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Energia
L’enorme spreco del gas flaring ed il suo elevato impatto ambientale
30/10/2007
Quando ci arrivano le immagini dai campi petroliferi del Medio Oriente o da qualche sperduto impianto nigeriano preso di mira dai ribelli del Mend, ci chiediamo quanta energia consumino e quanto inquinamento producano quelle torce altissime, stile Blade Ranner che bruciano i gas dei pozzi petroliferi.

Nel 2002 la Banca Mondiale e il governo norvegese hanno lanciato l’iniziativa « Global gas flaring reduction” (Ggfr) per la riduzione di quei gas e che oggi conta l’adesione di 12 Paesi e 10 partner industriali, tra i quali le più grandi compagnie petrolifere (Algeria (Sonatrach), Angola, Camerun, Canada (Cida), Equador, Usa (Doe), Francia, Guinea Equatoriale, Indonesia, Kazakistan, Nigeria, Norvegia, Russia (Khanty-Mansi), Ciad e Gran Bretagna (Foreign Commonwealth Office); Bp, Chevron, Eni, ExxonMobil, Marathon Oil, Hydro, Shell, Statoil, Total ; segretariato dell’Opec e Banca Mondiale.

Una « torcia di gas » é il prodotto del petrolio grezzo che risale in superficie da profondità anche di più chilometri ed il gas associato all’estrazione risale ugualmente e, quando i siti petroliferi sorgono in zone prive di impianti e tubazioni per lo sfruttamento del gas, una gran parte dei gas viene emesso in atmosfera sotto forma di fiamma (gas flaring) o evapora.

Il Ggfr é nato per ridurre al minimo queste fiamme che hanno anche un effetto inquinante notevole.
Nei giorni scorsi la Banca Mondiale ha presentato il primo studio, realizzato da l’Amministrazione nazionale Usa per gli oceani e l’atmosfera (Noaa), sul gas flaring a scala mondiale realizzato partendo da dati satellitari messi a confronto con un insieme di stime nazionali e mondiali dei volumei di gas bruciati dal 1995 al 2006.
Gli autori dello studio hanno analizzato immagini satellitari a bassa intensità luminosa del Programme dei dati meteorologici dell’aviazione militare Usa per valutare i volumi di gas bruciati nelle torce petrolifere.
Secondo la Noaa la quantità di gas bruciati dalle torri petrolifere in 60 Paesi e territori é abbastanza stabile: tra i 150 e i 170 miliardi di metri cubi di gas durante gli ultimi 12 anni.

Secondo i dati satellitari, i Paesi produttori di petrolio e le compagnie petrolifere hanno bruciato circa 170 miliardi di m3 di gas naturale che rappresentano il 27% del consumo di gas degli Usa ed il 5,5% della produzione mondiale, uno spreco enorme: un valore di mercato di 40 miliardi di dollari e un’immissione in atmosfera di 400 milioni di tonnellate di CO2.

Secondo Bent Svensson, directeur del partenariato Ggfr della Banca mondiale, «Il gas flaring é nefasto per l’ambiente perché contribuisce al riscaldamento planetario, ed é inoltre un gigantesco sperpero di una risorsa energetica più pulita che potrebbe essere utilizzata per produrre elettricità della quale i Paesi più poveri hanno tanto bisogno. . I circa 40 miliardi di m3 di gas che sono bruciati solo in Africa ogni anno permetterebbero di produrre la metà dell’elettricità di cui questo continente ha bisogno» Christopher Elvidge, ricercatore del centro nazionale di geofisica della Noaa e principale autore dello studio, spiega che «Questo studio prova che il gas flaring può essere sorvegliato dallo spazio e che é possibile elaborare stime ragionevoli ed indipendenti dei volumi sprecati. Prima solo le stime ufficiali permettevano di seguire l’evoluzione del gas flaring, ma quel periodo é ormai finito. Queste cifre indipendenti dovranno permettere ai governi come alle compagnie petrolifere di farsi un’idea migliore dei volumi di gas che bruciano veramente».

Secondo i dati che vengono dai satelliti, negli ultimi 12 anni il volume del gas flaring é aumentato in 22 Paesi: Sudafrica, Arabia Saudita, Azerbagian, Cina, Ghana, Guinea Equatoriale, Irak, Kazakistan, Kirghizistan, Mauritania, Myanmar, Oman, Uzbekistan, Filippine, Papua Nuova Guinea, Qatar, Russia (esclusa la region dei Kanty Mansi), Sudan, Ciad, Thailandia, Turkmenistan e Yemen.

In 16 Paesi le emissioni delle torce petrolifere si sono ridotte : Algeria, Argentina, Bolivia, Camerun, Cile, Egitto, Émirati Arabi Uniti, , India, Indonesia, Libia, Mare del Nord (offshore), Nigeria, Norvegia, Perù, Siria e Usa (offshore), mentre in 9 paesi sono rimasti stabili : Australia, Equdor, Gabon, Iran, Kuwait, Malaysia, Romania, Khanty-Mansi (Russia) e Trinidad e Tobago.

Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it