Monthly Archives: settembre 2019

Tre rivoluzioni per un futuro migliore

La Commissione globale sull´adattamento (Gca-Global Commission on Adaptation) guidata da Ban Ki-moon ha pubblicato il rapporto sull’adattamento climatico.

Stiamo fronteggiando una crisi”, si legge nella prefazione al documento. “Il cambiamento climatico è alle porte, e i suoi impatti sono sempre più rilevanti ogni anno che passa. Le azioni globali intraprese per rallentarlo sono insufficienti. E’ necessario investire in sforzi massicci per adattarci a condizioni che appaiono inevitabili: innalzamento delle temperature e dei mari, tempeste più violente, piogge più imprevedibili, e oceani acidificati.

L´impatto della crisi climatica minaccia le comunità di tutto il mondo, con uragani, incendi e innalzamento dei mari. Senza adattamento, entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe ridurre i raccolti agricoli mondiali del 30%, le persone senza acqua passerebbero dai 3,6 miliardi di oggi a oltre 5 miliardi, l’innalzamento dei mari e il rafforzamento delle tempeste costringerebbero centinaia di milioni di persone a lasciare le loro case nelle città costiere.

Secondo il rapporto, investire nell’adattamento climatico significa assicurarsi un triplo “dividendo”: evitare perdite, ottenere vantaggi economici, produrre benefici sociali e ambientali fino a ottenere 7.100 miliardi di dollari in benefici netti globali. La ricerca rileva infatti che un investimento globale di 1.800 miliardi di dollari nel periodo 2020-2030 in cinque settori – sistemi di allerta rapido, infrastrutture resilienti, sviluppo dell´agricoltura delle terre aride, protezione delle mangrovie e investimenti per aumentare la resilienza delle risorse idriche – potrebbe generare 7.100 miliardi in benefici netti totali.

La relazione si focalizza sulla necessità di sostenere l´adattamento al clima, fornendo spunti specifici e raccomandazioni rivolti a ispirare le azioni dei responsabili decisionali a tutti i livelli – capi di Stato e di governo, sindaci, dirigenti d´impresa, investitori e leader della comunità – in settori chiave: “dalla produzione di cibo, alla protezione e gestione dell´acqua e dell´ambiente naturale, dalla pianificazione e costruzione delle nostre città e infrastrutture, alla protezione delle persone dai disastri, al finanziamento di un futuro più resiliente”.

L’adattamento è un imperativo: umano, ambientale ed economico” si legge nell rapporto. “Non possiamo accettare un mondo in cui solo alcuni possono adattarsi mentre altri sono impossibilitati e in cui le decisioni assunte oggi minano le capacità adattive delle generazioni future”.

Sono necessarie tre rivoluzioni: nella comprensione, nella pianificazione e nella finanza. Occorre una piena comprensione della portata dei rischi sociali ed economici. Dobbiamo rivoluzionare i modelli di pianificazione per migliorare i processi decisionali politici e finanziari: la sfida climatica è trasversalmente pervasiva di tutti i settori dell’economia. Necessitiamo di ingenti risorse economiche per mobilizzare investimenti verso soluzioni efficaci con flussi finanziari pubblici e privati.

La buona notizia è che l’adattamento, effettuato correttamente, produrrà miglioramenti nella crescita e nello sviluppo, e inoltre si tradurrà in tutela dell’ambiente naturale, riduzione delle diseguaglianze e creazione di opportunità. “Possiamo farcela”, conclude la prefazione del rapporto.

Rapporto completo Gca scaricabile

da: www.arpae.it/

Dopo Salvini c’è la Bossi-Fini!

È il momento di osare per avere una vita migliore.

La buona notizia è che Matteo Salvini non è più il ministro dell’Interno. Di fronte a questo cambiamento è arrivato il momento di osare. Salvini ha prodotto un regime di paura che ha cercato di soffocare la presa di parola delle e dei migranti e di opporre e dividere nuovi e vecchi arrivati, i richiedenti asilo e quelli che sono legati a un permesso di soggiorno per lavoro. Osare significa mettere fine a un regime di oppressione, significa rivendicare con forza la fine del ricatto del permesso di soggiorno che grava sulle vite di milioni di uomini e donne che si muovono, vivono e lavorano in Italia e in Europa. Bisogna osare perché Salvini se ne è andato, ma la Bossi-Fini rimane e contro di essa non basta il richiamo ai diritti umani.

Bisogna osare, perché l’eredità razzista e violenta di Salvini e Minniti è ancora pesante. I due decreti sicurezza non hanno solo prodotto lo spettacolo violento di centinaia di donne, uomini e bambini in attesa per giorni di poter sbarcare, ma sono anche stati la conferma della Bossi-Fini. Ogni giorno, sulla terraferma, i migranti sono stati confinati in uno spazio sempre più ristretto, limitato alla gabbia dell’accoglienza, allo sfruttamento sul lavoro e alla minaccia perenne dell’espulsione. L’abolizione del permesso umanitario ha obbligato migliaia di migranti a sottostare a uno sfruttamento, “regolare” o “clandestino”, favorendo cooperative, padroni e padroncini, garantendo loro badanti, braccianti, facchini e operai da sfruttare. Il sistema è così ben rodato che ormai alcune cooperative, d’accordo con le agenzie interinali, si sono trasformate in vere e proprie riserve di manodopera da offrire all’occorrenza alle imprese.

Ora si parla di “discontinuità”. L’unica vera discontinuità è farla finita con vent’anni di sfruttamento organizzato intorno alla Bossi-Fini, con le ricollocazioni forzate in Europa, con l’esternalizzazione delle frontiere. La vera discontinuità è un permesso di soggiorno europeo che consenta ai migranti e alle migranti di cercare liberamente le condizioni migliori per vivere. Si parla di uscire dalla «logica emergenziale», ma l’annunciata «gestione ordinaria» delle politiche migratorie per ora si fonda solo sulla speranza che la magistratura renda inefficaci le misure del passato governo.

Migliaia di richiedenti asilo sono ancora intrappolati nel gioco congiunto di commissioni territoriali, prefetture, questure e comuni che ormai danno solo dinieghi e richiedono ai migranti documenti non previsti dalla legge. Migliaia di migranti che sono qui da anni, con permessi di soggiorno sempre precari e vincolati al lavoro, continueranno a imbattersi in ostacoli burocratici senza senso per ottenere la cittadinanza per sé o per i propri cari. Migliaia di uomini e donne migranti continuano a dipendere da permessi che tardano ad arrivare e durano solo qualche mese, da ricevute e garanzie di domicilio, da contratti di lavoro precari, sottopagati e di brevissima durata, dalle certificazioni linguistiche che i decreti Salvini hanno reso sempre più costose e difficili da ottenere e che colpiscono soprattutto le donne migranti, che in molti casi vivono e lavorano in condizioni di isolamento domestico.

Di fronte a tutto questo aprire i porti, per quanto necessario e prioritario, non basta: c’è bisogno di farla finita con la politica dei dinieghi e con i provvedimenti che hanno cancellato il diritto d’asilo e limitato la protezione umanitaria; c’è bisogno di farla finita con il lavoro sottopagato, profugo e clandestino; deve essere cancellata la condizione che costringe i migranti a dimostrare periodicamente di avere un lavoro, un reddito, una casa di una certa metratura.Noi non possiamo attendere fiduciosamente le misure del governo nuovo. Noi diciamo a gran voce che l’unica vera discontinuità con le politiche di Salvini e dei suoi predecessori è la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Noi sappiamo che la vera discontinuità è l’iniziativa collettiva delle e dei migranti per farla finita con la legge Bossi-Fini e il suo mondo. È il momento di osare per avere una vita migliore.

coordinamentomigranti

I miti da sfatare sull’Amazzonia

Leonardo Boff, uno dei più autorevoli esponenti della teologia della liberazione, storico ed esperto difensore della foresta pluviale e dei suoi abitanti contro le scelte rovinose a favore di mega-progetti idroelettrici, biocarburanti, monocolture e allevamenti intensivi, ci ricorda che l’Amazzonia non è né il polmone né il granaio del mondo ma uno straordinario tempio della biodiversità.
E, soprattutto, che non è abitata da pittoreschi selvaggi incontaminati ma da persone che sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale.

Il grido delle popolazioni dell’Amazzonia è rimasto inascoltato, in Brasile, in Ecuador, in Perù e nel resto mondo, per molti decenni. Anche molto prima della conquista della presidenza da parte di Bolsonaro, soltanto una delle manifestazioni degli orrori del nostro tempo.
Anche tutti i suoi predecessori, a cominciare da Lula, hanno sempre considerato quell’enorme e meraviglioso territorio poco più di un ostacolo allo sviluppo.

Il Sinodo Panamazzonico che si terrà a ottobre di quest’anno a Roma richiede una migliore conoscenza dell’ecosistema amazzonico. Ci sono miti da sfatare.

Primo mito:

l’indigeno come selvaggio e genuinamente naturale, quindi in perfetta armonia con la natura. Si regolerebbe da criteri non culturali ma naturali. Starebbe in una sorta di riposo biologico di fronte alla natura, in un perfetto adattamento passivo ai ritmi e alla logica della natura. Questa “ecologizzazione” degli indigeni è il frutto dell’immaginario urbano, affaticato dall’eccesso di “tecnicizzazione” e “artificializzazione” della vita.

Quello che possiamo dire è che gli indigeni amazzonici sono umani come qualsiasi altro essere umano e, come tali, sono sempre in interazione con l’ambiente. La ricerca verifica sempre più il gioco d’interazione tra gli indigeni e la natura. Loro si condizionano reciprocamente.
Le relazioni non sono “naturali” ma culturali, come le nostre, in un intricato tessuto di reciprocità.

Forse gli indigeni hanno qualcosa di unico che li distingue dall’uomo moderno: sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. Non è, come per la gente moderna, un oggetto muto e neutro.
La natura parla e l’indigeno comprende la sua voce e il suo messaggio
. La natura appartiene alla società e la società appartiene alla natura. Si adattano sempre gli uni agli altri e nel processo di adattamento reciproco. Ecco perché sono molto più integrati di noi. Abbiamo molto da imparare dal rapporto che loro mantengono con la natura.

Secondo mito:

l’Amazzonia è il polmone del mondo. Gli specialisti affermano che la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di climax. Cioè, si trova in uno stato ottimale di vita, in un equilibrio dinamico in cui tutto è utilizzato ed è per questo che tutto si equilibra.
Quindi l’energia fissata dalle piante attraverso le interazioni della catena alimentare conosce un impiego totale. L’ossigeno rilasciato di giorno dalla fotosintesi delle foglie viene consumato di notte dalle piante stesse e da altri organismi viventi. Ecco perché l’Amazzonia non è il polmone del mondo.

Ma funziona come un grande filtro di anidride carbonica. Nel processo di fotosintesi viene assorbita una grande quantità di carbonio. E l’anidride carbonica è la principale causa dell’effetto serra che riscalda la terra (negli ultimi 100 anni è aumentata del 25%). Se un giorno l’Amazzonia fosse completamente disboscata, verrebbero rilasciate nell’atmosfera circa 50 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Ci sarebbe una mortalità di massa di organismi viventi.

Terzo mito:

l’Amazzonia come il granaio del mondo. Così pensavano i primi esploratori come von Humboldt e Bonpland e i pianificatori brasiliani al tempo dei militari al potere (1964-1983). Non lo è. La ricerca ha dimostrato che “la foresta vive di sé stessa” e in gran parte “per se stessa” (cf. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, Giessen 1986, 39). È lussureggiante ma con un suolo povero in humus.

Sembra un paradosso. Lo ha messo in chiaro il grande specialista in foreste Amazzoniche Harald Sioli: “la foresta cresce effettivamente sul suolo e non dal suolo” (A Amazônia, Vozes 1985, 60).
E lo spiega: il suolo è soltanto il supporto fisico di un intricato intreccio di radici. Le piante sono intrecciate dalle radici e si sostengono a vicenda dalla base. Si forma un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una [pianta] viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

La foresta conserva il suo carattere esuberante perché esiste una catena chiusa di nutrienti. Ci sono i materiali in decomposizione nel terreno, lo strato vegetale di foglie, i frutti, le piccole radici, gli escrementi di animali selvatici, arricchiti dall’acqua che gocciola dalle foglie e dall’acqua che drena dai tronchi. Non è il suolo che nutre gli alberi. Sono gli alberi che nutrono il suolo.

Questi due tipi di acqua lavano e trascinano gli escrementi di animali arboricoli e animali di specie più grandi come uccelli, macachi, coati, bradipi e altri, così come la miriade di insetti che hanno il loro habitat sulle cime degli alberi. C’è anche un’enorme quantità di funghi e innumerevoli microrganismi che insieme ai nutrienti riforniscono le radici. Dalle radici, la sostanza alimentare va alle piante garantendo l’esuberanza estasiante della Hiléia amazzonica.
Ma si tratta di un sistema chiuso con un equilibrio complesso e fragile. Qualsiasi piccola deviazione può avere conseguenze disastrose.

L’humus non raggiunge comunemente più di 30-40 centimetri di spessore. Le piogge torrenziali lo spingono fuori. In breve tempo spunta la sabbia. L’Amazzonia senza la foresta può diventare un’immensa savana o addirittura un deserto.
Per questo l’Amazzonia non potrà mai essere il granaio del mondo, ma continuerà a essere il tempio della più grande biodiversità.

Lo specialista amazzonico, Shelton H. Davis, constatò nel 1978, ed è valido anche per il 2019: “In questo momento infuria una guerra silenziosa contro i popoli aborigeni, contro contadini innocenti e contro l’ecosistema della foresta nel bacino amazzonico” (Víctimas del milagro, Saar 1978, 202). Fino al 1968 la foresta era praticamente intatta.
Da allora, con l’introduzione dei grandi progetti idroelettrici e agroalimentari, e oggi con l’anti-ecologia del governo di Bolsonaro, continua la brutalizzazione e la devastazione dell’Amazzonia.

Fonte: LeonardoBoff.com

Traduzione per Comune-info: I’x Valexina