Monthly Archives: agosto 2016

Dichiarazione della delegazione di Via Campesina Internazionale al World Social Forum

FSM-MntrealNon solo crediamo che un altro mondo è necessario, i membri di Via Campesina stanno già costruendo un mondo migliore.” Carlos Marentes, co-coordinatore della Regione Nord America di LVC

Noi, i rappresentanti delle organizzazioni membri di Via Campesina dalla Regione America del Nord (Unione Paysanne dal Quebec, Unione Nazionale Agricoltori, Canada, National Family Farm Coalition, Coalizione rurale e del Progetto lavoratori agricoli di confine , Stati Uniti), insieme ai membri di LVC dell’Europa , Palestina e Brasile abbiamo partecipato al Forum sociale mondiale di Montreal, Quebec dal 09-14 Agosto 2016.

Siamo stati gentilmente ospitati dall’Unione Paysanne e abbiamo ribadito il nostro sostegno alla loro lotta per porre fine al controllo del consorzio monopolistico del settore agricolo in Quebec, aggiungendo la nostra voce allo slogan che Non vi è alcuna sovranità alimentare senza sovranità contadina“.

Nella nostra conferenza stampa del 11 agosto Maxime Laplante ha dichiarato: “La situazione in Quebec è estremamente particolare, c’è in Quebec una sola organizzazione che ha il diritto di rappresentare i contadini qui, per negoziare con il governo o per intervenire nella gestione di piani di marketing , marketing, ecc. Questa organizzazione è l’Unione dei produttori Agricoles (UPA).

E’ l’unica organizzazione con il diritto legale di rappresentare i contadini “.

La coordinatrice di Via Campesina Nord America e vice-presidente della National Family Farm Coalition Dena Hoff ha dichiarato: ”L’intera La Via Campesina regionale appoggia l’Unione Paysanne nelle sue richieste per essere riconosciuta dal governo del Quebec come la voce dei contadini in lotta per la sovranità alimentare.”

La delegazione LVC ha partecipato con entusiasmo alla marcia di apertura, a molti laboratori, panel e assemblee sui temi della sovranità alimentare, il diritto al cibo, sulle società post-estrattive, su agro-ecologia e riforma agraria popolare, e il futuro del FSM, tra i molti argomenti, insieme con gli alleati come ETC Group, Grain, Climate Space, the Indigenous Environmental Network (IEN), Global Justice Now, USC Canada, SUCO, Why Hunger, Grassroots Global Justice Alliance, Global Forest Coalition, Focus on the Global South, Development and Peace, Inter-Pares, Vigilance OGM Québec e altri.

Come ha dichiarato Dena Hoff: “La lotta per la sovranità alimentare sarà vinta con un milione di sforzi dal basso“.

In un momento di crisi sempre più profonda in tutto il mondo, compreso le enormi sofferenze dei migranti in fuga da guerre, l’aumento della povertà e della fame, gli eventi meteorologici estremi, gli accaparramenti di terra e di risorse condotti dalle aziende, l’espansione e il consolidamento di grandi aziende agricole e le monocolture per i mangimi e piantagioni di carburante in tutto il pianeta, noi dichiariamo il nostro fermo impegno come LVC alla lotta “vita o morte” per la sovranità alimentare, per la riforma agraria dei popoli, per le sementi e sovranità della biodiversità, la democratizzazione del sistema alimentare e la forte difesa dei diritti umani.

Mettiamo in discussione l’uso del concetto di “agro-ecologia” e parole d’ordine sul clima che siano al di fuori del contesto della sovranità alimentare e utilizzate come mezzo di giustificare un ampliamento del “green washing” o per la raccolta di fondi delle ONG.

Insistiamo sul fatto che agro-ecologia significa una convalida dell’agricoltura su scala piccola e media, la ricerca e l’innovazione guidate dai contadini, significa l’integrazione delle pratiche tradizionali, il controllo contadino e delle comunità rurale sui nostri semi.

La sovranità alimentare è il diritto degli agricoltori e di chi mangia a controllare la propria produzione alimentare, la trasformazione e la distribuzione di alimenti culturalmente appropriati ed ad equo compenso e la dignità per i fornitori di cibo.
Noi affermiamo che l’agricoltura su piccola scala, la pesca, la pastorizia, la caccia e la raccolta sono essenziali nella lotta per portare sollievo ai cambiamenti climatici e continuare ad alimentare l’umanità.

Cerchiamo l’accesso alla terra per tutti, soprattutto per i giovani che vogliono alimentare le loro comunità.
Vogliamo porre fine alla invasione delle sementi OGM nei nostri territori e chiediamo il diritto degli agricoltori di continuare a produrre, salvare e condividere le proprie sementi.
Noi diciamo “No” all’agricoltura aziendale e “sì” al popolo della terra e al modo contadino.

LVC ha criticato anche pubblicamente il governo canadese dato che molti leader di importanti movimenti sociali non sono stati in grado di partecipare al FSM poiché molte centinaia di visti sono stati negati, compresi i visti di due dei dirigenti contadini nella nostra delegazione.

Abbiamo anche colto l’occasione fornita dalla WSF 2016 di esprimere la nostra solidarietà con tutti i movimenti attualmente in lotta contro la violenza, l’espropriazione, l’esclusione e gli attacchi contro i diritti democratici delle persone.

Abbiamo espresso specialmente la nostra solidarietà con la lotta del popolo palestinese contro l’oppressione e lo sfruttamento per mano del colonialismo dei coloni sionisti, la lotta delle nostre compagne e compagni del Movimento dei Senza Terra del Brasile contro il recente colpo di stato, la lotta coraggiosa First Nations contro le minacce per l’integrità della loro terra causata dallo sfruttamento sabbie bituminose, gli oleodotti e altre azioni distruttive da parte del capitale, e la lotta contro la crescente violenza contro le persone di colore e quindi sosteniamo pienamente il Black Lives Matter Movement.

¡Globalizzare la lotta, globalizzare la SPERANZA!

Montreal, Quebec, 14 Agosto 2016

Il mare di pietra

Migration-compact1- Questo dobbiamo dirci

Questo dobbiamo dirci: che la strage nel Mediterraneo è conseguenza della decisione degli stati europei di impedire l’ingresso nei nostri paesi in modo legale e sicuro a chi cerca di entrare in Europa in fuga dalla guerra e dalle dittature, e da quella guerra e dittatura insieme che e’ la fame. Questa politica e’ assassina.

Questo dobbiamo dirci: che ci sembra normale che gli europei possano andare per il mondo dovunque vogliano; e ci sembra altrettanto normale che questo diritto sia invece negato a chi e’ costretto ad abbandonare la sua casa, la sua famiglia, il suo paese perché vittima di una violenza che minaccia la sua vita stessa. Questa percezione scissa e’ già complice di un crimine.

Questo dobbiamo dirci: che nessuno si getterebbe volontariamente tra gli artigli delle mafie dei trafficanti e degli schiavisti se avesse la possibilità di viaggiare in modo legale e sicuro dal luogo in cui la sua vita e’ minacciata a un luogo in cui poter vivere in pace.

Questo dobbiamo dirci: che nessuno morirebbe nel Mediterraneo se ad ogni essere umano fosse riconosciuto il diritto a salvare la propria vita, il diritto a muoversi liberamente, il diritto a viaggiare in modo legale e sicuro.

Questo dobbiamo dirci: che sono i nostri stati che stanno facendo morire innumerevoli innocenti nel Mediterraneo; che sono i nostri stati che stanno facendo arricchire le mafie dei trafficanti e degli schiavisti.

Per salvare tutte le vite basterebbe riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere qui in modo legale e sicuro.

2 – Oltre lo specchio

La nostra percezione e’ alterata, la nostra coscienza offuscata, la nostra mente inceppata. Torniamo a vedere la realtà, a sentire l’empatia e la responsabilità, a pensare secondo logica, etica e politica.

E’ certo meritoria l’azione di chi presta soccorso nel Mediterraneo, ma essa salva solo una parte delle vittime, quando una buona politica le salverebbe tutte.

E’ certo meritoria l’azione di chi in Italia accoglie ed aiuta chi riesce ad arrivarci, ma essa salva solo una parte delle vittime, quando una buona politica le salverebbe tutte.

E’ certo meritoria l’azione di chi si oppone alla deriva razzista e schiavista e nazista nel nostro paese, ma essa salva solo una parte delle vittime, quando una buona politica le salverebbe tutte.

Ogni buona azione e’ benedetta: ma se si resta subalterni a una politica stragista, se non si lotta contro questa politica scellerata, nessuna limitata buona azione basterà a fermare il massacro.

Mentre sarebbe possibile far cessare il massacro nel Mediterraneo: semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani il diritto di entrare in Europa in modo legale e sicuro.

Mentre sarebbe possibile annientare – letteralmente annientare – le mafie dei trafficanti: semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani il diritto di entrare in Europa in modo legale e sicuro.

3 – A chi teme

A chi teme l’arrivo in Europa di milioni, di miliardi di esseri umani, nemesi di secoli di colonialismo e schiavismo e rapina e saccheggio che tuttora perdura, e’ facile rispondere: se cessassimo di saccheggiare i loro paesi, se cessassimo di imporre loro le dittature nostre alleate, se cessassimo di fare le guerre, se finalmente riconoscessimo che vi e’ una sola umanità in un unico mondo vivente casa comune dell’umanità intera, se alla politica razzista e imperialista dei vampiri che oggi governano il mondo sostituissimo la politica della cooperazione e della condivisione, della cura comune per il bene comune, la politica della democrazia che ogni essere umano riconosce ed include come titolare degli stessi diritti di ogni altro essere umano, ebbene, ogni luogo del mondo abitato tornerebbe vivibile, e nessuno sarebbe costretto alla fuga.

4 – I compiti dell’ora

Innumerevoli esseri umani in questo momento stanno subendo persecuzioni e violenze indicibili, e le loro stesse vite sono in pericolo. E’ compito dell’umanità intera salvare le loro vite, e’ compito dell’umanità intera recare loro il necessario, il doveroso aiuto.

Occorrerà per questo rinunciare a giganteschi privilegi? Sì, occorrerà rinunciare a giganteschi privilegi, che sono il frutto di secolare rapina, di inumano sfruttamento e brutale oppressione.

Occorrerà per questo rinunciare a montagne di beni superflui? Sì, occorrerà rinunciare a montagne di beni superflui, ed alla narcosi ed alla dissipazione che essi consentono e impongono.

Occorrerà uscire dalla logica proprietaria e dalla menzogna egotista? Sì, occorrerà uscirne riconoscendo la natura sociale e dialogica, plurale e interdipendente, empatica e bisognosa, limitata ed aperta della nostra umanità.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà.

Salvare le vite e’ il primo dovere.

5 – La svolta

E’ questa la politica necessaria e urgente.

E nel programma minimo immediato di questa politica ci sono i seguenti provvedimenti che occorre proporre adesso al Parlamento affinché divengano legge adesso:

  • riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di entrare nel nostro paese in modo legale e sicuro;
  • soccorrere, accogliere, assistere tutte le persone bisognose di aiuto;
  • riconoscere il diritto di voto a tutte le persone che si trovano nel nostro paese;
  • avviare programmi costruttivi e partecipati per contrastare razzismo e schiavismo;
  • avviare il disarmo e la smilitarizzazione;
  • avviare un piano di aiuti rigorosamente umanitari nei paesi più bisognosi di soccorso;
  • applicare la convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

Fermare il massacro, opporsi al nazismo.

 

L’arma segreta.

Domenico-GalloUn articolo di Domenico Gallo sulle armi segrete del fronte del Si.
Durante la seconda guerra mondiale, quando le sorti del conflitto volgevano al peggio per le potenze dell’Asse, si era diffusa l’illusione che la Germania stesse mettendo a punto delle armi segrete che avrebbero rovesciato l’esito della guerra.

Il mito dell’arma segreta è duro a morire e qualche volta ricorre anche, sotto forma di metafora, quando il confronto politico si fa più accanito.
I dati pubblicati dall’Istat qualche giorno fa sulla crescita zero annunciano una cattiva novella che mette in mutande i cantori del miracolo italiano, dell’Italia che riparte perché adesso c’è una classe dirigente che fa le riforme, che sblocca tutto e rimette in moto il paese.

Se questa narrazione del miracolo italiano diviene incredibile, se la fiducia in questo ceto politico dirigente decresce rapidamente, diventa sempre più concreto il rischio che il malcontento popolare verso il Governo possa portare ad una bocciatura della riforma costituzionale, sulla quale il Presidente del Consiglio ci ha messo la faccia.

Per rovesciare questa china ci vorrebbe un’arma segreta.
Ed è arrivata: hanno cominciato a tuonare i cannoni della finanza internazionale.
Il Wall Street Journal (che come dice il nome è il giornale portavoce della finanza) nell’edizione del 15 agosto ha sganciato una bomba a favore del Sì, paragonando il referendum costituzionale italiano alla Brexit, affermando senza vergogna alcuna: “È questo scenario che rende il referendum vitale, probabilmente più importante di Brexit“.
Il giornale americano riferisce che “i mercati sono concentrati sulla posta in gioco politica del referendum“, cioè il rischio che una bocciatura degli elettori travolga Renzi, “ma il vero costo per l’Italia sarebbe che l’economia resterebbe inchiodata nella sua stagnazione di lungo termine” rendendo più difficile la soluzione di tanti problemi: dal debito pubblico alle sofferenze bancarie.
All’attacco del Wall Street Journal hanno fatto eco il New York Times ed il Financial Times che hanno evocato scenari disastrosi se gli elettori italiani bocceranno la riforma di Renzi.

Orbene, paragonare gli effetti della possibile bocciatura della riforma costituzionale in Italia a quelli derivanti dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è un’idiozia talmente assurda che può trovare spiegazione soltanto nella faziosità di chi l’ha proposta.
Anche un bambino capirebbe che i due fenomeni non sono comparabili.

L’annullamento di una riforma costituzionale, che non è mai entrata in vigore, non comporta nessun mutamento nell’assetto giuridico (e politico) vigente e non comporta nessuna variazione degli assetti economico-sociali, non incide sull’economia proprio perché non produce alcun effetto.
L’uscita di un paese membro dall’Unione Europea, al contrario, è un fatto che incide direttamente, con una portata che è difficile da determinare, sugli assetti economico-sociali di quel paese perché comporta l’uscita dal mercato unico (con effetti immediati su importazioni ed esportazioni) e l’impossibilità di continuare a percepire le sovvenzioni dell’Unione Europea.

E’ evidente che quella del Wall Street Journal non è un’analisi seria, è una dichiarazione partigiana di smaccato sostegno politico al “nuovo corso” del segretario fiorentino.
Ha scritto l’ex vice presidente della Corte Costituzionale Paolo Maddalena: “l’articolo uscito stamattina (17 agosto) su Repubblica (che cita Wall Street Journal, New York Times e Financial Times) è la conferma che la riforma costituzionale Renzi-Boschi giova soltanto alla finanza e che il Presidente del Consiglio è un esecutore dei voleri di quest’ultima. La minaccia di un’ecatombe finanziaria in caso di vittoria del No è un’offesa alla sovranità del popolo italiano ed alla libertà di voto dei cittadini

A noi rimane un dubbio, se questa è l’arma segreta che vogliono impiegare i riformatori per vincere il referendum, non è che, alla fine, si potrebbe rivelare controproducente?
Vuoi vedere che gli elettori mangino la foglia e votino No proprio perché la riforma piace tanto agli gnomi della finanza internazionale?

Pubblicato sul Quotidiano del sud del 19 agosto.

Non c’è solo la «produttività»

ProduttivitaLa doccia fredda della crescita zero del secondo semestre desta più di una preoccupazione. Avremo un altro anno di crescita “zero virgola” se tutto andrà per il meglio e i prossimi trimestri andranno come sperato. Soprattutto il terzo che dovrebbe risentire positivamente della buona dinamica del turismo a causa, purtroppo, delle guerre che rendono poco sicure mete tradizionalmente concorrenti e presidiate dall’esercito sin sulla spiaggia.

Ci sono fondati timori che la mancata crescita si ripercuoterà in maniera rilevante su varie dimensioni del Bes (Bisogni Educativi Speciali), oltre quella del benessere economico.
Il Censis ci ha detto nel giugno 2016 che nel nostro Paese circa 11 milioni di persone dichiarano di non aver abbastanza risorse per effettuare tutti i controlli medici necessari e che nel corso del 2015 per la prima volta negli ultimi 10 anni in Italia c’è stato un arretramento nell’aspettativa di vita.

È altresì noto che siamo fanalino di coda in Europa nell’investimento in istruzione, un settore strategico per occupazione, creazione di valore economico e qualità della vita in generale. Il rallentamento della crescita, oltre agli inevitabili effetti su occupazione e qualità della vita di lavoro, ridurrà la raccolta fiscale rendendo dunque più difficile raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica (rapporto deficit/Pil) necessari per stabilizzare o ridurre il rapporto tra debito e Pil. Le prime dichiarazioni del governo sono state giustamente improntate alla richiesta di maggiore flessibilità sui conti (flessibilità che Paesi come Spagna e Francia si sono presi da tempo, viaggiando a rapporti deficit/Pil più alti dei nostri).

Le lacrime di coccodrillo del Fondo monetario internazionale e dell’Economist (ultimo numero, ndr) tornano su un errore ormai irreversibile su cui abbiamo detto dai tempi dell’appello in poi. L’austerità ha gravemente inasprito la crisi finanziaria globale in Europa trasformandola in una crisi dell’euro.
Un conto è avere a riferimento lo spauracchio del Fiscal Compact, seppur costantemente disatteso nei fatti, un altro è usare un paradigma completamente diverso come quello keynesiano.
Se la Ue avesse lanciato al momento opportuno come negli Usa un robusto piano di investimenti pubblici e il quantitative easing la storia sarebbe stata diversa e avremmo avuto probabilmente una crescita simile a quella degli Stati Uniti.

Avere oggi via libera su uno solo dei due fronti (quello monetario) rende ancora più evidente la gravità della mancanza di sviluppo del secondo. Con un quantitative easing che è riuscito nel miracolo di azzerare il costo del denaro e del finanziamento del nostro debito pubblico (tanto che si parla di sfruttare il momento emettendo un titolo di debito pubblico a cento anni!), appare incredibile che non esistano piani di investimento pubblico con rendimenti superiori al costo del denaro in grado di rendere produttiva la nostra spesa pubblica in investimenti migliorando crescita e sostenibilità del debito.

Una delle strade più promettenti su cui lavorare subito (oltre che il rilancio delle infrastrutture di trasporto nel Sud e della banda larga) è – e l’esempio non è affatto casuale – quella dell’efficientamento energetico degli edifici privati. Anche questo è un tema su cui insistiamo da tempo, in grado di generare un circolo virtuoso su varie dimensioni di benessere come di occupazione, creazione di valore economico e sostenibilità ambientale. Fa piacere vedere che, subito dopo la pubblicazione del dato deludente sul Pil del secondo trimestre, il ministro Del Rio sia tornato con decisione sul tema con proposte per sbloccare le due questioni che rallentano l’avvio di una “rivoluzione verde” in grado di mettere in moto una mole enorme di investimenti su tutto il patrimonio immobiliare del Paese. Si tratta infatti di ridurre il rischio imprenditoriale delle energy saving companies (le società che effettuano la ristrutturazione degli edifici) e sveltire i processi decisionali nei condomini spiegando a una moltitudine di persone con idee e culture diverse che l’intervento conviene (e, se necessario, imponendolo).

La cessione del credito d’imposta alle energy saving companies e il finanziamento a tasso agevolato con fondi rotativi possono essere utili allo scopo. È arrivato il momento di agire il più rapidamente possibile. Evitando stantii e infine stagnanti dibattiti sull’imperativo di aumentare la produttività che vuol dire tutto e niente (imperativo quasi tautologico: come dire che per la crescita ci vuole la crescita) ed evitando di impegnare tutte le energie del governo nell’estenuante duello sulle riforme costituzionali certamente utili e necessarie, ma di cui, in questi termini, francamente non sentivamo il bisogno.

Leonardo Becchetti
17 agosto 2016

http://www.avvenire.it/

Bandiera Usa sull’Europa

Bandiera-Usa-su-UEPartecipando (come ormai d’obbligo) all’incontro dei ministri della difesa Ue il 5 febbraio ad Amsterdam, il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha lodato «il piano degli Stati uniti di accrescere sostanzialmente la loro presenza militare in Europa, quadruplicando i finanziamenti a tale scopo».

Gli Usa possono così «mantenere più truppe nella parte orientale dell’Alleanza, preposizionarvi armamenti pesanti, effettuarvi più esercitazioni e costruirvi più infrastrutture». In tal modo, secondo Stoltenberg, «si rafforza la cooperazione Ue-Nato».

Ben altro lo scopo. Subito dopo la fine della guerra fredda, nel 1992, Washington sottolineava la «fondamentale importanza di preservare la Nato quale canale della influenza e partecipazione statunitensi negli affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la struttura di comando dell’Alleanza», ossia il comando Usa.

Missione compiuta: 22 dei 28 paesi della Ue, con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno oggi parte della Nato sempre sotto comando Usa, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva».
Facendo leva sui governi dell’Est, legati più agli Usa che alla Ue, Washington ha riaperto il fronte orientale con una nuova guerra fredda, spezzando i crescenti legami economici Russia-Ue pericolosi per gli interessi statunitensi. In tutta l’Europa orientale sventola, sul pennone più alto, la bandiera a stelle e strisce assieme a quella della Nato.

In Polonia, la nuova premier Beata Szydlo ha ammainato dalla sue conferenze stampa la bandiera della Ue, spesso bruciata nelle piazze da «patrioti» che sostengono il governo nel rifiuto di ospitare i rifugiati (frutto delle guerre Usa/Nato), definiti «invasori non-bianchi». In attesa del Summit Nato, che si terrà a Varsavia in luglio, la Polonia crea una brigata congiunta di 4mila uomini con Lituania e Ucraina (di fatto già nella Nato), addestrata dagli Usa.

In Estonia il governo annuncia «un’area Schengen militare», che permette alle forze Usa/Nato di entrare liberamente nel paese.

Sul fronte meridionale, collegato a quello orientale, gli Stati uniti stanno per lanciare dall’Europa una nuova guerra in Libia per occupare, con la motivazione di liberarle dall’Isis, le zone costiere economicamente e strategicamente più importanti.

Una mossa per riguadagnare terreno, dopo che in Siria l’intervento russo a sostegno delle forze governative ha bloccato il piano Usa/Nato di demolire questo Stato usando, come in Libia nel 2011, gruppi islamici armati e addestrati dalla Cia, finanziati dall’Arabia Saudita, sostenuti dalla Turchia e altri.

L’operazione in Libia «a guida italiana» – che, avverte il Pentagono, richiede «boots on the ground», ossia forze terrestri – è stata concordata dagli Stati uniti non con l’Unione europea, inesistente su questo piano come soggetto unitario, ma singolarmente con le potenze europee dominanti, soprattutto Francia, Gran Bretagna e Germania. Potenze che, in concorrenza tra loro e con gli Usa, si uniscono quando entrano in gioco gli interessi fondamentali.

Emblematico quanto emerso dalle mail di Hillary Clinton, nel 2011 segretaria di Stato: Usa e Francia attaccarono la Libia anzitutto per bloccare «il piano di Gheddafi di usare le enormi riserve libiche di oro e argento per creare una moneta africana in alternativa al franco Cfa», valuta imposta dalla Francia a sue 14 ex colonie. Il piano libico (dimostravamo sul manifesto nell’aprile 2011) mirava oltre, a liberare l’Africa dal dominio del Fmi e della Banca mondiale. Perciò fu demolita la Libia, dove le stesse potenze si preparano ora a sbarcare per riportare «la pace».

Manlio Dinucci
il manifesto, 9 febbraio 2016

Quei figli più poveri dei padri, gli anni Duemila come il Dopoguerra

Padri-figliLa quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori rispetto alle generazioni precedenti. In un rapporto di McKinsey il record negativo del’Italia. Un trend che riguarda il 70 per cento della popolazione nell’Occidente sviluppato.

L’ultimo decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.

L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono i fenomeni documentati nell’ultimo Rapporto McKinsey. Il titolo è “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi). Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Donald Trump. Per effetto dell’impoverimento e dello shock generazionale, una quota crescente di cittadini non credono più ai benefici dell’economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio.

Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie più ricche del pianeta. C’è dentro tutto l’Occidente più il Giappone. In quest’area il disastro si compie nella decade compresa fra il 2005 e il 2014: c’è dentro la grande crisi del 2008, ma in realtà il trend era cominciato prima. Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea immensa. Non era mai accaduto nulla di simile nei 60 anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della popolazione (2%) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l’impoverimento è un tema che riguarda la maggioranza.

L’Italia si distingue per il primato negativo. È in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81%. Seguono Inghilterra e Francia. Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa sindrome. Ciò che fa la differenza alla fine è l’intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da insegnarci. In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi è traccia di politiche sociali che riducano le diseguaglianze o compensino la crisi del reddito familiare.

L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. “I lavoratori giovani e quelli meno istruiti – si legge nel Rapporto – sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri”. Questa generazione ne è consapevole, l’indagine lo conferma: ha introiettato lo sconvolgimento delle aspettative.

Lo studio non si limita a tracciare un quadro desolante, vi aggiunge delle distinzioni cruciali per capire come uscirne. Il caso della Svezia viene additato come un’eccezione positiva per le politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro che hanno contrastato con successo il trend generale. “Lo Stato in Svezia si è mosso per mantenere i posti di lavoro, e così per la maggioranza della popolazione alla fine del decennio i redditi disponibili erano cresciuti per quasi tutti”. Perfino l’iperliberista America, però, ha fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato. Riducendo la pressione fiscale sulle famiglie e aumentando i sussidi di welfare, gli Stati Uniti hanno agito per compensare l’impoverimento con qualche successo. In Italia, una volta incorporati gli effetti delle politiche fiscali e del welfare, il risultato finale è ancora peggiore: si passa dal 97% al 100%, quindi la totalità delle famiglie sta peggio in termini di reddito disponibile.

Se lasciata a se stessa, l’economia non curerà l’impoverimento neppure se dovesse ricominciare a crescere: “Perfino se dovessimo ritrovare l’alta crescita del passato, dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi”. E se invece dovesse prolungarsi la crescita debole dell’ultimo decennio, dal 70% all’80% delle famiglie nei paesi avanzati continuerà ad avere redditi fermi o in diminuzione.

Federico Rampini
da Repubblica 13-8-016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -4

FSM-MntrealRiporto un sunto del leapmanifesto (il manifesto per un balzo, www.leapmanifesto.org) distribuito dai comitati canadesi che lottano contro l’estrazione di shale gas e fossili e che contiene linee di indirizzo che non solo sono condivisibili, ma forniscono indicazioni per l’unificazione dei movimenti che lottano per un cambio del paradigma energetico attuale e contro i trattati commerciali iniqui come il TTIP.

Appello per un Canada basato sulla cura della Terra e del prossimo.
“Ci stiamo allontanando drammaticamente dai nostri valori: il rispetto dei diritti degli indigeni, l’internazionalismo, i diritti umani, la diversità e la tutela ambientale.
Potremmo vivere in un Paese alimentato interamente da energia rinnovabile, collegati attraverso mezzi pubblici accessibili, dove posti di lavoro e opportunità in questa transizione siano sistematicamente progettati per eliminare razzismo e disuguaglianze di genere. La cura uno dell’altro e la cura del pianeta potrebbero essere i settori dell’economia in maggior crescita. Molte piú persone potrebbero avere lavori con meno ore di lavoro, lasciando molto piú tempo per far fiorire le nostre comunità.

I piccoli passi non ci porteranno piú dove avremmo bisogno di arrivare. Pertanto dobbiamo fare un balzo.

Il salto deve iniziare dal rispetto del titolo e dei diritti dei custodi originari di questa terra: le comunità indigene che sono state in prima linea nel proteggere fiumi, coste, foreste e terreni non coinvolti nelle attività industriali. Vogliamo fonti di energia che durino un tempo immemorabile, senza esaurirsi o avvelenare la terra. Le innovazioni tecnologiche hanno reso questo sogno realizzabile. Recenti ricerche mostrano che il Canada può ricavare il 100% dell’energia elettrica da foni rinnovabili entro due decenni.

Non ci sono piú scuse per costruire nuove infrastrutture che ci obbligano ad aumentare l’estrazione nei decenni a venire. La nuova ferrea legge di sviluppo dell’energia deve essere: se non lo vorresti nel tuo cortile, allora non dev’essere nel cortile di nessuno. Questo vale anche per gli oleodotti e i gasdotti; il fracking nel New Brunswick, in Québec e nel British Columbia; l’aumento del traffico di petroliere al largo delle nostre coste; e i progetti minerari di proprietà canadese in tutto il mondo.

È giunto il tempo della democrazia energetica: crediamo non solo nel cambiamento delle nostre fonti di energia, ma anche, ovunque sia possibile, che le comunità controllino collettivamente questi nuovi sistemi energetici.

L’energia generata in questo modo non si limiterà ad illuminare le nostre case ma redistribuirà ricchezza, rafforzerà la nostra democrazia e la nostra economia, ed inizierà a curare le ferite che risalgono alla fondazione di questo paese.

Un balzo verso un’economia non inquinante crea innumerevoli opportunità per tali “vittorie” molteplici.
Vogliamo un programma generale per costruire case energeticamente efficienti, e per l’ammodernamento delle abitazioni esistenti, che assicuri che le comunità ed i quartieri a più basso reddito ne beneficino per primi e ricevano formazione ed opportunità lavorative che riducano la povertà nel lungo termine.
Vogliamo formazione ed altre risorse per i lavoratori dei settori ad alta produzione di carbonio, che assicurino che siano perfettamente in grado di far parte dell’economia ad energia pulita. Questa transizione dovrebbe comportare la partecipazione democratica dei lavoratori stessi.

Spostarsi verso un sistema agricolo molto più localizzato ed ecologico ridurrebbe la dipendenza dai combustili fossili, intrappolerebbe carbonio nel suolo ed assorbirebbe gli shock improvvisi nell’approvvigionamento globale – oltre a produrre cibo più sano ed economico per tutti.

Chiediamo la fine di tutti i trattati commerciali che interferiscono con i nostri tentativi di ricostruire le economie locali, regolamentare le aziende e fermare i progetti estrattivi dannosi.
Riequilibrando la bilancia della giustizia, dovremmo assicurare lo stato di immigrato e la piena protezione per tutti i lavoratori.
Riconoscendo il contributo del Canada ai conflitti militari ed al cambiamento climatico – elementi chiave nella crisi globale dei rifugiati – dobbiamo accogliere i rifugiati ed i migranti che cercano sicurezza ed una vita migliore.

Chiediamo che si discuta seriamente l’introduzione di un reddito minimo universale.

Il denaro di cui abbiamo bisogno per pagare questa grande trasformazione è disponibile – dobbiamo solo attuare le giuste politiche per rilasciarlo. Come interrompere i sussidi ai combustibili fossili. Tassare le transazioni finanziarie. Tasse più alte per le corporation e per i ricchi. Una tassa progressiva sul carbonio.

Chiediamo incontri municipali in tutto il paese, dove i residenti possano riunirsi per definire democraticamente cosa significhi nelle loro comunità compiere un balzo autentico verso la prossima economia.

Inevitabilmente, questo ritorno a costruire dal basso condurrà ad un rinnovo di democrazia ad ogni livello di governo, facendo avanzare rapidamente verso un sistema in cui ogni voto conta ed il denaro delle grandi aziende è eliminato dalle campagne politiche.

È ora di essere audaci. È ora di fare un balzo.

Energia Felice ha sottoscritto il documento.
Mario Agstinelli
14/8/2016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -3

FSM-MntrealUna riflessioni a 360° sul Forum Sociale Mondiale che si sta svolgendo in questi giorni a Montreal di Vittorio Agnoletto, il primo che si realizza nel nord del mondo. Il Canada ha rifiutato i visti d’entrata a molti attivisti; questo ha fatto scrivere a qualche giornalista di “scommessa persa”.

A mio parere invece, pur con i suoi limiti, il Forum al quale sto partecipando è di estremo interesse ed in paticolar modo proprio per noi cittadini del nord del mondo.

Le alternative al liberismo si discutono nella  tana del lupo

“Queste sarebbero le nazioni che pretendono di darci lezioni di democrazia? In verità  l’occidente ha paura del confronto sulle idee e sulle nostre proposte. Noi siamo portatori di idee non di bombe” Questa la dura reazione di Aminata Traore’, attivista dei diritti umani, già  ministra della cultura del Mali. Sono oltre 250 gli attivisti e i dirigenti sindacali e dei movimenti sociali ai quali è stato rifiutato il visto per entrare in Canada per partecipare a Montreal al 12° Forum Sociale Mondiale. Nonostante una dichiarazione di protesta firmata da centinaia di associazioni di tutto il mondo non è pervenuta alcuna reazione da parte del governo canadese che mostra assoluta indifferenza alle critiche ampiamente riprese dai media.

Il numero esiguo di rappresentanti del sud del mondo sta modificando sensibilmente l’andamento del Forum; non c’è  dubbio che il tentativo di costruire, attraverso il primo Forum realizzato nel nord del mondo, un ponte tra le emergenze sociali dei due emisferi abbia subito un arresto. Tuttavia questo non significa il fallimento del Forum che si sarebbe trasformato in una “scommessa persa” come viene sostenuto ad esempio da Sara Gandolfi sul Corriere, uno dei pochi media mainstream di casa nostra che ha scritto sull’argomento. Anzi, paradossalmente questa obbligata e imposta pausa di riflessione, può aiutarci a riprendere il cammino con maggior forza.

Il Forum si  trasforma
Il Forum nato a Poro Allegre 15 anni fa, nel 2001, pur dentro un approccio globale, leggeva il mondo attraverso uno sguardo al cui centro c’era il rapporto nord/sud con i temi della solidarietà  e della cooperazione internazionale, la denuncia delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in Africa, tutto questo letto con una forte sensibilità terzomondista. Sullo sfondo la discussione e l’analisi si ampliava al crescente dominio della finanza e al ruolo delle nuove istituzioni internazionali quali il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Oggi la drammatica crisi sociale ed economica che investe tutto il mondo e in particolare modo l’emisfero nord-occidentale ci obbliga, se vogliamo essere realisti e credibili anche per i nostri concittadini, a puntare lo sguardo innanzitutto sui nostri territori, a sforzarci di trovare soluzioni idonee ad affrontare la pesante realtà del nostro quotidiano con proposte capaci di porre al centro anche nelle nostre nazioni i temi della redistribuzione della ricchezza, della giustizia sociale, della democrazia reale e quindi dell’accesso libero e generalizzato al sapere e alle nuove tecnologie.

Nel 2001 il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, oggi l’8,7% possiede, secondo Credite Suisse l’85% della ricchezza globale. Questa concentrazione del potere economico sempre più   nelle mani di pochi testimonia certamente un ulteriore impoverimento dei Paesi del sud del mondo, ma anche i tanti &sud& che si sono sviluppati nel ricco nord del paneta.

Questo non significa assolutamente ignorare la catastrofe economica, sociale ed umanitaria che travolge intere regioni del mondo, ed infatti i temi dell’emigrazione, dei rifugiati, dell’accapparramento delle risorse, delle terre e delll’acqua hanno grande spazio nelle discussioni che si sviluppano qui a Montreal. Significa avere uno sguardo globale ma partendo dalla consapevolezza della propria situazione.E questo oggi è l’unico modo serio per poter contribuire a modificare la situazione anche nel sud del mondo. Il Forum che si sta svolgendo a Montreal ci può,  seppure con i suoi limiti, aiutare a compiere questo percorso.

Da “Occupy Wall Street” al Forum
I soggetti che oggi hanno organizzato il Forum sono molto diversi da quelli che lo hanno fondato nel 2001: allora i protagonisti indiscussi erano la CUT, il grande sindacato brasiliano, i Sem Terra e via Campesina, le grandi organizzazioni contadine diffuse in America Latina, in Africa e in Asia; in collaborazione, ma in seconda fila, con Attac, l’organizzazione nata nel nord del mondo, in Francia, con l’obiettivo di tassare le speculazioni finanziarie. Era la fotografia di due attraversamenti, quello a cavallo dell’Equatore e quello tra i due millenni.
Questa complessità permane tutta ed infatti  qui nel Forum vi sono importanti incontri sugli accordi commerciali internazionali tra via Campesina, e le organizzazioni dei coltivatori del Quebec e perfino le associazioni dei nativi di queste terre; ma gli organizzatori di questo Forum hanno alle spalle un’altra storia: provengono da “Occupy Wall Street”, dalle lotte studentesche contro la privatizzazione del sapere e per un web libero, dalla lotta contro i grandi oleodotti, contro le pipeline, dall’impegno per un’energia pulita, contro un modello di sviluppo energivoro fondato sui combustibili fossili.

Cambiare il pianeta partendo dalla nostra condizione
Sono giovani tra i 20 e i trent’anni, frequentano assiduamente il mondo del web, non portano sulle loro spalle il ‘900 ma conoscono, hanno sperimentato da sempre, il dominio della finanza e dei mercati sulle loro vite e hanno piena consapevolezza dell’assenza di una qualunque tutela sul loro futuro. Conoscono forse meno la storia coloniale, ma sanno tutto del WTO, del TTIP, degli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale e sui medicinali, organizzano campagne per la chiusura dei paradisi fiscali e per la messa al bando nella finanza dei &derivati&.

Frequentano le università ed hanno trascinato centinaia di loro professori al Forum dove li troviamo impegnati in dibattiti complessi. Cresciuti in un mondo dominato dalle multinazionali, hanno chiuso rigidamente la porta a qualunque offerta di sponsorizzazione avanzata da compagnie telefoniche, da catene distributive ecc.; consapevoli dell’importanza del ruolo delle istituzioni – sia da un punto di vista democratico che nella redistribuzione della ricchezza e nella gestione del welfare, il sistema di sicurezza sociale – hanno fatto di tutto per coinvolgerle nella preparazione e nella partecipazione ai dibattiti.

Ecco perché  pur con tutti i limiti, il Forum che si sta svolgendo a Montreal, rappresenta comunque un’opportunità per chi, anche nel nord del mondo, non rinuncia a cercare delle alternative al dominio del sistema liberista.

Una pausa di riflessione con un profondo lavoro su noi stessi, per riprendere, con maggior forza un percorso condiviso con tutti coloro ai quali, qui a Montreal, è  stata chiusa la porta in faccia.

Vittorio Agnoletto
12 agosto 2016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -2

FSM-MntrealSeminario su ecologia sociale e lotta alla povertà (Uqam University, 10 /8)
Cercando Ecologia Sociale su wikipedia (sito italiano) incontriamo riferimenti a mondi diversi e fin ad oggi scarsamente comunicanti.

Dopo il sito Ecologiasociale.org troviamo un commento all’enciclica Laudato sii di Karl Ludwigh Schibel e subito dopo molti siti che parlano dell’opera e del pensiero di Murray Bookchin. Operaio, sindacalista, poi scrittore di successo e docente universitario,  ma anche animatore di movimenti ecologici, pacifisti e antirazzisti, Murray Bookchin già trent’anni fa ragionava di limiti delle crescita e di declino dell’urbanizzazione espansiva.

I suoi scritti affermano che esiste una relazione olistica tra gli elementi naturali, inclusi gli esseri umani, e giungono ad affermare che l’ordine naturale non necessita di autorità  o gerarchie.
L’ecologia sociale ritiene che la questione ecologica non possa essere disgiunta dai problemi sociali : i “mali”  dell’una e dell’altro vengono attribuiti allo sviluppo del capitalismo e al conseguente consolidamento della società  fondata su gerarchia e autoritarismo.

L’ecologia sociale ritiene che una visione ecologica della società  permetta di escludere ogni tipologia di sfruttamento e di dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
L’individuo è quindi collocato all’interno del tutto («visione olistica dell’universo»), al di là  di ogni visione antropocentrica della natura, caratteristica di quasi tutte le discipline sociali, che di par suo ha favorito lo sviluppo dell’idea di dominio e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

L’ecologia non può quindi che essere sociale, attenta cioè per prima cosa a «depurare» le relazioni sociali da ogni forma di coercizione e gerarchia e a valorizzare invece la varietà, la simbiosi, la libertà, la democrazia e la condivisione. In definitiva, non si può quindi essere ecologisti senza essere allo stesso tempo contro l’autoritarismo  e la gerarchia, ossia, come dice Murray Bookchin, «l’ecologia, o è sociale o non è».

Prospettive dell’ecologia sociale
Gli ecologi sociali, che negli USA hanno nell’Institute for Social Ecology il centro nevralgico delle loro ricerche, ritengono che, affinchè l’ecologismo possa fornire risposte concrete alla crisi della nostra civiltà, sia necessario affrontare le dinamiche sociali che hanno prodotto la crisi (ecologica, politico e sociale), inserendole in una prospettiva rivoluzionaria.

Per Boohkhin è la natura stessa a fornire all’umanità  le indicazioni sul da  farsi.
L’uomo deve comprendere di essere parte integrante della natura e costruire una nuova prospettiva sociale, ecologicamente sana, e un nuovo metodo di vita basato sulle comunità  autogestite, decentralizzate e democratiche: municipalismo libertario.

Quando il padre dell’ecologia sociale, Murray Bookchin, affermava negli anni Ottanta che l’idea sbagliata di poter dominare la natura nasce dal dominio molto reale dell’uomo sull’uomo, subiva il fuoco incrociato degli ambientalisti tout court, a cui interessavano ben poco i problemi sociali e consideravano l’ambiente una “contraddizione secondaria”.

Seconda decade terzo millennio.
“Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale” che deve “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”  (49)..
Con Laudato Si’ l’ecologia sociale si colloca dalla periferia al centro del discorso ecologico. Diventa difficile parlare delle foreste pluviali senza parlare dei popoli indigeni che ci abitano, della desertificazione e dei cambiamenti climatici senza guardare anche il destino di chi deve lasciare la propria terra perché non fornisce più cibo e risorse per vivere.

L’ecologia sociale  non si esaurisce in misure parziali, non condivide la fiducia nelle tecnologie, non si riposa sul pessimismo culturale della “deep ecology” (che ritiene “che la specie umana, attraverso qualsiasi suo intervento possa essere solo una minaccia per la biosfera e compromettere l’ecosistema planetario), ma opera per una conversione ecologica guidata dall’impegno per la casa comune e per la giustizia globale oggi.
Viene condannato il pragmatismo utilitaristico (215) che riduce la questione ambientale alla dimensione economica di costi/benefici.

La conversione ecologica dell’economia è la sfida dell’oggi: di fronte ai lavoratori che sono costretti a lavorare per aziende e produzioni inquinanti e energivore è necessario proporre alternative, che si basino sull’uscita dalla mercificazione utilitaristica e su una profonda riorganizzazione della società e una trasformazione del paradigma economico.

Cercare alternative produttive ed ecologiche, e modalità organizzative con consumi non più sottoposti al profitto delle multinazionali significa concentrarsi sulla sobrietà e adottare un ciclo corto e prossimo nella produzione di beni, preservando e mantenendo il controllo pubblico di quelli che si definiscono “comuni”.

Lottare per evitare che le regioni del Nord diventino solo piattaforme logistiche per la popolazione lavorativa e un concentrato del potere economico e finanziario per i capitalisti è la faccia di un una medaglia della lotta nel sud del mondo contro lo sfruttamento di ambiente e persone.
Favorire politiche di contenimento dei consumi energetici attraverso, ad esempio, la coibentazione degli appartamenti di edilizia popolare contribuisce a evitare il fenomeno della morosità di chi non riesce a pagare utenze elettriche e di riscaldamento.
L’incontro di oggi vuole mettere in rete esperienze ed analisi per continuare a lavorare insieme per un mondo migliore.

Sintesi tradotta degli interventi di Antonio Bruno (capogruppo Fds Consiglio Comunale Genova) e Mario Agostinelli (Energiafelice)
11-8-016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal (Canada) -1

FSM-MntrealIl passaggio di testimone
Strana città Montreal. Un po’ New York con però tutti grattacieli cuspidati (missili puntati?), un po’ England con le pietre e mattonelle rosse che si infilano tra le chiese di arenaria, un po’ Alsazia per il neo gotico grigio delle cattedrali (numerosissime), un po’ Buenos Aires per i frequentissimi murales che trovi in ogni spazio pubblico, un po’ Oslo per il retroterra verde collinoso tutto boschi e un po’ Genova per il porto e le locande sul mare e tra i pontili.

Qui il Foum Sociale Mondiale sta giocando una sfida generazionale e geografica importante. Rimane tuttora la riunione più ampia di società civile che cerchi soluzioni di giustizia all’emergenza e all’incertezza di un futuro migliore per la nostra specie. Dal primo Forum (2001) a Porto Alegre ad oggi le speranze si sono affievolite soprattutto in termini di rapporti di forza, ma, fortunatamente, la consapevolezza della crisi del modello di crescita distruttiva è aumentata e gli obbiettivi dei movimenti sono meno generali e più alla portata dell’esperienza quotidiana e delle lotte territoriali. Quel che è rimasto del precedente FSM a guida brasiliano-francese – progettato e vissuto come contrappunto alternativo al neoliberismo di Davos e come forza spendibile per il cambiamento a livello globale anche in relazione alla crescita dei BRICS – si sposta nel “centro dell’Impero”, punta anche sulle novità politiche e intellettuali del Nord del mondo, cambia la gerarchia degli slogan e della comunicazione.

In testa nettamente il clima, lo spreco di energie fossili e le nuove tecnologie di estrazione, il diritto all’emigrazione e l’abolizione delle barriere ai diritti umani, la minaccia nucleare e il diritto della pace. L’uguaglianza sociale e la lotta al capitalismo e alla rapina del liberismo sono coniugate attraverso queste lenti. Gli slogan multicolori trascinati cantando per il corteo di apertura il 9 Agosto alludevano quasi esclusivamente a questi temi.

E’ buon segno: significa aggiornare un progetto ambientale politico sociale nato ad inizio millennio, rispetto alle emergenze che l’attaccamento al contingente, al parziale, al presente tout court della classe dirigente mondiale, impedisce di affrontare, per non dover spostare il dibattito politico sociale dalla continuità dell’economia dominante al futuro che viene a mancare. Così come è buon segno il cambio di testimone generazionale avvenuto in un luogo mai sfiorato prima dal Forum: la gioventù canadese e statunitense, presente in massa e con creativa allegria al corteo, ha sfilato per oltre un’ora, mescolata ai più anziani fondatori di Porto Alegre, Mumbay, Bamakò, Nairobi, che procedevano riconosciuti, un po’ affaticati dal sole radente, ma sorridenti e applauditi.

Per consolidata esperienza sindacale potrei dare i numeri del grande corteo di apertura che si è snodato lungo le ampie circolari fino alla piazza Centrale di Montreal: 20 per fila, una sfilata di 100 minuti abbondanti, 12 file al minuto + almeno la metà dei manifestanti a scorrere e attendere a fianco del percorso fanno 40.000 circa. Alla fine, in piazza, durante i concerti di 12 bands fino a mezzanotte, si alterneranno 50.000 spettatori. Insisto: i presenti erano quasi tutti giovani sui 20 anni (più ragazze che ragazzi e molte unite in gruppi femministi) mentre era completamente svanita la generazione tra i 35 e i 55 anni, non certo rimpiazzati dai resistenti over 60.

Dal punto di vista della provenienza: italiani da contarsi sulle dita di una mano, tedeschi forse una cinquantina, un centinaio di francesi organizzati e visibili, gruppi folti di giovani brasiliani contro il golpe presidenziale, africani, profughi di guerra siriani e somali, molte presenze di chiese locali e una folta delegazione del consiglio mondiale dei missionari comboniani. Rappresentanti politici nessuno.

Le attività del Forum cominciano oggi, 10 Agosto: sono articolate in 1500 iniziative con la presenza di 140 Paesi. Ne renderemo conto periodicamente.

Molte le presenze eccellenti: Riccardo Petrella, Omar Barghuti, Bennie Sanders, Garzia Linera, Chico Withaker, Aminata Traorè, Edga Morin, Naomi Klein, per elencarne alcune.

A presto, Mario Agostinelli
10-8-2016

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