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Rapporto Oxfam 2019: aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo

Nel 2018 26 miliardari possedevano da soli l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. L’organizzazione evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere

Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere.

La disparità del sistema economico globale

Nel 2018 il patrimonio dei “super-ricchi” è aumentato del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo, la metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, ha visto decrescere dell’11% quello che aveva.
A metà dello scorso anno, l’1% più ricco deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro lo 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale. Se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco è in crescita dal 2011, la riduzione della povertà estrema è caratterizzata, invece, da un trend opposto. Il tasso annuo della riduzione della povertà estrema, infatti, ha registrato un calo del 40%. L’aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpirebbe in primis i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l’Africa subsahariana.

L’imposizione fiscale

Il rapporto Oxfam evidenzia, inoltre, un sistema fiscale che finisce col pesare di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione – o sono state eliminato del tutto – in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L’imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Nei paesi ricchi, per esempio, in media, l’aliquota massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei paesi in via di sviluppo si è stabilizzata su una media al 28%.
Per 90 grandi corporation l’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa è passata dal 34 al 24% tra il 2000 e il 2016.
Considerando sia le imposte dirette che quelle indirette, in paesi come il Brasile o il Regno Unito, il 10% dei più poveri paga, in proporzione al reddito, più tasse rispetto al 10% più ricco.
Secondo i calcoli dell’Oxfam, se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.

Diseguaglianza di genere

Dal rapporto emerge, poi, anche una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende.
Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini.
In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. Secondo le stime di Oxfam, se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne nel mondo – che ad oggi non viene contabilizzato dalle statistiche ufficiali – fosse appaltato ad una sola azienda, questa realizzerebbe un fatturato di 10 mila miliardi di dollari all’anno, ossia 43 volte quello di Apple, la più grande azienda al mondo.
‘Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità”.

10 mila persone al giorno muoiono perché senza cure

L’Oxfam punta i riflettori anche sulle condizioni dei servizi pubblici a livello globale, sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati.
La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi, evidenzia l’organizzazione, un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Nei paesi in via di sviluppo un bambino di una famiglia povera ha il doppio delle possibilità di morire entro i 5 anni, rispetto a un suo coetaneo benestante. In un paese come il Kenya, un bambino di una famiglia ricca frequenterà la scuola per il doppio degli anni rispetto a un bambino proveniente da una famiglia senza mezzi.

Rapporto OXFAM: Povertà e ricchezza nel mondo

OxfamAll’inizio 2017 è uscito il  il nuovo rapporto OXFAM sulla ricchezza globale.

Un rapporto reso pubblico a margine del World Economic Forum che si tiene ogni anno a Davos in Svizzera, purtroppo presto dimenticato dai media

Riprendiamo i dati del rapporto in maniera sintetica, attingendo direttamente dal sito italiano:

  • Circa metà della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione.
  • Il reddito dell’1% dei più ricchi del mondo ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo.
  • Il reddito di 85 super ricchi equivale a quello di metà della popolazione mondiale.
  • 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni.
  • Negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.
  • Ovunque, gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo. Si stima che 21.000 miliardi di dollari non siano registrati e siano offshore.
  • Negli Stati Uniti, anni e anni di deregolamentazione finanziaria sono strettamente correlati all’aumento del reddito dell’1% della popolazione più ricca del mondo che ora è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione;
  • In India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di un sistema fiscale altamente regressivo, di una totale assenza di mobilità sociale e politiche sociali;
  • In Europa, la politica di austerity è stata imposta alle classi povere e alle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;
  • In Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà.

E in Italia? I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri, mentre isolando il 20% più ricco scopriamo che esso ha in mano quasi il 70% dell’intera ricchezza nazionale.

E’ come essere immersi in una forma di silenziosa quanto arrogante dittatura economico-finanziaria, ma anche politica e culturale, verso la quale ognuno concorre a prendere per sé il possibile lasciando  che gli “altri” si arrangino.

E gli “altri” sono gli oltre 800 milioni di affamati, i 923 milioni che non hanno accesso all’acqua potabile, i 63 milioni che ogni anno migrano per trovare un rifugio, i 150 milioni di bambini sfruttati e obbligati a lavorare, fino alle circa 40 guerre e conflitti in essere nei diversi paesi … e poi gli “altri” siamo noi resistenti e conflittuali per cercare di concretizzare l’utopia di una nuova società basata sulla universalità dei diritti e del “bene comune”.

Memoria: le cifre che misurano l’indifferenza e la responsabilità della politica

ingiustiziaA Davos i “grandi” della terra fanno passerella, calpestano i numeri che denunciano le grandi ingiustizie e diseguaglianze presentate nell’ultimo rapporto Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni no-profit).

A mettere insieme le cifre, i numeri delle ragioni economiche e politiche che regolano l’egemonia del mondo, la vita quotidiana in tutte le sue disuguaglianza, sembra che la Memoria (di cui oggi si celebra la ricorrenza) per una diversa umanità, sia definitivamente messa sotto i piedi e che nessuna speranza possa ancora altro.

TUTTAVIA UN RAPPORTO IMPOSSIBILE DA IGNORARE.

Il diritto alla dignità personale e collettiva richiama ognuno a ribellarsi, quantomeno a resistere all’ignominia che formule violente di stampo fascista e razzista trascinano nel baratro dell’ignavia e dell’indifferenza i corpi e le anime soggiogate al sistema.

Così non può funzionare. Sono cifre che muovono la Vita in tutte le sue stratificazioni, articolazioni.

  • L’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato l’anno scorso è finito nelle casseforti dell’1% più ricca della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%.
  • In Italia il 20% più ricco degli italiani detiene oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, mentre il 50% più povero degli italiani possiede solo l’8,5%.
  • Nel periodo 2006-2016, il reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23,1%.

E gli italiani sopportano un debito illegittimo che ha raggiunto il tetto di 2300 miliardi pari al 132,6% del Prodotto Interno Lordo, collocando il nostro Paese al quinto posto nel mondo dopo Giappone (239,2%), Grecia (181,3%), Libano (143,4%) e Capo Verde (133,8%).

Dal rapporto emerge inoltre che:

  • i 2/3 della ricchezza dei più facoltosi miliardari del mondo non è frutto del loro lavoro ma è ereditato o è frutto di rendita monopolistica. E questo è ancora più scandaloso se si considera che nel 2016 erano 40 milioni le persone schiavizzate nel mercato del lavoro, tra cui 4 milioni di bambini.
    Il trend è in peggioramento visto che 7 cittadini su 10 vivono in un paese in cui la disuguaglianza negli ultimi 30 anni è aumentata.

Se si osserva la distribuzione del reddito, il rapporto Oxfam riferisce che:

  • tra il 1980 e il 2016 circa il 27% dell’incremento del reddito globale sia stato appannaggio dell’1% più ricco in termini di reddito della popolazione mondiale.
    Il 50% più povero ha beneficiato di una porzione del 12%
  • In termini assoluti, negli ultimi 20 anni il reddito dei più poveri ha visto un aumento in media di 217 dollari contro i ben 4.887 dollari del 10% più ricco.

Molti altri dati stanno a denunciare l’ingiustizia che continua a produrre povertà, disumanità e grande precarietà in un continuo processo di colonizzazione.

SOPRATTUTTO SE CONSIDERIAMO

Le spese militari per mantenere attive le guerre di rapina e sfruttamento per il potere coloniale hanno superato la cifra di 1700 miliardi di dollari.

In Italia le spese militari non conoscono crisi, più 22% negli ultimi 11 anni.
Nel 2017 la spesa è stata di circa 23,5 miliardi di euro pari all’1,4% del PIL (65 milioni al giorno), mentre la Nato ha chiesto all’Italia di aumentare la spesa fino al 2% del PIL (una cifra che sarà pari a 100 milioni di euro al giorno).

SIAMO DI NUOVO IN PERICOLO.

Dal 2014 l’amministrazione Obama, ha attivato un programma di riarmo nucleare dal costo di oltre 1000 miliardi di dollari.

Dal 2021 la nuova arma nucleare “B61-12” sarà disponibile anche per i caccia degli alleati e il  Pentagono ha annunciato il piano per schierare i caccia F-35A di nuova generazione armati di B61-12.

Eppure al mondo ci sono tre milioni e mezzo di bambini rifugiati che non hanno avuto la possibilità da andare a scuola nel corso dell’ultimo anno scolastico.

INTERESSA TUTTO QUESTO A QUALCHE CANDIDATO ALLE NOSTRE ELEZIONI POLITICHE?

Nel frattempo i’ipocrisia di Davos è «Costruire l’avvenire comune in un mondo fratturato», tra tensioni geopolitiche, protezionismo, paure dei migranti, e, soprattutto, ineguaglianze crescenti tra ricchi e poveri.

COSÌ NON PUO’ FUNZIONARE !

La Memoria che identifica la nostra umanità deve sapersi ribellare, scuotere l’indifferenza e ricercare ambiti e tempi di una nuova resistenza.

… e dunque dobbiamo aprire una nuova prospettiva perché la Memoria diventi lo strumento straordinario di cui tutti ci armiamo per costruire un mondo di uguaglianza, di giustizia sociale, di fine dello sfruttamento e di riaffermazione dei valori centrali su cui va costruita questa società.  Contro i privilegi, trasformare il mondo in un progetto di appropriazione selvaggia attraverso la privatizzazione dei nostri corpi, delle anime, della natura, degli animali, … di tutto, perché serve agli interessi dei pochi.” (Moni Ovadia: messaggio nel Giorno della Memoria)

 

MEMORIA CALPESTATA!

Dicembre 2017: le “GIORNATE” e la “MEMORIA”

MemoriaIl mese di dicembre con le sue “Giornate” prescritte ci conduce verso la fine dell’anno.

Un mese che ripensa e fa ripensare la “Memoria“, alla sua importanza, capace di dare valore ai significati dell’essere e alla volontà che li conforma.

La “Memoria” è un principio dello sviluppo bio-dinamico dei corpi che rinsalda i ricordi alla vita e la rende partecipe alle miserie politiche che la determinano.

Da questo punto di vista possiamo riconsiderare le “Giornate” poste a “Memoria” dalle Nazioni Unite, per risvegliare i corpi e le menti sopite dagli obblighi imposti dal mercato concorrenziale e dalla frenesia quotidiana per non soccombere.

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Schiavitu
2 dicembre:
Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù (1949)

Ci richiama a ricordare la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento.
Le moderne schiavitù ci prospettano numeri impressionanti di persone coinvolte: oltre 40 milioni le vittime imprigionate nello sfruttamento, nei lavori forzati, nella tratta, nella prostituzione.
Uno su 4 sono minori.

In Italia nel 2016 le vittime della tratta censite e inserite in programmi di protezione, sono state 1.172, di cui 954 donne e 111 bambini e adolescenti.

Le denunce di questi giorni che hanno portato alla luce le drammatiche condizioni  in cui sono costretti uomini, donne e bambini in Libia, ci dicono quanto incidono le migrazioni, soprattutto quanto sia grande la responsabilità delle politiche, anche dell’Italia, degli accordi con regimi e milizie per fermare i migranti.

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Presidio in San Babila – 9 dicembre ore 16,30

Vedi: https://m.facebook.com/events/304004120096362/?ti=as

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Disabilita
3 dicembre:  Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità (1981)

Una Giornata, richiamata alla “Memoria”, per attirare l’attenzione sulle condizioni di oltre 3.400.000 persone italiane con disabilità.

Persone spesso discriminate, poste ai margini della vita sociale, per le quali è necessario perseguire ed assicurare loro il godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali,  senza discriminazioni di alcun tipo, promuovendo la loro effettiva partecipazione ed inclusione all’interno della società.
Oggi solo il 18% è inserita nel mondo del lavoro.

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consumo-suolo
5 dicembre:
 Giornata mondiale del suolo

Il suolo, la Terra è una “Madre” capace di castigare i soprusi dei figli che le sono ingrati.

Troppo spesso la “Memoria” dell’umano che interagisce con il suolo dimentica che la Terra è un bene finito.
Devastazioni, cementificazioni, inaridimento dei terreni agricoli, …, sono le cause dei disastri ambientali che succedono con frequenza sempre maggiore provocando morti e rovine.

L’Italia nel rilevamento Eurostat si attesta in quinta posizione tra i Paesi a più elevata intensità di urbanizzazione, con il doppio del territorio urbanizzato rispetto alla media europea: oltre il 7% della superficie.

La Lombardia è la regione con la percentuale maggiore di consumo di suolo in Italia, quasi il 13%.

Agire sul consumo del suolo si può.
Vedi: http://www.dimensionidiverse.it/il-giorno-del-sovrasfruttamento-della-terra-cade-il-2-agosto/

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Volontariato
5 dicembre: Giornata internazionale del volontariato  (1985)

“Da allora, decine di migliaia di volontari hanno contribuito alla nostra missione globale, collaborando con una moltitudine di organizzazioni, programmi e agenzie delle Nazioni Unite e con le missioni per il mantenimento della pace e speciali missioni politiche. Voglio lodare l’impegno e la dedizione di tali volontari” (Ban Ki-moon)

ll volontario è certamente una grande risorsa non di rado soggetta a “sfruttamento” da attività lucrative e da ambiti istituzionali spesso incapaci di politiche adeguate che rendono il volontario “co-responsabile” dell’inerzia della politica.
In Italia, persone che si impegnano gratuitamente per gli altri o per il bene comune sono oltre 6,5 milioni.
Una complessa quanto eterogenea massa di persone, purtroppo quasi sempre silenziosa.

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Corruzione
9 dicembre:  Giornata Internazionale contro la Corruzione (2003)

Una giornata di denuncia degli effetti perversi che la corruzione ha sulle economie globali e la società, che trova scarsa “Memoria” nei corpi singoli e negli apparati Istituzionali.

La Giornata è un richiamo sicuramente importante e doveroso , per sollecitare a far prevalere l’integrità morale non solo nelle singole persone, ma in particolare nelle Istituzioni.

Un auspicio regolarmente sollecitato a diversi livelli, che purtroppo rincorre un fenomeno sempre in grande espansione e che pervade la sfera della quotidianità, ma che non trova responsabilità adeguata per un suo superamento.

Dalla grande alla piccola corruzione la stima è che essa costituisca un costo di oltre 60 miliardi.

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diritti
10 dicembre:
 Giornata mondiale dei diritti umani (1950)

La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, il 10 dicembre 1948.

E’ questa sicuramente tra le “Giornate”, quella maggiormente carica di significati, dalla valenza di universalità. Ma al contempo è la Dichiarazione maggiormente disattesa.

Lo stanno a dimostrare le grandi ingiustizie che attraversano la società globale, a partire dai grandi e piccoli conflitti che creano distruzione e miseria, dagli enormi e impropri sistemi di sfruttamento delle risorse e delle persone che creano grandi disuguaglianze, dalle ipocrisie delle “democrazie” che paventano diritti inalienabili soggiogati dai grandi egoismi, fino ai grandi processi di privatizzazione dei beni comuni.

Diritti che nell’attuale sistema economico difficilmente potranno accogliere il grido di sofferenza delle grandi miserie, se non si sovvertono i processi di scambio.

Vedi rapporto OXFAM: http://www.dimensionidiverse.it/?s=rapporto+oxfam

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animali
10 dicembre: Giornata internazionale dei diritti degli animali

In concomitanza con la “Giornata mondiale dei diritti umani” è fondamentale riconoscere che ogni essere vivente ha diritto alla vita alla pari degli esseri umani.

E’ questa una “Memoria”, importante, una opportunità per ricordare che “la libertà, la giustizia ed il rispetto sono valori fondamentali per ogni singolo individuo, a prescindere dalla razza, dal genere, dalla posizione sociale o dalla specie“.

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12 dicembre 2017: Contro tutti i fascismi di ieri e di oggi

Appello: http://www.dimensionidiverse.it/12-dicembre-2017-contro-tutti-i-fascismi-di-ieri-e-di-oggi/

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Senza-titolo-15
18 dicembre:
Giornata internazionale dei migranti (2000)

Nel 1997 numerose organizzazioni per i migranti iniziarono a celebrare e a promuovere la data del 18 dicembre come Giornata Internazionale di Solidarietà con i Migranti, sancita ufficialmente dall’ONU nel 2000.

Questa Giornata è una “Memoria” che non ha bisogno di essere richiamata in quanto è l’attualità più scottante presente fortemente nella quotidianità a tutti i livelli, nelle forme più discriminanti, razziste e xenofobe.

Un atteggiamento surrogato da falsità che politici senza scrupoli, cosiddetti populisti utilizzano, alimentando paure, declinando ragioni futili come “invasione“, “ci rubano il lavoro” e scempiaggini di questo tipo, a fronte di dati incontestabili sugli ingressi e sulle condizioni incontrollate di sfruttamento esasperato del lavoro e dei centri di detenzione.

Un atteggiamento irresponsabile assunto dai Governi incapaci di politiche di accoglienza che oggi pretendono di delocalizzare i confini oltre che le galere vigliaccamente ignorando le devastazioni dei corpi di uomini e donne e bambini, assoggettati dagli accordi con governi e milizie, pagati per lo sporco lavoro.

Una grande disumanità che richiama la responsabilità alla mobilitazione.
Appello per la manifestazione nazionale del 16 dicembre a Roma: http://www.dimensionidiverse.it/manifestazione-nazionale-roma-16-dicembre-ore-14/

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Solidarieta

20 dicembre: Giornata internazionale della solidarietà umana (2005)

La Giornata identifica la solidarietà come uno dei valori fondamentali e universali che dovrebbero essere alla base delle relazioni tra i popoli.

Se c’è una ragione forte per celebrare questa Giornata è la “Memoria” di tutte quelle elencate in precedenza.

Date che richiamano e racchiudono i Corpi dei viventi, della Vita: i nostri corpi, la nostra vita.
L’appello alla solidarietà, al gusto disinteressato del Bene Comune, è il valore primario e fondamentale per animare i corpi e le menti verso un fare sensato che si propone e si prospetta  per un altro mondo possibile.

Auguri

Perché in Palestina no?

Il libero accesso all’acqua potabile è un diritto fondamentale dell’umanità.

Non si tratta solo di una asserzione dettata dal buon senso, ma di un vero e proprio obbligo legale sancito dal diritto internazionale.

Nel novembre 2002 la Commissione ONU per i Diritti Economici, Sociali e Culturali adottò il “Commento Generale nr.15” riguardante il diritto all’acqua: “Il diritto umano all’acqua è indispensabile per condurre una vita di umana dignità. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti umani” (Articolo I.1)

Ma il dibattito sull’acqua come diritto dell’umanità si concluse solo anni dopo, con la Risoluzione 64/292 del 28 luglio 2010 dell’Assemblea Generale dell’ONU. Essa riconosceva esplicitamente “il diritto all’acqua potabile pulita e sicura come diritto umano essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani”.

Ha perfettamente senso: senza acqua non c’è vita.

Tuttavia, come accade per qualunque altro diritto umano, sembra che alla Palestina venga negato anche questo. La crisi idrica si sta abbattendo sull’intero mondo ma l’area più colpita è proprio il Medio Oriente. Le siccità legate al cambiamento climatico, le perturbazioni improvvise, la mancanza di una pianificazione centralizzata, i conflitti militari, tra le altre cose, hanno prodotto un senso di insicurezza idrica senza precedenti.

La situazione però si fa ancora più complicata in Palestina, dove la crisi idrica si collega direttamente al contesto politico più generale dell’occupazione israeliana: l’apartheid, gli insediamenti ebrei illegali, l’assedio e la guerra. Ma mentre è stata posta ragionevolmente molta attenzione sugli aspetti militari dell’occupazione israeliana, le politiche coloniali dello Stato in materia di acqua hanno attirato decisamente meno attenzione, nonostante siano un problema pressante e critico.

Secondo Ashraf Amra, il controllo totale dell’acqua è stata una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’istituzione del regime militare a seguito dell’occupazione di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza nel giugno 1967.
Le politiche discriminatorie di Israele, che usa e abusa delle risorse idriche palestinesi, può definirsi vero e proprio “apartheid idrico”.

Il consumo eccessivo di acqua di Israele, l’uso irregolare delle dighe, la negazione del diritto dei palestinesi ad avere la propria acqua o a scavare nuovi pozzi, hanno tutti conseguenze ambientali enormi e probabilmente irreversibili, danneggiando in maniera fondamentale l’intero ecosistema acquatico.

In Cisgiordania, Israele usa l’acqua per consolidare la dipendenza dei palestinesi dall’occupazione, usando una forma crudele di dipendenza economica per mantenere i palestinesi in un rapporto subalterno. Tale modello è supportato dal controllo delle frontiere, i checkpoint militari, la riscossione di tasse, le chiusure, i coprifuochi militari e la negazione dei permessi edilizi.
La dipendenza idrica è parte integrante di questa strategia.

L’ “Accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza”, conosciuto come l’Accordo di Oslo II, firmato nel settembre del 1995 a Taba, in Egitto, inasprì le iniquità di Oslo I firmato nel settembre 1993: oltre il 71% delle falde acquifere palestinesi furono messe a disposizione di Israele, mentre solo il 17% furono assegnate ai palestinesi.

Ancora più sconvolgente, il nuovo accordo incoraggiava un meccanismo volto a forzare i palestinesi a comprare la loro stessa acqua da Israele, rinforzando ancora di più il rapporto di sudditanza clientelare della Autorità Palestinese nei confronti dello Stato occupante.
La compagnia idrica israeliana Mekorot, ente interamente governativo, abusa dei suoi privilegi per premiare o punire i palestinesi a suo piacimento.

Nell’estate del 2016, ad esempio, l’intera comunità palestinese nella Cisgiordania occupata fu privata di acqua perché l’Autorità Palestinese non era riuscita a pagare le ingenti somme necessarie a ricomprare quell’acqua proveniente dalle stesse fonti naturali palestinesi.

Sconcertante, vero? Eppure c’è ancora chi si chiede come mai gli accordi di Oslo abbiano fallito nel tentativo di portare la tanto agognata pace nel territorio.

I numeri di questo apartheid idrico parlano chiaro: un palestinese in Cisgiordania usa in media 72 litri di acqua al giorno, un israeliano ne consuma dai 240 ai 300.
Le responsabilità politiche di questa disuguaglianza nella distribuzione delle risorse d’acqua disponibili sono da attribuirsi non solo alla crudele occupazione israeliana ma anche alle politiche poco lungimiranti della leadership palestinese.

La situazione a Gaza è addirittura peggiore: il territorio sarà ufficialmente “inabitabile” entro il 2020, secondo un rapporto delle Nazioni Unite.
È letteralmente l’anno prossimo. La principale causa di questa sinistra previsione è proprio la crisi idrica di Gaza.

Secondo uno studio dell’Oxfam, “meno del 4% dell’acqua corrente [di Gaza] è potabile e il mare circostante è inquinato dagli scarichi fognari.
La ricerca dell’Oxfam si concludeva indicando la correlazione tra l’inquinamento idrico e il drastico aumento delle patologie renali nella Striscia di Gaza. La crisi idrico-sanitaria di Gaza si sta inasprendo anche per le frequenti chiusure dell’unica centrale elettrica operativa dell’enclave, demolendo qualsiasi speranza di trovare un rimedio.

La società statunitense RAND Corporation ha comprovato che un quarto di tutte le malattie diffuse nella zona assediata della striscia di Gaza hanno origine nella carenza di acqua.
Altrettanto drammatiche sono le stime della RAND secondo cui, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale della Sanità, il 97% dell’acqua presente a Gaza è inadatta al consumo umano.
Una situazione che in termini di sofferenza umana non può che definirsi orribile.

Gli ospedali della Striscia di Gaza stanno cercando di affrontare le grosse epidemie di malattie e patologie causate dall’acqua sporca, ma gli mancano strumenti adeguati, sono vessati dai continui tagli alla corrente elettrica e soffrono essi stessi dalla mancanza di acqua pulita. “L’acqua è spesso assente ad Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza” – prosegue il rapporto della RAND – “e anche quando l’acqua c’è, dottori e infermiere non riescono a sterilizzare le proprie mani per effettuare interventi chirurgici a causa della sua cattiva qualità”.

Secondo la piattaforma multimediale sull’ambiente Circle of Blue, dei due milioni di residenti a Gaza, solo il 10% ha accesso ad acqua pulita e potabile.

I miei figli si ammalano perché manca l’acqua”, racconta a Circle of Blue Madlain Al-Najjar, madre di sei figli residente nella Striscia di Gaza, “soffrono spesso di vomito e diarrea. Spesso so riconoscere che l’acqua non è pulita, ma non abbiamo alternative”.

Il giornale inglese The Independent ha raccontato la storia di Noha Sais, madre ventisettenne di cinque figli residente a Gaza. “Nell’estate del 2017, tutti i figli di Noha si ammalarono  improvvisamente, vomitando senza sosta, e furono ricoverati. Le acque putride del Mediterraneo di Gaza li avevano avvelenati”. “Il più giovane, Mohamed, un bambino di 5 anni vigoroso e in salute, contrasse un virus ignoto dal mare che si impadronì completamente del suo corpo e del suo cervello. Tre giorni dopo il viaggio, andò in coma. Dopo una settimana era già morto.”

Come Noha racconta al giornale, “I dottori dissero che l’origine dell’infezione era un germe proveniente dall’acqua di mare inquinata, ma che non potevano stabilire esattamente quale fosse. Dissero solo che se mai mio figlio si fosse ripreso, non sarebbe mai più stato lo stesso, che sarebbe stato un vegetale.”

Molti casi simili sono stati registrati in tutta Gaza, e non se ne vede la fine. Le politiche idriche di Israele sono solo una sfaccettatura di una ben più ampia guerra contro i palestinesi con l’intento di rafforzare il controllo coloniale.

A giudicare dalle testimonianze, i sionisti non hanno certo fatto “fiorire il deserto”, come afferma la propaganda israeliana. Da quando si è insediata sulle macerie di più di cinquecento città e villaggi palestinesi distrutti tra il 1947 e il 48, Israele ha fatto l’esatto opposto.

La Palestina contiene un potenziale di colonizzazione di cui gli arabi non necessitano né sono in grado di sfruttare”: queste sono le parole che il padre fondatore di Israele e primo Primo Ministro David Ben Gurion scriveva a suo figlio nel 1937.
L’Israele sionista, tuttavia, ha fatto molto più che “sfruttare” quel “potenziale di colonizzazione”; ha anche assoggettato la Palestina storica a una estenuante e cruenta campagna di distruzione che non si è ancora conclusa, e che è probabile si protragga fin quando i sionisti prevarranno in Israele e nella Palestina occupata. È una ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice.

Se l’accesso all’acqua pulita è a tutti gli effetti un diritto dell’umanità, perché allora il mondo permette che Israele faccia della Palestina e dei suoi abitanti una eccezione?

di Ramzy Baroud

La fame nel mondo aumenta per il terzo anno consecutivo

Sono 821 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2017, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Tra le principali cause l’impatto del cambiamento climatico.

Per Oxfam (confederazione internazionale per la riduzione della povertà) “Uno scandalo e un passo indietro di dieci anni”

Secondo il rapporto pubblicato oggi dalle Nazioni Unite su nutrizione e sicurezza alimentare, 821 milioni di persone nel mondo sono state vittime della fame nel 2017, 6 milioni in più rispetto al 2016.
Tra le cause principali “eventi climatici più intensi, frequenti e complessi”, che costituiscono, secondo il report, uno dei fattori principali della crisi alimentare in corso, a causa della quale 94.9 milioni di persone hanno dovuto fare affidamento sugli aiuti umanitario per poter sopravvivere.

Siamo sgomenti nel constatare che per il terzo anno consecutivo la fame nel mondo è in crescita.ha detto Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International – Siamo tornati indietro di dieci anni. Mai come ora abbiamo la certezza che la fame è un prodotto dell’azione umana che alimenta povertà e disuguaglianze, guerre, malgoverno, sprechi e cambiamento climatico. Per sconfiggere definitivamente questo inaccettabile stato di cose, ci vuole lo stesso impegno politico che stiamo mettendo nel lasciare intere comunità morire di fame.
Dobbiamo fare di più per spingere i nostri governi a lavorare affinché ogni cittadino possa avere accesso, in modo sicuro e economico, al cibo necessario per sopravvivere. – continua Byanyima – Questo significa raddoppiare gli sforzi per risolvere i conflitti, ridurre il consumo di energie fossili e sostenere l’adattamento dei Paesi poveri ai cambiamenti climatici. Sappiamo cosa va fatto. È solo questione di volontà politica”.

SEMPRE PIU LONTANO L’OBIETTIVO FAME ZERO ENTRO IL 2030

Per ogni agricoltore che perde il proprio raccolto a causa di tempeste imprevedibili e per ogni allevatore che vede il proprio bestiame morire di fame durante la siccità, si allontanano le probabilità di tenere fede agli impegni assunti da tutti i Governi per raggiungere l’obiettivo Fame Zero nel 2030 – ha aggiunto Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia
L’anno scorso assieme ai nostri partner abbiamo lavorato in oltre 35 Paesi per fornire aiuti alimentari alle popolazioni più vulnerabili.
Come in Yemen, dove abbiamo distribuito a più di 320 mila persone soldi per comprare cibo, o a Cox’s Bazaar, in Bangladesh, dove lo scorso agosto 144 mila rifugiati Rohingya hanno ricevuto voucher per acquisti alimentari.
Ogni mese poi partecipiamo alla consegna di cibo
per 260mila persone in Sud Sudan, un Paese in cui lavoriamo dal 1983, ma che è ancora afflitto dalla guerra e, di conseguenza, dalla fame.
Continueremo a combattere per ognuna delle persone che ancora soffrono la fame. Per noi non sono numeri ma la nostra ragion d’essere.
– conclude Byanyima – Hanno bisogno di soluzioni concrete e durature, non solo di una ciotola di cibo”.

11 settembre 2018

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Com’è finita la Cop 23.

Cop23-2Dalle promesse si doveva passare ai fatti, per ora siamo fermi al “dialogo”

Bisognava semplicemente passare all’azione. Le organizzazioni non governative di tutto il mondo, i governi dei paesi in via di sviluppo e gli istituti internazionali sono arrivati in Germania con questa richiesta. Dalla Cop 23 di Bonn, infatti, ci si aspettava semplicemente l’approvazione dei “decreti attuativi” dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, all’alba di sabato 18 novembre, dopo una nottata infinita e due settimane di negoziati, ci si è mossi a piccoli passi.

Cosa si è fatto e cosa è rimasto al palo, alla Cop 23
Alcuni (timidi) ne sono stati fatti: sugli impegni da adottare di qui al 2020 (senza aspettare cioè l’anno in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo), in materia di riforma del sistema agricolo, così come per quanto riguarda il rinnovo degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2. Tuttavia, su altri punti chiave della lotta ai cambiamenti climatici, gli avanzamenti sono stati pochi e i rinvii molti.
Nel 2018 dovrebbero essere riviste le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (Nationally determined contribution, Ndc) fatte nel 2015 dai governi di tutto il mondo. Alla Cop 23 è stato riconosciuto che tali impegni non sono sufficienti per centrare l’obiettivo principale stabilito a Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo. Così è stato lanciato il dialogo di Talanoa che punta proprio a “raddrizzare” la traiettoria (che oggi ci porterebbe a sforare i 3 gradi). A condizione, però, che non manchi la volontà politica dei governi. “Durante il 2017, abbiamo assistito a uragani che hanno devastato i Caraibi, tempeste e inondazioni che hanno distrutto migliaia di abitazioni e scuole in Asia meridionale, ondate di siccità eccezionali in Africa orientale. Queste catastrofi rappresentano già la realtà per numerose comunità. È per questo che la Cop 23 avrebbe dovuto portare avanzamenti concreti per aiutare queste popolazioni. Invece, con rare eccezioni, i paesi ricchi sono arrivati a Bonn a mani vuote”, ha osservato Armelle Lecomte, responsabile clima di Oxfam France.

Per cosa ci ricorderemo di questa Cop 23
Le conferenze sul clima, però, non sono solo dichiarazioni, numeri e promesse. Ad esempio, ci ricorderemo della Cop 23 per il tempo speso ai controlli e per i chilometri percorsi – a piedi, in bici o su un veicolo elettrico – per passare da una zona all’altra. Da una parte la Bula zone dedicata ai negoziati ufficiali e alle squadre di delegati in giacca e cravatta. Una delle sensazioni più forti è stata che la maggioranza dei delegati arrivasse dal continente africano. Questo a testimonianza del fatto che ogni conferenza è fondamentale per chi vive gli effetti del riscaldamento globale sulla propria pelle. Mentre solo chi tutto questo non lo subisce direttamente può permettersi un disimpegno, seppur temporaneo.

Bonn VS Bula 1-0
Dall’altra la Bonn zone, quella dedicata alla società civile, alle organizzazioni non governative e alle startup che hanno catturato l’attenzione dei pochi giornalisti presenti grazie a una buona dose di entusiasmo. E anche ai padiglioni degli stati che hanno capito che per ergersi a “leader climatici” bisogna stare tra le persone e saper comunicare con loro. Anche quando non si ha molto da dire.

Per questi motivi e per una sostanziale mancanza d’interesse dovuta a pochi “leaks” da inseguire o “rumors” da twittare, la Bula zone è stata pressoché snobbata, in favore di una dinamicità di eventi e di iniziative che hanno fatto apparire la società civile avanti anni luce rispetto ai politici.

Jerry Brown, leader di We are still in “ha fatto” il presidente degli Stati Uniti
Quegli stessi politici che neanche erano presenti. “L’impressione è che alcuni governi abbiano interpretato l’Accordo di Parigi come un traguardo finale, anziché come un punto di partenza”, hanno riportato da Bonn gli inviati di alcune emittenti internazionali.

Nessuno, in effetti, saprebbe dire quali altre capi di stato e di governo abbiano timbrato il cartellino della Cop 23, oltre alla cancelliera tedesca Angela Merkel, obbligata a fare gli onori di casa, e al presidente francese Emmanuel Macron, che voleva portare alto il nome di Parigi che dà il nome all’Accordo. Tanto da decidere di convocare un nuovo summit sul clima (One planet), che si tiene nella capitale francese il 12 dicembre, dedicato principalmente ai finanziamenti. “La conferenza di Parigi”, ha sottolineato Lecomte, rappresenta “un esame di riparazione per i paesi ricchi, nella speranza che si decidano a mettere i soldi sul piatto”. Per conto degli Stati Uniti, o almeno della popolazione americana, erano presenti l’ex e l’attuale governatore della California: Arnold Schwarznegger e Jerry Brown che hanno animato il padiglione a forma di igloo targato “Climate action center”, che ha riunito anche la coalizione We are still in fatta di stati, città, imprese e organizzazioni americane che hanno deciso di continuare a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi nonostante la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi. Anche per questo ci ricorderemo di questa conferenza sul clima: per la capacità della società civile di riconquistarsi il ruolo che le spetta. Anche fisicamente. Il ruolo di chi ha la ragione dalla sua parte.

Il carbone
Nel bene e nel male. Il carbone, cioè il combustibile fossile più sporco del mondo, ha dominato la scena. C’è chi ha lanciato un’alleanza per dire addio al carbone entro il 2030 composta da una ventina di governi, Italia inclusa, e chi ha avuto il coraggio di tenere una conferenza sul carbone “pulito” – made in Usa. La delegazione ufficiale americana ha seguito le indicazioni della Casa Bianca che, a più riprese, ha annunciato di voler puntare anche sul carbone per garantire agli americani tutta l’energia di cui hanno bisogno. In pratica, anche lo stoccaggio della CO2 emessa dalle ciminiere delle centrali a carbone può diventare una soluzione per combattere i cambiamenti climatici, secondo Trump.

Non ci sono più Cop tecniche, ci sono Cop d’azione
Dopo un’iniziale muro contro muro tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, questi ultimi hanno ottenuto che i governi indichino fin da subito cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per la lotta ai cambiamenti climatici.

Cosa bisogna fare prima del 2020
Il sud del mondo ha infatti sottolineato la necessità di rispettare gli obiettivi fissati dalla seconda fase del Protocollo di Kyoto – di cui si sono festeggiati i 20 anni – quella che va dal 2013 al 2020, ma che ancora non è entrata in vigore poiché non ha ottenuto il numero necessario di ratifiche. In questo modo, si punta a “coprire” gli anni che rimangono prima del momento in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo.

La Cop 23 e l’agricoltura
Altro avanzamento importante è quello legato all’agricoltura. Richiesto da ormai sei anni, il programma di lavoro sulla sicurezza alimentare e sull’intero settore agricolo è finalmente entrato a pieno titolo nei negoziati. Le ong e la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avevano insistito fortemente, ricordando come i cambiamenti climatici rappresentano ormai una delle principali cause di malnutrizione nel mondo. E l’agricoltura una delle principali cause del riscaldamento globale.

Il Gender action plan
Nell’ambito della Cop 23 è stato adottato anche il “Gender action plan”, piano d’azione per la parità di genere, con l’obiettivo di integrare il tema nei programmi per l’ambiente e il clima. È stata l’italiana Chiara Soletti dell’Italian climate network a intervenire sul tema nel corso della seduta plenaria che si è svolta nella notte tra venerdì e sabato. Una notte complessa: sono state necessarie numerose interruzioni e molti colloqui a porte chiuse per trovare un accordo, soprattutto sulla questione del dialogo di Talanoa.

Le difficoltà incontrate a Bonn sono ben riassunte d’altra parte dalle questioni sulle quali non si è riusciti a trovare un accordo, se non parziale. Primo fra tutti il problema dei finanziamenti che rappresenta il cuore di tutte le questioni: senza fondi è impossibile avviare qualsiasi piano di mitigazione, transizione o adattamento.

One planet a Parigi. Per i più volenterosi appuntamento a dicembre
Da un lato, alla Cop 23 si è accettato il principio secondo il quale i fondi per riparare i danni subiti dalle nazioni più vulnerabili non debbano far parte dei famosi 100 miliardi di dollari promessi (e mai stanziati integralmente) nel lontano 2011 per il Fondo verde per il clima. Dall’altro, però, la questione fondamentale del reporting – ovvero della trasparenza sul come il denaro viene utilizzato – è stata rinviata al 2018.

Ecco perché Macron ha deciso di riunire a Parigi, il 12 dicembre, un centinaio di paesi. Non tutti: solo quelli che hanno voglia di fare sul serio. Donald Trump non è stato invitato. L’obiettivo, come sottolineato dalla rete di ong Climate action network è arrivare alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, “per prepararsi a rendere ancora più ambiziosi gli obiettivi entro il 2020 in modo da poter mettere in atto la transizione verso un futuro rinnovabile”.

Andrea Barolini e Tommaso Perrone
da lifegate.it/ – 18 nov 201