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Politica e Società
Attrazioni criminali nella fabbrica del consenso
30/10/2007

Da Cogne a Erba, da Erika e Omar a Garlasco, la cronaca nera è diventata una pervasiva macchina del controllo sociale. Sono così cancellati i delitti compiuti dall'ecomafia e contro i beni comuni operati da quella grande industria dell'illegalità che vede nello stesso consiglio di amministrazione la criminalità organizzata e la grande finanza.

Come racconta il crimine la televisione italiana? E soprattutto quale crimine racconta? Vi è mai capitato di vedere un servizio sulla mafia russa o su una delle tante organizzazioni transnazionali che ormai hanno pianta stabile in questo paese? E sulla commistione tra investimenti economici italiani in certi stati dell'est e mafie locali?
I casi sono troppo numerosi per essere elencati tutti ma, a parte qualche coraggioso esempio, come Blunotte di Carlo Lucarelli, Chi l'ha visto dell'era Sciarelli e Report di Milena Gabanelli, la televisione si guarda bene dal fare giornalismo d'inchiesta. Anzi, non ne ha la minima intenzione e il motivo è semplice. Gli affari criminali di un certo livello, quelli dove si fanno i soldi veri, non possono non prevedere il coinvolgimento di personaggi che provengono dal mondo della finanza, dell'imprenditoria e della politica. Il bacino del Mediterraneo è l'area dove viene riciclata buona parte del denaro sporco delle mafie internazionali, pensate che sia possibile senza rapporti di complicità con settori importanti delle categorie appena citate? E l'ecomafia?

L'Italia è sempre di più un paese corrotto e criminogeno, non c'è un solo settore della nostra società che non sia investito dal malaffare. Eppure tutto questo per la televisione non esiste pur occupandosi ampiamente di crimine. Dalla mattina alla sera non c'è programma dove conduttori e una pletora di «esperti» non si dilunghino sul caso del momento. Da tempo esiste un intreccio, anche produttivo, tra programmi di intrattenimento con momenti di informazione e quelli di «approfondimento» che ha come scopo occuparsi di delitti e crimini, seguendo due precisi filoni. Da un lato l'omicidio del momento e dall'altro l'allarme sociale più attuale.

Gogna mediatica
In Italia ci si ammazza spesso e volentieri. Soprattutto in famiglia. La causa è determinata dalla fine dello stato sociale che alimenta insicurezze profonde nelle persone sempre più preoccupate del presente e del futuro. Ansie che si riversano nella famiglia, che è diventata il fulcro di queste e altre contraddizioni pericolose e spesso insanabili. Ma ovviamente non è questa la lettura data al fenomeno e tantomeno si tenta di comprenderlo mettendo in discussione il tipo di società in cui viviamo ma, al contrario, vengono accuratamente scelti casi che per le caratteristiche di mistero e/o orrore e morbosità possono «affascinare» l'opinione pubblica.
Dalla misteriosa morte della contessa Agusta in poi è stato messo in piedi un circo mediatico pronto a girare l'Italia alla ricerca di questo tipo di delitti, totalmente privi di «senso» per la comprensione dei fenomeni criminali in questo Paese. Erika e Omar, Cogne, la strage di Erba, il più recente delitto di Garlasco sono gli esempi più conosciuti e che tanto appassionano gli italiani. Casi di cui non ci libereremo mai perché anche la notiziola più insignificante è in grado di rimettere in pista il caso. Se fate attenzione vi renderete conto che sono tutti trattati nello stesso modo. Questo modo di fare giornalismo è perennemente uguale a se stesso. Gli esperti, in particolare, ripetono all'infinito sempre i soliti concetti.

A ben vedere, le trasmissioni, peraltro seguitissime, sono di una noia mortale. Il segreto del loro successo sta nell'aver riprodotto e adattato al mezzo televisivo «l'uso sociale» del romanzo poliziesco e che lo ha reso il genere letterario più letto al mondo, il quale fin dalle sue origini ha avuto lo scopo di reificare la morte. Un concetto astratto che genera in ognuno di noi ansia, paure e infinite domande, nel giallo diventa un «oggetto» da analizzare. Non è la morte del lettore quella in discussione ma quella di un estraneo. La morte non è più tragedia ma l'oggetto di un'inchiesta. In questo senso la televisione ha fatto un salto di qualità perché lo spettatore nel seguire le infinite ore di trasmissione sul delitto di Garlasco riesce a sopprimere temporaneamente «tutte» le proprie ansie sostituendole con quelle determinate dal caso. La gente non ha mai letto Sherlock Holmes per coltivarsi, per capire la natura della società o quella della condizione umana in generale, ma semplicemente per distendersi. Ecco, anche lo spettatore si distende con quelle piccole tragedie ingigantite ad arte dalla spettacolarizzazione.

Magistratura delegittimata
Ma mentre il rapporto tra lettore e libro è individuale e intimo, quello tra spettatore e mezzo televisivo è collettivo. La conseguenza è stata la celebrazione dei processi al di fuori delle aule di giustizia. Al bar, in ufficio, sotto l'ombrellone, tra sconosciuti in treno, la moda nazionale è discutere del caso del momento con la stessa competenza da allenatore che gli italiani hanno sempre avuto nel parlare di calcio. E in un paese che, dal tempo della strage di Piazza Fontana, ha perduto il senso della verità e nessuno crede più alle versioni «ufficiali», questo agire collettivo ha determinato un lento processo di delegittimazione della magistratura e dei suoi giudizi. Perché una corte può decidere quello che vuole ma la parte dell'opinione pubblica orientata diversamente non sarà mai convinta della giustezza del verdetto.
Ma nel caso di Garlasco, il grande circo mediatico ha alzato il tiro. Per la prima volta, in modo massiccio, ha chiesto alla gente della strada un giudizio sulla colpevolezza di Alberto Stasi e questa insensatezza ha creato un clima da tribunale popolare a cui nemmeno gli esperti hanno saputo sottrarsi. Ore di trasmissione per analizzare se la presunta «freddezza» del giovane indagato era o meno la maschera dietro cui si nascondeva un omicida. Anni di garantismo e civiltà giuridica spazzati via dalla necessità di spolpare l'osso anche quando la notizia segnava il passo. E gli effetti si sono visti nel momento dell'arresto di Stasi, quando la gente, di fronte alle telecamere, ha ringhiato come un fedele rottweiler. E nessuno che si sia precipitato a dire che quel comportamento era incivile.
In stallo il caso di Garlasco, a tenere in piedi la baracca ci hanno pensato i coniugi accusati della strage di Erba, ritrattando la confessione. D'altronde anche imputati e avvocati guardano la televisione e hanno imparato le regole del gioco e se i Ris non hanno trovato tracce degli accusati sul luogo del delitto vuol dire che sono innocenti.
Questo reparto della scientifica è diventato un personaggio fondamentale di questa spettacolarizzazione e il messaggio che si è sedimentato nell'immaginario collettivo è che la scienza applicata alle indagini di polizia è infallibile. Peccato che la realtà sia ben diversa da una puntata di Csi e, nonostante tutti i casi più celebri abbiano puntualmente dato risultanze ambigue sul piano scientifico, si continua a blaterare di tracce ematiche e dna prive di reale significato probatorio. Questa non è solo cialtroneria e ignoranza ma corrisponde alla necessità di inviare al telespettatore un messaggio socialmente rassicurante e cioè che la scienza elimina la possibilità dell'errore giudiziario. E su questo spingono tutti, giudici compresi.

A proposto di giudici il caso di Garlasco ha visto come ospite in una trasmissione televisiva il procuratore capo, segno che nessuno ormai si può permettere di rimanere all'esterno del tendone del circo. Nessuno ha obiettato. Sarebbe troppo facile limitarsi ad affermare che si tratta di un segno dei tempi, è invece evidente che si stanno trasformando anche i rapporti tra magistratura e informazione e questo non fa presagire nulla di buono. Qualche malalingua sostiene che nelle procure tiri una certa aria, da voglia pazza di '92... ma si tratta certamente di illazioni come suggerisce la qualità dei rapporti tra magistratura e mondo politico.

Cercasi repressione
Diverso il ruolo dei programmi di intrattenimento con momenti di informazione che hanno il compito di trattare i cosiddetti fenomeni di allarme sociale, dalla droga ai rom, dagli effetti devastanti dell'indulto alle moschee. Ovviamente di Garlasco come degli altri casi hanno parlato ampiamente ma, per il tipo di struttura, sono più adatti ad affrontare il «sociale» tra un servizio sull'«Isola dei famosi» e uno sull'ultimo amore dell'ultima stellina dell'infinito firmamento televisivo.
Inutile soffermarsi sul modo in cui vengono tratti i vari argomenti ma quello che va sottolineato è che il messaggio generale punta a un rafforzamento del controllo sociale nella direzione di una società più repressiva. Non c'è un solo programma fuori dal coro.
Gli esperti (che ormai sono il tormentone di questo modo di fare informazione e che sono trasversali alle reti) anche in questo caso vengono chiamati a dare autorevolezza ai soliti luoghi comuni. Non si può parlare di qualità dell'informazione ma si deve invece rendersi conto che si tratta di una potente fabbrica del consenso. Chi non capisce perché parte della sinistra sia oggi così meno sensibile ai temi dei diritti, delle libertà individuali e della solidarietà sociale farebbe bene a farsi una scorpacciata di questi programmi. Senza scordare quelli delle emittenti locali. Magari quelle del Nordest, tanto per fare un esempio.

Massimo Carlotto
Il Manifesto 20/10/07