due aspetti innovativi della recente esperienza che possano essere ulteriormente esplorati in futuro.

Il Ministero di Riccardi c'è, ma non basta. Ho evidenziato prima come la condizione di incertezza, di sospensione e di vulnerabilità accompagni chi fugge dalle persecuzioni anche nella fase di arrivo e di permanenza nel luogo di rifugio. Per queste ragioni è molto importante che vengano perseguite in maniera sistematica politiche atte a favorire l'integrazione dei beneficiari di protezione internazionale. Rispetto a ciò abbiamo particolarmente apprezzato l'istituzione del nuovo Ministero per la Cooperazione Internazionale e l'Integrazione, ma riteniamo che i passi da fare in Italia siano ancora molti. Riteniamo che sia necessario intervenire sul diritto al ricongiungimento familiare, che è uno dei presupposti principali ad una piena realizzazione individuale e quindi all'integrazione nel paese di accoglienza.

L'integrazione si fa attraverso il lavoro. Inoltre, va ricordato che per mettere in atto una politica di integrazione è necessario introdurre un sistema strutturato di azioni positive dirette a favorire l'inserimento lavorativo dei rifugiati, per colmare i forti svantaggi di cui soffrono i rifugiati in rapporto ai cittadini. È auspicabile inoltre che alcuni ostacoli amministrativi all'inserimento sociale dei rifugiati siano rimossi. Mi riferisco, ad esempio, all'accesso alla residenza che in molti comuni italiani è spesso impedito o al riconoscimento dei titoli di studio, reso difficoltoso da un lungo procedimento burocratico.

Riflessione finale.
  Sappiamo che quello che viviamo è un periodo di profonda crisi economica che rende incerto il futuro di molti. Si impongono a livello di governo scelte non facili tese a contenere la spesa pubblica. Sono dilemmi quotidiani a cui le autorità di governo devono fare fronte. Siamo consapevoli di queste difficoltà e siamo pronti, anche in questo contesto, a dare il nostro contributo e il nostro sostegno nella ricerca delle soluzioni più appropriate riguardanti i beneficiari di protezione internazionale e i richiedenti asilo.

Quei 28 mila fuggiti dalla Libia.
In quest'ottica, ad esempio, abbiamo promosso con il Tavolo Asilo l'appello al governo con alcune proposte molto concrete e pragmatiche per trovare una soluzione alla difficile situazione di gran parte delle 28.000 persone fuggite dalla Libia nel 2011. Si tratta in maggioranza di migranti provenienti da paesi terzi che si trovavano in Libia per lavoro e che sono stati costretti a lasciare questo paese a causa della guerra. Al loro arrivo in Italia sono stati avviati alla procedura d'asilo, a volte anche non avendo timore di persecuzione nel loro paese di origine. Dunque molti di loro non hanno ottenuto nessuna forma di protezione internazionale, né sono state proposte o trovate soluzioni alternative.

Il rischio di pericolose tensioni. Attualmente 21.000 persone sono ospitate nei centri d'emergenza, che chiuderanno a fine dicembre, senza ulteriori prospettive. È ipotizzabile dunque che a fine anno queste persone si troveranno senza un alloggio e con una condizione giuridica incerta. Una situazione che già genera pericolose tensioni e che non può essere ulteriormente ignorata. Come detto prima: "nessuno sceglie di essere un rifugiato" ma, al contrario, "tutti possiamo scegliere di aiutarli". Non si tratta questa volta di un dilemma, ma di un obbligo giuridico per gli Stati e ci auguriamo di un imperativo morale per ognuno di noi.

* Laurens Jolles è Delegato UNHCR per il Sud Europa

 
http://www.repubblica.it/solidarieta/profughi/2012/06/20/news/giornata_mondiale_del_rifugiato_nessuno_sceglie_di_essere_profugo-37599065/

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APPELLO per la cessazione immediata della partecipazione italiana alla guerra afgana.

Secondo alcuni osservatori sarebbero 2000 le persone uccise finora in Afghanistan dai soldati italiani.
E' questa la notizia su cui dovremmo discutere ogni giorno e su cui chiamare alla mobilitazione ogni singolo cittadino italiano per manifesta e palese violazione della nostra carta costituzionale.
Soldati italiani, sotto la bandiera italiana, pagati dal contribuente italiano, hanno ucciso e sono stati uccisi in nome e per conto di tutto il popolo italiano, anche di chi, come noi, si è strenuamente opposto a qualsiasi avventura militare e a qualsiasi guerra.

Se andate su un qualsiasi motore di ricerca in Internet e cercate di conoscere l'entità dei morti della guerra in Afghanistan, troverete una contabilità dettagliata dei soldati uccisi della coalizione guidata dagli USA: 3000 soldati USA, 44 italiani,...e così via.
Degli afgani uccisi, per lo più civili, donne vecchi e bambini, nessuna contabilità, nessuno che tenga il conto, sono vittime inesistenti, sono morti per colpa loro.  La loro morte nel linguaggio militare viene definita “danno collaterale“ (come gli ultimi bambini uccisi a Kabul), mentre bisognerebbe parlare di “crimini di guerra” o meglio ancora del crimine che è la guerra, il più nefando e orrendo crimine che l'umanità possa commettere contro se stessa e la Terra su cui viviamo.

L'altra faccia della medaglia è il mercato degli armamenti.
Le multinazionali USA delle armi nel 2011 hanno triplicato la vendita di armi rispetto al 2010 con 66,3 miliardi di dollari contro il 21,4 del 2010. (Vedi: http://www.altrenotizie.org/esteri/5041-usa-la-diplomazia-delle-armi.html)
E queste armi sono andate in gran parte ai paesi del golfo, Arabia Saudita e Qatar, quei paesi che stanno fomentando la guerra in Siria che viene venduta in occidente come “rivoluzione” anche dopo che la stessa CNN ha riportato la notizia sull'assenso di Obama alla CIA ad intervenire in Siria. (Vedi: http://www.corriere.it/esteri/12_agosto_02/siria-obama-autorizza-cia-aiutare-ribelli_58186ad4-dc77-11e1-8f5d-f5976b2b4869.)
Sembra incredibile ma è proprio così: gli sceicchi arabi che comprano armi dagli USA a carrettate con il premio nobel per la pace Obama nel ruolo di piazzista (quando gli toglieranno quel premio?).

Per fermare le guerre bisogna disarmare, bisogna impedire la produzione di armamenti, bisogna che tutte le forze politiche mettano di nuovo al centro della loro iniziativa la questione fondamentale della pace, come accadde subito dopo la seconda guerra mondiale, con il movimento dei Partigiani della pace, che raccolse oltre 500milioni di adesioni in tutto il mondo.

In Italia i partiti sono molto lontani da tale idea. Il PD, principale partito dell'ex centrosinistra, ha presentato il documento intitolato “Italia. Bene Comune - PER LA RICOSTRUZIONE E IL CAMBIAMENTO - PATTO DEI DEMOCRATICI E DEI PROGRESSISTI. CARTA D’INTENTI” nel quale non c'è una sola parola contro la guerra in corso, che fra l'altro costa all'Italia un paio di miliardi di euro all'anno, senza considerare la spesa esorbitante per gli armamenti previsti nel piano di ristrutturazione delle forze armate.

Dobbiamo intensificare l'impegno a smascherare le mistificazioni di cui sono pieni i giornali e che hanno infettato larga parte dell'ex movimento pacifista italiano e mondiale. La pace, cioè la vita o la morte dell'umanità è esclusivamente nelle mani degli uomini e delle donne. E' questo l'impegno che vogliamo assumere nell'undicesimo anniversario dell'inizio della "guerra infinita".
(da uno scritto di Giovanni Sarubbi)
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APPELLO per la cessazione immediata della partecipazione italiana alla guerra afgana
 
" NON UN GIORNO DI PIU' "
Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Signor Presidente della Repubblica,
si sarà sicuramente interrogato anche lei sul tragico protrarsi della guerra afgana e sulle innumerevoli sue vittime.
E si sarà sentito anche lei turbato per la flagrante contraddizione tra la partecipazione italiana a quella guerra, a quelle stragi, e il dettato dell'articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, che inequivocabilmente vieta all'Italia di partecipare a quel crimine.
Perché ha abdicato al suo dovere di difendere la vigenza della Costituzione della Repubblica Italiana che ripudia la guerra?
Perché non ha negato il suo consenso alla partecipazione italiana a quella guerra, a quei massacri?
Faccia ora quello che avrebbe dovuto fare fin dal suo insediamento alla Presidenza della Repubblica: denunci l'illegalità di quella guerra e chiami Governo e Parlamento a deliberare l'immediata cessazione della partecipazione italiana ad essa.
Troppi esseri umani sono già stati uccisi.
Non attenda un giorno di più per decidersi ad agire nell'ambito dei suoi poteri e dei suoi doveri per ripristinare il rispetto della Costituzione, ovvero per salvare le vite umane che giorno dopo giorno la guerra sbrana.
Cessando di partecipare alla guerra l'Italia può cominciare ad impegnarsi per la pace che salva le vite.
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Questo chiediamo: cessazione immediata della partecipazione italiana alla guerra afgana; pace, disarmo e smilitarizzazione; rispetto della vita, della dignità e dei diritti umani di tutti gli esseri umani.

Ascolti la nostra voce.
Ascolti la voce della sua stessa coscienza.
Ascolti la lettera e lo spirito della Costituzione della Repubblica Italiana.
Solo la pace salva le vite.

Distinti saluti,
Il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo

Viterbo, 2 settembre 2012

Mittente: "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: nbawac@tin.it e centropacevt@gmail.com , web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

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Sommario:  La legge truffa sul biologico / La balla della coesistenza  /  Un meccanismo diabolico / Porte aperte agli ogm sulla nostra tavola / Perché no agli ogm / Dannosità degli ogm /  Le nostre proposte / Una nuova concezione del potere.

UNA TRUFFA DENTRO LA NUOVA LEGGE SUL BIOLOGICO.
La nuova legge europea sul biologico, entrata in vigore all'inizio del 2009, prevede che un alimento possa ancora chiamarsi biologico ed essere considerato e venduto come tale, pur in presenza di una contaminazione fino allo 0,9% di OGM (organismi geneticamente modificati).
Gli agricoltori biologici non sono affatto d'accordo su questo aspetto, che viene loro imposto. Una delle prerogative principali e una delle regole essenziali del biologico è che sia esente da OGM, in ogni fase di creazione di un alimento, dalla semina al prodotto finito. Tale prerogativa il mondo del biologico vuole conservare intatta, tramite le sue associazioni, e perciò, indipendentemente da cosa dice la legge, considera non biologico un alimento contaminato OGM. L'unica regola valida e ammissibile per gli OGM nel biologico è la TOLLERANZA ZERO.

Il biologico, come ben si sa, è nato per opporsi all'inquinamento chimico di suolo, acqua, aria, piante, animali, cibo, ambiente e uomo, e per collaborare alla creazione di un ambiente agricolo armonico. Ma l'inquinamento da manipolazione genetica, si prospetta come enormemente più grave rispetto all'inquinamento chimico. Un alimento biologico inquinato con OGM è un puro non senso che può nascere solo in menti a loro volta "manipolate", come lo sono gli organismi che vogliono promuovere.
Altrettanto totalmente contrari alla contaminazione sono la maggior parte dei consumatori di prodotti biologici, che non ammettono presenza di inquinamenti da OGM.
E contrari agli OGM non sono solo i coltivatori e consumatori di alimenti biologici, ma anche la gran maggioranza di tutti i consumatori, anche quelli di alimenti convenzionali, così come quasi tutto il variegato mondo agricolo italiano, il quale vuole proteggere la qualità e il valore degli alimenti made in Italy, che sono di assoluta eccellenza mondiale, contraddistinti anche da svariati marchi di qualità.

Come mai è stata introdotta questa regola?! Non certo per tutelare il mondo del biologico da contaminazioni accidentali da OGM, come si vuol far credere, ma al contrario per aggiungere al danno la beffa e voler permettere ai contaminatori di non pagare i danni in caso di contaminazione. E' cioè una legge tutta a favore delle poche ed enormi multinazionali produttrici degli OGM, Monsanto in testa, e da esse voluta e promossa con azione di lobbing presso le istituzioni europee.

Ma gli agricoltori europei, biologici e non biologici, e in particolare quelli italiani, non possono e non vogliono vendere prodotti inquinati da OGM e chiedono che chi inquina sia obbligato a pagare completamente tutti i danni arrecati. Un agricoltore biologico ha il dovere morale, secondo la propria etica, di distruggere le proprie colture contaminate con OGM, perché non vuole vendere prodotti contaminati, né come biologici né come convenzionali, ritenendoli dannosi alla salute e all'interesse pubblico.

Si consideri anche che l'agricoltore biologico non sottostà solo alle leggi europee, ma anche ai disciplinari di conduzione biologica dell' associazione di tutela del biologico alla quale aderisce e viene controllato, dagli organismi di controllo accreditati, sull'osservanza di tali disciplinari. Ma nessuna associazione del biologico accetta come regola valida la contaminazione anche minima da OGM. Senza contare che i negozi di alimenti biologici e le organizzazioni dei consumatori non accettano in ogni caso prodotti inquinati OGM.  Perciò le imprese responsabili dell'inquinamento di altre colture, attraverso la coltivazione di piante GM, devono essere  chiamate a risarcire tutto il raccolto contaminato più i danni apportati all'immagine delle aziende contaminate, anche per le vendite future.

E non solo! Occorre anche considerare che l'inquinamento delle colture si traduce anche in un inquinamento OGM permanente del terreno, attraverso i resti delle piante, che rimangono in esso. E' già stato documentato da ricerche serie l'impatto negativo dei resti di colture GM sulla vita del terreno e sui microrganismi benefici per il suolo. Va dunque considerato anche il danno relativo all'impedimento a coltivare biologico per almeno 5 anni.
Tuttavia sia chiaro che a noi non interessa affatto il risarcimento dei danni, ma interessa fermare la coltivazione e il commercio di piante geneticamente modificate  e l'alimentazione da materie prime da esse provenienti, che ci sembra pura follia, allo stato attuale delle ricerche. Solo per questo motivo mettiamo in campo anche l'argomento degli ingenti danni che chiederemmo di pagare.
Tutto questo è riferito ai danni arrecati alle singole imprese agricole, ma i danni sociali si preannunciano come molto più ingenti. Chi li pagherà questi?

Nell'ipotesi di evidenziazione futura di danni alla salute fisica e psichica dei cittadini, causati dagli OGM, le istituzioni che hanno approvato norme  favorevoli agli OGM, trascurando protervamente il  principio di precauzione e le numerose prove già disponibili sulla dannosità degli ogm e la volontà della maggioranza dei cittadini, dovranno essere chiamate, dalle organizzazioni civiche e dei consumatori, a massicci risarcimenti dei danni provocati.

Un aspetto estremamente grave di questa vicenda è quello della "lesa democrazia".  Alcuni burocrati e  politici dell' Unione Europea, e le multinazionali che stanno alle loro spalle, si permettono di decidere cosa si debba intendere per "biologico", contro quello che sostengono gli agricoltori che il biologico lo hanno creato e i consumatori che se ne nutrono.  E impongono, senza possibilità di replica, la loro visione e i loro interessi.  Questa è pura dittatura, intollerabile!
Dunque la legge europea tollera lo 0,9% di contaminazione per il biologico. Sembra però che ci sia ancora la possibilità per i singoli stati di limitare questa soglia allo 0,1% (minimo rilevabile) o allo zero.  Lo stato italiano non si sa ancora cosa deciderà in proposito, ma vogliamo ancora sperare positivamente.
Tuttavia è a livello europeo che il limite andrebbe portato al minimo rilevabile.

LA BALLA DELLA COESISTENZA.
Prima di questa legge le istituzioni europee avevano già fatto una azione gravissima favorevole alla coltivazione degli OGM. La famigerata commissione europea (dal nostro punto di vista solo così si può aggettivare), ha dato indicazione ai governi di preparare delle leggi che introducano e disciplinino la "coesistenza" di coltivazioni convenzionali, biologiche e GM, sottoponendosi ai diktat degli interessi delle multinazionali degli OGM, attraverso i ricatti dell' Organizzazione mondiale del commercio (WTO). La stessa commissione ha dichiarato non valide le leggi regionali che impediscono le coltivazioni OGM nel loro territorio. Così è avvenuto, per esempio per la nostra regione (Le Marche)! C'è da chiedersi chi ha autorizzato costoro a comandare in casa altrui! E poi ci si chiede perché le popolazioni europee quando possono votare sono contrarie a questo tipo di istituzioni dittatoriali europee (non all'Europa e ad istituzioni realmente democratiche)!!

Gli agricoltori, biologici e non biologici, affermano che la coesistenza non è possibile, dato che l'inquinamento avviene anche nel raggio di molti chilometri di distanza, per l'azione degli insetti impollinatori e/o del vento, come è già stato ampiamente dimostrato, e dato anche che le misure complessive per prevenire la contaminazione, non solo in campo, ma anche nelle fasi successive, sarebbero ingenti. Vanno infatti considerate anche le operazioni di raccolta con le mietitrebbie, che passando da un campo all'altro dovrebbero essere accuratamente pulite, così come i trasporti, da quello del raccolto ai successivi, gli stoccaggi, e tutte le altre operazioni che sono foriere di contaminazione. Ci sono già problemi nel differenziare i prodotti biologici da quelli convenzionali ed essi si aggraverebbero con l'aggiunta delle colture GM, da gestire con ulteriori stoccaggi e linee differenziate.

La coesistenza fra coltivazione GM e altri tipi di coltivazione non è tecnicamente, economicamente e umanamente possibile, soprattutto perché le colture GM si comportano in pratica come colture killer per tutto il resto che trovano sulla loro strada e nei dintorni. La coltura GM parassita le altre colture fino a farle scomparire. La coesistenza è una favola, che ci si vuole raccontare per addormentarci, ma noi preferiamo rimanere ben svegli.
I burocrati pro OGM dell'Unione europea vogliono farci credere che la possibilità di coltivare piante GM sia una questione di libertà. Ciascun agricoltore dovrebbe essere libero di scegliere se coltivare tradizionale o biologico o geneticamente manipolato. Eppure sappiamo bene che non si hanno tutti i diritti a disposizione nel proprio paniere! Esiste forse il diritto e la libertà di uccidere gli altri, di stuprarli, di annientarli? Allo stesso e identico modo non può esistere il diritto di coltivare ogm, quando questo diritto danneggia gravemente tutti gli altri coltivatori del territorio e toglie loro, questa volta sì, la libertà di coltivare come vogliono. Chi toglie, dunque, la libertà a chi?! Il re è nudo e l'inganno facilmente scoperto! I falsi paladini della libertà sono autentici dittatori che cercano di imbellettarsi e mascherarsi per non essere riconosciuti nella loro vera natura.

Sappiamo bene che per sfondare il muro della opposizione popolare agli OGM, le grandi industrie interessate sono disposte a pagare bene, in un primo tempo, quegli agricoltori che si prestano al gioco (salvo spremerli successivamente). Per questo motivo è bene che teniamo fermo anche il principio che a fronte di un'alta remunerazione promessa per poco tempo, dovranno pagare ingenti danni arrecati agli altri coltivatori in caso di contaminazione.
Le industrie degli OGM hanno svolto presso le istituzioni europee una tenace, costante ed incalzante azione di promozione dei propri interessi, che ha portato dapprima alla approvazione delle disposizioni sulla cosiddetta "coesistenza" e poi alla recente disposizione dello 0,9% all'interno della nuova legge europea sul biologico.  Certamente i mezzi finanziari e di corruzione non mancano per proseguire nella conquista e distruzione del mondo naturale a favore del monopolio OGM; corruzione che si spinge verso i politici, le istituzioni, i mass media, il mondo accademico e della ricerca scientifica, verso gli pseudo-scienziati, che invece della verità, della precauzione e dell'interesse generale, cercano successo e denaro.

UN MECCANISMO DIABOLICO
I ricercatori delle multinazionali degli OGM "sparano" dentro alle cellule di una pianta alcune sequenze di DNA prese da un altro tipo di organismo (per esempio da un batterio).  La pianta sarà così modificata geneticamente perché costretta ad ospitare sequenze di DNA ad essa estranee.  Una volta che queste sequenze sono entrate la pianta rimane modificata per sempre.  Questa modifica viene brevettata.  Supponiamo che, per esempio, alcune varietà di mais molto valide e produttive vengano modificate geneticamente e brevettate (e lo stesso gioco si può fare con qualsiasi tipo di pianta).  Con il diffondersi della pianta modificata e con la contaminazione della impollinazione, attraverso vento o insetti, nel giro di alcuni decenni le piante non  modificate non esisterebbero più e piante prima naturali, a disposizione di tutti, diverrebbero di esclusiva proprietà di poche multinazionali.  Normalmente da migliaia di anni gli agricoltori hanno potuto tenere le loro sementi e riseminarle nei loro campi.  Ma con la trappola mortale degli OGM non sarebbe più possibile.  La pianta geneticamente modificata è di esclusiva proprietà della multinazionale che l'ha brevettata.  Negli Usa e in Canada sono successi molti casi in cui gli agricoltori contaminati che hanno riseminato le loro sementi sono stati denunciati e costretti a pagare multe salate perché avevano seminato un seme modificato geneticamente senza aver pagato la tassa al brevetto.  Ancora una volta al danno della contaminazione segue la beffa di non poter più usare le proprie sementi e, addirittura, di dover pagare delle panali, per essere stati inquinati!  Se la manipolazione genetica andasse avanti, il mondo naturale diventerebbe di proprietà esclusiva di poche multinazionali!!  Come chiamare tutto questo se non il dominio del "diavolo" più terribile all'interno della mente e della coscienza dell'uomo?

PORTE APERTE AGLI OGM SULLA NOSTRA TAVOLA.
Per quanto riguarda il fronte della coltivazione, come abbiamo visto, l'attacco Ogm alla natura e all'Europa libera, è avvenuto attraverso le disposizioni sulla coesistenza e la modifica della legge sul biologico.  Ma ciò non basta.  Anche sull'importantissimo fronte del consumo occorreva dar modo alle varie multinazionali di poter intanto immettere sul mercato europeo le loro derrate OGM prodotte già in varie parti del mondo, come, per esempio, negli USA, in Argentina, Brasile, India, e altrove.  Questa già enorme diffusione di alcune piante modificate geneticamente (soia, mais, colza, cotone ed altre) si giustifica solo con la disinformazione sui presunti vantaggi e sulla minimizzazione dei rischi, oltre che sulla corruzione.  In ogni caso l'apertura normativa europea ha già prodotto fatti gravissimi anche sul fronte del consumo.

Già nel settembre del 2003 il parlamento europeo ha approvato un regolamento con il quale si ammette l'uso di ingredienti OGM per la produzione di alimenti per l'uomo e per gli animali, con l'obbligo di dichiarare in etichetta questa caratteristica e permettendo di non indicare nulla nel caso in cui la presenza OGM nell' ingrediente sia inferiore allo 0,9%!
Ma soprattutto già da molto tempo i nostri governanti hanno permesso che, in sordina, gli OGM fossero quotidianamente sulle nostre tavole, senza che noi lo sapessimo, perché soia e mais geneticamente modificati sono stati e sono quotidianamente usati per l'alimentazione animale, senza che ciò sia vietato o che debba essere dichiarato.  Così la carne che mangiamo e i latticini che consumiamo possono facilmente provenire da animali che sono stati nutriti anche con soia o mais OGM e anche in percentuali molto alte, senza che noi possiamo saperlo, perché non c'è alcun obbligo di indicazioni in etichetta né obbligo di tracciabilità!  Incredibile!  Evviva alla morte della libertà di scelta e della democrazia!!

PERCHE' NO AGLI OGM. Perché siamo così contrari agli OGM?
Perché la manipolazione della struttura basilare della vita  -geni e DNA-  non può che essere estremamente pericolosa, nel lungo termine, e affrontabile solo con infinite precauzione e non certo al fine di conquistare il dominio commerciale sul mondo.  Perché pensiamo che la diffusione di colture e alimenti OGM possa essere un problema di una gravità senza precedenti, per la vita futura sulla terra, e perché  chi la promuove, come valori reali, al di là della propaganda strumentale, ha solo il potere e il profitto, cioè non valori ma disvalori.
Perché trasferire frammenti di DNA da una specie naturale ad un'altra, con mezzi artificiali, senza sapere che risultati possono derivarne nel lungo termine e prendere questi esperimenti come base dell'alimentazione umana di massa ci sembra pura follia e delirio gratuito di onnipotenza.

Abbiamo già sperimentato il caso del grano duro Creso, che è stato prodotto in Italia per lungo tempo e viene ancora prodotto. Era stato ottenuto per mutazione da raggi gamma prodotti da scorie nucleari. Ora, dopo 4 decenni di produzione e commercio, si ha il forte sospetto che rappresenti una delle cause principali del grande aumento dei casi di celiachia. L'organismo umano tende ad essere intollerante nel lungo termine a ciò che viene manipolato artificiosamente! Per fortuna!
Che garanzie abbiamo che gli OGM non scatenino, nel lungo termine, allergie, tossicità, forme incontrollabili di tumori e quant'altro?

Siamo contrari perché non si tratta più soltanto di applicare un principio di precauzione, che già da solo escluderebbe in modo categorico la coltivazione e il consumo di OGM, ma abbiamo ormai la certezza della pericolosità e nocività degli OGM (vedi prossimo titolo).
Siamo contrari perché tutte le prerogative positive che vengono propagate di volta in volta dalle industrie degli OGM si sono rivelate sempre un falso alla prova dei fatti ed hanno avuto solo un valore puramente pubblicitario e propagandistico. Di fatto si hanno maggiori costi di produzione, effettivo maggior uso di pesticidi (vedi, per esempio, il massiccio aumento dell'uso del glifosfato, estremamente tossico), minore produzione, minor prezzo unitario, minor reddito e grossi problemi legali con gli agricoltori vicini. Quindi, in compenso agli enormi pericoli, non abbiamo, e neanche ci interessano, vantaggi reali di nessun genere, ma ulteriori e notevoli svantaggi.
Siamo contrari perché è un falso scandaloso che gli OGM possono aiutare a risolvere la fame nel mondo. E' esattamente vero il contrario. Il mercato dei semi e degli alimenti nelle mani di poche industrie fa aumentare la fame nel mondo, che dipende soltanto da motivi politici, di potere e di sistema, che sono accentuati dal modello che le grandi imprese degli OGM tentano di imporre.

L'introduzione degli OGM in India ha portato già al suicidio di 250.000 persone!

Siamo contrari agli OGM perché siamo contrari ai brevetti sulla vita, sugli organismi viventi, che vengono concessi alle piante naturali manipolate.
Perché la manipolazione genetica distrugge la biodiversità naturale e altera per sempre le specie viventi naturali, comprese quelle microbiche che stanno alla base della vita.
Perché l'agricoltura biologica, che rappresenta il passato millenario e il futuro della produzione degli alimenti e della cura dei territori, viene distrutta dalla manipolazione genetica.  Perché anche l'agricoltura convenzionale viene distrutta dagli OGM.  Non tutto ciò che si può fare è buono e da farsi!
Perché l'uomo vive all'interno di una catena biologica che comprende il minerale, il vegetale e l'animale e quindi una manipolazione su uno degli anelli della catena si traduce in una manipolazione irreversibile su tutti gli anelli della catena. Manipolata la pianta è manipolato anche l'animale che se ne nutre e l'uomo che si nutre sia di piante che di animali e il terreno che vive in scambio simbiotico con la pianta e i microrganismi. E' manipolata tutta la vita.   Che conseguenze avranno le manipolazioni geniche che entrano nell'uomo attraverso le manipolazione delle piante e degli animali che se ne nutrono e del terreno che riceve e assimila tutti i resti delle piante?
Perché la manipolazione viene introdotta anche con l'inganno nei cibi ed è contraria ad ogni elementare diritto di scelta sulla propria alimentazione.  Ora, per esempio, quando consumiamo carne non sappiamo se l'animale si è nutrito o no di mangimi contenenti Ogm.
Perché è nettamente contraria agli interessi economici degli stati europei e dei loro agricoltori.
Perché si incomincia col manipolare poche piante in pochi modi e poi non si sa dove si può andare a finire, nel campo potenzialmente sconfinato della manipolazione genetica.

Perché la manipolazione genetica può portare non solo a danni fisici, ma ancor più a danni nelle parti costitutive "sottili" dell'uomo. Quali influssi si avranno nel lungo termine sul sistema immunitario? Che influssi si avranno nella capacità di pensiero libero, nei campo dei sentimenti e delle emozioni, nel campo degli impulsi liberi della volontà? Chi può quantificare questi aspetti? Manipolare la base della vita e imporne i risultati come alimentazione dell'uomo è un'impresa della massima pericolosità e del maggior rischio per l'uomo e per la vita sul pianeta. Si può usare l'immagine della roulotte russa. Si carica però il pallottoliere non con una sola pallottola ma con tutte tranne una, poi si gira il pallottoliere, si punta alla tempia e si spara. Sarà andata bene?!
Perché non vogliamo essere, né noi né i nostri figli la cavia di esperimenti senza via di ritorno.
Perché l'avvio della manipolazione genetica potrebbe diventare la più grande emergenza del mondo attuale, più della fame nel mondo, più della distruzione ambientale, più dell'inquinamento da radioattività, più delle guerre, per le conseguenze imprevedibili e SENZA RITORNO, su tutte le generazioni future!!

DANNOSITA' DEGLI OGM.  
E' stata riportata sulla stampa  proprio di recente (Espresso n.5 del 2009), la seguente notizia: "I ricercatori della facoltà di medicina veterinaria dell'Università di Vienna hanno dimostrato, in un voluminoso rapporto, che alimentando topine di laboratorio incinte con una dieta in cui un terzo delle calorie deriva da mais geneticamente modificato (in particolare l'esperimento è stato condotto su alcune varietà della Monsanto), nascono neonati con un basso peso e a dimensioni ridotte della prole.  L'accusa dei ricercatori viennesi è ripresa e collegata ad altri dati sugli OGM nel libro  Genetic Roulette", di Jeffrey Smith, capo dei programmi alimentari dell'Institute for Responsible Technology (www.responsibletechnology.org).  Il saggio documenta ben 65 rischi per la salute emersi in animali nutriti con vegetali Ogm, tra i quali l'aumento di mortalità (anche di 5 volte) neonatale, basso peso dei neonati, sterilità maschile e femminile, danni al DNA"

Sull'opuscolo "Gli OGM opportunità o rischi?" pubblicato di recente dalla Regione Marche si trova il seguente testo:
«Uno studio di Arpad Pusztai, ricercatore al Rowett Institute di Aberdeen (Inghilterra), già nel 1998 ha riscontrato marcate differenze a livello immunitario in topi nutriti con patate OGM.

Stessi risultati di modificazioni di cellule epatiche e pancreatiche in topi alimentati con soia OGM si sono evidenziati da uno studio pubblicato nel 2002 su autorevoli riviste scientifiche da una ricercatrice dell'Università di Urbino (Malatesta M. Istituto di Istologia Università di Urbino - "Ultrastructural morphometrical and immunocytochemical analyses of hepatocyte nuclei from mice fed on genetically modified soybean").

Una ricerca della stessa multinazionale biotech Monsanto (i cui esiti sono sfuggiti al controllo ed sono stati resi pubblici nel giugno 2005), ha riscontrato reni più piccoli del normale, diversa composizione del sangue e altre anomalie fisiche in topi alimentati con mais OGM.»

Nel libro "I semi del dubbio" sono riportati vari esempi di osservazioni che testimoniano come, sia gli animali d'allevamento che quelli selvatici, quando hanno possibilità di scelta non mangiano le colture OGM e vanno su quelle ogm free, anche se più lontane.   Nello stesso libro si trova questa frase "Gli allevatori di maiali dell'Iowa, da quando hanno iniziato a usare mais Bt come mangime, hanno avuto una grave riduzione nei tassi di fecondazione."

E' stato dimostrato che il mais Mon 863, pur autorizzato, non è adatto al consumo per i problemi di tossicità al fegato e ai reni (http://www.disinformazione.it/ogm_vigilanza.htm).   E' stato anche dimostrato che ratti nutriti con grano geneticamente modificato sviluppano anomalie agli organi interni (http://www.rfb.it/csa/links/archivio/monsanto-studiosegreto.htm).  Ma gli studi che dimostrano la pericolosità degli Ogm sono ormai innumerevoli e questa lista, ricavata con una brevissima ricerca, potrebbe essere molto più lunga.

LE NOSTRE PROPOSTE
In premessa diciamo che riteniamo positiva qualsiasi iniziativa che dia un contributo alla lotta contro la coltivazione e il commercio di OGM. Da parte nostra facciamo proposte e richieste ai vari soggetti concreti che sono coinvolti nella vicenda degli OGM.

A tutti gli organismi dell'Istituzione europea (commissione, parlamento, ecc) chiediamo di tornare indietro sulle decisioni prese favorevoli agli OGM e di fare in modo che i territori europei siano OGM free.  Ai parlamentari europei chiediamo che contribuiscano a far approvare delle disposizioni che proibiscano la coltivazione, su tutto il suolo europeo, delle piante modificate geneticamente, tranne che in particelle limitate e controllate ai soli fini di ricerca. Analogamente devono essere proibiti l'importazione e il commercio di alimenti ogm  o contenenti ingredienti provenienti da organismi e piante GM. Chiediamo anche che venga abolita la ridicola norma che tollera una contaminazione OGM sui prodotti biologici e che invece vengano stabilite pene pecuniarie severe per chi contamina le altre colture.

Plaudiamo alla recente decisione del Consiglio UE che ha confermato la moratoria sul mais Mon810, nonostante la protervia della Commissione.
Allo Stato italiano chiediamo di difendere la nostra agricoltura dall'introduzione delle coltivazioni GM e la nostra alimentazione di qualità dall'ingresso dei prodotti GM o da essi contaminati (qui occorre una legge che si basi sul fatto  che la liberta' di commercio deve venire dopo la sicurezza alimentare e sanitaria).

In primo luogo chiediamo la proibizione totale per la  coltivazione di piante ogm, anche al fine di difendere le caratteristiche di qualità del cibo made in Italy, non accettando quindi di dar luogo a disposizioni sulla cosiddetta "coesistenza", perché non idonee al territorio italiano e alla storia, alla cultura e all'economia del cibo italiano.  Per eventuali e non auspicate disposizioni di coesistenza chiediamo comunque che il limite di contaminazione europeo dello 0.9% sia abbassato per lo stato italiano allo zero % o al limite di rilevabilità degli strumenti, che attualmente sembra essere dello 0,1%, prevedendo pene pecuniarie severe verso i contaminatori. 

Sul fronte del consumo chiediamo, come minimo, l'immediata tracciabilità dei mangimi OGM sulla filiera zootecnica.  Per non far scomparire la libertà di scelta al consumo, chi ha usato mangimi contenenti OGM sia obbligato a dichiararlo sulla carne degli animali che se ne sono nutriti e sui latticini di loro provenienza. Tuttavia, per evitare questo ulteriore costo e complicazione, in via prioritaria chiediamo che vengano del tutto proibiti i mangimi contenenti OGM. 

Siamo grati all'attuale ministro dell'agricoltura Luca Zaia, che a più riprese ha mostrato di essere contrario alle coltivazioni e ai prodotti GM. Speriamo, anche per suo tramite, in una legge nazionale contraria agli ogm o che comunque renda di fatto impossibili le coltivazioni GM, e speriamo anche in una sua azione di contrapposizione verso l'attuale indirizzo della commissione europea, in modo che si giunga ad un cambiamento di orientamento, ad una difesa dell' agricoltura europea e ad una vera tutela dei consumatori e della vita futura sulla terra, proibendo la coltivazione e il commercio di alimenti ottenuti con il contributo della manipolazione genetica.  Abbiamo la speranza che tutti gli uomini dell'attuale e dei futuri governi vorranno difendere, valorizzare e contribuire ad incrementare, l'eccellenza italiana nel settore agricolo e alimentare, invece di distruggerla a favore di poche multinazionali estranee al nostro paese.

Alle Regioni italiane chiediamo di non accettare i diktat dell'Unione europea. Le regioni hanno tutti i  motivi e tutti gli obblighi morali, per non accettare i diktat dall'alto. L'agricoltura è di competenza delle regioni, così come la sanità pubblica.  Chiediamo di non lasciarsi, a nessun titolo, espropriare delle proprie funzioni e di utilizzarle per mettere al bando gli OGM, sia alla produzione che al consumo, così come ha fatto la nostra regione (ed altre 10 regioni italiane), anche se l'unione europea si è arbitrariamente opposta alla sua libera legislazione.

A tutte le regioni chiediamo di aderire alla Rete delle regioni d'Europa OGM-free (http://www.gmofree-euregions.net:8080/servlet/ae5Ogm)  ed esprimere, per questo tramite, forti opposizioni ad ogni iniziativa legislativa pro OGM, a qualunque livello avvenga.  Chiediamo inoltre di farsi promotrici della registrazione di marchi OGM-free per tutte le produzioni regionali.  La nostra Regione prevede già il marchio QM Qualità Marche, che fra le sue norme ha anche quella di vietare l'utilizzo di OGM in tutte le fasi del processo produttivo.

A proposito della Regione Marche, ringraziamo l'assessore all'agricoltura Paolo Petrini e il presidente dell'assemblea legislativa Raffaele Bucciarelli che nel recente convegno " gli OGM: dalla contaminazione accidentale ai distretti free", tenutosi a Loreto il 27 marzo 2009, si sono espressi con decisione per una politica contraria agli ogm.  Ma crediamo che tutta la giunta sia parimenti da ringraziare.

Alla Conferenza Stato-Regioni, che dovrebbe stabilire linea guida per la coesistenza, chiediamo di affermare il principio che le Regioni sono sovrane nel poter decidere di proibire la produzione e il commercio di organismi geneticamente modificati, seppur all'interno di una legislazione quadro nazionale leggera, che vada nella stessa direzione.

Ai Comuni chiediamo di aderire alla rete dei Comuni antitransgenici.  (http://www.rfb.it/comuni.liberi.ogm/default.htm) ed opporsi ad ogni coltivazione ogm sul loro territorio, creando dei distretti OGM-free

A tutti i partiti politici e ai loro responsabili chiediamo di farsi portatori della sensibilità e della cultura contraria alla manipolazione genetica.  Questo tema non è né di destra, né di sinistra, né di centro, ma universalmente valido per garantire una vita di qualità alle generazioni future.

Alle Aziende "Unità Sanitaria Locale" chiediamo iniziative anti Ogm per fini precauzionali sulla salute pubblica.

A tutte le Associazioni degli agricoltori chiediamo una azione informativa e divulgativa contraria alla introduzione degli OGM e favorevole ad una cultura ecologica e di rispetto per la natura.  In caso di necessità, chiediamo la promozione e il sostegno ad iniziative volontarie degli agricoltori per la creazione di distretti ogm-free, in collaborazione con le autorità locali.

A tutte le Associazioni degli agricoltori biologici chiediamo una costante e tenace azione anti ogm a tutti i livelli, non solo perché ne va della tutela delle produzioni biologiche e convenzionali, ma anche per la difesa di una vita di qualità per le generazioni prossime e future.

Proponiamo che le associazioni si facciano promotrici di azioni incisive contro la coltivazione e il commercio di piante e prodotti GM, senza escludere, per il futuro, il boicottaggio delle leggi ingiuste e anche il boicottaggio del marchio bio della UE, se necessario.   Oggi la contraddizione principale non è più fra il biologico e il chimico, ma fra ogm e non ogm.

A tutti gli agricoltori, biologici e convenzionali, chiediamo una netta opposizione alla coltivazione di piante geneticamente modificate.

A tutti i negozi, sia specializzati in prodotti biologici che in prodotti convenzionali, o a vendita mista, proponiamo che incomincino ad esporre cartelli con scritto "Accettiamo e vendiamo solo prodotti garantiti senza tracce di OGM".  Consigliamo inoltre l'esposizione del logo "Cibo OGM?  NO grazie!", analogo al logo "Energia nucleare?  No grazie", scaricabile a questo link http://www.ciboogmnograzie.it/marchio.shtml.

Ai consumatori associati, infine, proponiamo di far sentire la loro voce anti manipolazione genetica e di fare grande attenzione ai prodotti che mettono nella loro borsa della spesa, soprattutto se trattasi di prodotti animali.

UNA NUOVA CONCEZIONE DEL POTERE.
In sintesi affermiamo e proponiamo la tolleranza zero, non solo verso le coltivazioni  e i prodotti GM, ma anche verso tutti quei funzionari, politici e istituzioni, europee e non solo, che si fanno ricattare dalle istituzioni del commercio internazionale, non elette da nessuno ai compiti che si arrogano, e che cercano di far prevalere interessi particolari egoistici di pochi sugli interessi generali. E' ora di non tollerare più che poche persone, sottoponibili e sottoposte ad azioni di lobby e di corruzione, possano decidere quello che noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli potranno portare sulla propria tavola. Occorre sviluppare e affermare una concezione e una prassi in cui il potere decisionale stia in basso e in cui ciò che viene delegato in alto non sia un potere ma un servizio, alla volontà popolare liberamente espressa.

Perché non facciamo un referendum su chi è favorevole e chi è contrario agli OGM? Nonostante tutta l'accurata, mirata e costante propaganda sui mass media, nonostante tutti i mezzi finanziari a disposizione, nonostante la corruzione indotta su funzionari e pseudo-ricercatori accondiscendenti, il risultato sarebbe sicuramente nettamente contrario agli OGM.

E' contro ogni principio di vera legalità che la Commissione europea imponga agli stati e alle regioni, di stabilire obbligatoriamente delle norme sulla coesistenza.  Le regioni devono poter avere la piena libertà di proibire la coltivazione e il consumo di organismi che ritengono dannosi in vari modi all'interesse dei cittadini del proprio territorio.

Occorre stabilire una democrazia vera al posto della dittatura dei pochi sui molti.  Non deve essere l'Unione Europea che delegittima le giuste decisioni delle Regioni, ma le Regioni che delegittimano l'Unione Europea e le prassi verticistiche ed autoritarie su cui si basa.  In generale noi siamo pienamente per l' Unione Europea, ma siamo anche contro questa Unione Europea verticistica.  Occorre una nuova Carta costituzionale che ristabilisca settore per settore  le competenze e le responsabilità.  Tutto ciò che può essere ben gestito a livello regionale, sia gestito sotto la responsabilità delle regioni.  Solo ciò che, per essere ben gestito, deve essere affrontato a livelli territoriali più alti, sia delegato verso l'alto, verso gli stati e l'unione, ma sotto il controllo dei deleganti e non viceversa.  Le strutture di livello superiore devono essere di servizio e non di arbitrario potere. Il potere deve stare in basso ed essere delegato dal basso in alto e non viceversa.

Il problema degli OGM è sostanzialmente un problema di libertà e di mancanza di vera democrazia, che a sua volta è un problema di concentrazione di denaro e potere in poche mani.  Se solo si risolvesse questo problema, della concentrazione di denaro e ricchezza in poche mani, si risolverebbero automaticamente la gran parte dei problemi sociali.

La Commissione europea vorrebbe togliere agli stati e alle regioni la libertà di decidere il proprio modello produttivo, la libertà di determinare la qualità delle proprie produzioni agricole e alimentari, la libertà di mettere in atto le precauzioni sulla salute dei propri cittadini.  L'imposizione dall'alto della coesistenza fra colture tradizionali e OGM, lede l'autonomia e la sovranità regionale nella maggior parte dei campi di propria specifica competenza.

In Italia è stata approvata di recente una legge sul "federalismo", che ha ancora bisogno di varie altre norme per divenire operativa. Ma a tal proposito noi domandiamo: di quale stupido ed inutile federalismo si sta parlando, finché la Commissione europea lede totalmente l'autonomia regionale nella maggior parte dei campi di competenza basilare delle regioni?!

La nostra regione (come altre) ha promulgato già nel 2005 una legge che vieta la coltivazione e il commercio di prodotti OGM ed ha anche speso notevoli risorse nel definire e registrare un marchio Qualità Marche, caratterizzato anche dalla assenza di OGM, ma la Comunità Europea vorrebbe arbitrariamente vanificare tutto questo dall'alto.  Ci domandiamo se questa prassi debba essere accettata o se piuttosto non vada strenuamente combattuta e boicottata per l'interesse collettivo!

Cooperativa agricola "La Terra e il Cielo"
Arcevia (An), 13 Maggio 2009

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Ogni giorno più di mille persone vengono uccise da una pistola o da un fucile. Molti dei quali fabbricati e venduti dall'Italia. Peggio di un'epidemia. Le armi cosiddette «leggere» - nelle quali rientrano pistole, revolver, fucili e carabine - continuano a mietere vittime in tutto il mondo. In un anno solo negli Stati uniti - secondo un rapporto shock presentato qualche giorno fa dalla lobby per la difesa dei minori Children's Defense Fund - sono rimasti uccisi più bambini e teen-ager che soldati americani durante i tre anni della guerra in Iraq.

Ma è tutto il pianeta ad essere sotto tiro. Ogni giorno sono mediamente 1000 le persone che perdono la vita a causa delle armi di piccolo taglio: 560 per omicidi criminali, 240 in circostanze legate a conflitti bellici, 140 per suicidi e il resto per morti causali. 640 milioni di armi in circolazione, una ogni dieci abitanti. Altre 8 milioni vengono prodotte ogni anno, insieme a 12 miliardi di munizioni, sufficienti a uccidere due volte tutti gli abitanti della terra. Tutto questo per un fatturato annuale che si aggira intorno ai 4 miliardi di dollari, dei quali più di un miliardo destinato al traffico illegale.

«Numeri che non lasciano adito ad equivoci», secondo Riccardo Troisi della rete Lilliput che è intervenuto ieri ad una conferenza sulle armi leggere, svoltasi nella sala delle bandiere della Provincia di Roma, e che ha visto tra gli ospiti Fabrizio Battistelli di Archivio Disarmo, Gino Barbato di Amnesty Italia e il padre pacifista Alex Zanotelli. L'incontro ha voluto evidenziare un tema che proprio in questi giorni e fino al 7 luglio, sarà al centro dei lavori delle Nazioni unite a New York, dove è in corso una conferenza per verificare l'attuazione dell'accordo del 2001 sulle armi leggere. «Serve - ha sottolineato Troisi - un trattato di regolamentazione sul commercio di armi. Ma non solo. Il governo deve approvare una legge chiara che vieti al nostro paese di esportare armi nei paesi poveri».

Quello del commercio è infatti un primato di cui l'Italia non può andare tanto fiera, e che la vede seconda solo agli Stati uniti.
Nel solo biennio 2004-2005, è aumentata del 22,6%, rispetto ai due anni precedenti, l'esportazione di armi di piccolo calibro made in Italy. Nel 2004 il fatturato era stato di 358 milioni di euro, nel 2005 ha raggiunto la cifra record di 410 milioni. S
e è vero che i maggiori acquirenti restano, per circa 4/5, i paesi industrializzati, è altrettanto vero però che il restante quinto è diretto verso aree del mondo martoriate da guerre e da conflittualità interna, compresi alcuni paesi accusati dall'Onu e dall'Ue di violazione dei diritti umani.
Un caso su tutti quello del Congo Brazzaville, che solo nell'ultimo quinquennio ha acquistato dall'Italia armi e munizioni per quasi 6 milioni e mezzo di euro. Una cifra troppo elevata per il piccolo stato africano, tanto da far pensare che un parte significativa di queste armi siano transitate nelle vicine zone di conflitto, a cominciare dalla Repubblica democratica del Congo.

Secondo il rapporto presentato sempre ieri da «Archivio disarmo», il fenomeno sarebbe il frutto delle carenze normative italiane. Da un lato, infatti, la Legge 185/1990 stabilisce precisi criteri e divieti per le esportazione di armi militari. Dall'altro, invece, le «piccole» armi sono sottoposte alla insufficiente normativa della Legge 110 datata 1975. Ciò implica gravi lacune e assenza di trasparenza, causate dalla preoccupazione di garantire la riservatezza commerciale delle imprese.

A questo scopo «diventa prioritario - secondo il rapporto di Arvio Disarmo - colmare la lacuna nella giurisdizione italiana che impedisce che siano punibili i mediatori internazionali di armi da fuoco», anche se le esportazioni sono operate in violazione di embarghi, in particolare nel caso in cui i mediatori siano cittadini stranieri e le armi non attraversino il suolo italiano. Soprattutto dopo il caso eclatante portato alla luce dall'Espresso sulle nostrane pistole Beretta 92S esportate all'Inghilterra e finite in Iraq nelle mani della guerriglia.
Una mano tesa arriva dalla Provincia di Roma che, aderendo alla campagna Control Arms sulla sensibilizzazione delle armi, lancia una mozione già approvata nel cosiglio provinciale qualche mese fa: «Respingere tutte le eventuali collaborazioni con aziende ed istituti di credito notoriamente implicate nel commercio internazionale delle armi». E' un inizio.

Stefano Milani
Il manifesto 28/6/06

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guerre per il petrolio, guerre per l'acqua, guerre per la terra, guerre per l'atmosfera: è questo il vero volto della globalizzazione economica, la cui sete di risorse sta oltrepassando i limiti della sostenibilità e della giustizia. Dove c'è petrolio, c'è conflitto. Per quanto si voglia stendere sull'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq (e sulla minaccia di un'invasione dell'Iran) la patina di una guerra culturale, la vera questione era ed è il controllo del petrolio.

Il servizio in copertina del 22 maggio 2006 di Time Magazine, «The Deadly Delta», era dedicato ai conflitti che il petrolio ha scatenato nel delta del Niger. Newsweek del 15 maggio 2006 conteneva articoli sulla politica del petrolio come «Arte nera».
Il petrolio è diventato la base della strategia di Hugo Chavez in Venezuela e di Evo Morales in Bolivia per tracciare una mappa post-globalizzazione e post-imperialista del mondo.

Come il petrolio, l'acqua sta diventando fonte di guerre perché viene mercificata e privatizzata, incanalata e trasferita per lunghe distanze. Le grandi dighe deviano l'acqua dai sistemi naturali di drenaggio dei fiumi. Alterando il corso di un fiume si modifica anche la distribuzione dell'acqua, specialmente se questa viene trasferita da un bacino all'altro.

La modifica dei corsi d'acqua molto spesso genera dispute tra stati, dispute che si trasformano rapidamente in conflitti tra governi centrali e stati.
In India, tutti i fiumi sono diventati oggetto di conflitti irrisolvibili sulla proprietà e la distribuzione dell'acqua. Anche il rapimento del popolare attore del cinema indiano Rajkumar da parte del bandito della foresta Veerappan, nel 2000, era collegato a un conflitto tra gli stati Karnataka e Tamil Nadu per l'acqua del fiume Kaveri. Nelle Americhe, il conflitto tra Stati uniti e Messico per il fiume Colorado si è intensificato negli ultimi anni.
Le acque del Tigri e dell'Eufrate, che hanno alimentato l'agricoltura per migliaia di anni in Turchia, Siria e Iraq, sono state la causa di grossi scontri fra i tre paesi. Entrambi i fiumi nascono in Turchia, la cui posizione ufficiale è: «L'acqua è nostra tanto quanto il petrolio iracheno è iracheno».
In una certa misura, la guerra tra israeliani e palestinesi è una guerra per l'acqua. Il fiume conteso è il Giordano, usato da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania. Le grandi coltivazioni agricole di Israele necessitano dell'acqua del fiume, oltre che di quella freatica della Cisgiordania. Sebbene solo il 3% del letto del fiume Giordano si trovi in Israele, esso garantisce il 60% del suo fabbisogno d'acqua.

La guerra del 1967 è stata in effetti una guerra per l'occupazione delle risorse idriche provenienti dalle alture del Golan, dal mare di Galilea, dal fiume Giordano e dalla Cisgiordania. Come osserva lo studioso mediorientale Ewan Anderson, «la Cisgiordania è diventata una fonte cruciale di acqua per Israele, e possiamo affermare che questa considerazione sopravanza altri fattori politici e strategici».

I finanziamenti della Banca mondiale e della Banca per lo sviluppo asiatico (Adb) stanno scatenando anch'essi guerre per l'acqua tra stati e cittadini. Ad esempio, quando è stata costruita una diga sul fiume Banas in Rajasthan per deviarne il corso verso le città di Jaipur e Ajmer, cinque abitanti di un villaggio che chiedevano di poter accedere all'acqua per l'uso locale sono stati uccisi dalla polizia, il 26 agosto 2005. Il gigantesco River-Linking Project, un progetto da 200 miliardi di dollari Usa, prevede che vengano costruite dighe e che siano deviati tutti i fiumi dell'India, e certamente causerà milioni di guerre per l'acqua.

Invece di riconoscere che l'impronta ecologica della globalizzazione sta distruggendo la terra e le persone, la nuova élite culturalmente e intellettualmente sradicata parla di «troppe persone» sul territorio. Essa parla persino di risorse naturali come di un relativo svantaggio.

Un recente articolo del ministro delle finanze del Kerala era intitolato: «Quando le risorse naturali sono una minaccia per le nazioni: relativo svantaggio» (Alok Sheel, «When Natural Resources Are A Menace For Nations: Comparative Disadvantage», Financial Express, 12 aprile 2006).
L'articolo afferma: «L'idea che le risorse naturali possano contribuire al relativo svantaggio delle nazioni è relativamente recente. Se lo stato non è in grado di mantenere l'ordine pubblico, le attività economiche crollano o migrano. Le risorse naturali però non possono migrare, e sono facile preda dei gruppi militanti». L'autore continua affermando: «Le risorse naturali non hanno valore economico alla fonte. Quindi ciò che conferisce loro valore economico sono le vie d'accesso - in continuo aumento - attraverso cui entrare nel commercio globale grazie all'abbassamento delle barriere commerciali».

Questa liberalizzazione del commercio sta permettendo alle corporations di violare lo spazio ecologico delle comunità locali, scatenando così i conflitti.
Per le popolazioni locali, le risorse naturali come la terra o l'acqua hanno decisamente un valore. Negare valore alla fonte significa negare i diritti primari e gli usi primari della terra e dell'acqua.
È così che le economie neoliberiste creano un vicolo cieco ecologico e sociale e possono ridefinire le risorse naturali, la base stessa della vita, come «minaccia» e «relativo svantaggio».

Il problema non sta nelle risorse naturali, ma nel libero commercio e nella globalizzazione. Il problema non sta nelle persone ma nell'avidità delle corporations e nelle alleanze tra le corporations e gli stati per usurpare le risorse delle persone e violare i loro diritti fondamentali.
Se la globalizzazione procederà senza sosta, queste guerre per le risorse aumenteranno ed essa stessa sarà fermata dalle catastrofi ecologiche e dai conflitti per le risorse - oppure, i movimenti per la sostenibilità ecologica e per la giustizia sociale riusciranno a resistere all'inganno economico della globalizzazione gettando le fondamenta per una Democrazia della Terra, in cui sia possibile abitare la terra con leggerezza e distribuire le sue risorse vitali in modo equo.

Vandana Shiva
Il manifesto 9/6/06
Copyright il manifesto/Ips
Traduzione Marina Impallomeni

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Con le vendite di armi che raggiungono 32.4 miliardi di dollari nel 2008, BAE diviene la prima azienda produttrice di armi al mondo.

Nel 2008 le più grandi aziende di produzione hanno  raggiunto 385 miliardi di dollari, un aumento di 39 miliardi di dollari rispetto 2007.
Tre volte in più dell'aiuto per lo sviluppo totale dei paesi dell'OCSE nel 2008 (120 miliardi di dollari).
Le vendite dei sistemi BAE sono raddoppiate (da $7 miliardi - $12 miliardi) in gran parte dovute alle vendite al governo degli Stati Uniti (veicoli MRAP) per le guerre in Afghanistan e in Irak.

1  BAE Systems UK
2  Lockheed Martin USA
3  Boeing USA
4  Northrop Grumman USA
5  General Dynamics USA
6  Raytheon USA
7  EADS West Europe
8  Finmeccanicaf Italy
9  L-3 Communications USA
10  Thales France

http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1004.pdf

Trends ininternational arms transfers 2009

I velivoli di combattimento hanno rappresentato il 27 per cento del volume di trasferimenti di armi internazionali durante il 2005-2009.
Le ordinazioni e le distribuzioni di questi sistemi di armamento arrivano da : Medio Oriente, Africa del Nord, Sudamerica, Asia del Sud ed Asia Sud-Orientale. I trasferimenti nel Sudamerica sono aumentati del 150 per cento più; i trasferimenti in Asia Sud-Orientale sono aumentati durante i periodi fra 2000-2004 e 2005-2009. Indonesia, Singapore e Malesia hanno aumentato le importazioni rispettivamente dell' 84 per cento, 146 per cento e 722 per cento. Il volume medio dei trasferimenti di armi in tutto il mondo per il 2005-2009 era del 22 per cento superiore al periodo 2000-2004.

Le regioni recettive principali per il periodo 2005-2009 rimangono Asia ed Oceania (41 per cento), seguite da Europa (24 per cento), Medio Oriente (17 per cento),  Americhe (11 per cento) e Africa (7 per cento). La Grecia rimane fra le cinque principali destinatarie. Il trasferimento di 26 F-16C dagli Stati Uniti e 25 velivoli di combattimento Mirage-2000-9 dalla Francia, hanno rappresentato il 38 per cento del volume di importazioni greche. Come il Singapore, l'Algeria si è allineata per la prima volta fra gli importatori di armi. 

Gli USA rimangono il più grande esportatore del mondo di apparecchiature militari con il 30 per cento delle esportazioni di armi globali per il periodo 2005-2009. Durante questo periodo, il 39 per cento delle consegne degli Stati Uniti sono andate in Asia ed Oceania e il 36 per cento a Medio Oriente. Le consegne dei velivoli da combattimento durante il 2005-2009 hanno rappresentato il 39 per cento del volume di consegne degli Stati Uniti (fra le armi convenzionali importanti), e il 40 per cento delle consegne russe.

Prime cinque nazioni esportatrici e relative nazioni acquirenti

United States               30 : South Korea (14%) Israel (11%) UAE (11%)
Russia                         23 : China (35%) India (24%) Algeria (11%)
Germany                      11 : Turkey (14%) Greece (13%) South Africa (12%)
France                         8   : UAE (25%) Singapore (21%) Greece (12%)
United Kingdom           4   : United States (23%) India (15%) Saudi Arabia (10%)

http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1003.pdf

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Adriana Cavarero, un'intellettuale di quelle che hanno grandemente contribuito alla riflessione e alla storia del femminismo in Italia, sveste la guerra di ogni giro di parole allusive, di ogni eufemismo e ossimoro, di ogni retorica del discorso. Ma anche di ogni categoria della tradizione politica, come "guerra", "terrorismo", "nemico", ormai inadeguate rispetto alla realtà.

Lo fa nel suo ultimo libro: Orrorismo, ovvero della violenza sull'inerme , uscito di recente nella collana Campi del Sapere della Feltrinelli. E, a cominciare dal titolo, fa intendere di voler ridare significato pregnante alle cose e alle parole.

Quando la guerra ricomparve in Europa, che sembrava essersene liberata per sempre dopo il mattatoio della Seconda guerra mondiale, fiorirono, con le bombe sganciate su Belgrado, gli ossimori linguistici per depistare il senso e le finalità della bellica impresa che la Nato andava promovendo nei nostri cieli. Dalla guerra chirurgica - colpire solo gli obiettivi militari perché la tecnologia tutto può - a quella umanitaria - ristabilire con le armi i diritti umani calpestati; dagli effetti fatalmente collaterali - qualche civile inerme colpito, purtroppo, per un tragico errore - a quelli per forza benefici - la democrazia ha i suoi costi, bellezza!

L'imperativo etico-militare fu: ristabilire ordine pace democrazia, costi quel che costi. L'Italia si rese complice e protagonista dell'orrore celeste e dell'ideologia umanitaria che quell'orrore legittimò.
Ne sono passati di anni da quei giorni sconvolgenti di aprile del 1999. Sembra ieri e le guerre nel frattempo si sono moltiplicate senza più infingimenti retorici, senza più occultamenti dei fatti se non quelli resi via via opportuni e necessari dalla ragion di Stato e dalla complicità dei media. Che per fortuna spesso, per vocazione, professionalità e voglia di capire di chi scrive, danno conto della guerra molto più di quanto i governi interessati avrebbero convenienza a divulgare.

Ma l'abitudine alla guerra genera assuefazione, soprattutto quando è lontana e non ci riguarda. Si contano ormai i morti civili in Afghanistan e in Iraq, i marines caduti nei vari teatri di guerra, gli eccidi nel Corno d'Africa e quant'altro, per non parlare della tragedia in Palestina, come se si trattasse di incidenti automobilistici. Un dato statistico, né più né meno, che compare e scompare a seconda degli interessi del momento.

Cavarero sceglie di spiazzare la scena pubblica e mediatica costruendo meticolosamente il set dell'orrore bellico a partire dalle sofferenze di chi lo conosce e lo subisce sul proprio corpo: le vittime e gli inermi di tutte le nuove guerre che insanguinano il mondo. Orrorrismo, spiega l'autrice, è un neologismo che non troviamo nei dizionari e nei vocabolari e come tale "è un azzardo" perché un neologismo è sempre tale, dice, "soprattutto quando è coniato a tavolino".
Ma trovare una parola nuova per esprimere ciò che si vuole esprimere è anche un modo, mai necessario come nel presente, per restituire senso alle cose che si vogliono raccontare prima ancora che al linguaggio con cui le si racconta; per rompere, direi io, l'acquiescente adattamento alla banalità del male.

E allora Cavarero costruisce la fenomenologia dell'evento bellico così come si va snodando sulla scena mondiale, attraverso la messa in scena dei massacri provocati ogni giorno di più, nel gioco al massacro di opposti fondamentalsmi, dalle bombe iper tecnologiche dell'Occidente che si vuole evoluto ai corpi bomba dell'Oriente che vogliamo barbarico.
Tra questi, traguardo estremo, le donne bomba, orrifico emblema di un'idea del sacrificio del sangue che ha invaso e rese pazze le vite. Membra divelte, luoghi pubblici trasformati in mattatoi, feste nuziali che diventano orge di sangue con bambini al seguito: sempre così nei luoghi di guerra, sia si tratti di un tipo di bomba sia dell'altro e il terrore che tutto ciò dovrebbe suscitare diventa inesprimibile, è orrore allo stato puro per chi lo subisce, cronaca reiterata in lontananza per chi ne è spettatore distratto.

Messa in scena del crimine bellico nei diversi territori in cui si compie, dall'Iraq alla Cecenia, da Abu Grahib a Beslan, passando per l'aberrazione di Auschwitz che dell'orrorismo è metafora per sempre: su questo intreccio è costruito il libro di Cavarero, attraverso lo scavo minuzioso ed erratico nelle filiere etimologiche delle parole che la contemporaneità utilizza per nominare gli eventi e gli effetti della guerra; attraverso la rivisitazione di miti e icone dell'orrore classico, gli archetipi della cultura che è dentro di noi e che concorrono ad evocare, se richiamate alla mente, la sensazione di spaesamento e turbamento per quello che avviene intorno a noi.

Medusa e l'infanticida Medea: l'orrore, secondo il mito, ha un volto di donna e un cuore di madre e tra i primati la paura fondamentale e più profonda è quella dello smembramento, in particolare il taglio della testa La testa fu l'unica cosa che rimase dell'attentatrice cecena Ajza, una testa scarmigliata e sanguinante proprio come quella della Medusa, che il padre, scrive Cavarero, raccolse in un sacchetto con pochi altri frammenti di corpo.

L'autrice guarda decisamente alle vicende di guerra dalla parte di chi è più vulnerabili e esposto, gli inermi appunto. Chi subisce l'orrore della guerra alla guerra guarda da un altro punto di vista, diametralmente diverso da quello dei comandi militari, dei capi politici, dei giornalisti al seguito. Un altro punto di vista, perché un'altra è la posta in gioco, un'altra la vita. Oltraggiata degradata disumanizzata, senza neanche la memoria del proprio nome, il diritto alla propria identità singolare. Siamo oltre la guerra, suggerisce Cavarero. Ma può esserci un "oltre" al cuore di tenebra della guerra?

Elettra Deiana
Articolo apparso su Liberazione del 14 luglio 2007

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È di poche ora fa la notizia che il governo israeliano, capeggiato da un leader sconfitto e corrotto, Ehud Olmert, ha rifiutato la pur tardiva richiesta dell’Unione Europea, di concedere alla popolazione di Gaza stremata, una tregua umanitaria di 48 ore nell’operazione militare che, con proterva arroganza, è stata chiamata Piombo fuso.

La notizia ci addolora e ci indigna; ma non ci sorprende. Il governo israeliano sta passando, nei confronti dei palestinesi, dalla politica della persecuzione a quella della eliminazione. Come non vedere negli eventi in corso, non da oggi, una tremenda analogia con quello che il popolo ebraico ha subìto? Ma le ingiustizie patite non danno titolo, né morale né politico, a produrre altre ingiustizie ai danni dei più deboli. Come operatori nel mondo della ricerca, dell’università, della scuola, della comunicazione, delle arti, dello spettacolo, intendiamo denunciare l’informazione menzognera dei media; e, d’altro canto, la viltà – e talora complicità – della classe politica italiana (con impercettibili distinguo nel suo seno).

Non paghi di aver, nel corso dell’anno, tributato grandi onori allo Stato d’Israele, che festeggiava il suo 60°, dimentichi che quello stesso anniversario ricordava, agli altri, gli arabi di Palestina, la catastrofe del loro popolo (la Nakba), politici, opinionisti, organizzatori culturali (insomma ,“l’élite italiana”),  stanno ora di nuovo dimostrando una stupefacente smemoratezza e una disonestà che lascia allibiti. D’altronde con “l’unica democrazia del Medio Oriente”, come si continua a ripetere, l’Italia (e la Comunità Europea) ha accordi pesanti di collaborazione militare, politica e scientifica.

Mentre le bombe continuano a falciare vite, nel pieno delle festività di fine anno, e si minaccia un attacco di terra, da noi, in nome di un conclamato quanto ingannevole spirito di equidistanza si pongono sullo stesso piano i razzi sparati sulle città del Sud di Israele (che, peraltro, costituiscono una forma di resistenza all’invasione), con l’osceno massacro indiscriminato in atto a Gaza, già ridotta allo stremo da un embargo illegittimo e immorale. E, adottando la posizione israeliana e statunitense, si chiede ad Hamas di cessare le azioni militari, come passo indispensabile per ottenere una tregua. Si accusa Hamas, che non si dimentica mai di etichettare come “organizzazione terroristica” (il che non cancella i nostri dissensi politici e per molti aspetti ideali, da Hamas), di aver rotto la tregua in atto da tempo: mentendo, perché durante quella “tregua” fittizia, numerosi palestinesi sono stati uccisi dagli israeliani, i quali hanno anche rapito e sequestrato ministri (in numero di 8) e del legittimo governo di Hamas e deputati del Parlamento (15), nell’indifferenza della “comunità internazionale”.

Si insiste sul fatto che Hamas si è “impadronita” di Gaza con le armi, dimenticando che Hamas ha vinto libere elezioni, e un colpo di Stato (con il sostegno israeliano, statunitense e gli applausi europei), gli ha negato il governo del Paese, usando Abu Mazen se non come un Quisling, un vero collaborazionista, certo come una sponda utile. Si accetta la versione dell’attaccante che ci “informa” di colpire solo obiettivi militari, e si finge di non sapere che fra tali obiettivi sono sedi universitarie, ospedali, moschee. Si deplorano i morti civili (secondo stime ufficiali dell’Onu al 25% della popolazione nei primi giorni dell’attacco israeliano, molti dei quali adolescenti e bambini, ai quali è impedita la stessa possibilità di cura, per mancanza di medicinali e di strumentazione, a causa del blocco israeliano), ma si dimentica che da anni Gaza è il più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo. E che ebrei sono – questo il terribile paradosso – gli aguzzini di quel campo, mentre arabi sono gli internati, ai quali, da anni, vengono negati i più elementari diritti, a cominciare dal diritto stesso alla sopravvivenza.

Il blocco di Gaza è una delle pagine più buie di Israele, a cui noi non chiediamo nulla, convinti che la sua politica sia destinata a produrre effetti contrari a quelli perseguiti e che l’odio che sta seminando non solo nella regione, ma in tutto il mondo, non potrà che accrescersi e produrre conseguenze disastrose per uno Stato che ritiene di poter governare tutto secondo il principio della forza, non solo rispetto ai palestinesi, ma all’intera comunità internazionale, della quale si fa beffe (si pensi al mancato rientro di Israele nei confini pre-1967, malgrado le innumerevoli risoluzioni dell’Onu). E abbiamo pietà degli israeliani che oggi festeggiano i circa 400 palestinesi uccisi nelle prime ore dell’operazione Piombo fuso. La loro danza macabra testimonia come un’intera società possa corrompersi moralmente (compresa la gran parte dei cosiddetti intellettuali israeliani dissidenti), sotto il segno della guerra permanente.

La guerra odierna è tutt’altro che improvvisata: proprio come due anni e mezzo fa, nell’estate 2006, soltanto un vaghissimo pretesto  fu trovato nella cattura di un soldato israeliano da parte di Hezbollah, per l’infelice attacco al Libano, oggi il pretesto sono i razzi Kassam sparati da Gaza. Questa guerra che gli stolti salutano come benefica, oggi,  porterà a loro – e purtroppo ad altri – nuove morti, nuove distruzioni, nuove sofferenze, allontanando ogni possibile pace. 
Chiediamo a quanti operano nei nostri ambienti di adoperarsi, con tutti i mezzi a loro disposizione, per denunciare l’occultamento e il capovolgimento della verità che, assecondando la campagna propagandistica israeliana, che ha accuratamente preparato il terreno per l’attacco, si sta mettendo in campo: oggi, più che mai, la propaganda non è un semplice strumento di guerra: è essa stessa guerra. E nell’asimmetria delle “nuove guerre”, questa scatenata da Israele sul finire di un anno terribile, passerà alla storia, forse, come la guerra ai bambini.
A noi rimane lo strumento della denuncia affinché davanti all’“informazione” manipolata e corriva, abbia libero corso il sapere critico, la riflessione informata, l’educazione delle coscienze. Ora, per avviare la nostra mobilitazione, ribadiamo che all’intellettuale spetta il duro compito, se vuole salvare non la propria “genialità”, ma la propria “dignità”, di gridare sui tetti la verità. Studieremo, nei prossimi giorni, eventuali iniziative comuni, per portare avanti la nostra azione. Ma fin d’ora,  anche se servisse a poco e a pochi, pensiamo di non poter rimanere inerti, complici o succubi, davanti alle immagini che ci giungono da Gaza sotto le bombe, alle carni martoriate di quei bimbi innocenti, alle macerie fumanti di una comunità che non si arrende, e che, perciò, rischia l’annientamento, mentre noi stappiamo le nostre preziose bottiglie di champagne.  

Angelo d’Orsi (Storico, Università di Torino)
Seguono adesioni: http://www.historiamagistra.it/

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Giovedì in una testimonianza davanti alla Commissione Servizi segreti del Senato, Dennis Blair, il nuovo direttore dell'intelligence nazionale di Washington, ha avvertito che la crescente crisi capitalista mondiale presenta la massima minaccia alla sicurezza nazionale degli USA ed ha avvisato che la sua continuazione potrebbe dare l'avvio al ritorno all'"estremismo violento" degli anni '20 e '30.

Questa esplicita valutazione, contenuta nella versione non classificata della "valutazione minaccia annuale" presentata da Blair per conto di 16 separate agenzie di intelligence degli USA, rappresenta una evidente divergenza dagli anni precedenti, nei quali una presumibilmente onnipresente minaccia del terrorismo di al Qaeda e le due guerre sferrate sotto l'amministrazione Bush erano in cima alla lista delle preoccupazioni.

Chiaramente alla base delle sue osservazioni sono i timori all'interno dell'imponente apparato dell'intelligence USA come anche tra gli strati più consapevoli dell'elite dominante americana che una protratta crisi economica accompagnata da disoccupazione crescente e ridotta spesa sociale darà l'avvio ad un'eruzione globale della lotta di classe ed alla minaccia di rivoluzione sociale.
Per Blair, un ex ammiraglio che ha assunto la direzione dell'intelligence nazionale solamente due settimane fa, la presentazione è stata non soltanto la prima ma ha anche segnato la prima dettagliata elaborazione della prospettiva dell'apparato dell'intelligence USA dall'inaugurazione del presidente Barack Obama.

"La principale preoccupazione della sicurezza degli Stati Uniti a breve termine è la crisi economica globale e le sue implicazioni politiche", ha dichiarato Blair nelle sue note d'apertura. Ha continuato: "La crisi è in corso da più di un anno e gli economisti sono divisi su se e quando toccheremo il fondo. Alcuni temono persino che la recessione potrebbe accrescere ulteriormente e raggiungere il livello della Grande Depressione. Naturalmente, tutti noi ricordiamo le drammatiche conseguenze politiche prodotte dallo scompiglio economico degli anni '20 e '30 in Europa, l'instabilità e gli alti livelli di estremismo violento".
Blair ha descritto il crollo finanziario ed economico in corso come "il più grave in decenni, se non in secoli".
"Il tempo è probabilmente la nostra maggiore minaccia", ha affermato. "Più ci vuole perché inizi la ripresa, maggiore la probabilità di seri danni agli interessi strategici degli USA".

Il capo dell'intelligence ha osservato che "all'incirca un quarto dei paesi del mondo hanno già sperimentato instabilità di basso livello come cambi di governo a causa dell'attuale rallentamento". Ha aggiunto che la "maggior parte delle dimostrazioni anti-stato" a livello internazionale si sono viste in Europa e nella ex Unione Sovietica.
Ma Blair ha sottolineato che la minaccia che la crisi provocherà sovvertimenti rivoluzionari è globale. Il crollo finanziario, ha dichiarato, è "probabile che produca un'ondata di crisi economiche nelle nazioni del mercato emergenti nel corso del prossimo anno". Ha aggiunto che "gran parte dell'America Latina, degli stati dell'ex Unione Sovietica e l'Africa sub sahariana mancano di riserve sufficienti di denaro liquido, di accesso all'aiuto ed al credito internazionale o di altro strumento di gestione".
Sottolineando che in queste regioni del globo negli ultimi mesi la crescita economica era caduta drammaticamente, Blair ha dichiarato: "Quando quei tassi di crescita calano, il mio stomaco mi dice che vi saranno dei problemi che compariranno da ciò e lo stiamo osservando". Ha citato "modelli statistici" che mostrano che "le crisi economiche aumentano il rischio di minaccia ed instabilità di regime se durano per più di un periodo da uno a due anni".

In un altro parallelo con gli anni '30, il direttore dell'intelligence USA ha indicato le implicazioni della crisi per il commercio mondiale e per le relazioni tra le economie capitaliste nazionali. "La natura sincronizzata globalmente di questo rallentamento significa che i paesi non saranno in grado di esportare la loro via d'uscita da questa recessione", ha affermato. "Effettivamente, le politiche progettate per promuovere le industrie delle esportazioni domestiche—le cosiddette politiche a beneficio di un paese a spese di altri come le svalutazioni della valuta competitive, le tariffe all'importazione e/o le sovvenzioni alle esportazioni—rischiano di scatenare un'ondata di protezionismo distruttivo".

Sono state esattamente tali politiche perseguite negli anni '30 che hanno preparato le condizioni per lo scoppio della II Guerra Mondiale.

Blair ha anche rilevato il danno che la crisi ha portato alla credibilità globale del capitalismo americano, dichiarando che "la percezione ampiamente posseduta che gli eccessi nei mercati finanziari USA e la regolamentazione inadeguata erano responsabili ha aumentato le critiche sulle politiche di libero mercato, che potrebbero rendere difficile realizzare gli obiettivi a lungo termine degli USA". Il crollo di Wall Street, ha aggiunto, "ha accresciuto la messa in discussione la gestione USA dell'economia globale e della struttura finanziaria internazionale".
La valutazione della minaccia comprendeva anche stime di potenziali minacce terroristiche, l'"arco di instabilità" che si stende dal Medio Oriente all'Asia Meridionale, le condizioni in America Latina ed in Africa e le sfide strategiche da entrambe la Cina e la Russia, focalizzantesi in Eurasia. Allo stesso modo si è occupata della guerra in Afghanistan, che l'amministrazione Obama si prepara ad intensificare, fornendo una severa valutazione del regime Karzai a Kabul e la consueta richiesta dell'intensificazione dell'intervento in Pakistan. Tuttavia, l'innegabile epicentro del rapporto era sul pericolo che il disordine economico accenderà sfide rivoluzionarie su scala mondiale.

L'enfasi di Blair sulla crisi capitalista globale come principale preoccupazione per la sicurezza nazionale dell'imperialismo americano ha parso lasciare sorpresi alcuni dei membri del comitato per i servizi segreti del Senato. Negli ultimi sette anni sono stati abituati ad avere tutte le questioni della sicurezza nazionale USA contenute nella "guerra globale al terrorismo", un termine generale utilizzato per giustificare l'aggressione USA all'estero mentre si nascondono le immense contraddizioni sottostanti alla posizione globale di Washington.

Il repubblicano vicepresidente della commissione, senatore Christopher Bond del Missouri, ha espresso la sua preoccupazione che Blair stesse rendendo le "condizioni nel paese" e la crisi economica globale "il principale epicentro della comunità di intelligence".

Blair ha risposto che stava "cercando di agire come il vostro funzionario dell'intelligence oggi, raccontandovi quello di cui pensavo che il Senato dovrebbe preoccuparsi". E' suonato come un rimprovero ed un avvertimento ai senatori che è arrivata l'ora di liberarsi del bagaglio ideologico dei diversi anni trascorsi ed affrontare la vera e crescente minaccia al dominio capitalista posta dalla crisi e la risultante radicalizzazione delle masse in paese dopo paese.
Potrebbe essere stato confuso in alcune di quelle sedute al palco della sala udienze del Senato, ma quando Blair si riferiva alle condizioni di "estremismo violento" degli anni '20 e '30, avvisava che il capitalismo americano e mondiale è ancora una volta di fronte allo spettro di una sfida rivoluzionaria da parte della classe lavoratrice.

Non vi è nessun dubbio che dietro la facciata di Obama, l'apparato di sicurezza nazionale degli USA stia facendo di conseguenza i suoi preparativi controrivoluzionari.
Compreso Blair, Obama ha nominato tre ufficiali a quattro stelle recentemente andati a riposo per servire nel suo gabinetto. Gli altri due sono l'ex generale dei marine James Jones, suo consigliere per la sicurezza nazionale, e l'ex capo di stato maggiore dell'esercito gen. Erik Shinseki, il suo segretario agli affari dei veterani. Questa rappresentazione senza precedenti del corpo degli ufficiali superiori all'interno della nuova amministrazione democratica è indicativa di una crescita del potere politico dei militari USA che presenta una grave minaccia ai fondamentali diritti democratici.

Un rapporto che è apparso in una rivista pubblicata dalla Scuola di guerra dell'esercito USA lo scorso novembre, giusto dopo le elezioni, indica che il Pentagono e l'establishment dell'intelligence USA si preparano per ciò che intendono come una crisi storica dell'ordine esistente che potrebbe richiedere l'utilizzo delle forze armate per reprimere lotte sociali in patria.
Intitolata "Incertezze inattese: 'Sorprese strategiche' nello sviluppo della strategia della difesa", la monografia insiste che una delle eventualità importanti per le quali i militari USA devono prepararsi è una "violenta dislocazione strategica all'interno degli Stati Uniti", che potrebbe essere provocata dal "crollo economico imprevisto" o dalla "perdita di operatività politica e dell'ordine legale".

Il rapporto dichiara: "La generale violenza civile all'interno degli Stati Uniti costringerebbe l'establishment della difesa a riorientare in extremis le priorità per difendere l'ordine interno fondamentale... Un governo americano ed un establishment della difesa cullati nella compiacenza da un ordine interno a lungo sicuro sarebbero costretti a liberare rapidamente alcuni o la maggior parte degli impegni di sicurezza esterna per occuparsi dell'insicurezza umana che si allarga velocemente in patria".
In altre parole, una brusca intensificazione della crisi capitalista che si sta diffondendo accompagnata dallo scoppio della lotta di classe e dalla minaccia di rivoluzione sociale negli USA stessi potrebbe costringere il Pentagono a richiamare le sue armate di spedizione dall'Iraq e dall'Afghanistan per utilizzarle contro i lavoratori americani.
Il documento continua: "Sotto le più estreme circostanze, ciò potrebbe comprendere l'utilizzo della forza militare contro gruppi ostili all'interno degli Stati Uniti. Inoltre, il DoD [il Dipartimento della Difesa] sarebbe, per necessità, un essenziale centro di potere legale per la continuità dell'autorità politica in un conflitto civile o in una agitazione multistatale o nazionale". La frase—"un essenziale centro di potere legale per la continuità dell'autorità"—è un eufemismo per dittatura militare.

La classe lavoratrice deve trarre le proprie urgenti conclusioni dalla rapida intensificazione dell'attuale crisi, sopra tutte la necessità di costruire di costruire un partito politico indipendente di massa basato su un programma socialista ed internazionalista e combattere per porre fine al sistema del profitto capitalista. Questo significa, sopra tutto, unirsi a costruire il Socialist Equality Party.

Bill Van Auken

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Da tempo si parla di «debito ecologico» per indicare l'impatto dei danni ambientali prodotti dalle nazioni più ricche, che più hanno attinto e attingono al patrimonio naturale globale e che più hanno contribuito e contribuiscono al riscaldamento climatico.

Ha cercato di quantificare questo debito - in modo sistematico e con risultati stratosferici - una ricerca di recente pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), realizzata da due docenti dell'Università di Berkeley in California. E' la prima analisi globale sistematica di questo tipo sulle esternalità ambientali a livello globale.
Sono stati presi in esame 40 anni, dal 1961 al 2000. I dati di riferimento sono stati quelli del Millennium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite (uno studio durato quattro anni e pubblicato nel 2005, che ha cercato di individuare i cambiamenti subiti dagli ecosistemi e sviluppare scenari per il futuro) e quelli della Banca mondiale.

I ricercatori hanno analizzato le esternalità ambientali negative ovvero i costi che non sono compresi nei prezzi pagati per i beni ma che riguardano il danno ecologico legato la loro consumo.
Si sono concentrati su sei fattori: cambiamenti climatici (il maggior danno inflitto ai poveri), assottigliamento della fascia di ozono, agricoltura, deforestazione, sovrasfruttamento delle risorse ittiche, conversione delle aree costiere a mangrovie in allevamenti di gamberetti.

Per le difficoltà di valutazione oggettiva, hanno invece ignorato fattori di enorme peso come la perdita degli habitat e della biodiversità, gli effetti dell'inquinamento industriale, e quelli delle guerre. Ecco perché gli stessi autori definiscono le loro stime «al ribasso».
Sono stati posti a confronto i paesi a reddito basso (fra questi Nigeria, Vietnam e Pakistan), quelli a reddito medio (Brasile, Cina) e quelli a reddito elevato (Gran Bretagna, Stati uniti, Giappone).

Conclusione: ci sono disparità enormi nell'impronta ecologica determinata dai paesi ricchi e da quelli poveri sul resto del mondo, a causa delle differenze nei consumi rispettivi e il danno ambientale causato alle nazioni povere sarebbe ben più rilevante dell'intero debito estero di queste ultime.
Il danno ecologico infatti ha pesato per 2,5 trilioni di dollari sui paesi più poveri e per 4,9 trilioni su quelli a medio reddito; questi ultimi hanno a loro volta «esportato» danni per 2,5 trilioni di dollari verso i paesi poveri - uguagliando quindi il peso generato dalle nazioni più avanzate - e per 2,7 trilioni di dollari verso i paesi più ricchi. I paesi più poveri hanno invece generato un danno ecologico-economico di 1,2 trilioni di dollari ai paesi di reddito medio e di soli 0,68 trilioni di dollari a quelli più ricchi.

Andando nel merito dei singoli fattori, è da notare che alcuni, come la deforestazione e l'intensificazione dell'agricoltura, hanno effetti che ricadono sugli stessi luoghi che li realizzano, mentre altri passano più agevolmente le frontiere e in questi casi la direzione principale è sempre dal Nord al Sud del mondo.
Le emissioni di gas serra dai paesi a basso reddito avrebbero provocato 740 miliardi di dollari di danni ai paesi ricchi, mentre questi ultimi avrebbero danneggiato i poveri (si pensi ad esempio alle crescenti inondazioni) per 2,3 trilioni di dollari.
Allo stesso modo, le emissioni di gas cfc (clorofluorocarburi, nemici della fascia di ozono) da parte dei paesi ricchi in quei decenni avrebbero provocato ai paesi più poveri danni calcolabili fra 25 e 57 miliardi di dollari (si pensi alle spese affrontate per il moltiplicarsi di tumori alla pelle e malattie oculari); il danno provocato al Nord dal Sud invece si sarebbe limitato a una cifra compresa fra 0,58 e 1,3 miliardi di dollari.

Insomma, come hanno spiegato gli autori della ricerca, «c'è un debito verso i poveri, e questo debito è una delle ragioni per le quali essi sono poveri» ha spiegato uno degli autori, il quale ritiene che il rapporto sarà quasi ignorato dai decisori politici. 

Marinella Correggia
Il Manifesto 23/1/08

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Le ricette del capitale: mercificazione di ogni forma di vita, liberalizzazione totale dei mercati, privatizzazione della proprietà comune Smantellato il welfare europeo, lo Stato si è ritirato dal campo dell'economia e il valore di scambio ha travolto il valore d'uso.

In un senso strettamente letterale, res publica sta ad indicare lo Stato, il governo, ed anche l'insieme dei beni che sono di proprietà di tutti i cittadini. In un senso più generale, si intende con res publica una società fondata sullo Stato di diritto ed i principi di cittadinanza, di libertà e di uguaglianza, mirante a promuovere la giustizia sociale, la fraternità e la pace.
Per tutto il XIX secolo e buona parte del XX, la res publica si giocò - in congiunzione con la questione della autodeterminazione dei popoli e del riconoscimento del cittadino - attorno alla soluzione dei rapporti tra capitale e lavoro. Da un lato, i detentori del capitale privato, proprietari della terra, delle materie prime e, soprattutto delle «macchine», che pretendevano di essere i proprietari dei frutti del lavoro umano, cioè della produttività. Pertanto rivendicavano di essere il soggetto principale delle decisioni in materia di produzione e di distribuzione della ricchezza disponibile e prodotta. Dall'altro i lavoratori, «braccianti» e/o «manodopera», possessori unicamente di forza lavoro (le braccia, le mani....), che rivendicavano anch'essi, legittimamente, di essere proprietari della ricchezza e quindi, soggetti partecipanti alle decisioni, grazie anche ad uno Stato che sarebbe dovuto essere garante dei diritti di tutti i cittadini ed operante nell'interesse generale. In realtà lo Stato fu più sovente dalla parte dei proprietari di capitale.

Lo Stato del welfare
Dopo circa cento anni di lotte sociali, lo Stato del welfare europeo, specie nella versione scandinava e tedesca (molto meno in quella americana) ha rappresentato la vittoria del lavoro sul capitale, esplicitata, tra l'altro, dopo la seconda guerra mondiale, dalla politica dei redditi.
Questa è stata fondata su una concertazione a tre - imprese, sindacati e Stato - sulla ripartizione degli incrementi di produttività. Cosi, la produttività era diventata una «res» comune, la collettività essendone proprietaria e responsabile. Nei rapporti di forza tra lavoro e capitale, lo Stato del welfare ha costituito la forma di società che il lavoro è riuscito ad imporre al capitale come limite alla pretesa del capitale privato di governare la società ed il divenire delle comunità umane. Tuttavia, il welfare non ha dato vita, in nessun luogo, ad un sistema non-capitalista, anti-capitalista, o post-capitalista.
Negli ultimi trent'anni, il capitale è pervenuto a far compiere alle nostre società un'inversione strutturale di tendenza riuscendo a smantellare lo Stato del welfare. Il capitale privato è diventato il soggetto unico proprietario della produttività. Il lavoro ha perso la sua forte soggettività economica, sociale e politica nei confronti del capitale. Ridotto alla categoria di «risorsa umana», il lavoro è nuovamente considerato una merce, un «prodotto», il cui mercato è sempre più deregolamentato e liberalizzato. Il lavoro, precario, flessibile, aleatorio, fa sempre meno parte del campo dei diritti.
Lo Stato, dal canto suo, non ha fatto altro in questi anni che ritirarsi dal campo dell'economia e dalle decisioni in materia di allocazione delle risorse produttive lasciando al capitale privato, in nome dell'imperativo della competitività mondiale delle imprese «nazionali», il compito «politico» della regolamentazione finanziaria, tecnologica e commerciale della ricchezza. Avendo preso il comando sullo Stato e «rimesso al suo posto strumentale» il lavoro, i detentori del capitale privato hanno spostato sul fronte della vita la loro strategia di conquista e la pretesa al diritto di proprietà e di governo della società. In questo nuovo secolo, la partita della res publica si gioca - in stretto legame alla questione del rafforzamento o, all'opposto, dell'indebolimento delle dinamiche imperiali mondiali americane e della militarizzazione del mondo - sulla soluzione dei rapporti tra capitale e vita.
Al momento, il capitale è vincente grazie principalmente a tre dinamiche operanti in tutto il mondo: la mercificazione di ogni forma di vita; la liberalizzazione di tutti i mercati; la privatizzazione del potere di proprietà sulla vita. I processi di mercificazione della vita sono favoriti dalla tesi secondo la quale nulla ha valore senza scambio, senza relazioni di vendita/acquisto le quali fissano il prezzo dei beni e servizi scambiati. Anche la stragrande maggioranza dei beni e dei servizi comuni pubblici (l'acqua, la salute, l'educazione, l'alloggio, i trasporti, l'ambiente...) è stata ridotta a merce sulla base di due argomenti (molto discutibili), fatti diventare «leggi» dai gruppi dominanti. Il primo consiste a sostenere che anche questi beni e servizi sarebbero l'oggetto di domande individuali (una persona utilizza X metri cubi d'acqua, «consuma» X quantità di medicine, utilizza X ore di trasporti pubblici...) e, quindi, sarebbero oggetto di rivalità fra venditori ed acquirenti e fonte di utilità individuali. Sarebbero quindi dei beni economici privati, di cui solo i meccanismi di mercato consentirebbero di ottimizzarne la produzione e l'uso. Il secondo argomento dice che l'accesso ai beni e servizi comuni implica necessariamente un costo economico che non può essere coperto che da un prezzo in funzione del consumo.

I soldati mercenari
Nemmeno l'esercito sta sfuggendo alla mercificazione. Parecchie migliaia di militari delle forze occidentali in Iraq sono composti da soldati mercenari «venduti» agli Stati uniti ed al Regno unito da società private specializzate in attività di guerra. Lo stesso dicasi dei saperi. Ancora decenni or sono la Chiesa cattolica «vendeva» le indulgenze, oggi i nuovi dei del mercato vendono le conoscenze.
Una volta avvenuta la mercificazione, è particolarmente difficile frenare, o vuoi impedire, la deregolamentazione e la liberalizzazione dei mercati. Decine di istituzioni nazionali ed internazionali sono state create apposta, con forti poteri di intervento e di pressione, per promuovere quella che è considerata dai turiferari della liberalizzazione «la missione civilizzatrice della libertà dei mercati» e della costruzione del grande mercato libero mondiale.
Parlo, innanzitutto, del Gatt (General Agreement on Trade and Tarif), diventato il Wto (World Trade Organisation) nel 1995 che da 10 anni sta tentando di imporre al mondo, attraverso il Gats (General Agreement on Trade of Services), la pretesa ineluttabilità della liberalizzazione dei servizi. Penso anche all'Ocse, il grande laboratorio ideologico economico dei paesi occidentali, ed alle varie zone di libero scambio promosse in tutte le regioni del mondo e di cui l'Unione europea, con il suo mercato unico interno, rappresenta il modello da seguire. Non per nulla uno dei più grandi dibattiti politici e culturali degli ultimi anni sull'integrazione europea è stato quello centrato sulla direttiva Bolkenstein che mira, anche se in una versione «addolcita», alla liberalizzazione di tutti i servizi di rilevanza economica. Con i tempi che corrono, i servizi considerati di non rilevanza economica sono rimasti in pochi!

Terza dinamica, la privatizzazione.
Fortemente aiutato, anche in questo, dallo Stato, il capitale è riuscito ad impadronirsi della proprietà di tutto ciò che fino a poco tempo fa era stato considerato come «proprietà comune, pubblica» vuoi come bene «sacro». Dai semi di riso indiani od asiatici, «liberati» dalle regole statali e dalla proprietà collettiva dei villaggi o delle cooperative, all'acqua, anch'essa trattata come «bene libero», passando attraverso le piante ed i microrganismi alla base della farmacopea mondiale. Gli algoritmi, senza i quali nessun software esisterebbe, l'energia eolica, l'energia solare, l'educazione... qualsiasi espressione di vita può/deve diventare oggetto di appropriazione privata e di capitalizzazione finanziaria.
Lo strumento principe utilizzato dal capitale privato, che legalizza ciò che si deve invece definire come un vero furto o atto piratesco, è il diritto di proprietà intellettuale concretizzato nell'ottenimento di un brevetto. Il brevetto garantisce al suo proprietario il diritto esclusivo di uso del bene o del servizio brevettato per un periodo di 18 a 25 anni, con possibilità di rinnovo. Le principali proprietarie di brevetti al mondo sono le grandi imprese multinazionali private occidentali, specie statunitensi.
Cosi, il capitale biotico del pianeta è in via di crescente brevettazione. Inoltre, dal 1994, il Congresso degli Stati uniti ha autorizzato la brevettabilità di geni umani, in ciò seguito nel 1998 dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo per paura che l'industria biotecnologia europea perdesse competitività e mercati a vantaggio di quella statunitense.
Alla luce di quanto precede, la principale sfida globale e planetaria attuale consiste nel liberare la vita dall'appropriazione e dal controllo da parte del capitale privato affermando il primato dei diritti della vita ed alla vita sugli interessi dei proprietari del capitale finanziario delle grandi imprese globali .
Questa sfida può essere raccolta e vinta partendo dalla riaffermazione dell'essenzialità e dell'indispensabilità dei beni comuni, dal livello locale al livello mondiale. La salvaguardia e la promozione dei beni comuni rappresentano la condizione fondamentale di partenza, necessaria ed indispensabile, per la lotta alle nuove pretese del capitale privato. Considerare l'acqua, l'aria, la terra, l'energia solare, la conoscenza, la salute, l'educazione, la sicurezza collettiva, la pace, la protezione civile... come beni comuni significa riconoscere, nella storia della condizione umana la centralità dell'altro come bene comune essenziale ed insostituibile alla propria esistenza. L'altro nella duplice realtà di «altro» come essere umano, e «altro» come «natura», la «madre di vita».

Il dominio del capitale
Per il capitale privato l'altro è da rigettare o da sfruttare. La sua visione del mondo, dell'alterità, è una visione antagonistica ed utilitarista. Nella chiave antagonista, l'altro è soprattutto un nemico, un contendente nella lotta, con vincitori e vinti, per la sopravvivenza, la potenza, la ricchezza. Nella chiave utilitarista, la natura, l'ingegnere informatico di Bangalore o il risparmiatore di Recife, sono visti come uno strumento, una «risorsa» che vale fintantoché è utilizzabile al fine dell'ottimizzazione della creazione di valore per il capitale. Non c'è possibilità di alcuna solidarietà economica con l'altro, ma, al massimo, solo una convergenza temporanea di interessi.
La visione antagonistica ed utilitarista dell'altro è all'origine di tutte le guerre per e sulle risorse, a partire dalle guerre economiche, commerciali e, oggi, tecnologiche. Per questa ragione il capitalismo è incapace di pace, di solidarietà, di condivisione, di giustizia sociale. Coloro che pensano che non vi sia più storia possibile al di fuori del capitalismo, sono convinti che non sarà mai possibile costruire una società fondata sulla pace, la solidarietà, la giustizia sociale.
Il riconoscimento dell'esistenza di beni comuni è, invece, alla base di una visione cooperativa e solidale della società, del mondo. Impedendo al capitale di impadronirsi del potere di controllo sulla vita, si contribuirà altresì ad un riequilibrio di fondo nei rapporti tra lavoro e capitale.

Riccardo Petrella
Il Mani festo 27/8/06

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Con la caduta dell'Unione Sovietica e la fine dell'equilibrio tra potenze, è scomparsa anche la nozione classica di guerra, sostituita da conflitti locali permanenti che hanno l'obiettivo di seminare il panico nelle grandi città. Esattamente venticinque anni fa, mentre scrivevo Pure War (Semiotexte-Mit Press, ristampato in questi giorni), la dissuasione si poneva ancora sul piano strettamente militare. Gli Stati praticavano una dissuasione reciproca, favorendo l'equilibrio del terrore.

Venticinque anni dopo, sono costretti ad ammettere che la corsa agli armamenti tipica della «guerra pura» ha cancellato non soltanto l'Unione Sovietica, che è implosa, ma anche l'idea stessa della «grande guerra classica», la guerra clausewitziana, prolungamento della politica con altri mezzi.
Questa dissoluzione ha condotto il nostro mondo direttamente tra le braccia del terrore, del disequilibrio terrorista e della proliferazione nucleare che, purtroppo, impariamo a conoscere ogni giorno di più. La copertura antimissilistica globale degli americani - quella sorta di ombrello o parafulmine che Bush sta proponendo a tutti nel mondo - mi pare esemplifichi bene il grado di squilibrio e il delirio geostrategico di cui siamo vittime.
Incredibile e degna di nota, a mio avviso, anche la risposta di Vladimir Putin alle proposte americane, una risposta su cui non si è discusso a dovere. Che cosa ha detto, in sostanza, Putin? Ha proposto di installare i radar di questo scudo globale... in Russia e Azerbaigian. Non poteva essere più chiaro. Così, dopo la «grande guerra classica» e politica ci ritroviamo adesso alle prese con una guerra asimmetrica e transpolitica.

Asimmetrie politiche
Ho utilizzato l'espressione «guerra asimmetrica» per la prima volta a Berlino trenta, forse trentacinque anni fa - mi trovavo là con Jean Baudrillard - ipotizzando al tempo stesso che ci stavamo dirigendo verso un'epoca transpolitica. Eccoci dunque, alla fine siamo arrivati al transpolitico. Sostenere che una guerra è asimmetrica e transpolitica al tempo stesso significa affermare che esiste una condizione di totale disequilibrio fra gli eserciti nazionali, quello internazionale, l'esercito della guerra mondiale e i gruppuscoli di tutti gli ordini e gradi che praticano la guerra asimmetrica (dalle semplici gang di quartiere, ai paramilitari).
Esiste un parallelismo fra la decomposizione degli Stati avvenuta in Africa e quello che sta succedendo ora nell'America del Sud - in Colombia tanto per fare un esempio - dove nessun esercito nazionale può nulla contro la proliferazione di gang, mafie locali, paramilitari e guerriglieri alla Sendero Luminoso.

Questo, a mio parere, è il punto: non possiamo più parlare o ragionare di una guerra pura, semplicemente perché la nozione di guerra ha cambiato natura. Non esistono più «guerre pure», ma una guerra totale e «impura» nata dalle diverse esigenze e dalla diversa struttura della dissuasione armata. Questa dissuasione non ha più di mira i soli militari, anzi direi che si indirizza essenzialmente ai civili. Vengono da questo salto di paradigma nella natura della dissuasione fenomeni inconcepibili, solo venti o venticinque anni fa, quali il Patriot Act o le prigioni di Guantanamo.
Un fatto da non sottovalutare è il disequilibrio imposto dall'emergere di un nuovo terrorismo.

Nell'era della «guerra impura» ci si sforzava di resistere riportando il sistema al suo punto di equilibrio. Ma tutto questo è diventato impossibile, con la continua proliferazione di «nemici asimmetrici». Siamo di fronte a una enorme minaccia che incombe sulla democrazia di ogni paese, non soltanto sulla testa dei regimi dell'est, del sud, del nord, di dove vi pare, ma anche sui paesi ritenuti «democratici», tanto in Europa, quanto negli Stati Uniti. Esiste una dissuasione civile - il Patriot Act ne rappresenta il segno più tangibile, ma ce ne sono molti altri, pensiamo a certe leggi contro gli immigrati che rischiano di passare in Europa - che rende la situazione molto più incerta.

Una strategia contro le città
Gli esperti sostengono che si debba «ristabilire l'ordine», ma ristabilire l'ordine nella società civile è come aprire una finestra sul caos, è una minaccia assoluta, una sfida lanciata vis-à-vis nei confronti di qualsiasi democrazia. Su questo punto ci si accorge di avere a che fare con i sintomi di un vero e proprio delirio. La strategia militare sembra essersi dislocata nel cuore stesso delle città. Si potrebbe parlare di un proseguimento della strategia anti-città iniziata durante la seconda guerra mondiale, con i bombardamenti di Guernica, di Oradour, Berlino, Dresda, Hiroshima, Nagasaki.
La strategia anti-città è stata una delle innovazioni introdotte durante la seconda guerra mondiale, guerra che ha però introdotto anche un equilibrio del terrore: ricordiamoci che le testate nucleari, a est come a occidente, erano puntate direttamente sul cuore delle città. Oggigiorno, assistiamo però a un dislocamento di questa strategia.
Siamo passati dall'equilibrio del terrore all'iperterrorismo. È un dato interessante, perché l'iperterrorismo ha un solo campo di battaglia, e questo campo di battaglia è, appunto, la città. Chiediamocene la ragione. Credo si debba rimarcare che è proprio nelle moderne cittè che si concentra il maximum della popolazione e, con un minimo di armi, può essere raggiunto il massimo risultato, il massimo disastro possibile. Non importa con quali armi si può raggiungere questo risultato: niente più bisogno di panzer, nessuna necessità di portaerei, sottomarini imponenti e via discorrendo.
Potremmo affermare che la guerra asimmetrica - che oramai è un sinonimo del disequilibrio terrorista - cancella il teatro delle operazioni esterne a tutto vantaggio della concentrazione metropolitana. Il luogo della guerra diventa, appunto, la città. L'affollamento urbano trascina guerra e terrorismo nel solco di una geostrategia territoriale, portandolo direttamente sulla linea del fronte.

Se vogliamo una perfetta illustrazione del fallimento del modello di esercito classico possiamo ricordare, oltre al caso dell'Iraq, anche quello della più recente guerra libanese. Il fallimento dell'esercito israeliano in Libano è straordinario. Lo Tsahal è fra gli eserciti più grandi, equipaggiati, motivati al mondo, e uno di quelli che gode di maggiori appoggi e sostegni, anche mediatici. Eppure, nonostante tutto questo, l'esercito israeliano si è «impantanato», possiamo proprio dirlo, nella guerra asimmetrica contro Hezbollah.
Qualcuno può pure sostenere che si tratta di una guerra «fallita», parola che trovo sintomatica. In passato, sapevamo di guerre perse e guerre vinte, oggi apprendiamo che esistono anche le guerre riuscite e quelle fallite. Vorrei però conoscere la differenza tra un fallimento e una disfatta. A mio parere, questa guerra manifesta la debolezza e il principio di incertezza su cui poggia un esercito normale con i suoi carri armati, i suoi missili, i suoi megabombardieri quando si trova dinanzi a una forza, per così dire, artigianale.
Mi ricordo di una vignetta, apparsa su un giornale francese, che avrei forse dovuto ritagliare e conservare. Si vedevano i carri dello Tsahal fermi in un città piena di rovine e un cartello sul quale era disegnata la pianta della stessa città con una freccia che indicava: «Vi trovate qui». Il comandante del carro era sceso a terra, sbalordito cercava di capire dove si trovasse.

L'immagine illustrava più di mille commenti la condizione di follia in cui versava un esercito potente che, in altri tempi, era stato capace di vincere la «Guerra dei sei giorni». Ma la «Guerra dei sei giorni» era ancora una guerra di tipo classico. Nel '67, eravamo ancora in piena epoca di logica e calcoli geopolitici. La geopolitica si giocava sui campi di battaglia, a Verdun, attorno a Stalingrado, sulle spiagge della Normandia. Oggi quei campi sono dislocati, e il conseguente declino della geopolitica va a tutto vantaggio di quello che proporrei di chiamare metropolitica, in quanto concerne la città intesa come metropoli.

Minacce sfocate
Dopo la crisi della geopolitica e il conseguente affermarsi della metropolitica terrorista, è venuto anche il momento della geostrategia. Va letta in questo contesto la risposta di Putin a Bush - «installate i vostri missili e i vostri radar da me -, una risposta che mette a nudo l'incertezza dell'avversario. C'è qualcosa di umoristico nella sua proposta, ma dietro lo humour venato di assurdo, si nasconde qualcosa di vero. Ci si chiede contro chi ci stiamo difendendo. Installare i missili sulle frontiere come propone di fare Bush, significa minacciare una regione anche se ci si sta rivolgendo a un'altra. Anche se c'è l'Iran di mezzo, anche se c'è la Corea, anche se non ci sono paesi che rappresentano minacce, bisogna capire che non sono più gli Stati a essere in guerra. La vera minaccia è deterritorializzata o piuttosto defocalizzata.
Da qui il fallimento dell'esercito israeliano nei confronti di Hezbollah, un fallimento che rivela l'errore manifesto delle forze militari nei confronti dell'ostilità di un nuovo nemico.

Abbiamo assistito a una grande rivoluzione che ha investito e travolto il concetto di «guerra classica» clausewitziana, un concetto che aveva come sua logica appendice quello di «guerra pura», una guerra statica fondata sulla minaccia della fine del mondo e sulla catastrofe nucleare. Oggi tutto questo è finito e, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo preda di ciò che i fisici chiamano principio di indeterminazione: i nostri piedi poggiano su terreni incerti, scossi dalla globalizzazione economica e dalla guerra globale eppure «locale».

Questo apparente paradosso è determinato dal fatto che l'estensione del campo e del fronte non contano più in rapporto all'immediatezza della minaccia.
Quando si arriva a collocare un ordigno nucleare direttamente nella metropolitana di New York, di Parigi o Londra, allora dobbiamo comprendere che non siamo più nella logica totale, ma in quella locale. L'obiettivo è una città, preferibilmente una grande città, per ottenere il massimo disastro. La «guerra impura» nasce dal globalismo inteso come cambiamento di scala.

Il globalismo riduce tutto al più piccolo fra i comuni denominatori possibili: è così che anche un singolo individuo può significare una guerra totale - e quando dico uno, possono ovviamente essere due, tre, dieci. Quando si pensa al World Trade Center, sono stati undici uomini a fare duemila e ottocento vittime, quasi quante a Pearl Harbor.
Stesso risultato. Quanto meno il rapporto tra costi ed efficacia è stato straordinario! Le grandi divisioni, le macchine, la portaerei «Eisenhower» restano lì in attesa di una disfatta che non è determinata dal conflitto di un campo contro l'altro, ma dalla dissoluzione del campo stesso che alimentava la guerra «politica». La guerra politica aveva di mira un territorio o uno Stato delimitato che da par suo rispondeva arroccandosi attorno alle proprie frontiere.

In questo momento assistiamo a una confusione babelica tra la guerra civile terrorista - che uccide civili, non tanto i militari, anche se ha di mira il Pentagono - e la guerra internazionale. Ma si tratta di nozioni ancora sfocate. Al punto che, parlando con Baudrillard dopo l'attentato del 9/11, dicevo: ecco l'inizio della guerra civile internazionale. Fino a quel momento, c'erano state guerre civili nazionali, ma quella era la prima vera guerra civile mondiale. È ancora possibile premere un bottone e far partire dei missili - la Corea può farlo, l'Iran può farlo, possono farlo altri - ma in realtà con la grande dislocazione della strategia, con la fusione fra guerra civile iperterrorista e guerra internazionale, non è più possibile fare troppe distinzioni. Alcune cose restano, ma il quadro è saltato.

Non c'è più alcun equilibrio da ristabilire, solo caos da creare. Con la crisi degli Stati-nazione, messi in discussione dallo sviluppo dell'Europa, dal Nafta, dalle multinazionali, la guerra legata alla mera territorialità non è più possibile. Ci troviamo di fronte a una questione di primaria importanza, una questione politica e che travalica la politica al tempo stesso. Ne va della nostra esistenza, proprio mentre un enorme punto di domanda leva la sua ombra sulla Storia.
(traduzione di Marco Dotti)

Paul Virillo
il Manifesto 26-7-08

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Forse il silenzio sarebbe più opportuno per fare memoria delle stragi assassine successe in Francia come in Libano.

Ma gli sciacalli della politica non hanno pietà della vita e ancora minacciano denunciando la loro insipienza.

I tanti come noi, che credono nel valore universale della vita e nel rispetto della dignità di ogni persona, rimangono indignati e responsabili per una umanità dissacrata, per una storia che si sta compiendo in virtù di una sola ragione:  rendere assoluta nel mondo, tra la gente, la sovranità degli interessi privati.

Diceva bene Blaise Pascal  "Non potendo rafforzare la giustizia si è giustificata la forza".

Questa è la condanna che ci sentiamo di dire a tutti coloro che usano la violenza, le guerre e le parole razziste, per giustificare scelte e comportamenti.

Ed è chiaro che ancora una volta è la politica che dovrebbe piangere sulle proprie macerie, come è altrettanto chiaro che corresponsabile è anche l'indifferenza generalizzata ad essere chiamata a riflettere.

Poi potrà succedere che saremo chiamati a scendere in piazza a mostrare la nostra indignazione, e troveremo le forze istituzionali a far valere le proprie responsabilità. Ma senza una forte denuncia della violenza razzista, senza una forte rivendicazione della giustizia  come dei diritti, senza una forte dimostrazione di solidarietà, sarà come "giustificare" l'azione omicida avvenuta in Francia, come in Libano e in tante parti del mondo.

Abbiamo tutte e tutti il dovere di disarmare l'ignoranza e le paure sollecitate dal qualunquismo, dobbiamo recuperare la libertà di comprensione e di giudizio per combatte e vincere la violenza in tutte le sue forme.

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Eccola qui, la guerra: è arrivata anche alla porta accanto.

Dopo la guerra del Golfo, dopo le Torri Gemelle, dopo l'attacco in Iraq, dopo gli attentati di Londra e di Madrid, dopo la strage di Charlie Hebdo, dopo quella del Bardo, dopo i bombardamenti su Libia e Siria, dopo il raid sull'ospedale di Kunduz in Afganistan, dopo il
massacro all'Università di Garissa in Kenya, dopo le bombe sul corteo pacifista di Ankara … ed oggi dopo gli attentati suicidi di Beirut e di Parigi.

Già troppe volte abbiamo detto “mai più!”.
Piangere i morti ed esprimere solidarietà è importante, ma non basta se poi tutto continua come prima. Dobbiamo reagire.

Siamo anche noi dentro il conflitto, e lo dobbiamo affrontare con soluzioni opposte a quelle perseguite finora. Rifiutare ogni forma di violenza, ogni discriminazione, respingere ogni limitazione alle libertà, aprire al dialogo, alla cooperazione.
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Dall’inizio del 2015 nel mediterraneo sono morte più di 2000 persone. Una strage che ha responsabilità precise: le scelte politiche e le leggi dei governi europei (compreso quello italiano) che non consentono nessuna via d’accesso sicura e legale al territorio dell’UE, consegnando le persone in cerca di protezione nelle mani dei mercanti di morte.

La risposta dell’UE, confermata nel recente Consiglio d’Europa, ripropone soluzioni che hanno già dimostrato di essere sbagliate e di produrre effetti opposti agli obiettivi dichiarati.

Aumentare le risorse per avere più controlli e più mezzi per pattugliare le frontiere non fermerà le persone che vogliono partire per l’Europa. Anzi rischia di moltiplicare le stragi come dimostrano le ultime tragedie avvenute nel canale di Sicilia.

Servono risposte concrete e immediate per salvare vite umane e dare alle persone in cerca di protezione una accoglienza dignitosa.

Il governo italiano, in attesa che sia la UE a farsene carico, riattivi subito un programma di ricerca e salvataggio  in tutta l’area del Mediterraneo.

Si aprano subito canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo, unico modo realistico per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti. 

Si sospenda il regolamento Dublino e si consenta alle persone tratte in salvo di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente, con un fondo europeo ad hoc, l’accoglienza in quei Paesi sulla base della distribuzione dei profughi.

Si intervenga nelle tante aree di guerra e di crisi per trovare soluzioni di pace, senza alimentare ulteriori guerre, o sostenere nuovi e vecchi dittatori, promuovendo concretamente i processi  di composizione dei conflitti e le transizioni democratiche. 

Si ritiri immediatamente ogni ipotesi di intervento armato contro i barconi che, oltre a non avere alcuna legittimità, come ribadito dal Segretario dell'ONU Ban Ki-Moon, rischia di produrre solo altri morti e alimentare ulteriori conflitti.

Si metta in campo un sistema stabile d’accoglienza, unitario e diffuso, per piccoli gruppi,  chiudendo definitivamente la stagione dell’emergenza permanente e dei grandi centri, che ha prodotto e produce corruzione e malaffare.
Un sistema pubblico che metta al centro la dignità delle persone, con il coinvolgimento dei territori, dei comuni, con soggetti competenti, procedure trasparenti e controlli indipendenti.

Questi morti non consentono a nessuno di perdere tempo e continuare a pronunciare parole vuote. 

Salvare vite umane, proteggere le persone, non i confini!

Molte realtà nazionali stanno proponendo una manifestazione nazionale.

Tra queste:
ACLI, ARCI, CGIL, FIOM-CGIL, Rete Primo Marzo, Campagna Lasciatecientrare, Libera, Antigone, Rete della Conoscenza (Link, ACT), Lunaria, Action, Sos Razzismo Italia, Progetto Diritti, UIL, Rete degli Studenti Medi, Comitato Nuovi Desaparecidos, ...

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Nell'annunciare il nullaosta del governo a una nuova base Usa nell'aeroporto Dal Molin di Vicenza, il vicepremier Rutelli ha spiegato che tale area serve alla «rimodulazione della 173a Airborne Brigade», che potrà così avere «un'idonea sistemazione logistica nella sua nuova configurazione». Non ha però spiegato in che cosa consista questa «rimodulazione». Eppure si tratta di una storia emblematica.

La 173a brigata aviotrasportata non nasce a Vicenza ma nella lontana Okinawa nel marzo 1963, quando gli Usa iniziano l'escalation in Vietnam. E' la prima unità dell'esercito a esservi inviata nel maggio 1965. Qui rimane per oltre sei anni, partecipando a 14 campagne. Le azioni in cui si distingue sono le incursioni con gli elicotteri, tipo quella resa famosa dal film Apocalypse Now.

Nel gennaio 1972 la brigata viene trasferita negli Usa e disattivata. Risuscita quasi trent'anni dopo quando, finita la guerra fredda, gli Usa hanno già combattuto due guerre (Iraq e Jugoslavia): nel giugno 2000 la brigata di fanteria della Setaf (Forza tattica nel Sud Europa) viene «ridisegnata» quale 173a brigata aviotrasportata, «raccogliendo l'orgogliosa eredità di questa storica unità».

La nuova 173a brigata, acquartierata nella caserma Ederle di Vicenza, se ne dimostra degna. Nel marzo 2003, dopo che la Turchia ha negato l'uso del proprio territorio, la brigata viene proiettata da Vicenza nell'Iraq del nord, dove apre un nuovo fronte dell'operazione «Iraqi Freedom». Poi, nel marzo 2005, da Vicenza viene inviata a combattere in Afghanistan. Poiché le guerre in Iraq e Afghanistan continuano, la 173a brigata deve ora essere potenziata.

A questo punto è necessario ripercorrere le fasi di un'altra «rimodulazione», quella della Setaf da cui dipende la 173a brigata. La Forza tattica statunitense del Sud Europa nasce nel 1955: il suo primo quartier generale viene posto a Camp Darby (il cui uso è stato concesso agli Usa nel 1951), mentre la maggioranza delle truppe è acquartierata a Vicenza. Qui, nel 1965, viene trasferito il Comando Setaf. Con la fine della guerra fredda questo comando, considerato logistico fino al 1992, viene trasformato prima in «comando d'appoggio», quindi in «comando di teatro» responsabile «del ricevimento, della preparazione al combattimento e del movimento avanzato delle forze che entrano nella regione meridionale per una guerra».

La Setaf dispone a tale scopo del 14o battaglione di trasporto, che rifornisce le forze arrivate da basi esterne con il materiale bellico tenuto a Camp Darby e in altri depositi. Dispone allo stesso tempo della 173a brigata e altre unità, che vengono proiettate direttamente nei teatri bellici. Grazie ad esse la Setaf ha svolto un ruolo di primaria importanza nella guerra contro la Jugoslavia, in quelle contro l'Iraq e in altre operazioni, anche in Africa. La Setaf dipende infatti dall'Eucom (Comando europeo degli Usa), la cui area di responsabilità comprende l'intera Europa, gran parte dell'Africa e alcune zone del Medio Oriente: 91 paesi.

Ora l'area di operazioni della Setaf si è estesa all'Afghanistan: ha infatti dislocato propri soldati sulle «impervie montagne di Bagram», dove sono «impiegati nella guerra globale al terrorismo». Tra queste forze vi è la 173a brigata, l'unica unità aviotrasportata a diretta disposizione del Comando europeo Usa. D'altronde, spiega la Setaf, la sua «missione» è quella di «aggiungere personale per diventare una Divisione».
Tra non molto, quindi, può darsi che a Vicenza sia acquartierata non più una brigata ma una divisione aviotrasportata, che avrà bisogno di ulteriori spazi. Necessari, dirà Rutelli, per l'ulteriore rimodulazione delle forze statunitensi in Italia e, contestualmente, della sovranità italiana.

Manlio Dinucci

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Il due giugno nel giorno della festa della Repubblica e della Resistenza antifascista, le donne e non solo, hanno manifestato in piazza della Scala contro l'ennesima violenza sulle donne. La violenza non è un fatto privato, dobbiamo lottare contro l’indifferenza e la normalizzazione della violenza.

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La violenza ha varie forme, con radici culturali e sociali molto profonde che dobbiamo sradicare.
La vita è una priorità che non può essere portata via da individui che si sentono padroni delle vite delle donne, come se fossero oggetti di loro proprietà.

La vita merita di essere riscattata!

Ingannati dalle parole che soffocano liberi pensieri
Ingannati dalle aspettative che sfiduciano i risultati
Ingannati dalle miserie che escludono le diversità
……

Siamo troppo "cresciuti" dentro il mercato come merce "qualificata" per saper ascoltare.
Discriminazioni, razzismo e violenze sono parti di una umanità crudele.

Così i grandi titoli sui media, le immagini scioccanti hanno l'effetto dell'indifferenza, un brivido emozionale, curiosità, un semplice fastidio: dinamiche diverse che non ci appartengono.
Sovversione morale di una umanità perversa.

Nessuna indignazione, privata della giustizia, sarà capace di scuotere l'ordine di una sovversione.

Morti!  Morti uccisi, morti annegati, morti abusati, morti sfruttati, …
Quante sono le morti violentate.

Sono grandi numeri, numeri di persone che perdono la sostanza dell'essere, della dignità, della stessa umanità che vive, che li conta, che li vorrebbe differenziare: sono tutte vite umane, vite diverse, naufragate in mare, arenate sulle spiagge, ammazzate dalla violenza brutale del dominio.

Volti diversi, diverse le età, …  tutte e tutti prigionieri dello stesso potere che li ha uccisi.
Prima le guerre, poi la miseria, poi i profughi, poi i naufraghi, poi gli amori traditi, poi i lavori usuranti, poi le catastrofi ambientali, ….

Sono tutte morti! Sono tutti umani. …  
Schiacciati e derisi dalla stessa ingiustizia che governa il mondo, quel "potere" arrogante che fa di ciascuno, qualcosa, la "cosa", che vive di sé, del proprio interesse economico, esclusivo: qualcosa che l'altro è nemico,… e lo è veramente.

La sua arroganza è la mia;
la sua indifferenza è la mia;
la sua miseria è la mia.

Il bene comune è sottratto all'interesse generale.
Ogni "passione" è privata ed è in competizione.

Oltre la violenza c'è la Resistenza, la volontà a voler essere liberi nel tempo e nello spazio che ci sono comuni.


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Presto una nuova base Usa in Italia
Gli americani non bastano mai. 800 milioni di dollari dal Pentagono per costruire una nuova base a Vicenza. Ospiterà duemila parà, di passaggio per l'Iraq e l'Afghanistan. L'ultima parola al governo Prodi. È già scritto nero su bianco. Con tutti i dettagli: una mensa per 1.300 persone e 454 posti a sedere, 58 «suite residenziali» per i familiari del personale, centri commerciali e palestre, linee telefoniche ed elettriche, fognature e servizi telematici.

Insomma, una vera e propria cittadella. Targata Esercito Usa, laddove oggi esiste un aeroporto civile. A Vicenza, Italy. Non che la notizia non sia già filtrata, tanto che un burrascoso consiglio comunale convocato in via straordinaria lo scorso 26 maggio ha spaccato la maggioranza di centrodestra, con il sindaco forzitaliota Enrico Hullweck amareggiato per il tradimento di An e Lega che non si sono pronunciati apertamente a favore come lui avrebbe voluto.
E con il centrosinistra compatto contro la base, mentre un gruppo di cittadini occupava l'aula per protesta contro il progetto. Risultato: un sostanziale no agli americani e il sindaco che per cercare di riequilibrare la partita invoca un referendum tra la popolazione. Che non parrebbe però così ben disposta nei confronti degli esuberanti parà a stelle e strisce: non si contano gli episodi di ubriachezze moleste, risse da saloon, tentativi di stupro e incidenti stradali. Non proprio il massimo per una città sedotta dalle sirene leghiste e nazionalleate della sicurezza.

Ciò che non era finora noto sono invece i dettagli del progetto. Come quello per cui le aree civile e militare dell'attuale aeroporto Dal Molin saranno invertite, per consentire il «ricongiungimento funzionale» con l'altra base Usa, quella di Ederle. Che il nuovo insediamento ospiterà circa duemila soldati e che la 173esima Aerobrigata, impegnata da subito nel Kurdistan iracheno durante la guerra in Iraq, sarà così potenziata e trasformata in una non meglio precisata Unità d'azione. E che il Pentagono non baderà a spese, se è vero che ben 11 milioni e 850 mila dollari saranno utilizzati solo per la costruzione di un centro fitness, composto di una «palestra polivalente per attività sportive/addestrative singole e di gruppo, una pista di jogging sopraelevata e una piscina coperta». Sommando le varie voci di spesa, si superano abbondantemente gli 800 milioni.

Non è chiaro se il governo Berlusconi abbia firmato un accordo con gli statunitensi. In tal caso sarebbe segreto come la totalità dei trattati italo-americani dal 1954 a questa parte, nonostante le ricorrenti richieste di desecretazione e un progetto di legge a tal proposito presentato dal verde Mauro Bulgarelli. E' certo invece che il progetto è ben dettagliato e le planimetrie raccontano cosa sarà dell'intera area dell'aeroporto. O almeno dovrebbe essere. Se il parere del comune è infatti solo consultivo e le comunità locali non sono nemmeno contemplate nel processo decisionale, a rimettere in discussione tutto potrebbe essere il nuovo governo.
Ed è possibile che nella contropartita per il ritiro italiano dall'Iraq, di cui il ministro degli Esteri Massimo D'Alema discuterà lunedì prossimo con il Segretario di stato Usa Condoleeza Rice, e il ben più lento abbandono americano della Maddalena potrebbe finirci anche la nuova base vicentina.
Come dire, mandiamo via le truppe da Nassiryia e in cambio rafforziamo le basi logistiche fondamentali per mantenere il raccordo con l'occupazione del paese.

Già ai tempi dei bombardamenti sull'Iraq e prima ancora sull'Afghanistan la caserma Ederle ha svolto un ruolo di supporto importante per gli americani: è da qui che sono partiti aerei, armi e mezzi per la guerra. Tanto da solleticare a più riprese le azioni dei pacifisti locali, che a più riprese tentarono di bloccare le partenze dei treni per l'altra base di Camp Darby, da cui i mezzi bellici sarebbero stati trasportati al porto di Livorno per essere imbarcati in direzione Iraq.

In assenza di certezze, chi ostenta sicurezza sono proprio gli americani. Che paiono aver previsto tutto nei dettagli: la base suddivisa in un'area logistica, una tattica e una terza abitativa, i lavori affidati a ditte italiane, in pole position i gruppi Maltauro e Marchetti. Nero su bianco anche i costi stimati: 13 milioni e 454 mila dollari per la mensa e «aule per attività di formazione e addestramento»; 10 milioni e 400 mila dollari per la costruzione di 58 «suite residenziali» questa volta all'interno della base Ederle, costituite ognuna da «una zona giorno/pranzo con angolo cottura, un bagno e una camera da letto»; circa 20 milioni di dollari per la costruzione di tre edifici per «officine manutenzione veicoli tattici».
E così via elencando, dai due edifici per quartier generale di battaglione alla centrale telefonica per comunicazioni. Fino al sopracitato centro fitness, con tanto di «aree per addestramento fisico e da combattimento», campi da «racquetball» e da pallacanestro. Con qualche concessione di facciata al territorio su cui si costruisce, come per gli «edifici e strutture coperte per il controllo accessi», che costituiranno l'interfaccia con l'esterno della base e per questo la loro estetica «riprenderà i caratteri stilistici architettonici palladiani o tipica del nord Italia». E un cuore che più americano non si può, con due fast food e un centro commerciale made in Usa.

Fin qui il progetto, della cui fattibilità il Pentagono cerca di convincere, più che il comune sedotto, stando a voci vicentine, con una ottantina di miliardi (sempre di dollari, ovviamente) e la promessa di un po' di appalti a ditte italiane, la riluttante popolazione. Sì, perché già a Rimini lo scorso anno un analogo tentativo di trasformare l'aeroporto civile in una struttura militare Usa era finito male. «Avevano cercato un accordo tra una compagnia privata statunitense addetta al trasporto delle truppe e l'azienda mista pubblico-privato che gestisce l'aeroporto», spiega Bulgarelli. Ma il risultato era stato un grande scontro nell'amministrazione provinciale, di centrosinistra, e nella società aeroportuale. E la trattativa era saltata, nonostante il contratto fosse già stato firmato. Questa volta ci riprovano cercando un accordo istituzionale. Dovesse andar male, sarebbe già pronta la soluzione di ripiego. In Germania.

Angelo Mastrandrea
Il manifesto 9/6/06

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Non più battaglia campale, ma azione umanitaria, gestione dei conflitti civili e prevenzione degli atti terroristici. Sono i tre aspetti che rendono la guerra contemporanea irriconoscibile rispetto ai principi stabiliti dal generale Von Clausewitz dopo le guerre napoleoniche.

È venuto meno lo spazio fisico dello scontro tra eserciti; le ostilità non sono più limitate allo scontro tra Stati ma si allargano a soggetti non statali fino a comprendere le emergenze civili; i confini tra la guerra e la pace, come i criteri giuridici per giustificare la prima in funzione della seconda, sono stati ristrutturati al punto da renderli irriconoscibili.

Nel nostro paese, l'arrivo di decine di migliaia di albanesi in Puglia tra il marzo e l'agosto 1991 può essere considerato il momento aurorale di questo nuovo discorso sulla guerra. Fu quello il momento in cui la Protezione civile lavorò per la prima volta accanto all'esercito non per gestire una catastrofe naturale, ad esempio il terremoto in Irpinia, ma per le emergenze umanitarie.
Anche per l'esercito italiano quegli arrivi rappresentarono un nuovo inizio. Da subito venne coinvolto nelle operazioni di espulsione di quella massa di «clandestini». Nei giorni successivi fornì supporto logistico alla Protezione civile nelle operazioni di smistamento degli albanesi in centri di accoglienza, caserme e altri luoghi disseminati in tutto il paese, oltre agli aerei per rimandarli in patria con una mancia di poche migliaia di lire.

In pochi mesi il nuovo dispositivo venne adottato dalla Nato che promosse missioni umanitarie e di peacekeeping in Albania (1991 e 1997) per mettere in sicurezza la dorsale adriatica contro un nuovo tipo di «invasione». Non più quella delle truppe del patto di Varsavia, ma le migrazioni. Enorme, e tragica, fu allora la confusione tra l'emergenza umanitaria e la sicurezza nazionale.
Nel 1997, il blocco militare imposto dal governo Prodi in violazione di qualsiasi convenzione internazionale spinse una nave della marina militare ad affondare la «Kater I Rades» provocando 81 morti albanesi. In seguito, la logica emergenziale venne sostituita dalla regolazione sicuritaria delle migrazioni. Su questa base nacque la nuova politica migratoria della «Turco-Napolitano» e poi la «Bossi-Fini», mentre ai militari venne assegnato il compito di gestire le emergenze all'estero.

Il caos e il terrorismo globale non sono dunque gli unici risultati prodotti dalle guerre condotte in nome della legalità internazionale (Iraq 1991), dell'umanità e dei diritti umani (Somalia 1993, Bosnia 1995, Kosovo 1999), della libertà duratura (Afghanistan) e della pura e semplice egemonia (Iraq 2003). In questi anni è stata creata un'inedita interdipendenza tra gli affari interni e quelli esteri degli Stati, mentre si sta consolidando una classe cosmopolita di esperti e burocrati che gestisce la «ricostruzione» delle società colpite da conflitti o catastrofi. Non un semplice colonialismo che ricorre all'occupazione militare, bensì una nuova ipotesi di governo del territorio e della sua economia.

È lo scenario che si prepara anche ad Haiti dove un gruppo di mercenari dal nome vagamente orwelliano, la International Peace Operations Association, ha creato una pagina web in cui offre servizi per gestire l'assistenza umanitaria accanto ai marines inviati da Obama. L'idea berlusconiana di inviare a Port-au-Prince, insieme alla portaerei Cavour, il sottosegretario Guido Bertolaso dal 2001 a capo della Protezione civile, va nella stessa direzione. Con la Blackwater, e oggi con la Triple Canopy, gli americani hanno adottato la via dell'assistenza privata ai militari. L'Italia ha scelto la via opposta: creare una Spa gestita dallo Stato.

Un'idea promozionale come tante altre il cui esito sembra essere stato appaltato al provincialismo di un personaggio che, come ha detto il Segretario di Stato Hillary Clinton, confonde Haiti con l'Aquila.
La ristrettezza di questi orizzonti non esclude tuttavia che anche da noi si stia declamando l'ultimo capitolo del sapere strategico in voga. La sua logica assomiglia a quella della polizia. Prevenire un crimine piuttosto che annientare un nemico. Gestire il disordine sociale senza rimuovere le cause che lo hanno provocato. Difenndere una supposta sicurezza con tutti i mezzi a disposizione

Roberto Ciccarelli
Il Manifesto 2/2/010

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News
29/04/2014

Dalla Resistenza invocata, praticata a memoria delle lotte partigiane di Liberazione, alle lotte contro ogni forma di vessazione per diverse condizioni di vita:

PRIMO MAGGIO 2014

Vite precarie:
… reddito, lavoro, politica, contratti, sfruttamento, ingiustizia, precarietà, …

Insofferenza:
… controllo, repressione, conflitto, violenza, …

MAYDAY: biopolitica – connessioni conflittuali

Il pensiero confonde la realtà.

Il solo capitale che ha qualche valore è l’incontro con altri stili di vita a cui accompagnarsi dentro luoghi di riscatto nel mondo della vita in cui agisce il quotidiano: immanenza della vita comune.

Tempi e luoghi, forme e significati, sono il limite dentro cui l’esistenza si compiace di esistere finché, ribelle, sovverte tempi e luoghi di senso comune: soggettività fondata sul potere consumista.

Astrazioni:
relativismo inconsistente, nomadismo pernicioso e disfattista, suggellano la parzialità delle forme individuali comunque soggette a controllo sociale.

Se la Politica non si fa storia, l’atto comune di persuasione rimane la ribellione: essenza utopica del Bene Comune.

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Combattere la violenza che attraversa la Vita!

La violenza non ci appartiene, ma del conflitto non possiamo esimerci: è diritto di sopravvivenza.

I corpi sono assoggettati a processi violenti!

Violente sono le forme paradigmatiche dei poteri che percorrono l’esistenza:

  • Violenta è l’economia soggiogata ai poteri oligarchici;
  • Violenta è la politica soggiogata agli interessi economici;
  • Violento è il debito-PIL soggiogato ai mercati finanziari;
  • Violento è il mercato soggiogato alla concorrenza privata;
  • Violenti sono i diritti soggiogati alle convenienze economiche;
  • Violente sono le spese militari e le guerre;
  • Violenti sono i trattati imposti dagli Stati imperiali;
  • Violente sono le migrazioni generate dalle povertà e dalle dittature;
  • Violente sono le speculazioni, gli inquinamenti, le devastazioni, gli abusi;
  • Violento è l’antropocentrismo sulla Natura; 
  • Violenti sono i manipolatori di consenso;
  • Violenti sono le discriminazioni, i razzismi, i fascismi;
  • Violenti sono le prevaricazioni, i pregiudizi, le fedi esclusive;
  • Violenta è la proprietà privata, interesse per sé;
  • Violento è il “fare” solidale, soggiogato alla pietà;
  • Violento è l’effimera normalità deresponsabilizzante;
  • … …

E voi chiedete ancora perché tanta violenza?

Agire il conflitto è una necessità per non soccombere alla violenza!

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Sono quasi 4 miliardi le persone a rischio per insufficienza d’acqua e 5 milioni i morti per malattie legate alla sua scarsità o per mancanza di servizi igienico-sanitari di base. Questo, mentre il 12% della popolazione mondiale usa l’85% delle risorse del Pianeta.

A parlare di quello che viene definito da molti «l’oro blu», l’acqua, è il dossier «Acqua 2010» di Solidarietà e cooperazione Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale) presentato a Roma anche in occasione dell’approssimarsi della giornata mondiale dell’Acqua prevista per il 22 marzo.

Secondo lo studio la Terra ha sete: 1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile, 2,6 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base, 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua e 1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno per malattie connesse alla mancanza d’acqua potabile pari a 4.900 bambini al giorno.

Questa la situazione del Pianeta:

America
Anche l’America soffre l’assenza d’acqua, manca quella per usi domestici perchè viene utilizzata - al ritmo di 2.000 miliardi di litri - per coltivare cereali per l’allevamento.

Europa
In Europa il 16% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Un problema che in trent’anni è costato 100 miliardi di euro. In Europa il 44% dell’acqua estratta viene utilizzata per produrre energia, mentre nell’area Mediterranea, con la domanda che è raddoppiata negli utlimi 50 anni, si prevede un aumento dei consumi del 25% entro il 2025.

Situazione Italia
Le condutture perdono 104 litri d’acqua per abitante al giorno (pari al 27% dell’acqua prelevata), un terzo degli italiani non ha un accesso regolare all’acqua potabile, ma ogni italiano consuma 237 litri di acqua al giorno: Salerno la città che ne consuma di più con una media di 264 litri a testa al giorno, mentre Agrigento quella che ne consuma di meno con 100 litri pro-capite al giorno. Il rubinetto dell’Italia perde il 30% dell’acqua immessa e deve fare con la gestione delle risorsa soprattutto nelle regioni meridionali e nei mesi estivi quando per il 15% della popolazione si scende al di sotto della soglia minima di fabbisogno giornaliero a persona (50 litri al giorno).

Il 30% non ha un accesso sufficiente e 8 milioni non hanno quella potabile mentre 18 milioni la bevono non depurata. In Italia c’è però anche il business dell’acqua minerale che vale 5,5 miliardi di euro all’anno (al terzo posto al mondo per consumi pro-capite dopo Emirati Arabi e Messico). Ma, l’acqua del rubinetto costa dalle 500 alle 1000 volte in più rispetto a quella in bottiglia. Per questo si tenta di riscoprire la bontà di quella che sgorga in casa. In Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Emilia-Romagna si è dato vita «al Manifesto dell’acqua del sindaco, un patto per bere a chilometro zero». In Lombardia ci sono le ’case dell’acqua: piccole strutture che erogano l’acqua dell’acquedotto sia naturale che gassata, mentre in Puglia, la regione «riconosce al servizio idrico un interesse regionale privo di rilevanza economica». A Roma, continua il dossier, l’acqua è ancora al 51% municipalizzata mentre a Napoli bere costa «caro».

Nuove guerre
L’acqua, spiega il dossier, è anche «un problema di democrazia» e soprattutto nelle regioni che già soffrono per mancanza di infrastrutture è «diventata il nuovo petrolio» e motivo per combattere «nuove guerre»

22-03-2010
Fonte: La Stampa.it

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Nel semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea (UE) e con Federica Mogherini, Alta Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, nonché vicepresidente della UE, l’Europa ha dato il ‘bacio della morte’- così scrive Le Monde Diplomatique - all’Africa, forzandola a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA).

O firmate gli EPA, ha detto la Commissione Europea ai paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico), o sarete sottoposti a un nuovo regime di tassazione delle vostre esportazioni”.
E lo ha fatto, come promesso, entro il 1 ottobre 2014.

E’ gravissimo che l’Europa l’abbia fatto in un momento così difficile per il continente nero, soprattutto con i paesi dell’Africa occidentale minacciati dalla tragedia di Ebola, con la zona saheliana dal Mali al Sudan in subbuglio, con il Corno d’Africa in guerra e con il Sud Sudan e il Centrafrica in guerra civile.

E’ incredibile che in questo clima, la UE abbia forzato l’Africa sub-sahariana ad arrendersi. Il primo gruppo a capitolare è stata l’Africa Occidentale,quella che più si era opposta agli EPA.
Il 10 luglio, i sedici paesi della Africa occidentale, che rappresentano il 38% del commercio globale UE-ACP, per un totale di 38 miliardi di euro, hanno firmato.
Il 15 luglio si sono chiusi i negoziati con sei paesi (Botswana,Lesotho, Mozambico, Namibia, Sudafrica e Swaziland) dell’Africa Australe.
Il 21 settembre hanno capitolato i cinque paesi dell’Africa Orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda).
Non hanno ancora firmato i paesi del Corno d’Africa, il Sud Sudan e il Centrafrica, sconvolte da conflitti e guerre.Gli altri paesi dei Caraibi e del Pacifico avevano già capitolato prima.

Sotto la spada di Damocle del 1 ottobre - scrive S.Squarcina su Nigrizia si può affermare che il grosso degli EPA sono stati siglati con praticamente l’insieme degli ACP.

Per capire quello che è avvenuto, dobbiamo ricordare che le relazioni commerciali tra UE e paesi ACP erano regolati dalla Convenzione di Lomè (1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020), con la clausola che i prodotti ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) - prevalentemente materie prime - potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati.
Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico. Ora la UE chiede ai paesi ACP di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio, che sono frutto delle spinte neoliberiste di Bruxelles.

Con gli EPA infatti le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza.
La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati nei paesi impoveriti.
I contadini africani, infatti, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata ed affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente per i cambiamenti climatici.

L’Europa ha vinto, gli impoveriti hanno perso.
Ma non possiamo arrenderci, né demordere perché ci vorrà tempo per la ratifica e l’entrata in vigore degli EPA. Ci vorranno molti anni prima che i singoli EPA entrino in vigore. Infatti i singoli EPA dovranno essere ratificati da tutti i parlamenti UE e ACP interessati dai singoli accordi di partenariato.
Bruxelles farà di tutto per chiudere il processo di ratifica entro il 2020, quando si dovrà procedere al rinnovo della Convenzione di Cotonou.
A questo bisogna aggiungere che gli ACP faranno di tutto per rallentare la ratifica degli EPA. “La Commissione ha lasciato intendere - scrive J. Berthelot su Le Monde Diplomatique – che potrebbe rinviare la data limite per la ratifica al 1 ottobre 2016. La battaglia non è finita.”

Per questo chiediamo a tutti coloro che si sono impegnati in questa campagna contro gli EPA e a tutti coloro che vorranno aggregarsi a non demordere, ma di continuare a premere sui nostri parlamentari, sulla Commissione Europea, in primis sull’Alta Rappresentante per la politica estera della UE , Federica Mogherini, perché si rendano conto della profonda ingiustizia perpretata, tramite questi Accordi contro i popoli più impoveriti del Pianeta.

Siamo infatti persuasi che questi Accordi siano profondamente ingiusti perché in un’Africa già così debilitata, questi Accordi costituirebbero un colpo mortale per l’agricoltura africana, in particolare per l’industria della trasformazione e della lavorazione dei prodotti agricoli, che può e deve arrivare a sfamare la propria gente.
Inoltre l’eliminazione dei dazi doganali nei paesi ACP, che costituiscono una bella fetta del bilancio statale, metterebbero in crisi gli stati ACP.

Non è concepibile che una potenza economica come la UE non abbia una seria politica estera verso i paesi più impoveriti, soprattutto verso il continente a noi più vicino, l’Africa, oggi il continente più schiacciato.

Ci appelliamo a tutti quei gruppi, associazioni, reti, istituti missionari che hanno già lavorato contro gli EPA a riprendere a martellare i nostri deputati a Bruxelles.

Non possiamo non ascoltare l’immenso grido dei poveri. E’ in ballo la vita di milioni di persone,ma è anche in ballo il futuro stesso della UE.

Alex Zanotelli
Napoli, 21 novembre 2014

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Non dev'essere stata una decisione facile per Sir Richard Dannatt, generale e capo di Stato Maggiore delle forze armate inglesi. La deve aver soppesata, prima di parlare. Ma poi è andato a farsi intervistare dal Daily Mail e ha detto: la presenza delle truppe britanniche in Iraq «sta aggravando i problemi di sicurezza» anziché risolverli. L'occupazione aumenta lo spargimento di sangue «in patria e fuori». Le truppe «devono tornare a casa presto». (1)

Una devastante bomba politica lanciata da un generale tranquillo.
E' un «pronunciamiento» in piena regola, ma più inaudito: perchè l'Inghilterra non è il Sudamerica.
L'armata britannica  non ha mai contestato il governo civile; non solo la sua lealtà alle istituzioni è senza macchia, ma ha storicamente obbedito senza flessioni, tenacemente fino al sacrificio, alle autorità civili; ha collaborato attivamente alle direttive politiche. E' stata la custode di un impero e - una volta arrivato l'ordine - la sua disciplinata smantellatrice. Ha vinto due guerre mondiali, non conosce l'umiliazione delle disfatte storiche, che rendono gli eserciti insubordinati e infidi.
Dunque il colpo è ancora più grave.
E il generale Dannatt l'ha assestato mentre è in carica come capo delloStato Maggiore.

Una decina di generali americani hanno «parlato» contro la guerra nei mesi scorsi; ma, prima, si sono dimessi.
Sir Dannatt si è «pronunciato» con addosso le spalline del  pieno comando. In teoria, potrebbe essere fucilato per rifiuto d'obbedienza o alto tradimento; è stato chiamato d'urgenza al ministero della Difesa «dove sarà discusso il suo futuro».
E' il primo «pronunciamiento» della storia inglese: ecco a cosa ha portato la guerra non-necessaria voluta da Bush e dai neconservatori. Al «suicidio di una nazione», come dice giustamente il sito francese Dedefensa.
E se la nazione è l'Inghilterra, segnala una crisi profondissima della civiltà occidentale.
Abbiamo visto sgomenti tanti, troppi politici anche di valore - parlo di Tony Blair, non di Fini o di Berlusconi - pronti al proprio suicidio politico, ad alienarsi la propria opinione pubblica e a disgustare il proprio elettorato, pur di far contenti i padroni israeliani, che li hanno voluti assolutamente nelle guerre «contro il terrorismo globale».
Ma, commenta Dedefensa,  il pronunciamiento di Sir Richard segnala «una crisi ben più grave», che si apre al «livello della legittimità, dell'essenza stessa dell'esistenza nazionale».

Sono parole gravi, da soppesare con cura dolorosa.
Noi quasi non sappiamo più che cosa sia la «legittimità», ci basta, per lasciarci comandare, che dei parassiti si ammantino di  una approssimativa «legalità» del potere. Ma tra la legalità e la legittimità, il rapporto è quello che c'è tra la luna e il sole.
E in una guerra inutile, è la legittimità - il sole di uno Stato - che si mette in gioco.
E le cose sono arrivate al punto (citiamo ancora Dedefensa) che «è l'illegittimità, oggi, il carattere di ciò che si dice il potere politico nel Regno Unito, e che questa illegittimità ha dei limiti oltre il quale diviene intollerabile».

Questo vale per un Paese come l'Inghilterra, si capisce.
Noi italiani, spezzati dalla disfatta della seconda guerra mondiale, ci lasciamo governare da poteri illegittimi, basta che siano a malapena «legali».
In Gran Bretagna, «la perdita del senso di sovranità nazionale» – perché questo ha fatto Blair, al seguito dei Bush, dei Cheney e dei Wolfowitz – «implica tout court la perdita di senso».
«Siamo in un Paese musulmano, e come i musulmani vedono degli stranieri nel loro Paese è chiaro», ha detto il generale: «come straniero, sei benvenuto se sei invitato, ma noi non siamo stati invitati…abbiamo sbattuto giù la loro porta».
Ha aggiunto che l'occupazione dell'Iraq esaspera l'estremismo islamico e lo giustifica: «Non dico che le difficoltà che stiamo avendo nel mondo sono causate dalla nostra presenza in Iraq, ma indubbiamente la nostra presenza le aggrava».
Sir Dannatt, descritto come un devoto cristiano, ha precisato che l'islamismo militante in Gran Bretagna fiorisce a causa di «un vuoto morale» della nazione.

Nei giorni precedenti, il generale aveva protestato per il trattamento che subiscono i militari feriti negli ospedali, confusi tra gli altri ricoverati, senza un reparto proprio, ed esposti agli insulti di «pacifisti» o visitatori islamici: sintomo in sé gravissimo, come quando i soldati russi sparavano agli ufficiali nel 1916.
Il generale ha invocato le organizzazioni di volontariato perché si prendano cura dei reduci psichicamente malati: «Siamo noi che li abbiamo danneggiati, siamo noi responsabili di loro».
Ha cercato disperatamente di far sostituire i veicoli operativi in Iraq con mezzi meglio corazzati e protetti.
Ha detto pubblicamente: «Un salario di 1.150 sterline paga un mese di combattimenti ad Helmand?» (la zona dei continui attacchi talebani in Afghanistan).
Un mese prima, al Guardian, aveva detto che i politici «danno per scontati i militari» e che l'armata poteva «spezzarsi» in Iraq.

Evidentemente, non è stato ascoltato dal potere.
Da qui la sua decisione di parlare pubblicamente. Gettando agli stracci la «politica estera» di Blair, ed aprendo la più grave crisi morale del regno, trascinato per volontà altrui in una guerra inutile e perdente.
E fatto ancor più singolare, gli stessi sentimenti stanno maturando tra gli alti ufficiali in Israele, come risultato della sconfitta subita dagli Hezbollah. (2)
Margarita Mathiopoulos, capo esecutivo dell'European Advisory Group (EAG) s'è sentita dire da un alto grado in servizio: «Dobbiamo sederci a parlare con Hamas, con Hezbollah, coi siriani con gli iraniani, anche col diavolo stesso, se vogliamo davvero trovare una soluzione con gli arabi». (3)

Le stesse posizioni le hanno assunte Ami Ayalon, oggi politico laborista, ma ex-ammiraglio e capo dello spionaggio (Shin Bet); Matan Vilnai, un altro laborista che è stato generale; Avi Ditcher, un «falco» del partito Kadima di Olmert, ma ex militare, come anche Avishai Brotherman, presidente dell'Università Ben Gurion.

Tutti costoro chiedono lo smantellamento degli insediamenti giudaici anche in Cisgiordania e l'apertura di negoziati con Abbas per stabilire confini leali e sicuri fra Palestina e Israele: solo così l'autorità palestinese verrebbe resa davvero responsabile di bloccare le infiltrazioni «terroristiche».
Nehemia Dagan, già generale dell'aviazione israeliana, propone addirittura la restituzione alla Siria delle alture del Golan, eventualmente concordando con Damasco la loro de-militarizzazione.
Fatto sorprendente e inatteso, commenta la delegata europea: «L'apparato militare appare su posizioni più avanzate dei politici». I veri soldati capiscono che le soluzioni ai problemi israeliani di sicurezza non sono militari.
Solo i frenetici guerrieri da tavolino, che non sono mai stati sulla linea del fuoco - i neocon giudeo-americani in primo luogo, in Italia Giuliano Ferrara - credono nelle virtù miracolose delle armi; solo loro sono convinti che la guerra sia, non già la politica con altri mezzi, ma il sostituto taumaturgico della politica, che rende superfluo ogni negoziato. Solo loro sono intransigenti, rifiutano ogni tavolo, e vogliono più guerre.
Sono i civili ideologici ad essere stupidamente feroci.

Chi ha la responsabilità di mandare dei cittadini ventenni in prima linea, al nemico, sa che le guerre-lampo non esistono. Sa che l'armata non è la punta di diamante immaginata dagli strateghi da caffè, che è invece uno strumento tragicamente insufficiente, che si sgretola avanzando, il cui uso sconsiderato e non necessario può aprire una falla nella legittimità del potere. Sa che l'esercito in guerra ferisce il nemico, ma anche la nazione.
Da tempo i soldati israeliani si sono abituati a diventare aguzzini e massacratori di inermi: sono un pus che matura nella nazione ebraica.

Naturalmente, Israele continua a sfuggire la sua domanda centrale: vuole esistere nella pace?
Le mancherebbero i fondi colossali che le manda la diaspora, mobilitata in permanenza dal mito che «Israele è in pericolo nella sua stessa esistenza»; si assottiglierebbero i titanici finanziamenti e armamenti americani, se Israele vivesse sicura in pace tra i suoi vicini.
Una parte notevole della sua popolazione ha doppia cittadinanza, abitazioni e legami concreti in Occidente: non finirebbe per abbandonare quella terra, santa sì, ma avara e resa retriva dai suoi rabbini di guerra, per tornare a Parigi, Berlino, New York e respirare l'aria della cultura critica ed aperta in cui gli ebrei sono a loro agio?  Ciò rivelerebbe la natura artificiale dello Stato giudaico, di corpo estraneo occidentale che rifiuta di diventare asiatico, che non può esistere se non come entità antagonista.

Ma quando i generali cominciano a chiedere la ritirata, attenzione: il momento è grave.
Segnalano l'illegittimità del potere, che nel fondo radicale delle cose poggia su di loro.
La salvezza estrema della nazione è il loro compito: i loro pronunciamienti possono diventare allora colpi di Stato, ed è forse la sola cura possibile, per l'Occidente  e le sue burocrazie civili putrefatte.
I cannoni puntati contro il quartier generale possono essere l'estrema difesa della democrazia.

Maurizio Blondet


Note
1) «L'armée de sa majesté se révolte», Dedefensa, 13 ottobre 2006.
2) Che l'aggressione contro gli Hezbollah sia stata una cocente sconfitta per l'ex-glorioso Tsahal lo hanno accertato Alastair Crooke e Mark Perry in tre magistrali articoli pubblicati su Asia Times. Il primo è stato il consulente per il Medio Oriente di Javier solana alla UE; il secondo è uno storico e analista strategico di Washington. La loro analisi politico-militare della condotta dei soldati israeliani è lucidissima e spietata: il primo errore commesso è quello elementare, «disprezzare il nemico». A chi sa l'inglese - e a Giuliano Ferrara - consiglio la lettura del loro «How Hezbollah defeated Israel», pubblicati su Asia Times tra il 12 e il 14 ottobre).
3) Margarita Mathiopoulos, «A dose of reality», Herald Tribune, 13 ottobre 2006.

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1495¶metro=esteri

 

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Il 3 ottobre scorso i 366 morti della strage di Lampedusa – l’affondamento del peschereccio avvenuto un anno prima a poche miglia dall’isola – sono stati ricordati da superstiti e familiari. Ma l’Europa, invece di mettere al centro la protezione delle persone, conferma l’approccio repressivo e poliziesco e prepara un’operazione di schedatura che ha come vero obiettivo la criminalizzazione di chi fugge da guerre e miseria.

La strage del 3 ottobre di un anno fa, in cui persero la vita 366 persone, è stata commemorata con diverse iniziative, non solo a Lampedusa ma in numerose città italiane ed europee. Ma Lampedusa, l’isola eternamente sospesa tra isolamento e sovraesposizione mediatica, da periferia ultima ed estrema è diventata ormai il centro del mondo.

E non è un caso se quest’anno la giuria della 14a Mostra internazionale di architettura ha assegnato una menzione speciale a Intermundia, un progetto di ricerca che dà voce alle tragedie di Lampedusa, anche con una installazione che evoca la realtà di chi attraversa i confini del Mediterraneo da Sud a Nord, offrendo al visitatore un’esperienza sensoriale. Il visitatore si trova in una piccola stanza buia e claustrofobica per provare a vivere gli interminabili istanti del naufragio, reso con un suono assordante e una luce improvvisa e accecante.

Dopo quella strage, non la prima né l’ultima, il governo italiano ha messo in campo l’operazione «Mare Nostrum», che in un anno di attività ha soccorso circa 140mila persone, suscitando un ampio dibattito anche in ambito europeo. Ma aldilà dei suoi detrattori o sostenitori e della parzialità dell’intervento, «Mare Nostrum» ha provato a mettere al centro le operazioni di soccorso e salvataggio di persone in fuga.
E infatti le guerre e i conflitti sempre più drammatici che stanno sconvolgendo l’Africa e il Medio Oriente, anche con il sostegno dell’Europa, sono all’origine dell’aumento dei flussi verso l’Europa e l’Italia continuerà a essere un punto di accesso importante per le persone in fuga.

Mettere al centro la protezione delle persone e non l’ossessione dei confini, fare del soccorso e del salvataggio la priorità delle politiche nazionali ed europee poteva – e doveva – essere il punto da cui ripartire il 3 ottobre di quest’anno. E invece, ancora una volta, l’Europa conferma e rafforza l’approccio repressivo e poliziesco, in tragica continuità con le politiche disumane e fallimentari adottate da oltre quindici anni.

A pochi giorni dalla commemorazione della strage che aveva indignato e commosso il mondo e dall’annuncio della conclusione di «Mare Nostrum», è partita, infatti, l’operazione «Mos Maiorum» promossa dal Consiglio dell’Unione europea e sotto la direzione dell’Italia. Un’operazione lampo di due settimane che prevede il dispiegamento di 18mila poliziotti degli Stati membri con l’obiettivo di fermare, identificare, arrestare migranti irregolari nei porti, aeroporti, stazioni delle città europee, di raccogliere informazioni rilevanti sui percorsi e le rotte, di individuare il modus operandi delle reti dei trafficanti. Una grande retata e una orribile operazione di schedatura che ha come vero obiettivo la criminalizzazione di chi varca un confine. Di chi fugge da guerre e miseria e spesso rischia la vita affidandosi, in assenza di alternative, alle organizzazioni criminali che di quelle politiche repressive continuano ad avvantaggiarsi.

Il peschereccio su cui persero la vita 366 persone poco più di un anno fa giace in fondo al mare e proprio in quel punto il 3 ottobre di quest’anno sono tornati i superstiti e i familiari per ricordare con canti funebri i loro morti, per raccontare una storia diversa.
A partire da quella storia si riscrivono le politiche. La storia di quello che hanno visto i sopravvissuti del 3 ottobre e di tutti i naufragi del Mediterraneo, di quello che non potranno più dimenticare e recheranno con sé ovunque andranno: l’orrore della morte dei compagni e dei fratelli, l’orrore dell’indifferenza.
Come si vive portando il peso di quelle immagini e la responsabilità di custodirne la memoria? Quelle immagini saranno i loro fantasmi o troveranno spazio di espressione che li metterà al riparo?

Da queste domande bisogna ripartire. Zerit, numero 83 nell’elenco dei sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre, ha ora 29 anni e ha trovato riparo in Olanda, ma non vuole più guardare in faccia il mare. Lui, biologo marino che amava il mare, è andato via, lontano da Lampedusa e dall’Italia. Zerit vuole «dimenticare il ricordo del ritmo affannato di una bracciata dopo l’altra», di quella notte in cui rimase solo, perdendo per sempre Samuel, suo fratello.
Nessuna installazione, nessuna esperienza sensoriale indotta, se pure artistica, potrà mai restituire l’orrore e la solitudine di Zerit, né il suono assordante e la luce accecante della Biennale di Venezia potranno mai divenire interruttori per la comprensione dell’altro.

Franca Di Lecce
 (pubblicato su Confronti di novembre 2014

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Dal 30 novembre al 12 dicembre a Parigi si terrà il 21° vertice mondiale sui Cambiamenti Climatici che sempre più investiranno un pianeta sfruttato e spremuto per sostenere stili di vita, di produzione e di consumo inaccettabili.

Vedi Volantino

Le alterazioni del clima globale sono parte gravissima dell’attacco alla salute dei popoli e alla loro stessa sopravvivenza, e come tali da combattere con una visione anticapitalistica, contro la mercificazione dell’atmosfera, per l’uscita dall’uso dei combustibili fossili, anche alla luce delle guerre scatenate per l’accaparramento di esse da parte dell’Occidente.

I cambiamenti climatici, ormai accertati da tutte le più autorevoli fonti scientifiche, esigono in prospettiva una riconversione ecologica dell'economia e della società.

  • In Italia e nel mondo sempre più catastrofi ambientali devastano la terra e milioni di persone perdono la vita: questo è un fatto!
  • I cambiamenti climatici dovuti anche alle “grandi opere”, come le grandi dighe e le cementificazioni, sono una causa importante dei processi di desertificazione e di grandi migrazioni: questo è un fatto!
  • Tutti noi siamo coinvolti e ne subiamo gli effetti; il Ministero della salute ci dice che in Italia ogni anno l’inquinamento atmosferico causa 30.000 morti:  questo è un fatto!
  • A Milano e Provincia sono 5000 le persone che ogni anno muoiono per gli inquinanti presenti nello smog: questo è un fatto!

Bisogna prendere atto del fatto che il modello economico basato sull’affidare prioritariamente al mercato, che opera seguendo la sola logica del profitto, necessita di un cambiamento radicale verso nuovo modello di sviluppo.

E’ necessario liberare l'economia dall’utilizzo delle fonti fossili in tutti i settori per un consumo in maniera diffusa ed integrata delle energie rinnovabili e considerare i materiali post-consumo come risorse, uscendo dalla logica dell’incenerimento e riusando, recuperando e riciclando materiali e risorse che non possiamo permetterci di sprecare.

Ma il cambiamento per una diversa economia richiede una partecipazione dal basso, dei cittadini in un contesto di democrazia partecipativa, capace di sovvertire la logica del potere che, sempre più, tende ad allontanare le persone dai centri decisionali, dalle scelte economiche, ambientali e sociali che li riguardano direttamente.

Il 28 ottobre 2014 Papa Francesco ai partecipanti all'incontro mondiale dei Movimenti Popolari esprimeva un pensiero molto forte: “... che sia una lotta senza frontiere, come senza frontiere è l’offensiva del capitale”.

La lotta al cambiamento climatico si affianca ai nostri NO alle privatizzazioni, alle "Grandi opere" inutili e devastanti, alla TAV, al MUOS, alle trivelle, agli inceneritori, … e richiede la necessità di operare insieme, dal basso ed in ogni territorio, per la realizzazione di un progetto di cambiamento concreto e condiviso.

Per questo è fondamentale aderire ed essere in tanti domenica 29 novembre, in ogni città, alla manifestazione internazionale per chiedere con forza un ridimensionamento delle prerogative del mercato a favore di una maggiore equità e giustizia ambientale e sociale.

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Il nucleare aveva fatto un cauto ingresso nella fantapolitica. Lo stop dato da Tremonti al disegno di legge sullo sviluppo economico, che contiene gli articoli sul rilancio del nucleare, aveva addirittura dato motivo a qualche commentatore di alludere a intrighi per la successione del «conducador».

Ma restiamo al reale e precisamente al ddl 1441ter-B, che è stato votato ieri dalla Camera e che dovrà ora tornare al Senato.

Che cosa prevedere?
Ormai le armi della propaganda sono spuntate, anche se essa continua incessante mescolando falso e incompetenza. Per esempio, abbiamo ancora nelle orecchie le castronerie che Fulvio Conti, amministratore delegato dell'Enel, ammanniva su RadioTre a un compiacente, si fa per dire, intervistatore. Ma al di là degli spot e del servilismo della stragrande maggioranza dei media, anche agli esponenti del governo tocca confrontarsi con la debolezza degli argomenti usati per il rilancio. Quanto ai costi, ci ha pensato Tremonti a sottolinearli.

Il nucleare non è «pulito»
Già nelle normali condizioni di esercizio delle centrali nucleari, dosi di radioattività dovute ai rilasci di routine colpiscono le popolazioni; ridurle al di sotto dei livelli fissati comporterebbe, a causa dei costi, la rinuncia al nucleare stesso, come conferma la commissione tecnica internazionale per la protezione dalle radiazioni (Icrp, n. 103 del 2007). Per i lavoratori di una centrale atomica la dose massima ammissibile è venti volte superiore.
Il problema delle scorie radioattive più pericolose e di vita lunghissima, del come limitare la loro contaminazione nel tempo e nello spazio, è ancora un problema di ricerca fondamentale. Riduzione della Co2? Anche a raddoppiare l'attuale potenza elettronucleare installata nel mondo - un mare di soldi, quanto tempo? e uno sforzo enorme, che infatti non è nei piani di nessun governo - si avrebbe solo un 5 per cento in meno di anidride carbonica. A fronte del 20 per cento in meno, che è l'obiettivo europeo, e del 15 per cento in meno degli Usa, e peraltro prima, al 2020.
In un senso più generale, il nucleare è poi ancora meno «pulito», non esistendo alcuna filiera nucleare che non proliferi armi atomiche. Come viene ricordato costantemente all'Iran di Ahmadinejad.

Il nucleare non è «abbondante»
Anche lo studio congiunto Nea-Iaea (le agenzie atomiche dell'Ocse e delle Nazioni Unite) di due anni fa non andava oltre, e con parecchio sforzo sulle stime, i 70-80 anni di riserva dell'uranio 235, che ovviamente si ridurrebbero drasticamente in corrispondenza a un maggior ricorso a quella fonte. guerre sull'uranio come sul petrolio?
A meno che non si ricorra all'uranio 238, ma allora si parla della tecnologia dei reattori veloci autofertilizzanti. È il leit motiv di Generation IV, il consorzio che vari paesi hanno costituito dal 2000 per il rilancio del nucleare, ma i tempi si stanno allungando al 2040.
A parte ogni considerazione sui problemi di sicurezza di quel tipo di reattori, saremo ben dopo il 2020 della Ue, che è diventato l'anno di riferimento per gli obiettivi anche per gli Usa e per la Cina.

Il nucleare non dà kwh a «basso costo»
I costi dichiarati dall'ente elettrico francese (EdF) e dal ministero dell'energia americano (DoE) allineano il costo del kwh nucleare a quello da idrocarburi: 5-6 cent di euro. Ma per il nucleare il costo non include quelli associati alla ricerca fondamentale che tale fonte ancora richiede. E il problema vero sono gli enormi esborsi di capitale per la realizzazione di una centrale atomica, già nei primi anni di costruzione, con un tempo di ritorno che è ottimistico valutare in vent'anni. Quale imprenditore privato è disposto a sobbarcarsi un tale differimento? E infatti ci vogliono gli incentivi dello stato, la mano pubblica che sottrae le risorse necessarie dalle tasche dei cittadini.

Un vampiro si aggira per l'Italia
Questi sono i fatti. Ormai abbastanza chiari anche al governo, con una differenziazione di ruoli in qualche modo scontata.
Berlusconi guarda ai tempi del provvedimento legislativo e non vuole proprio trovarsi tra i piedi alle elezioni regionali del 2010, in nome di un bluff sostanzialmente ideologico, la mappa dei siti per le centrali nucleari che va prodotta entro sei mesi dall'entrata in vigore delle legge. Scajola invece si erge a difesa del ddl e preme sui tempi, in omaggio al suo ruolo e pressato dall'industria. Sicuramente dalla francese Areva, quella dell'accordo con Sarkozy per i quattro reattori Epr, che è assetata di commesse.
Il mercato infatti è povero e, proprio per questo, la Siemens ha divorziato da Areva - complice la joint venture per il reattore finlandese con i suoi sovra costi e ritardi clamorosi - per andare a impalmare Putin, nella speranza che almeno in Russia si riesca a piantare qualche chiodo.
Le ispezioni a caccia di siti, che Areva sta compiendo in Italia con l'Enel, sono le preoccupazioni più attuali. Un vampiro cui è stato promesso il sangue dei contribuenti italiani in cambio di veleno radioattivo, e che non ha nessuna intenzione di mollare.
Per questo, per un segnale forte da dare all'esterno, non certo all'interno del Parlamento dove la sproporzione numerica non lascia margini, sarebbe bene che si esercitasse da parte dell'opposizione, segnatamente da parte del Partito democratico, una battaglia assai più «cruenta» di quella in corso

Gianni Mattioli, Massimo Scalia
Il Manifesto 2-7-09

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C'è voluto un po' di pazienza, ma finalmente il cielo è stato sgombrato da tutta la confusione generata dalla contestazione antinucleare degli anni ottanta del Novecento, uno dei periodi più oscuri della nostra storia.

Ricordate ? L'Italia aveva intrapreso con tanto successo la strada del nucleare: in pochi anni ben tre centrali nucleari (anzi, tutte diverse fra loro per provare più emozione) producevano elettricità dal Piemonte alla Campania; anche l'Italia aveva un proprio reattore nucleare militare segreto nella pineta del Tombolo, vicino Pisa; avevamo avviato i piani per una nave nucleare e avevamo stipulato contratti per partecipare alla costruzione della somma delle meraviglie, il reattore francese Superphenix a plutonio che avrebbe prodotto più energia di quella che consumava; e poi è partita la quarta centrale nucleare a Caorso, nella golena del Po con l'acqua del fiume che allagava i sotterranei; ma eravamo all'avanguardia anche nel ritrattamento del combustibile irraggiato con una via italiana, quella del trattamento del combustibile estratto da un reattore americano a ciclo torio-uranio, chiuso dopo pochi anni. E poi è venuta la crisi petrolifera e si potè pensare a costruire quaranta o anche solo venti centrali nucleari, sparse qua e là per l'Italia.

Che tempi, gente ! E tutto andava a gonfie vele fino a quando una manica di ragazzotti (alcuni non tanto ragazzi) si sono messi a leggere quella stampa pornografica che circolava in America e che raccontava di incidenti ai reattori, di plutonio, di scorie radioattive, di bombe atomiche e, qual che è peggio, di conti economici, di costi dell'elettricità.

Sono allora venuti i venti anni più disastrosi della nostra storia: Italia Nostra, Legambiente, radicali, un po' anche comunisti tutti a prendersela col nucleare, infami sciacalli che hanno approfittato dell'incidente al reattore americano di Harrisburg nel 1979, poi di quello sovietico di Chernobyl nel 1986, uno capitalista e uno bolscevico, e poi è cominciata la stagione dei referendum e a poco a poco i posti in cui installare centrali nucleari si sono ridotti a tre, a due, a uno e infine a zero, col referendum del 1987 che ha portato alla cancellazione del nucleare.

Neanche cancellato tanto perché i cittadini italiani hanno continuato a versare soldi per il reattore Superphenix, ricordate, quello che è stato chiuso dopo pochi anni di malfunzionamento; ma noi abbiamo continuato per anni a pagare nelle bollette della luce il costo di quella sciagurata impresa.
E' vero che anche nel buio della contestazione antinucleare alcune sagge voci hanno continuato a tenere vivo e diffondere il verbo e la tesi del grande errore: il paese - anzi come si dice, il sistema Italia - continua a pagare per aver dato retta a quegli ecologisti scatenati e ignoranti (ma forse anche, come alcuni hanno acutamente osservato, pagati dai petrolieri), con le loro ubbie di limitare i consumi energetici.
Ma finalmente è tornata la luce: il petrolio risulta scarso, le guerre del Golfo hanno mostrato quanto siano incerti i rifornimenti, il prezzo del petrolio e del gas aumenta, l'effetto serra scatena temporali, gli ecologisti intralciano le centrali elettriche a carbone e pattume; si va verso l'inverno e forse verrà a mancare la luce che illumina i campi sportivi e che accende le stufe elettriche.

Avete finalmente capito - lo ha indicato anche la recente assise del Consiglio Mondiale dell'Energia proprio a Roma nei giorni scorsi - che solo l'energia nucleare allontanerà la crisi energetica? I più autorevoli opinionisti sostengono la tesi del nucleare; anche il Papa, così attento ai diritti della vita, ha detto che le bombe atomiche vanno eliminate ma occorre «promuovere l'uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo rispettoso dell'ambiente»; e infine, per la maggior gloria dell'industria automobilistica c'è il sogno delle auto elettriche senza petrolio la cui elettricità, in così grande quantità, può essere fornita evidentemente solo dal nucleare.

I grandi movimenti ecologisti, impegnati contro gli Ogm, contro gli inceneritori di rifiuti, contro l'elettrosmog e magari contro le brutture dei motori a vento, hanno rallentato la morsa sul nucleare e tutto questo giova alla sua resurrezione, con qualche "ma però" ma con la strada sempre più spianata, magari con le prospettive del "nucleare non radioattivo", l'ultima barzelletta del nostro sciagurato paese.

Siamo sopravvissuti in pochi a ricordare che l'energia nucleare non è sicura, non è economica e non è pulita ed è indissolubilmente legata alle armi nucleari, le più oscene fra le merci oscene che sono le armi.
A ricordare le tonnellate di scorie radioattive che albergano in Italia e che nessuno sa dove seppellire o nascondere, e dei materiali radioattivi, cento volte maggiori, in circolazione nel mondo.
Sorprende che almeno la sinistra, quel che ne resta, sia assente da un grande movimento di contestazione della politica energetica, che significa poi della politica produttiva, dei rapporti internazionali, del territorio, dell'ambiente. Non si tratta solo di piangersi addosso sui rischi dell'effetto serra, ma di chiedersi che cosa occorre produrre e usare in un mondo di 6700 milioni di terrestri, metà dei quali sotto le soglie della sopravvivenza, in un mondo di città congestionate, nel Nord e nel Sud del mondo, e di enormi spazi deserti e erosi.

La resurrezione del nucleare è la condizione necessaria e sufficiente per far aumentare la violenza fra persone, fra popoli e nei confronti della natura, per compromettere le condizioni di vita delle generazioni future, per dilatare il divario fra ricchi e poveri, per impedire qualsiasi passo verso una revisione dei consumi e degli sprechi e per ostacolare una vera innovazione tecnico-scientifica capace di mettere le risorse naturali e energetiche del pianeta al servizio dei terrestri, nel rispetto di vincoli inviolabili come i limiti di tali risorse, del territorio e della capacità ricettiva dell'atmosfera e degli oceani.

Giorgio Nebbia
da liberazione.it novembre 2007

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Attenzione a quella mucca: avvelena il pianeta come un suv  Lo stile di vita della popolazione umana, esponenzialmente in crescita - sta per avere un impatto devastante sul clima globale.

I cambiamenti climatici cui assistiamo - con un tendenziale aumento delle temperature medie - sono causati principalmente dalle attività umane, le quali introducono giornalmente nell'atmosfera milioni di tonnellate di Co2, metano (con effetto serra 21 volte maggiore della Co2) e altri gas inquinanti... 

Pochi mesi fa, entrando direttamente nelle case di molti telespettatori, il film di Al Gore An Inconvenient Truth e quello di Nadia e Leila Conners The 11th Hour , scritto e narrato da Leonardo Di Caprio, hanno reso partecipe un sempre più vasto numero di persone del dramma ecologico attuale, introducendo negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in alcuni Paesi europei, l'era della consapevolezza ambientale. In questi film l'accento cade sui danni già noti causati dai sistemi industriali e di trasporto, che sono, a ben vedere, solo concause dei complessi fenomeni di cambiamento. Una mancanza fondamentale, infatti, è quella di sorvolare sui devastanti danni generati dall'impatto globale dell'agricoltura e della zootecnia intensiva.

Da almeno due decenni la letteratura scientifica pubblica dati sugli insostenibili consumi in termini di risorse (acqua, petrolio, cereali e soia che potrebbero essere consumati dagli esseri umani), generati dagli allevamenti zootecnici. Purtroppo sono sempre molti coloro che ignorano il problema derivante dal funzionamento del complesso apparato digerente dei ruminanti. Esso, operando in assenza di ossigeno, sviluppa grandi quantità di metano: ogni bovino presente sulla terra ogni giorno produce tanto gas serra quanto quello di un fuoristrada.

Il "complesso bovino occidentale" - come lo chiama Jeremy Rifkin - causa il 18% del riscaldamento terrestre globale. Una percentuale simile a quella delle industrie e addirittura maggiore rispetto a quella del settore trasporti (13,5%). Anche gli animali che non emettono grandi quantità di metano concorrono all'incremento di queste percentuali, se si calcolano le tonnellate di Co2 emesse dalla filiera per la produzione delle loro carni.

La problematica oggi riguarda non solo i Paesi ricchi, bensì tutti quei Paesi economicamente emergenti quali, ad esempio, la Cina. A denunciarlo è proprio un film che, partendo dalle stesse premesse formulate da Al Gore nella sua "scomoda verità", approfondisce le problematiche legate alla zootecnia. Si tratta di Meat, the Truth di Gertjan Zwanikken, nel quale Marianne Thieme, parlamentare olandese del Party for Animals, conduce interviste a diversi scienziati svelando, in un crescendo non privo di drammaticità, il peso della relazione tra i consumi di carne e i danni climatici che da essi derivano.

Il film, impostato sulla scia di The Meatrix (2003) e Our Daily Bread (2005), è stato presentato in anteprima per l'Italia alla dodicesima edizione di Cinemambiente a Torino.
Se il film di Zwanikken è certamente militante, non lo sono Nous resterons sur terre di Olivier Bourgeois e Pierre Barougier (2009) e The Age of Stupid di Franny Armstrong (Uk, 2008) nei quali il rapporto tra clima e allevamenti intensivi è rappresentato in maniera piuttosto esplicita nel primo e più velatamente nel secondo.

Siamo di fronte a un cambiamento di orizzonte nella nostra rappresentazione collettiva rispetto ai problemi dell'ambiente? Lo si potrà dire solo col tempo, anche se ce ne rimane poco. Secondo le proiezioni del World Watch Institute e dell'Onu, se non invertiremo la "curva" delle emissioni serra entro il 2015, supereremo la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura media globale, con conseguenze catastrofiche per tutta la biosfera terrestre e marina, che potranno palesarsi drammaticamente entro la metà del secolo.

Potrà verificarsi un'interruzione irreversibile della catena alimentare industriale, con conseguente impennata dei prezzi e razionamento delle derrate alimentari. Carestie e guerre diventerebbero ancor più frequenti per l'accaparramento delle poche risorse rimaste.
Stiamo letteralmente divorando la terra sotto i nostri piedi, non soltanto con le nostre industrie, le nostre costruzioni e le nostre automobili ma, soprattutto, con i nostri denti.

Ridurre i consumi di carne, partendo anche da un solo giorno a settimana, potrà dunque avere conseguenze molto positive sul clima. I nostri posteri sapranno rendercene merito solo se agiremo velocemente e su scala internazionale.

Alessandro Arrigoni  -  15/10/2009
www.liberazione.it

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Dall'89 a oggi sempre più missioni militari dalla Ue. La svolta europea per tradurre i «diritti umani» in operazioni armate parte dal Kosovo, poi si va in guerra con gli Usa. L'Afganistan e l'Iraq hanno mobilitato molte armi, soldati e ingenti risorse (per la guerra) tra una parte dei paesi dell'Unione europea. Mai così tanto (ad eccezione, forse, della ex Jugoslavia), mai in un modo tanto sbagliato.

I paesi europei hanno sin dall'inizio del secondo dopoguerra partecipato o promosso missioni militari fuori dai loro confini: durante la guerra fredda dentro la cornice neocoloniale o geopolitica dello scontro tra i blocchi, poi - dopo il 1989 - alternandosi tra adesione ai principi di un multilateralismo sotto il cappello delle Nazioni unite e un adeguamento subalterno all'unipolarismo di potenza degli Stati uniti o del suo prolungamento della Nato.
Oggi l'Unione europea dirige direttamente 14 missioni internazionali (di cui 4 in via di chiusura) e i suoi principali paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) partecipano mediamente a una trentina di missioni ciascuno, schierando complessivamente circa 100 mila soldati nelle aree di conflitto (vedi: «Economia a mano armata» su www.sbilanciamoci.org).

Le nuove guerre post'89
Gli anni '90 hanno visto l'esplodere di pesantissime e prolungate crisi militar-umanitarie: dalla ex Jugoslavia alla Somalia, dal Ruanda al Kosovo. E poi, scavalcando il decennio: l'Afghanistan e l'Iraq. Di fronte a quelle che la politologa inglese Mary Kaldor ha definito le «nuove guerre» - e alle sfide aperte dallo scenario post'89 - l'Unione europea ha cercato di darsi una organica politica di sicurezza e di difesa comune (rispettivamente denominate Pesc e Pesd), provando a unificare sforzi, risorse e strumenti (militari) e arrivando a ufficializzare nel 2000 una «Forza di reazione rapida» di 60 mila militari (schierabili in 60 giorni per almeno un anno) pronti all'uso in caso di crisi e conflitti internazionali in base ai cosiddetti «compiti di Petesberg» - cioè all'impegno preso nel 1992 dalla Comunità europea di agire unitamente per le missioni «di pace e umanitarie». Rimasta sulla carta la Forza di reazione rapida, (anche per l'ostilità degli Stati uniti, e della Gran Bretagna, contrari a una autonoma politica militare europea), l'Unione e i suoi paesi sono stati coinvolti in singole operazioni, sulle quali si sono registrate profonde divisioni interne.

11 settembre, guai agli imbelli
Il caso più eclatante è quello della guerra in Iraq che ha visto inizialmente l'adesione di Gran Bretagna, Polonia, Spagna e Italia e il rifiuto di Germania e Francia. Sui Balcani è andata meglio, come testimonia il recente varo dell'Eufor - poco meno di 7 mila soldati di ben 22 paesi della Ue - la prima (ad eccezione di un piccolo intervento in Macedonia denominato Concordia) vera grande missione solo europea che ha sostituito la Sfor (Stabilisation Force, a guida Nato) nel mantenimento della pace e della sicurezza in Bosnia Erzegovina. Questo processo di costruzione di un comune impegno europeo dentro un quadro di legalità internazionale è stato definitivamente stritolato - ricordiamolo ancora - dal dopo 11 settembre e dalla linea americana della «guerra preventiva» e della guerra «permanente» che ha trovato in Afghanistan e in Iraq i suoi banchi di prova e che domani potrebbe dirigersi verso altri paesi (Siria, Iran, chissà).

Ma già le bombe umanitarie...
Per la verità ll'inquinamento militar-umanitario era iniziato a propagarsi a dosi omeopatiche già da qualche anno. Un momento di svolta per l'Europa - prima dell'11 settembre - è rappresentato soprattutto dalla vicenda jugoslava, prima con la guerra etnica in Bosnia (1992-5) e poi con l'intervento in Kosovo (1999). Nel primo caso i paesi europei danno il maggiore contributo di uomini al contingente di caschi blu (oltre 100mila) inquadrato in varie missioni, tra cui l'Unprofor (United Nation Protection Force) in Bosnia Erzegovina. Queste missioni, rispettando la filosofia delle Nazioni unite, pur segnalando l'incapacità di intervenire sulla crisi in corso, avevano una caratteristica di terzietà rispetto a un conflitto etnico-nazionale di difficile soluzione.
Nel secondo caso (Kosovo 1999) - ed è qui la svolta - l'Europa abdica a un coinvolgimento di parte (a fianco degli Stati uniti) che la porta prima a offrire basi e soldati per una guerra («umanitaria») mai autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu e poi a partecipare a missioni sul campo (come la Kfor, Kosovo Force) a protezione degli obiettivi di quella guerra.
Delle contraddizioni e delle ipocrisie della guerra del 1999 e della missione della Nato che ne è seguita, ha tra l'altro testimoniato uno dei comandanti italiani di Kfor, il generale Fabio Mini. «La guerra dopo la guerra» è il titolo del suo libro: sintesi perfetta anche per l'Iraq e l'Afghanistan. Da allora, la deriva per le «missioni di pace» è continua. A fianco di missioni che hanno finalità e modalità di mantenimento della pace (Timor Est) o di interposizione (come nella Repubblica democratica del Congo)- una parte degli europei si presta alla strumentalizzazione bellica di missioni che continuano a essere ipocritamente definite di pace o «umanitarie».

Umani, umanissimi
Missioni di guerra vengono spacciate come missioni umanitarie (è questa la definizione che il nostro ex ministro degli esteri e attuale commissario europeo Frattini diede nel 2003 all'invio delle truppe in Iraq). E, autorevoli esponenti del laburismo inglese, hanno usato - a partire dal Kosovo e passando per l'Iraq- agghiaccianti espressioni come «imperialismo umanitario» o "democratico", fino a coniare per analogia con il New Labour, la definizione di «New Humanitarism», dove - ovviamente guerra e azione umanitaria vanno a braccetto. «In realtà -ricorda Gianni Rufini, docente di aiuto umanitario all'Università di York- l'origine di un umanitarismo che sfocia nell'intervento militare va ricercato in Francia alla fine degli anni '60, quando in occasione e successivamente alla crisi del Biafra (1967) Bernard Kouchner, fondatore di Medecins Sans Frontrières, invocò l'ingerenza umanitaria, che ovviamente non poteva non includere anche l'intervento militare. Non a caso Kouchner si è dichiarato a favore della guerra in Iraq».

Il civil bellico
A partire dagli anni '90 quasi tutti i paesi europei hanno cercato di praticare - teorizzandola - l'integrazione tra componente militare e umanitaria nelle missioni «di pace» (cioè «di guerra»). Si è cominciato con il Kosovo (o forse anche prima) e si è proseguito con l'Afghanistan e l'Iraq. In un primo tempo molte Organizzazioni non governative - affamate di soldi e di progetti - hanno accettato questa logica (si veda in Italia lla missione Arcobaleno del 1999) e le agenzie di cooperazione, governative e non, di diversi paesi (dalla Dfid in Gran Bretagna agli Stati uniti con Usaid) si sono in parte integrate, mettendosi al seguito delle guerre. E' il caso dell'Afganistan e dell'Iraq.

Ong in business
Il modello individuato da americani, inglesi, olandesi e altri è denominato Cimic (Civil-Military Co-operation) e ha trovato in Afghanistan con i Prt (Provincial Reconstruction Team) la sua concreta realizzazione. I Prt mescolano al loro interno militari, operatori umanitari, imprese di polizia locale facendo della collaborazione tra Forze armate e Ong l'asse strategico. «Molte Ong - ricorda ancora Rufini - si sono rifiutate ma le cosiddette Briefcase ONG si sono invece prestate attivamente. Fanno parte di quella schiera di organizzazioni opportuniste che fanno dell'umanitario solo un business».
Nei Prt sono coinvolti diversi paesi europei come Gran Bretagna, Olanda, Lituania, Spagna, Svezia, e Italia (che però recentemente ha annunciato di uscirne). Oggi una parte delle Ong si è tirata fuori da questa logica come testimoniano le posizioni della coalizione delle Ong internazionali (Ncci) presenti a Baghdad, lla sezione inglese di Save the Children che ha dichiarato i Prt «una minaccia per l'azione umanitaria» (come già sostenuto da Emergency), e Medecins Sans Frontières che ha ritirato da tempo la sua missione dall'Afghanistan.

Ripensamenti
L'«umanitarismo militare» ha avuto anche conseguenze sui governi: la ministra inglese per la cooperazione internazionale Clare Short si è dimessa nel maggio 2003 per l'incompatibilità tra la guerra in Iraq e i principi delle Nazioni Unite e della solidarietà internazionale, di cui con il suo ministero rivendicava di essere portatrice.
Ovviamente - per completare il quadro - «Unione europea» (e singoli paesi che ne fanno parte) non significa solo implicazioni o commistioni con l'Afghanistan e l'Iraq o con la politica imperiale degli Stati uniti. Sono decine le missioni preziose - in crisi difficili, spesso aree di conflitti complicati, non riconducibili a una matrice geopolitica o imperiale - in cui soldati europei (si pensi alle missioni a direzione Ue e Osce) sono impegnati rispettando il diritto e la legalità internazionale: dalla missione Minurso in Sahara occidentale per cercare di far svolgere il referendum per l'autodeterminazione, alla missione Monuc nella Repubblica democratica del Congo che ha permesso lo scorso 31 luglio lo svolgimento di elezioni democratiche. Va anche ricordato che la struttura umanitaria della Commissione europea, Echo (European Commission Humanitarian Office) è riuscita a intervenire in centinaia di emergenze umanitarie, senza sostanzialmente farsi condizionare dalle scelte politiche della Commissione e dei suoi paesi, e comunque senza mescolarsi con i militari. E non va dimenticato che la stessa Ue in diversi documenti ufficiali- ha fatto propria l'idea (di Alex Langer e di tanti pacifisti europei), anche se ancora sulla carta, di costituire dei «corpi civili di pace» (i cosiddetti «caschi bianchi») per promuovere una presenza nonviolenta nei conflitti del nostro tempo.

Si vedranno caschi bianchi?
Inoltre da alcuni anni è attivo il programma comunitario del «servizio volontario europeo» che prevede la partecipazione di volontari anche in programmi in aree di crisi e di post conflitto. Come per altri campi, anche in questo caso l'Europa è un «terreno di scontro» tra opzioni diverse: tra chi la vorrebbe insieme ai «berretti verdi» e chi invece con i «caschi bianchi» (e, perché no, con quelli blu, quando difendono sul serio la pace), tra chi la vorrebbe come una nuova «super potenza militare» e chi un nuovo soggetto di pace e solidarietà internazionale. E' una sfida complessa e incerta, ma inevitabilmente da percorrere fino in fondo.

Giulio Marcon
Campagna Sbilanciamoci!

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Medio Oriente. L’antico sistema di trasferimento di denaro, la hawala, nato nel Medio Evo islamico è oggi il principale strumento per le rimesse di chi arriva in Europa in fuga dalla guerra.

Fondato sulla parola e su una rete di intermediari, passa per Skype e Whatsapp. Agile e informale, permette di inviare soldi in due giorni, con costi di commissione bassissimi.
Un business crescente, sfruttato anche dai trafficanti di uomini per organizzare i viaggi verso il Vecchio Continente.

Yusuf vive ad Antiochia da due anni. È siriano, di Raqqa. È fuggito dalla guerra civile e dalla paura di venire arruolato dall’esercito governativo o dai gruppi islamisti che si dividono il nord del suo paese. A Raqqa ha lasciato la sua famiglia, ad Antiochia ha trovato un lavoro in un’organizzazione non governativa.
Yusuf teme per i suoi fratelli, facile preda dello Stato Islamico che della città ha fatto la sua “capitale” de facto. Fame e disoccupazione hanno spinto tanti a indossare le uniformi di gruppi jihadisti, uno stipendio di qualche centinaio di dollari per far sopravvivere la famiglia. E allora Yusuf fa quello che fanno tanti rifugiati siriani all’estero: manda denaro a casa.

Difficile passare per i canali tradizionali, che sia la Western Union o il normale circuito bancario. A Raqqa, poi, è impossibile. Per questo chi vive fuori dalla Siria ricorre ad uno dei più antichi sistemi islamici di trasferimento del denaro: la hawala.
Un metodo vecchio di secoli, figlio della ridondante ricchezza e frequenza dei commerci con Europa e Asia, che oggi ha trovato nei social network una via nuova: le transazioni vengono comunicate in tempo reale via Skype, Viber o Whatsapp.

Il sistema (hawala in arabo significa “trasferimento”) si fonda su una rete di agenti e sulla parola. Nessun contratto scritto, ma quasi un patto d’onore: il mittente contatta l’agente nel luogo in cui vive e gli consegna il denaro; l’agente comunica la somma ad un secondo intermediario nel posto in cui si trova il destinatario.

Il codice associato alla transazione viene girato sia a chi manda il denaro che a chi lo riceve. Il secondo agente contatta il destinatario e gli consegna la somma. In un secondo momento i due intermediari vanno a compensazione delle somme inviate e ricevute. Fatto.

Come nel Medio Evo, quando la hawala nacque per far fronte alle esigenze di pagamento delle merci inviate in tutto il mondo conosciuto, seta, stoffe, spezie: «Nasce come pratica commerciale nel Medio Evo islamico, con un impero musulmano che dà vita ad un’ecumene di proporzioni importanti – spiega al manifesto il professor Roberto Tottoli, docente di islamistica all’Università Orientale di Napoli – È uno strumento di garanzia dei pagamenti che sostituisce transazioni di tipo bancario. L’accordo con il partner delle operazioni viene suggellato da parole d’ordine e il network di contatti garantisce l’arrivo della somma di denaro in loco. Gli agenti, che nel tempo diventano vere e proprie società, non si scambiavano effettive somme di denaro ma andavano a compensazione in un secondo momento. Svariate forme di contratto vengono così sostituite da una realtà più agile, ripresa anche nel Mediterraneo e in Europa. Il mondo arabo stava estendendo la circolazione di beni dall’Oceano Atlantico fino all’Estremo Oriente».
«Giunge anche in Italia dove prende il nome di avallo. Ebbe successo perché era il tipo di transazione finanziaria più agile in periodi di stabilità. Ovviamente questa agilità è determinata dal fatto che si basa su un patto d’onore, su canali auto-garantiti, sulla fiducia dei contraenti».
grafico migranti CopiaE su costi di commissione molto più bassi di altri sistemi, che superano anche l’ostacolo religioso: «L’interesse sul prestito, riba, e il commercio aleatorio sono vietati dall’Islam – continua Tottoli – L’hawala no (a meno che non si palesino condizioni illecite) perché si tratta di un trasferimento legittimo con costi di commissione bassi. Da questo punto di vista la finanza islamica ha una componente più etica di quella capitalista: se nella pratica ha fatto suoi strumenti simili capitalismo, sul pianto formale ha sviluppato regole che prevedono la condivisione del rischio e la partecipazione formale alla circolazione finanziaria».

Yusuf manda ogni mese alla sua famiglia a Raqqa 500 dollari, che sostituiscono il lavoro in fattoria di cui vivevano prima del conflitto. La prima volta è entrato in contatto con un negozio di gioielli a Sanliurfa, sud della Turchia, ufficiosa “agenzia” di trasferimento del denaro.

Tramite Whatsapp l’intermediario ha comunicato al suo riferimento vicino Raqqa il nome del destinatario e il codice. Il giorno dopo il fratello di Yusuf si è visto consegnare il denaro. Il negoziate di gioielli si è preso una commissione di 20 dollari, il 4%, molto meno di una normale transazione con Western Union.

Così la hawala fa sopravvivere molte famiglie siriane nelle zone di conflitto e in quelle controllate dalle opposizioni, dove il sistema bancario è collassato. E fa sopravvivere soprattutto i più giovani: più facile evitare l’adescamento da parte dei gruppi armati. Secondo i dati raccolti dall’agenzia Onu Ifad, nel 2014 l’ammontare delle rimesse dei rifugiati siriani è stato pari a 84 milioni di dollari e nel 2015 è salito del 12%.

Un mercato in continua crescita perché fluido, informale e senza costi fissi: nel sud della Turchia agenzie ufficiose nascoste dietro insegne di barbieri e drogherie compiono anche 50 trasferimenti al giorno.
Se si allarga lo sguardo al resto del mondo, si stima che il valore annuo delle rimesse dei migranti, via hawala, si aggiri sui 390 miliardi di dollari: è virtualmente presente ovunque, Africa, Nord America, Sud-est asiatico. Non serve avere nulla, carte di credito o conti bancari, né mostrare il proprio documento di identità. E bastano 24-48 ore per far arrivare a destinazione il denaro.

E se le esigenze nel tempo sono cambiate, la hawala non ha perso attrattiva:

Il sistema è ormai ben collaudato: il rifugiato paga il viaggio al primo agente che versa il denaro al trafficante a rate, ad ogni tappa del percorso, dalla Turchia alla Grecia ai Balcani. È una parte terza che “protegge” il rifugiato: la somma completa arriva nelle mani del trafficante solo quando il rifugiato è giunto a destinazione.

Proprio perché quasi impossibile da tracciare, avulsa dai normali canali finanziari, la hawala è usata anche per fini illeciti. Le intelligence mondiali la conoscono bene: così ricevono fondi gruppi estremisti e terroristi, soprattutto dopo l’11 settembre.

È la via di approvvigionamento – dice l’Onu – delle cellule in Libia e Iraq da parte dell’amministrazione centrale in Siria dello Stato Islamico. Per l’Isis è una colonna portante del proprio sistema “statuale”, sia per ricevere – direttamente da privati e indirettamente dai paesi del Golfo – che per distribuire.

«Con la nascita degli Stati moderni – conclude il prof Tottoli – la hawala ha avuto successo in tutto il mondo islamico, fino al Pakistan e all’Asia dell’Est perché vi si scorge il modo di aggirare i vincoli di cambio e commissioni. Uno strumento antico ma informale, più conveniente.
Dopo l’11 settembre è emerso il problema del riciclaggio di denaro: l’informalità impedisce la tracciabilità dei flussi. Ma, da quanto ho potuto appurare, i procedimenti aperti negli Stati Uniti o in Europa si sono risolti negativamente perché spesso la circolazione di denaro tramite questi canali non è stata utilizzata per fini illeciti: con la presenza sempre più massiccia di comunità islamiche in Occidente la hawala ha vissuto nuove fortune. E con la crisi degli ultimi 4-5 anni e le guerre che sconvolgono il Medio Oriente è normale che si usino strumenti che garantiscano la circolazione di denaro quando è quasi impossibile accedere ai normali canali bancari
».

Chiara Cruciati
Il manifesto 3/9/2016

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Israele sta sperimentando nuove armi non convenzionali contro la popolazione civile di Gaza. E' la denuncia del New Weapons Research Committee, secondo il quale "si sta ripetendo nella Striscia ciò che è già avvenuto in Libano nel 2006, quando lo stato ebraico utilizzò nel conflitto contro l'organizzazione sciita Hezbollah il fosforo bianco.

Il Dense inert metal explosive (Dime) e gli ordigni termobarici, tre tipologie di strumenti di offesa riconoscibili per le caratteristiche delle ferite che provocano, nonché le bombe a grappolo e i proiettili all'uranio, che hanno lasciato tuttora sul terreno nel Paese dei cedri tracce di radioattività e ordigni inesplosi".

Si moltiplicano le evidenze dell'impiego di queste armi ora anche nella Striscia di Gaza anche se, precisa il NWRC, a causa del blocco degli ingressi ancora non sono state possibili verifiche dirette indipendenti. "Le immagini e le testimonianze che giungono dal conflitto - spiega Paola Manduca, professoressa di genetica dell'università di Genova e membro del NWRC - presentano significative somiglianze con quelle raccolte e verificate nella guerra di luglio e agosto 2006 in Libano".

Mads Gilbert, medico norvegese dell'organizzazione non governativa Norwac, attualmente al lavoro nell'ospedale Shifa, il maggiore di Gaza, segnala che "molti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate"; ferite, spiega, "che io sospetto siano ferite da armi Dime". Non solo, ma anche le immagini che arrivano da Gaza sembrano confermare i sospetti. Le ustioni riportate da alcuni bambini a Gaza, appaiono molto simili a quelle evidenziate nel 2006 dal dottor Hibraim Faraj, chirurgo dell'ospedale di Tiro e dal dottor Bachir Cham di Sidone. "Attualmente - sottolinea Manduca - ci arrivano report da medici e da testimoni informati che ci fanno ritenere che, oltre alle armi usate nel 2006, ulteriori nuove armi siano sperimentate oggi a Gaza. Questo rende necessario che ulteriori indagini scientifiche e tecniche siano intraprese".

In questi due anni il NWRC ha realizzato verifiche scientifiche con tecniche di istologia, microscopia elettronica a scansione e chimiche su biopsie da vittime della guerra del 2006 e insieme a dottori libanesi e palestinesi, ha raccolto casistica clinica e documentazione dalle quali emerge che bombe termobariche, Dime e armi a intensità subletale mirate sono state usate nelle guerre del 2006 in Libano, mentre Dime e armi mirate subletali sono state impiegate a Gaza. NWRC ha presentato una relazione di questo lavoro al Human Rights Council delle Nazioni unite, al Tribunale del popolo sui crimini della guerra in Libano ed è stato ascoltato dalla Commisione parlamentare di inchiesta sull'uranio impoverito del Senato. Inoltre ha collaborato con scienziati internazionali che hanno identificato l'uso di bombe a penetrazione con uranio, arricchito e impoverito, in Libano.
 
NWRC è una commissione indipendente di scienziati basata in Italia che studia l'impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree dove vengono utilizzate. Gli scopi della sua attività sono: ottenere prova delle armi usate; determinare i rischi a lungo termine su individui e popolazioni anche dopo la fine del conflitto; imparare a curare e proteggere i sopravvissuti attraverso indagini cliniche e predittive.

Ufficio stampa
Fabio De Ponte
www.newweapons.org
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L’Europa, seppur meno degli Stati Uniti d’America, mangia troppo. E soprattutto spreca troppo. Dalla Germania il giornalista Sebastian Hermann lancia l’allarme sulle pagine della Sueddeutsche Zeitung, ricordando che se tutti al mondo avessero la stessa voracità di noi europei, ci vorrebbero tre pianeti per produrre la quantità di cibo necessaria.

Il problema sta sia nella quantità che nelle abitudini alimentari che caratterizzano gli abitanti del vecchio continente: ipercaloriche e sempre più “carnivore”. Abitudini che portano sempre più persone ad avere problemi di salute, e che causano enormi problemi ambientali: dalla deforestazione necessaria a fare spazio agli allevamenti al fatto che per ricavare una bistecca di manzo da un etto occorrono tremila litri d’acqua!

Il reporter tedesco riporta sulla Sueddeutsche cifre degli ultimi rapporti della FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione con sede a Roma) che mettono abbastanza in allarme, soprattutto considerando che solo l’undici per cento della superficie terrestre può essere utilizzata per la produzione agroalimentare: un’area poco più di cinque volte l’Italia per sfamare tutto il mondo (guardate una qualsiasi mappa del globo per capire cosa significhi).

 Altri dati riportati? Dall’inizio del nuovo secolo solo nel 2004 la produzione mondiale di cereali ha superato il consumo; per nutrire l’intera popolazione mondiale, ai ritmi attuali di consumo la produzione di cibo dovrebbe raddoppiare; entro il 2050 molte specie di pesci commestibili rischiano l’estinzione.

Se si pensa che ad oggi le persone che soffrono e muoiono di fame sono circa 923 milioni (su 6,7 miliardi), nel 2050, quando la popolazione mondiale salirà a 9,3 miliardi, è facile capire che non si potrà più continuare con le abitudini alimentari che attualmente caratterizzano sì europei ed americani (ed il “mondo occidentale” in generale), ma che purtroppo stanno “contagiando” anche i sempre più “benestanti” popoli di giganti come Cina, India, Brasile, Messico e molti altri. Si stima che nel 2050, di questi 9,3 miliardi di persone un terzo patirà non è un problema che riguarda solo l’etica e l’aspetto umanitario, ma che dovrebbe portare a pensare agli sconvolgimenti che tutto ciò potrebbe causare, a partire da guerre (anche per l’acqua) fino ad arrivare alle enormi migrazioni che una situazione del genere comporterebbe.

Le abitudini alimentari e le risorse necessarie a soddisfarle non sono però l’unico problema, oggigiorno. Oltre a mangiare meno (e meglio!) per mangiare tutti, c’è da estirpare dalle nostre insane abitudini un’altra vera e propria piaga: quella dello spreco.

È dello scorso anno la ricerca dello Waste and Resources Action Program di Londra, in cui si rivelava che il Regno Unito butta via 6.7 milioni di tonnellate di cibo ogni anno, circa un terzo di tutto quello acquistato. Con quella ricerca si faceva notare come nella maggior parte dei casi ciò potrebbe essere evitato se solo si pianificassero meglio la distribuzione e l’immagazzinamento del cibo. Meno di un quinto dello stesso finisce inevitabilmente tra i rifiuti (ossa, bucce, noccioli), ma quasi un quarto dei 4.1 milioni di tonnellate del cibo che potrebbe fare a meno di finire nella spazzatura, viene buttato via intero, così come è stato comprato, senza essere stato né toccato né aperto. E di questo, almeno 340.000 tonnellate non è ancora scaduto quando viene buttato. Un ulteriore milione e duecentomila tonnellate viene semplicemente lasciato sui nostri piatti.

Oltre al dispiacere dovuto allo spreco, c’è da considerare che questo cibo ha un costo. Ogni anno nel solo Regno Unito si spendono 10.2 milioni di sterline per comprare e gettare cibo ancora buono, vale a dire una media di 420 sterline per famiglia (o 610 sterline per famiglia con bambini). I vari consigli locali, inoltre, sembrano spendere oltre un miliardo di sterline all’anno per una raccolta differenziata dei rifiuti organici che finiscono invece, per la maggior parte, direttamente in discarica. Soldi buttati letteralmente via. Questo è il caso britannico, ma tornando all’Europa la situazione non è molto differente da un Paese all’altro. Ed anche in questo caso non parliamo degli USA, incomparabili se si parla di spreco.

Lo spreco di cibo causa anche danni all’ambiente, sia quando viene prodotto che quando viene gettato via. La produzione agroalimentare è la principale causa di emissioni di gas serra, mentre per quanto riguarda lo spreco, appunto, il problema non è solo il metano rilasciato quando tale cibo si trova in discarica, ma anche l’energia spesa oltre che per produrlo, anche per immagazzinarlo e trasportarlo fino a noi. Sempre rifacendosi ai dati dello Waste and Resources Action Program, ogni tonnellata di cibo che buttiamo via inutilmente è responsabile di emissioni equivalenti a 4.5 milioni di tonnellate di CO2.

In Italia, come negli altri Paesi “avanzati” la situazione non è differente. Ma ora sta arrivando il momento in cui anche noi dovremo fare i conti con questo tipo di atteggiamento, se non per una questione di coscienza, per gli incredibili rincari che in questi anni stanno subendo i generi alimentari in ogni parte del globo.

Lo spreco di cibo è una sfida oltre che un problema, anche perché la maggior parte di noi non si rende nemmeno conto delle grandi quantità che ne produciamo. È un’altra grande eredità lasciataci da questo tipo di società usa e getta, che sta addirittura diventando, non solo nel campo alimentare, “compra e getta”. Ma, come sempre, è anche una buona opportunità, che ci dà la possibilità di re-imparare a risparmiare soldi, di vivere meglio e di ridurre il nostro impatto sull’ambiente.

Andrea Bertaglio
www.terranauta.it

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Vent'anni fa, nella sera del 17 gennaio 1991, «il cielo di Baghdad si illuminò a giorno»: così l'inviato del «manifesto» Stefano Chiarini - unico giornalista rimasto nella capitale irachena con Peter Arnett (Cnn) - testimoniò l'evento che avrebbe cambiato il mondo.

Scattava la guerra Usa di «Desert Storm», la prima, dopo l'89, non motivata con la necessità di fermare il comunismo «Il cielo si illumina a giorno sulla linea dell'orizzonte, oltre le palme e le luci limpidissime delle strade che conducono verso l'aeroporto in una delle notti più chiare di queste settimane di tensione. Squadriglie di bombardieri americani arrivano da ogni direzione, invano inseguiti da una contraerea i cui proiettili scrivono strisce rosse e gialle nella notte come in una sorta di fuochi d'artificio, tragici e mortali»: così testimoniava vent'anni fa Stefano Chiarini, inviato de il manifesto, l'unico giornalista occidentale rimasto a Baghdad oltre a Peter Arnett della Cnn. Sono, nel Golfo, le prime ore del 17 gennaio 1991. Inizia la «Tempesta del deserto», che apre la fase storica che stiamo vivendo.

Vent'anni fa, la scomparsa dell'Urss e del suo blocco di alleanze crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. Contemporaneamente, la disgregazione dell'Urss e la profonda crisi politica ed economica che investe la Russia segnano la fine della superpotenza in grado di rivaleggiare con quella statunitense. «Il presidente Bush colse questo cambiamento storico - racconta Colin Powell - Il presidente e il segretario alla difesa tracciarono una nuova strategia della sicurezza nazionale e costruirono una strategia militare per sostenerla. Quindi nell'agosto 1990, mentre il presidente Bush faceva il suo primo annuncio pubblico sul nuovo modo dell'America di affrontare la questione della sicurezza nazionale, Saddam Hussein attaccò il Kuwait. La sua brutale aggressione fece sì che noi mettessimo in pratica la nuova strategia esattamente nel momento in cui cominciavamo a pubblicizzarla».

Il Saddam Hussein, che decidendo d'invadere il Kuwait il 2 agosto 1990 dà modo agli Stati uniti di mettere in pratica la nuova strategia «esattamente nel momento» in cui viene varata, è lo stesso sostenuto fino a poco tempo prima da Washington. Negli anni Ottanta lo hanno aiutato nella guerra contro l'Iran di Khomeini, in quel momento «nemico numero uno» per gli interessi statunitensi nella regione mediorientale. Il Pentagono non solo ha fornito all'esercito iracheno armamenti, ma ha segretamente incaricato 60 ufficiali della Dia (Defense Intelligence Agency) di assistere il comando iracheno, fornendogli foto satellitari dello schieramento delle forze iraniane e indicazioni degli obiettivi da colpire. Su istruzione di Washington, anche il Kuwait ha aiutato l'Iraq, fornendogli consistenti prestiti per l'acquisto di armamenti.

Ma quando nel 1988 termina la guerra contro l'Iran, gli Usa cominciano a temere che l'Iraq, grazie anche all'assistenza sovietica, acquisti un ruolo dominante nella regione. E ricorrono alla tradizionale politica del «divide et impera». Dietro suggerimento di Washington, cambia anche l'atteggiamento del Kuwait, che esige l'immediato rimborso del debito contratto dall'Iraq e, sfruttando il giacimento di Rumaila che si estende sotto ambedue i territori, porta la propria produzione petrolifera oltre la quota stabilita dall'Opec. Provocando un calo di prezzo del greggio che danneggia l'Iraq, uscito dalla guerra con un costoso apparato militare e un debito estero di 70 miliardi di dollari, 40 dei quali dovuti a Kuwait, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo.
A questo punto Saddam Hussein pensa di uscire dall'impasse «riannettendosi» il territorio kuwaitiano che, in base ai confini tracciati nel 1922 dal proconsole britannico Sir Percy Cox, sbarra l'accesso dell'Iraq al Golfo.
Washington lascia credere a Baghdad di voler restare fuori dal contenzioso.
Il 25 luglio 1990, mentre i satelliti militari del Pentagono mostrano come imminente l'invasione, l'ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glasbie, assicura Saddam Hussein che gli Stati uniti desiderano avere le migliori relazioni con l'Iraq e non intendono interferire nei conflitti inter-arabi. Saddam Hussein cade nella trappola: una settimana dopo, il 1° agosto 1990, le forze irachene invadono il Kuwait.
A questo punto gli Stati uniti bollano l'ex alleato come nemico numero uno e, formata una coalizione internazionale, inviano nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70% statunitensi, agli ordini del generale Norman Schwarzkopf.

La guerra del Golfo del 1991 è la prima guerra che, nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale, Washington non motiva con la necessità di arginare la minacciosa avanzata del comunismo, giustificazione alla base di ogni intervento militare Usa nel «terzo mondo», dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dall'invasione di Grenada all'operazione contro il Nicaragua.
Con questa guerra gli Stati uniti rafforzano la loro presenza militare e influenza politica nell'area strategica del Golfo, dove sono concentrati i due terzi delle riserve petrolifere mondiali, e allo stesso tempo lanciano ad avversari, ex-avversari e alleati un inequivocabile messaggio. Esso è contenuto nella National Security Strategy of the United States (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti), il documento con cui la Casa Bianca enuncia, nell'agosto 1991, la nuova strategia: «Nonostante l'emergere di nuovi centri di potere gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione - politica, economica e militare - realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana».
È questa strategia alla base delle successive operazioni belliche statunitensi: dall'attacco alla Jugoslavia nel 1999 all'invasione - come vendetta e risposta immotivata per l'11 settembre - prima dell'Afghanistan nel 2001 e poi dell'Iraq nel 2003. guerre in cui l'Italia, dopo aver partecipato a quella del Golfo nel 1991, ha mantenuto il suo tragico ruolo di gregario

Manlio Dinucci
Il Manifesto 16/1/011

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SCHEDA - VENT'ANNI FA
Le cifre epocali del nuovo conflitto
Dal 17 gennaio 1991, per 43 giorni, l'aviazione statunitense e alleata effettua, con 2.800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciano complessivamente oltre 10 milioni di submunizioni. Vengono sganciate oltre 60mila tonnellate di bombe.

Partecipano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciano l'offensiva terrestre.
Essa termina il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.
Nessuno sa quanti siano stati i morti iracheni nella guerra del 1991: secondo stime approssimative, circa 200mila per quasi la metà civili.
Ufficiali statunitensi confermano che migliaia di soldati iracheni furono sepolti vivi nelle trincee con carri armati, trasformati in bulldozer applicando nella parte frontale grosse lame dentate.

Alla guerra segue l'embargo, che provoca nella popolazione più vittime dei bombardamenti: oltre un milione di esseri umani, con centinaia di migliaia di bambini.
Tutto questo prima della guerra del '98 di Clinton e di quella cosiddetta «inventata» - come se le altre avessero mai avuto legittimità - di Bush nel 2003.
Il gioco al massacro doveva continuare

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Le guerre sono il delitto più grande per l'umanità. Servono solo ai potentati politici per mantenere il dominio sul mondo e al potere economico-finanziario per conservare alto il loro profitto attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali e umane, incuranti delle sofferenze, delle violazioni dei diritti e delle devastazioni ambientali.

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L’amministrazione Bush ha sbagliato nella valutazione dei benefici e dei costi della guerra. Il presidente ed i suoi consiglieri si aspettavano un conflitto rapido e poco costoso. Al contrario abbiamo avuto una guerra che sta costando molto più di quello che nessuno poteva immaginarsi. 

Il costo delle sole operazioni militari americane – senza considerare, cioè i costi a lungo termine come quelli relative alla cura dei veterani feriti – supera già ora quello dei 12 anni della Guerra in Vietnam ed è più che doppio della guerra in Corea.
E, anche considerando lo scenario migliore, questi costi saranno almeno 10 volte maggiori di quelli della Prima Guerra del Golfo, tre volte maggiori di quelli della Guerra del Vietnam, e il doppio di quelli della I Guerra Mondiale. La sola guerra nella nostra storia che costò di più fu la II Guerra Mondiale, alla quale gli Stati Uniti parteciarono con 16,3 milioni di soldati in una campagna che durò quattro anni, sopportando un costo di circa 5.000 miliardi di dollari (su base 2007, considerando cioè l’inflazione). Con tutto l’esercito impegnato contro tedeschi e giapponesi, il costo per soldato fu di 100.000 dollari (su base 2007), mentre la guerra in Iraq costa più di 400.000 dollari per soldato.

La maggior parte degli americani ha già coscienza di questi costi. Il prezzo di sangue è stato pagato dai nostri volontari e dai “contractor” (i militari appaltati). Il prezzo in denaro è stato finanziato con prestiti. Le tasse per pagarli non sono cresciute – infatti. le tasse dei ricchi sono state ridotte. Il deficit sulla spesa dà l’illusione che le leggi economiche possano essere sospese, cioè che possiamo avere burro e cannoni. Naturalmente le leggi economiche non sono sospese. I costi della Guerra sono reali, anche se probabilmente differiti ad un’altra generazione.

 Alla vigilia della guerra ci fu una discussione sui probabili costi. Larry Lindsey, consigliere economico del Presidente Bush e capo del National Economic Council, disse che avrebbero potuto raggiungere i 200 miliardi di dollari. Ma questa stima fu considerata gonfiata dal Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld. Il suo deputato Paul Wolfowitz, suggerì che la ricostruzione post bellica avrebbe potuto ripagare tali costi tramite i ricavi sul petrolio. Mitch Daniels, direttore dell’ufficio di Direzione e Budget, e segretario di Rumsfeld, stimò i costi tra i 50 ed i 60 miliardi di dollari (considerando l’inflazione, tra i 57 ed i 69 milioni di dollari), una parte dei quali egli contava che sarebbero stati finanziati da altri paesi. Il tono dell’amministrazione fu sprezzante, come se le somme in gioco fossero minime. 

Anche Lindsey, sebbene avesse calcolato un costo di 200 miliardi di dollari, arrivò a dire: “La vittoriosa prosecuzione della guerra potrebbe servire all’economia”. Retrospettivamente, si può dire che Lindsey sottostimò grossolanamente sia i costi diretti per la guerra che quelli per l’economia. Assumendo che il Congresso approvi il resto dei 200 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2008, avremo stanziato un totale di 845 miliardi di dollari per le operazioni militari, per la ricostruzione, i costi delle ambasciate, la sicurezza delle basi americane e gli aiuti all’estero in Iraq ed in Afganistan.

Dopo il quinto anno di guerra, i costi operativi per il 2008 (per la guerra, quelli che potremmo definire le spese correnti) sono proiettati a superare i 12, 5 miliardi di dollari il mese solo per l’Iraq, più dei 4,4 miliardi del 2003, e con l’Afganistan il totale sale a 16 miliardi di dollari il mese. Il budget annuale delle Nazioni Unite è di 60 miliardi di dollari, oppure, se si vuole, è il budget di 13 stati dell’Unione. Anche così, questo non include i 500 miliardi l’anno per le spese normali del Dipartimento della Difesa. Non include altre spese segrete, come quelle dello spionaggio o degli altri fondi inclusi nei budget di altri ministeri. 

Siccome vi sono un mucchio di costi dei quali l’Amministrazione non tien conto, il costo totale della guerra è molto superiore a quello che risulta ufficialmente. Per esempio, gli ufficiali del governo dicono frequentemente che le vite dei loro soldati sono senza prezzo. Ma dal punto di vista dei costi, queste vite senza prezzo compaiono nel libro mastro del Pentagono semplicemente come 500.000 dollari – l’ammontare corrisposto ai parenti come risarcimento in caso di morte e per l’assicurazione sulla vita. Dopo l’inizio della guerra, questi risarcimenti furono aumentati da 12.240 a 100.000 dollari in caso di morte e da 250.000 a 400.000 dollari come assicurazione sulla vita. Anche se queste indennità state aumentate esse sono solo una frazione di quello che i parenti possono ottenere per la perdita della vita di un congiunto in un banale incidente automobilistico. Per quanto riguarda la salute e la sicurezza, il governo degli Stati Uniti valuta la vita di un giovane al massimo dei suoi futuri guadagni, sopra i 7 milioni di dollari – molto di più di quanto paga per la morte di un militare. Usando questo dato, il costo dei circa 4.000 soldati americani uccisi in Iraq supera i 28 miliardi di dollari.

Per la società i costi sono naturalmente maggiori che quelli indicate nel budget del governo. Un altro esempio di costi “nascosti” deriva dalla minimizzazione degli incidenti dei militari. La statistica degli incidenti del Dipartimento della Difesa riporta gli incidenti che accadono nelle azioni di combattimento – a carico del servizio militare. Così se un soldato è ferito o muore in un incidente notturno col suo veicolo, questo incidente viene indicato “non connesso al combattimento” – sebbene potrebbe essere troppo pericoloso per i soldati viaggiare durante il giorno. 

Infatti il Pentagono registra questi dati in due liste separate. Nel sito web del Dipartimento della Difesa si trovano gli incidenti ufficiali. Altri dati sono più difficili da reperire e sono disponibili solo alle condizioni del Freedom of Information Act. Questi dati mostrano che il numero di militari che dono stati uccisi, feriti o hanno contratto malattie è doppio di quello dei soldati uccisi in combattimento. Si potrebbe dire che una percentuale di questi casi è capitato a soldati non impegnati in Iraq. Ma le nostre nuove ricerche mostrano che la maggioranza di questi incidenti e malattie deriva direttamente dal servizio in zona di guerra. 

Dall’insana miscela dei fondi per l’emergenza, della dispersione dei dati e dalla cronica sottostima delle risorse per proseguire la Guerra, abbiamo cercato di identificare quanto abbiamo speso – e quanto spenderemo, in ultima analisi, quanto ancora dovremo spendere. Il dato al quale si arriva supera i 3.000 miliardi di dollari e i nostri calcoli si basano su assunzioni conservative. Queste sono concettualmente semplici, anche se occasionalmente tecnicamente complicate. Il dato di 3.000 mila miliardi ci sembra ragionevole e probabilmente l’errore è per difetto. È necessario dire che questo numero si riferisce solo agli Stati Uniti e non riflette il costo enorme a carico del resto del mondo o dell’Iraq. 

Fin dall’inizio, la Gran Bretagna ha giocato un ruolo cardinale – strategico, militare e politico – nel conflitto irakeno. Dal punto di vista militare l’UK ha contribuito con 46.000 soldati, il 10 percento del totale. Non sorprende, quindi, se l’esperienza britannica in Iraq è stata parallela a quella degli americani. Aumento degli incidenti, crescita dei costi operativi, scarsa trasparenza sulle spese, risorse militari sempre maggiori e scandali sulla squallide condizioni e sulle cure mediche inadeguate riservate alla maggior parte dei veterani feriti. 

Prima della Guerra, Gordon Brown, riservò 1 miliardo di sterline per le spese militari. Alla fine del 2007, la Gran Bretagna ha speso 7 miliardi di sterline per spese militari dirette in Iraq e in Afganistan (il 76% delle quali in Iraq). Questi soldi derivano da una speciale riserva supplementare, a disposizione del Ministero della Difesa. 

La riserva speciale è in cima al regolare budget per la difesa del Regno Unito. Il sistema britannico è particolarmente opaco: i fondi della riserva speciale sono usati dal Ministero della Difesa senza una specifica approvazione del Parlamento. Come risultato i cittadini inglesi hanno poca chiarezza sulle reali spese di guerra. 

Inoltre, i costi sociali del Regno Unito sono simili a quelli degli Stati Uniti – famiglie che hanno perso il lavoro per curare soldati feriti e diminuzione delle qualità della vita per migliaia di invalidi. 

Come per gli Stati Uniti vi sono dei costi macroeconomici per la Gran Bretagna, sebbene i costi a lungo termine potrebbero essere minori per due ragioni. La prima è che la Gran Bretagna non ha la stessa politica di sperpero fiscale e la seconda è che, fino al 2005, il Regno Unito era al netto un esportatore di petrolio. 

Abbiamo considerato che le forze britanniche sono state ridotte, quest’anno, a 2500 unità e che rimarranno a quel livello fino al 2010. Ci si aspetta che le forze inglesi in Afganistan cresceranno leggermente da 7000 fini a 8000 unità nel 2008 e rimarranno stabili per tre anni. Il Comitato per la Difesa della Camera dei Comuni ha recentemente scoperto che nonostante il taglio delle truppe, i costi per la guerra in Iraq aumenteranno del 2 percento quest’anno e i costi per il personale diminuiranno solo del 5 percento. Nel frattempo i costi delle operazioni militari in Afganistan è cresciuto del 39 percento. Se questo piano continua, le stime del nostro modello potrebbero essere significativamente troppo basse. 

Sulla base delle assunzioni indicate nel nostro libro, il costo di previsione per il Regno Unito per le guerre in Iraq ed in Afganistan fino al 2010 sarà superiore ai 18 miliardi di sterline. Se si considerano i costi sociali supereranno i 20 miliardi di sterline. 

Di Joseph Stiglitz e Linda Bilmes 
Joseph Stiglitz è stato l’economista capo alla World Bank ed ha vinto il Nobel Memorial Prize per l’economia nel 2001. Linda Bilmes è una docente di politica alla Kennedy School della Harvard University

Traduzione dall’inglese di Giuliano Cappellini per www.resistenze.org

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91° anniversario della i^ guerra mondiale – Costò all'Italia 650 mila morti e un milione tra mutilati e feriti.

4 NOVEMBRE 2009
DISARMIAMO LA FESTA, PER LA PACE,
PER DIRE NO A TUTTE LE guerre,
PER  IL RITIRO DELLE NOSTRE TRUPPE DALL'AFGHANISTAN,
PER IL TAGLIO DRASTICO DELLE SPESE MILITARI.

LE guerre SONO UN CRIMINE CONTRO L´UMANITA’,
UN MISFATTO CHE RUBA RISORSE AI BISOGNI SOCIALI, PRIMARI,
PER TRASFERIRLE AGLI  STRUMENTI DI MORTE
(30.000.000.000 di dollari è la spesa militare mondiale di 7 giorni; una somma potrebbe dare soluzione alla crisi alimentare mondiale per 1 anno intero (fonte FAO).

La Guerra in Afghanistan costa in euro 3 milioni al giorno per mantenere uno  stato di occupazione militare, circa 3000 uomini con gli strumenti di morte.
Ciò che l´Italia ha speso dal 2001 per la guerra avrebbe potuto produrre in quel Paese 600 ospedali e 10.000 scuole come indicano i dati forniti da Gino Strada.

Oggi 2009 sono in corso almeno 30 guerre con milioni di profughi e decine di migliaia di vittime (oltre 90% civili), quasi sempre ignorate, come in Congo o nello Sri Lanka.

Nel 2009 le spese mondiali per gli armamenti sono previste per 1.500 miliardi di dollari.
Intanto ogni 20 secondi muore un bambino per carenza d'acqua
1.000.000.000 di persone soffrono la fame.

Oggi, in Italia, la pace promossa dai nostri governanti, passa attraverso il Pacchetto Sicurezza, leggi repressive; uno stato sempre più autoritario che disdegna diritti e giustizia.

La nostra lotta per la pace passa attraverso la pratica politica del risveglio, della solidarietà attiva, dell’accoglienza, della sicurezza in democrazia, della chiusura delle basi militari, della conversione delle produzioni belliche in produzioni di beni per la vita, del disarmo unilaterale …

Può la crisi aiutarci a rivendicare questo diritto fondamentale che è la Pace e la fratellanza fra i popoli?

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PER COSA SONO MORTI?
Era partito per fare la guerra, per dare il suo aiuto alla sua terra.
Gli avevano dato le mostrine e le stelle e il consiglio di vender cara la pelle.
(...)
Ora che è morto la patria si gloria d'un altro eroe alla memoria.

Ma lei che lo amava, aspettava il ritorno d'un soldato vivo.
D'un eroe morto che ne farà se accanto, nel letto,
le è rimasta la gloria d'una medaglia alla memoria.
(Fabrizio De André, La ballata dell'eroe)

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C
ommento
Immagina di fare la guerra per fare la pace, immagina di fare l’amore per avere la verginità, immagina che il cielo è sempre più blù, immagina un 4 novembre al ritmo di rosso di tango, immagina che ridono tragicamente dei morti, quelli tuoi , quelli nostri, quelli loro.

Immagina… chi Infesta, chi NON è in Festa in questa Giornata delle Forze Armate.
Doriana Goracci

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Nei prossimi giorni verranno a scadenza due avvenimenti devastanti per la vita democratica del nostro paese sui quali insiste il Governo e la sua maggioranza: 

La prima è il 4 Novembre: ovvero come lo Stato Italiano sperpera 70 milioni di euro al giorno.

Il 4 novembre – unica celebrazione traghettata dal fascismo alla Repubblica - si continua a "festeggiare" le forze armate, cioè gli strumenti di guerra con tutte le loro glorificazione di forza, … un vero oltraggio al diritto alla vita.
Il primo diritto di ogni essere umano è il diritto di non essere ucciso, il diritto di vivere e di essere aiutato a vivere una vita degna; la guerra è nemica assoluta dell'umanità, un crimine supremo.

Il Governo della "Spending Review", del "Patto di stabilità", dello "Sbocca Italia", … delle crisi, spende ogni anno qualcosa come 24 miliardi di euro in spese militari, in riarmo, in partecipazione alle guerre: settanta milioni di euro al giorno. 
Uno sperpero enorme di risorse sottratte al popolo italiano che dovrebbe invece utilizzare per i servizi sociali, le scuole, la sanità, il lavoro, il diritto alla casa … per garantire i diritti umani fondamentali: principi sanciti nei primi 12 articoli della Carta costituzionale.

Siamo contro tutte le guerre e le violenze, per il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà.
Per questo chiediamo che:

  • vengano abrogate tutte le infami misure razziste che stanno provocando le stragi nel Mediterraneo e tutte le altre persecuzioni, dai campi di concentramento (CIE) alle deportazioni, dalla schiavitù alle vessazioni in cui si manifesta il regime di apartheid imposto in Italia a milioni di nostri fratelli e sorelle;
  • cessi immediatamente l'illegale partecipazione italiana alle guerre in corso, dall'Afghanistan al Medio Oriente.
  • Cessi l'orrore della produzione e della vendita delle armi italiane nel mondo, armi che stanno ovunque massacrando esseri umani.
  • ….

4 Novembre: ripudio della guerra e degli strumenti che la rendono possibile!
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La seconda è l'approvazione del Decreto Legge cosiddetto "Sblocca Italia". … “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive
Tutte le questioni del decreto, i relativi articoli (ben 45) e finanziamenti, sono trattati in maniera caotica, confusa,  senza alcuna logica di piano e di programmazione, creando le condizioni per un grande sperpero di pubbliche risorse e con l’obbiettivo centrale di smantellare norme che presiedono alla tutela del territorio, considerate un ostacolo agli interessi del partito del cemento, dai costruttori alla finanza speculativa e di risolvere per decreto l’opposizione democratica delle popolazioni, dei movimenti, delle istituzioni locali a scelte non condivise ed in profondo contrasto con i bisogni e gli interessi del Paese.

Tale decreto costituisce una gravissima violazione delle procedure democratiche previste dalla nostra Costituzione per la corretta legiferazione e dei rapporti tra potere legislativo, proprio del Parlamento e di quello esecutivo del Governo, nonché della Convenzione di Århus dell'Unione Europea firmata dal nostro Paese:  sull'accesso alle informazioni, la partecipazione dei cittadini al processo decisionale e l'accesso alla giustizia in materia ambientale. (Decisione del Consiglio del 17 febbraio 2005, 2005/370/CE)
Sul piano dei contenuti:

  • prefigura scelte catastrofiche per uno sviluppo ecosostenibile, per la tutela del Territorio, della Natura e della Biodiversità, in contrasto radicale con i gravi problemi dell’oggi, per nulla rispettoso del nostro Territorio. Si arriva al paradosso che le produzioni agricole di qualità, il nostro paesaggio, la produzione energetica da fonti rinnovabili, …  non sono attività strategiche. Il Governo e la sua maggioranza considera opere strategiche le trivelle, gli inceneritori, cemento delle Grandi Opere, le privatizzazioni ed alienazioni di beni demaniali, … fonti di profitto per poche multinazionali.
  • intensifica le attività petrolifere in area ad alto rischio sismico ed idrogeologico, come per la Regione Basilicata e Abruzzo, il rilancio di attività petrolifere addirittura nel Golfo di Napoli e in quello di Sorrento.
  • all'art. 35 si afferma che gli inceneritori "concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata ed al riciclaggio”. Sembra assurdo che il Decreto affidi la gestione dei rifiuti alle ciminiere degli inceneritori, mentre l’Italia dovrebbe puntare sulla necessaria riduzione dei rifiuti e all'economia del riciclo e del riutilizzo delle risorse. Bruciare i rifiuti significa non solo immettere nell’ambiente pericolosissimi inquinanti dannosi alla salute e all’ambiente ma trasforma in un grande affare, concentrato in poche mani, quello che potrebbe essere una risorsa economica per molti.
  • il decreto "Sblocca Italia", modifica profondamente la disciplina riguardante la gestione dell'acqua, arriva ad imporre un unico gestore in ciascun ambito territoriale, che individua, sostanzialmente nelle grandi aziende e multiutilities, una scelta privatistica e speculativa contraria alla volontà popolare espressa con il referendum del 2011: sottrarre l'acqua pubblica, i Servizi Pubblici e i Beni Comuni dalle logiche del mercato e del profitto.
  • sul tema dello stop al consumo di suolo Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, afferma: questo decreto Sblocca-Italia è così surreale e fuori dal tempo e dal luogo in cui ci troviamo a vivere, che è quasi impossibile scacciare il pensiero che a scriverlo non sia stato l’uomo della rottamazione (che però, siamo sicuri, lo ha battezzato), ma un manipolo di lobbisti disperati: quasi il risultato della clonazione del primo Tremonti, che favorì il pullulare dei capannoni oggi miseramente vuoti e abbandonati, ovunque”.
  • ….

Questo sciagurato decreto ormai rinominato ‘Rottama-Italia’ diventerà legge dello Stato.

La prima, e più importante, resistenza allo Sblocca-Italia passa attraverso la conoscenza, l’informazione,
la possibilità di farsi un’opinione e di farla valere.
Contrastare questo Decreto è un impegno specifico affinché le qualità intrinseche della nostra Terra, con tutte le sue fragilità, non vegano sacrificate in modo scellerato per interessi di pochi petrolieri, cementificatori e affaristi dei rifiuti e delle bonifiche.

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Il governo Renzi, scavalcando il Parlamento ma di sicuro in accordo col Presidente della Repubblica, si è solennemente impegnato al Summit Nato nel Galles ad aumentare la spesa militare italiana.

La Dichiarazione finale del Summit – articolata in 113 punti redatti a Washington dopo aver consultato al massimo i principali alleati (Gran Bretagna, Germania, Francia) – impegna i 28 membri della Nato, ai punti 14/15,  a «invertire la tendenza al declino dei bilanci della difesa».

Ciò perché «la nostra sicurezza e difesa dipendono complessivamente sia da quanto che da come vi spendiamo». Occorrono «accresciuti investimenti» per realizzare «i nostri obiettivi prioritari in termini di capacità»: a tal fine «gli Alleati devono dimostrare  la volontà politica di fornire le capacità richieste e dispiegare le forze che sono necessarie».

Per fornire le capacità richieste resta «indispensabile una forte industria della difesa in tutta l’Alleanza», soprattutto «una più forte industria della difesa in Europa e una accresciuta cooperazione industriale attraverso l’Atlantico: gli sforzi della Nato e della Eu per rafforzare le capacità della difesa sono infatti complementari».

Il documento ricorda quindi agli alleati che essi si sono impegnati a destinare al bilancio della difesa come minimo il 2% del loro prodotto interno lordo. Finora, oltre agli Usa che investono nel militare il 4,5% del loro pil, hanno raggiunto la soglia del 2% solo Gran Bretagna, Grecia ed Estonia.

L’Italia vi destina l’1,2%. Una percentuale apparentemente ridotta, falsata dall’ingannevole parametro spesa militare/pil: in realtà, trattandosi di denaro pubblico, quella militare va rapportata alla spesa pubblica. Secondo di dati ufficiali relativi al 2013, pubblicati dalla Nato nel febbraio 2014, l’Italia spende per la «difesa» in media 52 milioni di euro al giorno (avete letto bene!). Tale cifra però, precisa la Nato, non comprende diverse altre voci. In realtà, calcola il Sipri, la spesa militare italiana (all’undicesimo posto su scala mondiale) ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno.

Impegnandosi a portare la spesa militare italiana al 2% del pil, il governo Renzi si è impegnato a farla salire a oltre 100 milioni al giorno. Qualcuno potrebbe dire «verba volant». L’impegno non è però formale: la Dichiarazione del Summit prevede infatti che «gli Alleati verificheranno annualmente i progressi compiuti sul piano nazionale» in apposite riunioni dei ministri della difesa e nei futuri summit dei capi di stato e di governo.

Tutti gli alleati, infatti, dovranno «assicurare che le loro forze terrestri, aeree e navali siano conformi alle direttive Nato in materia di dispiegabilità e sostenibilità» e possano «operare insieme in maniera efficace secondo gli standard e le dottrine Nato». Ad esempio, poiché il governo Renzi ha impegnato l’Italia (anche qui scavalcando il Parlamento) a partecipare sia allo schieramento di forze militari nell’Est europeo in funzione anti-Russia, sia alla coalizione dei dieci paesi che, ufficialmente per combattere l’Isis, interverranno militarmente in Iraq e Siria, dovrà ovviamente essere l’Italia ad assicurare con adeguati investimenti aggiuntivi la «dispiegabilità e sostenibilità» delle forze aeree ed altre inviate in quel teatro bellico.

Oltre ad aumentare la spesa militare, il governo Renzi (sempre scavalcando il Parlamento) si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei «donatori» che forniranno a Kabul (leggi alla casta dominante)  un aiuto economico di 4 miliardi di dollari annui. Si è impegnato allo stesso tempo a partecipare a uno speciale fondo di sostegno per il governo di Kiev, candidato a entrare nella Nato insieme a Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia, allargando ulteriormente l’Alleanza «atlantica» ad est.  

Questi e altri impegni, assunti dal governo Renzi al Summit Nato, non solo trascinano l’Italia in nuove guerre e in un sempre più pericoloso confronto militare con la Russia, ma provocano un aumento della spesa militare diretta e indiretta che sottrae ulteriori risorse alla spesa sociale e alla lotta contro la disoccupazione. Che cosa si aspetta a fare di questa materia un fronte di lotta politico e sindacale? Che scendano in piazza i girotondini?
 
Manlio Dinucci
(il manifesto, 7 settembre 2014)

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Da settimane un gruppo di profughi vive in condizioni precarie all'interno di uno stabile abbandonato nel centro di Torino. Dopo una visita all'edificio e l'incontro con queste persone che scappano da zone di guerra, ho chiesto alla Commissione europea di intervenire affinché le istituzioni italiane, nazionali e locali, garantiscano il rispetto dei diritti dei rifugiati.

Lo status dei profughi e rifugiati politici è determinato e regolamentato dalla Convenzione di Ginevra.
A livello europeo, la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue e la direttiva 2005/85 del Consiglio sanciscono il dovere per gli Stati membri di accogliere le persone che fuggono da conflitti, guerre, situazioni di rischio per la loro incolumità e pandemie. Ancora, I diritti dei bambini sono riconosciuti universalmente dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia.

Queste sono solo alcune delle fonti giuridiche sovranazionali che ho citato, pochi giorni fa, in un'interrogazione parlamentare rivolta alla Commissione europea e avente come oggetto la vicenda di circa duecento profughi e rifugiati che da settimane vivono in condizioni assolutamente precarie all'interno di uno stabile abbandonato di Torino, l'ex clinica San Paolo. L'interpellanza è nata dopo una visita all'interno della struttura, insieme al consigliere regionale del Prc Alberto Deambrogio e a una rappresentante del Gruppo Abele.

Abbiamo incontrato queste persone, uomini, donne, bambini e persino un bambino di tre mesi, provenienti da Somalia, Eritrea, Etiopia e dal martoriato Darfur; l'unico aiuto che hanno ricevuto fino ad ora è stato quello del Comitato di Solidarietà profughi e migranti che si è costituito per gestire tale emergenza. Ma evidentemente la responsabilità di garantire i servizi essenziali a queste persone spetterebbe alle istituzioni: in particolare, il Comune di Torino, che si è in buona sostanza chiamato fuori dal problema, dovrebbe occuparsi dell'edificio, privato, occupato dai profughi, smaltendo I rifiuti presenti e riparando il sistema di riscaldamento, che non funziona.

Questo per ciò che riguarda il brevissimo periodo, mentre a garantire un futuro a questi uomini e donne dovrebbe pensarci lo Stato: in primo luogo, come sancito dalle normative internazionali, attribuendo loro il certificato di residenza e risolvendo l'urgenza abitativa. E' questo il primo passo per potersi inserire nella società, cercare un lavoro, accedere all'assistenza medica e dunque cominciare una vita dignitosa nel nostro Paese. Ma lo Stato non si e' ancora preso carico di tutto ciò.

La nostra visita all'ex clinica è servita ad accendere I riflettori dell'opinione pubblica e soprattutto delle istituzioni locali su tale vicenda: gli enti locali dovrebbero sopperire alle mancanze del livello nazionale, provvedendo subito a conferire la residenza anagrafica ai rifugiati. Mentre, quindi, nel capoluogo torinese, anche grazie alla nostra mobilitazione, la società civile e la classe politica locale si sono almeno resi conto della situazione, ho voluto chiamare in causa l'Europa per quanto riguarda un comportamento delle autorità italiane che ho reputato non conforme alle normative comunitarie. All'esecutivo europeo ho chiesto in particolare se questa indifferenza nei confronti di duecento rifugiati non possa ripercuotersi sugli altri Paesi membri: non è la prima volta che l'Italia nega ai profughi i loro diritti, e gli Stati membri, soprattutto quelli che confinano con il nostro Paese, potrebbero evidenziare questa disparità di trattamento verso persone che l'Ue impone di tutelare.

Vittorio Agnoletto
segreteria@vittorioagnoletto.it

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I bombardamenti israeliani in Libano rischiano di provocare una catastrofe ecologica senza precedenti per il Mediterraneo. L'allarme lanciato dal ministro libanese dell'Ambiente, Yakub Sarraf, e' stato prontamente raccolto da Bruxelles che ha mobilitato la protezione civile europea per cercare di limitare i danni di inquinamento marittimo provocati soprattutto dai raid israeliani contro i serbatoi di nafta della centrale elettrica di Jieh, 25 chilometri a sud di Beirut.

L'aiuto urgente, spiega la Commissione europea, e' necessario per intervenire su una marea nera provocata da una grossa quantita' di carburante - da 10 a 35 mila tonnellate - che si e' riversata in mare contaminando circa 80 chilometri di costa su 220.

Ma il disastro ecologico si sarebbe gia' allargato anche alle acque territoriali siriane per oltre un chilometro, provocando l'allarme di Damasco e, senza alcun intervento, la situazione rischia di peggiorare ulteriormente. Le correnti potrebbero infatti allargare l'area interessata all'inquinamento fino a lambire anche altre coste piu' a nord e quindi investire Cipro, la Turchia e la Grecia.
Oltre alla marea nera, provocata da bombardamenti avvenuti il 13 e il 15 luglio scorsi, il carburante, bruciando ininterrottamente, ha provocato un vasto inquinamento atmosferico con la formazione di una grande nube tossica che provocherebbe problemi anche per l'intervento degli operatori sia dal mare che dalla terra.

''Le guerre causano sofferenza umana enorme, ma anche grave distruzione ambientale'', ha commentato il commissario Ue all'ambiente, Starvos Dimas, che ha disposto la mobilitazione della protezione civile Ue. ''La perdita di carburante sulla costa libanese puo' intaccare la vita e la salute della popolazione libanese e dei paesi vicini, cosi' come dell'ambiente marino in tutta l'area. Con l'aiuto del Centro di monitoraggio della Commissione, gli Stati membri Ue saranno in grado di provvedere ad un'assistenza coordinata con esperti e materiale specializzato'', ha aggiunto il responsabile Ue.

Diversi Stati, ha fatto sapere Bruxelles, hanno gia' risposto all'appello lanciato dalle autorita' libanesi che ritengono di poter beneficiare, in particolare, dell'aiuto di quei paesi come l'Italia, la Gran Bretagna, la Spagna o la Francia che hanno gia' utilizzato equipe di esperti per far fronte a maree nere.
Secondo un primo calcolo delle stesse autorita' libanesi, i soli danni ambientali provocati dai bombardamenti ammonterebbero a circa 50 milioni di dollari e la zona di mare da ripulire e' cosi' vasta che difficilmente, anche grazie ad un intervento massiccio, sara' possibile prima della prossima estate.

(ANSA) - BRUXELLES, 29 LUG 2006

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È comprensibile, benché paradossale, che quanto più una situazione è complessa tanto più forte si manifesti l'esigenza della chiarezza. Il bisogno di chiarificazione induce a semplificazioni. È ciò che accade nella discussione sulla missione in Libano.

Oggi, a dispetto di chi vorrebbe formule «nette», non è possibile disegnare quadri univoci: non è condivisibile né la certezza di chi si dice sicuro che «si va a fare la guerra» né quella opposta di chi dà per certo che siamo dinanzi ai primi vagiti della «pace perpetua» in Medio Oriente.
Vi sono aspetti indubbiamente positivi, a cominciare dal fatto che questa missione è profondamente diversa non solo da quelle nelle quali il governo Berlusconi ha coinvolto l'Italia ma anche dalle guerre «democratiche» e «umanitarie» appoggiate dal centrosinistra negli anni '90.

È diversa in primo luogo per il suo scopo e per il contesto regionale: l'esito della guerra ha visto la vittoria della resistenza libanese e la sconfitta di Israele e oggi la missione è richiesta da tutte le parti sul terreno.
È diversa questa missione anche per ciò che attiene al contesto generale, che vede da un lato la ripresa d'iniziativa, potenzialmente positiva, delle Nazioni Unite e dall'altro le evidenti difficoltà dell'unilateralismo anglo-americano. Riconoscere i rischi non toglie che l'unica alternativa oggi all'interposizione sarebbe l'immediata ripresa delle ostilità e il divampare di una guerra verosimilmente più disastrosa delle precedenti.

I rischi, appunto. In primo luogo la risoluzione non contiene clausole relative all'occupazione israeliana delle fattorie di Sheeba (così come nulla dice del Golan e della West Bank), mentre legittima una iniqua asimmetria nella misura in cui destina la totalità delle forze di interposizione in territorio libanese. Per quanto concerne il ruolo di Hezbollah tutti i paesi che partecipano alla missione lo considerano un affare interno al Libano, ma Israele pretende il disarmo delle milizie e ha già ripetutamente dimostrato di non voler accettare soluzioni diverse.
Vi è poi il problema dello schieramento di caschi blu lungo il confine con la Siria e, in prospettiva, la questione del comando della missione. È bene evocare - per dichiararlo sin d'ora inaccettabile - il rischio che possa ripetersi la vicenda delle guerre nei Balcani e quella del colpo di mano con cui tre anni fa la Nato si impossessò del comando di tutte le operazioni in Afghanistan, trasformando la missione Isaf in una guerra americana di aggressione e occupazione.

Come si vede non sarebbe ragionevole ridurre l'insieme di questa trama di problemi a uno slogan. Del resto proprio l'ambiguità che la caratterizza potrebbe rivelarsi proficua poiché racchiude potenzialità che sta alla politica mettere a frutto.
Le condizioni in cui la missione sta maturando tengono aperta la possibilità di sviluppi positivi per il conflitto israelo-palestinese (con l'estensione dell'intervento di interposizione lungo il confine di Gaza e della Cisgiordania) ma anche di passi significativi in direzione dell'unica sua accettabile risoluzione, che implica la creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano.
Il fatto che oggi Israele si veda costretto a riconoscere l'autorità dell'Onu è una circostanza che rende insostenibile la sua violazione di oltre 70 risoluzioni internazionali, ponendo all'ordine del giorno la questione del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati nel 1967.

Sarà fondamentale la concreta volontà delle parti e quella dei paesi che partecipano alla missione. Per quanto concerne l'Italia, la responsabilità del governo attiene anche alla sorte della nostra partecipazione alla missione in Afghanistan. A connettere quest'ultima alla missione in Libano vi sono problemi di bilancio: posto che sarebbe inaccettabile che gli ingenti costi di Unifil gravassero sui già magri capitoli della spesa sociale, ne segue che il governo dovrebbe decidere di ritirare le nostre truppe dall'Afghanistan.
Che questo venga sostenuto oggi anche da chi lo scorso luglio votò la proroga della missione militare dimostra la giustezza della battaglia di chi invece vi si oppose, e autorizza la speranza che tale battaglia venga fatta propria da un più vasto schieramento di forze.

A raccomandare il ritiro dall'Afghanistan vi sono però anche ragioni politiche: il ritiro gioverebbe, come ha osservato Cesare Salvi, alla credibilità della missione in Libano poiché impedirebbe di confonderla con qualsiasi «missione occidentale» di guerra.
Siamo di fronte, come ha sottolineato Tommaso di Francesco, ad un quadro estremamente complesso. Ma non bisogna avere paura delle contraddizioni. Ritrarsene non giova a risolverle. Occorre invece, con consapevolezza e coraggio, farsene carico e intervenire in esse senza perdere di vista né rischi né opportunità.

Alberto Burgio
il Manifesto 27/8/06

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E' uno spettacolo per stomaci forti. Un'immagine davvero inguardabile, quella dell'Italia nelle ultime settimane, con un'accelerazione preoccupante negli ultimi giorni. Appena il tempo per rendersi conto che, davvero, il precariato viene riaffermato per legge come destino, componente essenziale della nostra nuova costituzione materiale, ed ecco giungere il colpo di scure sugli «assegni sociali» (forse l'unica misura in qualche modo efficace contro gli aspetti più scandalosi della povertà, capace di «tenere a galla», sia pur a fatica, alcune centinaia di migliaia di persone prive altrimenti di ogni possibile fonte di sopravvivenza), subito seguito, come in una doccia scozzese, dalla brusca retromarcia.

Apprendiamo, sempre più sconcertati, che l'obiettivo non erano tutti gli oltre 700.000 disperati, dal percorso lavorativo accidentato e dunque senza mezzi sufficienti a garantir loro la sopravvivenza, che venivano condannati a finire sommersi, ma solo una parte di essi. Gli stranieri. Le poche decine di migliaia di disperati che, quelli sì, possono crepare. L'errore era da attribuire alla fretta di qualche peone leghista, non troppo uso alle questioni tecniche dell'attività legislativa, che aveva fatto riferimento a un periodo di almeno dieci anni di «attività lavorativa» anziché - ingenuo - alla necessità di «residenza sul territorio italiano», finendo di mettere nello stesso calderone «i nostri» con gli «altri».
I salvati con i sommersi. Come dire «fuoco amico», subito corretto con una nuova modifica alla manovra che ripristina il sano principio che vuole gli italiani a bordo, e gli stranieri ad affogare. E non si sa se sia meno disumana la prima versione del provvedimento, o la seconda. L'insulto universalistico ai poveri senza bandiera, o la selezione spietata in base all'etnia.

Tutto questo, nel giorno in cui da Bruxelles arriva una condanna esplicita per quanto riguarda i rischi di xenofobia e di razzismo impliciti in alcuni provvedimenti di governo e nell'azione delle nostre forze di polizia, in particolare per quanto riguarda i rom, le condizioni «inaccettabili» in cui sono costretti a vivere, e gli abusi e le discriminazioni cui sono sottoposti. Né si tratta solo di ciò che avviene «in alto».

A livello politico e di governo.
La rottura degli argini della civiltà, la logica del rancore e del disprezzo, la pratica della segregazione e del rifiuto guadagnano spazio nel sociale. Conquistano aree di popolazione fino a ieri considerate immuni. Viaggiano dagli avvelenati municipi del nord-est ai quartieri popolari di Napoli, con un popolo ridotto a irriconoscibile plebe impegnato a scaricare sugli ultimi la propria miseria sotto forma di un odio nuovo, informe, velenoso e contagioso. Sono una risorsa crescente, e tendenzialmente inesauribile, per chi vuol guadagnare consenso politico. Hanno un potenziale dirompente, maggiore di ogni ragione e di ogni interesse. Superiore a ogni pacato ragionamento. Ad essi, sembrano arrendersi tutti, nell'universo della politica che vuole «contare».

E infatti le voci che nell'arena parlamentare si oppongono sono flebili, quasi inudibili.
Nel pragmatismo che tutto sembra aver avvolto, nello sfacelo dei vecchi partiti trasformati in ombre di se stessi, la difesa dei valori universalistici di eguaglianza e pari dignità sembrano aver cessato di aver corso legale. Ma di questo ci eravamo fatti, in qualche maniera, una ragione. O comunque, avevamo incominciato a comprenderne il meccanismo d'innesco.

Quello che appare persino più preoccupante, e più difficile da decodificare, è l'estenuazione e la tendenziale estinzione di quei valori, di quel «comune sentire», di quella sensibilità nella stessa società italiana. Nei suoi codici di comportamento e di valore.
E' questa nuova, imprevedibile, «durezza». Questa irriconoscibile insensibilità di massa, che fa girare il volto ai bagnanti davanti ai cadaveri stesi sulla spiaggia delle due bambine rom affogate qualche giorno fa sul litorale napoletano. Che fa ignorare le decine di morti quasi quotidiani nel canale di Sicilia. Che lascia incendiare le baraccopoli di Ponticelli senza fiatare, per condivisione, o sopportazione, o pigrizia.
E' questa improvvisa crudeltà dell'essere, nuda, senza ornamenti ideologici, senza argomentazioni né giustificazioni, ciò che spaventa, perché è la precondizione mentale delle sciagure storiche. L'anticamera esistenziale delle guerre civili o delle apocalissi culturali. La forma interiore dei tempi bui.
Ed è su di essa che dovremo interrogarci senza posa, per comprenderne l'origine e la terapia, più che sulle alchimie di un «politico» in ampia misura perduto. Più che sugli esisti dei congressi e sui destini di soggetti collettivi drammaticamente svuotati. Più che sulle maggioranze futuribili e tendenzialmente intercambiabili. Perché da ciò dipenderà, davvero, la possibilità o meno di riprendere il filo spezzato di un percorso comune e civile.

Marco Revelli
Il Manifesto 31/7/08

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Di seguito riportiamo una sintesi dell'incontro "Le parole che vogliamo: NO alle violenze - SI alle emozioni" che si è tenuto il 25 novembre 2015 presso la sede dell'Assoc. Dimensioni Diverse.

Come ogni anno, in occasione della "Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne" si moltiplicano le iniziative per deprecare e combattere una brutalità perpetrata dall'uomo sulla donna.
Anche lo "Spazio Donna" dell'Assoc. Dimensioni Diverse ha voluto organizzare un incontro, uno scambio di riflessioni tra uomini e donne sul tema della violenza contro le donne.

La proiezione iniziale del video "Io canto le Donne" recitato da Lella Costa,  https://www.youtube.com/watch?v=4sDVTDd5KLE è servita per stimolare i presenti ad esprimere riflessioni ed opinioni in merito.

Di seguito alcuni passaggi che crediamo possano servire per continuare a riflettere.

La questione femminile è una questione che fonda le sue radici nel patriarcato, una forma palese di violenza che incide pesantemente sull'organizzazione sociale ed economica.

Il potere maschile limita fortemente la possibilità della donna di emanciparsi, di sviluppare una propria autonomia, di acquisire qualche privilegio, … al punto che quando ciò avviene, scatta nell'uomo una reazione violenta.

Le donne non sono soggetti deboli, bisognosi di tutele, sono persone in grado di autodeterminarsi, di scegliere liberamente il proprio modo di essere, di vivere.
Ecco perché è indispensabile riprendere i rapporti tra le donne, con le pratiche e i percorsi dei femminismi, per ridare spazio e peso alla politica delle donne.
Sappiamo dai dati della "Casa delle donne maltrattate" che una donna su tre ha subito una qualche violenza e che queste per il 70% avvengono in famiglia o tra conoscenti.

«l’Istat ci fa sapere che in Italia ogni tre morti violente, una riguarda una donna uccisa per mano del proprio partner».
Ci viene anche comunicato che è in forte aumento la violenza psicologica.

Illuminante la frase di Alda Merini: "Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri"  a significare quanto incidono i rapporti sociali.

Ed è la donna ad essere la più svantaggiata, al punto che anche nel caso delle violenze più brutali: vessazioni, stupro, stalking, … la donna mostra sottomissione, fa molta resistenza a procedere alla denuncia.

Le ragioni sono le più diverse, tuttavia la gran parte hanno origine dal forte legame che la donna ha con la propria natura che la porta ad essere fortemente protettiva del bene altrui.
Per questo la "denuncia" del male subito le appare come una sua colpa, una vergogna.

Significativa al proposito la citazione dal libro "Amore e Violenza" di Lea Melandri  "Anziché limitarsi a deprecare la violenza, invocando pene più severe per gli aggressori, più tutela per le vittime, forse sarebbe più sensato gettare uno sguardo là dove non vorremmo vederla comparire, in quelle zone della vita personale che hanno a che fare con gli aspetti più intimi, con tutto ciò che è più familiare ma non per questo più conosciuto".
E' un forte richiamo alla necessità di mantenere viva una introspezione di sé per far emergere la forza e i valori della propria diversità di donna-madre.

Senza dimenticare che la "violenza" è comunque parte intrinseca dei rapporti concorrenziali, di produzione economica e sociale di questa nostra società.

Lo si può notare in particolare in questa fase di crisi economica, di precarizzazione del lavoro, delle prospettive di vita, in cui le violenze snaturano dignità e umanità. Le forme di razzismo, l'aumento delle destre fasciste, sono parte di quelle politiche subalterne alle economie che richiamano sempre più potere; e sono le guerre, le devastazioni, …

Così è possibile notare quanto la gioventù stia assumendo atteggiamenti sempre più esasperati con un progressivo peggioramento negli anni.
Così come i mass media con i loro messaggi, a dir poco, morbosi, distorcenti la realtà producono ulteriori esasperazioni, "paure", …

Sintomatico esempio è come hanno e stanno trattando i gravi fatti di Parigi, ma anche come la reazione dei governi inducono a reazioni violente: militarizzazione dei territori, aumento delle spese per la sicurezza, offensive di guerra, … Tutto questo per "non rinunciare ai nostri valori" e si stanziano soldi, 500 euro, da dare ai giovani per la "cultura".

La cultura, quella scolastica, nei suoi programmi ministeriali, non trova credito alle problematiche dei diritti, della giustizia, delle diversità, della violenza, … tematiche importantissime lasciate alle singole sensibilità.

La giornata di oggi, quello della violenza sulle donne, ci insegna l'importanza di ripensare al valore dei rapporti con la gente, la capacità di ascoltare ed esprimere ciò che pensiamo, valorizzare le diversità, la condivisione, … pratiche della normalità ma anche rivendicative di nuove dimensioni della giustizia e delle libertà.
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Alla fine ci siamo divertiti con il video: https://www.youtube.com/watch?v=BKezUd_xw20

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Alcune riflessioni su migrazione, capitalismo e rivolte sociali.

I. INTRODUZIONE

Questo testo nasce da alcune domande pratiche collegate al ruolo di un incontro ECOFIN (Consiglio di Economia e Finanza, che si riunirà dal 30 settembre al 1 ottobre) e di una manifestazione convocata da un sindacato europeo che avrà luogo il 29 settembre, durante il No Border Camp di Bruxelles (dal 25 settembre al 3 ottobre). Nel corso di vari dibattiti abbiamo discusso la nostra posizione rispetto a questo vertice. Le nostre riflessioni si sono rapidamente mosse verso "LA" crisi attuale e i suoi effetti sociali e politici, allo stesso tempo verso l'aumento delle politiche e dei comportamenti razzisti, verso le rivolte sociali e i movimenti di massa. Le riflessioni su questi effetti costituiscono la ragione principale di questo testo, sullo sfondo della settimana a Bruxelles a fine settembre. Da un punto di vista radicale contro le frontiere e per la libertà di movimento proponiamo qui alcune idee sul "movimento No Border", sulle relazioni tra le politiche economiche e anti-immigrazione europee e sull'attuale propagarsi delle rivolte sociali. Spunti che sperano di portare a riflessioni, discussioni... e azioni.

II. A PROPOSITO DEI NOSTRI LIMITI

Per cominciare abbiamo riflettuto su come gli "attivisti No Border", nel senso più vasto, mettono solitamente in relazione le politiche migratorie con quelle economiche. In questi discorsi possiamo distinguere due poli principali, tra i quali si stanno facendo spazio una varietà di posizioni e dibattiti contro le frontiere.

Due correnti
Da un lato si trova la corrente radicale, che si definisce sulla base di un discorso per la totale libertà di movimento e per la presa di posizione contro le frontiere, contro lo stato e il capitalismo. Questo discorso, spesso collegato ad azioni dirette, vuole contestualizzare la lotta contro le politiche anti-immigrazione in una critica al sistema capitalistico. Ciononostante la forma in cui questo discorso viene espresso è ridotta a un totale rifiuto di tutte le strutture capitalistiche, il che raggiunge solamente le persone già schierate. Dall'altro lato si trova la corrente moderata, che pone l'enfasi sul processo di regolarizzazione dei migranti e sull'opposizione ai centri di detenzione. Questo discorso solitamente arriva a un binario morto di fronte alla questione di tracciare un collegamento fra le strutture economiche e politiche in cui le politiche anti-immigrazione sono inserite.

Paradosso
Sappiamo che questi discorsi differenti condividono il concentrarsi principalmente sulla repressione contro i migranti. L'insistenza su questo tema è comprensibile - si tratta dell'aspetto più vergognoso della situazione dei migranti, ciò che loro stessi considerano come prioritario: uscire dal circolo della repressione e vivere una vita "normale". Nonostante questo pensiamo che esista una debolezza in qualche modo "scelta", un aspetto unidimensionale dei discorsi no border. La gestione capitalista del lavoro dei migranti e i suoi effetti sulle questioni economiche e sui diritti sociali non è quasi mai stata utilizzata come argomento centrale nella lotta alle frontiere e per la libertà di movimento. Inoltre possiamo affermare che, se si esclude la Frontex, gli organismi del cosiddetto "potere europeo" sono stati complessivamente risparmiati dalle critiche e dalle azioni del movimento No Border, nonostante la determinante importanza organizzativa degli stessi rispetto alla gestione dei movimenti migratori.

Sottovalutare questi aspetti costituisce dal nostro punto di vista un paradosso: siamo in molti a pensare che la gestione delle migrazioni rivela la vera faccia del capitalismo, e ci permette di guardare attraverso le future tendenze nell'evoluzione delle nostre società (militarizzazione delle frontiere e della società in generale, sviluppo delle tecnologie di controllo, precarizzazione del lavoro, diritti sociali e distruzione della libertà d'espressione...). Nonostante questo accade di rado che, partendo dalla questione della migrazione, siamo in grado di sviluppare discorsi o azioni che riguardino altri aspetti della società.

III. MIGRAZIONI NELLO SVILUPPO DELL'EUROPA ECONOMICA E SECURITARIA

La migrazione esiste ovunque, a livello internazionale o locale; collegata a guerre, lavoro o studi; come risultato dei cambiamenti climatici o di incontri. Molti di noi non parlano la lingua dei propri nonni, non vivono dove vivevano i nostri genitori, e i nostri movimenti non si arresteranno. "Migranti" o "nativi", le uniche identità impresse su di noi, sono stampate dallo stato sulla carta o dalla pubblicità e dalla tv nelle nostre menti; si tratta di identità che ci sono estranee. La classificazione tra "migranti" e "nativi" non ha più senso. Comunque, coloro che vengono comunemente chiamati "sans papiers" sono migranti particolari - i loro diritti non esistono, sono costretti alla clandestinità e rappresentano la figura dello "straniero" definitivo. Il sistema capitalista li rende marginali e applica su di loro politiche specifiche. Queste politiche e il loro collegamento con "il resto della società" è ciò che ci interessa analizzare.

Lo sviluppo delle politiche migratorie europee dovrebbe essere analizzato nel contesto dello sviluppo dell'Unione Europea, nella misura in cui si tratta del processo di un sistema economico che sta aprendo il proprio mercato del lavoro. Osservando la storia dell'UE e il processo di ingrandimento che ha avuto luogo nel corso dei suoi 60 anni di vita possiamo notare che la gestione capitalista dei movimenti migratori è direttamente collegata alla situazione economica. Periodi di crisi o di crescita economica possono trasformare radicalmente le politiche migratorie, cosa che a sua volta può avere effetti enormi sulle politiche economiche e securitarie.

Le onde della migrazione
Nel secolo scorso, dopo la seconda guerra mondiale, la migrazione legata al lavoro ha cominciato ad intensificarsi. La prima ondata migratoria importante, negli anni ‘50 e '60, era costituita da migrazione "industriale", in particolare dall'Europa meridionale e da altri paesi mediterranei verso i paesi del nord. Trenta anni più tardi la caduta della "cortina di ferro" provocò una nuova ondata migratoria proveniente dall'Est, attirata dall'immagine della "vecchia Europa sicura". Contemporaneamente a questo processo il numero dei non-europei che tentavano di raggiungere l'Europa aumentava di anno in anno.

Possiamo evidenziare una differenza fondamentale fra le politiche migratorie degli anni '50 e quelle dagli anni '80 in poi. In principio le industrie e le miniere richiedevano manodopera consistente e a basso costo, il che implicava una migrazione relativamente "aperta". Successivamente la de-industrializzazione, la fine della piena occupazione e l'aumento della disoccupazione di massa ha determinato una drastica restrizione delle condizioni migratorie. Questa differenza nella gestione dei movimenti migratori mostra gli interessi economici come il criterio principale utilizzato dal sistema capitalista per determinare le proprie politiche migratorie.

Dall'architettura securitaria...
Oggi, nel contesto dell'Europa allargata, l'architettura del sistema istituzionale europeo ha raggiunto una nuova dimensione ed un livello più elevato in termini di cooperazione tra stati (Dublino II) e procedure di sicurezza. Dal collasso dell'Unione Sovietica le frontiere del "progetto Europa" si sono espanse, e l'Unione (Europea, ndt) si è messa all'opera per realizzare un'imponente architettura securitaria, basata sullo sviluppo di nuove tecnologie e su enormi possibilità finanziarie. Durante il primo passaggio questo ha significato la costruzione di centri di detenzione e l'aumento di controllo sociale a livello nazionale. In secondo luogo paesi come Italia, Spagna e Grecia hanno cominciato a costruire sempre più meccanismi di difesa contro l'immigrazione, con l'aiuto dell'agenzia europea di migrazione Frontex. Questi paesi costituiscono la barriera interna fondamentale contro la famigerata "invasione dell'Europa". Infine si assiste ad una esternalizzazione dei confini ai paesi mediterranei come Libia, Tunisia e Marocco in cui fondi europei vengono utilizzati per costruire centri di detenzione e per incrementare il controllo delle frontiere. Le morti ai confini nel Mar Mediterraneo e le condizioni dei centri di detenzione come quello di Pagani a Lesbo non sono prodotte dagli interessi di una singola nazione, ma sono parte delle strategie economiche e migratorie europee.

...all'architettura del mercato del lavoro
Parallelamente all'aumento di repressione e militarizzazione dei confini assistiamo alla ricostruzione del mercato del lavoro. La parte difficile per i governi è mantenere l'equilibrio che permetta un controllo effettivo di questo mercato. Dal punto di vista economico i governi utilizzano l'immigrazione in due modi differenti: da un lato tentano di controllare l'immigrazione per rispondere a bisogni economici; si tratta di un'immigrazione limitata e specializzata. Dall'altro lato usano l'immigrazione per fomentare la competizione fra i lavoratori, e di conseguenza limitare le istanze sociali e precarizzare il mercato del lavoro.

Selezione di permessi per il lavoro (in funzione ai bisogni di mercato), flessibilità (lavoro nero, lavoro part-time), riduzioni agli stipendi, attacchi ai diritti sociali, disintegrazione delle pensioni, costante aumento degli affitti. Tutte queste dinamiche possono solo essere osservate come la parificazione delle condizioni di lavoro dei lavoratori locali alla situazione che i migranti conoscono già da molto tempo, con la clandestinità come bonus speciale. E' questo l'obiettivo dei governi e delle istituzioni europee. In principio le condizioni lavorative e le pratiche sociali vengono applicate ai migranti, legittimando questo particolare status con il fatto che si tratta di stranieri privi di diritti. In un secondo momento le tecniche di gestione dell'immigrazione verranno applicate a tutta la popolazione. Naturalmente alla base di queste dinamiche sta l'argomento diffuso che vuole gli stranieri "improduttivi e approfittatori di benefici", tacciati come responsabili di tutti i disastri economici e sociali delle nostre società.

UE: la scalata
Queste strategie di controllo della migrazione e della popolazione mostrano dove sta andando l'Europa: verso una politica migratoria stabile, misure sociali rigide (o meno, a seconda della situazione dell'economia interna) ed un nuovo euronazionalismo promosso per conquistare la propria posizione di attore globale nel mercato globale, con Germania e Francia in testa. L'obiettivo a lungo termine è liberalizzare il mercato e smantellare lo "stato sociale", e sopravvivere alla competizione con i "signori dello sfruttamento" USA e Cina. Questa nuova ideologia di euronazionalismo si basa sullo sviluppo di una coscienza storica europea successiva alla seconda guerra mondiale. La storia è stata riletta per ridefinire una nuova Europa, che ha imparato dalle due guerre mondiali e che si muove verso la cooperazione "pacifica" tra stati sul piano economico e politico. Questa teoria si dimentica della guerra sociale in atto, dello sfruttamento di lavoratori e migranti, e delle guerre "umanitarie" in atto così come di altre operazioni di "peacekeeping", perpetrate tramite la NATO o meno, da parte di vari paesi europei in Serbia, Afghanistan, Iraq o Somalia.

Gli anni passati hanno mostrato come questo ambizioso progetto sia assai difficile da realizzare. A livello politico il rifiuto della Costituzione Europea da parte di alcuni stati membri ha danneggiato il "sogno europeo". A livello economico la crisi finanziaria, cominciata al principio del nuovo secolo, ha arrestato la crescita economica mostrando ancora una volta gli effetti della competizione mondiale, della sovrapproduzione e della speculazione. In questo periodo di crisi e (per il momento) di fallimento nel perseguire tali obiettivi, una delle principali domande è: come proveranno i governi-stato a riparare la gestione della "minaccia finanziaria"?

IV. PAURA E PATRIOTTISMO AI TEMPI DELLA CRISI

Sono passati due anni da quando le banche e i mercati azionari hanno cominciato a collassare. Miliardi di euro sono stati sperperati; le banche prescelte sono state rimesse in piedi con incredibili profitti; altre rimangono instabili; il crollo dei mercati azionari e dell'euro continua. Presto la crisi del sistema finanziario è divenuta crisi degli stati. Dopo aver tentato di tutto per salvare il sistema finanziario i governi cominciano a "far pagare la crisi" alle persone: Grecia, Romania, Spagna, Gran Bretagna... Questa ennesima crisi del capitalismo è, al solito, un'opportunità meravigliosa per i governi e per le istituzioni internazionali: i piani di austerità, per i quali si è votato o si voterà, sono veri e propri piani di distruzione sociale.

Piani di austerità come sviluppo logico
La prima occasione per realizzare un atto reale verso la "gestione della crisi europea", dopo l'intervento del FMI in Romania, è stata la crisi dovuta al debito di stato in Grecia. Il capitale internazionale, nella forma di UE, FMI e stato greco tenta di trasformare il paese nel campo per un esperimento sociale con cui provare una nuova dottrina-shock. Molti diritti sociali, difesi dai lavoratori da tre decadi a questa parte, vengono aboliti nel giro di due anni. Il primo pacchetto di provvedimenti varati dal Parlamento greco il 6 maggio ci mostrano in che modo: tagli ai salari fino al 30%, congelamento di stipendi e pensioni nel settore pubblico. A tali provvedimenti su stipendi e pensioni seguono un aumento dell'imposta sul valore aggiunto e tasse speciali su tabacco, alcol e scommesse. Alcuni cambiamenti si verificheranno anche nel sistema sociale: tagli alle pensioni e ai sussidi di disoccupazione, smantellamento della sicurezza sociale. La successiva ondata di provvedimenti è stata preparata per l'anno prossimo, sotto stretta sorveglianza della "commissione di controllo". Gli effetti delle politiche di austerità stanno cominciando a produrre i loro effetti: tagli massivi all'occupazione, sempre più posti di lavoro part-time e creazione di impiego temporaneo di massa.

Infine i piani di austerità imposti nello scenario de "LA" crisi sono sicuramente un nuovo passo nel processo di precarizzazione del lavoro, nell'applicazione delle tecniche di gestione dell'immigrazione come mezzo di gestione della popolazione. Ben lontane dall'essere politiche straordinarie, queste riforme anti-sociali sono la logica continuazione di dinamiche che cominciarono con la creazione e lo sviluppo del "progetto" europeo. La specificità di tali provvedimenti va ricercata nella loro particolare violenza sociale; nella contestualizzazione di questi all'interno di un quadro politico sempre più razzista basato sulla sicurezza; e all'interno di un sistema politico fondato sulla gestione della paura.

Politiche della paura e patriottismo
Se consideriamo i discorsi promossi dai governi possiamo affermare che questi giustificano la gestione della crisi con argomentazioni dettate dalla paura; paura di cui lo straniero è la principale causa. La gestione della paura come meccanismo atto alla trasformazione sociale opera in maniere diverse. Una è la creazione di paura fisica, basata sulla figura di giovani migranti delinquenti, volta a legittimare lo sviluppo delle tecniche di controllo (presenza poliziesca, telecamere, archiviazione di dati...) e delle strutture di repressione (costruzione di carceri e centri di detenzione, leggi sulla "libertà", giustizia elastica...). Questa paura sussume varie forme simboliche, basate specificamente su "differenze inconciliabili" tra Islam e "stili di vita occidentali". Ecco dunque che le controversie su presunte abitudini riguardo la maniera di vestire (velo), la sessualità (poligamia), il cibo (carne hallal e agnelli sacrificali), non sono altro che manipolazioni simboliche create per dare l'impressione di una minaccia che incombe sulle tradizioni occidentali, e della superiorità di queste sugli arcaici costumi musulmani. Inoltre è in corso un processo di creazione di paura economica, basata sulla scarsezza di lavoro e sulla figura del migrante lavoratore, volta all'accettazione finale della precarizzazione del lavoro.

Queste politiche della paura si articolano naturalmente attorno al concetto di crisi. Che servano ad investire miliardi nelle banche o per imporre riforme anti-sociali, i discorsi dei governi rimangono gli stessi: "Nel contesto della crisi sono necessari alcuni sacrifici per salvare il nostro sistema". Questo appello al patriottismo economico è anche appello al patriottismo culturale, in un'ottica basata sull'identità nazionale, per una società minacciata dal pericolo dell'immigrazione. In questo modo i governi si presentano come difensori degli elettori, e capitalizzano la rabbia popolare dovuta alle ingiustizie capitalistiche contro la figura del migrante, nemico definitivo sul piano economico, fisico o culturale, sia dentro che fuori. Questo processo vuole nascondere che le conseguenze della crisi sono le stesse per i "nativi" e per i "migranti": un peggioramento delle condizioni di vita ed il controllo intensificato su tutti gli individui improduttivi (lavoratori licenziati, disoccupati privati dei sussidi, migranti reclusi ed espulsi).

Dalla xenofobia al cosmopolitismo?
Da un punto di vista sociale possiamo prevedere che le attuali riforme produrranno effetti che vadano verso due principali direzioni: da un lato una messa in discussione delle istituzioni e forse addirittura del sistema capitalistico; dall'altro un crollo identitario ed un'affermazione di sentimenti e discorsi xenofobi. Queste due direzioni potranno sembrare in contraddizione, ma in realtà sono spesso complementari. In forma organizzata sono espresse dall'avanzamento dei partiti di destra e delle questioni razziste in seno al lavoro di alcuni sindacati. In forma individuale la mescolanza di sentimenti anti-istituzionali e anti-immigrazione si sta sviluppando in maniera allarmante. Qui sta la sfida centrale per il movimento No Border, ma anche il principale pericolo: nel rischio del rafforzamento e dell'affermazione di sentimenti xenofobi durevoli, nel rischio del ritorno a un'Europa nazionale e nazionalista, sempre più chiusa e razzista.

Tale mescolanza di sentimenti riflette una realtà che il movimento No Border non può non affrontare: nelle nostre società l'immigrazione e la maniera in cui essa viene gestita rappresenta spesso un punto di rottura, la cristallizzazione del dibattito che vorrebbe finalmente decostruire il rifiuto dell'altro. Questo avviene a livello urbanistico (creazione di banlieues e ghetti), a livello culturale (interdizione del velo), e a livello economico (accettazione della competizione sul lavoro su base nazionale, ma senza i migranti). E' ancora valido affermare che migrazioni e contaminazioni fra i popoli si sono sempre verificate; oggi questi fenomeni raggiungono un tale livello che non possono essere lasciati da parte in una presa di posizione politica dignitosa.
Il numero di esseri umani sulla terra; le disuguaglianze sociali e internazionali create dal sistema capitalista; la crescita di enormi megalopoli; lo sviluppo dei mezzi di trasporto; il fascino della presunta società dei comfort e le tecnologie di propaganda; tutto questo contribuisce a fomentare le migrazioni e a riaffermare le disuguaglianze, che di ritorno stanno generando tensioni. Partendo da questo contesto, o piuttosto al di fuori di esso, in che modo è possibile sviluppare città cosmopolite e ottenere la coabitazione pacifica e fluida di più culture e stili di vita differenti? La domanda rimane aperta...

V. MOVIMENTI SOCIALI E PROSPETTIVE

Qualcuno possiede risposte a questa domanda. Dove noi promuoviamo il cosmopolitismo, i governi giocano con le tensioni tra le varie comunità e fanno leva sulla paura verso l'altro. Nonostante questo cominciamo ad assistere allo sviluppo di movimenti sociali che si oppongono alle politiche economiche dei governi, ad esempio in Romania e Grecia. In Grecia un movimento eterogeneo con vari obiettivi politici ha protestato contro i piani di austerità di governo, FMI e UE. Il maggiore successo di tale mobilitazione, principalmente controllata dagli organismi socialdemocratici, è avvenuto il 5 maggio quando centinaia di migliaia di persone da tutta la Grecia hanno preso parte alle manifestazioni più partecipate dalla fine della dittatura greca nel 1974. Impiegati pubblici, lavoratori privati, anarchici, studenti e anche migranti hanno partecipato all'assalto del parlamento. Nel corso degli attacchi al parlamento un messaggio scioccante ha fatto il giro dei media generalisti: tre persone hanno perso la vita in un attacco a fuoco alla Marfin Bank. Questo evento ha paralizzato il movimento, e il giorno seguente il parlamento ha potuto votare tranquillamente il primo pacchetto di provvedimenti. In tutta la Grecia hanno avuto luogo discussioni, nei circoli anarchici e fuori di essi, a proposito delle pratiche di militanza e sull'eterogeneità del movimento. La giornata del 5 maggio ha mostrato che cosa è possibile per un movimento sociale, ma anche come un movimento può risultare paralizzato in un periodo in cui realizzare cambiamenti sociali radicali è possibile... Fare predizioni al momento è difficile, ma una cosa è certa: il governo greco continuerà a promuovere le misure di austerità, e probabilmente dovrà affrontare nuove proteste. In una prospettiva globale potremmo affermare che negli ultimi anni i movimenti sociali europei hanno spesso dimostrato la tendenza a rimanere chiusi in una logica nazionale di difesa dei diritti già esistenti, il che rende difficile per questi movimenti espandere la propria critica oltre l'opposizione a una particolare riforma; verso la considerazione più ampia di altre soluzioni, diverse da quelle legate al contesto storico dello stato-nazione. Si tratta realmente di una delle maggiori sfide per il movimento greco: l'abbandono delle prospettive nazionalmente orientate, verso la speranza di una riforma democratica del sistema.

Trovare l'aspetto comune per distruggere le identità nazionali
Per far sì che le lotte sociali abbandonino le proprie identità nazionali è importante abbattere l'isolamento del movimento No Border, per tessere rapporti con i protagonisti delle lotte in corso. Ottenere questo risultato implica evidenziare la gestione delle migrazioni nei luoghi dove gli effetti della crisi vengono percepiti e discussi: negli ambiti di discussione delle lotte (assemblee, pubblicazioni, siti, occupazioni e sindacati) e nei posti di lavoro e spazi abitativi (periferie, scuole, università, aziende). Da questo punto di vista esistono alcune verità che vale sempre la pena ricordare: per prima cosa, che le migrazioni sono sempre esistite e sempre esisteranno. Il progetto che intende fermarle produrrà solo pratiche "barbare e inumane", incapace di contenere i movimenti migratori. Inoltre è ovvio che neppure deportando tutti i sans-papiers si ricreerà l'occupazione né si alzeranno gli stipendi. La disoccupazione, così come i tagli agli stipendi, non sono mai l'effetto della presenza di migranti; essi sono parte integrante del sistema capitalista. In altre parole i movimenti di opposizione alle riforme anti-sociali europee non guadagneranno nulla dall'opposizione contro i migranti. Al contrario, trovare punti comuni fra "nativi" e "migranti", riuscire a intessere relazioni fra tutti i lavoratori e i disoccupati, con o senza documenti, nell'ambito dello stesso processo, permetterà la creazione di discorsi ed azioni comuni.

Durante il movimento francese "anti-CPE" (contratto di primo impiego, ndt) che ha lavorato in varie città, sono state create connessioni fra studenti, lavoratori, migranti e abitanti delle banlieues. Queste connessioni sono state abilmente rappresentate nelle posizioni espresse dalle assemblee degli studenti contro la legge CESEDA sull'immigrazione, ma anche nelle strade, con azioni dirette e scontri con la polizia. Naturalmente le direzioni sindacali, i media e i politici si sono concentrati solo sulle critiche al CPE e sui raid dei giovani delle periferie sui manifestanti a Parigi. Costoro sanno che cosa hanno da perdere dalla connessione tra i giovani delle banlieues e i movimenti di resistenza: gli eventi del dicembre 2008 in Grecia e il vertice NATO a Strasburgo lo hanno dimostrato. D'altra parte, noi sappiamo che cosa abbiamo da guadagnare: un ampliamento della critica sociale e teorica, e un incremento di potere. Rispetto a ciò, una delle maggiori sfide è far sì che i movimenti sociali prendano posizione e agiscano rispetto al tema dell'immigrazione.

Far sì che le lotte tengano conto della situazione dei migranti implica che i temi dell'immigrazione e dell'antirazzismo siano parte integrante delle lotte. Da questo punto di vista è necessario che i protagonisti delle battaglie assumano la propria identità mentre si impegnano nei movimenti contro i piani di austerità; è necessario creare reti di solidarietà reale durante la lotta. E' nel quadro di un'opposizione attiva e radicale al sistema capitalista che possono stringersi legami tra coloro che lottano e che mettono in discussione tale sistema. Se tali legami possono nascere nell'ambito dei movimenti più ampi possono anche svilupparsi in maniera autonoma con azioni che puntano a obiettivi legati al capitalismo e alla crisi, che partano da posizioni antirazziste. Obiettivi come le lobby finanziarie o del lavoro, le istituzioni economiche e governative, le banche o il vertice europeo dei ministri della finanza... Si tratta assolutamente di mettere in pratica l'idea per la quale una profonda trasformazione delle politiche migratorie può avvenire solamente tramite la messa in discussione del sistema capitalista in cui tali politiche vengono applicate.

Nella volontà di ampliare le prospettive del movimento No Border e dei movimenti contro i piani di austerità, nell'ottica di incrementare il nostro potere ci incontreremo a Bruxelles durante il No Border Camp. Bruxelles infatti dà appuntamento allo stesso tempo alle principali istituzioni europee, a centinaia di lobby, gruppi finanziari e consigli direttivi di multinazionali, ai palazzi di governo e a importanti quartieri di migranti, che sono vividi esempi di gentrification e di tanto in tanto di rivolte. Questa concentrazione di istituzioni economiche, finanziarie, politiche ed anti-immigrazione rappresenta per noi una buona opportunità per mostrare la nostra forza e la nostra presenza, per portare i nostri temi sul piano pubblico e per prendere parte alla contestazione del mondo capitalista utilizzando una varietà di forme di azione.

Enjoy Bruxelles!
Collettivo autonomo Terza Sinfonia di Schumann

2/9/010
(traduzione dalla versione inglese a cura della redazione di Infoaut Bologna)
http://www.infoaut.org/articolo/una-magnifica-opportunita/

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Spesso lamentiamo l’assenza di narrazioni politiche positive e coinvolgenti, una lacuna che il nostro paese condivide con tutte le grandi democrazie e che non è dovuta alla irreperibilità di obbiettivi degni o di sistemi non ulteriormente perfettibili. Non mancano le idee, le idee esistono, il vero problema è che in gran parte non sono spendibili all’interno di sistemi nei quali il personale politico è fortemente dipendente dagli interessi economici.

Quando un’idea, o una notizia, viene considerata perniciosa dalle elite economiche cade nell’oblio.
A causa di questa mancata simpatia, non sembra interessare nessuno che esistano già le condizioni economiche e tecniche per produrre energia da fonti rinnovabili, abbandonando il ricorso ai combustibili fossili e al nucleare. Non deve stupire, gli interessi dominanti afferiscono allo stesso sistema che non si poteva permettere di denunciare il global warming fino a che i suoi effetti non sono diventati tanto evidenti quanto costosi per le collettività.

Senza petrolio si può.
L’esempio della Germania è sotto gli occhi di tutti; anche se i tedeschi non hanno ancora dichiarato come obbiettivo la completa sostituzione delle fonti non rinnovabili, l’impegno politico volge comunque nel senso di mettere in campo decisioni politiche molto efficaci, destinate in pochi anni a dotare il paese di una capacità di generazione energetica da fonti rinnovabili superiore a quella complessiva di cui dispone ora il nostro paese. In Germania hanno pianificato e approvato un piano per la dotare il paese di impianti eolici capaci di generare settantamila megawatt, un valore che sarà raggiunto nello stesso tempo nel quale il governo italiano (il più verde possibile nel paese, almeno valutando la sensibilità al tema dell’opposizione) e quello europeo hanno scelto di investire per ottenere una diminuzione del 20% del consumo energetico.

A parte l’approccio  filosofico completamente diverso, c’è da considerare che la capacità complessiva di generazione italiana è di circa settantesettemila megawatt a fronte di un consumo giornaliero di circa cinquantamila. Un 20% della potenza è fornito dall’idroelettrico, quindi la potenza prodotta da fonti fossili è inferiore ai quarantamila megawatt, che potrebbero essere forniti da un progetto poco più grande della metà di quello per l’eolico tedesco.

Nel nostro paese (come in Europa) invece si preferiscono le strade tortuose dei provvedimenti burocratici scarsamente incisivi, comunque non in grado di sovvertire l’ordine petrolifero. L’ultimo decreto ambientale ne è un esempio perfetto, sposando un farraginoso sistema di certificati (verdi, bianchi…) con la sovvenzione di tecnologie (cogenerazione, biocarburanti) che non mettono affatto in discussione il sistema fondato sulla combustione, ma che al contrario tendono a dilatarne la vita ben oltre la convenienza, le soluzioni “italiane” sono inutili esattamente come quelle “europee”.

Chiaramente bruciare biocarburanti o costruire centrali di cogenerazione significa allungare l’era del motore a scoppio e delle centrali a combustione e con queste la dipendenza da combustibili fossili, poiché è chiaro che il pianeta non può fornire abbastanza raccolti da trasformare in biocarburante (occorrerebbe coltivare integralmente tutta la superficie della Terra per coprire un settimo del fabbisogno) e che la cogenerazione è semplicemente un tecnologia dotata di maggiore efficiexa, ma non alternativa all’era della combustione degli idrocarburi. Nel caso dei biocarburanti si tratta poi di un scelta che, se da un lato consente al governo di sussidiare gli agricoltori (aspetto molto apprezzato anche dalla amministrazione USA), dall’altro altera sensibilmente il profilo delle produzioni agricole, riducendo quelle alimentari e in tal modo provocandone l’aumento dei prezzi internazionali con ovvie quanto tragiche conseguenze a carico delle popolazioni più povere (es. il caso dell’aumento del mais in Messico provocato dalla richiesta esistente negli USA per la trasformazione in biocarburante); ogni volta che versiamo biocarburante nel serbatoio, stiamo vuotando il piatto di qualcuno nel Sud del mondo.

L’esempio dell’eolico non esaurisce l’elenco dei provvedimenti presi dal governo tedesco; nel giro di pochi anni milioni di cittadini tedeschi si sono dotati di pannelli solari, molti di più di quanti non l’abbiano fatto nel nostro paese. Un fenomeno che non dipende da differenze culturali, ma dal fatto che la Germania si sia dotata di uno strumento legislativo l’Atto per le Fonti Energetiche Rinnovabili (EEG) fondato sulla retribuzione delle energie rinnovabili prodotte da impianti privati a prezzi maggiorati, dove la maggiorazione viene retribuita dagli stessi consumatori.

Nel nostro paese invece si è introdotto un sistema fondato su certificati (Cip6), grazie al quale il sovrapprezzo ecologico delle bollette ha finanziato per anni i petrolieri (nel 2004 oltre della metà dei fondi hanno finanziato le fonti assimilate, altre fonti che non sono rinnovabili, come carbone e riutilizzo degli scarti di raffineria). Il costo di un Megawatt finanziato all’italiana (o all’inglese) è esattamente il doppio di uno tedesco; questo perché i sistemi per quota spingono a produrre energia per raggiungere un percentuale, stabilita dal governo, sul totale (quindi che deve essere realizzata, per quanto modesta), mentre quello tedesco paga per quel che è realizzato; il sistema per quote paga per realizzare (a qualsiasi costo verrebbe da dire) un adempimento legislativo. L’EEG ha fatto scuola e oggi è adottato da sedici paesi europei e da quaranta nel mondo.

Alla fine c’è arrivato anche il nostro paese, però, a differenza della Germania, dove il conto energia non ha limiti, il recente decreto italiano ha posto un tetto massimo di 500 Megawatt di potenza incentivabile, da distribuire nell'arco di 6 anni, fino al 2012. Le domande pervenute in pochi giorni dall'entrata in vigore del decreto sono state superiori al tetto massimo previsto per il 2012, testimoniando l'interesse esistente da parte dei privati e imprenditori e, allo stesso tempo, la miopia del legislatore.

Dalla Germania ci vengono in soccorso anche altri numeri ed altre considerazioni. Prima tra tutte quella che la Germania ha deciso di dismettere tutte le sue centrali nucleari e di non costruirne più.
Un grossa centrale nucleare produce circa 1000 megawatt; l’anno scorso in Germania sono stati istallati impianti solari capaci di produrre 500 Megawatt.

Considerando che per la costruzione di una centrale nucleare occorrono più di dieci anni, per produrre la stessa energia prevista dal piano eolico si dovrebbero quindi mettere in cantiere sessanta o settanta centrali nucleari, che fornirebbero davvero energia solo nel momento della loro messa in funzione. Anche la “gara” con il solare sarebbe persa in partenza, anche se la messa in opera annuale si limitasse ai 500 Megawatt.

 Una totale conversione al nucleare per il nostro paese comporterebbe la costruzione di una quarantina di centrali; una scelta assurda, tanto più considerando che l’insolazione in Italia è più intensa che in Germania e che quindi il rendimento energetico del solare qui è superiore. Dalla Germania ci dicono anche che coprendo lo 0.5% del Sahara con impianti solari termodinamici del tipo proposto dal nostro Rubbia, si potrebbe ottenere una quantità di energia elettrica equivalente al fabbisogno europeo complessivo, compresa l’energia necessaria all’autotrazione.

Il solare termodinamico viene chiesto a gran voce da molti paesi, ma in Italia abbiamo trascorso gli ultimi anni a parlare male di Rubbia. Così questa tecnologia verrà sviluppata all’estero e pagheremo di più quando decideremo di servircene, ma non finisce qui, perché con lo stesso sistema degli specchi solari è teoricamente possibile costruire dispositivi in grado di produrre idrogeno sfruttando le altissime temperature prodotte dagli specchi.
Nel 2006 finalmente il presidente dell’ENEA ha dichiarato pubblicamente che il solare termodinamico permette: “La produzione di grandi quantità di energia pulita, continuamente disponibile e a costi confrontabili con quella prodotta dai combustibili fossili” e che  “rappresenta un reale salto tecnologico”.

Purtroppo invece di varare un piano di conversione integrale del sistema italiano di generazione energetica, si è preferita la via tedesca con il trucco del “tetto” e gli incentivi sono già esauriti. Mette a disagio chiamare in causa esclusivamente incompetenza e ignoranza, la campagna attiva contro il solare termodinamico, quelle contro l’eolico (accusato nell’ordine di essere rumoroso, di uccidere gli uccelli e infine al colmo della disperazione di essere brutto), ricordano molto da vicino la controinformazione messa in campo dalle Big Oil, non solo perché provenienti dagli stessi ambienti di riferimento (media e politici vicini agli interessi dei petrolieri), ma anche per l’inconfondibile stile basato sulla diffusione della menzogna e sulla falsificazione fino  a giungere alla creazione di associazioni e think tank ambientalisti pagati in realtà per diffondere dubbi e notizie in controtendenza.

Considerazioni che rendono evidente come sia possibile abbandonare -anche- l’uso dei combustibili fossili per l’autotrazione. Le tecnologie per motori o batterie ad idrogeno sono già disponibili e mature, il problema è rappresentato semmai dal tipo di energia da impiegare per produrre/estrarre l’idrogeno. Una volta che la produzione di energia da fonti rinnovabili sia sufficiente, può essere impiegata per produrre idrogeno ed eliminare -anche- l’uso dei carburanti fossili per autotrazione.

L’energia rinnovabile costa meno già oggi.
In Germania hanno fatto bene i conti e hanno scoperto che un Megawatt di energia rinnovabile  incentivata costa alla collettività meno di un equivalente ottenuto bruciando combustibili fossili. Costa meno anche solo considerando i costi accessori “certi” e “localizzati” che derivano dalle conseguenze della combustione. Diventa enormemente vantaggioso qualora ai costi “locali” e conosciuti si aggiungano quelli “globali”.
C’è di più: fatto uno il costo di produzione diretto di un Megawatt bruciando gas o petrolio, scopriamo che il costo complessivo (diretto più indiretto) è maggiore di un fattore sei, la concessione di incentivi è quindi stata tarata in maniera che il costo per Megawatt pulito sia comunque inferiore a quello da idrocarburi. Ma c’è di più.

Confrontando inoltre i costi di produzione energetica con quelli degli impianti solari fotovoltaici di ultima generazione, scopriamo che attualmente questi producono energia pulita ad un costo di uno virgola cinque, cioè solo del 50% superiore al costo di produzione diretto per le centrali ad idrocarburi. C’è chi ha fatto questi conti e ne ha tratto le conseguenze. Viene infatti da Silicon Valley l’annunciata riconversione delle attività produttive in favore della produzione di pannelli fotovoltaici di ultima generazione. Il nuovo impegno californiano produrrà nell’anno in corso pannelli per un Megawatt (la metà prodotti in Europa) e promette di abbassare presto quel fattore di costo di 1.5 (già conseguito) al di sotto della fatidica asticella rappresentata dal costo diretto (ed apparente) di generazione da idrocarburi. Risulta facilmente intuibile come una produzione su larga scala possa condurre ad un risultato del genere, soprattutto considerando che la produzione è per ora concentrata nel cosiddetto  Primo Mondo; l’aumentare della produzione e la delocalizzazione della stessa produrrà inevitabilmente costi inferiori. Nei prossimi due anni il costo di produzione da fotovoltaico dovrebbe diventare più basso anche del costo apparente e diretto della generazione da idrocarburi, ma c’è da credere che sarà fatto di tutto per non diffondere troppo la notizia.

Chi rema contro.
Il panorama internazionale è assolutamente indifferente a queste realtà, per quanto turbato dagli allarmi per i cambiamenti climatici. Per anni la minaccia del surriscaldamento globale è stata sminuita dallo stesso agglomerato di interessi che ora spinge le classi politiche a dilatare a dismisura l’era del petrolio. Al diminuire delle riserve, chi controlla il mercato degli idrocarburi è teso a massimizzare i profitti e a mantenere l’attuale sistema energetico, spremendo fino all’ultima goccia e vendendola al maggior prezzo possibile.

Ogni anno il consumo di idrocarburi aumenta, con esso aumenta il prezzo degli idrocarburi e diminuiscono le riserve. L’esaurimento delle riserve rende economico quanto necessario lo sfruttamento di giacimenti di sempre peggiore qualità e accessibilità, rendendo economiche persino le guerre. Oltre al rafforzare le dittature, fenomeno già rilevato e descritto da Sitglitz, l’aumento del valore degli idrocarburi porto a realizzare vere e proprie perversioni i danni della nostra biosfera, come nel caso dello sfruttamento degli sabbie bituminose. Le sabbie bituminose sono terreni impregnati di petrolio di pessima qualità. Per estrarre e separare il petrolio dalle sabbie si usano grandi quantità di acqua calda, di solito prodotta bruciando gas naturale. Il caso dei giacimenti in Alberta (Canada) ci dice quali siano le conseguenze di questa attività sull’ambiente; infatti esaminando una foto aerea della regione, fino a pochi anni fa selvaggia, si nota immediatamente come i suoi fiumi siano di colore diverso dal resto del Canada. Oltre ai fiumi marroncini e all’inquinamento di suoli e acque c’è anche da rilevare che impiegare gas a basso effetto-serra per estrarre petrolio altamente inquinante non sembra molto intelligente.

Diventa intelligente quando i profitti delle compagnie petrolifere toccano ogni anno nuovi record e dimensioni mai viste. Quando poi si osserva che investendo pochi spiccioli di questi profitti in finanziamenti a politici, accademici e media, le stesse compagnie difendono il loro mercato come e meglio che ricorrendo agli eserciti, non si può che convenire che il sistema sia perfettamente efficiente. I profitti record sono essi stessi frutto e dimostrazione dell’influenza, evidentemente inaccettabile, che il settore petrolifero ha ormai assunto nelle grandi democrazie come nei piccoli petrolistan. Negli Stati Uniti non è stato possibile revocare alle compagnie dei benefici decisi in tempo di crisi, nonostante gli utili correnti mostruosi; la stessa dinamica dei prezzi della benzina nel nostro paese dimostra che nemmeno le aziende pubbliche si sottraggono al paradigma e strappano aumenti illegittimi e insensati.

Considerazioni simili possono essere fatte per il nucleare. Cina ed India hanno in progetto una cinquantina di centrali nucleari a testa, in gran parte costruite dai grandi consorzi occidentali (che nei loro paesi non possono costruire centrali, anche gli Stati hanno da tempo rinunciato a costruire nuovi impianti). Il mercato dell’uranio seguirà dinamiche simili a quelle del petrolio, le grandi corporation del nucleare seguono già la strada delle Big Oil, facendo pressioni sulla politica (es. accordo USA-India sul nucleare) e producendo una grossa mole di disinformazione. In nessuna pubblicazione pro-nucleare è mai apparsa la soluzione al problema delle scorie nucleari, ma si costruiscono centrali nucleari come non mai, la fabbrica-mondo di Cindia sfrutta il lavoro sottopagato di gente che non può rifiutare la centralona atomica nel cortile di casa. Se salta una centrale in Cina o in India pagherà qualche cinese o qualche indiano; o al massimo l’assicurazione.

Lo stesso tipo di incurante malafede si rintraccia nelle accuse con le quali è stato attaccato l’eolico, anche queste sono paradigmatiche. Per primo si lamentò che i mulini fossero rumorosi; un volta che fu universalmente noto che non è vero, uscì l’argomentazione ecologica per la quale le pale avrebbero fatto strage di uccelli. Nonostante l’assenza evidente di uccelli morti nei pressi degli impianti, questa obiezione continua ad essere affiancata a quella relativa all’inquinamento del paesaggio. Argomentazione fortemente sostenuta da fior di associazioni ambientaliste preoccupate di quanto siano brutte le pale eoliche. L’argomento fondato sulla soggettiva bruttezza di un’opera di pubblica utilità non ha mai sortito alcun effetto, le centrali termiche non sono mai state un bellezza, ma nel caso dell’eolico è stato impiegato da alcune amministrazioni  per motivare provvedimenti contro la costruzione di impianti
eolici.

Caso sospetto, tanto più se si considera che per molti le pale non  sono questo orrore e che viviamo in una società che ha accettato i peggiori sacrifici pur di disporre di energia a sufficienza; l’eventuale lesione al paesaggio sembra davvero poca cosa di fronte al riscaldamento globale e a migliaia di morti all’anno per l’inquinamento da idrocarburi. Ancora più sospetto se si considera che i grandi impianti eolici vengono oggi costruiti in mare, ove il problema estetico si pone molto relativamente.

La prova del nove, che è anche il miglior indice di onestà quando ci si riferisce a studi sulle fonti energetiche, è l’indicazione dei costi di decommissioning (smantellamento) degli impianti. Gli studi che non affrontano questo momento, che comunque appartiene alla vita dell’impianto e come tale va messo in bilancio, devono essere scartati in quanto incompleti. Così come tutti quelli che calcolano il costo dell’energia prodotta con i vari sistemi senza includervi i costi derivati dall’inquinamento che producono, chiunque imposti un ragionamento delle fonti senza affrontare il tema della reversibilità degli impianti, termine con il quale si intende la possibilità di restituire l’area occupata dall’impianto com’era prima della sua costruzione, non ha finito il lavoro.

Ogni impianto ha un ciclo vitale, esaurito il quale deve essere smantellato.
Nel caso dell’eolico e del solare la reversibilità è totale. Gli impianti sono leggeri, i suoli liberati non recano tracce della loro presenza precedente, i materiali che compongono gli impianti possono essere riciclati immediatamente. All’estremo opposto ci sono gli impianti nucleari; a oggi nessuno ha ancora “cancellato” o progettato di cancellare una centrale atomica e nessuno è ancora riuscito a costruire un solo deposito per le scorie nucleari che possa resistere le migliaia di anni necessarie al decadimento radioattivo del combustibile esausto. Nel caso del nucleare è opportuno considerare anche il combustibile esausto come un costo attinente alla reversibilità dell’impianto, della stessa natura di quello necessario allo stoccaggio delle strutture delle centrali contaminate dalla radioattività; al contrario, nella realtà, tonnellate di questo combustibile sono state riciclate dall’industria bellica e sparsi sparandole insieme alle munizioni, altri impianti hanno inquinato pesantemente le aree circostanti.

Anche l’inquinamento da uranio impoverito andrebbe messo a bilancio del nucleare, ma resta il fatto che molto probabilmente le centrali nucleari sono destinate a rimanere dove sono a lungo, anche quando avranno esaurito il loro ciclo vitale. Nel mezzo ci sono le centrali termiche che bruciano idrocarburi, con un costo di decommissioning maggiore per gli impianti meno recenti; la loro reversibilità teoricamente esiste, nella pratica spesso però diventa possibile solo spendendo follie in bonifiche ambientali. Altro argomento spesso dimenticato o minimizzato da certe analisi è quello relativo agli incidenti. Nella categoria degli incidenti va inclusa qualsiasi disgrazia possa colpire la filiera energetica. E’ abbastanza chiaro a tutti che gli impianti solari ed eolici non possono esplodere, inquinare, versare il loro contenuto in mare.

Le ragioni politiche e la truffa di Kyoto.
Il Protocollo di Kyoto è una truffa. Nel 1997 quando venne firmato, il Protocollo chiedeva la dimunizione del 6% delle emissioni globali. In realtà gli studi (risalenti agli inizi dei ’90) che ne avevano imposto la firma suggerivano una riduzione immediata del 30% al fine di evitare conseguenze sul clima del pianeta.
Il Protocollo è affondato perché non lo hanno sottoscritto i maggiori inquinatori, Stati Uniti e Cina in primis, ma anche se questa condizione si fosse avverata, sarebbe fallito lo stesso per la sua strutturale inadeguatezza e per la modestia dei suoi obiettivi.

Allo stesso fallimento andrà incontro la nuova versione del Protocollo, così come il “Piano Energetico” della Unione Europea; il motivo più che evidente è che questi piani ignorano completamente gli studi fino ad oggi compiuti e si limitano a mettere nero su bianco le concessioni di politici troppo vicini agli interessi di chi controlla gli idrocarburi per sperare in provvedimenti efficaci. Quello che resta del piano energetico europeo è riducibile alla riduzione dei consumi, calcolata nella misura del 20% sul dato degli anni ’90 (ciascuno paese potrà scegliere l’anno di riferimento più utile); riduzione già oggi stimabile nel 13%, se non altro per lo spostamento di molte attività produttive in Cina ed in Oriente in generale.

Fallimenti più che prevedibili, consumati nel silenzio degli “ecologisti” intruppati in politica, basti pensare che ancora oggi nei conti sulle emissioni globali non vengono incluse quelle provocate dal traffico marittimo. Si è fatto molto rumore sulle emissioni globali dell’aviazione, ma si è (volutamente) ignorato completamente il trasporto marittimo, che pesa più del doppio di quello aereo e che negli ultimi anni è in tumultuosa espansione, grazie anche alle delocalizzazioni. Il trasporto marittimo chiede ogni anno navi più grandi e più veloci, ma ancora oggi non c’è traccia di una normativa sulle emissioni del naviglio. Probabilmente il traffico marittimo è ignorato perché inquina un “altrove” al di fuori delle competenze nazionali, ma parlando di un fenomeno globale la considerazione sembra assume tutti i crismi della stupidità. In una città come Venezia, priva di traffico veicolare, oltre il 35% dell’inquinamento è provocato dal traffico del porto marittimo.

Nessuno degli economisti, nessuno degli osservatori sociali ha ancora provato a lavorare con metodo a scenari no-oil.
Il disegno della previsione di un mondo che non ha bisogno di petrolio, del nucleare o addirittura del gas è quindi un compito ancora tutto da esplorare. Sicuramente non sparirebbero per incanto le guerre, ma altrettanto sicuramente non si produrrebbero le mostruose concentrazioni di denaro e di potere fondate sul controllo degli idrocarburi. Questa banale considerazione spiega da sola l’elevato grado di sovversività implicita nella decisione di abbandonare la combustione degli idrocarburi e anche il motivo per il quale nessuno politico occidentale abbia avuto finora l’ardire di sostenere una politica del genere, pur se ormai obbligata, pur se piena di senso se si assume l’interesse generale come fine, pur se maggiormente economica dal punto di vista ambientale come da quello strettamente monetario. Non si tratta esclusivamente dell’avidità delle mega-corporation, ma di un mondo nel quale si modificherebbero profondamente i rapporti internazionali, poiché è chiaro che nessuna risorsa sia altrettanto essenziale quanto l’energia.

Le conseguenze positive di una politica -no oil, no gas- per l’Italia, ma ancora di più per l’Europa vanno dall’indipendenza dal ricatto energetico, fino al vantaggio competitivo netto rappresentato dallo scegliere fonti energetiche infinite, e dal costo destinato a scendere, a  fronte di chi continuerà a legarsi a risorse dai costi inevitabilmente destinati a crescere, vista la loro evidente finitezza. I costi ambientali e sanitari, ormai conosciuti, rappresenterebbero un guadagno supplementare a favore della scelta -no-oil, no-gas- e altri vantaggi deriverebbero dall’aver sviluppato le tecnologie destinate a dominare oltre l’era degli idrocarburi. Questo senza considerare che petrolio ed idrocarburi hanno impieghi che vanno ben oltre la produzione dell’energia, impieghi e settori produttivi che potrebbero essere gravemente penalizzati dall’esaurimento delle risorse, comportando altri maggiori costi a catena.

Un mercato dell’energia che operi in condizioni di monopolio impossibile (è molto difficile monopolizzare o mettere sotto embargo il vento ed il sole) è sicuramente preferibile ad un mercato dominato dai cartelli. La storia del mercato dell’energia ci dice che il cartello (trust) è la forma più comune di organizzazione del mercato dell’energia nel mondo. Chi produce e chi distribuisce energia tende a coalizzarsi con i pochi operatori nel mercato di riferimento al fine di alzare i prezzi, forte della dipendenza del sistema da questi prodotti, del controllo delle risorse e delle tecnologie ( le tecniche di raffinazione e la tecnologia nucleare civile sono tra i segreti industriali meglio custoditi). Chiaramente la dinamica tra domanda ed offerta è alterata dalla condizione di  assoluta dipendenza dei clienti. Quando una delle due parti è priva di forza contrattuale non ci può essere alcun mercato. Per questo i monopoli ed i cartelli sono tendenzialmente proibiti nelle democrazie. Il marketing e l’economia moderna si fondano sulla creazione dei bisogni, il mercato degli idrocarburi è economia antica, fondata sul controllo delle risorse (a costo di scatenare guerre o colpi di stato) ed è legata a bisogni reali, o almeno a bisogni che saranno reali fino a che non si dichiari un politica -no-oil, no gas-

Una decisione in tal senso, oltre a frantumare il senso del bisogno, abbasserebbe anche l’inevitabile tensione provocata dal progressivo esaurimento delle risorse o dall’imminenza di un oil-peak (quando si sarà verificato il picco delle estrazioni globali, non appena sarà visibile un calo inesorabile della produzione, diventerà estremamente costoso assicurarsi le forniture necessarie), eventi destinati ad avere costi drammatici per le collettività se la situazione viene lasciata al governo di chi è nella condizione di essere deciso a vendere fino all’ultima goccia di petrolio a prezzi sempre più alti. Altrettanto evidente è che le centrali eoliche e solari non possono essere riciclate per impieghi bellici o arricchire alcuno con le truffe sui rifiuti inquinanti, il contrabbando o risparmiando sulla sicurezza degli impianti; queste attività molto lucrose (con costi a carico delle collettività) in quanto illegali non sarebbero possibili in assoluto. Pertanto anche le analisi che non comprendano questi fenomeni sono da considerarsi incomplete mancando di contabilizzare i maggiori costi di queste numerose “illegalità”.

Ai maggiori costi diretti corrispondono imponenti costi indiretti, soprattutto politici.
Il sostegno assicurato al mantenimento dello status quo, funzionale alla massimizzazione dello sfruttamento delle risorse e dei mercati, finisce per favorire la cooptazione di una classe politica che non vede il problema e che riceve in cambio denaro e protezione in ingenti quantità. Per gli americani la guerra in Iraq è solo il costo più evidente di un classe politica selezionata grazie al denaro delle Big Oil, ma per il singolo americano costeranno anche le sovvenzioni, i decreti in spregio alle più elementari precauzioni ambientali e sanitarie, ancora di più di quanto non costerà riempire il serbatoio per produrre la quota individuale di fumi assassini con la loro vettura.

Il rifiorire delle dittature è un altro costo politico importante, poiché a pagarne il prezzo sono miliardi di persone nel mondo e poiché è chiaro che la presenza di blocchi di potere fondati sul controllo degli idrocarburi produce un potere reale enorme, dalla natura intimamente aliena alla democrazia. L’esempio dell’oligarchia russa fondata sugli idrocarburi non è intrinsecamente dissimile da quello delle Big Oil negli USA, se l’una impedisce il nascere di una vera democrazia, le altre sono da tempo incontrastabili dalle istituzioni democratiche americane. Lo stesso fenomeno rafforza le autocrazie nei paesi produttori di idrocarburi, le quali vedono crescere la loro forza e la loro inamovibilità con il crescere dei corsi petroliferi.
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Triste data per tutta l'umanità Siamo nella situazione peggiore. Nel 1960, i capitalisti degli Stati Uniti hanno inventato la rivoluzione verde, per vendere più veleni, più fertilizzanti e macchinari agli agricoltori. Doveva servire a eliminare la fame degli 80 milioni di persone , che la soffrivano allora in tutto il mondo.

Sono passati 50 anni. Le imprese agroindustriali e i suoi azionisti sono ricchi.
E il numero degli affamati è passato da 80 milioni a 900 milioni.

Da 3-4 anni è ricominciata la propaganda bugiarda, quando diversi governi hanno dichiarato che, con gli agrocombustibili, ci sarebbe stata un'agricoltura più redditizia, più occupati, che questo avrebbe aiutato a combattere la fame.

Una relazione della FAO (agenzia ONU) sull' Agricoltura e Alimentazione, recentemente pubblicata, rivela che negli ultimi 12 mesi gli affamati sono passati da 800 a 900 milioni, nel mondo.

Questo per la crescita di produzione di agroenergia rispetto all'agricoltura, che ha sottratto terre fertili per piantare canna da zucchero, soia, plasma di dendê, girasoli, etc.

É la distruzione dell'economia contadina nell'Emisfero Sud, da sempre basata sulla produzione di alimenti. E sempre meno sono le imprese che hanno il controllo dei prezzi degli alimenti.

Qui in Brasile, meno famiglie soffrono la fame perchè il governo Lula ha ampliato il Programma Borsa Famiglia, aiutando 11 milioni di famiglie. É un aiuto umanitario importante, ma ripete la formula di dare il pesce, invece di insegnare a pescare, senza dare lavoto e rendita.

Come si vede, non abbiamo nulla da commemorare.

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Due giorni per discutere e riflettere sull’aumento delle materie prime alimentari nei paesi in via di sviluppo

Cibo globale, fame locale
Da circa un anno giornali e telegiornali riportano quotidianamente dati allarmanti sull’aumento del prezzo di pane, riso e pasta. Da circa un anno ci informano sulle prime pagine che il nostro potere d’acquisto è diminuito, che fatichiamo ad arrivare a fine mese, che la spesa al supermercato è diventata un fardello per centinaia di migliaia di famiglie italiane. Da circa un anno, fuori dalle nostre mura domestiche, si consuma un drastico deterioramento delle condizioni di vita di molti popoli.

Sono quelli che vivono in paesi come Camerun, Egitto, Burkina Faso, Zimbawe o Kenya, dove a causa dell’aumento del 40% dei prezzi degli alimentari sono scoppiate sommosse e guerre civili.
Gli stati “poveri” insomma, quelli in cui la gente spende almeno i due terzi del proprio reddito per alimentarsi. E due terzi sono anche gli abitanti del pianeta per cui una variazione del prezzo dei cereali implica una condanna alla fame o alla malnutrizione.

Jean Ziegler, relatore speciale dell’Onu sul diritto al cibo, qualche tempo fa ha definito l’aumento dei prezzi del cibo come la causa di un “silenzioso omicidio di massa”.

I carnefici sarebbero i paesi occidentali, con le loro politiche speculative, con la crescita dei biocarburanti e i sussidi pubblici alle agricolture dell’Unione europea e degli USA.

La crisi dell’ultimo anno ha fatto salire a quasi un miliardo la stima delle persone che soffrono la fame e secondo la Banca Mondiale l’impennata di prezzi non si arresterà prima del 2015. La situazione sembra dunque tristemente destinata ad aggravarsi ulteriormente.

Cibo globale, fame locale” è il titolo dell’iniziativa promossa da Acra (Associazione di Cooperazione Rurale in Africa e America Latina) che verrà presentata presso il negozio civico Chiamamilano sabato 18 e domenica 19 ottobre.
Due giornate che si pongono come obiettivo quello di aprire una riflessione sulla paradossale situazione di un pianeta in cui Occidente ed Oriente affrontano troppo spesso la questione della fame secondo un approccio diametralmente opposto; gli uni secondo le logiche del profitto, gli altri secondo quelle della sopravvivenza.

Quattro gli appuntamenti in programma.
Sabato alle 18 verrà presentato il “Microjardin, gli orti senza terra”, un progetto promosso a Dakar per la realizzazione di piccoli orti costruiti all’interno di casette di legno in cui è possibile coltivare senza bisogno dei campi. Successivamente saranno proiettati alcuni cortometraggi mirati alla sensibilizzazione premiati al Festival Internazionale Audiovisivo della Biodiversità e della Sovranità Alimentare.
Domenica dalle 16 invece si coinvolgeranno i bambini per far conoscere loro, attraverso giochi ed esperimenti, l’importanza di ciò che mangiano, e di ciò che a troppi loro coetanei dall’altra parte del mondo manca ogni giorno.
Contemporaneamente verrà esposta una mostra fotografica dedicata alla regione rurale del Ciad nata all’interno della Campagna “Adotta una Scuola Rurale”.
Due giornate per riflettere sul fatto che, aldilà del nostro orticello, l’erba è sempre meno verde.

G.C.
http://www.chiamamilano.it/notiziario/309/7

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Il rapporto di ieri di Openpolis, realizzato in collaborazione con Actionaid, su quanto si spende in Italia per la difesa e per la cooperazione internazionale ha il merito di confermarci la gravità delle scelte compiute in questi anni dal governo e dal parlamento italiani.

Openpolis ci ricorda che per ogni 10 euro spesi per le armi, se ne spende solo uno per la cooperazione e la solidarietà internazionale: questo in anni in cui si dice che per affrontare il dramma dell’immigrazione bisogna sostenere le economie dei paesi più poveri.

Secondo il Sipri (il prestigioso istituto svedese di studi per il disarmo) abbiamo speso nel 2014 ben 29,2 miliardi per la difesa (80 milioni di euro al giorno) e 2,9 miliardi per la cooperazione.

10 anni fa per le armi spendevamo 31 miliardi. Ma ci sono poi i soldi spesi per gli investimenti nei sistemi d’arma (ad esempio gli F35 o le fregate Fremm), inclusi nei capitoli di spesa del ministero dello Sviluppo economico.
Quindi, sostanzialmente non è cambiato granché negli ultimi 10 anni per la difesa.
Mentre molto è cambiato in dieci anni per la scuola e l’università, cui il governo ha tagliato 8,5 miliardi; per la sanità (22 miliardi di tagli); per i comuni (27 miliardi di tagli, soprattutto ai servizi sociali).
E anche la cooperazione ha avuto i suoi tagli. Dal 2005 ad oggi c’è stato quasi il dimezzamento dei fondi per la cooperazione, che è passata dallo 0,29 per cento allo 0,16 del Pil.
Siamo ormai alle briciole.

E nonostante da alcuni mesi abbiamo una nuova legge sulla cooperazione, soldi nuovi non se ne vedono, mentre nel frattempo se ne promettono di più alle imprese, al mercato e al cosiddetto partenariato pubblico-privato.
Più che una legge sulla cooperazione (con i paesi poveri) sembra una legge per la competizione (delle nostre imprese) sui nuovi mercati.
E, come in un sistema di vasi comunicanti, il vice ministro degli esteri (con la delega alla cooperazione) ha lasciato il suo incarico per andare a fare il vice presidente dell’Eni.

E così continueremo a spen­ere tanti soldi per le armi. Altri 10,5 miliardi per gli F35 e poi altri 3–4 miliardi per le fregate Fremm.
Nel frattempo è aumentato anche il nostro commercio di armi con agli altri paesi, mentre a livello mondiale il l’Institute for Economic and Peace ci dice che per le armi, le guerre ed i conflitti viene bruciata ogni anno la cifra stratosferica di 14mila miliardi di dollari, cioè il 13,4 per cento del Pil mondiale.

Basterebbe una parte di quella cifra per risolvere per sempre i problemi di denutrizione e carestia, di accesso all’acqua e di lotta alle pandemie nel mondo.
Il governo italiano — con una ministra della difesa caduta in disgrazia a Renzi e sempre più inadeguata per il suo incarico istituzionale — ha da poco diffuso un «libro bianco sulla difesa» che conferma le scelte sbagliate fatte in questi anni e ha sfornato un Documento di programmazione pluriennale per la Difesa che ci conferma le folli spese in sistemi d’arma nei prossimi anni.

Il rapporto di Openpolis ci ricorda che tra il 2009 e il 2014 si sono spesi per le missioni militari all’estero 8 miliardi di euro, di cui meno del 10 per cento è andato alla cooperazione e all’aiuto umanitario.

È la conferma di una scelta: a favore della guerra e dell’interventismo militare e non per la cooperazione internazionale. Una scelta che, tra l’altro, non ha pacificato e ricostruito condizioni di stabilità in Medio Oriente, ma che invece ha alimentato il terrorismo, il caos, i conflitti.

Una scelta fallimentare che andrebbe ripensata. Non lo si fa per tanti motivi (politici, di potere, di relazioni internazionali), ma anche - soprattutto - perché al complesso militare-industriale (come si sarebbe detto una volta) il business delle armi e della guerra fa molto comodo: garantisce lauti guadagni e contribuisce a mantenere un ordine economico e politico mondiale fondato sull’ingiustizia.

Giulio Marcon
Il Manifesto 26/6/015

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Contro militarismo, guerra, e tortura. Blocchiamo il g8, fermiamo le guerre!  L’aereoporto di Rostock-Laage é parte delle infrastrutture del summit del G8 e della politica militarista degli stati del G8. Qui vengono preparate le prossime guerre con gli Eurofighter. Da qui partiranno i voli del “bombodromo” (centro di addestramento truppe NATO) e qui arriveranno i partecipanti alla conferenza dei G8 di Heiligendamm.

Anche noi arriveremo li in massa per fargli sapere che la loro politica di guerra con noi non attacca. Esprimere il nostro no, attraverso diverse modalità di protesta e resistenza attiva contro Guerra e G8.
Dietro molte delle guerre che giornalmente si combattono in diverse parti del mondo ci sono gli stati del G8. La Germania é coinvolta direttamente in 10 interventi militari nel mondo, e in molte altre partecipa indirettamente fornendo logistica o intelligence.

Rostock-Laage é parte della politica militare del G8 e del suo summit ad Heiligendamm.
I partecipanti del summit rappresentano gli otto più potenti stati del mondo, implicati direttamente prima nella produzione dei problemi globali e poi nel proporre cosiddette soluzioni a questi stessi problemi.
Parlano di “governo globale” e di “intervento umanitario”, “rafforzamento della società civile” e “provvedimenti per il rafforzamento della pace”, poi in realtà usano senza pietà il Diritto del più forte per organizzare un ordine mondiale a servizio del mantenimento del loro potere e del profitto capitalistico, pensiamo ai conflitti iracheno e afgano.
Ma le logiche di guerra non sono presenti solo quando materialmente si spara e si lanciano le bombe. Spesso oppressione e sfruttamento funzionano senza bisogno di arrivare all’uso delle armi. É sufficiente la minaccia dell’esclusione dal mercato mondiale o la diminuzione dei cosiddetti “fondi di sviluppo”.

Una rete mondiale di basi militari rafforza la minaccia. In questo sistema imperialista, che crea strutture di dipendenza neocoloniale vi sono poche possibilità di scelta: spesso per le elite nazionali la scelta più vantaggiosa é quella di aprire i propri paesi agli investimenti stranieri contro gli interessi del proprio stesso popolo e di liberalizzare i pozzi petroliferi piuttosto che essere assimilati all’”asse del male”.

La militarizzazione comincia nel quotidiano dei paesi sia a nord che a sud del mondo. La guerra quotidiana é il prodotto dei programmi di destrutturazione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a sud, ma anche della graduale militarizzazione della politica interna nel nord: centri cittadini videosorvegliati accoppiati con la raccolta di dossier di dati privati; sorveglianza militare degli spazi aerei, per esempio durante la coppa del mondo di calcio, controllo militare dei confini contro i migranti; la creazione e la propaganda di nemici culturali (la cosiddetta guerra di civiltà) tutto nel nome della “nostra sicurezza”.
Non si dice mai che la maggior parte dei conflitti nel mondo sono causati dall’ingiustizia, dai soprusi economici e di potere dai tentativi di dominio culturale.
La soluzione semplicistica della “guerra al terrorismo” non ha prodotto che insicurezza e terrore sia in Iraq che nella metropolitana di Londra.

Anche in Germania la crescita dell’insicurezza economica, la pressione contro i disoccupati é usata dalla Bundeswehr (esercito tedesco) in collaborazione con le agenzie di collocamento per campagne aggressive di reclutamento di nuovi professionisti della guerra. Proprio coloro che sono stati esclusi dal sistema economico qui, dovrebbero essere reclutati per propagandarlo con la forza nel resto del mondo.
Militarizzazione e guerra (ri)producono la tradizionale divisione dei ruoli patriarcale sia in paesi “amici” che “nemici”: la propaganda delle cosiddette virtù maschili é promossa dalle istituzioni militari.
Sfruttamento sessista, violenza e prostituzione (forzata) aumentano esponenzialmente con la presenza militare sul territorio delle cosiddette “missioni di pace” nella vita quotidiana delle popolazioni coinvolte.

Gli auto-incaricati “combattenti per la giustizia e per la libertà”, organizzano in tutto il mondo luoghi di sospensione dei Diritti fondamentali in forma di campi di reclusione, prigioni della tortura e lager per migranti.
Il permanente stato di guerra del “Tempo del Terrore” crea le condizioni per l’abolizione sempre più drastica dei diritti democratici.
L’uso della tortura in modo sempre più sistematico persegue l’obiettivo di indebolire qualsiasi opposizione di creare sentimenti di impotenza, rassegnazione e divisioni nei movimenti di resistenza. L’emergenza diventa normalità.

Ma ciò che più dovremmo temere sono le strategie per assicurare il potere mondiale e il profitto che sono l’oggetto dei summit come quello di Heiligendamm e di ogni incontro dei G8.

Comitato di organizzazione della giornata di azione in Rostock-Laage, Kassel
http://dissentnetzwerk.org/node/1115

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Un'intervento della ricercatrice laureata in fisica quantistica, di cui Feltrinelli ha pubblicato «Il bene comune della Terra». Dal miracolo economico indiano ai «suicidi dei semi», analisi di un pianeta sempre più ostaggio delle grandi corporation. L'unica strada per resistere è la disobbedienza civile.

Quando inizia a parlare Vandana Shiva le sue parole hanno il tono pacato dell'argomentazione. Ma quando arriva al cuore della sua riflessione, il timbro di voce diventa più imperioso, come chi è talmente sicura di ciò che sta sostenendo che deve dirlo con forza e foga. Laureata in fisica quantistica e in economia, ricercatrice per molti anni, Vandana Shiva fa parte di quegli «scienziati dai piedi scalzi» che a un certo punto della loro vita hanno lasciato i laboratori per verificare gli «effetti collaterali», cioè le conseguenze delle loro ricerche e scoperte. Per questa indiana nata in uno stato nel nord dell'india, il punto di svolta è stato quando si è imbattuta in un progetto della Banca mondiale che aveva distrutto l'economia locale di una regione indiana.

Da allora, infatti, ha abbandonato la ricerca scientifica per dare vita nel 1982, assieme ad altri ricercatori, al «Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali». Il primo risultato della sua nuova attività di studiosa è condensato dal libro Sopravvivere allo sviluppo (Isedi). Da allora ha pubblicato molti saggi, tutti estremamenti critici verso la «globalizzazione neoliberista», di cui vanno ricordati Biodiversità, biotecnologie e agricoltura scientifica (Bollati Boringhieri), Biopirateria. Il saccheggio della natura e saperi locali (Cuen), Vacche sacre e mucche pazze (DeriveApprodi), Il mondo sotto brevetto (Feltrinelli) e Le guerre dell'acqua (Feltrinelli).

In Italia per un ciclo di conferenze - è stata ospite del forum della campagna Sbilianciamoci e ha partecipato alla rassegna Torino Spiritualità - abbiamo incontrato Vandana Shiva e con lei abbiamo parlato del suo ultimo libro Il bene comune della Terra, da poco uscito per Feltrinelli.

Nel tuo libro descrivi la relazione tra questo modello di globalizzazione economica e il diffondersi di terrorismi e fondamentalismi. Puoi illustrarci questo legame?
Ciò che cerco di evidenziare sono i percorsi che generano una cultura di «sfruttabilità», basata sul poter disporre di tutto e tutti perché a ogni cosa e a ognuno è assegnato un prezzo. Questa condizione, economica e culturale allo stesso tempo, cambia il modo in cui pensiamo l'uno all'altro e in cui ci mettiamo reciprocamente in relazione, ed è all'origine di innumerevoli conflitti. Essa favorisce l'affermazione di «identità in negativo», basate su un atteggiamento escludente, che rifiuta l'altro.
Questo modello di sviluppo che nega diritti, marginalizza ed espropria è alla radice di fondamentalismo e terrorismo. Innesca una processo che non è insito in nessuna cultura, ma che si alimenta quando vengono create persone «usa e getta». Per fare un esempio, la crescita indiana che si legge sui giornali di tutto il mondo nasconde espropri di terra mai visti prima. E la terra sequestrata è quella dei piccoli contadini, dei più poveri. Le terre vengono poi acquistate a prezzi irrisori dalle grandi compagnie transnazionali, che così possono produrre a prezzi stracciati. Questo sta causando massicce migrazioni verso le città, dove le popolazioni sradicate, senza terra né lavoro, si aggiungono alle masse di disperati che affollano le periferie, causando un aumento dell'instabilità.

Da tempo sostieni la necessità di un controllo diretto sulle risorse e sui beni comuni attraverso una «localizzazione dell'economia» e una ridefinizione dei confini della democrazia. Cosa implica sul piano politico questa concezione?
Rispetto alla mia idea di democrazia, il modello neoliberista di globalizzazione non è altro che il dominio di istituzioni sovranazionali non democratiche e ostaggio di poche, potentissime multinazionali. La distanza è un fattore che isola. Ecco perché la pratica della localizzazione, del mettere al centro gli interessi e le legislazioni locali, riveste un'importanza fondamentale. La localizzazione permette di assicurare giustizia e sostenibilità. Ciò non significa che ogni decisione debba essere presa a livello locale, ma che debba essere discussa e approvata anche a livello locale: le decisioni migliori si prendono laddove il loro effetto può essere percepito più chiaramente.
E' importante sottolineare che questo principio costituisce un imperativo ecologico. Le crisi ambientali che affliggono il nostro pianeta derivano da un disconoscimento del ruolo delle risorse naturali. Per risolvere queste crisi è necessario che le comunità locali recuperino il controllo delle proprie risorse per costruire un'economia sostenibile. Riconquistare i beni comuni comporta dunque la necessità di poter esercitare un controllo sulla gestione statale delle risorse, delle decisioni e delle politiche di sviluppo economico. Ma al tempo stesso è necessario riprendere possesso delle risorse privatizzate dalle multinazionali attraverso gli accordi del Wto e i programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario.

Nel tuo ultimo libro denunci l'esistenza di un genocidio ai danni di donne e piccoli agricoltori...
In India mancano all'appello 36 milioni di donne a causa dell'aborto selettivo praticato sui feti femminili. Nel mondo la cifra raggiunge i sessanta milioni. Il feticidio è la diretta conseguenza dell'esclusione delle donne da un sistema produttivo basato sull'agricoltura industriale, sul consumismo, sulla mercificazione di ogni aspetto della vita umana. Questo avviene nelle regioni agricole, ma soprattutto nelle zone urbane o suburbane. A Dehli troviamo il più alto tasso di alfabetizzazione e i redditi più elevati di tutta l'India, e allo stesso tempo il maggior numero di violenze sulle donne, a partire da stupri, molestie sessuali e morti per dote.
Il censimento del 2001 registra a Dehli 140 mila bambine sotto i sei anni in meno rispetto alle tendenze demografiche.
Parallelamente, lo sviluppo dell'agricoltura industriale, basata su costosissime tecnologie, sul massiccio impiego di fertilizzanti e pesticidi chimici, e sull'imposizione delle sementi geneticamente modificate, causa il fallimento dei piccoli agricoltori incapaci di sostenere i costi e la concorrenza di questi metodi. Solo nel 2004, 16.000 contadini si sono tolti la vita in India. I suicidi dei contadini poveri derivano dall'indebitamento, provocato dall'aumento dei costi di produzione e dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. I suicidi sono l'esito inevitabile di una politica agricola che protegge gli interessi del capitalismo globale e ignora quelli dei piccoli agricoltori. Per questo io non parlo di suicidi, ma di genocidio.

La rete contadina Navdanya, che hai fondato e che coordini, si propone come un'alternativa per i piccoli contadini indiani minacciati dalle multinazionali del settore agroalimentare. Quali sono le vostre pratiche e i vostri obiettivi?
Navdanya significa «nove semi», un nome che evoca la ricchezza della diversità e il dovere di difenderla di fronte all'invasione delle biotecnologie e delle monoculture dell'agricoltura industriale. Insieme ai brevetti che monopolizzano i diritti sulla proprietà intellettuale introdotti dal Wto, dalla convenzione sulla biodiversità e da altri accordi commerciali, le biotecnologie riducono la diversità delle forme di vita al ruolo di materie prime per l'industria e i profitti. I semi geneticamente modificati intrappolano i piccoli agricoltori in una gabbia di debiti e menzogne. Per questo li chiamo «semi del suicidio». Essi sono resi sterili in modo tale che non possano riprodursi e debbano venire acquistati dai contadini ogni anno a caro prezzo. I brevetti dei semi sono di proprietà di multinazionali come la Monsanto, che in questo modo si appropriano della fonte di vita e dei diritti di due terzi dell'umanità.
Per far fronte a questa situazione Navdanya, che oggi conta quasi 300 mila agricoltori, ha creato delle economie locali alternative che controllano i processi di produzione e distribuzione degli alimenti e tutelano i produttori locali. I contadini della rete adottano coltivazioni biologiche differenziate che proteggono la fertilità dei terreni e la biodiversità, evitando l'uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. In questo modo si migliora la produttività e l'apporto nutritivo dei raccolti, recuperando anche il 90% dei costi di produzione. Le entrate sono tre volte superiori a quelle degli agricoltori che si servono di prodotti chimici, non vengono prodotti rifiuti tossici e danni alla biodiversità. Inoltre, il sistema di commercio equo che regola la distribuzione dei prodotti ci protegge dalla insicurezza dei mercati e delle speculazioni finanziarie. Coltivazione organica e commercio equo offrono invece sicurezza sul piano delle scelte alimentari, della salute e della stabilità. In questo modo tutti - agricoltori, ambiente e consumatori - ricavano un grande beneficio.

Di fronte a una situazione così grave, riesci a indicare una possibile via d'uscita?
Cento anni fa in Sudafrica, Gandhi rifiutò la segregazione razziale, affermando il diritto di non obbedire a leggi ingiuste. La disobbedienza civile implica la scelta della nonviolenza e della non cooperazione pacifica. Credo che anche oggi questa sia la strada da seguire, a cominciare dalla resistenza alla brevettazione dei semi indiani. In India è in discussione una legge che potrebbe portare alla proibizione dell'utilizzo di sementi proprie da parte dei contadini. Sementi che da migliaia di anni vengono conservate e trasmesse - di generazione in generazione e di raccolto in raccolto - verrebbero così bandite per far posto alla commercializzazione di semi prodotti nei laboratori di multinazionali come la Monsanto, e venduti a caro prezzo. Noi sappiamo che le varietà di sementi indigene, conservate e selezionate localmente, rappresentano la nostra garanzia ecologica ed economica, perché sono in grado di adattarsi perfettamente alle condizioni climatiche e geologiche delle diverse regioni indiane. Non si possono criminalizzare centinaia di milioni di piccoli agricoltori che non sono disposti a sottomettersi al modello agricolo imposto dalle multinazionali. Per conquistare la nostra libertà economica e politica è necessario guardare ancora una volta a Gandhi, alle sue idee di autogoverno e autoproduzione locale.

Nei tuoi interventi dimostri sempre come sia possibile rimpossessarsi dei beni comuni, attraverso degli esempi concreti. Come quello della mobilitazione contro la Coca Cola in Kerala...
Un esempio che dimostra le possibilità di vittoria da parte del movimento democratico globale. La lotta ha avuto inizio nel 2000 dalle donne di Plachimada, un piccolo villaggio del Kerala sede di uno stabilimento della Coca Cola. Uno stabilimento che era arrivato a consumare un milione e mezzo di litri d'acqua al giorno e a produrre siccità in tutta l'area circostante, da sempre ricca di acqua. A questo si deve aggiungere l'inquinamento prodotto dagli scarti produttivi e la contaminazione dei terreni. Le donne hanno cominciato ad assediare i cancelli dello stabilimento, a organizzare manifestazioni e sit-in, coinvolgendo tutte le comunità della regione.
Si è così deciso di ricorrere all'Alta Corte di Giustizia del Kerala. Che ha dato ragione alle donne di Plachimada, con una storica sentenza che sostiene il carattere di bene pubblico dell'acqua: nel 2004 il governo regionale è stato costretto a chiudere lo stabilimento. Questo ha prodotto una moltiplicazione delle lotte in tutta l'India, e la formazione di una campagna nazionale di boicottaggio nei confronti di Coca Cola e Pepsi. Ad oggi più di cinquecento tra villaggi, scuole e università e si sono dichiarate «Coca Cola e Pepsi Free». Questa vicenda dimostra ciò che Gandhi ci ha insegnato: solo prendendo coscienza delle nostre responsabilità si possono ottenere i diritti, solo iniziando a vivere liberamente si può ottenere la libertà.

da il Manifesto 29/9/06

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Presentato il Primo Maggio a Cascina Triulza, il padiglione della Società Civile ad Expo 2015, “Terra Viva”, il manifesto per un nuovo patto sociale, economico, agricolo. All'evento erano presenti l'ambientalista Vandana Shiva, Ugo Biggeri di Banca Etica, Don Luigi Ciotti di Libera e Maurizio Martina, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali con delega a Expo Milano 2015.

La democrazia della Terra

Il manifesto, promosso da Banca Etica, Etica SGR, Navdanya International e Fondazione Triulza, indica una nuova strada per superare la crisi ambientale ed economica che colpisce il pianeta, in un momento in cui al suolo urbanizzato, entro il 2030, si aggiungerà una città estesa come tutto il Sudafrica.

La terra fertile viene erosa a una velocità tra le 10 e le 40 volte superiore la sua capacità di rigenerazione. Il 40% delle guerre degli ultimi 60 anni è stato causato da clima, suolo, risorse. 
Il manifesto Terra Viva è frutto del lavoro e dell’elaborazione – guidata dall’ambientalista Vandana Shiva – di un panel di ricercatori ed esperti provenienti da tutto il mondo, fra i quali Luc Gnacadja, ex segretario della Convenzione Onu di lotta alla desertificazione; Andrea Baranes, economista; Nnimmo Bassey, premio Nobel alternativo.

Nella visione proposta dal manifesto l’agricoltura ha un ruolo determinante. La nuova agricoltura restituisce fertilità al terreno attraverso metodi biologici. Assicura prezzi giusti agli agricoltori in modo che possano restare sulle loro terre per continuare a produrre cibo per i cittadini e le comunità. Sostituisce il processo lineare di sfruttamento del suolo e delle risorse con un processo circolare di restituzione che garantisce la resilienza, la sostenibilità, la giustizia e la pace. E’ un’agricoltura che può generare una nuova economia e una nuova democrazia: la democrazia della Terra. 

Nel futuro proposto dal Manifesto la finanza deve essere uno strumento al servizio delle persone e dell'economia reale: attraverso la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento, la tassa sulle transazioni finanziarie, il divieto dell'uso speculativo dei derivati sulle materie prime e sul cibo.

Scarica il manifesto Terra Viva 

Vandana Shiva, leader di Navdanya International: 
“L’economia, che è parte della società, è stata posta al di sopra della società, al di fuori del controllo democratico. Il benessere delle persone e delle comunità è stato sostituito dal benessere delle multinazionali, mentre la produzione reale è stata rimpiazzata dall’astratta moltiplicazione del capitale. Il risultato è la scomparsa della democrazia e l’aumento degli squilibri economici. C’è bisogno di un nuovo patto che riconosca che noi siamo il suolo: veniamo dal suolo, siamo sostenuti dal suolo. Prendersi cura della terra è il lavoro più importante che gli agricoltori possano fare. Il messaggio che lanciamo dall’importante vetrina di Expo è forte e chiaro: la nuova democrazia è la democrazia della Terra”

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Noi, La Via Campesina, veniamo ad estendere il nostro appello urgente a tessere, filo per filo, l'unità globale tra le organizzazioni del campo e della città per  prendere un ruolo attivo, propositivo e decisivo nella costruzione di una nuova società basata sulla sovranità alimentare, la giustizia e l'uguaglianza.

Ci troviamo qui chiamati dallo spirito dei nostri amici e dirigenti e di  tutti coloro, il cui coraggio e impegno con le nostre lotte, ci ispirano.
La Via Campesina, un movimento internazionale che riunisce più di 200 milioni di contadine e contadini, popoli indigeni, pescatori, raccoglitori, i lavoratori agricoli. Con la creatività delle donne e l'entusiasmo dei nostri giovani provenienti da 183 organizzazioni e 88 paesi.
Siamo in Asia, dove vive la maggior parte dei contadini del mondo, per festeggiare i nostri primi venti anni di lotta.
Abbiamo iniziato il nostro cammino a Mons (Belgio) nel 1993 e abbiamo articolato la nostra visione radicale della sovranità alimentare nel 1996 a Tlaxcala (Messico), arrivando a riposizionare i contadini, uomini e donne come attori sociali al centro dei processi di  resistenza all'agenda del commercio neoliberale e nella costruzione di alternative.

I popoli della terra sono attori essenziali nella costruzione, non solo di un modello agricolo diverso, ma anche di un mondo giusto , differente ed egualitario.
Siamo noi, donne e uomini, che nutriamo l'umanità e abbiamo cura della natura.
Le generazioni future dipendono da noi per la cura per la terra.
Oggi più che mai, un altro mondo è urgente e necessario. La distruzione del nostro mondo attraverso l'eccessivo sfruttamento e spoliazione dei popoli e l'appropriazione di beni naturali stanno producendo la attuale crisi climatica e profonde disuguaglianze che minacciano l'umanità nel suo insieme e la vita stessa.
La Via Campesina dice un sonoro NO a questa distruzione promossa dalle corporazioni .
Noi stiamo costruendo nuove relazioni tra gli esseri umani e la natura basate sulla solidarietà, la cooperazione e la complementarietà.
Al centro della nostra lotta è la formulazione di un'etica per la vita che attraversa tutte le nostre azioni e le ricerche.
La Via Campesina si è  impegnata  a dare visibilità alle lotte locali in tutto il mondo, assicurando che vengano interpretate in una prospettiva internazionale e contribuisce a coinvolgerli in un grande movimento globale per la sovranità alimentare, il cambiamento sociale e l'autodeterminazione dei popoli del mondo.
Facciamo appello a tutte le nostre organizzazioni, i nostri alleati e amici, amiche, sorelle e fratelli nella lotta, e di tutti coloro impegnati per un futuro migliore insieme a continuare a camminare insieme rifiutando l'agenda della "Economia Verde” e continuando a costruire la Sovranità Alimentare.
                                                 Le nostre lotte

Sovranità Alimentare Ora - Trasformare il mondo

La sovranità alimentare è il cuore della lotta per un progetto di giustizia sociale che comprende attualmente ampi settori del campo e della città.
La sovranità alimentare è il diritto fondamentale di tutti i popoli, nazioni e stati di controllare il loro cibo e sistemi alimentari e  decidere le proprie   politiche, assicurando a ognuno cibo di qualità, adeguato, a prezzi accessibili, nutriente e culturalmente appropriato.
Ciò comprende il diritto dei popoli a definire le loro forme di produzione, uso e intercambio sia a livello locale che internazionale.

Nel corso degli ultimi due decenni, la nostra visione della sovranità alimentare ha ispirato una generazione di attivisti impegnati per il cambiamento sociale.
La nostra visione del mondo implica una rivoluzione agricola, che signica profonde trasformazioni agricole, socio-economiche e politiche. La sovranità alimentare ha sottolineato l'importanza cruciale della produzione locale e sostenibile, il rispetto dei diritti umani, prezzi equi per i prodotti alimentari e l'agricoltura, il commercio equo tra paesi e la salvaguardia dei nostri beni comuni, contro la privatizzazione.

Oggi ci troviamo di fronte alla più grande crisi della nostra storia ed essa è una crisi sistemica.
Le crisi alimentare, del lavoro, energetica, economica, climatica, ecologica, etica, sociale, politica e istituzionale stanno portando al collasso in molte parti del mondo.
Contemporaneamente la crisi energetica  peggiora di giorno in giorno di fronte all'esaurimento dei combustibili fossili e si confronta con false soluzioni che vanno dagli agro-carburanti all'energia nucleare, che ha dimostrato di essere una delle più grandi minacce alla vita sulla terra.

Rifiutiamo il capitalismo, che in questo periodo è caratterizzato da un flusso aggressivo del capitale finanziario e speculativo verso l'agricoltura industriale, la terra e la natura.
Questo ha generato un immenso accaparramento di terre, l'espulsione dei contadini dalle loro terre, la distruzione di villaggi, comunità, culture e i loro ecosistemi, creando migrazioni e disoccupazione di massa. Questo genera masse di migranti economici e rifugiati climatici e disoccupati, aumentando le disuguaglianze esistenti.

Le multinazionali in collusione con governi e istituzioni internazionali stanno imponendo,  con il pretesto della Green Economy, monocolture OGM, le megaminiere, le grandi piantagioni forestali, l'imposizione di colture di biocarburanti, la costruzione di grandi dighe, il fracking e i gasdotti o la privatizzazione dei nostri mari, fiumi, laghi e dei nostri boschi.
La Sovranità alimentare strappa il controllo sopra i nostri beni comuni, restituendoli nelle mani delle comunità.

La Agroecologia è la nostra scelta per il presente e per il futuro

La Produzione di alimenti basata sull'agricoltura contadina, la pastorizia e la pesca è ancora la principale fonte di cibo nel mondo. L'agricoltura contadina basata sull'agroecologia è un sistema sociale ed ecologico costituito da una grande varietà di tecniche e tecnologie adeguate ad ogni cultura e geografia.
L'Agroecologia elimina la dipendenza dai pesticidi; rifiuta la produzione animale industrializzata, utilizza energie rinnovabili, assicura una alimentazione sana e abbondante, si basa su conoscenze tradizionali e ripristina la salute e l'integrità del territorio. La produzione alimentare in futuro sarà basato su un numero crescente di persone che produrranno  alimenti in una forma diversa e resiliente.
L'Agroecologia protegge la biodiversità e raffredda il pianeta.
Il nostro modello di agricoltura non solo può nutrire tutta l'umanità, ma è  anche il modo di fermare l'avanzata della crisi climatica raffreddando il pianeta attraverso la produzione locale in armonia con le nostre foreste, alimentando la biodiversità e la reincorporazione di materia organica nei suoi cicli naturali.

Giustizia Sociale e climatica e la solidarietà

Nella misura in cui avanziamo e costruiamo, a partire dalla nostra diversità culturale e geografica, il nostro movimento per la Sovranità alimentare si è rafforzato integrando la giustizia e l'uguaglianza sociale. Praticando la solidarietà rispetto alla concorrenza, rifiutiamo il patriarcato, il razzismo, l'imperialismo e  lottiamo per le società democratiche e partecipative, libere dallo sfruttamento di donne, bambini, uomini o della natura.   
Chiediamo giustizia climatica già ora.
Coloro che soffrono maggiormente di questo caos climatico  e  ecologico non sono coloro che lo hanno causato. Le false soluzioni della green economy per continuare la crescita capitalista stanno peggiorando la situazione. Si crea un debito ecologico e climatico che deve essere corretto.        Pertanto chiediamo l'arresto immediato dei meccanismi del mercato del carbonio, geoingegneria, REDD e dei biocarburanti.

Riaffermiamo la necessità e il nostro impegno a lottare  continuamente contro le multinazionali, agendo tra l'altro, boicottando i loro prodotti e rifiutando di cooperare con le loro prassi operative.  

I Trattati di Libero Commercio e gli accordi di investimento hanno creato condizioni di estrema vulnerabilità e di ingiustizia per milioni. L'attuazione di questi trattati produce violenza, militarizzazione e criminalizzazione della resistenza. Un'altra tragica conseguenza di essi è la creazione di una grande  massa di migranti  sottopagati, con lavori  insicuri e malsani e  violazioni dei diritti umani e discriminazione.

La Via Campesina è riuscita a collocare i diritti dei contadini all'ordine del giorno del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e chiamiamo i governi ad attuarli.
La nostra lotta per i diritti umani è al cuore della solidarietà internazionale e include la protezione dei diritti e sociale dei contadini migranti e dei lavoratori alimentari .
Le lotte per il diritto alla terra, al cibo, al lavoro dignitoso, contro la distruzione della natura, sono criminalizzate. Sono centinaia i compagni che sono stati uccisi negli ultimi anni , molti minacciati  o perseguitati e imprigionati, spesso con il sostegno o complicità delle autorità pubbliche.

Un mondo senza violenza e discriminazione contro le donne

La nostra lotta è per costruire una società basata sulla giustizia, l'uguaglianza e la pace.
Esigiamo il rispetto di tutti i diritti delle donne. Rifiutando il capitalismo, il patriarcato, la xenofobia, l'omofobia e la discriminazione basata su motivi razziali, etnici, riaffermiamo il nostro impegno a raggiungere la piena parità tra gli uomini e le donne e i loro diritti ad una piena uguaglianza. Ciò richiede la fine di tutte le forme di violenza contro le donne, domestica, sociale e istituzionale, sia nelle aree rurali che in quelle urbane.
La nostra Campagna contro la violenza contro le donne è al centro delle nostre lotte.

Pace e smilitarizzazione

Viviamo un aumento di conflitti e guerre per la proprietà, la proliferazione di basi militari e la criminalizzazione della resistenza. La violenza è intrinseca a questo sistema capitalista mortale basato sulla dominazione, sfruttamento e saccheggio.
Siamo impegnati al rispetto, la  dignità e la pace.
Ci addolorano e fanno onore le centinaia di contadini che sono stati minacciati, perseguitati, imprigionati, uccisi per le loro lotte.
Continueremo ad esigere che rendano conto e siano puniti coloro che violano i diritti umani ei diritti della natura. Chiediamo l'immediato rilascio di tutti i prigionieri politici.

Terra e Territori

Difendiamo una Riforma Agraria integrale che offra il pieno diritto sulla Terra, riconosca i diritti legali dei popoli indigeni sui loro territori, assicuri alla comunità di pescatori l'accesso e il controllo delle zone e degli ecosistemi di pesca e riconosca l'accesso e il controllo delle terre e delle vie di migrazione dei pastori.
Questo è l'unico modo per garantire un futuro per i giovani delle aree rurali.
La riforma agraria globale, vista come una massiccia distribuzione della terra con le risorse di supporto per la produzione e mezzi di sussistenza, deve garantire un accesso permanente ai giovani, alle donne, ai disoccupati, ai senza terra, per dare complemento alle piccole aziende , agli sfollati e  a tutti coloro che intendono partecipare alla produzione su piccola scala di prodotti alimentari agro-ecologici.
La terra non è una merce.
Le leggi esistenti devono essere rafforzate e si devono crearne nuove per proteggerci dalle speculazioni e un quadro giuridico per evitare speculazioni e accaparramento. Continueremo la nostra lotta per difendere le terre e territori.

Semi, beni comuni e acqua

I semi, il cuore della Sovranità Alimentare, li  esaltiamo con il principio “Semi Patrimonio dei Popoli al Servizio dell'Umanità”, ribadito oggi da centinaia di organizzazioni in tutto il mondo.     La nostra sfida è ora quella di continuare a tenere i nostri semi vivi nelle mani delle nostre comunità, moltiplicandoli  nel contesto dei nostri sistemi di produzione agricola.
Continueremo la lotta contro l'appropriazione indebita di essi attraverso varie forme di proprietà intellettuale e la loro distruzione per mezzo di manipolazione genetica e di altre nuove tecnologie.

Ci opponiamo ai pacchetti tecnologici che combinano gli OGM con l'uso massiccio di pesticidi.
Stiamo ora combattendo le leggi sui  semi che sono privatizzati e mercificati dalla mano degli interessi delle corporazioni.
Continueremo a combattere i transgenici e a lottare per un  mondo libero dagli OGM.

I cicli di vita scorrono attraverso l'acqua, ed essa è una parte essenziale degli ecosistemi e la vita. L'acqua è un bene comune e come tale deve essere protetto.

Costruendo dalle nostre forze

La nostra grande forza è la creazione e il mantenimento dell'unità nella diversità.
Abbiamo una visione del mondo inclusiva, spaziosa, pratica, radicale e piena di speranza come un invito a unirci nella trasformazione della nostra società e nella protezione della Madre Terra.

  • Le mobilitazioni popolari, il confronto con i potenti, la resistenza attiva, l'internazionalismo, l'impegno con i  movimenti di base locali sono essenziali per arrivare a  cambiamenti sociali effettivi.
  • Nella nostra lotta eroica per la Sovranità alimentare continueremo a costruire alleanze essenziali con i movimenti sociali così come con i lavoratori urbani e delle periferie,  con i migranti, con coloro che combattono le mega miniere e le mega dighe, tra le altre cose.
  • I nostri strumenti principali sono la formazione, l'educazione e la comunicazione. Stiamo promuovendo lo scambio di conoscenze accumulate fino ad oggi con i contenuti e le metodologie di formazione culturale, politica e ideologica e tecnica; moltiplicando le nostre scuole e le esperienze educative delle nostre basi e lo sviluppo dei nostri strumenti di comunicazione dalle nostre basi.
  • Ci impegniamo a creare spazi speciali per potenziare la nostra gioventù.
  • La nostra più grande speranza per il futuro è la passione, l'energia e l'impegno dei  nostri giovani articolati nei giovani del nostro movimento.

Lasciamo questa VI^ Conferenza Internazionale di Via Campesina dando il benvenuto alle nuove organizzazioni che hanno aderito alla Via Campesina, sicuri delle nostre forze e pieni di speranze per il futuro.

Per la terra e la sovranità dei nostri popoli! Con la solidarietà e la lotta!
Jakarta 12 Giugno 2013

Egidio Brunetto -
Giacarta-Indonesia - 9-13  GIUGNO                                 
(traduzione di Antonio Lupo)

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Ieri, 1 novembre, davanti alla Caserma Montello, il Comitato “Zona 8 solidale” ha saputo rendere universale la solidarietà testimoniata da migliaia di presenti.

E non è solo una questione di numeri delle persone e delle realtà associative che hanno reso visibile e trasparente un sentimento che piccole proprietà arroganti vorrebbero rinnegare il diritto umano ad essere accogliente e solidale.

C’è un sentimento disumano, ostile, razzista che si diffonde attorno a noi, che si manifesta con sempre più violenza, che si rifiuta di vedere le miserie generate dalle guerre, dalle rapine, dalle violazioni dei diritti universali.

La forza della fratellanza espressa in quanto bene comune, tra alleanze sempre più determinate, deve trovare sempre maggiore coerenza e visibilità, capace di seppellire le arroganze barbariche della xenofobia di coloro che pensano e credono solo nel loro dio esclusivo.

Vedi foto:

Per questo siamo solidali anche con il seguente comunicato della Rete 7

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Ancora vicende sconcertanti del Municipio 7

FATTO N. 1

Solidarietà e una preghiera per i Frati dell’Opera di San Francesco

Da molti anni i Frati Capuccini di P.za Velasquez svolgono attività di aiuto concreto ai bisogni primari delle persone, senza distinzione di provenienza o di religione.

Tra i diversi servizi: docce, ambulatorio medico, … c’è la mensa che ogni giorno garantisce oltre 150 pasti per italiani e stranieri.

A fronte di una domanda sempre più pressante, i Frati hanno chiesto la possibilità di fare dei lavori interni per ampliare gli spazi adibiti alla mensa.

Una richiesta è stata avanzata al Municipio 7 che ne ha la competenza.

Una richiesta doverosa che si inquadra nell’obiettivo primario dell’Opera San Francesco quella di dare dignità alla persona.

Tutto bene! La Commissione approva, il Consiglio del Municipio 7 approva all’unanimità, ma la Lega presenta un documento nel quale sostanzialmente si dice favorevole, tuttavia a condizione che i Frati non aumentino il numero dei pasti.

La mozione è stata approvata dalla maggioranza: Lega e Forza Italia.

Ora, è vero che da qualche tempo sui banchi del Municipio 7 gira un bel gatto nero che riceve le carezze dei Consiglieri (http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/gatto-municipio-1.2626646), ma poi basta!

Anche l’intelligenza è parte della dignità umana.

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FATTO N. 2

Integrazione  SI,  NO!

Negli anni scorsi il Consiglio di Zona 7 aveva stabilito una maggiore erogazione di fondi (+ 17%) a favore delle scuole con un numero sensibile di utenti stranieri per facilitare l’integrazione dei figli degli immigrati attraverso l’insegnamento della lingua italiana.

Così la  “Legge   Regionale  n.  31/1980 “Diritto  allo  Studio” si propone di intervenire per appianare lo svantaggio sociale di portatori di handicap e minoranze etniche, di ridurre il fenomeno dell’evasione dell’obbligo scolastico”. 

Il Municipio 7, potremmo dire con una “ardita” scelta discriminatoria, ha deliberato (atto 26/2016) la sospensione di quella percentuale, ritenuta un “privilegio“, a sostegno di minori in difficoltà scolastica.

Sono gravi segnali di persistenti pratiche di esclusione che dimostrano e attestano la miopia politica da parte dei nuovi amministratori del Municipio 7.

Lo ripetiamo: una Giunta di governo di un territorio deve muoversi avendo come obiettivo il bene comune di tutti i cittadini e non solo di una parte!

Non possiamo rimanere indifferenti a questa deriva discriminante e autoritaria!

Rete 7

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Sono morti di freddo. Stremati dopo aver atteso per ore i soccorsi distesi su un barcone in mezzo al mare in burrasca, con le onde alte otto metri che hanno ritardato l’arrivo delle motovedette della Capitaneria di porto spedite in loro aiuto.

A perdere la vita in questa ennesima strage di migranti questa volta sono stati in 29, tutti uomini. I loro corpi sono stati sbarcati ieri sera sul molo Favaloro di Lampedusa, l’isola siciliana che in queste ore vive l’incubo di aver fatto un salto indietro nel tempo.
«Sono sconvolto, non mi abituerò mai a queste tragedie» diceva ieri sera Pietro Bartolo, direttore sanitario dell’isola. Che punta il dito sulla decisione del governo Renzi di mettere fine a "Mare nostrum", la missione della Marina militare che in 14 mesi ha salvato 170 mila persone tra uomini, donne e bambini. «Questi profughi potevano essere salvati — prosegue il medico — sarebbe bastato che li andassero a pren­dere con le navi militari e non con i gommoni o con le motovedette in mare aperto con questo gelo e con questo maltempo».

Era solo questione di tempo. Lo sapevano tutti che prima o poi il Mediterraneo sarebbe tornato a far strage di migranti. La cancellazione di "Mare nostrum" e l’avvio della missione europea "Triton" ha cambiato il modo di intervenire in soccorso dei migranti.
Non più al largo, come facevano le navi della Marina militare che si spingevano fin davanti alle coste libiche riuscendo così a intervenire in tempi rapidi, ma molto più indietro, non oltre le 30 miglia marine, linea lungo la quale, finché dura, opera "Triton". Una decisione sciagurata, tale da rendere ancora più pericolosi i viaggi di chi fugge dalle guerre.

La prova si è avuta proprio con questa ultima tragedia. Il barcone con i 105 migranti a bordo parte domenica dalla Libia. Il suo però, è un viaggio breve. Poco dopo aver salpato, l’imbarcazione ha un’avaria e con un telefono satellitare viene lanciato l’SOS. In quel momento l’imbarazione si trova al largo delle acque libiche, 140 miglia da Lampedusa. La richiesta di soccorso arriva nel primo pomeriggio di domenica al Centro nazionale di soccorso della Guardia costiera a Roma che dopo aver individuato la posizione della barcone attraverso il satellitare, dirotta due mercantili verso i migranti e invia due motovedette da Lampedusa.

Le condizioni del mare rendono però i soccorsi estremamente difficili. «Stiamo operando in condizioni proibitive», spiegano alla Guardia costiera dove gli equipaggi delle motovedette devono fare i conti con onde alte come un palazzo di tre piani. Alle 22 di domenica le motovedette riescono comun­ue a raggiun­gere il barcone e ad avviare il trasbrodo dei migranti, quattro dei quali sono morti per il freddo e altri quindici versano in condizioni gravissime. L’arrivo a Lampedusa, previsto per ieri mattina, avviene invece solo nel tardo pomeriggio.

Silenzio su quanto accaduto sia dal Viminale, dove il ministro Alfano è stato il vero protagonista della fine di "Mare nostrum", che da palazzo Chigi.
Ma sono in molti a criticare la scelta di sostituire la Marina militare con la missione europea.
«Orrore al largo di Lampedusa. Persone morte non in un naufra­gio, ma per il freddo. Queste le conseguenze del dopo "Mare­Nostrum», scrive in un tweet la presi­dente della Camera Laura Boldrini.
«I mezzi messi in campo da Triton non sono sufficienti», accusa invece Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr. «Da più di un anno continuiamo a dire le stesse cose — prosegue Sami -: abbiamo una proposta molto chiara su ciò che è necessario, prima fra tutti mantenere altissimo il livello di salvataggio in mare in tutto il Mediterraneo».

Anche Sel e Save the Children chiedono di potenziare i salvataggi in mare, mentre parole dure contro Triton arrivano dal vescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro: «Un’operaione europea che si limiti a salvaguardare i confini credo che non otterrà grandi risultati - dice -. Dovremmo metterci tutti in ossequioso silenzio e pensare che questi erano uomini come noi e sono morti in una maniera indegna per un essere umano».

Carlo Lania - 10/2/015

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“Noi, riuniti/e nell’Assemblea dei Movimenti Sociali, svoltasi a Tunisi durante il Forum Sociale Mondiale 2013, affermiamo il contributo fondamentale dei popoli del Magreb-Mashreck (dal Nordafrica al Medio Oriente) nella costruzione della civiltà umana. Affermiamo che la decolonizzazione dei popoli oppressi è una grande sfida per i movimenti sociali del mondo intero.

Nel processo del FSM, l’Assemblea dei Movimenti Sociali è lo spazio dove ci riuniamo a partire dalla nostra diversità per costruire insieme agende e lotte comuni contro il capitalismo, il patriarcato, il razzismo e ogni tipo di discriminazione e oppressione. Abbiamo costruito una storia e un lavoro comune che ha permesso alcuni passi avanti, particolarmente in America Latina, dove siamo riusciti a frenare alleanze neoliberiste e mettere in pratica alternative per uno sviluppo socialmente equo e rispettoso della natura.

Insieme, i popoli di tutti i continenti realizziamo lotte dove ci opponiamo con grande energia alla dominazione del capitale, che si nasconde dietro la promessa di progresso economico del capitalismo e dell’apparente stabilità politica.

Ora, ci troviamo a un bivio dove le forze conservatrici e reazionarie vogliono fermare i processi iniziati con due anni di sollevazione popolare nella región del Maghreb-Mashrek che ha contribuito ad abbattere delle dittature e ad opporsi al sistema neoliberista imposto ai popoli. Queste sollevazioni hanno contagiato tutti i continenti del mondo generando processi di indignazione e di occupazione delle pubbliche piazze.

Noi popoli di tutto il mondo soffriamo oggi le conseguenze dell’aggravamento di una profonda crisi del capitalismo, nella quale i suoi agenti (banche, multinazionali, conglomerati mediatici, istituzioni internazionali e governi con il neoliberismo) cercano di aumentare i loro profitti tramite una politica interventista e neocolonialista.

guerre, occupazioni militari, trattati neoliberisti di libero commercio e “misure di austerità” espresse in pacchetti economici che privatizzano i beni comuni e i servizi pubblici, diminuiscono i salari, riducono i diritti, moltiplicano la disoccupazione, aumentano il sovraccarico delle donne nel lavoro di cura e distruggono la natura.

Queste politiche colpiscono con intensità i Paesi più ricchi del Nord, aumentano le migrazioni, gli spostamenti forzati, gli sfratti, l’indebitamento e le disuguaglianze sociali come in Grecia, Cipro, Portogallo, Italia, Irlanda e nello Stato spagnolo. Rafforzano il conservatorismo e il controllo sul corpo e la vita delle donne. Inoltre, tali agenti cercano di imporci l’“economia verde” come soluzione alla crisi ambientale e alimentare, cosa che oltre ad aggravare il problema, sfocia nella mercificazione, privatizzazione e finanziarizzazione della vita e della natura.

Denunciamo l’intensificazione della repressione di popoli in rivolta, l’assassinio dei/delle leader dei movimenti sociali, la criminalizzazione delle nostre lotte e delle nostre proposte.

Affermiamo che noi popoli non dobbiamo continuare a pagare per questa crisi sistemica e che non c’è uscita nell’ambito del sistema capitalista! Qui a Tunisi riaffermiamo il nostro impegno nella costruzione di una strategia comune per abbattere il capitalismo. Per questo lottiamo:

*Contro le multinazionali e il sistema finanziario (il FMI, la BM e la OMC), principali agenti del sistema capitalista, che privatizzano la vita, i servizi pubblici e i beni comuni, come l’acqua, l’aria, la terra, le sementi e le risorse minerali, promuovono le guerre e le violazioni dei diritti umani. Le multinazionali riproducono pratiche estrattiviste insostenibili per la vita, accaparrano le nostre terre e sviluppano alimenti transgenici che tolgono a noi popoli il diritto all’alimentazione ed eliminano la biodiversità.

Lottiamo per l’annullamento del debito illegittimo ed odioso che oggi è strumento di repressione e asfissia economica e finanziaria dei popoli. Ricusiamo i trattati di libero commercio che le transnazionali ci impongono e affermiamo che è possibile costruire un’integrazione di altro genere, a partire dal popolo e per i popoli, basata sulla solidarietà e sulla libera circolazione degli esseri umani.

*Per la giustizia climatica e la sovranità alimentare, perché sappiamo che il riscaldamento globale è il risultato del sistema capitalista di produzione, distribuzione e consumo. Le transnazionali, le istituzioni finanziarie internazionali e i governi al loro servizio non vogliono ridurre le loro emissioni di gas a effetto serra. Denunciamo l’“economia verde” e respingiamo tutte le false soluzioni alla crisi climatica come gli agrocombustibili, gli OGM, la geo-ingegnería e i meccanismi del mercato del carbonio, come REDD, che illudono con il progresso popolazioni impoverite, mentre privatizzano e mercificano i boschi e i territori dove hanno vissuto migliaia di anni.

Difendiamo la sovranità alimentare e l’agricoltura contadina, che è una soluzione reale alla crisi alimentare e climatica e comporta anche l’accesso alla terra per la gente che la vive e la lavora. Per questo chiamiamo a una grande mobilitazione per frenare l’accaparramento di terre e appoggiare le lotte contadine locali.

*Contro la violenza sulle donne, che viene esercitata in modo regolare nei territori occupati militarmente, ma anche contro la violenza che subiscono le donne quando sono criminalizzate per la partecipazione attiva alle lotte sociali. Lottiamo contro la violenza domestica e sessuale che viene esercitata su di loro quando sono considerati come oggetti o merci, quando la sovranità sui loro corpi o la loro spiritualità non viene riconosciuta. Lottiamo contro il traffico di donne, bambine e bambini. Difendiamo la diversità sessuale, il diritto all’autodeterminazione di genere, e lottiamo contro l’omofobia e la violenza sessista.

*Per la pace e contro la guerra, il colonialismo, le occupazioni e la militarizzazione dei nostri territori. Denunciamo il falso discorso in difesa dei diritti umani e della lotta contro gli integralismi, che molte volte giustifica occupazioni militari da parte di potenze imperialiste come ad Haiti, in Libia, Mali e Siria.

Difendiamo il diritto dei popoli alla loro autodeterminazione e alla loro sovranità come in Palestina, nel Sahara Occidentale e nel Kurdistan.

Denunciamo l’installazione di basi militari straniere nei nostri territori, utilizzate per fomentare conflitti, controllare e saccheggiare le risorse naturali e promuovere dittature in vari Paesi.

Lottiamo per la libertà di organizzarci in sindacati, movimenti sociali, associazioni e ogni altra forma di resistenza pacifica.

Rafforziamo i nostri meccanismi di solidarietà tra i popoli come l’iniziativa di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele e la lotta contro la NATO e per l’eliminazione di tutte le armi nucleari.

*Per la democratizzazione dei mezzi di comunicazione di massa e per la costruzione di media alternativi, fondamentali per avanzare nell’abbattimento della logica capitalista.

Ispirati alla storia delle nostre lotte e alla forza rinnovatrice del popolo in rivolta, l’Assemblea dei Movimenti Sociali convoca tutte/i a mettere in atto azioni coordinate a livello mondiale in una giornata mondiale di mobilitazione il giorno XXXXX (data da definire).

Movimenti sociali di tutto il mondo, avanziamo verso l’unità a livello mondiale per abbattere il sistema capitalista!!

Basta con lo sfruttamento, il patriarcato, il razzismo e il colonialismo! Viva la rivoluzione!

Viva la lotta di tutti i popoli!

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"Ambiente e pace, una sola rivoluzione" è il titolo significativo del nuovo libro di Carla Ravaioli in uscita per le edizioni Punto Rosso, ed il sottotitolo "Disarmare l’Europa per salvare il futuro" è già una proposta che pone il percorso dell’autrice in un orizzonte più ampio di quello in cui sembra svolgersi il dibattito attuale sui problemi ambientali e dell’economia. Ne parliamo con l’autrice.

Mentre l’informazione ed il dibattito politico sembrano tutti concentrati sulla soluzione in tempi brevi di singoli problemi (smaltimento rifiuti, costruzione centrali nucleari, aumento produzione agricola, riduzione emissioni di CO2, spettro della grande crisi economica…), per far fronte all’interrogativo "quale futuro per il mondo?", tu proponi, tanto per cominciare, il disarmo unilaterale dell’Unione europea. Qual è la logica alla base di questa proposta?

Il modo in cui poni la domanda già indica le ragioni che dettano la mia critica e di conseguenza la mia proposta. In genere infatti il problema ambiente, dopo essere stato a lungo ignorato, oggi inevitabilmente, data la sua crescente gravità, occupa una posizione sempre più rilevante nel dibattito politico. E però non viene mai affrontato nella sua interezza, ma per questioni separate: appunto rifiuti, mutamento climatico, crisi energetica, rischio di crisi economica, ecc.; questioni che invece sono tutte connesse, e tutte sono riconducibili a un’unica radice. Detto in parole semplici: l’economia capitalistica, che oggi è attiva in tutto il mondo, è fondata sull’”accumulazione”, cioè sulla crescita illimitata della produzione di merci; e questo è assolutamente incompatibile con il fatto che viviamo e produciamo su un pianeta che ha dei limiti dati, non dilatabili a nostro piacere o bisogno. Un pianeta cioè che, da un lato, non è in grado di alimentare una produzione in costante aumento (non dimentichiamo che qualsiasi prodotto dell’attività umana – un mobile, un’automobile, un indumento, una casa, un grattacielo, un’astronave, un missile, che altro... – è “fatto” di natura, minerale, vegetale, animale), e la crisi del petrolio ne è la prova più evidente. Dall’altro lato non è in grado di assorbire e neutralizzare i rifiuti, solidi, liquidi, gassosi, derivanti da ogni attività produttiva: in particolare le emissioni di Co2, derivanti dalla combustione di risorse energetiche minerali (petrolio, carbon fossile, ecc), sono causa del progressivo riscaldamento dell’atmosfera cui segue quel mutamento climatico di cui tutti soffriamo; ma le forme di inquinamento sono numerosissime, e avvelenano il terreno, alterano la composizione dell’acqua, producono polveri sottili che rendono l’aria irrespirabile, ecc. Il tutto è causa crescente di allergie, tumori, malformazioni… In Italia, secondo l’Oms, il 20% dei decessi è causato da inquinamento… Per citare un dato tra i tanti…

Ma il disarmo europeo in che modo potrebbe risolvere questi problemi?

Ci arrivo. Non è solo la qualità della produzione industriale, ma - come dicevo - la sua quantità in continuo aumento, a squilibrare gli ecosistemi del Pianeta: si impone dunque la necessità di contenere la produzione, e questa è infatti ormai l’opinione dell’intera comunità scientifica mondiale. Ma non della politica; e non ovviamente dei grandi potentati economici, anzi di tutto il mondo economico, compresa la grande maggioranza degli economisti. Produttività, competitività, crescita, Pil, continuano ad essere le linee portanti dell’economia mondiale. Di recente, per la verità, questa posizione non è più così compatta, qualche eccezione si va manifestando. Tra di esse alcune molto significative: Ban Ki Moon, segretario generale dell’Onu, ha parlato della necessità di ridurre il Pil mondiale; e gli ha fatto seguito il celebre economista inglese Nickolas Stern… E’ vero che le loro parole sono di fatto cadute nel silenzio, ma è anche vero che le prese di posizione, magari a mezza voce, contro la follia di una produzione illimitata vanno aumentando…
Dunque, ammettendo che finalmente si riconoscesse la necessità di ridurre la produzione per salvare il mondo dalla catastrofe ambientale, c’è un grosso problema: da che parte incominciare? Quale sacrificare nella miriade di prodotti in gran parte inutili, ma che la cultura del consumo propone, anzi impone, come indispensabili? E in che modo?

Incominciare dalle armi: è questo il tuo ragionamento?

Eh sì…Le armi, oltre ad essere strumento sempre più sofisticato e distruttivo della guerra, sono tra le merci che più pesantemente inquinano: nell’essere prodotte, trasportate e, alla loro maniera atroce, “consumate” . Le armi rappresentano una parte consistente del Pil mondiale. Ma soprattutto le armi sono lo strumento di uno sterminio cui sarebbe ora che l’umanità ponesse fine… E invece le guerre continuano, e le loro cause principali sono il bisogno di materie prime ormai rare, e il fatto che, proprio con la produzione di armamenti, rappresentano il più sicuro supporto alla crescita produttiva… Non ti sembrano buone ragioni?

Ma l’Europa, credi che sia disposta a un’operazione del genere?

Capisco che l’Unione Europea, così com’è oggi, non sembri proprio in grado di farsi protagonista di questa iniziativa… Io stessa lo dico chiaramente nel mio libro. Ma non è detto che le cose non possano cambiare. E d’altronde non dimentichiamo che l’Unione Europea nasce proprio su un’opzione di pace, esplicitamente asserita fin dalla sua nascita come “Comunità del carbone e dell’acciaio”, e puntualmente ribadita in tutti gli atti successivi. Eppoi, se esiste un soggetto capace, non certo di contrapporsi alla potenza degli Usa (che sarebbe stolto quanto inutile), ma sì di tentare la messa in opera di un modello economico sociale culturale, alternativo a quello che l’America ha imposto a tutto il mondo, quel soggetto non può essere che l’Europa. La sua storia e la sua cultura autorizzano questa speranza. E non sono solo io a dirlo…

Si è appena conclusa, suscitando molte perplessità sulla sua funzione, la grande assise Fao sulla fame nel mondo: quale il tuo punto di vista? Il problema sembra molto concentrato sul rapporto fra produzione agricola alimentare e produzione biocarburanti: è solo questo?

Be’, se si aspettava la prova decisiva della impossibilità di continuare ad affidarsi al modello socioeconomico oggi dominante, e alla politica che lo sostiene, l’ultima assise romana della Fao ce l’ha fornita nel modo più convincente. Il Sud del mondo era agitato da tumulti di gente affamata, a causa del forte aumento dei prezzi alimentari, conseguente al tentativo di far fronte alla crisi petrolifera con il boom dei biocarburanti; gli autotrasportatori di tutta Europa erano fermi a causa del crescente costo del petrolio, e altrettanto accadeva tra i pescatori mediterranei. Intanto il 37 % del cibo prodotto in occidente veniva, come d’abitudine, deliberatamente distrutto per difendere i propri mercati; il lavoro dipendente veniva ulteriormente penalizzato dall’aumento degli orari settimanali; nel Pacifico un altro arcipelago veniva sommerso dal mare surriscaldato. E potrei continuare… In effetti ci troviamo di fronte a una macchina economica e sociale, che da un lato distrugge la natura, dall’altro va aumentando le distanze tra ricchi e poveri, non solo a livello internazionale ma anche all’interno dei paesi industrializzati. Di fronte a una realtà mondiale cosiffatta, i convenuti Fao non sono stati in grado che di prevedere una elargizione di pochi spiccioli a favore dei poveri della Terra. Possibile insistere su questa linea?

Il governo italiano, ma non solo il governo, sostiene che la produzione di energia nucleare è inevitabile. Come ti poni rispetto a questa affermazione così semplicistica?

Il rischio del nucleare è stato illustrato ampiamente e non occorre dire che ne sono del tutto convinta, se non altro per quanto riguarda le scorie radioattive, problema cui nessuno ha ancora risposto, e le possibili conseguenze di terremoti, che nessuno considera. Ma c’è un altro fatto che, ragionevolmente, dovrebbe far riflettere anche i più entusiasti sostenitori dell’atomo: l’uranio è poco, e si va esaurendo rapidamente. Ciò significa che se si ponessero in atto i programmi di nuclearizzazione previsti, ci troveremmo quanto prima pieni di centrali del tutto inerti per mancanza di alimentazione. E questo è un modello economico che si propone come il massimo della razionalità…

In fine, ma non può mancare: problema rifiuti. E’ solo un problema di gestione dello smaltimento e delle collusioni fra poteri o bisogna risalire alla fonte cioè alla produzione stessa dei rifiiuti? Quali le possibilità?

Nel caso della Campania certo si sono verificate e accumulate tutte le cause che tu citi. Ma i rifiuti, anche trattati con le tecnologie più efficienti, sono sempre, poco o tanto, inquinanti, come affermano gli ambientalisti più responsabili. Anche qua si tratta di andare alla radice delle cose: cioè all’eccesso e all’inutilità, anzi alla pericolosità, del produrre, produrre, produrre... Anche qua si tratta di convincersi che l’accumulazione capitalistica non è più sostenibile: che bisogna abbassare il Pil. Magari incominciando a tagliare la produzione di armi… E quindi a bandire la guerra dal futuro dell’umanità… Eh?

Giovanna Romualdi

http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article2334

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Essere in crisi d'identità per vent'anni - su sessanta di esistenza - può significare non avere alcuna prospettiva. È il nodo sui cui la Nato oggi e domani ricorda la sua nascita il 4 aprile del 1949 a Washington, baluardo dell'occidente contro l'Urss. Nel 1989 finisce la guerra fredda, ma l'Alleanza Atlantica prova a reinventarsi, cercando un nuovo nemico e cambiando natura.

Da allora a oggi sono accadute molte cose, ma il paradosso è che la crisi d'identità viene evocata a ogni cambio di stagione, benché nel frattempo direttamente o indirettamente la Nato abbia partecipato a quattro guerre: Golfo 1, Jugoslavia, Afghanistan, Golfo 2.
E si presenti a questo anniversario con un'unica certezza ben sintetizzata dalla battuta di un suo anonimo alto funzionario riferita dall'Economist: «Le operazioni militari sono diventate la nostra ragion d'essere. Intervengo, dunque sono».
Fino a quando?
Sullo scenario mondiale ci sono almeno due fattori che potrebbero influenzare fortemente questa «ragion d'essere»: il ritorno della politica con l'elezione di Barack Obama e l'urgenza della instabilità finanziaria e della crisi climatica. Non è roba di una notte, né da fare davanti a candeline. La guerra in corso in Afghanistan resta al centro delle relazioni internazionali, perché lascia in bilico la residua credibilità dell'alleanza militare. Lo stesso Obama ci investe più uomini e mezzi, perché se la Nato perdesse in Afghanistan, probabilmente non si parlerebbe più di crisi d'identità ma di esistenzialità.
Il documento finale che verrà approvato domani dai 28 membri della Nato (erano 16 sessanta anni fa) denominato Declaration of Alliance Security conterrà tracce di un nuovo concetto strategico, ma non il suo compimento, fra l'imprevedibilità della guerra afghana e il nervosismo dei paesi alleati dell'est europeo, che vorrebbero una struttura più vicino ai loro (presunti) bisogni.

Negli anni Novanta, la Nato riparte intorno al concetto strategico dell'out of area, attraverso cui passano tutte le missioni internazionali.
Nella prima guerra del Golfo del 1991, l'«alleanza dei volenterosi» schierata contro l'Iraq non è un'operazione Nato ma i suoi membri combattono con procedure, strutture e logistica che hanno già in casa.
Nel 1999, bombardando la Serbia di Slobodan Milosevic, la missione «fuori area» è ormai una realtà collaudata e ufficiale, con un seguito di peaceenforcing e poi di peacekeeping sotto le insegne Nato nella ex Jugoslavia che arriva ai nostri giorni.
Nel 2001, dopo l'abbattimento delle Torri Gemelle, l'amministrazione Bush invoca per la prima volta dal 1949 l'articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede il mutuo soccorso tra alleati in caso di minaccia a uno dei membri. L'Afghanistan e poi ancora l'Iraq sono sostanzialmente - sotto forme diverse - operazioni Nato out of area.

Questa attività, dettata agli alleati da un'amministrazione americana pesantemente unilaterale nelle relazioni internazionali, indebolisce l'ingresso nella Nato dei paesi dell'ex Patto di Varsavia, che puntano sull'Alleanza guardando più concretamente ai benefici di entrare un giorno nell'Unione europea. E' questo l'altro problema del sessantennio.
I baltici più di tutti si sentono indifesi di fronte alla Russia e chiedono un bilanciamento diverso, traducibile in una struttura militare di «solidarietà» più agile che possa garantire i confini casalinghi.
Un punto, forse, merce di scambio con la nuova linea dell'amministrazione americana, che non ritiene più essenziale lo «scudo» e anzi fa del riavvicinamento con la Russia una nuova stella polare.

Politique d'abord, Obama ha chiuso l'era Bush. Il suo approccio alla Nato come all'Onu è ispirato da un multilateralismo che non risolve i rischi, ma li riconduce almeno a una prova di dialogo. Da esercitare anche con paesi come l'Iran. Una linea esplicita fin dal 2007, quando in una riunione del Chicago Council on Global Affairs, l'allora senatore affermava che «è stata l'America ad aver costruito in buona parte un sistema di istitituzioni internazionali che ci hanno fatto attraversare la Guerra Fredda. Invece di limitare la nostra potenza, queste istituzioni ci hanno esaltato».

Ma la Nato è in bilico non solo per l'Afghanistan. Questa guerra assorbe 2 miliardi di dollari all'anno per «sviluppare la sicurezza» e altri 42 per le operazioni militari. Tutto ciò mentre la crisi finanziaria avanza e svuota l'Alleanza quale centro del dialogo strategico fra Stati Uniti ed Europa. L'Asia sarà sempre più il primo interlocutore degli Stati Uniti. E l'emergenza climatica, in cima all'agenda americana e cinese, è troppo out of area perché la Nato possa trovarvi un senso. O un'altra identità.

Francesco Paternò
da il Manifesto 3/4/09

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