Monthly Archives: marzo 2016

Nel tempo delle paure e dell’odio

Tempo-paura-e-odio

Tempo-paura-e-odioScusate, … ma, quando sarà … Pasqua?
Anche se fuori tempo, le parole non perdono significato.

ATTO PRIMO
Leggere di paure, … sentire paura, … girare alla larga, … stare a casa propria, … e poi … rinnegare, maledire, odiare.

  • Sei tu, terrorista, che porti paura nella nostra vita pacificata ai desideri?
  • Sei tu che irrompi, devasti le nostre speranze: certezze che danno ragione della vita?
  • Sei tu che contrapponi il tuo dio alle nostre verità?

ATTO SECONDO
Hai voluto sfidare il nostro Potere, per questo il Comando ti distruggerà.
Ti faremo guerra, distruggeremo te e il tuo dio.
Innalzeremo odio per tutti quelli che ti somigliano.

ATTO TERZO
Nel nostro mondo non c’è posto per chi si oppone al Comando: sarà escluso, recluso.
Tolleranza zero.
Giudicare, condannare, odiare, … la paura: miserie senza misericordia, senza genere: un solo dio, una sola verità dominante.
Armare, sopprimere, razziare la Terra, pacificare le volontà, indurre al piacere: potere privato, … indifferenza.

ATTO QUARTO
Il “dentro” e il “fuori” governano il disordine: dimensioni contrapposte, forme desideranti, concorrenti, assonanze funzionali: biopotere.

Fuori” c’è sempre la tracotanza del rinnegato, del terrorista verso il quale non può che la violenza pacificatrice: ancora armi, guerre.

Miserie ingiustificate.
Dentro” e “Oltre” non c’è pietà, confini negati, dignità devastate, … ingiustizie conclamate.
Insurrezione

ATTO QUINTO
Ma, quando sarà … Pasqua?
Pochi a pensarci, meno ancora ad accorgersi!

Così, ho detto la mia, il giorno di Pasqua.
Un giorno “consacrato” dagli auguri che ricevo, dagli auguri che provo a fare, … ascoltare, capire,  partecipare.

Tre volte auguri

  • che la pace sia un diritto;
  • che la giustizia sia liberata;
  • che la vita sia rigenerata;

e per tutto questo

  • che la libertà sia riconquistata.

Un diritto non esercitato, si perde

Stop-Trivelle

Stop-TrivelleIl Referendum è un diritto sancito dalla Costituzione di democrazia diretta, partecipata dal basso, affinché ogni cittadino possa esprimere la propria volontà in merito ad una questione.
Vol: Stop Trivelle
Poster-Stop Trivelle

Indipendentemente dalla scelta personale “SÌ” o “NO”, ciò che è oltremodo importante è manifestare, con coscienza e consapevolezza, la propria libera volontà.

Diversamente dai “nostri” politici, spesso per decidere su un problema assumono uno strano modo, quello di non esprimersi: astenersi o addirittura non partecipare al voto.

Questo atteggiamento è decisamente poco serio, se non opportunistico, più dettato da interessi “politici” che dai reali interessi del Paese e della popolazione.

Noi non siamo “politici” e tantomeno vogliamo essere degli opportunisti.
“SÌ”, “NO” fanno parte della chiarezza e della responsabilità che ogni persona manifesta verso l’interesse della collettività, esprimendo apertamente ciò che pensa senza rimanere nel limbo dell’indifferenza.

Noi diciamo chiaro come la pensiamo ed invitiamo tutte e tutti a partecipare al
Referendum del 17 Aprile e di votare “SÌ”.

Per saperne di più, partecipa anche all’
INCONTRO PUBBLICO
Mercoledì 6 Aprile – alle 20,45
presso la Biblioteca di Baggio – via Pistoia 10


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Questa è la verità che viene nascosta e sulla quale si chiede l’astensione

http://www.greenreport.it/news/energia/marea-nera-tunisia-viene-piattaforma-offshore-nessuno-ne-parla/

http://www.inuovivespri.it/2016/03/22/inquinamento-da-petrolio-in-tunisia-e-meno-male-che-le-trivelle-sono-sicure/

Comitato zona 7 per i referendum
STOP TRIVELLE – VOTA SÌ

comitatozona7referendum@gmail.com

Acqua sotto attacco: fermare Renzi e Madia!

acqua-pubblica

acqua-pubblicaCinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua, il Partito Democratico, il Governo Renzi e il ministro Madia, tentano un doppio affondo per chiudere definitivamente l’anomalia di un pronunciamento democratico dell’intero paese, frutto di un’esperienza di partecipazione dal basso senza precedenti e di un’alfabetizzazione sociale che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato.

Nei prossimi giorni la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, presentata con oltre 400.000 firme nel 2007, approderà nell’aula parlamentare: vi arriverà, tuttavia, con una serie di emendamenti, portati avanti dal Partito Democratico, che ne stravolgerà il testo e il significato, eliminando ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e alla sua gestione partecipativa, che ne costituivano il cuore e il senso.

E’ bene che il PD sappia fin da subito che tutto questo non solo non viene fatto nel nostro nome, ma che è un’espressione di disprezzo della volontà popolare chiara, netta e senza ritorno.

E, mentre in Parlamento si consuma questa ignobile farsa, è finalmente disponibile il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015.

Tuttavia, mentre il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recita: “individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011”, ecco quali sono le finalità dichiarate del decreto attuativo, così come riportate nell’analisi di impatto allegata:

  • ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità;
  • garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati.

Il decreto è un vero e proprio manifesto liberista che –art. 4, comma 2- promuove “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.

Logica conseguenza di quest’assunto sono:

  • l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali a rete attraverso società per azioni (art. 7, comma 1);
  • l’obbligo, laddove la società per azioni sia a totale capitale pubblico, di rendere conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato (art. 7 comma 3), di presentare un piano economico-finanziario relativo a tutta la durata dell’affidamento, sottoscritto da un istituto di credito (art. 7, comma 4), di acquisire il parere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

E perché sia chiaro a tutti come l’anomalia referendaria vada definitivamente consegnata agli archivi, ecco ricomparire, dopo anni con cui si era tentato di nasconderla dentro la dicitura “oneri finanziari”, l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano democraticamente abrogato.

Il totale disprezzo della volontà popolare e della democrazia non poteva essere meglio esternato.
Hanno annichilito il paese con la trappola-shock del debito pubblico e lo hanno rinchiuso nella gabbia del pareggio di bilancio, del patto di stabilità e dei vincoli monetaristi: ora si apprestano alla definitiva espropriazione di ciò che ci appartiene per consegnarlo ai grandi interessi delle lobby finanziarie.

Alle donne e agli uomini che in tutti questi anni hanno detto chiaramente come l’acqua e i beni comuni siano garanzia di diritti universali e, come tali, da sottrarre al mercato e da restituire alla gestione partecipativa delle comunità territoriali, il compito di fermare Renzi, Madia e le lobby della finanza,  che hanno deciso di assecondare.

Oggi più che mai si scrive acqua, si legge democrazia

Marco Bersani
15 mar 2016

Ricorrenza dell’8 marzo

Todos-los-dias

Todos-los-diasNote sull’incontro di domenica 13 Marzo presso Dimensioni Diverse a cura dello “Spazio Donna” dell’Associazione.

Introduzione
Storia-femminismo
Bibliografia-consigliata-Marina Piazza
CENTRI DONNA POLIVALENTI

Vedi foto

Marina Piazza, sociologa e scrittrice, intervenuta all’incontro, partecipato da un gruppo di donne di Baggio, ritiene che, pur essendoci stati significativi passi avanti nella situazione delle donne in Italia, ci sia ancora moltissimo da fare.
Da una parte resistono stereotipi diffusissimi e radicati nella mente degli italiani che contribuiscono a perpetuare una situazione di disparità, dall’altra si registrano sensibili miglioramenti portati dalle conquiste  del femminismo – il divorzio, il nuovo diritto di famiglia (del ‘74), l’aborto –
Una situazione con luci ed ombre, in continuo movimento.

La scuola, la famiglia, la società intera si muove ancora con preconcetti che vedono le femmine
obbedienti e sottomesse, i maschi coraggiosi e ribelli. Anche se le giovani donne sono più e meglio
scolarizzate dei coetanei maschi, non riescono a far valere le loro competenze che sono valutate
con parametri inferiori. L’intera cultura, i libri scolastici, ripetono vecchi stereotipi.
Tutte siamo concordi nel registrare ovunque atteggiamenti sessisti.

Nel campo del lavoro le donne sono ancora discriminate, anche se possono vantare migliori competenze
disponibilità, rimane sempre “l’handicap” della maternità, evento visto come negativo e da  evitare,
visto addirittura come fenomeno di “parassitismo sociale”.
Anche le recenti leggi a favore del congedo parentale paterno in Italia si scontrano con la mentalit
ostile, i figli sono un affare di donne. E la nostra classe dirigente premia la “presenza” non la qualit
del lavoro, e la presenza è meglio garantita da un maschio che non si prende responsabilità di cura ed
è quindi più disponibile.

C’è un fortissimo divario fra nord e Sud del Paese, al Sud solo il 30% delle donne lavora fuori casa,
al Nord il 60%. Il dato nazionale è 47%, molto al di sotto del dato europeo, che coincide con quello del Nord.
La classe dirigente, quando cerca di portare dei messaggi, anche attraverso i mezzi di comunicazione,
spesso sbaglia; ad esempio quando si è cercato di coinvolgere attraverso manifesti in cui un messaggio
doveva essere completato a cura dei cittadini invitati a farlo, si sono ottenute solo  delle risposte fasulle,
frutto di scherzi e illazioni. Ma era forse facile da prevedere.
Anche le campagne contro la violenza mostrano la donna solo come vittima; importante è far prendere
coscienza alla donna dei propri diritti e incitarla a farli valere!

E i maschi dovranno prendere coscienza, esistono dei tentativi da parte  di uomini di prendere in esame
e cercare di migliorare la situazione, ad es. il gruppo “Maschile Plurale” ho elaborato pensieri
e pratiche vicine alle donne.
Ma i tempi non sono dei migliori, mancano nelle giovani generazioni solidarietà e condivisione.
Molto individualismo caratterizza questo periodo storico.

Abbiamo accolto il parere di Moema  brasiliana da molti anni in Italia e di Amina, presidente delle donne musulmane in Italia. La prima ci informa che il Brasile ha prodotto leggi severe  contro la violenza sulle donne e Amina punta il dito contro la discriminazione verso le donne musulmane in Italia, molto diffusa e ben palesata.

Maria Carla Baroni, sindacalista e femminista, ci propone un progetto – i Centri Polivalenti Donna – che dovrebbero essere istituiti in ogni zona. Questi centri avrebbero una funzione sociale molto importante; prima di tutto individuare le aree di bisogno economico ed erogare degli aiuti, là dove necessario.

Sarebbero dei centri sociali in cui le donne potrebbero trovare anche risposte per la loro salute riproduttiva/sessuale, ma anche centro culturale e ludico. Attenzione alle donne immigrate.
Questi centri si dovrebbero installare in spazi pubblici, concessi gratuitamente con personale a disposizione e gestiti da un comitato indipendente.
Allegata la proposta dettagliata. Sul’argomento verrà promosso un incontro a breve presso la Casa delle
Associazioni di piazza Stovani di cui vi daremo conto.

Abbiamo concluso con una fetta di torta e un bicchiere di vino. Grazie.

Inaudito e molto grave

Loro-decidono

Loro-decidonoAncora una volta colti in flagrante!
Disperati di sé e della propria identità concedono tutto al Mercato e al piacere privato di esistere.

Fino a quando

Il livello di insipienza Politica è saturo. Questi “piccoli uomini” hanno ancora la forza di agire sulla debolezza e sulla indifferenza, così bene orchestrata, imponendo il silenzio sul disgusto e sul malessere generalizzato delle condizioni di vita precarie sottratte alla dignità di cittadinanza.

  • Decidono per le guerre per favorire l’industria delle armi e le politiche di espansione, mentre respingono le persone che da quelle guerre fuggono.
  • Decidono per gli accordi economici di partenariato (TTIP) per favorire il totale controllo dei Mercati da parte delle Multinazionali sottraendo i Beni Comuni (salute, acqua, trasporti, istruzione, …) alla democratica legittimità decisionale degli Enti Locali.
  • Decidono concedere alle aziende petrolifere di trivellare i nostri Mari sapendo i gravi danni che si creano per la salute dei cittadini, per l’ambiente e la vita dei viventi.
  • Nel 2014 decidono il Decreto Legge “Sblocca Italia”, che si propone la concentrazione dei servizi pubblici locali nelle mani di poche grandi multi-utility capaci di competere all’estero.
    Si passa poi alla Legge di Stabilità che incentiva i Comuni a privatizzare i servizi pubblici.
  • Decidono con decreto attuativo della riforma Madia della P.A. di ripristinare l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”,  la stessa dicitura che oltre 26 milioni di cittadini avevano abrogato.
  • Ora decidono illegalmente e impunemente di sabotare la volontà degli oltre 26 milioni di cittadini che hanno deciso che l‘ACQUA DEVE RIMANERE UN BENE PUBBLICO.

Alla Camera, hanno cominciato a discutere un  ddl – Disegno di Legge – di iniziativa popolare (420.000 firme) che risale al 2007: lo presentarono i Movimenti per l’Acqua Pubblica; in questa legislatura è stato “ridefinito” da un intergruppo parlamentare in cui figurano deputati di Pd, Sel e Movimento 5 Stelle, partiti che appoggiarono il referendum.

Il cuore del ddl è l’articolo 6 che prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato (niente Spa pubblico-privato), gli enti hanno un anno per adeguarsi.

Ieri, però, i deputati del PD, a nome della maggioranza, hanno voluto approvare un emendamento tramite il quale si sopprime l’art. 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione della gestione dell’acqua.

Vedi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/15/acqua-ok-a-emendamento-pd-gestione-pubblica-non-obbligatoria-proteste-si-m5s-stravolto-referendum/2548044/

Il Pil è sbagliato ma i giornali non se ne accorgono

Il-PIL-sbagliato

Il-PIL-sbagliatoIl silenzio da parte dei media è stato quasi assoluto. In pochi hanno raccontato come da 76 ore su Twitter uno sparuto gruppo di autorevoli economisti stesse chiedendo spiegazioni all’Istat e come in risposta non arrivassero secche smentite, ma solo comunicati interlocutori. Numeri alla mano, i professori dicevano che i conti non tornavano.

Che il Pil italiano non poteva essere cresciuto dello 0,8 per cento come aveva sostenuto l’Istituto nazionale di statistica il primo marzo. Ieri finalmente la verità: il nostro Paese nel 2015 ha incassato un modestissimo 0,6 per cento in più che, nella classifica della crescita, ci fa scivolare al terzultimo posto in Europa.

Lo 0,8, ha ammesso l’Istat, era un dato grezzo ed era stato diffuso senza ricordare che lo scorso anno si era lavorato tre giorni in più rispetto al 2014.
Un dato oltretutto raggiunto perché le regole dell’Istituto – e va detto universalmente applicate – prevedono l’arrotondamento al decimale superiore. Un’operazione che aveva fatto diventare 0,8 l’originario 0,759.

Ora ciascuno è libero di pensarla come gli pare. Chi vuole può anche prendersela con il premier Matteo Renzi e credere di essere davanti a una sorta di complotto. A degli esperti di statistica talmente ansiosi di compiacere il principe di turno da arrivare ad abbellire i decimali. A gente disposta a maquillage e omissioni nei propri comunicati ufficiali al solo fine di permettergli di dire: “A inizio anno avevamo immaginato una crescita dello 0,7%. È andata invece meglio delle previsioni”.

Chi scrive però non si arruola in queste fila. Ai cervelloni dell’Istat concediamo, fino a prova contraria, buona fede e presunzione d’innocenza. Del resto da sempre sappiamo che i fatti sono ostinati, ma che le statistiche sono molto più flessibili.

Per questo ora diciamo che in Italia in troppi non fanno fino in fondo il loro mestiere. Per primi i giornali e le tv. Chi lavora nei media, dopo aver dato tanto spazio e tanta enfasi a dei risultati di crescita di fatto imbellettati, aveva il dovere di raccontare che da tre giorni, sotto gli occhi di milioni di italiani iscritti a Twitter, l’Istat stava partecipando a un singolare dibattito condotto a colpi di numeri, tabelle e comunicati.

E se è in democrazia è legittimo che un gruppo editoriale, come per esempio quello nascente tra La Stampa e Repubblica, scelga una linea filogovernativa, è invece profondamente sbagliato ignorare le notizie. Anche ieri sui siti di Repubblica, de La Stampa e del Sole 24 Ore, i dati statistici corretti erano introvabili nei titoli. Per leggerli era necessario armarsi di lente d’ingrandimento e scovarli affogati nei pezzi. C’erano invece sull’homepage del Corriere della Sera.

Avanzare dubbi e soprattutto dire le cose come stanno serve però a migliorare i comportamenti e le scelte delle classi dirigenti. Le costringe ad affrontare la realtà e a trovare soluzioni per cambiarla.

Dimenticare che sempre e ovunque, non solo in Italia, chi fa politica si abbraccia alle statistiche come gli ubriachi si abbracciano ai lampioni, non serve. Perché quando si è ebbri (di potere) aumenta il rischio di vedere lampioni e numeri più grandi del reale. E in quelle condizioni bastano pochi centimetri d’errore per cascare e romperti la faccia. Meglio allora avere accanto qualcuno che ti dica: “Occhio, forse stai sbagliando”.

Piuttosto che dei paurosi cortigiani pronti solo a raccogliere i tuoi cocci.

Peter Gomez
Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2016

Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura

Capitalismo-e-natura

Capitalismo-e-naturaVi è un fatto innegabile e desolante: il capitalismo come modo di produzione e la sua ideologia politica, il neoliberismo, si sono insediati a livello globale in modo tanto consistente che sembra non ci possa essere alcuna vera alternativa praticabile.

In realtà, ha occupato tutti gli spazi e allineato quasi tutti i paesi ai suoi interessi globali.
Da quando la società è diventata società di mercato e tutto è indirizzato al guadagno, perfino le cose più sacre, come gli organi umani, l’acqua e la capacità di impollinare i fiori, gli stati, almeno la maggioranza, sono costretti a gestire una macroeconomia integrata a livello globale e molto meno a servire il bene comune del proprio popolo.

Il socialismo democratico nella sua versione avanzata di ecosocialismo è un’opzione teorica importante, ma con poca base sociale mondiale che lo implementi. La tesi di Rosa Luxemburg, nel suo libro Riforma o Rivoluzione, che “la teoria del collasso del capitalismo è nel cuore del socialismo scientifico“, non si è avverata. E il socialismo è crollato.

La furia di accumulazione capitalistica ha raggiunto i livelli più alti della sua storia.

Quasi l’1% della popolazione ricca del mondo controlla circa il 90% di tutta la ricchezza.
85 opulenti, secondo la seria ONG Oxfam Intermon, detengono nel 2014 gli stessi soldi che 3,5 miliardi di poveri nel mondo. Il grado di irrazionalità e anche di disumanità parlano da soli. Viviamo in tempi di esplicita barbarie.

Finora le crisi congiunturali del sistema si sono verificate nelle economie periferiche, ma dalla crisi del 2007/2008 la crisi è esplosa nel cuore dei paesi centrali, negli Stati Uniti e in Europa. Tutto sembra indicare che non è una crisi congiunturale, sempre superabile, ma questa volta è una crisi sistemica, che pone fine alla capacità di riproduzione del capitalismo .

Le vie di uscita che cercano i paesi che egemonizzano il processo globale sono sempre della stessa natura: ma sempre maggiori.
Ossia, continuare con lo sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi naturali, guidati da una unità di misura chiaramente materiale (e materialista) come PIL. E guai a quei paesi in cui diminuisce.
Questa crescita peggiora ulteriormente lo stato della Terra. Il prezzo dei tentativi di riproduzione del sistema è quello che i loro corifei chiamano “esternalità” (quelle che non entrano nella contabilità degli affari).

Esse sono principalmente due: una ingiustizia sociale degradante con alti livelli di disoccupazione e crescente disuguaglianza; e un’ingiustizia ecologica minacciosa, con il degrado di interi ecosistemi, erosione della biodiversità (la scomparsa di 30-100 mila specie di esseri viventi ogni anno, secondo i dati del biologo E. Wilson), l’aumento del riscaldamento globale, la scarsità di acqua potabile e la insostenibilità generale del sistema-vita e del sistema-Terra.

Questi due aspetti stanno mettendo in ginocchio il sistema capitalista. Se si volesse universalizzare il benessere offerto dai paesi ricchi, avremmo bisogno di almeno tre Terre uguali a quelle che abbiamo, il che è ovviamente impossibile. Il livello di sfruttamento dei “doni della natura”, come chiamano i paesi andini i beni e servizi naturali, è tale che di quest’anno “il giorno del sovraccarico della Terra” (the Earth overshoot Day è caduto in settembre ).

In altre parole, la Terra non ha più ormai la capacità, in sé, di soddisfare le richieste umane.

C’è bisogno di un anno e mezzo per sostituire quello che le viene sottratto in un anno.
E ‘diventato pericolosamente insostenibile. O freniamo la voracità di accumulazione di ricchezza, per permetterle di riposare e ricostituirsi, o dobbiamo prepararci al peggio.

Dato che si tratta di un super-Ente vivo (Gaia), limitato, con carenza di beni e servizi ed ora malato, ma che unisce sempre tutti i fattori che garantisconole basi fisiche, chimiche ed ecologiche per la riproduzione di basi di vita, questo processo di degrado eccessivo può generare un collasso ecologico e sociale di proporzioni dantesche.

La conseguenza sarebbe che la Terra sconfiggerebbe definitivamenteil sistema del capitale, incapace di riprodursi con la sua cultura materialista di consumo illimitato e individualista. Quello che non abbiamo raggiunto storicamente con processi alternativi (era lo scopo del socialismo), lo otterranno la natura e la Terra.

Essa, infatti, si libererà di una cellula tumorale che minaccia di metastasi tutto il corpo di Gaia.

Nel frattempo, il nostro compito è all’interno del sistema, allargando le breccie, esplorando tutte le sue contraddizioni per garantire in particolare ai più umili della Terra gli elementi essenziali per la sopravvivenza: cibo, lavoro, alloggio, educazione, servizi di base e un po’ di tempo libero . Questo è quello che si sta facendo in Brasile e in molti altri paesi.

Dal male tirar fuori il minimo necessario per la continuità della vita e della civiltà.
E poi, pregare e prepararsi al peggio.

Leonardo Boff   (Teologo brasiliano, esponente delle correnti progressiste della Chiesa Cattolica latinoamericana)

Dal portale Sud e sud, 8 marzo 2016
(traduzione di Antonio Lupo)

Il vecchio pacifismo non si supera con il solito bellicismo

Vecchio-pacifismo

Vecchio-pacifismoLa giornata internazionale della donna – 8 marzo 2016 – non ha insegnato nulla all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

In quel giorno intervenendo in Senato sulla questione Libica, ha affermato, tra l’altro, che “non si può accettare l’idea che il ricorso alle armi sia qualcosa di contrario ai valori e alla storia italiana”, aggiungendo che “generare l’illusione che non abbiamo mai nel nostro futuro la possibilità di interventi con le forze armate in un mondo che ribolle di conflitti e minacce sarebbe ingannare l’opinione pubblica” ed anzi andrebbe a “sollecitare un pacifismo di vecchissimo stampo”.

Queste affermazioni sono molto gravi in quanto pronunciate da un ex presidente della Repubblica, che della Costituzione avrebbe dovuto esserne il supremo garante.

Circa il “vecchissimo pacifismo”, si potrebbe essere d’accordo che esso vada superato in una nuova prospettiva più efficace, ma non certo in un ancor più vecchio bellicismo. Come invece emerge dalle affermazioni fatte.

Gli stessi Costituenti hanno voluto andare oltre; con l’art. 11 della Costituzione posero le basi di un nuovo approccio al tema della pace e dei conflitti.

Vecchissimo!

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