Monthly Archives: aprile 2016

L’Unione fa il delitto

espulsioniSu catamarani e mezzi di fortuna, ma sotto la solerte vigilanza di funzionari Frontex, è iniziata la deportazione di migranti e profughi da Lesbo e altri porti greci in Turchia. Verso dove? Nessuno lo sa.

Amnesty International ha accusato il governo turco di espellere centinaia di siriani in Siria, in un paese in cui la guerra c’è, benché se ne parli sempre meno.

Intervistata sulla questione, una funzionaria Ue ha risposto: «È da escludere. L’accordo Ue-Turchia non lo prevede. È scritto nero su bianco».
Ecco una risposta che meriterebbe una citazione in un’enciclopedia universale dell’insensatezza.

La Ue fa un patto miserevole con Erdogan: 6 miliardi di Euro in cambio del ritorno in Turchia di migliaia di migranti e profughi. Si noti: con lo stesso Erdogan che mezzo mondo, compresa l’Europa (quando le fa comodo), accusa di imprigionare i dissidenti e imbavagliare la stampa.
Dunque, un paese in cui nessun controllo si può esercitare su un governo semi-dittatoriale.
E ora arriva una tizia, finita chissà perché a dirigere qualcosa in Europa, a dirci che la Turchia non deporta nessuno perché nell’accordo con la Ue non c’è scritto nulla al riguardo!

Ma questo è nulla. Interrogato sulla questione, un giurista ha affermato tempo fa che non si può parlare di deportazioni perché «il termine implica un atto criminale e utilizzarlo significa quindi ammettere che l’accordo tra Unione Europea e Turchia preveda un crimine». Assolutamente geniale.

Questo esempio di logica deduttiva ricorda una dichiarazione del penultimo presidente della Repubblica, secondo il quale, mentre i nostri aerei bombardavano la Libia, l’Italia non era in guerra perché non aveva dichiarato guerra a nessuno.
Ma il citato giurista va oltre. Alla domanda se la Turchia sia uno stato sicuro, risponde di sì. E come si fa a stabilire se uno stato è sicuro? «È tale uno stato che accoglie i migranti in autonomia».
Il nome La Palisse vi dice qualcosa?

Ma non c’è proprio da ridere. Dietro questo formalismo alla Gogol c’è un cinismo terrificante – l’uso delle parole ingessate del diritto per giustificare il rinvio ai mittenti, cioè la guerra, la fame e la morte, di decine di migliaia di esseri umani.
Era già successo ai tempi degli accordi che Amato e Pisanu stringevano con quei campioni del diritto di Gheddafi e Ben Ali. Tutti sapevano che i migranti, espulsi in cambio di un po’ di dollari ai governi, finivano nel deserto, vittime di inedia, militari e predoni. Ma poiché nessuno lo diceva, ecco che non era successo nulla.

L’accordo Ue-Erdogan si muove sulla stessa falsariga.
Che fine faranno siriani, afghani, pakistani prelevati dalla Turchia?
Nessuno lo saprà mai con certezza. Magari Amnesty International verrà a conoscenza di qualcosa e denuncerà i fatti. Ma, poiché l’accordo siglato dalla Ue non prevede nulla del genere, otterremo le solite risposte nel vacuo burocratese citato sopra.
D’altra parte, in un’area in cui sarebbero morte cinquecentomila persone in cinque anni, che volete che significhi la sorte di poche migliaia di migranti?

Tempo fa, la signora Frauke Petry, figlia di un pastore protestante e leader del partito xenofobo Alternative für Deutschland, ha dichiarato che bisognerebbe sparare ai migranti che attraversano illegalmente le frontiere. Eccola accontentata.
E senza rumore di spari, sangue e inchieste. Ci pensa il nostro alleato Erdogan.
Con ciò le mani d’Europa restano immacolate. Come quelle di chi commissiona un delitto a qualcuno e poi se ne va serenamente a cena.

Alessandro Dal Lago
Il Manifesto 5-4-016

Il clima che vorremmo amico

Il-Clima-amicoScioglimento dei ghiacci, aumento del livello del mare e super tempeste è il titolo di un nuovo studio scientifico presentato nell’articolo del New York Times che segue (il link è dopo la mia sintesi).

Lo studio è firmato da 19 esperti nelle scienze del clima tra cui anche James Hansen per molti anni Direttore dell’Istituto Goddard della NASA e uno dei più esperti climatologi a livello internazionale; gli autori sostengono che se si continua a bruciare combustibili fossili con emissioni di quantità immense di gas serra l’umanità sta per causare un brusco cambiamento del clima e lo scioglimento dei ghiacci continentali innescherà un meccanismo di retroazione (feedback) che porterà ad una disintegrazione rapida di parti dei ghiacci in Groenlandia e Antartide.

Su questo punto tutta la comunità scientifica è concorde con quanto ritiene il gruppo di Hansen, ovvero che la società non si sta muovendo abbastanza velocemente nella riduzione delle sue emissioni di gas serra, il che comporta gravi rischi.

L’accordo di Parigi del dicembre 2015 per ridurre le nostre emissioni di gas serra non è abbastanza sufficiente per limitare il futuro riscaldamento globale nella misura ritenuta necessaria dal dott. Hansen.

È dal 2009 che le Nazioni si sono messe d’accordo per cercare di limitare il futuro riscaldamento globale a 2 gradi centigradi, la Terra si è già riscaldata di circa 1 °C.

In questo studio scientifico i 19 scienziati sostengono che lo scioglimento dei ghiacci  che prima si riteneva avrebbe richiesto almeno dei secoli per verificarsi, potrebbe avvenire molto più rapidamente, con aumenti del livello del mare di parecchi piedi (1 piede = 30, 479cm) nei prossimi 50 anni.

E’ ovvio che chi oggi possiede carbone, petrolio o gas naturale non ha la minima intenzione di rinunciare alla ricchezza che oggi ne può ricavare, ma in questo modo loro affossano la più che necessaria direi vitale modernizzazione.

In un altro articolo scientifico recente scrivono “bisogna tornare indietro di 66 milioni di anni – l’epoca dei dinosauri – per trovare emissioni di CO2 elevate fin quasi ai livelli odierni“.
Gli scienziati si riferiscono ad un antico riscaldamento noto come “Massimo termico del Paleocene – Eocene”‘ (PETM) per capire come reagisce il clima agli aumenti di concentrazione della CO2; secondo gli autori di quello studio in quell’antico riscaldamento rapido ci furono emissioni di 10 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno per un periodo di 4000 anni/mentre adesso abbiamo emissioni di circa 37 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno.

Le emissioni di CO2 di oggi sono le più alte che ci siano mai state negli ultimi 66 milioni di anni (l’epoca dei dinosauri).
Un altro studio recentemente pubblicato su Nature Geoscience il cui contenuto viene sintetizzato nell’articolo scritto da Alister Doyle fatto circolare da 350.org (è un’organizzazione ambientalista internazionale impegnata ad informare sulla necessità improrogabile di ridurre enormemente le nostre emissioni di gas serra ed attuare i moltissimi cambiamenti strutturali necessari per riportare alla fine la concentrazione della CO2 in atmosfera a 350 parti per milione – purtroppo siamo ben oltre quel limite di sicurezza, infatti siamo ormai intorno a 400 ppm di CO2 in atmosfera)

PER RIDURRE LE EMISSIONI DEL GAS SERRA CO2
AL REFERENDUM DEL 17 APRILE VOTA SI
FERMA LE TRIVELLE

Salviamo la nostra madre Terra! Custodiamo l’acqua e coltiviamo il sole!

Laudato SILaudato si’! La bella enciclica di papa Francesco invita con forza tutta l’umanità a custodire la casa comune che è sorella e madre terra, mediante il mandato biblico del “custodire e coltivare” il giardino del mondo (LS 67). <

Papa Francesco denuncia con forza i gravi problemi che stanno inquinando e degradando questa grande opera di Dio, che ci è stata data come dono e che rischiamo di consegnarla alle nuove generazioni come veleno.

Due sono i clamori, secondo l’enciclica, che dobbiamo ascoltare e che esigono il cambiamento di rotta: il grido della terra e dei poveri.
Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora” (Laudato si’ n. 2).

Laudato si’ dichiara, per ben 21 volte, che il nostro stile di vita è insostenibile e che bisogna puntare su un altro stile di vita (cap. VI), facendo richiesta, almeno 35 volte, di nuovi stili di vita che devono essere vissuti a tre livelli: personale, comunitario e politico.
Papa Francesco convoca tutta l’umanità a custodire con forza i beni di sorella madre terra, come l’acqua, dedicando addirittura 5 numeri dell’enciclica (LS 27-31): “Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale,perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani“(LS 30).

Purtroppo, il nostro governo italiano sta facendo scelte politiche verso la privatizzazione dell’acqua, affossando così il voto popolare del referendum del 2011 che si era manifestato contro la privatizzazione dell’acqua.
Infatti, nell’ultima Legge di Stabilità si favoriscono esplicitamente le privatizzazioni, incentivando gli enti locali a cedere quote di partecipazione detenute in aziende di servizi pubblici.

Inoltre, proprio in questi giorni, nella Commissione Ambiente della Camera, dove si sta discutendo la legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, che nel 2007 aveva avuto oltre 400.000 firme ed è finalmente approdata ora nelle Camere, c’è stato un blitz da parte del governo Renzi-Madia, facendo approvare un emendamento che abroga l’articolo 6 del progetto di legge di iniziativa popolare, eliminando così il cuore della legge che obbligava la gestione pubblica dei servizi idrici.

Laudato si’ affronta anche il problema dell’energia fossile: “Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di biossido di carbonio e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile. Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione” (LS 26).

Nonostante la richiesta dell’ONU e di tante altre istituzioni autorevoli di abbandonare le energie fossili e puntare sulle energie rinnovabili, il nostro governo italiano è ancora intestardito sulle energie fossili, autorizzando le trivellazioni sui mari per raccogliere misure esigue di gas e petrolio, anche se l’Italia si è impegnata alla Conferenza sul clima di Parigi 2015, Cop21, di sostenere le energie rinnovabili per uscire da quelle fossili.
Purtroppo, il governo Renzi non ha ancora calendarizzato la discussione in Parlamento per la firma dell’accordo di Cop21. Così, l’Italia rischia di non esserci il prossimo 22 aprile a New York, quando le nazioni del mondo si ritroveranno per la firma dell’accordo.

Ecco quindi l’importanza del referendum popolare del 17 aprile per poter bloccare le trivellazioni sui mari, spingendo il nostro paese ad impegnarsi a coltivare il sole senza più buchi nell’acqua.

Laudato si’
convoca tutta l’umanità a sentire una grave responsabilità verso il creato come l’opera di Dio e il giardino del mondo, nel custodire e coltivare la terra, l’acqua, l’aria e tutti gli altri doni di Dio Creatore.
Impegniamoci quindi:

  • a custodire l’acqua come bene comune lottando contro ogni forma di mercificazione e privatizzazione. Facciamo rispettare la volontà popolare del referendum sull’acqua del 2011, invitando i comuni alla gestione diretta della propria acqua, come ha fatto Napoli, passando da S.P.A. ad azienda speciale;
  • a coltivare il sole per valorizzare la grande potenzialità dell’energia solare, senza più fare buchi nei mari e nel suolo per estrarre le energie fossili che sono altamente inquinanti. Partecipiamo quindi al referendum del 17 aprile contro le trivellazioni dei mari e della terra. Il petrolio deve rimanere sotto terra.

Come abbiamo fatto in occasione del referendum sull’acqua, invitiamo tutti gli uomini e le donne che si sentono missionari(e) del Creato a trovarci in Piazza San Pietro, a Roma, sabato 2 aprile 2016 alle ore 12:00, per fare digiuno, preghiera e condivisione, mettendoci in comunione con tutta la creazione e con il suo Creatore, in modo da ritrovare la forza e il coraggio di custodire “nostra sora madre terra”.

Adriano Sella, missionario del creato e dei nuovi stili di vita
Alex Zanotelli, missionario comboniano

GIORNATA DELLA TERRA 2016: la nuova Intifada e l’industria israeliana degli arresti

Giornata-TerraSono 40 gli anni passati da quando i palestinesi proclamarono la Giornata della Terra.
1976 fu il primo e più cruento, 6 i palestinesi, sulla carta cittadini dell’entità sionista- Israele, che sono stati barbaramente uccisi.

Da allora e per tutti gli anni, scioperi e manifestazioni si sono susseguite come protesta e contro la confisca delle terre dei palestinesi. Nulla hanno potuto i palestinesi per impedire tale furto, oggi essi controllano a malapena il 12% del complessivo territorio della Palestina storica.

Anche stavolta la giornata della terra cade mentre è in corso una sollevazione, un’Intifada. L’attuale Intifada è, però, diversa da tutte le altre che l’hanno preceduta, essa è fuori controllo totale e i sionisti, stando alle loro dichiarazioni ufficiali, non sanno proprio come arginarla.

Molti elementi giocano in sfavore soprattutto dei giovani, che hanno deciso di prendersi la responsabilità della lotta e della resistenza in un momento triste della latitanza delle fazioni storiche palestinesi, non ultimo la presenza diffusa di collaborazionisti palestinesi: i servizi di “sicurezza” dell’ANP e gli opportunisti che ruotano attorno da essa.
Stavolta il nemico lo hanno anche in casa propria.

Con l’aumento delle incertezze e delle insicurezze, le forze sioniste e colonialiste mettono in mostra tutto il loro fascismo e odio verso i palestinesi.
La risposta ai banali atti di resistenza come l’uso dell’arma bianca di fronte ai soldati e cittadini sionisti armati di tutto punto, è di assassinio extra-giudiziario, di punizioni collettive con la demolizione delle case, le salate “multe” contro i familiari e gli arresti indiscriminati.

Quest’ultima pratica non solo si è intensificata ed estesa (basta scrivere qualsiasi cosa contro l’entità sionista sui social-network o inneggiare al BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) per essere messi sotto accusa ed arrestati) ma comincia a riguardare i cittadini occidentali che si oppongono alle politiche sanguinarie israeliane.
In Francia basta indossare una maglietta con una scritta contro Israele o essere attivi nella Campagna BDS sono motivi di arresto.
In Inghilterra è allo studio una legge che vieta il boicottaggio di Israele nei campus universitari e non ci sorprende se tali pratiche verranno estese poi a tutti i paesi UE.

Dobbiamo registrare che da qualche anno l’arresto dei bambini palestinesi (anche di 5 anni) si è molto intensificato e tocca ormai migliaia di bambini all’anno. Intimidazioni, soldi e raccolta di informazione sono le ragioni che stanno dietro a questi arresti.
Di tutto questo e dell’Intifada, parleremmo con Aiman Hajj Yahia, palestinese degli interni, territorio ’48, ex prigioniero ed attivista in difesa dei prigionieri. Dal 2014 è vice-segretario del neo- nascente movimento Kefah (lotta).
Domenica, 3 April, 2016

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Chi ha paura della cultura femminista?

FemminismoPerché, mi chiedeva Rossana Rossanda, in uno degli ultimi incontri che abbiamo avuto in Italia, le donne oggi presenti in gran numero nella vita pubblica non riescono a cambiarla, perché il femminismo non è riuscito a generalizzare la sua cultura?

È la stessa domanda che ci fece alla fine degli anni Settanta e che torna ancora oggi di sconfortante attualità.

Sono tentata di elencare, come faccio ormai da tempo, le difficoltà e gli ostacoli, esterni ed interni, che ha incontrato il movimento delle donne: la resistenza degli uomini ad abbandonare poteri e ruoli che considerano “connaturati” al loro sesso, e a cui fa da copertura più o meno consapevole la “neutralità”; l’intuizione, sia pure oscura e tenuta timorosamente a bada dalla sinistra, che mettere a tema la questione uomo-donna, come ricordava Pietro Ingrao già trent’anni fa, “comporta affrontare punti di fondo dell’origine della società in generale, investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro; incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, forme e natura dell’assistenza” (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989).

È questa “rivoluzione” dell’ordine esistente – e quindi non solo la lotta contro governi conservatori, politici corrotti e antidemocratici – che spaventa? Sono le angosce profonde, le insicurezze insopportabili di chi vede comparire nell’autonomia di pensiero delle donne lo spettro di una rimossa inermità e dipendenza infantile dal corpo che l’ha generato?

Qualunque siano le ragioni e le forme che ha preso nel tempo la misoginia maschile, diffusa a destra come a sinistra, tra politici e intellettuali, capitalisti e lavoratori, nativi e migranti, l’interrogativo che più inquieta resta quello che riguarda le donne stesse, la loro rabbiosa acquiescenza, l’adattamento a ruoli tradizionali di ancelle o cortigiane, il profluvio di discorsi lamentosi sui famigliari da accudire, sulle carriere interrotte, sui meriti calpestati, sul doppio e triplo fardello di chi si trova oggi a far da ponte tra privato e pubblico.

Se la bontà come virtù ha perso smalto, non si può dire lo stesso per l’imperativo che vuole le donne “brave e belle”. Non è forse questa l’immagine femminile che ci viene offerta indistintamente dagli schermi televisivi e dalla scena politica?
Se non sono corpi-sfondo-cornice, esposti come specchi per le allodole anche in trasmissioni di carattere culturale, sono le diligenti segretarie che filtrano le mail e a cui il conduttore rivolge di tanto in tanto paterni sguardi, chiamandole confidenzialmente per nome. Oppure sono loro stesse conduttrici, preferibilmente di bella presenza, preparate, impeccabili, attente e pazienti nell’ascolto come nella mediazione, in quell’arena di oratori scalmanati che sono ormai i dibattiti televisivi.

A quarant’anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di società – a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell’altro -, non si può dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilità nuove.

Quello che qualcuno ha chiamato sprezzantemente “piccoli cenacoli autoreferenziali”, residui di una “vecchia guardia” femminista preoccupata di mantenere la propria “egemonia, sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all’arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo.

Lea Melandri
| 28 marzo 2016

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