Monthly Archives: febbraio 2018

La paralisi bianca e l’uomo nero

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt.

Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative.

E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce.
Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché?

Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare.
Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici.
Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.

Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani.
Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato – Brexit – di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di sessore asepararsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.

Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo.
Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità.
E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude.

Chi fomenta odio razziale, con o senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori.
È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero.

È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

Paolo Rumiz
da “La Repubblica” 27-2-018

8 Marzo 2018: DICHIARAZIONE

MMdonne8 marzo 2018, Giornata Internazionale della Donna, noi donne della Marcia mondiale delle donne, varie donne di tutte le nazioni, tutte le razze, di tutte le età, ci riuniamo ancora una volta a ribadire che continueremo la nostra marcia finché non siamo liberi dall’oppressione patriarcale, capitalista e coloniale.

Il femminismo è il nostro modo di vivere e le strade sono il nostro spazio per rivendicare le nostre pretese.

Denunciamo il contesto politico globale sul quale resistiamo, segnata dalla crisi economica profonda, ma anche sociale, politico, e clima ideologico, denunciamo lo stato, in ultima analisi totale di guerra, che ci riguarda, in primo luogo, come donne.

Denunciamo gli argomenti economici e nazionalisti
che cercano di privarci dell’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali e, di conseguenza, di violare l’autonomia delle donne e dei popoli. Rifiutiamo tutti i governi politici di destra, sempre più radicali, che sviluppano l’odio, il razzismo, la misoginia, l’intolleranza e altre forme di discriminazione.

Restiamo fermi nella lotta contro la criminalizzazione dei movimenti sociali. La lotta per i nostri diritti e le nostre libertà è giusta, quindi NON siamo CRIMINALI!

Resteremo nelle strade in solidarietà dei nostri compagni assassinati, perseguitati e privati della loro libertà e il loro margine di manovra politica.

Denunciamo e combattiamo l’avanzata della militarizzazione del mondo, che è una strategia per controllare la vita dei popoli. La militarizzazione rafforza il neocolonialismo, il neopillage e l’appropriazione capitale delle risorse naturali; è la base dell’arricchimento dell’industria degli armamenti in questi tempi di crisi. Oltre allo stato di guerra in corso in Medio Oriente e in Africa, siamo preoccupati dai movimenti delle potenze militarizzate del Nord, che rappresentano una minaccia di ritorno alla guerra fredda e da continue interferenze nei paesi del sud dove cercare di promuovere il modello della democrazia neoliberale nordica come obiettivo da raggiungere.

Denunciamo gli accordi di libero scambio che stanno impoverendo sempre più i popoli del Sud. L’appropriazione, la privatizzazione e la commercializzazione di conoscenza, terra, acqua, salute, istruzione e altri beni comuni, esacerbano lo sfruttamento del lavoro dei poveri e lasciano le generazioni future senza prospettive, perpetuando così il ciclo della povertà.
L’industria estrattiva e l’agroindustria continuano a degradare la nostra salute e le nostre condizioni di vita, mentre le élite politiche accumulano ricchezza basata sulla corruzione e l’impunità e costruiscono gli stati al servizio delle multinazionali.

Riaffermiamo che continueremo a scendere in strada per affrontare questa situazione, poiché le istituzioni giuridiche sono sempre più fragili di fronte al potere del capitale e non funzionano come dovrebbero. Le forze di mercato minano lo stato di diritto e lo stato sociale.
Denunciamo l’assassinio del pianeta mediante l’istituzionalizzazione dell’universalismo occidentale e la ricerca sfrenata di profitto. Il cartello delle multinazionali senza morale distrugge la madre terra che ci nutre.
Gli accordi sul clima hanno creato false soluzioni che si basano sul marketing linguistico che è sempre più privo di significato e perpetua la violenza contro la natura.
Noi donne della Marcia Mondiale di Donne, Donne Rurali e Città siamo dalla parte della vita. Diamo le nostre vite per difendere la natura in cui viviamo, di cui siamo parte e che ci permette di essere dove siamo (l’acqua, la terra e le foreste dei nostri territori), perché crediamo in modi che interagiscono in modo sostenibile con le risorse naturali.

Denunciamo un mercato che sfrutta e precaria le condizioni lavorative delle donne: lunghe giornate di lavoro, bassi salari ed esposizione a tutti i tipi di rischi;
denunciamo la precarietà del lavoro domestico e della cura. Un lavoro che è la base stessa della vita umana, che nutre, armonizza, insegna, protegge. Un lavoro invisibile e sottovalutato! Mettiamo in discussione la divisione sessuale del lavoro che sovrastima il lavoro di progettazione sociale per gli uomini sulla base della negazione del valore del lavoro delle donne.
Come può il mondo considerare inferiore il compimento dei compiti più fondamentali dell’esistenza umana, come l’atto di cucinare che ci nutre o quello di pulire il luogo in cui viviamo e dormiamo?
Il lavoro delle donne è alla base della vita ed è quindi un importante contributo economico. Chiediamo il riconoscimento del valore del lavoro domestico perché i contributi economici vanno ben al di là di ciò che può essere monetizzato.

Denunciamo l’industria dei programmi di aiuto e sviluppo internazionale, in particolare quelli che si concentrano su questioni di genere, in quanto questi sono gli agenti per la promozione di programmi neoliberisti e imperialisti che perpetuano la discriminazione e razzializzazione lo sfruttamento delle donne dal sud.

Denunciamo e continueremo a denunciare ogni forma di violenza, perché non dimentichiamo la violenza da macho che affrontiamo ogni giorno in spazi pubblici e privati.
Gridiamo forte e chiaro. Basta! Basta con abusi, stupri, matrimoni forzati e femminicidio che non si verifica solo nei paesi dell’Asia e dell’Africa, ma la vita quotidiana delle donne di tutte le classi e in tutto il mondo. I nostri corpi e le nostre vite appartengono a noi e questo diritto non è negoziabile.

Celebriamo, sosteniamo e partecipiamo a iniziative per porre fine al silenzio, come la recente denuncia del movimento e occupazione di spazio pubblico: Marcha das Mulheres, Il tempo è scaduto, #metoo, Ni una menos ha Vivas, il nostro! queremos! e lo sciopero internazionale delle donne, così come le iniziative che rafforzano le lotte in corso è essenziale che noi rieliaboriamo contro l’oppressione del patriarcato, capitalismo e il colonialismo.

Celebriamo le lotte e la resistenza delle donne che lavorano a livello locale, forgiando nuovi discorsi e riscrivere la storia delle popolazioni emarginate, mettendo in evidenza la diversità e la multiculturalità dei popoli, la solidarietà come una strategia di sovversione del sistema attuale e come strategia di umanizzazione e quindi contribuire alla trasformazione delle società per renderle più giuste ed egualitarie.

È per tutto questo e più di noi, le donne della Marcia Mondiale delle Donne, il movimento permanente dell’azione, cammineremo l’8 marzo.
Condurremo azioni in tutto il mondo durante le 24 ore del 24 aprile 2018 per ribadire che “Rana Plaza è ovunque”; Denunciamo l’industria tessile, le multinazionali e tutte le forme di sfruttamento del lavoro femminile.

Andremo all’undicesimo incontro internazionale che si terrà dal 22 al 28 ottobre, nei Paesi Baschi, dove costruiremo insieme utopie e alternative, per marciare verso un mondo di giustizia, libertà e pace!

Continuiamo a trasformare il nostro dolore in forza!
Continuiamo a fidarci della solidarietà e del lavoro collettivo!
Stiamo sempre correndo, noi donne … Sempre!

ATTENZIONE
Puoi trovare in allegato il calendario internazionale delle azioni
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e sul nuovo blog: marchamundialblog.wordpress.com

Marcha Mundial of Mujees
http://marchemondiale.org/

I 12 punti delle donne

parita-di-genereFarsi sentire in campagna elettorale

Nessun Paese al mondo ha raggiunto la parità di genere. Secondo l’ultimo Global Gender Gap Index del World Economic Forum, mentre nel campo dell’istruzione e della salute i divari di genere sono globalmente inferiori al 5%, in ambito economico resta da chiudere il 41% del divario e in ambito politico ben il 77%.

In Italia la situazione è particolarmente critica: siamo all’82esimo posto su 144 paesi analizzati, l’ultimo anno abbiamo perso ben 32 posizioni, e siamo al 117esimo posto quando consideriamo solo la dimensione economica. I dati sull’occupazione femminile sono allarmanti: meno di una donna su due in Italia lavora, una su tre se consideriamo solo il Sud del paese.

Come anche in altri Paesi, ormai le donne italiane sono mediamente più istruite degli uomini. L’istruzione è un indicatore positivo: le donne istruite hanno più probabilità di lavorare, di tornare al lavoro dopo la nascita di un figlio, di progredire nella carriera, di avere un reddito adeguato lungo l’intero arco della loro vita e anche di avere un maggior peso decisionale all’interno della coppia.

Eppure l’istruzione sembra non bastare a realizzare la parità di genere sul mercato del lavoro, nell’economia e nella società. E le conseguenze non sono solo una questione di giustizia e di diritti, ma un vero e proprio spreco di talenti, che secondo il Fondo Monetario Internazionale costa all’Italia il 15% del PIL. Un problema economico dunque che riguarda l’intero Paese. Ma da cosa dipendono i nostri ritardi in tema di parità di genere?

E’ difficile pensare ad un’unica causa scatenante, si tratta piuttosto di un contesto generale poco favorevole al lavoro femminile con radici culturali profonde. Per esempio, all’interno della famiglia la condivisione tra uomini e donne dei carichi di cura – bambini, anziani – è ancora scarsa, e le donne, anche quando lavorano, svolgono la maggior parte del lavoro di cura.
Nell’ambito aziendale poi, resta forte la preferenze delle imprese per l’assunzione e promozione di uomini, che ci si aspetta dedicheranno più tempo e impegno al lavoro, proprio perché si occupano meno della famiglia.

E’ dunque necessario creare un contesto favorevole per non sprecare il grande investimento in capitale umano femminile che possediamo. In questo le istituzioni svolgono un ruolo importante, poiché sono quelle che possono aiutare a creare un contesto più favorevole per l’occupazione e le carriere femminili.

Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa #Maipiusenza che chiede ai candidati a qualunque livello di amministrazione di aderire a un piano organico per l’inclusione delle donne nella società.

Un piano d’azione di 12 punti, linee guida che affidiamo all’attenzione della politica e di chiunque sarà eletto alle prossime elezioni.
La campagna è aperta a tutti i cittadini ed è possibile aderire qui.

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AZIONI DI SISTEMA

  1. Cambiamento di approccio nella progettazione delle politiche pubbliche:
    – Adozione di un bilancio di genere e inserimento di una prospettiva di genere nelle analisi ex ante ed ex post delle politiche pubbliche.
  2. Raccolta di dati disaggregati per genere
    – Predisposizione di linee guida, per i centri di ricerca, gli istituti di statistica ma anche per le imprese, volte alla raccolta di dati disaggregati per genere in tutti i settori, economici e non solo.

A – PARTICIPAZIONE AL MERCATO DEL LAVORO

  1. Formazione e riqualificazione:
    – Creazione di protocolli con le amministrazioni locali ed enti di formazione per garantire la formazione alle donne nei settori con maggiore disponibilità di occupazione, in primis nel settore digitale.
  2. Politiche fiscali:
    – Detraibilità/deducibilità totale delle spese di cura sia per i figli che per gli anziani ed i disabili a carico di uno o entrambi i coniugi quando lavorano entrambi;
    – Incentivi per il rientro a lavoro dopo la maternità.
  3. Appalti pubblici:
    – Creazione di un sistema di preferenze che assegni ad aziende con determinati requisiti (ad esempio, proprietà femminile, presenza di piani efficaci di parità di genere, presenza di adeguate misure di bilanciamento vita-lavoro) un punteggio extra;
    – Azione a favore delle aziende appena citate attraverso i piani di subappalto, per incidere in maniera sostanziale sulla catena di produzione.

B – PARITA’ SALARIALE

  1. Trasparenza e merito:
    – Richiesta di inserimento, nel bilancio annuale di ogni azienda con più di 50 dipendenti, del dato relativo alla percentuale di presenza femminile in rapporto alla forza lavoro complessiva con informativa esplicita su: numeri assoluti e percentuali in ingresso e di dispersione nel corso della crescita professionale, analisi dei vincoli e delle opportunità alla crescita, divario salariale a parità di posizioni e qualifiche e presenza in azienda di generazioni diverse;
    – Strumenti di incentivo/pressione volti alla pubblicazione in forma aggregata dei compensi di tutti i dipendenti.

C – LEADERSHIP ECONOMICA

  1. Contro il soffitto di cristallo:
    – Monitoraggio dei risultati della legge n. 120/2011 in vista della sua naturale scadenza, prevista tra cinque anni, e riflessione sull’eventuale necessità di proseguire con nuovi strumenti normativi per non disperdere le conquiste raggiunte fino ad ora.

D – CURA E CONDIVISIONE

  1. Politiche di incentivo sui congedi:
    – Rimodulazione del congedo di maternità, mantenendo i cinque mesi obbligatori ma legandone solo tre al momento del parto e lasciando che gli altri due siano fruiti, secondo accordo tra lavoratrice e datore di lavoro, entro il primo anno di vita del bambino; contemporaneamente, introduzione di un mese di congedo di paternità obbligatorio, retribuito allo stesso livello di quello materno, da fruirsi entro il primo anno di vita del bambino;
    – Un sistema di incentivi e disincentivi per far richiedere ai padri e non solo alle madri il congedo parentale.
  2. Maternità e salute riproduttiva delle donne:
    – Creazione di spazi appositi per mamme nelle prime settimane di congedo di maternità, con anche il coinvolgimento di cooperative e ospedali.
  3. Cura dei bambini e asili nido:
    – Rimodulazione delle soglie di reddito per l’accesso agli asili nido di bambini di età inferiore ai tre anni, anche in base ai recenti cambiamenti socio-demografici che hanno interessato la società italiana negli ultimi anni;
    – Incentivi fiscali per le donne interessate ad aprire dei micro-nidi (sull’esempio dei “Tagesmutter” tedeschi);
    – Meccanismi premianti per le aziende che offrono ai propri dipendenti un nido aziendale;
    – Nuovo piano di investimenti per garantire una maggiore disponibilità di posti negli asili nido;
    – Predisposizione del tempo pieno in tutte le scuole elementari pubbliche.

CULTURA DELLA PARITA’

  1. Rompere gli stereotipi:
    – Campagne di comunicazione e finanziamento di prodotti culturali (film, libri, serie tv) che discutano gli stereotipi di genere, smascherandoli;
    – Attivazione di progetti di collaborazione con scuole medie e istituti superiori per garantire dei percorsi di orientamento e valorizzare il talento delle studentesse, superando gli stereotipi che si possono creare fin dalla prima infanzia;
    – Revisione dei testi scolastici delle scuole elementari, volta all’eliminazione degli stereotipi di genere;
    – Attivazione di percorsi di costruzione della leadership per le giovani donne durante l’università, indipendentemente dall’indirizzo, e di mentoring interno ed esterno.
  2. Violenza contro le donne
    – Finanziamento di percorsi per l’autonomia delle donne che hanno subito violenza, anche attraverso dei protocolli d’intesa con imprese e cooperative per favorire il loro inserimento lavorativo e, quindi, creare le condizioni per una loro indipendenza finanziaria;
    – Finanziamento di progetti di prevenzione e contrasto della violenza di genere nelle scuole.

Alessia Mosca, proponente della legge sulle quote di genere nei cda (“Golfo-Mosca”)
Paola Profeta, Università Bocconi
Paola Subacchi, Chatham House Londra

Alla fine il governo dà ragione al movimento No Tav

Mov-NO-TAVIl caso. La Presidenza del Consiglio:

«Le previsioni di 10 anni fa smentite dai fatti».

Valutazioni errate costate la più grave crisi tra lo Stato e vaste comunità. Ora si parla di «Low Cost»: il costo totale previsto è di 4,7 miliardi di euro.

La presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente pubblicato un documento dal titolo: «Adeguamento dell’asse ferroviario Torino – Lione. Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia fase 1 – 2030».
A pagina 58, si legge: «Non c’è dubbio,infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse. Quello che è stato fatto nel presente documento ed interessa oggi è, invece, valutare se il contesto attuale, del quale fa parte la costruzione del nuovo tunnel di base, ma anche le profonde trasformazioni attivate dal programma TEN-T e dal IV pacchetto ferroviario, richiede e giustifica la costruzione delle opere complementari: queste infatti sono le scelte che saremo chiamati a prendere a breve. Proprio per la necessità di assumere queste decisioni in modo consapevole, dobbiamo liberarci dall’obbligo di difendere i contenuti analitici delle valutazioni fatte anni fa».

Se c’è la buona fede, c’è tutto. Non importa che quelle valutazioni errate siano costate la più grave, e irreversibile per molti aspetti, crisi tra una comunità vasta e lo Stato degli ultimi decenni.

MIGLIAIA DI PROCESSI, centinaia di arresti, scontri violenti, barricate, venticinque anni di lotta. Le parole del governo, che riconoscono pienamente le ragioni del movimento Notav – Il Tav è fuori scala – non generano in val Susa il minimo senso di soddisfazione, bensì un vasto sentimento di rabbia. Anche perché la conclusione del papello governativo che prende atto dell’assenza di traffico sulla direttrice est – ovest, trascende nell’atto di fede: non serve, ma si fa lo stesso.

MA DI QUANTO furono sbagliate le previsioni all’origine della Torino – Lione? Gli studi di Ltf del 1999 prevedevano un incremento tra il 2000 e il 2010 del 100%, ovvero da dieci a venti milioni di tonnellate. Riviste nel 2004, a causa della chiusura del tunnel del monte Bianco che spostò sul Frejus il traffico merci, ebbero una virile ascesa: da otto milioni del 2005 a quaranta (40) nel 2030. Questo perché le merci in transito verso l’Austria o la Svizzera sarebbero state attratte, chissà perché, dalla Torino – Lione. Oggi, dall’attuale tunnel del Frejus, ammodernato solo pochi anni fa, passano tre milioni di tonnellate di merce. Se si sommano i flussi merce sull’autostrada parallela si arriva a tredici. Alla base della rivolta del territorio valsusino vi erano, e vi sono questi dati.

LA RESPONSABILITÀ sarebbe dell’Unione Europea che sbagliò i calcoli, par di capire dal documento governativo, ma ormai è tardi per tornare indietro. Chiosa enigmatica, perché al momento della Torino – Lione Av non esiste un solo metro, a meno che non si prenda in considerazione un piccolo tunnel geognostico costruito in val Clarea. Piercarlo Poggio, docente presso il Politecnico di Torino fa parte del gruppo di accademici che hanno contrastato sul piano scientifico la tratta Torino – Lione Av, commenta: «Sono parole, quelle del Governo, che provano l’approccio scientifico tenuto dal movimento Notav: non abbiamo mai avuto una posizione ideologicamente contraria. I nostri sono sempre stati studi corretti, che provano l’inutilità dell’opera. A maggior ragione oggi è momento per tornare indietro, non per andare avanti come se nulla fosse».

IL TUNNEL DI BASE costerà 8,6 miliardi di euro ripartiti tra Francia e Italia nella misura del 42,1% e del 57,9%, al netto del cofinanziamento UE che copre il 40% del costo complessivo. L’Italia quindi spenderà tre miliardi di euro a cui si devono sommare 1,7 miliardi necessari per il potenziamento della linea storica: è il cosiddetto «Tav low cost».

Maurizio Pagliassotti
da il Manifesto 18-2-018

 

Conversione ecologica?

Conversione-ecologicaE grave che un problema così impellente come la crisi ecologica non sia al centro del dibattito elettorale nel nostro paese.

Le previsioni catastrofiche – ci ammonisce Papa Francesco in “Laudato Si” – non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia.

Siamo oggi sull’orlo del disastro ecologico.

Eppure continuiamo a procedere come se nulla fosse. La colpa è di tutti noi.

Primo della politica, oggi prigioniera della lobby degli idro-carburi, poi del movimento ambientalista, oggi più che mai frammentato e indebolito, e infine delle comunità cristiane che non hanno ancora colto la sfida lanciata da Papa Francesco con “Laudato Si“: la sfida di una conversione ecologica.

Il movimento ambientalista riteneva che l’Accordo di Parigi (COP 21-2015) avrebbe finalmente dato una forte spinta per forzare i governi a prendere drastiche misure per scongiurare la catastrofe ecologica. Ma purtroppo non ci eravamo accorti che Parigi era il frutto avvelenato delle lobby petrolifere USA, perché è solamente un Accordo e non un Trattato; inoltre ogni nazione ha la responsabilità di decidere i suoi impegni che non sono vincolanti.

Ci eravamo illusi che il movimento avrebbe potuto forzare i governi ad implementare l’Accordo: ciò non è avvenuto. L’arrivo poi di Trump, con la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, ha fatto il resto.

L’Italia, invece, che ha firmato l’Accordo, ha fatto ben poco per metterlo in pratica.

Con “Sblocca Italia“, il governo Renzi ha rilanciato con forza le trivellazioni per terra e per mare, prevedendo procedure semplificate per il rilancio dei permessi di ricerca e di estrazione. Sia Renzi che Gentiloni hanno poi continuato la politica degli inceneritori, delle discariche, della cementificazione selvaggia del suolo, della TAV, della TAP, delle megastrutture stradali e aeroportuali.

La questione ambientale – ha detto giustamente il senatore Manconi – riguarda il PD e tutta la politica italiana e rimanda a un deficit culturale dell’intera classe dirigente.
Dobbiamo riconoscere che i partiti italiani, in larga parte, sembrano avere un’unica preoccupazione: la crescita. Eppure sappiamo che una crescita costante e illimitata, sia in economia come nei comfort, è alla base della crisi ecologica.

Purtroppo dobbiamo anche riconoscere che il movimento in difesa dell’ambiente si è indebolito e annacquato. Col passare degli anni, i movimenti si sono appiattiti sui valori e le leggi dell’economia globalizzata – osserva il noto ambientalista Giorgio Nebbia. Molti sono diventati collaboratori dei governi nelle imprese apparentemente verdi.

In questo indebolimento hanno giocato anche fattori come visibilità, protagonismo, individualismo, ricerca di potere. Purtroppo anche quel forte movimento in Campania (contro discariche, rifiuti tossici, roghi) si è sciolto come neve al sole.

Ma altrettanto deludente per me è il fatto che dalle comunità cristiane non sia nato un forte impegno ecologico in seguito all’enciclica “Laudato Si“, un testo straordinario di Papa Francesco, ma che trova difficoltà a essere fatto proprio dai fedeli, forse perché anche preti e vescovi non l’hanno fatto proprio. Infatti non è ancora nato un serio movimento in seno alla chiesa in Italia.

E’ un peccato questo perché in questo momento epocale un serio impegno da parte della comunità cristiana potrebbe rafforzare il movimento in difesa dell’ambiente.
Solo insieme, credenti e laici, potremo realizzare un grosso movimento popolare per forzare i partiti e il nuovo governo a mettere al centro il problema ecologico.
E’ un compito fondamentale per tutti noi, credenti e laici. Solo insieme ci possiamo salvare.

L’Accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale – affermano giustamente G. Honty e E. Gudynas di Via Campesina.
La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre questo tipo di accordi e realizzare misure effettive, reali, concrete, contro il cambiamento climatico.
Molte saranno costose e dolorose, ma il compito è urgente.

A quando la conversione ecologica?

Alex Zanotelli
Napoli,17 febbraio 2018

Grande è la confusione sotto il cielo della politica sanitaria lombarda.

Questa-riformaTanta ed evidente è l’incompetenza e l’inadeguatezza di responsabilità dei politici mostrata nel diritto alla Salute Pubblica, che hanno trovato normale trasformare i malati cronici (oltre 3.350.000) da pazienti in clienti di “gestori” privati demandati alle loro cure.

Nessuna delle forze di opposizione presenti nel Consiglio Regionale ha mosso critiche o si è opposta alle delibere della Giunta Lombarda.

Appare sconcertante l’incapacità del politico di governare il diritto alla salute in quanto Bene Pubblico, fondamentale per la vita.

Ne sono conseguenti la disorganizzazione, gli sprechi, le logiche spartitorie delle poltrone,…, che hanno prodotto e producono disfunzioni, malcontenti, … oltre a perdite economiche che diventano l’alibi per delegare, affidare la gestione pubblica della salute a “gestori” privati e ai loro guadagni.

La salute non è una merce.

L’assemblea di ieri sera, 13 febbraio, come quella del 23 novembre dello scorso anno, in Biblioteca a Baggio, ha visto grande interesse circa il processo di riforma della sanità lombarda, la quale appare sempre più priva di “politica“, oltre che di buon senso, tanto si presenta confusa, imprecisa rispetto alle necessità dei pazienti, mentre appare chiaro e determinato l’indirizzo teso alla privatizzazione del Servizio Sanitario Lombardo.

Quando non è la “politica” a produrre la riforma:
la riforma non è “politica”.

Di questo abbiamo parlato ieri sera alla Biblioteca di Baggio in una assemblea molto partecipata e attenta.
Presenti Alessandro Braga, conduttore della trasmissione sulla salute a Radio Popolare “37e2” e il dottor Maurizio Bardi, medico di base e di Medicina Democratica.

La “colossale disattenzione” dell’opposizione al Consiglio Regionale è stata la prima osservazione critica fatta circa le responsabilità attinenti alle delibere emanate dalla Giunta Lombarda in merito alle cure sanitarie dei malati cronici e del mancato rapporto con la dimensione “Socio-Sanitaria” territoriale.

Nel merito il dott. Maurizio Bardi, utilizzando delle slide –Slide – Riforma Sanitaria lombarda– ha illustrato e spiegato le ragioni e le criticità di una riforma confusa e imprecisa che rischia di proporsi come modello anche per altre Regioni, oltre alle conseguenze che potrebbero ricadere sul futuro del Medico di Base.

14 febbraio torna nel mondo ONE BILLION RISING

OBRUn miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine
Crescere! Resistere! Unire!

Ancora una volta, il tema di SOLIDARITY rimane al centro di One Billion Rising 2018.

Stiamo entrando in un periodo definito da una feroce escalation di attacchi fascisti, imperialisti e neoliberali sulla vita delle persone in tutto il mondo. E i più emarginati – classe lavoratrice, minoranza e donne ai margini in ogni parte del globo – sperimentano l’impatto e sono costretti a confrontarsi con questi attacchi per il loro benessere, i loro diritti e le loro case.

In risposta all’elezione di Trump negli Stati Uniti, unendosi all’emergenza di altri leader anti-donne, anti-popolo e governi di tutto il mondo, stiamo assistendo ad un massiccio aumento globale di movimenti e all’impegno profondo e continuo, che creano una forte solidarietà e un’energia dinamica per una crescente resistenza ovunque – per i diritti delle donne e di genere, la protezione e difesa delle terre indigene e dei diritti delle popolazioni indigene, contro il fascismo e la tirannia, discriminazione e razzismo, saccheggi e distruzione ambientali, avidità delle multinazionali, violenza economica, povertà, brutalità dello stato e repressione, guerra e militarismo.

Quest’anno, l’OBR è destinata ad aumentare i RISING contro tutte le forme di violenza contro le donne – inclusa una crescente resistenza contro i sistemi che causano altre forme di violenza: imperialismo, fascismo, razzismo, capitalismo e neoliberismo – e continuerà a mettere in risalto dove questi problemi si interconnettono.

L’OBR 2018 continua a sostenere il tema di “Solidarietà contro lo sfruttamento delle donne“, poiché le politiche neo-liberiste e il capitalismo rapace sono diventati il motore della maggior parte dei governi, portando conseguenze profonde alla classe operaia e ai settori marginalizzati.
Lo sfruttamento e la povertà senza precedenti che devastano la maggior parte del mondo stanno diventando più difficili e impossibili da ignorare.

La sofferenza ha raggiunto nuove vette e quest’anno l’OBR sta assistendo a una nuova, dinamica e radicale militanza e vitalità che si oppone e si innalza contro tale repressione e oppressione.

Un focus continua a rimanere su “Sfruttamento“, perché le donne di tutto il mondo stanno soffrendo il regno del neoliberismo che ha peggiorato le condizioni sociali ed economiche per le donne.

La fame ha raggiunto nuovi livelli e la povertà non può più essere esclusa come una forma distinta di violenza. Disoccupazione, senzatetto, sfruttamento lavorativo, lavoro forzato, tagli di governo ai servizi sociali, assenza di terra, contrattualizzazione, abbassamento del salario minimo, privatizzazione, sfollamento da guerre, militarizzazione e clima, disastri ambientali causati dall’avidità delle imprese, traffico umano e sessuale e altro – tutti risultati di un sistema globale che sta facendo precipitare il mondo nella crisi economica – prestano ad altre forme di violenza che vanno di pari passo con l’atroce povertà, fame e privazione.

Il tema dello sfruttamento mette in evidenza, in particolare, i lavoratori che aumentano ovunque.
Dalle donne contadine e dalle comunità indigene che si innalzano contro industrie estrattive come l’estrazione mineraria, la trivellazione petrolifera, il fracking e il saccheggio dell’ambiente e delle risorse naturali, agli operai che si oppongono agli abusi delle multinazionali all’interno delle zone di esportazione, agli infermieri che si alzano per migliorare la paga e la dignità del lavoro, i lavoratori del governo in aumento contro i propri datori di lavoro, i lavoratori del ristorante in aumento per il salario minimo, i lavoratori migranti e domestici in aumento contro le pratiche di lavoro abusive, i lavoratori in abiti in aumento per la sicurezza sul posto di lavoro, i lavoratori in tutto il mondo in aumento per vivere salario, sicurezza, dignità, uguale retribuzione e altro ancora.

Le donne lavoratrici di tutto il mondo stanno crescendo contro gli attacchi neoliberali ai salari e contro il degrado dei lavoratori, ridotti a nient’altro che ingranaggi, parte di una ruota capitalista globale che continua a produrre profitti che non tornano ai lavoratori. Stati, Nazioni, Istituzioni Internazionali che così spesso pretendono di salvaguardare il benessere del popolo, sanciscono questo sfruttamento economico – ma esistono solo per essere i fornitori imperialisti di capitale – e quindi, le avanguardie di sfruttamento.

Il 2017, ha visto lavoratori, gruppi di minoranza e le comunità più emarginate rimontare anche di fronte alla repressione, l’inganno, la manipolazione e la violenza. Ma a causa della forza della solidarietà, le risposte vedevano anche un’energia collettiva e una resistenza politica che non potevano essere schiacciate.

La nostra richiesta di SOLIDARIETÀ è locale e globale e include, ma non è limitata a

Rising Against ...

– Guerra
– Tirannia
– Razzismo
– Fascismo
– Violenza contro le donne
– Sfruttamento dei lavoratori
– Imperialismo
– Risorse e sfruttamento della terra
– Distruzione del clima
– Povert
– Misoginia
– Patriarcato
– Sessismo
– Discriminazione di genere

E’ in aumento per:
– Uguaglianza delle donne, sicurezza e libert
– Diritti dei rifugiati
– Diritti dei migranti
– Giustizia climatica
– Diritti riproduttivi
– Formazione scolastica
– Stampa libera
– Sicurezza dei difensori dei diritti delle donne
– Diritti costituzionali
– Educazione civica e sessuale
– Diritti LGBTQI

Come negli anni precedenti, la classe lavoratrice, le donne di base, le minoranze e le donne emarginate continueranno a guidare in modo feroce e dinamico le donne che sono state maggiormente colpite dalle politiche anti-donne, anti-democratiche e anti-popolari.

RESISTERE

L’entità della sofferenza delle donne continua a generare resistenza creativa e politica nel movimento One Billion Rising come non avevamo mai visto prima.
Quello che è iniziato come una protesta di danza creativa in tutto il mondo sta emergendo come una resistenza creativa collettiva che usa l’arte e la solidarietà come potenti strumenti di protesta contro tutte le forme di violenza.

Oggi, One Billion Rising sta crescendo e va oltre l’opposizione degli effetti del patriarcato e della violenza fisica e sessuale alle donne: confrontarsi e resistere ai sistemi capitalisti, imperialisti e fascisti globali che causano e sostengono forme peggiori di povertà, forme di lavoro senza precedenti, economiche e sfruttamento sessuale, traffico di esseri umani e sessuali, migrazioni forzate, violenze e guerre sponsorizzate dallo stato, razzismo ed esclusione, abusi e saccheggi ambientali, militarizzazione e spostamenti interni e internazionali.

Un aumento di un miliardo ci mostra che le donne svolgono un ruolo cruciale in questa resistenza, creando movimenti di solidarietà, mentre guidano dalla prima linea delle lotte locali, nazionali e internazionali.

Ci mostra che le donne continuano a organizzarsi ovunque, sfruttando l’energia collettiva, costruendo la speranza e la solidarietà, e usando creatività e visione mentre innalzano la coscienza politica nella loro determinazione incrollabile e feroce verso un futuro di libertà, uguaglianza, rispetto e dignità.

da: https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.onebillionrising.org/about/campaign/&prev=search

Quelle narrazioni che amplificano la spirale della violenza

Spirale-violenzaL’APPELLO.

Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche

Siamo studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, preoccupati dal dilagare dell’odio nei media italiani.
Odio verso le donne, i migranti, i figli di migranti, la comunità Lgbtq.
Un odio che è ormai il piatto principale di moltissimi talk show televisivi nei quali vige da tempo la politica dei microfoni aperti, senza nessuna direzione o controllo. E spesso le parole che escono fuori da alcuni dibattimenti televisivi sono parole che mettono fortemente in crisi o addirittura contraddicono l’essenza stessa della nostra Costituzione, il richiamarsi a un patto antifascista e democratico.

L’attentato di Macerata, dove un simpatizzante neonazista ha cercato la strage di uomini e donne africani, è qualcosa che ci interroga nel profondo. Le vittime sono diventate il bersaglio di un uomo la cui azione terroristica si è nutrita della narrazione tossica veicolata non solo da internet ma anche dal mainstream mediatico. Dopo quello che è successo non possiamo restare in silenzio. Serve una maggiore assunzione di responsabilità, serve un nuovo patto fra chi fa comunicazione e i cittadini.

Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori.
Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.

Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna.
Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.

Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.

Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri.
Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite.
Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione.
E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Seguono le firme – Vedi: https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/

 

Qualcuno, prima o poi, ce ne chiederà conto

La-rabbiaUn’altra tragedia annunciata a poche ore dall’avvio del nuovo programma dell’agenzia Frontex, Themis, che riduce ancora di più l’azione di salvataggio delle forze europee, rendendo sempre più difficile soccorrere le persone e portarle in Italia, vanificando, di fatto, la speranza di raggiungere un paese sicuro nel quale chiedere protezione e aumentando invece il numero di coloro che, intercettati dalla Guardia Costiera Libica, saranno rispediti nel paese da cui cercavano di fuggire.

Nel mese di gennaio in Italia (dati del ministero dell’Interno) sono arrivate circa 4.000 persone via mare, la maggior parte dalla Libia. Sono meno di quelle arrivate nel 2016 (5.182) e nel 2017 (4.247). Nello stesso mese di gennaio la guardia costiera libica (dati pubblicati sul loro sito) ha riportato indietro circa 1.500 persone. Il dato spiega perché c’è stata questa diminuzione degli arrivi di cui Minniti, il nostro governo, e l’Europa vanno molto fieri.

Quelle 1.500 persone sono state caricate su motovedette pagate dall’Italia con le risorse destinate alla cooperazione internazionale. Sono state rinchiuse negli stessi centri dai quali erano scappate, lager in cui si muore, si subiscono violenze di ogni tipo, si viene ricattati. Detenzione di massa, arbitraria e a tempo indeterminato di cui parla anche il recente rapporto di Amnesty International.

Molti di coloro che vengono riportati nell’inferno libico torneranno a esser schiavi: le ragazze e i ragazzi dell’africa subsahariana che riescono a raggiungere il nostro Paese hanno iniziato a raccontare quel che gli europei hanno visto in tv. Parlano di schiavitù, ricordano come i libici li acquistassero all’asta per portarli a lavorare nelle loro terre. E tantissimi sono minorenni.

E nonostante tutto ciò, il nostro governo non ha alcun pudore nel vantarsi per la diminuzione degli arrivi. Come non l’ha avuto esattamente un anno fa, quando ha siglato l’accordo con il governo, provvisorio e non riconosciuto dalla maggioranza dei libici, di Al Serraj.

Nessuna vergogna per la recente decisione di inviare truppe in Niger, a sorvegliare la frontiera con la Libia e impedire ai migranti di attraversarla.
Nessuna vergogna per l’espulsione arbitraria di cittadini sudanesi in base all’accordo firmato dal capo della polizia italiana con il suo omologo sudanese, per riportare «a casa» i rifugiati del Darfur, mettendoli nelle mani di un dittatore sul quale pendono due mandati di cattura internazionali per crimini contro l’umanità.
Tutte azioni per le quali c’è poco da andar fieri, ma che hanno fatto di Minniti il ministro più popolare del Governo Gentiloni, il suo fiore all’occhiello.

La campagna razzista di diffamazione contro le persone di origine straniera e le organizzazioni che ne promuovono i diritti, è uno degli strumenti, forse il principale, usato per raccogliere consenso in Italia e oramai in tutta Europa.

C’è un razzismo esplicito, quello delle frasi che cominciano con «io non sono razzista ma…», che ricorre ad affermazioni false, ma ormai sedimentate: l’invasione, i clandestini, il pericolo per la sicurezza, l’incompatibilità culturale («non sono integrabili»).
E poi c’è un «razzismo democratico», politicamente corretto (o aspirante tale), che si pone l’obiettivo di sottrarre spazio ed elettori alle destre, con risultati di indubbio insuccesso.

A quest’ultima categoria appartiene la dottrina Minniti, rappresentante di quella corrente della famiglia socialista europea che ha deciso di intraprendere questa strada oramai tanti anni fa con l’inglese Blair e con il nostrano Veltroni (chi si ricorda dell’omicidio Reggiani e delle scintille securitarie dell’allora sindaco di Roma?).

Le scelte del nostro «ministro dell’insicurezza percepita», in quest’ultimo anno, puntano su due assi principali: non fare arrivare sulle nostre coste le persone in cerca di protezione (si chiama esternalizzazione delle frontiere) e criminalizzare i rifugiati (con la legge Orlando Minniti) e coloro che cercano di tutelarne i diritti (le Ong, con il Codice Minniti).

Intanto il Mediterraneo continua a ingoiare vite umane. Nel mese di gennaio si registrano, senza contare i 90 dispersi di ieri, 250 morti, rispetto ai 90 del gennaio 2016 e ai 225 del gennaio 2017. Una strage che ha mandanti facilmente individuabili.
La responsabilità è nostra, dell’Italia e dell’Europa.

Qualcuno, prima o poi – speriamo molto presto – ce ne chiederà conto davanti ad un tribunale nazionale o internazionale.  Con o senza campagna elettorale.

Filippo Miraglia  (vicepresidente dell’Arci, candidato con Leu)

Il Manifesto 03.02.2018

Il debito bugiardo della politica

Debito-pubblico-2Forse è solo una questione di onestà intellettuale, o forse è indice di incompetenza politica circa la natura e la funzione del debito che grava sui conti dello Stato italiano: oltre 2250 miliardi di euro.

La realtà è che, nella propaganda elettorale, la questione del debito italiano non viene affrontata con la dovuta attenzione, eppure il debito pesa come un macigno sulla “miseria” della popolazione: in 20 anni l’Italia ha pagato 1700 miliardi di interessi sul debito.

I politici non la raccontano giusta quando promettono a vanvera.
Fare i conti senza l’oste!
Piuttosto che raccontare favole è meglio tacere.
Però anche il silenzio è parte della favola che non racconta la realtà vera.

Di per sé il debito può avere effetti positivi se finalizzato alla produzione, all’occupazione, ai servizi, …, ma quando il debito serve ad arricchire gli speculatori privati che godono dei benefici degli interessi, il danno per la comunità diventa sempre più gravoso e soprattutto lo Stato Italiano, la sua politica di governo risulta sempre più subalterna ai creditori.

Il tema della finanza e del debito in particolare può apparire molto complesso, sicuramente non possiamo ignorarlo proprio per il peso che ha sulle nostre condizioni di vita, ma anche per evitare di cadere nelle trappole delle favole (anche se ben raccontate) dei mestieranti della politica.

Proponiamo l’ascolto di una intervista a Marco Bersani di Attac Italia che spiega in termini semplici e lineari  “Perché non ti fanno ripagare il debito”

http://www.byoblu.com/post/2018/01/14/perche-non-ti-fanno-ripagare-debito-marco-bersani.aspx

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