Monthly Archives: novembre 2019

Dopo la Siria …

L’altra sera, martedì 26 novembre, alla Casa delle Associazioni e del Volontariato di Baggio, Davide Grasso (il reporter che ha provato a solidarizzare con la Resistenza del popolo curdo che gli appartiene nell’ideale di giustizia), ha spiegato le ragioni di un conflitto dentro il regime siriano, le guerre di egemonia tra imperi su quell’area che persistono e continuano, i conflitti tra le etnie con le loro diversità culturali che su quei territori si scontrano e si confrontano.

La Siria e la sua guerra,
i Curdi e la loro Resistenza,
le Donne di Rojava e la Speranza di vita.

Una guerra è una guerra, non ci sono altre fantasie, ma solo violenza e distruzione, violenza sulle persone, distruzione dei beni che accompagnano la vita e poi morte e ancora morte ad alimentare una sofferenza che appare infinita.

Già il giorno precedente, nella ricorrenza del 25 novembre “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne”, le molte manifestazioni, avevano messo in evidenza quanto l’intera umanità sia entrata in un vortice di aggressività, di spergiuri, di attacchi e contrattacchi dentro e fuori le resistenze possibili, dentro e fuori i “muri” dei poteri privati.

Pertanto l’altra sera non si sono solo analizzati i particolari della guerra in Siria e della Siria ma ha voluto essere una presa di conoscenza e di condanna dei diversi imperi che agiscono la propria violenza di dominio, la condanna dell’uso delle armi di distruzione di massa, le lacerazioni interne ai rapporti umani in conflitto, le emergenze di miserie e di precarietà sempre più diffuse, le pratiche dei “nuovi” nemici da combattere, dei morti da piangere ed il riconoscimento delle resistenze diffuse.

In quello stato di guerra abbiamo letto e riconosciuto le dimensioni della macelleria degenerativa dei rapporti tra umani dove anche la solidarietà diffusa appare come “arma” pacificatrice di un sistema di relazioni che sempre più poggia sul potere del privato benessere e della proprietà come diritto esclusivo.

Alla fine della bella e intensa serata, per la quale va il nostro plauso a Davide Grasso per la sua relazione, si è riproposta la classica domanda: cosa possiamo fare?

Due le risposte: 
la prima, concreta e immediata è un aiuto economico attraverso bonifici sul conto intestato a: Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus – IBAN: IT19L0306909606100000132226, della quale si hanno garanzie dell’effettivo utilizzo dei fondi per le cure e gli aiuti diretti alle persone;
la seconda è un impegno a divulgare le informazioni vere su quella guerra e avversare le false e tendenziose notizie dei mainstream interessati.

Noi vorremmo aggiungere, dopo quanto è emerso dal dibattito, una urgenza che ci appartiene.
Non siamo in una realtà di guerra, nel senso che non subiamo bombardamenti, tuttavia sussiste nella realtà sociale in Italia e non solo, forme di violenza sempre più persistenti che pervadono i rapporti sociali e che producono intolleranze di stampo razzista se non di menefreghismo diffuso.

Un piano Istituzionale che con le “misure per la sicurezza” esprime una “ferocia” repressiva sempre più invasiva anche nei confronti delle persone che liberamente contestano e manifestano l’iniquità e la prepotenza delle guerre, l’enormità delle spese militari e della produzione di armamenti, le discriminazioni razziali, lo sfruttamento esasperato, la precarizzazione diffusa … l’assenza di pari diritti e giustizia.

Per questo crediamo sia necessario assumere la consapevolezza e la determinazione delle donne di Rojava nel promuovere un’azione comune di solidarietà e di lotta per una diversa umanità possibile.

Vedi:Riflessioni di una partecipante”.

Per approfondimenti sulla situazione in Siria e nell’area:

  • Vedi scheda: “La Rivoluzione della Confederazione Democratica
  • Davide Grasso:Hevalen – Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria;
  • Davide Grasso: ‘Il fiore del deserto” – La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord;
  • “Jineoloji”, la scienza delle donne – Un modo di interpretare tutta la storia dell’umanità da un punto di vista femminile;
  • Ancora una intervista a Sebastiano Caputo, “In Siria io ci sono stato: ecco cosa ho visto – https://www.youtube.com/watch?v=_Cw_oMGIua4
  • Sebastiano Caputo: Mezzaluna sciita – Dalla lotta al terrorismo alla difesa dei cristiani d’Oriente.

Femminicidi – BASTA!

Violenza sulle donne, una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno.
Carnefici italiani nel 74% dei casi

I dati della polizia. Nel report ‘Questo non è amore’ si legge: “Il 36% subisce maltrattamenti, il 27% stalking, il 9% violenza sessuale e il 16% percosse”

Un reato ogni 15 minuti. Ogni quarto d’ora, in Italia, una donna è vittima di violenza. Ottantotto donne al giorno subiscono maltrattamenti, abusi sessuali, vengono picchiate. Sono i dati agghiaccianti della polizia di Stato, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel rapporto si legge: “In Italia le donne vittime di violenza sono 88 al giorno, circa una ogni 15 minuti. Il 36% subisce maltrattamenti, il 27% stalking, il 9% violenza sessuale e il 16% percosse”.

Il report, intitolato “Questo non è amore” e presentato oggi, prende come esempio il mese di marzo di quest’anno.

Le vittime della violenza di genere sono italiane nell′80,2% dei casi, e gli autori sono italiani nel 74% dei casi. E l′82% delle volte chi fa violenza su una donna non deve introdursi con violenza nell’abitazione, ha le chiavi di casa o lei gli si apre la porta. È infatti quasi sempre il compagno o un conoscente.

Il fenomeno della violenza contro le donne, comunque, nel biennio 2018-2019 appare in diminuzione: “Calano del 16,7% le violenze sessuali (nel 2017 erano in aumento del 14 %), -2,9% i maltrattamenti in famiglia, -12,2% gli atti persecutori. Rispetto al 2018, nel periodo gennaio-agosto 2019 diminuisce del 4% il numero di vittime di sesso femminile sul totale degli omicidi, si passa infatti dal 38% al 34%”.

 E la Silp Cgil, sindacato dei poliziotti, ha lanciato una campagna contro la violenza sulle donne. “Insieme per non essere più sole” è il titolo dell’iniziativa. 

Una rete di professioniste e professionisti, soprattutto di persone, dalla poliziotta alla medica, dalla volontaria del centro antiviolenza all’assistente sociale, dalla sindacalista all’avvocata, che fanno rete e insieme possono aiutare le donne vittime di violenza: “Se il lavoro di prevenzione deve e può incentrarsi su un percorso culturale di consapevolezza e decostruzione del patriarcato – si legge in una nota della segreteria nazionale Silp Cgil – per le donne vittime del ciclo di violenza è necessario e vitale il riconoscimento di quanto stiano vivendo. Essere credute, ascoltate, accolte e accompagnate in un cammino difficile di liberazione, accettazione e superamento del trauma. Potendo contare su una rete di professioniste e professionisti in comunicazione. Vasi comunicanti di buone prassi, conoscenze e competenza al fine di assicurare un senso di protezione, non solo percepito”. 

Ricordando le parole della psicologa Chiara Volpato sulla struttura sociale patriarcale che “riserva ancora agli uomini l’autorità e il prestigio necessari per dominare la vita della comunità” e non dimenticando le parole del sociologo Pierre Bourdieu il quale affermava che “la forza dell’ordine maschile si misura dal fatto che non deve giustificarsi, la visione androcentrica si impone in quanto neutra e non ha bisogno di enunciarsi in discorsi mirati a legittimarla”, il Silp Cgil aderisce e promuove nell’ambito della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne una campagna di sensibilizzazione rivolta non solo alle donne in generale, ma anche alle lavoratrici e ai lavoratori in divisa affinché acquisiscano sempre maggiore consapevolezza del proprio fondamentale ruolo.

HuffPost

22/11/2019

L’ira del popolo dell’acqua

Rimango basito davanti al fatto che i politici italiani, eletti dal popolo, non obbediscono a quello che il popolo italiano ha deciso visto che ben ventisei milioni di persone nel Referendum sull’acqua del giugno 2011, hanno affermato che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto sull’”oro blu”.

Il referendum è l’unica possibilità che il popolo italiano ha di esprimere in maniera diretta la propria volontà. È incredibile che dal 2011 abbiamo avuto ben sette governi di varie tonalità, da sinistra a destra, ma nessuno ha obbedito a quanto il popolo ha deciso sull’acqua.

La politica è sorda a quanto il popolo chiede. È un’amara constatazione, soprattutto per gli ultimi due governi: il governo giallo-verde e quello attuale giallo-rosso. In tutti i due esecutivi la forza politica più consistente era il Movimento Cinque Stelle. La prima stella del M5S è sempre stata la gestione pubblica di questo prezioso bene. Lo stesso presidente della Camera Roberto Fico ha iniziato con noi a Napoli la lotta per questo “diritto umano fondamentale”.

Quando lo scorso anno il presidente Fico ha invitato in parlamento i rappresentanti del Forum dei movimenti italiani per l’acqua ha detto a tutti: «Lego la mia presidenza alla legge sull’acqua».
Nel famoso “contratto” del governo giallo-verde, “l’acqua pubblica” era al primo posto sulla lista, ma non se n’è fatto nulla perché la Lega non ne volle sapere. Ma c’è stata tanta ambivalenza anche all’interno del M5S e con due precise questioni: il problema Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e il decreto Crescita. 

I cinque stelle dovevano sottrarre immediatamente il potere di controllo ad Arera, autorità che ha come fine la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirla al ministero dell’Ambiente, cosa che non è stata fatta. Ancora più grave è stato il fatto che approvando il decreto Crescita, praticamente è stata privatizzata l’acqua del meridione (Puglia, Basilicata, Campania).
Questo è un autentico tradimento dei pentastellati, nonostante tutte le pressioni del Forum dei movimenti italiani per l’acqua.

In questi giorni il premier Di Maio ha detto che la legge sull’acqua è pronta, ma deve convincere il PD a fare tale scelta.

In tutta questa incredibile vicenda c’è anche una grave responsabilità del presidente della Repubblica che ha il dovere costituzionale di richiamare il parlamento al suo dovere di tradurre il referendum in legge. Né Mattarella, né Napolitano prima di lui, l’hanno mai fatto. Quando Mattarella è venuto in visita al Rione Sanità a Napoli, gli ho consegnato una lettera in cui gli chiedevo proprio questo. Mi promise di rispondermi. Non l’ha mai fatto e non ha mai detto una parola su questo tema così fondamentale.

Trovo tutti questi tradimenti politici molto gravi in un momento così difficile, quello del surriscaldamento del pianeta.
La prima vittima di tale evento sarà il bene comune più prezioso che abbiamo: l’acqua
. Guai a noi se permetteremo che l’acqua cada in mano ai privati!

Saranno i poveri a pagarne le conseguenze: morte per sete. Ma se la politica è oggi sorda a questa richiesta fondamentale del popolo italiano, mi consola il fatto che a livello locale la lotta per la gestione pubblica dell’acqua continua, ottenendo anche dei buoni risultati. Molto significativa è stata la lotta dei comitati di Agrigento che ha portato alla ripubblicizzazione dell’acqua, con la modalità dell’azienda consortile pubblica, sia nella città di Agrigento che nei comuni della provincia. Dopo Napoli, è la prima città a farlo. Congratulazioni!
Significativo anche il tentativo del referendum provinciale a Brescia e di quello comunale a Benevento, per forzare queste città a ripubblicizzare.

Altrettanto significativo anche il voto dei delegati del distretto Napoli dell’Ente Idrico Campano che ha individuato nell’azienda speciale ABC-Napoli il gestore unico per tutti i trentadue comuni della provincia. Questo grazie al Comitato Acqua Napoli e al Coordinamento campano, molto impegnato anche contro l’azienda privata Gori che gestisce i comuni vesuviani.

Sono tutti piccoli passi significativi, dal basso, per premere sui politici perché in chiave nazionale facciano il passo definitivo verso la ripubblicizzazione.
Ci appelliamo in questo momento anche al PD perché abbandoni la sua politica di privatizzazioni e imbocchi la strada della ripubblicizzazione di questo bene che papa Francesco nella su enciclica Laudato Si’ definisce “diritto umano essenziale, fondamentale e universale”. Sarebbe questo uno splendido regalo che il governo giallo-rosso potrebbe fare al Bel Paese.

Se non ora, quando?

Alex Zanotelli
Pubblicato anche su Nigrizia.it

Agenda 2030: i passi delle sfide globali

Quando ci si imbatte nel termine “sostenibile”, si tende a essere immediatamente catapultati nella dimensione ambientale dello sviluppo economico. L’Agenda 2030 si propone invece di rivoluzionare questo approccio attraverso un cambiamento mentale e comportamentale. La sostenibilità intesa dall’Onu, infatti, annovera temi come occupazione, fame, povertà, diritti, istruzione, energia, innovazione e infrastrutture.

«Il nostro scopo è chiaro. La nostra missione è possibile. La nostra meta è sotto i nostri occhi: la fine della povertà estrema entro il 2030 e una vita di pace e dignità per tutti». Così Ban Ki Moon, all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, nel settembre 2015 presentava l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, appena approvata da oltre 150 Stati membri.
Cuore dell’Agenda sono gli “obiettivi per lo sviluppo sostenibile” (Sustainable Development Goals, o SDG): si tratta di 17 obiettivi che i paesi dovrebbero fare propri, mettendo in atto politiche per la loro realizzazione entro il 2030. L’idea non è nuova: già nel 2001 l’ONU aveva lanciato gli 8 Millennium Development Goals (sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; ridurre la mortalità materna; combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo) che si volevano conseguire entro il 2015 e che sono stati raggiunti solo parzialmente.

Potremmo dire che gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono un po’ la continuazione dei Millennium Goals, ma nel passaggio di consegne si sono evidenziate alcune importanti differenze. Innanzitutto il numero. Passare da 8 a 17 non è stato indolore: alcuni stati, compresa la Gran Bretagna e il Giappone, si sono lamentati perché i nuovi obiettivi sono troppo numerosi e questo rende difficile non solo implementarli, ma anche farli capire alla popolazione. Dall’ONU hanno risposto che il processo per arrivare a quegli obiettivi è stato lungo e laborioso e scegliere di toglierne qualcuno non era pensabile.

In effetti, le Nazioni Unite hanno dato il via al più grande programma di consultazione della loro storia per arrivare a definire quei goal. Tutto è iniziato nel 2012 quando, dopo il Rio+20 Summit, viene messo in piedi un gruppo di lavoro aperto con i rappresentanti di 70 paesi per individuare i punti fondamentali. Il gruppo ha discusso per oltre un anno; tra i partecipanti c’erano nomi importanti come Robert Costanza, l’economista americano che per primo ha fatto una stima economica della natura, e Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica per le sue ricerche sul buco dell’ozono. Parallelamente, sono state condotte delle global conversations, ovvero consultazioni con la popolazione su temi specifici e sondaggi porta a porta i cui risultati sono stati discussi dalla commissione.

Il risultato finale sono 17 punti, che elenchiamo:

  1. porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo;
  2. porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile;
  3. assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.
  4. fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti;
  5. raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze;
  6. garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie;
  7. assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni;
  8. incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti;
  9. costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile;
  10. ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni;
  11. rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili;
  12. garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo;
  13. promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico;
  14. conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile;
  15. proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre;
  16. promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile;
  17. rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

Il gruppo di lavoro ha poi indicato numerosi sotto-obiettivi, per così dire, che specificano meglio l’intento e le modalità di realizzazione dell’obiettivo stesso, i cosiddetti “target”. Ad esempio, nel primo goal (sconfiggere la povertà) troviamo target come: ridurre almeno della metà il numero di persone che vivono in condizioni di povertà entro il 2030 ed eradicare la povertà estrema (ovvero quella di chi vive con meno di 1,25 dollari al giorno). In tutto contiamo 169 target.

Un aspetto interessante è che il passaggio dagli 8 goal del 2001 ai 17 attuali è avvenuto mettendo al centro l’ambiente. Nel nome stesso dei nuovi obiettivi compare lo “sviluppo sostenibile” come indice dell’accettazione del fatto che la sostenibilità è un fattore chiave e ormai indispensabile per il nostro futuro. Inoltre, a ben guardare, gli obiettivi hanno tutti a che fare con l’ambiente.

Alcuni di essi hanno una relazione diretta con la qualità dell’ambiente fisico e sono il risultato dell’espansione dell’obiettivo del millennio sulla sostenibilità ambientale in 5 diverse declinazioni: acqua pulita, vita in mare e sulla terra, clima, biodiversità. Altri sono indirettamente correlati con l’ambiente attraverso i disastri naturali, la fame, l’agricoltura, il cibo, la salute, l’energia, la crescita economica, l’industria, le città. L’obiettivo 8, ad esempio, che parla di crescita economica sostenibile, ha tra i suoi target il disaccoppiamento (decoupling, nel gergo internazionale) della crescita economica dalle pressioni sull’ambiente e dal degrado ambientale.

L’altro elemento interessante che si evidenzia, quindi, è lo stretto legame che unisce gli obiettivi tra loro. La lotta al cambiamento climatico, per fare un esempio, inciderà anche sulla lotta alla povertà e sulla realizzazione della pace. È infatti ormai dimostrato che l’impatto della modificazione del clima può portare alla perdita di mezzi di sussistenza, a un aumento di morbilità e mortalità, a un rallentamento economico e a un maggiore potenziale di conflitti violenti, migrazione di massa e diminuzione della resilienza sociale. A questo proposito, uno studio appena pubblicato da Nature mette in evidenza come le scelte politiche sull’energia influiranno sulle situazioni geopolitiche del futuro, favorendo o spegnendo conflitti e tensioni.

Ci sono poi altri due importanti elementi di novità: in primo luogo, mentre quelli del millennio di fatto venivano considerati obiettivi da perseguire per i paesi poveri del mondo, i nuovi obiettivi sono per tutti, ricchi e poveri, perché tutti i paesi sono da considerare in via di sviluppo se pensiamo a una crescita equa e sostenibile. In secondo luogo, all’individuazione degli obiettivi, per la prima volta, ha contribuito anche il settore privato. E, nel prosieguo del percorso, oltre agli Stati, diverse imprese hanno cominciato a utilizzare il framework degli SDG per declinare le loro scelte strategiche.

Uno studio di Accenture (la società di consulenza aziendale più grande al mondo) del 2016, realizzato insieme all’iniziativa delle Nazioni Unite “Global Compact”, intervistando oltre 1000 amministratori delegati di imprese operanti in più di 100 paesi e in altrettanti settori, mostra come l’Agenda 2030 costituisca un riferimento strategico importante per il settore privato nei prossimi anni. Tanto è vero che, a seguito della decisione da parte del presidente Donald Trump di ritirare la ratifica voluta e perfezionata dalla precedente Amministrazione di Barack Obama dell’Accordo di Parigi (il principale strumento internazionale e multilaterale per contrastare i cambiamenti climatici e per raggiungere l’obiettivo 13 dell’Agenda 2030 dell’ONU) un consorzio di grandi imprese americane, insieme a sindaci, governatori, leader tribali, gruppi religiosi, istituzioni culturali, organizzazioni sanitarie e investitori ha dichiarato che continuerà a sostenere l’azione per il clima per rispettare l’accordo di Parigi, indipendentemente dalle decisioni e dagli indirizzi dell’Amministrazione Trump.

Segue: https://www.rivistamicron.it/approfondimenti/agenda-2030-i-passi-delle-sfide-globali/

Cristiana Pulcinelli, 15 Novembre 2019

 

 

Il 25 novembre con le donne kurde

La confederazione Kongreya Star invita a dedicare la giornata contro la violenza sulle donne del 25 Novembre alle donne del Rojava.
L’aggressione turca nella Siria del nord ha tra i primissimi obiettivi proprio il tentativo di piegare l’insopportabile resistenza delle donne kurde, una resistenza che dimostra, tra le altre cose, come i concetti di liberazione debbano essere separati da espressioni culturali strettamente vincolate al patriarcato come il nazionalismo. Il 25 novembre si ricorda l’uccisione delle sorelle Mirabal, uccise a bastonate quasi 60 anni fa dalla dittatura fascista del generale Trujillo nella Repubblica Dominicana. Amara Renas, Hevrîn Xalef e Dayê Aqîde, donne kurde assassinate con la stessa ferocia nell’ottobre scorso, sono diventate oggi simboli di straordinaria importanza nella lotta contro la violenza patriarcale

Soprattutto le donne sono obiettivo privilegiato di attacco nell’invasione della Turchia in Siria del nord. La confederazione di donne Kongreya Star invita a dedicare la Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza contro le Donne del 25 novembre alle donne del Rojava in lotta.

Dal Rojava la confederazione di donne Kongreya Star chiama “tutte le donne combattive e alla ricerca della libertà” a onorare la lotta delle donne in Siria del nord e dell’est:

Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal furono assassinate sotto la tirannica dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana. La dittatura aveva dichiarato nemiche le sorelle impegnate e le aveva subdolamente assassinate. La resistenza e la morte delle sorelle rafforzarono la lotta della popolazione contro la dittatura fascista. Sei mesi dopo il loro assassinio attraverso la forza organizzata della popolazione fu possibile superare la dittatura. Oggi le sorelle Mirabal sono ancora una delle più grandi fonti di speranza per la lotta e l’organizzazione delle donne in tutto il mondo contro il fascismo, le dittature e la violenza patriarcale organizzata.

Guerra delle potenze egemoniche contro le donne

Attualmente le potenze egemoniche mondiali hanno trasformato la nostra regione in uno scenario di guerra. In particolare le donne sono bersagli della violenza organizzata, dei brutali e continui attacchi. Lo Stato turco il 9 ottobre 2019 ha iniziato la sua operazione di occupazione e genocidio contro la regione contro la popolazione della Siria del nord e dell‘est: dall’uso di armi chimiche vietate fino alla tortura, agli attentati organizzati e agli stupri, all’espulsione ai massacri, in particolare le donne e i bambini sono esposti a forme diversificate di violenza. Il Rojava e la Siria del nord e dell’est oggi sono confrontate con i più grandi attacchi ecologici, politici, sociali, economici, demografici e culturali nella storia.

Ci troviamo di fronte alla dittatura fascista di Erdogan delle sue bande di assassini esercitano in modo organizzato e sistematico violenza e dominio patriarcale. La violenza è uno strumento costante che viene usato per annientare la rivoluzione delle donne in Rojava. Le donne negli scorsi anni si sono difese da questi attacchi brutali con la loro forza organizzata e lo fanno anche oggi. Donne che resistono in tutti gli ambiti, allo stesso tempo sono una forza guida nella costruzione di una società democratica e libera.

Havrin Khalaf: Torturata e giustiziata

Il 12 ottobre 2019 la segretaria generale del Partito per il Futuro della Siria, Hevrîn Xalef [Havrin Khalaf], è stata giustiziata insieme a altre otto persone. Perfino il suo cadavere è stato brutalmente torturato. Hevrîn Xelef era un’avanguardia nella rivoluzione delle donne nell’ambito della politica. Nella città di Raqqa, che l’ISIS avrebbe voluto nominare capitale del suo regno del terrore, ha lottato per l’unità democratica tra i popoli e una pace dignitosa. Con l’assassinio di Hevrîn Xalef, allo stesso tempo, è stato preso di mira il modello del movimento delle donne curde di nuove forme della vita e della politica basate sulla rappresentanza alla pari e la co-presidenza di donne e uomini.

Dayê Aqîde: Uccisa in un bombardamento turco

Il 14 ottobre Dayê Aqîde come componente del consiglio per la parità delle donne si era avviata verso Serêkaniyê [Ras al-Ain] per difendere lì la sua terra dall’invasione turca come scudo umano. Ha perso la vita quando il convoglio civile è stato bombardato da aerei da guerra turchi. L’attacco contro Dayê Aqîde rappresenta un attacco al legame e all’amore delle donne per il loro Paese e la loro terra.

Amara Renas: Vilipendio del suo cadavere

Come in passato, anche oggi le Unità di Difesa delle Donne YPJ oppongono una ferma resistenza contro gli attacchi del fascismo turco che si è alleato con l’ISIS. La combattente YPJ Amara Renas ha seguito le migliaia di sue compagne che in precedenza avevano sconfitto l’ISIS a Kobanê. Il 21 ottobre ha perso la vita combattendo con le bande assassine di l’ISIS alleate con il fascismo di Erdogan e dell‘AKP. Il corpo senza vita della combattente YPJ Amara è stato sfregiato da queste bande e grazie al coraggio delle donne combattenti sono poi state sconfitte. Questo rappresenta un attacco alla forza organizzata di autodifesa delle donne. Amara Renas, Hevrîn Xalef e Dayê Aqîde sono diventate nuovi simboli della lotta contro la violenza sistematica, patriarcale.

25 novembre: Onorare la lotta di donne coraggiose

Su questa base noi come Kongreya Star dedichiamo le nostre azioni di quest’anno per la lotta contro la violenza contro le donne tra il 25 novembre e il 10 dicembre alle nostre amiche Amara Renas, Hevrîn Xalef e Dayê Aqîde. Invitiamo tutte le donne del mondo a onorare nell’ambito delle loro iniziative per il 25 novembre la lotta di queste tre donne che hanno proseguito la lotta delle sorelle Mirabal nella realtà odierna. Questo significa che nel ricordo di queste tre coraggiose donne rafforzeremo la nostra lotta contro la dittatura di Erdogan e tutte le altre dittature fino al loro crollo.

Il 25 novembre ha acquisito il suo significato attraverso la lotta comune delle organizzazioni delle donne, dei movimenti femministi e delle donne amanti della libertà. Invitiamo voi, così come le donne, accademiche e artiste che fin dall’inizio della guerra di occupazione dell’esercito turco il 9 ottobre insieme a noi hanno opposto resistenza, a dare rilievo alla coraggiosa lotta di Amara Renas, Hevrîn Xalef e Dayê Aqîde nelle iniziative di quest‘anno.

Salutiamo tutte le donne in lotta e amanti della libertà con lo spirito della resistenza delle sorelle Mirabal e la determinazione di Hevrîn e delle sue compagne.

Fonte: ANF

Report Assemblea Nazionale di Napoli

Il movimento Fridays For Future Italia, rappresentato nella seconda assemblea a Napoli da oltre 80 assemblee locali, ha condiviso queste posizioni per rilanciare la lotta per la giustizia climatica.

Per noi la giustizia climatica è la necessità che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica sia chi fino ad oggi ha speculato sull’inquinamento della terra, sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i e le migranti e con tutti i popoli indigeni. Siamo i/le giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico che non stanno facendo nulla in proposito.  La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale, la transizione ecologica dev’essere quindi accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze, vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema e non il clima non è per noi uno slogan. Il cambio di sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico.

Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni che esistono con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione e metterle in connessione. I criteri che chiediamo di rispettare a livello globale riguardo la parità di genere sono assunti anche nelle pratiche e nelle metodologie del nostro movimento. L’intersezionalità è una modalità di lettura che permette di leggere in termini analitici la società sistematizzando le diverse lotte e la molteplicità di oppressioni che caratterizzano il nostro sistema patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista e basato sulla logica dell’accumulazione e del profitto.

Le nostre rivendicazioni come studenti/esse si devono porre l’obiettivo di entrare in sintonia, e non in contraddizione, con i bisogni di lavoratrici e lavoratori, delle abitanti e degli abitanti delle nostre città, delle nostre province e di tutti i nostri territori. Ci lasciamo con la volontà di approfondire relazioni con la comunità scientifica, essendo consapevoli che i dati sono scientifici, ma le scelte sono politiche. Dobbiamo essere in grado di ripensare il sistema, nella sua totalità, senza lasciare indietro nessuna persona. La nostra casa è in fiamme, e noi stiamo spegnendo l’incendio consapevoli che una volta spento l’incendio la casa non potrà essere più la stessa.

Vogliamo una casa che metta al centro il processo democratico e partecipativo ribaltando le logiche di potere che caratterizzano il nostro sistema.

Non vogliamo più sussidi sui combustibili fossili, vogliamo una tassazione che colpisca i profitti della produzione e non solo il consumo. Pretendiamo l’obiettivo emissioni zero entro il 2030 per l’Italia.

Vogliamo la decarbonizzazione totale entro il 2025 passando alla produzione energetica totalmente rinnovabile e organizzata democraticamente con le realtà territoriali. Siamo fermamente contrari a ogni infrastruttura legata ai combustibili fossili, come il metanodotto in Sardegna, la TAP. Chiediamo la dismissione nei tempi più rapidi possibili di ogni impianto inquinante attualmente operativo, come l’ILVA.

Tutte le fonti inquinanti devono essere chiuse attivando tutte quelle bonifiche, sotto controllo popolare e pagate da chi fino ad oggi ha inquinato. Il nostro futuro è più importante del PIL. Le aziende inquinanti devono chiudere, ma devono essere garantiti posti di lavoro e tutele a tutte quelle persone coinvolte nella transizione. Non accettiamo il ricatto tra lavoro, salute e tutela dell’ambiente.

Vogliamo un investimento nazionale su un trasporto pubblico sostenibile, accessibile a tutti e di qualità. Vogliamo dei trasporti a emissioni zero e necessariamente gratuiti. Un trasporto nazionale e territoriale che rispecchia i bisogni dei più, organizzato e pianificato secondo un processo di coinvolgimento democratico di tutte le abitanti e di tutti gli abitanti.

Vogliamo un cambio di rotta sostanziale per quanto riguarda il sistema d’istruzione e il mondo della ricerca. Esigiamo un ripensamento della didattica in ottica ecologista e che si investa sulla ricerca riconoscendo il valore dei saperi nei processi trasformativi della realtà. Riconosciamo la centralità di scuole e università nel processo di cambio di sistema per il quale stiamo lottando. Non vogliamo che il MIUR faccia operazioni di greenwashing, ma che sospenda immediatamente ogni accordo con le multinazionali e con le aziende inquinanti.

Ci dichiariamo contrari a ogni grande opera inutile e dannosa, intesa come infrastruttura, industria e progetto che devasta ambientalmente, economicamente e politicamente i territori senza coinvolgere gli abitanti nella propria autodeterminazione. Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori.

Non possiamo inoltre ignorare che l’agricoltura industriale svolga un grande ruolo nei cambiamenti climatici, nella devastazione ambientale e nello sfruttamento delle persone: le monocolture e anche l’allevamento intensivo sono modelli del tutto insostenibili che vanno fermate nel più breve tempo possibile.

Vogliamo che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica nazionale, consapevoli che non può essere solamente un’opera di greenwashing della politica.La dichiarazione di emergenza climatica dev’essere fin da subito uno strumento trasformativo del presente. Un passo che da forza al nostro movimento, senza però mai dimenticare che la vera alternativa è quella che tutti i giorni pratichiamo nei nostri territori e quella che narriamo nelle nostre iniziative. Dobbiamo rendere complementari le pratiche di autogestione ecologista con le forti richieste che facciamo alla politica. Non siamo disposti a scendere a compromessi, non vogliamo contrattare, vogliamo l’attuazione di ogni nostra rivendicazione per garantirci un futuro, ma siamo consapevoli che lo vogliamo ora, nel presente perché non c’è più tempo.

Fridays For Future è un movimento orizzontale, inclusivo e democratico. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia antidemocratica e violenta. Rivendichiamo l’autonomia e sovranità delle assemblee locali, in quanto linfa vitale del nostro movimento e di cui le assemblee locali sono gli spazi decisionali. Crediamo infatti che la forma assembleare garantisca un modello decisionale partecipativo, aperto e orizzontale. Dalle assemblee locali infatti devono emergere le esigenze di mobilitazione, di organizzazione e di approfondimento.

L’altro spazio decisionale collettivamente riconosciuto è l’assemblea nazionale, riconosciuto come spazio decisionale dove prendere decisioni specifiche di interesse nazionale e che serva per dare le linee guida da seguire.

​Lanciamo il quarto sciopero globale per il 29 novembre, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan “block the planet”. Quella giornata di mobilitazione ci permetterà di sperimentare le tante pratiche discusse in questi giorni, come le pratiche di blocco e di disobbedienza civile caratterizzate dalla partecipazione pacifica e di massa.

Sosteniamo e saremo presenti alle mobilitazioni che lanceranno le realtà locali a Napoli a dicembre in concomitanza con la Cop Mediterranea, incontro interministeriale sul tema dei cambiamenti climatici dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Usciamo da questa assemblea nazionale con la consapevolezza di essere in grado, insieme, di cambiare il sistema. Non siamo disposti ad arrenderci, noi siamo la resistenza.

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“Siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone.” (Greta Thunberg)