Monthly Archives: settembre 2018

Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

Nella Giornata ONU per l’abolizione delle armi nucleari azioni in 13 Paesi contro la banca che le sostiene con 8 miliardi di dollari

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari, voluta dall’ONU in ricordo del coraggio del Colonnello sovietico Stanislav Petrov, che salvò il mondo nel 1983 scegliendo di fermare una risposta missilistica contro gli USA a fronte di un attacco segnalato (e rivelatosi poi un errore del sistema informatico). Un gesto importante e per troppi anni misconosciuto (per ulteriori informazioni si veda in coda al comunicato).

La International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) attuale Premio Nobel per la Pace (e di cui fanno parte in Italia Rete Disarmo e Senzatomica) ha colto questa importante occasione ed anniversario per invitare l’istituto finanziario BNP-Paribas a ritirare il proprio sostegno (che vale 8 miliardi di dollari!) alla produzione delle armi nucleari, presto attività considerata illegale secondo il diritto internazionale.
Sono 16 le proteste simultanee che si svolgono in 13 Paesi in cui opera la banca.

Sebbene BNP-Paribas abbia sulla carta un codice di condotta che limita i finanziamenti alle società associate alla produzione di armi nucleari, in poco più di 4 anni ha fornito 8 miliardi di dollari Usa a 16 diverse società produttrici di armi nucleari. Lo stesso Istituto è inoltre da anni ai vertici dell’elenco di banche armateche forniscono servizi di supporto all’esportazione di sistemi d’arma e produzioni militari italiane.

“La ‘banca per un mondo che cambia’ (secondo lo slogan pubblicitario utilizzato) ha l‘opportunità di concretizzare un cambiamento reale e contribuire a un mondo libero dalla minaccia nucleare” dichiara Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN. “Stanno continuando ad investire in armi che sono inumane e violano il diritto umanitario e le leggi di guerra. Un investimento che non è né etico né solido economicamente”.

Susi Snyder di Pax Olanda, aggiunge: “BNP-Paribas dovrebbe pubblicare immediatamente la propria ‘lista nera’ con le aziende escluse dai propri finanziamenti e nel contempo aumentare la trasparenza su dove stanno o non stanno investendo. Un istituto che intende essere leader negli investimenti sostenibili non dovrebbe avere nulla da nascondere”.
Susi Snyder, che sarà tra i principali ospiti della Marcia della Pace Perugia-Assisi del prossimo 7 ottobre invitata da Rete Italiana per il Disarmo e Campagna Senzatomica

Il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato dall’ONU nel luglio 2017 e che entrerà in vigore dopo che altri 35 Stati si saranno uniti ai 15 che lo hanno già ratificato, vieta qualsiasi tipo di assistenza alla produzione o alla fabbricazione di armi nucleari – compreso il finanziamento delle società coinvolte. Altri quattro stati ratificheranno oggi il Trattato con una cerimonia durante l’Assemblea Generale ONU di New York, portando il totale a 19 e mantenendo quindi il ritmo per farlo diventare legge internazionale entro l’anno prossimo.

In Italia la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari è rilanciata da Rete Disarmo e Senzatomica come parte della mobilitazione “Italia, ripensaci” che intende spingere Governo e Parlamento a modificare la posizione del nostro Paese, attualmente contraria, rispetto al Trattato TPNW. Lo scorso 7 luglio (primo anniversario del voto ONU sul Trattato) sono state consegnate simbolicamente a Roma oltre 31.000 cartoline e 150 Ordini del Giorno di Enti Locali a sostegno di “Italia, ripensaci” ed è previsto a breve un rilancio delle azioni di pressione sui parlamentari e sul Governo.

Ulteriori informazioni: https://bnp.dontbankonthebomb.com/

La scuola è il luogo dove battere l’intolleranza

Nel paese crescono ignoranza e indifferenza ai soprusi, la scuola è il luogo privilegiato dove elaborare le paure vere e quelle costruite. Ma deve cambiare registro

È il momento di riprendere la parola, sarebbe imperdonabile far finta di niente quando nel Paese si sta rapidamente volatilizzando quella idea di società democratica, aperta, plurale, pronta a cercare risposte nuove alle esigenze di sempre, oggi più urgenti, di convivenza.

La scuola è il laboratorio dove storicamente il Paese ha cercato risposte, il luogo pubblico civile che chiede l’ascolto e l’accordo reciproco per raggiungere gli obiettivi di ciascuno.

La scuola italiana ha integrato dal dopoguerra in poi prima i figli dell’immigrazione e dopo i nuovi italiani, senza lasciare in un angolo i portatori delle tante e diverse disabilità.

Occorre agire, e farlo in forma collettiva, per lanciare un segnale forte e significativo contro la rottura di argini all’intolleranza che credevamo indistruttibili. La scuola vince l’intolleranza con la conoscenza.

Perché abbiamo il dovere di insegnare a porsi delle domande e a cercare le risposte. Contro l’oscurantismo, l’approssimazione e l’ignoranza dobbiamo mettere in campo il sapere scientifico e la ricerca; il linguaggio della matematica e della logica; la conoscenza della storia, con tutto quello che significa; la consapevolezza del proprio corpo; la bellezza e l’importanza dell’arte e di tutte le forme espressive; la letteratura, che aiuta a capire il mondo, le passioni e i sentimenti; la costruzione del pensiero critico.

È UN DOVERE che tuttavia è anche la nostra più grande risorsa per educare alla convivenza perché se attraverso lo studio disciplinare insegniamo a interpretare la realtà, ad ascoltare e a ragionare, a interloquire tra pari sentendosi liberi di essere se stessi, si insegna anche il rispetto verso tutti.
La scuola è veramente scuola se fa sentire ciascun alunno e alunna «soggetto», portatore di valori e di aspettative da sviluppare, ma in un contesto in cui si è costantemente «soggetti all’altro», che sarà conosciuto e rispettato nella sua singolarità grazie alla collaborazione che la scuola impone fra tutti.

Fuori non è così. Fuori, nel Paese, sembrano crescere ignoranza, arroganza, indifferenza ai soprusi dei fondamentali diritti dell’uomo nel nome di una effimera ricerca di sicurezza, utilizzando argomenti e falsificando la realtà al solo scopo di fomentare le paure.
È questo il clima culturale che permette a una politica della crudeltà, indegna in qualunque Paese voglia dirsi civile, di diventare possibile.

LA SCUOLA È IL LUOGO privilegiato dove elaborare le paure, quelle vere e quelle artatamente costruite, e dove prendere la rincorsa per saltare quei muri che purtroppo ovunque stanno rialzandosi.

Dove se non nelle aule e nei laboratori, che sempre più diventano un ologramma di mondo, può costruirsi quella «convivialità delle differenze» che sappia fare di esse una risorsa preziosa per l’apprendimento?

Ma gestire le diversità in classe è una fatica che può diventare improba se non si mette in discussione lo schema tradizionale, e purtroppo resistente, rappresentato dalla triade spiegazione- studio individuale- interrogazione, di fronte al quale la disomogeneità della classe rappresenterà sempre un problema e la crescente varietà degli alunni lascerà traccia solo nella crescente varianza della distribuzione dei loro esiti.

ECCO PERCHÉ NON È sufficiente insegnare la Carta costituzionale se ciò avviene in una scuola che non si faccia carico di essere presidio di democrazia del Paese; che non riesce a rispettare il mandato che la Costituzione stessa le ha dato con l’articolo 3: quel «rimuovere gli ostacoli» impegna in primis la scuola, ma quando leggiamo che abbiamo perso negli ultimi 12 anni 3 milioni e mezzo di studenti dobbiamo dirci che la nostra non è ancora la scuola secondo Costituzione.

Dobbiamo cambiarla, perché non si fa inclusione in una scuola fatta ancora per escludere.

Se non la cambiamo, la scuola risponderà alla diversità degli alunni introducendo diversità nei percorsi, nei progetti, nei piani; non dando a ciascuno il supporto di cui ha bisogno nel percorso di tutti, ma individuando un percorso per ciascuno. Sarà la deriva anche inconsapevole dell’impossibilità di dare le risposte giuste senza fare spazio alle domande dei nostri alunni.

La precondizione dell’inclusione la si trova nei tempi distesi perché da un lato solo questi garantiscono la possibilità di instaurare una relazione educativa con ogni alunno, dall’altro ogni problematica importante ha bisogno di tempi e metodi adeguati per poter essere acquisita in modo significativo.

DOBBIAMO METTERE in discussione la lezione puramente trasmissiva, il ruolo passivo degli studenti, l’intoccabilità dei contenuti, l’erosione costante del tempo curricolare che va di pari passo con l’esplosione dell’extra curricolare, ormai contenitore/recinto di progetti di ogni tipo, che di comune acquisiscono la totale ininfluenza sulle dinamiche quotidiane della scuola.

Bisogna rimettere in discussione il voto, che è il nemico del piacere di apprendere.
Dobbiamo compiere scelte radicali, diminuire la quantità di contenuti e fare della scuola un centro di ricerca permanente per la co-costruzione della conoscenza. Un luogo di studio anche per gli insegnanti.

L’insegnamento può essere efficace se ogni studente è interessato, motivato e attivo nella costruzione della conoscenza, all’interno della dimensione sociale, nel contesto della classe. Come si vede stiamo indicando tutta un’altra scuola rispetto a quella attuale, tradizionale, enciclopedica, trasmissiva e nozionistica.

Non si può fare tutto, occorre scegliere: l’obiettivo da raggiungere è la profondità e significatività delle conoscenze, non la quantità.
Il sapere sarà significativo per gli studenti se da un lato esso è sviluppato prima di ogni cosa in un contesto di apprendimento motivante, capace di dialogare con il loro mondo e con le loro esigenze, in modo da rendere ciascuno soggetto attivo nella costruzione della conoscenza; dall’altro se è un sapere a loro accessibile ed esplorabile in profondità, cioè non atomizzato, ma connesso a molti altri fatti, conoscenze, concetti.

SERVE UN GRANDE ESERCIZIO di pensiero, con la consapevolezza che non ci sarà un’alternativa a questa scuola – a questa politica, a questa società – se non ci sarà un pensiero alternativo che la sorregga.

Sappiamo che le risposte in tempi brevi non sono facili e che ci vorrà tempo, ma proprio per questo siamo chiamati ad agire subito, nell’immediato, per difendere le possibilità e le potenzialità che sono presenti nella scuola.

Riprendiamo la parola. Ricominciamo a pensare.

Cidi (centro di iniziativa democratica degli insegnanti)

Da il manifesto – edizione del 19.09.2018

Missing at the borders

Persone non numeri”.

E’ questo il principio essenziale da cui nasce il progetto Missing at the borders con l’obiettivo di dare voce ed espressione al dolore delle famiglie dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata nel raggiungere l’Europa.            

L’iniziativa autofinanziata è promossa da una rete di organizzazioni, attive su entrambe le sponde del Mediterraneo, che hanno unito le forze con le famiglie dei migranti. In prima linea fin dalla nascita del progetto Milano senza frontiere, insieme ad altri soggetti coinvolti nell’opera di sensibilizzazione voluta con Missing at the borders: Como senza frontiere, Palermo senza frontiere, Carovane Migranti, Association des travailleurs Maghrèbins de France, Alarm Phone e Watch the Med.

Uno degli strumenti creati dalla rete per raccontare il triste fenomeno dei “nuovi desaparecidos” è il sito internet www.missingattheborders.org.
Da qualche giorno online, il sito dà spazio a numerose storie e testimonianze dei parenti impegnati nella denuncia delle politiche migratorie europee che, non concedendo la possibilità di un ingresso regolare, costringono le persone a rischiare la vita per arrivarci privandole del diritto alla mobilità sancito nell’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani.        

Al momento sul sito sono presenti approfondimenti in relazione al fenomeno dei migranti nelle realtà di Paesi quali Tunisia e Algeria. Particolarmente interessanti e toccanti, le singole testimonianze con video in cui sono intervistate singolarmente le famiglie dei migranti: la loro voce racconta aneddoti, percorsi di vita e scelte fatte trasformando davvero i drammatici “numeri” associati al fenomeno in fatti reali accaduti a queste persone.

Edda Pando di Milano senza frontiere dice: “Anno dopo anno migliaia di persone scompaiono lungo i confini nel corso del loro viaggio migratorio.
Si stima che dal 2000 il numero delle vittime abbia superato le 35 mila unità. E nessuno sa quante siano esattamente quelle lungo i percorsi che dall’Africa subsahariana e dal Medioriente portano verso le coste meridionali del Mediterraneo.
Quello che Missing at the borders chiede è giustizia, verità e dignità per le famiglie; che si diano risposte concrete su quanto successo ai loro familiari scomparsi, che l’UE cessi di esternalizzare la sorveglianza delle frontiere e che sia garantito a tutti e a tutte la libertà di movimento
”.

Alla base del progetto Missing at the borders vi è l’idea che la presenza come soggetto politico dei parenti dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata sia fondamentale per denunciare e mostrare le conseguenze della criminale politica migratoria europea e dei singoli Stati. 

Si parla di nuovi desaparecidos perché, come ha detto Enrico Calamai, ex vice console italiano in Argentina durante gli anni 70, “la desapariciòn è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza o possa almeno dire di non sapere”.
Calamai membro del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, di cui fa parte anche Milano senza frontiere è stato il primo a usare questo termine.

Conclude lo stesso Calamai: “I familiari dei migranti si sono conosciuti cercando i loro figli negli ospedali, nei ministeri, nei commissariati andando a fare denuncia. Ciò che di fondamentale li accomuna è l’aver fatto un salto di coscienza e di conseguenza non accettare che la loro tragedia sia dovuta ma agire per avere giustizia e far sì che, anche grazie alle loro testimonianze, nel futuro episodi simili non si ripetano”.

Nel sito saranno pubblicate ogni mese nuove testimonianze tramite videointerviste realizzate anche grazie a chi vorrà fare una donazione al progetto dalla pagina web che riporta indicazioni e i riferimenti della rete di associazioni. 

 www.missingattheborders.org

VIDEO

La fame nel mondo aumenta per il terzo anno consecutivo

Sono 821 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2017, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Tra le principali cause l’impatto del cambiamento climatico.

Per Oxfam (confederazione internazionale per la riduzione della povertà) “Uno scandalo e un passo indietro di dieci anni”

Secondo il rapporto pubblicato oggi dalle Nazioni Unite su nutrizione e sicurezza alimentare, 821 milioni di persone nel mondo sono state vittime della fame nel 2017, 6 milioni in più rispetto al 2016.
Tra le cause principali “eventi climatici più intensi, frequenti e complessi”, che costituiscono, secondo il report, uno dei fattori principali della crisi alimentare in corso, a causa della quale 94.9 milioni di persone hanno dovuto fare affidamento sugli aiuti umanitario per poter sopravvivere.

Siamo sgomenti nel constatare che per il terzo anno consecutivo la fame nel mondo è in crescita.ha detto Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International – Siamo tornati indietro di dieci anni. Mai come ora abbiamo la certezza che la fame è un prodotto dell’azione umana che alimenta povertà e disuguaglianze, guerre, malgoverno, sprechi e cambiamento climatico. Per sconfiggere definitivamente questo inaccettabile stato di cose, ci vuole lo stesso impegno politico che stiamo mettendo nel lasciare intere comunità morire di fame.
Dobbiamo fare di più per spingere i nostri governi a lavorare affinché ogni cittadino possa avere accesso, in modo sicuro e economico, al cibo necessario per sopravvivere. – continua Byanyima – Questo significa raddoppiare gli sforzi per risolvere i conflitti, ridurre il consumo di energie fossili e sostenere l’adattamento dei Paesi poveri ai cambiamenti climatici. Sappiamo cosa va fatto. È solo questione di volontà politica”.

SEMPRE PIU LONTANO L’OBIETTIVO FAME ZERO ENTRO IL 2030

Per ogni agricoltore che perde il proprio raccolto a causa di tempeste imprevedibili e per ogni allevatore che vede il proprio bestiame morire di fame durante la siccità, si allontanano le probabilità di tenere fede agli impegni assunti da tutti i Governi per raggiungere l’obiettivo Fame Zero nel 2030 – ha aggiunto Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia
L’anno scorso assieme ai nostri partner abbiamo lavorato in oltre 35 Paesi per fornire aiuti alimentari alle popolazioni più vulnerabili.
Come in Yemen, dove abbiamo distribuito a più di 320 mila persone soldi per comprare cibo, o a Cox’s Bazaar, in Bangladesh, dove lo scorso agosto 144 mila rifugiati Rohingya hanno ricevuto voucher per acquisti alimentari.
Ogni mese poi partecipiamo alla consegna di cibo
per 260mila persone in Sud Sudan, un Paese in cui lavoriamo dal 1983, ma che è ancora afflitto dalla guerra e, di conseguenza, dalla fame.
Continueremo a combattere per ognuna delle persone che ancora soffrono la fame. Per noi non sono numeri ma la nostra ragion d’essere.
– conclude Byanyima – Hanno bisogno di soluzioni concrete e durature, non solo di una ciotola di cibo”.

11 settembre 2018

http://www.vita.it/

Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Il Ministro dell’Interno ha recentemente annunciato la propria intenzione di trasformare la struttura di proprietà del Ministero della Difesa di via Corelli, attualmente Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), in un Centro Per il Rimpatrio (CPR), secondo la nuova denominazione scelta dalla Legge Minniti-Orlando dello scorso anno; si tratterebbe, come i più ricorderanno, di un triste ritorno al passato, dal momento che la stessa struttura ospitava in passato il CIE, istituto al quale quello nuovo del CPR è del tutto identico, salvo alcuni ritocchi puramente cosmetici.

Già nella primavera del 2014 si assistette a un primo tentativo di riaprire il CIE di via Corelli, contro il quale anche noi ci mobilitammo; tale tentativo infine fallì, anche per la ferma opposizione dell’Amministrazione comunale, che anche in questa occasione si è pronunciata negativamente.
Contro questa ipotesi, noi pensiamo sia possibile e necessario dar vita ad un movimento di opposizione solido e ampio, che coinvolga tutti i soggetti che quotidianamente s’impegnano per il supporto e la tutela dei diritti delle persone migranti, ma anche quante e quanti hanno a cuore il rispetto della dignità e la difesa dei diritti fondamentali che spettano a ogni essere umano.

Nel contempo lo schema di decreto fatto trapelare dal ministero dell’interno giovedì    scorso, vista la gravità delle disposizioni in esso contenute, abbiamo ritenuto di fare    appello al Presidente della Repubblica perché si rifiuti di firmarlo.

Come Naga, abbiamo ripetuto molte volte che ciò che viene sperimentato sulle persone migranti, prima o poi sarà praticato su settori sempre più ampi della popolazione, e purtroppo ne abbiamo avuto nel tempo numerosi riscontri.

Lettera al Presidente della Repubblica.

I dati del Ministero dell’Interno smentiscono Salvini

I dati del Ministero dell’Interno: Omicidi – il 14%, rapine – 11%, Sbarchi – 76%. Il rapporto sicurezza descrive un paese diverso da quello che Salvini scrive sui social

L’emergenza criminalità? Un ricordo del passato. Così come quella dell’immigrazione, verità raccontate dal report del ministero dell’Interno, il primo dell’era Salvini, pubblicato, come ogni anno, a cavallo di Ferragosto.

Il documento raccoglie i dati che vanno dal primo agosto 2017 a quello 2018, raccontando una storia scritta per buona parte prima del 4 marzo. I numeri ufficiali sulla sicurezza in Italia parlano chiaro:

  • i delitti sono diminuiti del 9,5 per cento,
  • gli omicidi del 14 per cento,
  • furti e rapine, rispettivamente, sono scesi di 8,7 e 11 punti.

Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, in circolazione rimane un solo latitante di massima pericolosità: Matteo Messina Denaro.

Gli sbarchi? Ovviamente dimezzati. E tra gli atti di indirizzo rivendicati c’è anche l’avvio della procedura di modifica della carta d’identità elettronica, con «la relativa ricevuta l’indicazione di “padre” e “madre” in luogo di “genitori”».

La lotta alla criminalità organizzata. Il dossier sicurezza parte proprio da qui, dal numero di mafiosi arrestati nell’ultimo anno. Se fino a ferragosto 2017 a finire in cella sono stati 1.627 affiliati, nell’anno successivo sono stati 1.662, tra i quali 53 latitanti, otto in più rispetto al periodo precedente.

Il lavoro delle forze dell’ordine ha consentito di portare in cella tutti i boss meritevoli di rientrare nell’elenco dei super ricercati del Viminale: l’ultimo ad essere incastrato è stato Rocco Morabito, boss di ‘ ndrangheta, ricercato dal 1994 e arrestato il 4 settembre 2017 a Montevideo, in Uruguay. Messina Denaro rimane dunque l’ultimo degli eterni fuggitivi, nascosto nel buio dal 1993 e con una sentenza di condanna al carcere a vita pendente sulla sua testa.  
Sono diminuite, invece, le operazioni di polizia giudiziaria: il numero è sceso da 175 a 154.

AMMINISTRAZIONI SCIOLTE PER MAFIA

Sono aumentati gli accessi ispettivi antimafia nei Comuni: da 24 a 26, dei quali dieci attualmente in corso. A ciò si aggiungono i drammatici numeri relativi agli scioglimenti delle amministrazioni comunali: da 26 si è passati a 34, di cui 24 nuovi e dieci proroghe, con la Calabria che si conferma primatista degli scioglimenti, con la metà dei Comuni interessati.
Numeri alti quelli relativi a sequestri e confische: nell’ultimo anno sono stati 22.650 i beni congelati, dei quali 1068 aziende, per un totale di 4.592 milioni di euro.
Numeri che, però, in alcuni casi non hanno superato la prova definitiva: le confische sono infatti 9.620, per un totale di 477 aziende e un valore di 3.227 milioni di euro.
Attualmente, l’Agenzia nazionale dei beni confiscati ha in gestione 21.265 beni, dei quali 3.018 sono aziende.

IL TERRORISMO INTERNAZIONALE

Cambiano di poco i numeri relativi alle espulsioni per motivi di sicurezza: 96 fino al 31 luglio 2017, 108 fino al 2018, dei quali due imam.
Raddoppiato, invece, il numero degli estremisti arrestati: sono 43 quelli dell’ultimo anno, contro i 24 del periodo precedente, mentre i foreign fighters monitorati sono stati 135, dieci in più in un anno, dei quali 48 deceduti e 26 rientrati in Europa.
Cresce a dismisura il numero delle persone controllate: 510.492 contro le 272.557 dell’anno precedente.

DELITTI DIMINUITI DEL 9,5 PER CENTO

I numeri parlano di un sensibile calo dei delitti, che sono scesi da 2.453.872 a 2.240.210. Diminuiscono gli omicidi (passati da 371 a 319, dei quali 30 attribuibili alle mafie), le rapine (passate da 31.904 a 28.390) e i furti (scesi da da 1.302.636 a 1.189.499), ma anche le operazioni contro l’abusivismo commerciale e la contraffazione, passate da 50.390 a 45.994, con quasi 120 milioni di articoli sequestrati per un totale di 1,159 miliardi di euro (circa 300milioni in meno). Preoccupano ancora, invece, i numeri della violenza sulle donne, con una diminuzione del 26,3 per cento delle denunce per stalking e un aumento del 20 per cento gli ammonimenti del Questore, dei quali in 429 casi – poco meno della metà per violenza domestica.
Gli omicidi volontari riguardano ancora, in un terzo dei casi, le donne e ben 134 avvengono in ambito familiare, il più delle volte commessi dal partner (48 casi) o da un altro familiare (70 casi).

SBARCHI PIÙ CHE DIMEZZATI

C’è da giurarci che il tema che interessa maggiormente il ministro dell’Interno Matteo Salvini è quello dell’immigrazione.

E nel report del suo dicastero i dati sono per lui confortanti, sebbene relativi ancora quasi tutti al governo precedente: 42.700 immigrati arrivati in Italia contro i 182.877 dell’anno precedente, quando gli scafisti arrestati erano stati 536, contro i 209 dell’ultimo anno. La percentuale è altissima: meno 76,6 per cento. Tra gli arrivi si contano anche 6mila minori non quattro volte in meno rispetto ai dati contenuti nel report dello scorso anno.
Diminuite le domande d’asilo (82.782 contro 144.099), ma sono aumentate le domande di protezione internazionale esaminate, delle quali solo il 39 per cento ha ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione.

Aumentano dunque i dinieghi (53,8 per cento) e di conseguenza i rimpatri, anche se di poco: da 6.378 si è passati a 6.833, dei quali 1.201 volontari assistiti.

La geografia della migrazione è dunque cambiata, ma il numero di stranieri regolarmente soggiornanti rimane quasi invariato: sono 4.116.721, ovvero centomila in più.
Ma tra i risultati amministrativi il report annovera anche la riduzione dei tempi per l’esame delle istanze d’asilo, con indicazioni ai Prefetti «per la razionalizzazione e il contenimento delle spese dei servizi di accoglienza per i richiedenti asilo», come testimoniato dal caso Riace, quello che ha fatto più scalpore.

Simona Musco
da il dubbio

Quando i morti hanno un nome e una storia le cose cambiano

Una shitstorm (tempesta di merda) sta offuscando le menti di molti europei, e l’altruismo, la compassione, l’empatia, il rispetto, la cooperazione, sono ridotti ai minimi termini o scomparsi. Politici improvvisati, giocano sadicamente, con la vita di decine di migliaia di migranti, ogni giorno in Europa. I migranti sono persone prive di valore economico, e quindi spazzatura per questa società neoliberista.
Rappresentano scarti umani, rifiuti della società, al massimo schiavi.
I rifiuti sporcano, ingombrano, vanno eliminati o messi in discarica.
Meglio se si auto-eliminano.

Alle persone che si sono tolte violentemente la vita, di fronte all’ultima porta sbattuta in faccia della Fortezza Europa, è dedicato questo articolo. Per ricordare, con affetto, se non le storie, almeno i nomi di questi nostri invisibili fratelli e sorelle.

Il Guardian ha pubblicato, lo scorso giugno, una lista di nomi di migranti morti, compilata da United for Intercultural Action, per la campagna “Fatal Policies of Fortress Europe”: No More Deaths – Time for Change cosultabile qui (https://j-mag.ch/the-list-of-the-34361-men-women-and-children-who-perished-trying-to-reach-europe-since-1993/)

Secondo questa lista, 34.361 sono i migranti morti negli ultimi 25 anni dall’aprile del 1993, all’aprile 2018, affogati, sparati, assiderati, soffocati, suicidati, un numero che andrebbe moltiplicato per 4, considerando le morti in itinere, nel deserto, nei campi di concentramento libici, i dispersi in mare etc.
Tra giugno e luglio 2018 ci sono state altre 721 morti in mare, secondo un rapporto di Amnesty International. Senza contare le persone detenute e torturate nei lager libici.

Tutte morti che non fanno notizia.

Dalla lista del Guardian, abbiamo estrapolato, le morti per suicidio, che sono state complessivamente 340, numero anche questo sicuramente sottostimato. 30 sono stati i suicidi delle donne, e su questi dirigeremo la nostra attenzione.

Il suicidio è un fenomeno di natura multidimensionale in cui si intrecciano fattori sia individuali che sociali. Nel caso dei migranti si situa al termine di una overdose inimmaginabile di sofferenza e di soprusi di tutti i tipi.
Il colpo di grazia è la lentezza esasperante della burocrazia, la detenzione, il mancato diritto di asilo, la separazione forzata dai propri cari, la minaccia di espulsione, il rimpatrio forzato, l’emarginazione.

Queste donne avevano una fascia di età che variava dai 19 ai 79 anni, provenivano da 23 paesi diversi, dal Congo, alla Palestina, dall’Iran all’Algeria, dalla Bosnia, allo Zimbabwe. 9 si sono suicidate in Inghilterra; 7 in Germania; 3 in Italia; 2 in Spagna, Olanda e Svezia;1 in Svizzera, Grecia, Francia, Lussemburgo; di 1 non abbiamo notizie.

Di ciascuna di loro non ci rimangono che poche scarne righe, le generalità, il motivo del gesto autolesivo, il luogo di nascita e di morte. Solo della più giovane siamo riusciti a ricostruire, seppur molto parzialmente, la tragica storia degli ultimi 2 anni di vita, grazie all’articolo del ‘Berliner Zeitung’ del 29 aprile scorso intitolato “Dramma familiare Una giovane donna uccide il suo bambino e poi se stessa”.

La storia emblematica di una ragazza eritrea Snaid Tadese, era una giovane mamma di 19 anni, un’eritrea, che al culmine della disperazione, prima ha strangolato il suo bambino Nahom e poi si è impiccata, il 20 aprile di quest’anno a Eckolstädt, in Germania.
Snaid è di fede cristiana e scappa dalla feroce dittatura eritrea, che perseguita ed uccide i cristiani. Durante la fuga, nel 2016, in Sudan incontra Tadić, che sarà il padre del suo bambino.
Siamo andati per una settimana su un camion attraverso il Sudan, 81 persone in camion”, racconta Tadić, “Poi il conduttore ci ha venduto a un altro gruppo, che ci ha distribuito su tre auto e ci ha guidato attraverso il deserto in Libia”.
Ci sono stati crudeli incidenti durante l’attraversamento della Libia. Snaid ne era profondamente sconvolta e traumatizzata. Poi in barca sono arrivati in Italia e da lì con altri 30 eritrei sono giunti, ad Apolda (un paese della Turingia) dove hanno vissuto insieme ad altri connazionali, già ben inseriti nel contesto sociale, in una casa per rifugiati, in cui la polizia faceva continue irruzioni notturne alla ricerca di migranti senza permesso di soggiorno valido.
Snaid era molto spaventata da queste irruzioni. In seguito alla nascita del figlio, Tadić, e Snaid fanno domanda di assegnazione di una casa. La ottengono a 10 km di distanza a Eckolstädt, un centro asilo per rifugiati. Non ci vogliono andare perché non vogliono lasciare il gruppo di eritrei, con cui avevano ricreato delle relazioni, dei punti di riferimento, ma la polizia li costringe a traslocare. Così si trovano isolati, insieme a siriani ed iracheni, senza nessun interprete, con una linea di bus, molto saltuaria, non funzionante nel weeek-end. I tre passano gli ultimi 5 mesi sempre chiusi in casa, Snaid è terrorizzata all’idea del rimpatrio. La relazione fra Snaid e Tadić, ovviamente si deteriora, Snaid fa un tentativo di suicidio. Infine a seguito di un litigio Tadić, va via per qualche giorno a casa di amici ad Apolda, ed al ritorno dopo due giorni si trova davanti al dramma.

Le altre ventinove donne morte di disperazione, nel fuoco, impiccate, precipitate, avvelenate.

Forsina Makoni era una donna di 79 anni, dello Zimbabwe, che si è gettata nel fuoco, nel 2002, a Gillingham, città del Kent, in Inghilterra, dopo che la sua richiesta di asilo era stata rifiutata. Forsina Makoni è il nono richiedente asilo che si è suicidato gettandosi nel fuoco, dal 1989 al 2017, in Inghilterra.

Altre ‘alight’ (incendiate) della lista del Guardian sono:
Nusrat Raza, che si è data fuoco, perché non aveva più diritto all’asilo, nel giugno 2005. Era una giovane pakistana che viveva a Bradford. Un testimone oculare l’ha descritta, ‘come una grande palla di fuoco che proveniva dalle stelle’;  
NN, una donna francese di 60 anni si è bruciata viva a Parigi, nel 2008, per protestare contro la deportazione del suo compagno armeno. 
Becky Moses, è morta nel fuoco, a Rosarno, nel gennaio 2018, perché le era stato negato il diritto di asilo.

Suicide per impiccagione:
Djedjik Fatiha, una donna algerina di 39 anni, si è appesa con una sciarpa per la paura di essere rimpatriata, a Emmen in Olanda, il 22/02/03;
Beverley Fowler, una donna giamaicana di 32 anni, per la paura del rimpatrio, si è impiccata in prigione a Durham (GB) il 02/10/02;
B.H. una donna irachena di 74 anni si è impiccata in un centro di accoglienza tedesco, vicino Albbruck, distrutta dalle misere condizioni di vita, il 15/02/02;
J. Danielle, una donna algerina in gravidanza, detenuta nell’enclave di Ceuta, si èimpiccata nella stazione di polizia, in Spagna il 02/12/98.

Suicide per “precipitazione dall’alto” :
Senida P. una bosniaca di 26 anni, si è lanciata dall’ottavo piano, a Francoforte, per il terrore del rimpatrio, nel 2000;
Tatiana Serykh, una russa di 40 anni, si è suicidata lanciandosi col marito ed il figlio dal quindicesimo piano di un edificio a Glasgow (GB) il 07/03/10;
Nguyen Thi Nga, una donna di 34 anni, del Vietnam, si è gettata dalla finestra di un centro per rifugiati a Mespelbrunn, (Germania), per paura del rimpatrio 2001.

Suicide in clinica psichiatrica:
N.N. una donna dell’ Eritrea si è suicidata a Liestal, comune svizzero vicino a Basilea il 16/11/12;
Julia Kowaltschuk, sconosciuta, una rifugiata con sofferenza mentale, si è suicidata con una overdose di farmaci, il 10/05/04.

Suicida sotto un treno:
N.N. una donna dello Sri Lanka, richiedente asilo, si è gettata sotto ad un treno a Russelheim (DE), nel 1999.

Suicida per ingestione di liquido antifreeze:
Danielle Dominy, una donna brasiliana, di 30 anni si è suicidata così per la paura di essere separata dal marito, a Werrington, Cornwall (GB).

Gian Luca Garetti