«Il problema è il neo-liberismo: siamo libere solo nei consumi»

Ueno-Chizuko

Ueno-ChizukoLe donne in Giappone sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Ueno Chizuko è considerata la più importante femminista del Giappone. Prese parte al movimento studentesco all’Università Kyoto, dove nel 1976 presso la «Società di studi di genere del Giappone» incontrò la materia che ha segnato la sua vita. Da allora ritiene ricerca e attivismo inscindibili.
È oggi a capo della Wan – Woman Action Network ed è professoressa emerita dell’Università di Tokyo, che forma larga parte della classe dirigente del paese. È autrice molto prolifica e tra gli altri di «Nationalism and gender».

Il Partito Liberaldemocratico (LDP) ha imposto la narrativa del jikosekinin. Cosa implica per le donne?
Jikosekinin è la parola chiave del neoliberalismo: significa responsabilità personale, qualsiasi cosa tu ottenga è tua responsabilità. Ma quella che viene data alle donne è solo un’apparente di scelta, le giapponesi sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Lei ha invitato a liberare l’uomo dal patriarcato, in che senso?
Liberarlo dai lunghi orari di lavoro e dalla responsabilità illimitata verso il datore di lavoro. Una volta impiegati a tempo pieno e indeterminato gli uomini giapponesi devono abbandonare la loro libertà e dedicare la loro vita alla loro impresa. È come affidare il proprio destino nelle mani del datore di lavoro. L’organizzazione d’impresa giapponese mantiene una forte assegnazione di ruoli. L’uomo è ancora considerato quello che porta a casa il pane. Il governo chiede alle donne di lavorare quanto gli uomini, ma quelle che possono farlo sono una minoranza.

E per farlo devono rinunciare alla maternità?
Non necessariamente. Quelle che hanno il sostegno di una famiglia agiata no. Una volta la priorità nell’investimento in una famiglia era data ai maschi, ma ora con così pochi figli le famiglie non si possono più permettere la discriminazione di genere e le madri aiutano le figlie a essere buone lavoratrici e buoni madri. Ma queste portano poi il peso di lavorare lunghe ore e dover anche curarsi dei figli, a volte trasferendone la cura alle nonne. Soffrono questo dilemma quando tornano da me dopo la laurea. Si lamentano soprattutto dei mariti. Queste ragazze praticano l’endogamia di classe, scelgono ragazzi d’elite come mariti che sono impegnati a salire la scala sociale. Questo è un dilemma che la nostra generazione non aveva. Per noi c’era solo la scelta secca tra lavoro o famiglia. Questo è un cambiamento forzato dal neoliberalismo che non avevamo sperato.

In quale parte della società giapponese c’è più segregazione di genere?
In termini di tradizione culturale la segregazione è più forte nelle società musulmane. Questo tipo di segregazione è comune però anche al Giappone. Le donne hanno il loro mondo e gli uomini il loro e sono abbastanza separati. Questa comunità omosociale è già lì sul luogo di lavoro e questo rende più difficile l’accesso delle donne al mondo del lavoro.

Per lei la compassione è un tema centrale. Ma in Giappone sembra diventare sempre meno, almeno nei discorsi di attivisti e politici di destra.
Questo è il risultato del neoliberalismo. Ma anche quel tipo di persone diventerà vecchio e debole. Puoi vivere nel modo che descrivono fino a 60 anni, ma poi? La società del super invecchiamento è però una fortuna, ci permette di imparare quanto siamo fragili e che essere forti è solo una stato transitorio della vita. All’inizio come bambino sei molto fragile e dipendente e anche alla fine della vita ti trovi di fronte alla dipendenza in ogni caso. Attualmente il mio tema di ricerca è proprio l’assistenza, per me è stato un passaggio naturale dopo gli studi di genere, è un continuo. Bambini e anziani hanno bisogno di assistenza e questo implica dipendenza. C’è un mito globale dell’indipendenza, ma anche gli uomini sono dipendenti. All’inizio come bambini e poi come anziani.

Cosa intende il femminismo giapponese con «libertà di essere madre» e cosa lo lega all’aumento delle madri singole e all’aumento della povertà infantile?
Il contesto del femminismo giapponese è diverso da quello europeo. Le donne giapponesi avevano già acquisito il diritto al divorzio dopo la guerra mondiale e l’aborto era un diritto acquisito e il numero di aborti molto alto. La legge giapponese non assicura supporto finanziario dopo il divorzio. Solo il 20 per cento degli uomini continua a sostenere le ex mogli, questa è una delle cause dell’aumento della povertà.

In cosa sono libere le donne giapponesi?
Nel consumo. Hanno così tanta scelta, forse la miglior scelta del mondo. Se possono permetterselo, però.

Intervista:

Stefano Lippiello