2016 – Insegnare le parole in italiano ai migranti

italiano

italianoQuella del volontario insegnante nelle scuola di italiano per migranti, è una scelta di attività intensa perché necessita di superare i confini che la politica impone alla dignità umana e alle relazioni sociali.


La scelta di ricreare il rapporto con questa umanità dispersa, richiede di assumere la condizione da “migrante“:  predisporsi ad una “mobilità” rigeneratrice di una consapevolezza in costante “aggiornamento” rispetto alla dimensione del rapporto con la realtà sociale, economica e politica.

E’ la forza della memoria che rende resistenti e liberi a rendere possibile il viaggio: resistenti e liberi di vivere la propria diversità, capaci di emozioni e di cambiamento.

Oggi siamo nel mezzo di una realtà, sistema, in cui non c’è distinzione fra produzione e circolazione: bisogna produrre i consumatori, la domanda.

Il rapporto con la persona migrante non è una relazione ideologica, emozionale, manipolatoria, ma di reciproca consapevolezza del diritto nelle sue diverse articolazioni e soggettivazioni.

Chi insegna la Parola, sa di che parla.  Ha provato ad ascoltarla, a comprenderla, a coniugarla.
Quando pronunciamo “io sono”, “tu sei”, “noi siamo”, scopriamo un mondo: il mistero dell’umano sociale.

Non è possibile rimanere indifferenti.
Io, Tu, Noi, sono la sequenza che sprigiona la sostanza dell’essere relazionante. La parola che segue mette in gioco la mia, la sua, la nostra “verità” che trascende la parola in sé per coniugare un sentimento, un’emozione, un’azione significante.

Io sono migrante – Tu sei migrante – Noi siamo migranti.
Questa, del migrante, è la dimensione che prende corpo nel volontario presente all’insegnamento.
Migrare per essere, per coniugare il verbo al presente, per significare il futuro.

La mia Parola – la tua Parola – la nostra Parola …
E’ la stessa coniugata nel tempo e nello spazio del presente che, assunta e condivisa, può caricare di significato specifico la diversità di ogni persona senza che la stessa venga omologata a quella dell’altra.

Una memoria disattesa.
Non è possibile, quantomeno corretto, (insegnare) accomunare parole se non impariamo a coniugare la “grammatica” del sociale e della politica, quelle regole che (significano) danno, alle parole che prendono corpo, il giusto significato nelle relazioni, … il diritto di umanità.

Le parole prendono vita
L’insegnante volontario non è soggetto alla disciplina delle regole grammaticali. Su di lui grava la responsabilità che le diverse articolazioni delle parole non rimangano escluse dalla memoria e dalla storia.

L’insegnamento della lingua, pur costituendo il bisogno primo a cui rispondere, non è una trasmissione asettica, nozionistica:

  • Le parole, il linguaggio sono parti convenzionali che servono a comunicare, non sempre a comprendere e tanto meno a comprendersi.
    Il loro significato preminente non ha mai contenuti statici, si carica della memoria e dell’esperienza che socialmente si produce nelle diverse tipologie di rapporti sociali ed economici.
    Per questo richiedono sempre un “aggiornamento” oltre il loro significato letterale per assumere più correttamente quello sociale e politico. E questo vale in particolare nell’incontro con linguaggi e culture diverse (comunque con le diversità da rispettare), rese parti di un processo di comprensione generale.
  • Le relazioni con persone portatrici di “bisogni” sono da considerare sempre attraverso un approccio che abbia come fondamento i diritti umani.
    Si tratta perciò di ribaltare la logica preminente in atto nella nostra società (che fa del consumismo la logica dei rapporti sociali) partecipando e condividendo il “diritto” (e con esso la giustizia e la libertà) come parte fondante lo scambio di interesse comune.
    Per questo, l’insegnamento della lingua italiana ai migranti impegna a salvaguardare il diritto allo studio e alla conoscenza, quali basi essenziali per reinterpretare le condizioni di vita: nello specifico il “diritto di cittadinanza” che è il diritto di ogni essere vivente ad essere quella differenza caratterizzante la comune esistenza.
  • Per questo il rapporto deve essere franco, onesto, critico quanto basta per combattere il perbenismo, il razzismo della commiserazione, della sopportazione, delle superiorità, delle superficialità del rapporto, della differenza LORO-NOI, e neppure della banalità del volerci bene, del siamo fratelli e sorelle.
    La “comunicazione” tra e con loro, il “disegno”, il “gioco”, i “pensieri scritti”, i “commenti” … sono parti della comprensione e dello scambio tra soggetti di diritto.
  • Da questo punto di vista la “lezione” che proponiamo risponde ad una necessità, ma è al contempo uno scambio solidale.
    Quando diciamo “io mi chiamo …” non intendiamo rappresentare solo un nome, ma una persona, una storia personale, sociale, politica, …
    Così quando spieghiamo “noi …”, non è solo una particella pronominale, ma un insieme comunicativo di persone, contesti culturali, sociali, politici, … una comunità.
    Altrettanto quando esplicitiamo “io sono …”, “io ho …”, non decliniamo solo i verbi essere e avere, ma comprendiamo la sostanza positiva e/o negativa del “valore” umano, personale, sociale, politico.