Monthly Archives: agosto 2019

E’ ora di riaprire la stagione dei diritti

L’argomento principale sul quale le destre hanno costruito il loro radicamento sociale e gran parte del loro consenso è indubbiamente l’immigrazione. Per riequilibrare il loro forte investimento su questo terreno, servono forze politiche democratiche che, in maniera altrettanto determinata, investano sui diritti e sui fondamenti della nostra Costituzione.
È utile quindi provare a ragionare su quali proposte avanzare in quest’ambito per un’alternativa praticabile.

La prima cosa da fare è abolire la legge Bossi Fini, che ha reso gli stranieri presenti in Italia più deboli socialmente e ricattabili, nonché i due recenti “decreti sicurezza” di stampo salviniano, ripristinando così il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e ristabilendo la centralità dei comuni nelle politiche d’accoglienza (Sprar).

L’esperienza di questi anni consiglierebbe inoltre di partire dagli errori commessi durante l’esperienza del centro sinistra, troppo spesso rivendicati con orgoglio da alcuni suoi esponenti, per cercare di non ripeterli e per individuare le priorità sulle quali investire.

La chiusura di Mare Nostrum, per mancanza di coraggio, è stato un errore grave. L’Italia dovrebbe promuovere un programma europeo di ricerca e salvataggio in mare, con la conseguente ripartizione dei naufraghi salvati con gli altri Paesi dell’Ue disponibili, anche promuovendo la riforma del regolamento Dublino, già votata dall’Europarlamento.

Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, con la firma da parte dell’Ue, dell’accordo con la Turchia, così come quello con le milizie libiche siglato da Minniti, rappresentano una pagina vergognosa per l’Ue e l’Italia, da cancellare al più presto. Allo stesso modo il ricorso ai Fondi fiduciari per l’Africa (avviati con il summit de La Valletta), sottratti alle risorse destinate alla cooperazione internazionale e destinate a fermare i flussi migratori anche a costo, in alcuni casi, di finanziare terribili dittature e regimi antidemocratici, è da interrompere immediatamente.

È necessario fermare la criminalizzazione della solidarietà (avviata con il Codice Minniti), riconoscendo il ruolo centrale delle ong.

Va abrogata la legge 46 del 2017 (cd. Orlando-Minniti), la prima legge dal dopo guerra ad oggi che cancella le garanzie giurisdizionali per una categoria sociale tra le più deboli, ovvero i richiedenti asilo.

Infine la mancata approvazione della legge sullo ius soli, lasciata colpevolmente ferma al Senato per più di due anni, dopo che era già sta approvata alla Camera, andrebbe sanata al più presto.

Questo cambio di direzione, andrebbe consolidato con alcune scelte urgenti che diano un segnale politico chiaro di alternativa all’esperienza di governo più razzista della storia repubblicana appena conclusa, per una gestione giusta ed efficace dell’ingresso e del soggiorno degli stranieri.

Garantire canali d’accesso legale con: quote per lavoro a tempo indeterminato e ricerca di lavoro attraverso il decreto flussi; corridoi umanitari (con numeri molto più ampi), finora gestiti e pagati da organizzazioni religiose, gestiti dagli Stati, con risorse e procedure pubbliche; politiche di reinsediamento dei rifugiati, quantitativamente rilevanti, in un quadro di ripartizione europea. Predisporre infine una procedura stabile di regolarizzazione personalizzata, laddove ci siano le condizioni per il rilascio di un permesso di soggiorno.

In definitiva si tratta di abbandonare le politiche proibizioniste e la retorica pubblica anti immigrazione, che ha fatto la fortuna della destra xenofoba, per dedicarsi a governarne i processi, a proporre un’idea di società giusta e solidale.

La paura di sbagliare e di perdere consensi, ha, di fatto, spalancato la porta al governo della destra: quando gli elettori hanno dovuto scegliere tra l’originale e la copia, come sempre, hanno preferito l’originale. È arrivato il momento di prenderne atto e provare a cambiare: seppelliamo la stagione del razzismo provando a inaugurare quella dei diritti.

Filippo Miraglia – Arci

Cambiare il rapporto con la terra

Due nuovi rapporti elaborati dalle autorità scientifiche confermano le previsioni più drammatiche. Quelle sugli impatti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sul cibo e quelle sui sistemi economici che continuano a ignorare allegramente il problema del riscaldamento del pianeta. Eppure, a inizio agosto, ancora una volta, l’Ipcc è stato chiaro: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”. Il 27 settembre nuovo sciopero mondiale per il clima

Due nuovi rapporti sul clima elaborati dalle massime autorità scientifiche pubbliche internazionali, l’Intergovernmental Pannel on Climate Change (scritto da 107 scienziati di 52 paesi) e l’European Environmental Bureau (143 organizzazioni di 30 paesi), confermano che i sistemi economici sono ancora completamente fuori controllo rispetto all’obbiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura terrestre. Lo Special Report dell’Ipcc, Climate Change and Land, presentato a Ginevra il 2 agosto, si occupa degli impatti  del riscaldamento climatico sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione confermando le previsioni più drammatiche in particolare per le popolazioni delle regioni tropicali e subtropicali.

Perdita di fertilità dei suoi, deforestazioni, salinizzazione dei fiumi, crisi idriche e molteplici altri fattori di stress genereranno carestie, conflitti e sempre più pesanti migrazioni interne ed esterne ai paesi colpiti. Interessante è sapere che secondo l’Ipcc (in accordo in questo con la Fao) il 38% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica è dovuto proprio al sistema alimentare industrializzato ipertrofico causato soprattutto dalla filiera della carne di allevamento di bovini e altri ruminanti. La zootecnia e l’agricoltura chimicizzata, che, secondo i fautori della “rivoluzione verde”, avrebbero dovuto risolvere la “fame nel mondo”, in realtà si rivelano una delle principali cause della distruzione dei sistemi socioeconomici locali e di sussistenza delle popolazioni contadine. Conclude l’Ipcc: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”.

Ancora più esplicito, già nel titolo, lo studio dell’Eeb presentato 8 luglio: Decoupling Debunked. Why green growth is not enough. Ovvero, la ipotesi teorica sostenuta da tempo dai governi e dalle agenzie dell’Onu (codificata nella Agenda 2030, varata nel 2015) secondo cui lo sviluppo delle tecnologie “green” avrebbe consentito di “disaccoppiare” la crescita economia dai danni provocati agli ecosistemi naturali (inquinamenti e prelievi di risorse non rinnovabili) non si è rivelata vera, non  regge alla prova dei fatti. Il Pil mondiale continua ad aumentare – è vero –  ma non diminuisce affatto la pressione (material footprint) dei sistemi economici in atto. La “crescita verde”, insomma, è una chimera, si è rivelata per quello che è: un modo per fare aumentare i business delle imprese più avanzate (comprese quelle impegnate nelle energie rinnovabili) e i consumi delle persone più sensibili, ma non ha modificano i bilanci globali di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi.

Molto spesso – documenta il rapporto dell’Eeb – l’aumento di efficienza dei macchinari si traduce solamente in una aggiunta di merci immesse sul mercato. Altre volte si tratta solo di uno spostamento dei problemi da una matrice ambientale ad un’altra (vedi il nucleare), da una materia prima in esaurimento ad un’altra ancora più rara (vedi litio, rame, cobalto), da una regione ad un’altra attraverso l’esternalizzazione delle produzioni più sporche in paesi con minori protezioni ambientali.  “Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante aumento”.

Che fare, allora? Hanno ragione i ragazzi di Fridays for future, gli attivisti di Extintion rebellion, dei movimenti contrari alle grandi opere energivore e dannose e di quanti si battono per un cambiamento radicale del modello socieoeconomico che metta l’economia nei binari della salvaguardia ecologica e della giustizia umana. Il 27 settembre ci sarà una nuova giornata di sciopero mondiale per il clima. Non lasciamo i millennials da soli a fare i conti con il mondo che gli lasciamo! Se ci pensiamo bene, vedremo che i negazionisti del cambiamento climatico, alla Trump e Salvini, sono gli stessi che in campo sociale portano avanti politiche improntate sull’esclusione, sul disciplinamento di censo, sullo sciovinismo nazionalista.

Paolo Cacciari