Monthly Archives: gennaio 2018

… la vocazione neocolonialista degli ultimi governi

Voto-pacifista«Per una campagna elettorale pacifista in nome del mai rispettato articolo 11 della Costituzione repubblicana»

Mentre il governo italiano, sempre più convinto della sua vocazione neo-colonialista sposta truppe addirittura in Niger, dopo aver stipulato patti indecenti con i predoni libici per fermare i poveri migranti, la campagna elettorale che si sta mettendo in moto sembra aver dimenticato come il tema della pace dovrebbe costituire uno degli assi portanti nel dibattito politico.

Risulta così necessario far presente come debba essere, in questa circostanza, ritenuta necessaria la centralità dell’articolo 11 della Costituzione Repubblicana: articolo che, nel corso di questi anni, è sicuramente quello che ha subìto il maggior numero di violazioni da parte di tutti i governi e di tutte le maggioranze parlamentari.

Serve una campagna elettorale pacifista e proprio per sottolineare questa necessità mi permetto di far seguire un recentissimo aggiornamento – 8 dicembre 2017 (da «Guerre nel Mondo») – sui conflitti in corso in tutto il Pianeta.

Conflitti attualmente in corso  

AFRICA:

(29 Stati e 241 coinvolti tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi- separatisti)

Punti Caldi: Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

ASIA:

(16 Stati e 171 coinvolti tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), genocidio del popolo Rohyngia, Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014). Oltre naturalmente agli esprimenti nucleari in corso da parte della Corea del Nord.

EUROPA:

(9 Stati e 81 coinvolti tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito Armenia e esercito del Nagorno-Karabakh)

MEDIO ORIENTE:

(7 Stati e coinvolti 254 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i militanti islamici nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (guerra contro e tra i militanti islamici)

AMERICHE:

(6 Stati e coinvolti 27 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici)

Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico)

TOTALI

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 67
Totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti- coinvolti 777

Regioni e province autonome che lottano per l’Indipendenza:

Africa 8:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Cabinda Angola
Ogaden
Oromo
Etiopia
Cirenaica Libia
Sahara Occidentale Marocco
Biafra Nigeria
Somaliland Somalia
Darfur Sudan
Asia 21:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Kachin
Karen
Stato Shan Nord
Stato Shan Sud
Stato Chin
New Mon State
Palaung State
United Wa State
Birmania-Myanmar
Kashmir
Karen
Orissa
Nagaland
Assam
Bodoland
Tripura
Gorkhaland
India
Papua
Aceh
Indonesia
Balochistan Pakistan
Tamil Sri Lanka
Patani Malay Nation Thailandia
Europa 12:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Nagorno-Karabakh Azerbaijan
Corsica Francia
Abkhazia
Sud Ossezia
Georgia
Repubblica di Illiria Macedonia-Fyrom
Trasnistria Moldavia
Irlanda del Nord
Scozia
Regno Unito
Cecenia Russia
Paesi Baschi
Catalogna
Spagna
Stati Federali Europei di Novorossia
(unione dell’Autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e della
Autoproclamata Repub.Pop.di Lugansk
Ucraina
Medio Oriente  2
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Kurdistan Iran, Iraq, Turchia
Palestina Israele

Franco Astengo

Il vero libro esplosivo è a firma Trump

TrumpTutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.

Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti».
È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.

Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership Usa nel mondo».
Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».

Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».

In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.

«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi Usa. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».

Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati uniti.

Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli Usa sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la Nato, la più forte alleanza del mondo».

La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri paesi europei della Nato, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del pil alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia

In Yemen non c’è un conflitto armato

armi-italianeI recenti casi di palese violazione della legge 185/90 che vieta la vendita di armi ai paesi in conflitto armato hanno trovato nel Governo e nel Ministro della difesa l’assurda giustificazione che in realtà nello Yemen non c’è conflitto armato in quanto non dichiarato.

I numeri della tragedia ignorata dalla nostra ministra: oltre 50.000 le vittime civili in due anni di guerra, tra questi migliaia i bambini; circa 3 milioni gli sfollati; oltre 200,000 i casi di colera; 7 milioni gli yemeniti vicini alla morte per fame a causa del blocco imposto dal regime saudita; … oltre ai grandi disastri ambientali.

La legge 185/1990, all’articolo 1, chiede che le esportazioni di armi siano conformi alla politica estera e di difesa italiana.
Se queste sono innervate dai concetti contenuti nel Nuovo Modello di Difesa del 1991, che violando l’articolo 11 della Costituzione, giustifica interventi armati ovunque nel mondo siano in discussione i nostri interessi, è evidente che, per estensione ciò rende legittime le esportazioni a nostri alleati, che combattono magari le nostre stesse battaglie.

Non sto ovviamente giustificando questo comportamento, voglio solo dire che la legge 185 approvata nel 1990, è stata messa in scacco dall’introduzione del Nuovo Modello di Difesa, via via implementato fino al disegno di legge della Pinotti relativo al nuovo Libro Bianco della Difesa.

A dimostrazione di ciò che dico vi è il flusso di armi e sistemi militari venduto agli USA.
Si è per caso interrotto durante, chessò, la Guerra contro la ex Jugoslavia del 1999 o quella dell’Afghanistan del 2001, o dell’Iraq del 2003, e così via?

No.

Nonostante tutti questi conflitti siano grondanti sangue e vittime, gli USA sono nostri alleati, dunque nessuna limitazione.

Non è un caso che il Nuovo Modello di Difesa fu introdotto a cavallo della prima Guerra del Golfo, a sancire una nuova era della Guerra anche per il nostro Paese, a dispetto di una Costituzione pacifista nata per evitare altre guerre. Stessa sorte dello Statuto ONU, che voleva salvaguardare le future generazioni dal flagello della Guerra.

Dunque la battaglia principale che dobbiamo sostenere è per un diverso Modello di Difesa, non aggressivo, che vieti la proiezione delle ”Forze armate” fuori dai confini, dotato solo di armi difensive (ad esempio non di portaerei o F35, ecc.), denuclearizzato, ecc..

Che superi alleanze belliciste come la NATO o lo strumento europeo di Difesa così come viene avanti, con le sue capacità di proiezione all’estero.

E questo è urgentissimo, e dovrebbe camminare assieme alla creazione del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

Io temo che le vertenze legali aperte sul caso delle bombe dell’Arabia Saudita si concludano con una archiviazione, così come è avvenuto del nostro esposto sui caccia-addestratori AleniaAermacchi venduti ad Israele.

C’è poi la questione dell’embargo sulla vendita di armi, non esistente né per l’Arabia Saudita, né per Israele. Questo la dice lunga su come è messo l’ONU.

La nostra Costituzione pacifista aveva per noi messo fine alla seconda guerra mondiale. Ora dobbiamo mettere fine alla nuova ”guerra mondiale a pezzi” con un nuovo corpo di leggi nazionali e internazionali che siano all’altezza delle minacce all’umanità.

Se non lo facciamo abdichiamo ad un nostro preciso dovere.

Mimmo Cortese di OPAL, Brescia.

Un ‘bonus acqua’ agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua.

Bonus-acquaLa stampa nazionale e locale ha dato un certo risalto alla delibera dell’AGEESI (Agenzia per il Gas e l’Energia Elettrica ed il Servizio Idrico) del 23 dicembre 2017 con la quale, in applicazione del DPCM del 13 ottobre 2016 (Tariffa sociale del servizio idrico integrato), l’agenzia ha deciso di accordare a partire dal 2018 un ‘bonus acqua’ (o idrico); in concreto il non pagamento dei primi 50 litri d’acqua potabile per persona alle famiglie con reddito non superiore a 8.017,5 euro annui (certificato ISEE- Indicatore di situazione economica equivalente).

Alcuni giornali hanno inneggiato alla misura facendo credere ch’essa abbia introdotto in Italia il diritto all’acqua potabile, generalmente fissato dalla comunità internazionale all’accesso gratuito di 50 litri al giorno per persona.

Quest’anno si celebra il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU).

Non è possibile lasciare diffondere la credenza che confonde in maniera perniciosa un’agevolazione nel pagamento della bolletta d’acqua, destinata a una categoria particolare di cittadini, con la concretizzazione di un diritto universale all’acqua per la vita.

La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’ineguaglianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli, e sulla carità / la compassione / l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti.

E più le società sono ingiuste e ineguali, più i loro gruppi dominanti tendono a far ricorso alle tariffe sociali, ai bonus, alle misure assistenziali, straordinarie, a tempo determinato che, in maniera evidente, sono intrinsecamente aliene ad una concezione ed una pratica sociale della società fondata sul riconoscimento e la concretizzazione dei diritti.

I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchice compassionevoli che praticano l’assistenza sociale verso i disagiati, da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

L’ESPLOSIONE DEI BONUS.

In Italia, negli ultimi quindici anni il numero di bonus sociali è cresciuto in quasi tutti i campi, segno della crescita preoccupante delle ineguaglianze e devastazioni sociali provocate dal sistema dell’economia capitalista di mercato finanziaria dominante.

Sono stati introdotti bonus per i giovani, per l’ingaggio di lavoro (anche a tempo determinato), per i bebè, per le mamme, per i ricercatori, per il gas e l’energia elettrica, per i mobili e gli elettrodomestici, per la cultura (frequentazione dei musei, dei teatri, …), per i docenti, gli 80 euro alla Renzi, …

Il bonus acqua è stato introdotto per la prima volta nel 2011, e soprattutto a partire dal 2012, dopo i risultati dei referendum del giugno 2011.

Consistente all’epoca in una riduzione del 20/30% del totale della bolletta idrica, in molte regioni lo hanno adottato come pallido surrogato, ma non applicazione, della chiara volontà espressa da circa 27 milioni di cittadini in favore del diritto all’acqua potabile gratuito, cioè finanziato dal bilancio pubblico attraverso la fiscalità generale e specifica.

Il bonus cambiava da regione a regione, anche in maniera consistente.

Il Bonus acqua della delibera AGEESI mette un po’ d’ordine in materia precisando che il bonus è relativo al non pagamento del prezzo fissato in bolletta per i primi 50 litri al giorno per persona, e che sono beneficiari del bonus le famiglie da una persona a famiglie con più di 3 figli, o persone a carico, in disagio economico e fisico con un reddito non superiore a 8.017,5 euro annui, variabile secondo i criteri fissati dall’AGEESI a partire dai dati ISEE.

Ogni Comune, però, può determinare il bonus, nell’ambito dei principi generali fissati a livello centrale, sulla base del proprio regolamento in materia di accesso ai contributi economici.

Una libertà che non solo scarica ‘de facto’ sugli enti locali il carico della copertura dei costi del bonus, ma per la stragrande maggioranza dei Comuni fortemente indebitati li ha indotti finora e li condurrà ancora di più nei prossimi anni a privatizzare il servizio idrico integrato, perché in questo caso saranno autorizzati in via straordinaria a utilizzare gli introiti della vendita ai privati come mezzo di rimborso dei loro debiti.

Un vero circuito “virtuoso” di asservimento della finanza locale agli interessi dei soggetti finanziari privati.

Perché la politica e la pratica del ‘bonus acqua’ sono aliene alla cultura e alla pratica del diritto umano all’acqua per la vita?

Anzitutto il DPCM citato ed evidentemente la delibera dell’AGEESI, confermano con forza che il Servizio Idrico Integrato, essendo di rilevanza economica è sottomesso ai meccanismi del mercato concorrenziale, per cui l’accesso al SII è possibile solo in ottemperanza dell’obbligo di pagare un prezzo di mercato fissato secondo i principi del “full cost recovery”, autorizzante il profitto nel calcolo della tariffa al m³ (tutto il contrario di quanto scelto dai 27 milioni di cittadini via referendum).

E de facto pochi sono i poteri dominanti oggi in Italia che rivendicano che il sistema tariffario in vigore, e quello ora stabilito dal DPCM e dalla delibera, risponda ad una logica del diritto all’acqua, ma solo alla logica dell’accesso all’acqua nel mercato concorrenziale ad un prezzo detto abbordabile. Per un consumo fino di 30m³ annui – cioé un po’ meno del doppio del consumo oggetto del bonus di 50 litri al giorno corrispondente a 1,37 euro al m³ (mille litri) un po’ più di un millesimo al litro.

Le autorità stabiliscono che i costi del bonus devono essere coperti solo dalla tariffa per cui saranno le fascie superiori che garantiranno la copertura del bonus.

In questo contesto, parlare di diritto all’acqua per le persone in stato di disagio a carico degli altri utenti (si parla sovente anche di “clienti”) è un’impostura.

È la prima di una triplice impostura.

La seconda è costituita dal fatto che i diritti umani o sono universali o non è possibile né accettabile parlare di diritti umani. Il diritto umano all’acqua deve essere garantito a tutti gli abitanti della Terra, in questo caso a tutti i residenti (e i presenti transitori) in Italia.

Il diritto all’acqua non è un’agevolazione fornita solo alle persone in stato di disagio e quindi negata a coloro che possono pagare la bolletta dell’acqua.

È da quasi più di 150 anni che i “diritti censitari” (sia nel senso dell’inclusione o dell’esclusione in funzione del reddito) sono stati abrogati perché espressione di società profondamente ingiuste.

Infine, terza imposturache razza di diritto è quello dell’aiuto caritatevole ai più disagiati, sempre più numerosi e creati dalle politiche economiche e sociali deliberatamente operate dai gruppi sociali arricchiti, e generatrici di forti ineguaglianze a scapito degli impoveriti?

Prima ti butto fuori dal mercato del lavoro e quindi dall’accesso ad un reddito (per quanto misero, peraltro precario, incerto, inadeguato…), e poi ti aiuto.

Prima abbandono il SII e tutti gli altri servizi pubblici di prima necessità, trasferisco la loro proprietà, gestione e controllo ai soggetti industriali, e commerciali e finanziari privati, li autorizzo a erogare l’acqua solo se paghi la bolletta, e poi di fronte a prevedibile aumento delle tariffe e dell’impoverimento ti faccio dei bonus.

Dov’è, in queste condizioni, la ricerca di soluzioni alle radici strutturali delle disuguaglianze e dell’impoverimento? Non ve n’é alcuna!

LA MERCIFICAZIONE DELLE ACQUE MINERALI.

Non è possibile concludere, seppur sommariamente, queste riflessioni e questa denuncia dell’impostura in corso, senza fare riferimento ad una situazione chiave, determinante e regolarmente passata sotto silenzio dai poteri dominanti e dagli esperti al loro servizio quando si parla di diritto e di accesso all’acqua potabile.

Mi riferisco alla mercificazione / marketizzazione e privatizzazione / finanziarizzazione delle acque minerali naturali (lisce o gassate) in bottiglia (AMNB). 

L’Italia è un caso di scuola perché gli italiani sono il secondo paese al mondo (dopo il Messico) per il consumo procapite di AMNB.

Si stima che oggi più del 70% degli Italiani per bere usa AMNB (un pochino di più liscia di quella gassata). Così le famiglie italiane spendono attorno agli 800-900 euro l’anno per il consumo delle AMNB.

In realtà, da quasi trent’anni i produttori e diffusori di acqua minerali naturali in bottiglia sono riusciti (in particolare i giganti delle AMNB quali Nestlé e Danone, ma anche Coca Cola e Pepsi Cola … i veri predatori arricchiti mondiali delle risorse idriche della Terra) a:

  1. imporre nell’immaginario e nella testa della gente che-non solo l’acqua minerale avrebbe più gusto “buono”, ma che essa farebbe meglio alla salute umana perché più “sana”, imbottigliata direttamente alla fonte, mentre l’acqua del rubinetto sarebbe pesantemente trattata, artificiale, con processi bio-chimici, per renderla “potabile”. Una falsità che fà molto comodo ai pubblicitari delle AMNB. In realtà queste non sono “potabili”, nel senso dato dall’Unione europea che impone il rispetto come minimo di 51 parametri, e che non possono essere tutti rispettati dalle AMNB in quanto, per l’appunto, non possono subire alcun trattamento mirante a renderle potabili. Le AMNB si possono certo bere ma con precauzione, non sempre la stessa marca, sotto avviso e controllo medico in funzione dello stato di salute dell’utente, … È vero anche che le acque del rubinetto possono essere non conformi alle regole del rispetto della salute umana a causa dell’incuria o della corruzione dei responsabili pubblici del SII, a tutti i livelli di responsabilità. Vedi il caso recente dei PFAS nel sangue dei giovani nelle province di Vicenza, Padova, Rovigo e, in misura minore, di Verona;

  2. far credere che le imprese private, specie multinazionali, ed i mercati finanziari, globalizzati per di più speculativi, sono i soggetti e gli strumenti più adatti grazie ai prezzi che impongonoper garantire una gestione efficiente, efficace ed economica delle acque minerali naturali del mondo in corso di sfruttamento, e quelle enormi ancora da sfruttare (beninteso nell’interesse dei loro azionisti mondiali), come illustrato dal caso della San Pellegrino, finita alcuni anni fà nelle borse della Nestlé, per cui le bottiglie San Pellegrino si trovano ora in tutti i ristoranti e centri commerciali del mondo, negli Stati Uniti come in Cina,in Sud Africa come nel Marocco, in Cile come in Norvegia.

Il dramma del business delle AMNB (mercificazione, marketizzazione, privatizzazione e finanziarizzazione), voluto ed accettato dai poteri pubblici nazionali e comunali (“nel nome del denaro”) sta nel fatto che esso ha contribuito pesantemente alla promozione e diffusione degli stessi processi industriali, commerciali e finanziari nel campo dell’acqua pubblica del rubinetto.

I gruppi dominanti sono responsabili della promozione, della mercificazione e privatizzazione delle AMNB che ha succhiato alle finanze pubbliche miliardi di introiti annui.

Le imprese private cui sono state date in concessione i diritti di sfruttamento delle fonti pagano alle autorità pubbliche 2 euro al m³ (cioé due millesimi di euro al litro), nel mentre sono autorizzate a domandare 70 centesimi di euro per una bottiglietta di 33 a 50 centilitri.

È stato così calcolato che le famiglie italiane pagano tra 200 e 400 volte di più dell’acqua di rubinetto, per giungere in certi negozi e luoghi pubblici a 1000 e persino 2000 volte di più.

“L’acqua del sindaco” rappresenta oramai in Italia un fenomeno minoritario, parte di una storia messa in museo.

Malgrado certi ritorni alla gestione municipale e pubblica (che non ha abbandonato però l’applicazione di una tariffa al m³ a prezzo abbordabile), “l’acqua del sindaco” è diventata una situazione “mitica”.

L’indebolimento della cultura pubblica dei beni comuni in seno ai cittadini stessi ha fatto “fallire le idee delle case dell’acqua”, dove l’acqua pubblica era erogata gratuitamente. e ciò a causa, fra le altre ragioni, degli abusi dei singoli cittadini. È anche successo che certi cittadini si sono messi a vendere l’acqua prelevata gratuitamente dalle case dell’acqua! Cosa si può fare “in nome del denaro”!

Smantellare il sistema descritto in un approccio globale – tutte le acque, tutte le fasi del ciclo lungo dell’acqua, in tutti i Continenti … – è un obiettivo immane, ma realizzabile nel tempo.

Speriamo che la grande nebulosa delle numerose componenti movimentiste della società civile mondiale che si battono nella prospettiva dell”acqua bene comune” pubblico mondiale, e per la concretizzazione del diritto universale all’acqua potabile, giungeranno a identificare i percorsi comuni da realizzare in comune in detta prospettiva al Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua (FAMA) che si terrà dal 17 al 22 marzo prossimo a Brasilia, in Brasile.

Io conto di essere presente e proporre la creazione di un Consiglio di Sicurezza dei Beni Comuni Pubblici Mondiali (a partire dall’acqua, le sementi e la conoscenza).

Coloro che fossero interssati all’idea, possono contattarmi via facebook o e-mail  (petrella.riccardo@gmail.com).

L’umanità deve mettersi in rivolta per i diritti universali ed i beni comuni pubblici mondiali.

Riccardo Petrella

«Il problema è il neo-liberismo: siamo libere solo nei consumi»

Ueno-ChizukoLe donne in Giappone sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Ueno Chizuko è considerata la più importante femminista del Giappone. Prese parte al movimento studentesco all’Università Kyoto, dove nel 1976 presso la «Società di studi di genere del Giappone» incontrò la materia che ha segnato la sua vita. Da allora ritiene ricerca e attivismo inscindibili.
È oggi a capo della Wan – Woman Action Network ed è professoressa emerita dell’Università di Tokyo, che forma larga parte della classe dirigente del paese. È autrice molto prolifica e tra gli altri di «Nationalism and gender».

Il Partito Liberaldemocratico (LDP) ha imposto la narrativa del jikosekinin. Cosa implica per le donne?
Jikosekinin è la parola chiave del neoliberalismo: significa responsabilità personale, qualsiasi cosa tu ottenga è tua responsabilità. Ma quella che viene data alle donne è solo un’apparente di scelta, le giapponesi sono divise in due categorie: un’élite che può lavorare come gli uomini e la maggioranza che lavora come irregolare, uno status molto inferiore.

Lei ha invitato a liberare l’uomo dal patriarcato, in che senso?
Liberarlo dai lunghi orari di lavoro e dalla responsabilità illimitata verso il datore di lavoro. Una volta impiegati a tempo pieno e indeterminato gli uomini giapponesi devono abbandonare la loro libertà e dedicare la loro vita alla loro impresa. È come affidare il proprio destino nelle mani del datore di lavoro. L’organizzazione d’impresa giapponese mantiene una forte assegnazione di ruoli. L’uomo è ancora considerato quello che porta a casa il pane. Il governo chiede alle donne di lavorare quanto gli uomini, ma quelle che possono farlo sono una minoranza.

E per farlo devono rinunciare alla maternità?
Non necessariamente. Quelle che hanno il sostegno di una famiglia agiata no. Una volta la priorità nell’investimento in una famiglia era data ai maschi, ma ora con così pochi figli le famiglie non si possono più permettere la discriminazione di genere e le madri aiutano le figlie a essere buone lavoratrici e buoni madri. Ma queste portano poi il peso di lavorare lunghe ore e dover anche curarsi dei figli, a volte trasferendone la cura alle nonne. Soffrono questo dilemma quando tornano da me dopo la laurea. Si lamentano soprattutto dei mariti. Queste ragazze praticano l’endogamia di classe, scelgono ragazzi d’elite come mariti che sono impegnati a salire la scala sociale. Questo è un dilemma che la nostra generazione non aveva. Per noi c’era solo la scelta secca tra lavoro o famiglia. Questo è un cambiamento forzato dal neoliberalismo che non avevamo sperato.

In quale parte della società giapponese c’è più segregazione di genere?
In termini di tradizione culturale la segregazione è più forte nelle società musulmane. Questo tipo di segregazione è comune però anche al Giappone. Le donne hanno il loro mondo e gli uomini il loro e sono abbastanza separati. Questa comunità omosociale è già lì sul luogo di lavoro e questo rende più difficile l’accesso delle donne al mondo del lavoro.

Per lei la compassione è un tema centrale. Ma in Giappone sembra diventare sempre meno, almeno nei discorsi di attivisti e politici di destra.
Questo è il risultato del neoliberalismo. Ma anche quel tipo di persone diventerà vecchio e debole. Puoi vivere nel modo che descrivono fino a 60 anni, ma poi? La società del super invecchiamento è però una fortuna, ci permette di imparare quanto siamo fragili e che essere forti è solo una stato transitorio della vita. All’inizio come bambino sei molto fragile e dipendente e anche alla fine della vita ti trovi di fronte alla dipendenza in ogni caso. Attualmente il mio tema di ricerca è proprio l’assistenza, per me è stato un passaggio naturale dopo gli studi di genere, è un continuo. Bambini e anziani hanno bisogno di assistenza e questo implica dipendenza. C’è un mito globale dell’indipendenza, ma anche gli uomini sono dipendenti. All’inizio come bambini e poi come anziani.

Cosa intende il femminismo giapponese con «libertà di essere madre» e cosa lo lega all’aumento delle madri singole e all’aumento della povertà infantile?
Il contesto del femminismo giapponese è diverso da quello europeo. Le donne giapponesi avevano già acquisito il diritto al divorzio dopo la guerra mondiale e l’aborto era un diritto acquisito e il numero di aborti molto alto. La legge giapponese non assicura supporto finanziario dopo il divorzio. Solo il 20 per cento degli uomini continua a sostenere le ex mogli, questa è una delle cause dell’aumento della povertà.

In cosa sono libere le donne giapponesi?
Nel consumo. Hanno così tanta scelta, forse la miglior scelta del mondo. Se possono permetterselo, però.

Intervista:

Stefano Lippiello 

Donne globali, l’Italia ha un piano

Non-unaIl movimento Ni Una Menos“, che da due anni solca le strade di mezzo mondo, ha conosciuto anche l’adesione italiana.
Sorto come una delle sorprese più vitali del 2016, quando per la prima volta il 26 novembre il progetto “Non Una Di Meno” ha esordito in piazza a Roma insieme a migliaia di donne, si è poi consolidato attraverso assemblee regionali e cittadine che hanno lavorato alacremente lungo tutto il 2017.

Tavoli di lavoro per temi e la preparazione del grande sciopero globale organizzato per l’8 marzo, l’intento iniziale è stato rispettato: il Piano femminista antiviolenza contro la violenza maschile, nelle sue 57 fitte pagine, è stato presentato non più di un mese fa, alla vigilia del secondo appuntamento romano per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

In principio con la collaborazione tra Di.Re, Udi e la rete Io Decido, “Non Una Di Meno” ha raccolto da subito il consenso di molti collettivi e gruppi che si sono riconosciuti nel denominatore comune della libertà femminile per fare arretrare la miseria del vittimismo in tema di violenza maschile contro le donne. (Vedi: Sulla violenza, ancora)
Ma, soprattutto il riconoscimento del confrontarsi tra pratiche diverse, diventando «casa delle differenze», ha segnato il punto di una serie di battaglie.
Prima fra tutte quella di collocarsi nell’ambito internazionale, globale di un femminismo che trova la sua rigenerazione non azzerando ciò che è stato ma augurandosi di trovare maggiori intersezioni possibili.

Leggendo il Piano antiviolenza si scopre un documento politico capace di fotografare il presente e la sua complessità: tra lavoro, scuola, welfare, ambiente e tanto altro, seguendo il saldo protagonismo delle donne che non cede mai il passo all’automoderazione e alla convenienza partitica ma interroga costantemente i guadagni del femminismo per fare circolare una scommessa di civiltà.

Per tutte e tutti.

Alessandra Pigliaru

Auguri, per non dimenticare!

2018Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati: primo gennaio 2017.

http://www.dimensionidiverse.it/2017-che-ci-resta-da-fare/

Serve per fare Memoria e proiettare il nuovo giorno: primo gennaio 2018.

Un giorno lungo 365 giorni, liberati dalla forza resiliente che ri-anima il desiderio della ricerca della diversità personale; diversità che ci distingue e ci rende parte attiva nelle “piazze” degli incontri: dei saperi e della critica, della giustizia e del diritto, dell’accoglienza e della lotta.

Serve a sviluppare Memoria là dove le parole “costituenti”, la lotta di libertà e la lotta antifascista, non sono più specchio dell’anima politica che li sottende.

Serve a cogliere il grido di pace contro la sovversione di un sistema speculativo che misconosce l’umanità e la Natura che nell’universo alimenta la Vita.

Serve a sviluppare e promuovere una coscienza contro l’indifferenza e l’arroganza asservite al potere privato.

Serve infine a ricordare che Amore e Bellezza sono patrimonio dell’umanità, una dimensione globale che anima e lega ogni lotta necessaria a voler attivare pratiche politiche di cambiamento.

Auguri, per ricordare!

La libertà non è un sogno del passato ma una lotta al presente.

Diversi-x

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