Monthly Archives: settembre 2017

Due date – una memoria – per una diversa umanità

3-ottobre2013

2-ottobre2 ottobre 2017

Il 2 ottobre 2007, nell’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi 1869, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promosso la Giornata internazionale della nonviolenza.

La risoluzione, riaffermando “la rilevanza universale del principio della nonviolenza“, chiede a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre in maniera adeguata così da “divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica

La nonviolenza è un principio attivo dell’agire politico
L’insegnamento di Mahatma Gandhi è di grande lucidità e chiarezza

  • “La nonviolenza è il primo articolo della mia fede: anche l’ultimo articolo del mio credo”;
  • “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”
  • “Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi”

Le sue convinzioni influirono molto sui principi sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, anno della morte di Gandhi.

3-ottobre20133 ottobre 2017

Lampedusa 3 ottobre 2013, alle 4.30 del mattino, un barcone carico di persone migranti partito dalla Libia si rovescia a 800 metri dall’Isola dei Conigli. Una strage, 366 i morti, decine i dispersi.

Il 3 ottobre sarà la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione.
Una “memoria” fortemente disattesa dalla politica dei Governi che si sono succeduti, fino ai giorni nostri dove il massacro delle persone che cercano una nuova dimensione di vita viene assicurato in paesi dove si legittima ogni tipo di violenza.

Due date – la stessa memoria – un impegno ribelle

Il sistema-mondo si sta sgretolando sotto il peso del dominio sempre più violento del capitale e del suo mercato concorrenziale.

Disuguaglianze, guerre, razzismi, precarietà, pensiero unico schiacciano ogni giorno di più la vita di coloro che vivono in basso; …  ma non c’è dominio senza dominati.

Rispondere alla necessità di resistere, uscire dall’isolamento e dalla “nicchia”, è il forte richiamo alla libertà, alla giustizia e alla dignità di ogni essere umano e di ogni vivente.

L’anniversario di queste due date è di grande stimolo, l’occasione per far emergere nitida e forte la volontà dell’umanità cosciente che chiede pace, disarmo, smilitarizzazione, democrazia, giustizia, solidarietà, rispetto della vita, della dignità e dei diritti di tutti gli esseri umani, a tutela dell’unica casa comune dell’umanità.

Nel mentre assistiamo:

  • alle continue guerre di dominio, dittature, persecuzioni, schiavismo che mietono vittime in tante parti del mondo;
  • a dittatori folli che minacciano di provocare una catastrofe atomica; il nostro Paese non ha ancora sottoscritto l’impegno promosso dall’Onu per fermare la proliferazione nucleare;
  • all’Italia che continua a vendere armi a regimi che violano i diritti umani, alimentano guerre e compiono stragi;
  • alle devastazioni dei potentati economici che rapinano, devastano ed avvelenano tanta parte del pianeta;
  • alla ferocia di uomini che violentano e uccidono donne;
  • all’infuriare del razzismo nella società e nella politica del nostro Paese;

Riaffermiamo il dovere di opporci a tutte le violenze, con la responsabilità di persone solidali che lottano contro le ingiustizie per i diritti, contro ogni razzismo per la libertà e dignità di ogni essere umano.

 

Torture e morte delocalizzate

Detenzione-Libia

Detenzione-LibiaIn un’intervista pubblicata sul numero 37 di Left, Enrico Calamai sviluppa un’interessante e originale analogia fra il trattamento che Italia ed Europa stanno riservando ai migranti dopo gli accordi con la Libia (e quello precedente con la Turchia) e la strategia della “desaparicion” praticata dal regime militare argentino negli anni Settanta.

A quel tempo Calamai era un diplomatico in servizio nella nostra ambasciata a Buenos Aires e fu protagonista di una straordinaria azione di resistenza civile che permise a centinaia di italo-argentini di ottenere documenti validi per l’espatrio, nonostante la tiepidezza politica – chiamiamola così – dei nostri governi dell’epoca (Calamai ha raccontato la storia nel libro Niente asilo politico).

Calamai, intervistato da Donatella Coccoli, ricorda che al tempo del regime militare la sparizione degli oppositori era un metodo repressivo molto efficace, perché non comportava responsabilità evidenti delle forze governative, visto che le sparizioni erano attuate e gestite da invisibili gruppi paramilitari. Solo la straordinaria e intelligente protesta della “madres” di Plaza de Mayo – con le marce settimanali – avrebbe messo in difficoltà il regime e portato la vicenda all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Che c’entra tutto questo con la vicenda attuale dei migranti? C’entra, dice Calamai, perché oggi i governi europei hanno delegato ad altri il compito di far sparire mediaticamente i migranti, che hanno smesso di affacciarsi sulla costa di Lampedusa (e quindi sugli schermi delle nostre tv all’ora del telegiornale) grazie all’intervento, a seconda dei casi, di eserciti statali, milizie private, polizie, guardie costiere di paesi terzi.

In Libia, come ormai è chiaro, stiamo pagando fior di milioni di euro a capi  villaggio, signori e signorotti della guerra, trafficanti di esseri umani per trattenere gli aspiranti all’emigrazione in centri di detenzione dove si pretenderebbe di chiudere persone innocenti ma “nel rispetto dei diritti umani”, secondo  la fasulla retorica corrente (e qui è consigliabile vedere il film L’ordine delle cose di Andrea Segre per capire di che cosa stiamo realmente parlando).

Siamo alla delocalizzazione della tortura. Questo lavoro sporco è lontano dai nostri occhi ma nessuno può fingere di non sapere.

[leggi anche Signor Minniti, questi si chiamano lager. VIDEO di Medu]

Oggi – dice Calamai – i governi creano le condizioni politiche ed economiche legali, commissive e omissive” affinché si arrivi all’eliminazione dei migranti dalla scena. Precisa Calamai: “Mi riferisco ai paesi che fanno parte della Nato e dell’Unione europea. Sono questi i protagonisti che hanno poi come manovalanza ed esecutori i governi poveri della sponda africana. Ma i protagonisti ‘intellettuali’, ripeto, di questa linea politica di morte, di massacro cercato e voluto, sono i governi europei e membri della Nato. Stiamo vivendo un periodo paragonabile a quello di fine anni Trenta, quando non esisteva ancora il termine genocidio, per cui si poteva fare qualcosa che non era un delitto, un reato internazionale”.

La chiusura delle porte ai migranti con la mano libera lasciata al governo turco, ai governi e alle milizie della Libia, per non parlare degli accordi stretti in altre zone calde nei luoghi di partenza, implicano necessariamente abusi, violenze e morte per migliaia e migliaia di persone, ma tutto avviene lontano da occhi indiscreti: dal Mediterraneo sono state allontanate anche le navi delle Ong e può succedere che un barcone vaghi alla deriva per sette giorni senza che nessuno faccia niente…

Ma tutti sappiamo. Come nella Germania degli anni Trenta l’istituzione di campi di detenzione per oppositori e indesiderati non fu un mistero, così tutti noi – governanti e cittadini – sappiamo bene che è stata presa la decisione di negare opportunità, speranze, diritti e spesso anche la vita a persone che altro non chiedono se non di avere un’opportunità di vita in Europa e nel Nord del mondo, lontano dalla miseria, dalla guerra, dalla desertificazione.

Il protagonista del film di Andrea Segre, quando incontra una ragazza in un centro di detenzione libico e ne coglie per intero l’umana disperazione, sembra concedersi la possibilità di seguire la via che la morale gli detta, ma poi decide di non farne niente. Rinunzia, con una semplice telefonata, a salvare la ragazza, e va a sedersi nella sua confortevole casa per una serena cena in famiglia, come se nulla fosse.

Quella scena è la metafora dell’Italia di oggi.

Lorenzo Guadagnucci*
* Giornalista e scrittore, fa parte del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

Bombe all’Arabia Saudita

Armi-Arabia
Armi-ArabiaIl Parlamento non blocca l’export, che oggi è già sei volte quello del primo semestre 2016

Nei primi sei mesi del 2017, il valore delle esportazioni di armi prodotte a Cagliari dalla RWM ha sfiorato 30 milioni di euro. Nel frattempo, Montecitorio respinge lo stop all’invio di nuovi ordigni al Paese impegnato nei bombardamenti sullo Yemen

L’export italiano di armi verso l’Arabia Saudita cresce senza sosta. Nei primi sei mesi del 2017 ha già raggiunto quota 28,4 milioni euro. Moltiplicando per sei il fatturato dello stesso periodo del 2016.
Lo rivelano i dati Istat, attraverso i quali si può ricostruire la provenienza territoriale degli ordini. La quasi totalità delle spedizioni verso il regime (28.460.488 milioni di euro) proviene dalla Sardegna, e più precisamente dalla provincia di Cagliari. A Domusnovas, infatti, si trova la sede secondaria della RWM Italia Spa, controllata al 100% dalla tedesca Rheinmetall Waffe Munition GmbH, impegnata in una maxi commessa da 411 milioni di euro che riguarda l’esportazione di 19.675 bombe in totale (Mk 82, Mk 83 ed Mk 84). “La più grande commessa di bombe dal dopoguerra ad oggi”, spiega Giorgio Beretta, attivista di Rete Disarmo e Opal Brescia.

L’Arabia Saudita, impegnata nei bombardamenti sullo Yemen, è un partner commerciale storico di RWM. “La strategia commerciale sviluppata da RWM Italia Spa nel 2016 ha portato a continuare a perseguire gli obiettivi commerciali già intrapresi negli anni precedenti”, si legge nel bilancio 2016. Tra questi Estonia, Francia, Regno Unito, Polonia, Ungheria, Corea del Sud e Vietnam, Tailandia, Malesia, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Algeria, Oman. E, ovviamente, Arabia Saudita.

Il 2016 è stato un anno d’oro per la fabbrica d’armi. Il fatturato è cresciuto del 48%, sfiorando 72 milioni di euro. “Il mix di prodotti fabbricati nel 2016 è sostanzialmente rappresentato da bombe d’aereo, caricamenti con esplosivo di teste in guerra per terzi e parti di ricambio e apparecchiature per sistemi di mine marine e di controminamento”.

Si tratta di bombe e munizioni che vengono impiegate anche in Yemen, dove il governo di Riyad – a guida di una coalizione di Paesi arabi – supporta il governo di Aden contro i sostenitori dell’ex presidente ‘Ali ‘Abd Allah Saleh che controllano invece la capitala Sana’a.
Il conflitto in Yemen ha provocato più di 10mila morti, un terzo delle quali sarebbero vittime civili, con un numero altissimo di bambini (più di 1.500).

I dati sul boom dell’export italiano di armi verso Riyad e quelli sul bilancio di RWM arrivano a pochi giorni di distanza dalla votazione della Camera con cui la maggioranza dei deputati ha bocciato le due risoluzioni presentate e discusse già a luglio che chiedevano al Governo di impegnarsi per bloccare la vendita di armi all’Arabia Saudita promosse rispettivamente da Giulio Marcon (Pd) e da Emanuela Corda (M5s).

La mozione Marcon (che ha ottenuto 120 voti a favore e 301 contrari) chiedeva al Governo di “assumere iniziative per bloccare l’esportazione di armi e articoli correlati prodotti in Italia o che transitino per l’Italia” destinati all’Arabia saudita oltre che “ad assumere iniziative affinché l’Arabia Saudita e l’Iran, Paesi che rappresentano la chiave di volta per risolvere la crisi, operino in modo pragmatico e in buona fede per porre fine ai combattimenti nello Yemen”.

Simili le richieste al Governo della mozione Corda, che ha ottenuto 117 voti a favore e 301 contrari.
Promosse invece le mozioni presentate all’ultimo minuto, poco prima del dibattito parlamentare e del voto finale, da Lia Quartapelle (Pd), Valentina Vezzali (Sc, Ala, Maie) e Bruno Archi (Fi).

Nel leggere i testi delle mozioni approvate quello che colpisce maggiormente è lo scarto tra la gravità dei contenuti nelle premesse e le deboli conclusioni contenute nelle richieste al Governo.

Le premesse sono molto chiare, il Parlamento ha tutte le informazioni adeguate per prendere una decisione conseguente. Però questo passo, l’interruzione della vendita di armi all’Arabia Saudita, non viene fatto. E nel frattempo la gente continua a morire”, commenta Francesco Vignarca, portavoce di Rete italiana per il disarmo.

Nel testo depositato dal Partito democratico – pur evidenziando in maniera precisa e circostanziata la gravità della situazione in Yemen – le sole richieste presentate al Governo sono quelle di “continuare nel monitoraggio della crisi umanitaria in corso”, l’impegno a proseguire e rafforzare le attività di assistenza umanitaria, l’impegno a “promuovere iniziative internazionali volte a fare rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani e a favorire le condizioni per una soluzione negoziata del conflitto”. Di armi si parla solo nell’ultimo punto, peraltro in maniera molto vaga: “Favorire, nell’ambito delle regolari consultazioni dell’Unione europea una linea di azione condivisa in materia di esportazione di materiali di armamento”. È stata “dimenticata” una parte votata a Strasburgo dal Parlamento europeo, come ha fatto notare Beretta: e cioè che il Parlamento ritiene che “Le esportazioni all’Arabia Saudita violino almeno il criterio 2 (della Pozione Comune) visto il coinvolgimento del paese nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite; ribadisce il suo invito del 26 febbraio 2016 relativo alla necessità urgente di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”.

Ilaria Sesana e Duccio Facchini

da Altreconomia.it

Al Presidente della Repubblica – Oggetto: Due preghiere

Umanita

UmanitaEgregio Presidente della Repubblica,

in questi mesi lei ha detto molte volte cose molto sagge, di cui ogni persona di retto sentire e di volontà buona sa che deve esserle grata.

Mentre parte non irrilevante del ceto politico e la quasi totalità dei mezzi d’informazione sembrano essere corrivi o comunque subalterni alla sciagurata retorica razzista ed alle pratiche barbare e scellerate da essa ispirate, lei ha richiamato costantemente al riconoscimento dell’umanità degli esseri umani che cercano di raggiungere il nostro paese in fuga dalla guerra e dalla fame, dalle dittature e dai disastri ambientali, da poteri politici, economici, ideologici, militari e criminali che prolungano la ferocia disumanizzante del colonialismo, che ripropongono la segregazione e la schiavitù come modello globale di organizzazione sociale ed economia politica per il terzo millennio dell’era volgare.

Chiunque riconosce e comprende la disumanità della retorica razzista e schiavista, e tuttavia essa infetta sempre più il discorso pubblico, con la sua folle astrattezza, con la sua cruda protervia, con il suo solipsismo e la sua pretesa sacrificale.

E siamo già arrivati alle prime avvisaglie di quelli che se non immediatamente ed energicamente contrastati si svilupperanno in veri e propri tentativi di linciaggio, tentativi di pogrom.

Proprio mentre despoti folli lanciano sfide insensate che possono dar luogo finanche a un’escalation bellica con uso delle apocalittiche armi nucleari;

proprio mentre guerre e persecuzioni flagellano tante parti del mondo;

proprio mentre la prima radice ed il primo modello di ogni violenza, il maschilismo, anche nel nostro paese pressoché quotidianamente giunge fino a menare strage di donne;

e proprio mentre le emergenze ambientali smascherano quanto profondi siano i danni provocati alla biosfera da politiche economiche rapinatrici e desertificatrici, da ideologie e prassi consumiste onnicide, è necessario un più intenso, adeguato impegno per porre un argine alla barbarie, per predisporre una linea di resistenza civile che abbia come principio e fine, come ratio e come metodo, la difesa nitida e intransigente del diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà.

Egregio Presidente della Repubblica,

sia lei a promuovere una riflessione e un impegno necessari: in difesa dell’ordinamento giuridico democratico, in difesa dello stato di diritto, in difesa della Repubblica e della Costituzione, in difesa dell’umanità.

Rientra nei suoi compiti, in un momento di smarrimento di tanti, essere voce che chiama al dovere morale e all’impegno civile.

Due cose in particolare la pregheremmo una volta ancora di voler dire, invitando il Parlamento a porre attenzione a due esigenze ed impegnarsi per esse.

La prima: che ogni essere umano ha diritto alla vita. Ed affinché questo sia vero non solo come enunciato teorico ma come realtà effettuale, occorre che ogni persona ed ogni umano istituto di questo nome degno orienti la sua azione a questo primo fine: salvare le vite.

Troppe sciocchezze vengono quotidianamente profuse dai mass-media, ma in cuor suo ogni persona sa che vi è un solo modo per far cessare le stragi dei migranti in fuga, un solo modo per annientare l’infame business dei trafficanti schiavisti e mafiosi. E questo modo è quello che già Immanuel Kant indicava nel suo Progetto per la pace perpetua: riconoscere ad ogni essere umano il diritto di muoversi liberamente su tutto il pianeta casa comune dell’umanità. Riconoscere ad ogni essere umano il diritto di giungere nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro: fosse riconosciuto e garantito questo diritto, nessuno più si getterebbe tra gli artigli delle mafie dei trafficanti schiavisti.

Se non si fa questo, non vi e’ speranza di contrastare il male.

Chi a Roma, a Bruxelles o a Strasburgo propone di fare della Libia un gigantesco lager in cui recludere gli innocenti del Sud del mondo in fuga dalla fame e dalle guerre, non sa quel che si dice.

Sia lei, egregio Presidente, a dire le parole che devono essere dette, a riportare il discorso pubblico nella sfera della razionalità, della civiltà, dell’umanità.

La seconda cosa che con tutto il cuore la preghiamo di voler dire, è l’invito al Parlamento a riconoscere finalmente il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese.

Per quanto riguarda le elezioni amministrative lei ricorderà che già negli anni Novanta del secolo scorso se ne discuteva tanto negli enti locali quanto in Parlamento come di una evidente necessità non più rinviabile: sono passati vent’anni e nulla se ne e’ ancora fatto; frattanto i non nativi che vivono e lavorano nel nostro paese sono il dieci per cento della popolazione; le tasse le pagano tutte, ma il diritto di partecipare alle decisioni pubbliche che riguardano le loro stesse vite gli e’ ancora negato. Che scandalo.

Alcuni anni fa l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, per quanto attiene all’ambito di sua specifica competenza e peculiare interesse, ovvero in riferimento alle elezioni comunali, ha predisposto e proposto all’attenzione del Parlamento un progetto di legge recante “Norme per la partecipazione politica ed amministrativa e per il diritto di elettorato senza discriminazioni di cittadinanza e di nazionalità“: la discussione parlamentare di questa ragionevole proposta non e’ ancora neppure iniziata.

Ma non ci sono solo le elezioni amministrative, ci sono anche quelle politiche, ed è nel Parlamento che si fanno le leggi valide erga omnes.

Da mesi è stato promosso l’appello “Una persona, un voto“, primi firmatari padre Alex Zanotelli e la partigiana e senatrice emerita Lidia Menapace, per il riconoscimento del diritto di voto a tutte le persone stabilmente residenti in Italia.

Questo appello muove dalla constatazione che “vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano“.

E poiché Il fondamento della democrazia è il principio “una persona, un voto“, conclude che “l’Italia essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui“.

A questo appello hanno già aderito tre ministri emeriti, Maria Chiara Carrozza, Giuseppe Fioroni e Cecile Kyenge, e 165 parlamentari in carica di varie forze politiche sia di maggioranza che di opposizione, e insieme a loro migliaia di cittadini, tra cui innumerevoli illustri personalità della vita culturale, morale, civile ed istituzionale, personalità come Giancarla Codrignani, Heidi Gaggio Giuliani, Francuccio Gesualdi, Chiara Ingrao, Raniero La Valle, Luisa Morgantini, Giorgio Nebbia, Riccardo Orioles, Moni Ovadia, Annamaria Rivera.

L’accoglimento di questo appello da parte del Parlamento e quindi la sua traduzione in legge farebbe cessare l’attuale regime di effettuale segregazione elettorale per circa un decimo della reale popolazione italiana stabilmente residente; e contrasterebbe efficacemente il razzismo ed ogni violenza. Perché come ricordava Guido Calogero è con la democrazia che si contrasta la violenza, essendo la democrazia la scelta di contare le teste invece di romperle.
L’Italia e’ un paese democratico e fondamento della democrazia è il criterio “una persona, un voto“, pertanto non può continuare l’attuale assurda decimazione elettorale.

Egregio Presidente della Repubblica,

tra il mondo di ieri, in cui sia lei sia chi le scrive queste righe abbiamo vissuto la gran parte delle nostre vite, e il mondo di domani (se vi sarà ancora un mondo umano, e vi sarà solo se l’umanità avrà appreso le “tre verità di Hiroshima” di cui parlava profeticamente Ernesto Balducci), vi è oggi l’ora, il “kairos”, in cui occorre dire le verità necessarie e fare le azioni buone e giuste, le azioni indispensabili per il bene comune; cominciando noi stessi, nel nostro paese, seguendo quell’esortazione gandhiana ad essere noi stessi il mondo come vorremmo che fosse, ad essere noi stessi l’umanità come dovrebbe essere.

Soccorrere, accogliere, assistere tutte le persone bisognose di aiuto.

Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di vivere e muoversi liberamente, in modo legale e sicuro, sull’intero pianeta, casa comune dell’umanità.

Inverare la democrazia: una persona, un voto.

 

Augurandole ogni bene,
Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Viterbo, 19 settembre 2017

 

L’Onu: «L’accordo Ue-Libia viola i diritti umani dei migranti»

carceri-Libia

carceri-Libia«Riportare le persone in centri di detenzione in cui vengono trattenute arbitrariamente e torturate è una chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale».
A bocciare senza appello la decisione dell’Europa di riconsegnare i migranti nelle mani dei libici è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein che si è detto «disgustato dal cinismo europeo».

Dopo la denuncia di Medici Senza Frontiere sulle condizioni in cui sono costretti i migranti in Libia, nuove critiche alla politica messa in atto dall’Italia – e avallata dall’Ue – per fermare i flussi arrivano adesso anche dalla Nazioni unite. E svelano ancora una volta tutta l’ipocrisia con cui l’Europa da anni gestisce l’emergenza migranti, annunciando di combattere i trafficanti di uomini ma in realtà mettendo in atto solo politiche di contrasto a quanti fuggono da guerre e miseria. «L’Ue, e l’Italia in particolare, – denuncia al Hussein – sono impegnate a sostenere la Guardia costiera libica, una Guardia costiera che ha sparato a barche di Ong che provano a salvare migranti a rischio di annegare, con il risultato che adesso le Ong devono operare ancora più lontano».

Al Hussein punta il dito su un altro dei punti forti della politica voluta dal ministro degli Interni Marco Minniti e che oggi rischia di trasformarsi nel segno della schizofrenia con cui il governo gestisce l’emergenza migranti. Dopo aver costretto di fatto le Ong ad abbandonare l’opera di salvataggio dei migranti (è di pochi giorni fa l’annuncio della maltese Moas di aver sospeso i soccorsi proprio per non consegnare i migranti ai libici), adesso si pensa di coinvolgere le stesse Ong nella gestione dei campi profughi che verranno allestiti nel paese nordafricano.
A proporlo è il viceministro degli Esteri Mario Giro che due giorni fa ha incontrato una ventina di Ong alla Farnesina. «Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno», ha spiegato Giro riferendosi alle centinaia di uomini, donne e bambini richiuse ne centri di detenzione libici. «Senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti, abbiamo già messo risorse a disposizione».
Sei milioni di euro sarebbero stati investiti nel progetto, più altri tre per un accordo con i sindaci del territorio libici. Nelle intenzioni della Farnesina le Ong sarebbero almeno una ventina, dalla stessa Msf a Terre des Hommes, all’Elis legata all’Opus Dei.

Apprezzamento per la proposta di Giro è stato espresso dal ministero della Difesa Roberta Pinotti, mentre da parte sua il ministro Minniti ha annunciato di voler incontrare le organizzazioni umanitarie la prossima settimana. «Sarebbe molto bello se ogni Ong italiana potesse adottarne una libica. La mia ambizione sarebbe quella di arrivare a costruire una rete di giovani libici impegnati per il rispetto dei diritti umani nel loro Paese», ha spiegato Minniti.

Dubbi all’operazione arrivano però dalle stesse Ong. In un’intervista all’Huffington post Marco Bertotto, responsabile advocacy di Msf, si dice contrario anche all’idea di ricevere fondi governativi. «dal 2016 noi non accettiamo fondi da alcun governo europeo o dall’Unione Europa in polemica con le politiche di contenimento dell’immigrazione adottate dalla Ue».

Insieme all’Unhcr (che opera attraverso partner locali) e all’Oim, Msf è una delle tre organizzazioni internazionali che opera in Libia.
Nonostante questo – o forse proprio per questo – l’idea di operare sotto il cappello governativo non piace. «C’è il rischio – spiega infatti Bertotto – che questa idea di dare alle Ong la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle Ong da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone in Libia».

Da il Mnifesto. Leo Lancari

I governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

Compi-in-Libia
Compi-in-LibiaLettera aperta di Medici Senza Frontiere agli Stati membri e alle Istituzioni dell’Unione Europea.

Caro Presidente Gentiloni,

il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa.

Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi.

La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa.
Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni. E i governi europei hanno scelto di trattenere le persone in questa situazione.

Ma è inaccettabile bloccarle lì, così come è inaccettabile rimandarle in Libia.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha assistito le persone nei centri di detenzione di Tripoli per più di un anno e ha visto con i propri occhi questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri.

E sappiamo peraltro che questi centri ufficiali non sono che la punta dell’iceberg.

Le persone sono trattate come merci da sfruttare.

Ammassate in stanze buie e sudice, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra.

Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti.
Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate.
Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì.

La loro disperazione è sconvolgente.

La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma sappiamo bene quello che sta accadendo in Libia.
Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella

peggiore, cinica complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti.

Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario.

Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali. Oggi solo una piccola parte di quelle persone vi ha avuto accesso.

Bisogna fermare subito la terribile violenza perpetrata contro queste persone.

Bisogna assicurare un rispetto basilare per i loro diritti umani, tra cui un adeguato accesso a cibo, acqua e cure mediche.

Nonostante i governi abbiano dichiarato la necessità di migliorare le attuali condizioni delle persone, i risultati sono ancora lontani dall’arrivare.

Invece di affrontare le drammatiche conseguenze provocate dalle loro stesse scelte, i politici si sono nascosti dietro attacchi pretestuosi contro le organizzazioni e gli individui impegnati ad aiutare migranti e rifugiati in grave difficoltà.

Durante le nostre operazioni di ricerca e soccorso in mare, svolte sotto il prezioso coordinamento della Guardia Costiera e con la collaborazione delle autorità italiane, abbiamo subito attacchi, anche con armi da fuoco, da parte della Guardia Costiera libica finanziata e addestrata dall’Europa. E per mesi siamo stati oggetto di pesanti accuse di complicità con i trafficanti.

Ma chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?

La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista.

L’accordo UE-Turchia del 2016 e tutte le atrocità che abbiamo visto in Grecia, Francia, nei Balcani e altrove ancora indicano una prospettiva sempre più definita, fatta di frontiere chiuse e respingimenti.

Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare.

Vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare.

Non possiamo dire che non sapevamo quello che stava accadendo.

Non possiamo continuare a tollerare questo vergognoso accanimento sulla miseria e la sofferenza delle persone intrappolate in Libia.

Presidente Gentiloni, permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?

Joanne Liu  –  Presidente Internazionale MSF
Loris De Filippi  –  Presidente MSF Italia

Appello per azione globale contro le basi militari – 7 ottobre 2017

Base-Militare

Base-Militare
È tempo di resistere! INSIEME!

Attivisti determinati in tutto il mondo hanno resistito per decenni ad occupazione, militarismo e basi militari straniere nelle loro terre.

Queste lotte sono state coraggiose e persistenti. Uniamo la nostra resistenza in un’azione globale per la pace e la giustizia.

Questo autunno, durante la prima settimana di ottobre, invitiamo la vostra organizzazione a pianificare un’azione anti-militarista nella vostra comunità come parte della prima settimana annuale globale di azioni contro le basi militari.

Insieme le nostre voci sono più alte, il nostro potere più forte e più pervasivo.
Resistiamo insieme per abolire la guerra e fermare la profanazione di Madre Terra.

Unisciti a noi nella creazione di un mondo in cui ogni vita umana ha valore uguale e un ambiente sicuro in cui vivere.

È nostra speranza che questo sia l’inizio di uno sforzo annuale che possa unificare meglio il nostro lavoro e renda più forti i legami fra di noi.

Vuoi unirti a noi a noi in questo sforzo globale?

Background:

Il 7 ottobre 2001, in risposta agli eventi dell’11 settembre, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno lanciato la missione “Enduring Freedom” contro l’Afghanistan.
Queste forze militari giganti hanno iniziato l’assalto su un paese già colpito dall’invasione sovietica e reduce da anni di una devastante guerra civile che ha portato l’Afghanistan a un’oscura esistenza medievale di fondamentalismo talebano.

Dall’11 settembre è stato istituito un nuovo concetto, la Permanent Global Warfare, che è proseguita da quella fatidica giornata.

Tuttavia, in quei primi giorni, è emerso anche un nuovo movimento sociale, che aspirò a diventare globale.

Sfidando il nuovo ordine mondiale reclamizzato sotto la facciata della “Guerra al Terrore“, questo movimento internazionale anti-guerra è cresciuto così rapidamente che il New York Times ebbe a definirlo “il secondo potere mondiale”.

Tuttavia, oggi viviamo in un mondo sempre più insicuro, con guerre sempre in espansione mondiale. Afghanistan, Siria, Yemen, Iraq, Pakistan, Israele, Libia, Mali, Mozambico, Somalia, Sudan e Sud Sudan sono solo alcuni dei punti caldi. La guerra è diventata sempre più una strategia per il dominio globale.

Questo stato di guerra perpetuo ha un impatto devastante sul nostro pianeta, impoverisce le comunità e impone massicci movimenti di persone che fuggono dalla guerra e dal degrado ambientale.

Oggi, nell’era di Trump, questo approccio si è intensificato. Il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi climatici accompagna una politica energetica distruttiva, ignorando la scienza e eliminando le protezioni ambientali, con conseguenze che cadranno pesantemente sul futuro del pianeta e su tutti coloro che vivono su di esso.

L’uso di dispositivi come il MOAB, “la madre di tutte le bombe”, mostra chiaramente il corso sempre più brutale della Casa Bianca.
In questo contesto, il paese più ricco e potente, che possiede il 95% delle basi militari straniere del mondo, minaccia regolarmente di intraprendere interventi militari con altri poteri maggiori (Russia, Cina, Corea del Nord, Iran), spingendoli grottescamente ad aumentare i propri bilanci militari e le vendite di armi.

È ora di unificare tutti coloro che si oppongono alla guerra in tutto il mondo.
Dobbiamo costruire una rete di resistenza alle basi statunitensi, in solidarietà con i molti anni di resistenza attiva a Okinawa, Corea del Sud, Italia, Filippine, Guam, Germania, Inghilterra e altrove.

Il 7 ottobre 2001, il paese più ricco del mondo ha iniziato il suo perpetuo assedio militare e l’occupazione dell’Afghanistan, una delle nazioni più povere del mondo.

Proponiamo la settimana del 7 ottobre 2017 come la prima azione annuale GLOBALE CONTRO LE BASI MILITARI.

Invitiamo tutte le comunità a organizzare azioni e eventi di solidarietà durante la prima settimana di ottobre. Ogni gruppo può organizzare in modo indipendente una resistenza che soddisfi le esigenze della propria comunità.

Noi incoraggiamo incontri organizzativi di comunità, dibattiti, incontri pubblici, veglie, gruppi di
preghiera, raccolta di firme e azioni dirette. Ogni comunità può scegliere i propri metodi e le sue posizioni di resistenza: basi militari, ambasciate, edifici governativi, scuole, biblioteche, piazze pubbliche, ecc.

Per rendere possibile questo, dobbiamo lavorare insieme per sciogliere le nostre differenze in un fronte unito, e dare visibilità ad ogni iniziativa. Insieme siamo più potenti.

Come ha detto Albert Einstein: “La guerra non può essere umanizzata. Può essere solo abolita.

Vuoi unirti a noi? Rendiamo questo possibile, insieme.
Con il rispetto più profondo

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Primi firmatari:

NoDalMolin (Vicenza – Italia) NoMuos (Niscemi – Sicilia – Italia) CODEPINK (Area di S. Francisco – USA) World Beyond War (USA) CODEPINK (USA) Hambastagi (Partito della Solidarietà dell’Afghanistan) STOP the War Coalition (Filippine) Environmentalists EAW Berkeley, California