Monthly Archives: marzo 2018

Libia – Il ritornello del torturatore: o paghi o muori

Con una sentenza storica del 10 ottobre 2017 la Corte di Assise di Milano ha riconosciuto le torture nei campi di detenzione in Libia.
I titoli dell’indice della sentenza scrivono il sommario di un’opera horror“, scrive l’Avv. Maurizio Veglio, che in questo articolo pubblicato nel numero di marzo del mensile L’INDICE dei libri del mese ci aiuta a leggere la sentenza, il primo racconto corale sulla mostruosità dei lager libici, grazie alle testimonianze delle persone offese sentite nel processo.
Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex migrante affrancato e aguzzino crudele di migliaia di propri concittadini, arrestato a Milano perché circondato da una folla di vittime che hanno trovato la forza di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine mostrando le cicatrici e i corpi marchiati” condannato all’ergastolo perché ritenuto responsabile di gravissimi fatti di violenza commessi nei primi mesi del 2016 in un “campo di raccolta” dei migranti in Libia.

Nell’Italia tentata dalla degradazione razzista – come una mandria di uomini-bambini eternamente traumatizzati dalla fobia dell’Uomo nero – è ancora possibile dire qualcosa di sensato sull’immigrazione?

La risposta è ovviamente sì. Ci provano, meritoriamente, accademici, giuristi e perfino politici in una recente serie di testi lucidi e ragionati, che sostituiscono al nonsense mediatico analisi, indagini e argomenti a cavallo tra diritto, economia, politica e demografia. Ci provano anche, e in una lingua comprensibile a tutti, alcuni giudici professionali e popolari. Le parole della giustizia hanno un valore speciale, perché offrono la traduzione giuridica dei fatti storici, cioè la verità processuale.

Opinabile in diritto e probabilistica in fatto ( … ) debole surrogato all’impossibile certezza oggettiva” (Luigi Ferrajoli), essa rimane nondimeno l’unico strumento di cui una collettività dispone per definire giuridicamente la realtà: la sentenza passata in giudicato, definita, è un’affermazione che non ammette repliche. Pur coscienti dei pericoli della supplenza della giurisdizione, esistono sentenze in grado di restituire a cose e azioni il proprio nome, spazzando i tentativi mistificatori e opportunistici. E il caso della decisione della Corte di assise di Milano, che il 10 dicembre 2017 certifica la mostruosità dei lager libici e stravolge, ridefinendolo, il vocabolario del grande buco nero post-Gheddafi.

I “migranti incarcerati perché privi di documenti” si scoprono, nel nostro codice penale, persone sequestrate a scopo di estorsione, vittime di sevizie e abomini. La “polizia che arresta” è il travestimento di gang armate, bande di strada, Asma Boys che popolano gli incubi dei sopravvissuti ad anni di distanza. Gli “arabi che liberano i subsahariani per assumerli“, dimenticandosi poi di pagarli, sono i moderni schiavisti, padroni della scacchiera e delle pedine intrappolate in un labirinto di compravendite, cessioni e aste. Gli “uomini che si imbarcano” diventano bestie recitate, minacciate e pestate, stipate in barconi pericolanti in partenza dalla bocca dell’inferno. Il tutto affidato alla regia della criminalità organizzata transnazionale, autentici imprenditori feudali del XXI secolo.

I titoli dell’indice della sentenza (.pdf) scrivono il sommario di un’opera horror: “i campi di raccolta“, “le punizioni e le torture“, “l’assenza di cure mediche“, “le violenze sessuali“, “gli omicidi“, “le cicatrici sui corpi delle parti lese“.

Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex-migrante affrancato e – una volta diventato responsabile di un campo di detenzione nei pressi della città di Bani Walid – scopertosi l’aguzzino più crudele di migliaia di propri concittadini. L’apocalisse ha il volto emaciato di 500 sciagurati ammassati in un hangar tra le montagne e il deserto: sorveglianza armata, chiusura notturna senza accesso ai bagni (si urina nel capannone), niente letti, pidocchi dappertutto, cibo scarso, diffusa grave debilitazione.

La trama è atroce quanto banale: chi paga esce, chi non paga rimane all’inferno. All’arrivo nel campo, dopo avere sequestrato i cellulari, i carcerieri consentono una telefonata ai familiari, nel corso della quale – per rafforzare la richiesta di denaro – i migranti vengono percossi e torturati. Talvolta le famiglie ricevono le foto dei propri cari sanguinanti e umiliati. All’intermediario in patria i familiari pagano il prezzo del viaggio – cioè il riscatto – e con questo il diritto alla libertà e alla vita. Nel campo, infatti, si muore di botte, di scarsa igiene, di disidratazione, di parto (e almeno in un’occasione muore anche il neonato). “Da qui possono uscire solo due persone: una persona che ha pagato i soldi e una persona che è morta“, è il ritornello del torturatore. E in effetti si lascia raramente il capannone: ogni tanto qualche uomo – magari di quelli che hanno già pagato una parte della somma – viene portato a lavorare alla costruzione di altri hangar all’interno del perimetro del campo.

Più spesso chi viene prelevato dall’interno finisce in Amalia, la stanza delle torture. Qui le persone vengono fatte inginocchiare, legate e picchiate. Spesso vengono spogliate, bagnate e ustionate con cavi elettrici, frequentemente sui testicoli.

Talvolta i sacchetti di plastica vengono bruciati e sciolti sul corpo dei sequestrati. Si ritorna nell’hangar in uno stato pietoso, coperti di ematomi e ustioni, a volte incoscienti. Dal capannone si sentono le urla, ma dentro regna il silenzio. L’ordine è di non parlare e chiunque potrebbe trasformarsi in una spia. Quando esce una donna cambia la scenografia e si finisce nella camera privata, la stanza degli stupri.

Una giovane ragazza, minorenne, viene denudata in pubblico, portata nella camera e legata. È infibulata. Il torturatore le divarica le gambe e la apre a freddo con uno strumento metallico. La giovane sviene, risvegliandosi più tardi in una pozza di sangue. Un’altra è più fortunata, basta un po’ di sforzo per romperla e penetrarla.

Dentro l’hangar è un universo di lacrime e corpi gonfi. Prima di violentare un’altra giovane, l’aguzzino confessa di avere ucciso – appendendoli per il collo – due ragazzi di circa vent’anni, trattenuti al campo da molto tempo perché le famiglie non pagavano. Poche ore dopo i cadaveri dei due vengono trascinati con le corde avvolte intorno al collo fino al centro del capannone, dove rimangono per un quarto d’ora a ricordare a tutti con chi hanno a che fare.

Altri due ragazzi, ridotti a pelle e ossa, vengono fatti alzare e colpiti selvaggiamente con spranghe di ferro, fino a sfondarne il torace. I testimoni ricordano che i giovani piangevano mentre venivano portati fuori dal capannone, e dopo avere sentito alcune urla nessuno li ha più visti. Qualche tempo dopo un altro migrante viene mandato a seppellire i corpi, “completamente deturpati dalle percosse e anneriti dalle bruciature“. La saga del torturatore termina con il viaggio a Sabratah, l’imbarco, l’arrivo in Italia e l’arresto a Milano, dove, avvistato nei pressi di un centro di accoglienza, in pochi minuti l’aguzzino viene circondato da una folla ribollente, composta in buona parte da vittime che – senza cedere alla tentazione del linciaggio – richiedono l’intervento delle forze dell’ordine, svelando i corpi marchiati e le cicatrici.

Il primo romanzo corale sui moderni campi di concentramento, sullo sfondo del collasso libico, salva dall’oblio le vittime, altrimenti destinate a sopportarne il peso nuovamente in silenzio. Per restituire la voce al tacito esercito di emissari della sofferenza (Malkki), la Corte di assise accetta le sfide del dialogo – la distanza culturale, l’incomunicabilità, gli intraducibili – attraverso gli strumenti del diritto: l’approfondito ascolto delle persone offese, la mediazione linguistica, la consulenza di una docente di antropologia delle immigrazioni.

La sentenza costituisce a sua volta il più grande atto di accusa contro la scelta di esternalizzare la brutalità (Lemberg-Pedersen) attraverso lo scellerato accordo con la Libia. Quella stessa politica – che applica al genere umano il numero chiuso, secondo la folgorante espressione di Sartre nelle pagine incendiarie che introducono i Dannati della terra di Fanon (Einaudi, 2007) – rappresenterebbe un “patrimonio dell’Italia, di cui dovremmo essere orgogliosi” (Marco Minniti, “The Huffington Post”, 8 febbraio 2018).

Lo sfregio porta la firma del “ministro della paura“, artefice dell’accordo, teorico di un’emergenza democratica da eccesso migratorio diventata aberrante verità mediatica: “La guardia costiera libica a cui abbiamo fornito motovedette e formazione, ha salvato in questo periodo oltre 16.000 persone” (Marco Minniti, “La Repubblica”, 8 ottobre 2017).

Il destino dei migranti salvati, oltretutto per mano della marina libica, sospettata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu di sequestri in mare, pestaggi e rapine, nonché di attività di sfruttamento lavorativo e violenze sessuali, è oggi noto. Eppure è ancora l’ignoto – l’estraneo, il corpo femminile, la pelle scura, le lingue straniere, le divinità proteiformi – a turbare il sonno degli uomini-bambini. È ora di svegliarsi.

* L’Avvocato Maurizio Veglio collabora con la Human Rights and Migration Low Klink

Giornata Mondiale dell’Acqua – 1

Diritto all’acqua, la rarefazione del bere comune

Oro blu. Quattro miliardi di persone vivono in zone dove l’acqua potabile è scarsa. Il 60% delle città più popolose del mondo si ritroverà a secco nel giro dei prossimi trenta anni

Quando si parla di rarefazione dell’acqua, l’idea veicolata dai gruppi sociali dominanti responsabili primari dell’evoluzione delle cose è quella della rarefazione, quantitativa e qualitativa, in quanto risorsa vitale d’importanza strategica per l’economia e il benessere dell’umanità.

Ben poco o nulla dicono delle altre due rarefazioni relative all’acqua, che rivestono un’importanza altrettanto fondamentale per il divenire dell’umanità e la vita di tutte le specie viventi della Terra: la rarefazione in quanto bene comune pubblico e in quanto diritto universale alla vita.

I dati parlano da soli: uno studio pubblicato su Science News del febbrario 2016 ha calcolato che quattro miliardi di persone vivono in zone a forte scarsità d’acqua potabile. Secondo il rapporto Global Rsks 2015 del World economic forum, il mondo delle imprese e della finanza ha posto la scarsità dell’acqua al primo posto dei rischi mondiali per l’importanza del suo impatto sulla vita della Terra.

PIÙ DI UN TERZO DELLE ACQUE da falda degli Stati Uniti non è più utilizzabile perché gravemente inquinato. Lo stesso dicasi per le falde in Cina, India, Russia. Il 60 per cento delle 482 città più popolose al mondo si troveranno a secco nel 2050 (vedi ricerca pubblicata da Nature Sustainability del febbrario 2018).

Non sorprende che fra i soggetti più preoccupati di fronte a tale situazione figurano le grandi imprese mondiali dell’agroaliminentare, quali Coca Cola, Nestlé, Danone, Barilla, Heinz, le imprese sementiere, l’industria chimica e farmaceutica.
Da sola, l’agricoltura rappresenta il 70 per cento dei prelievi mondiali d’acqua dolce.
Senza acqua, Coca Cola e Nestlé spariscono.

I cambiamenti climatici non faranno che accentuare i fenomeni menzionati. Le penurie d’acqua, si afferma, si diffonderanno e si moltiplicheranno.

DI FRONTE ALLA RAREFAZIONE della risorsa, dovuta principalmente a fattori antropici (tutti ne convengono) le società dominanti stanno reagendo già dagli anni ’90 secondo logiche di sicurezza e di sopravvivenza corporative.
Da qui la nuova corsa mondiale all’accaparramento privato delle terre e delle acque, i conflitti sempre più drammatici per il controllo e l’uso delle fonti idriche (si parla con sempre maggiore enfasi delle «guerre dell’acqua»), la mercificazione dell’acqua e la privatizzazione dei servizi idrici.
L’acqua è stata trasformata in un bene economico privato sottomesso ai meccanismi dei mercati concorrenziali, cioè a logiche di rivalità e di esclusione. Come tanti altri beni e servizi essenziali e insostituibili per la vita e per il vivere insieme, l’acqua non è più considerata un bene comune pubblico sul piano della proprietà, delle regole dell’uso e della gestone.
I beni comuni pubblici sono ormai rari. La scomparsa del concetto stesso di bene comune pubblico è data come inevitabile.

Ma, allora, com’è possibile fare società e promuovere un vivere insieme condiviso e solidale in assenza di beni comuni pubblici, in particolare l’acqua, della cui salvaguardia e cura gli esseri umani sono o dovrebbero considerarsi responsabili collettivamente, ancor prima di comportarsi da proprietari e da consumatori sovrani?

La rarefazione dei beni comuni pubblici ha già modificato profondamente la concezione e le finalità dell’economia, del sistema di sicurezza collettiva, dello Stato, del ruolo delle collettività locali. La regolazione democratica delle società è entrata in crisi profonda. Lo Stato di diritto è diventato una grande nebbia che oscura i luoghi della polis e i percorsi dei cittadini.

SEBBENE IL «DIRITTO UMANO ALL’ACQUA» sia stato riconosciuto formalmente a livello internazionale da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 (41 Stati però hanno votato contro, fra i quali spiccano gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone , l’India, il Regno Unito, la Spagna e l’Australia), la stragrande maggioranza delle classi dirigenti sta agendo come se la risoluzione non esistesse
Addirittura, in Italia, i dominanti hanno spudoratamente ignorato e adottato misure contrarie ai risultati del referendum sull’acqua del 2011 con il quale 27 milioni di cittadini si sono espressi in favore dell’inclusione del diritto umano all’acqua nella legislazione nazionale. Per i dominanti, l’accesso all’acqua passa attraverso l’obbligo di pagare un prezzo definito in funzione del consumo ai costi di mercato. Altro che diritto.

OGNI GIORNO IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI si sta sgretolando sull’altare dell’imperativo dell’efficienza e del rendimento finanziario. La nozione di diritto umano sta sparendo dagli immaginari delle popolazioni dei paesi occidentali e occidentalizzati. I dominanti pensano di risolvere la rarefazione dell’acqua con la strategia dell’aumento dell’offerta grazie alla tecnologia in tutti i campi (aumento della produttività idrica, riduzione degli sprechi, ricerca di nuove fonti, dissalamento dell’acqua del mare, razionalizzazione della domanda via il prezzo). Non capiscono e non vogliono capire che la soluzione alla rarefazione della risorsa passa soprattutto attraverso e in relazione alla soluzione della rarefazione dell’acqua come bene comune pubblico e della rarefazione del diritto universale all’acqua. Più le società daranno il potere alla finanza capitalista privata più l’acqua diventerà rara e più le società saranno governate da poteri politici ingiusti e oligarchici come oggi, più rara sarà l’acqua per tutti. Contrariamente a quanto pretendono i dominanti, ciò è evitabile.

Riccardo Petrella
Il Manifesto 22-3-018

Giornata Mondiale dell’Acqua – 2

Acqua, «sorgente di vita» a canone (quasi) zero

Il dossier «Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana» evidenzia come a fronte di un giro d’affari stimato sui 10 miliardi euro l’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, appena lo 0,6% arriva nelle casse pubbliche.

Oggi, infatti, sono nell’ordine dei due millesimi di euro per litro, e in alcuni casi anche inferiori.

Un business che vale circa 10 miliardi.

Legambiente e Altreconomia, che celebrano la Giornata mondiale dell’acqua ricordando a tutti che quella che finisce in bottiglia è l’acqua più privata che c’è, un bene pubblico dato in concessione a società come Nestlé o San Benedetto in cambio di canoni irrisori. Alle regioni solo poche briciole, rivedere le concessioni. 
Propongono di elevare a due centesimi di euro per un litro d’acqua. Venti euro ogni mille litri, che chi imbottiglia le minerali dovrebbe riconoscere alle amministrazioni regionali.

 

L’anomalia, in un Paese dotato di una buona rete acquedottistica, è che il consumo pro-capite di minerali in bottiglia in Italia è pari a 206 litri l’anno, che fanno degli italiani i primatisti europei e le medaglie d’argento a livello mondiale della specialità, secondi solo al Messico, come spiegano i dati Censis riportati nel rapporto.

In Italia sono in commercio oltre 260 marchi, prodotti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano complessivamente oltre 14 miliardi di litri di acque minerali.

Secondo Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, «alla base del record c’è il falso mito che la minerale sia migliore e più controllata dell’acqua del nostro rubinetto, e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato».

È per questo, spiega Zampetti, che l’associazione e la rivista Altreconomia propongono «di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato.
Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità».

L’obiettivo di incrementare l’uso dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata il 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno.

Se è vero che in Europa (EU28) si consumano annualmente 46 miliardi di bottiglie in plastica, in Italia – in base alle risposte che le Regioni hanno inviato a Legambiente, dopo aver ricevuto il questionario alla base del rapporto diffuso il 21 marzo – il 90-95% delle minerali viene imbottigliato in contenitori di plastica, e appena il 5-10% in contenitori in vetro.
Se guardiamo quindi alla produzione complessiva del settore, negli ultimi anni tra i 12 e i 14 miliardi di litri, nel nostro Paese ogni anno vengono utilizzate tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi di bottiglie di plastica.

Il dossier, pubblicato per la prima volta nel 2008, nasce per affrontare il problema dei canoni di concessione, che nel 2006 la Conferenza Stato-Regioni aveva chiesto (inascoltata) di uniformare. A inizio 2018, il quadro è questo: l’85% delle Regioni applica un canone in funzione degli ettari dati in concessione (in totale 25mila); il 29% applica anche un canone in funzione dei volumi emunti mentre l’86% applica il canone relativo ai volumi di acqua imbottigliati dalle compagnie detentrici del titolo.

Nel 62% dei casi le Regioni applicano un doppio canone alla concessione, mentre il 19% applica tutti e tre i criteri previsti per i canoni.
Quelli applicati per le acque emunte e imbottigliate hanno un valore medio di 1,15 euro per metro cubo (mille litri): si parte dalla tariffa di 0,30 euro applicata in Abruzzo («che non solo è la cifra più bassa del panorama nazionale ma è anche l’unico canone che viene applicato dalla Regione», scrivono Legambiente e Altreconomia), ai 0,50 della Toscana (che possono variare fino a 2,00 euro/mc), ai 2,0 euro/metro cubo applicato dalla Provincia autonoma di Bolzano (cifra minima di partenza, che va a salire fino a 2,70 euro per metro cubo se l’imbottigliamento avviene in contenitori con vuoto a perdere).

Anche nel Lazio e in Sicilia la cifra massima che si paga è rispettivamente di 2,28 e 2,00 euro per metro cubo, che diminuisce (fino a 0,69 euro/mc nel Lazio e 1,40 in Sicilia) in funzione del tipo di contenitore usato. Nelle tre Regioni sul podio in quanto a volumi emunti ed imbottigliati nel 2017, che sono Lombardia (3,7 miliardi di litri), Piemonte (2,7 miliardi di litri) e Campania (1,85 miliardi di litri), il canone medio è ancora pari a un euro per mille litri, o di poco superiore.

Luca Martinelli
Il manifesto 22-3-018

LA POLITICA DEL “DEGRADO”

Premessa doverosa

La difesa del Bene Pubblico dell’area ex P.za d’Armi e dei magazzini militari annessi è un sacrosanto diritto di ogni cittadino che ha a cuore il mantenimento di quell’area divenuta di grande interesse da un punto di vista naturalistico e come anti inquinante per la salute.

Interessi speculativi e un non troppo sottaciuto asservimento politico, pongono sotto attacco l’intera area con il pretesto del “degrado“, pur presente anche se ai margini.

Il Decreto Minniti dello scorso anno contro il “Degrado urbano” ha assegnato ai sindaci maggiori poteri per intervenire nel merito. 

Molte amministrazioni di città italiane ne hanno fatto l’alibi per giustificare decisioni senza alcuna considerazione del dissenso popolare, privando la cittadinanza delle dovute consultazioni come prevede la convenzione di Aaurhs (1998).

Il “degrado è diventato la parola più diffamante della politica, un mantra per giustificare interventi a carattere repressivo fino ad essere diventata anche il criterio di giudizio del normale cittadino.

Degrado… Degrado… Degrado…

Così si assiste ad una logica perversa, assurda della politica del degrado:

  • in nome del degrado si abbattono costruzioni;
  • in nome del degrado si svendono patrimoni pubblici;
  • in nome del degrado si violenta la natura;
  • in nome del degrado non si rispetta la democrazia;
  • in nome del degrado

Il degrado non si butta, si risolve e si previene.

Nella nostra realtà sociale il degrado è di fatto l’elemento centrale e determinante dei processi di produzione e costruzione dei rapporti socio-economici e quindi anche della politica.

  • Lo fa con la quantità di rifiuti, scarti della produzione e del consumo, che finiscono negli inceneritori (oltre 15 milioni di tonnellate);
  • lo fa con gli scarti di cibo (8.700.000 tonnellate) che finiscono nella spazzatura;
  • lo fa respingendo i migranti o lasciandoli “morire” nei ghetti;
  • lo fa con i processi di alienazione e precarizzazione;
  • lo fa con la povertà sempre più dilagante (quasi 10 milioni di italiani);
  • lo fa con la crescente disuguaglianza tra gli italiani (il 10% più ricco possiede il 44% della ricchezza totale);
  • lo fa con la violenza contro chi chiede elemosina o dorme sotto un porticato;
  • lo fa …

Soprattutto lo fa ignorando e misconoscendo questa realtà allestendo vetrine, promuovendo grandi eventi, … quasi a voler mascherare il degrado dilagante.

Una teoria dissennata che anziché rispondere con una politica capace di analizzare e trovare risposte adeguate al degrado, procede al suo insabbiamento.

Cosicché è la politica stessa a degradarsi, tanto è vero che la cittadinanza la agisce come un rifiuto.

Così succede per la ex Piazza d’Armi, un’area di grande valore sociale (350.000 mq) e gli annessi magazzini militari: si vendono ai privati interessi, alla speculazione che agirà su quei beni cementificando, ricreando ulteriore degrado.

Paradossalmente per la Politica, il degrado come le diverse miserie sopra elencate di questo sistema che pesano sulla vita delle persone, dovrebbero essere punti di forza per rigenerare energie alternative contro ogni violenza sulla natura e la dignità dei viventi. 

Per questo alziamo la voce!

Sollecitiamo l’Amministrazione milanese e la sua politica ad invertire la rotta, a farsi carico del Bene Pubblico mantenendo l’Area della Piazza d’Armi libera dalla speculazione e dagli interessi privati, rendendo partecipe e garante la cittadinanza della progettualità già elaborata per tutto il complesso.

Due date … una memoria

Promemoria numero uno: la primavera.

Si fa sempre più fatica aprire la propria finestra e guardare “fuori“.

Gli impegni, i doveri, gli affanni e le “cose”, si rincorrono nel tempo della vita e lo assorbono tutto: doveri improrogabili.

Fuori” la natura, il tempo non fermano il loro ciclo, esaltano le forme di vita che si rianimano in un tempo nuovo: la natura si riveste, fiorisce, ci attraversa con nuovi profumi.

Dentro“, la finestra chiusa, rimangono tutte le miserie che non trovano scampo vincolate al tempo del consumo che trascina la vita nell’indifferenza, mentre “fuori” la natura e il suo tempo si “riscatta” e rinasce.

E’ primavera e forse un timido sorriso sarà capace di illuminare anche le miserie ribelli.

Promemoria numero due: giornata mondiale dell’acqua.

Cosa c’è di più meraviglioso di una goccia d’acqua che rigenera un seme e disseta aride labbra.  L’acqua che ci scorre accanto è sorgente di vita e merita di osservarla mentre scorre libera come un fresco dono rigenerante di primavera.

Basta poco per valutare la sua importanza, per non perderla di vista e annoverarla tra i beni da custodire, da preservare. 

L’acqua è un dono della vita!

L’acqua è una memoria universale che richiama l’umanità dell’essere, va mantenuta, nella memoria personale, va difesa dai predoni che la trasformano in merce.

Ogni elemento della vita che agiamo, dal cibo alla macchina fino al telefonino, esiste grazie all’acqua. 

L’acqua è vita per questo va ricordata e la memoria non può che estendersi a tutti coloro che non possono goderla perché sporca, inquinata, … perché manca.

E in quei luoghi, spesso depredati, la morte uccide non risparmia nessuno, bambini, adulti, neppure gli animali.

Il 22 marzo è la Giornata mondiale dell’acqua, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1992 con una risoluzione adottata dopo la Conferenza di Rio.

Se esiste un elemento magico al mondo, è sicuramente l’acqua”: il nostro corpo è fatto di acqua in una percentuale pari a circa il 65%.

Con il referendum del 12-13 giugno 2011, 26 milioni di italiani hanno deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e non deve essere oggetto di profitto.

La possibilità di accedere in qualsiasi momento ad una fonte di acqua pulita e potabile è tra le cose più piacevoli e importanti nella nostra vita.

Tuttavia la situazione mondiale per quanto riguarda la disponibilità di acqua potabile e servizi igienici è drammatica.
Circa 2,1 miliardi di persone al mondo, non hanno accesso di acqua potabile e sono quindi private di un diritto umano fondamentale.
Oltre 3 miliardi non dispongono ancora di impianti igienici di base.

Le implicazioni in termini di salute e di costi sono elevatissimi: L’acqua potabile contaminata causa circa 3,5 milioni di decessi all’anno di cui circa 1.450 000 bambini morti per malattie trasmesse da acque contaminate.
Nemmeno le guerre e le violenze che tormentano ogni angolo del Pianeta, messe tutte insieme, possono tanto. Una tragedia silenziosa.

Così, mentre la mancanza di acqua pulita nel Sud del mondo uccide, nei Paesi “ricchi” l’acqua abbonda e viene sprecata.

E siamo noi occidentali a fare la parte del leone: meno di un miliardo di persone su sette consuma l’86% dell’acqua disponibile.

Un cittadino americano ne ha a disposizione mediamente 425 litri al giorno, un Europeo 165 litri, un Africano 20 litri.

Si stima che siano 15 milioni all’anno le persone costrette a emigrare per la carenza d’acqua.

L’acqua è una risorsa sempre più limitata e messa in pericolo dagli sprechi.

Ne abbiamo sempre più bisogno. Non sprecare acqua vuol dire anche non inquinarla.

La vera sfida alla sostenibilità e al risparmio è nella razionalizzazione del consumo dell’acqua che utilizziamo ogni giorno per la produzione di cibo.

Il 92% dell’acqua che consumiamo ogni giorno è racchiusa nel cibo che produciamo e che mangiamo.
Ogni giorno un terzo della produzione mondiale di cibo viene buttato via unitamente al 30% dell’acqua utilizzata per produrlo.

Oltre 5500 candidati alle elezioni sono #StopCETA

Oltre 5500 candidati alle elezioni di tutti gli schieramenti politici (oltre 500 come adesione individuale, vedi qui i nominativi https://wordpress.com/post/stop-ttip-italia.net/5794, i rimanenti come sostegno ufficiale del gruppo) hanno dichiarato di opporsi, se eletti, alla ratifica del CETA, (l’Accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea), rimandata sine die nell’ultima legislatura grazie alla crescente pressione dell’opinione pubblica.

E’ il risultato di #NoCeta #NonTratto, l’iniziativa della Campagna Stop TTIP / Stop CETA, coordinamento nazionale di oltre trecento organizzazioni e cinquanta comitati locali.

Un accordo che impatterà pesantemente sulle nostre piccole imprese, sui piccoli produttori agricoli come sulle nostre tipicità” sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana Stop TTIP / Stop CETA. “Dopo anni di crescente mobilitazione, dopo essere riusciti a sospendere il processo di ratifica nel Parlamento italiano, il nostro assalto al cielo è la nascita di un Parlamento #StopCETA, che si opponga alla svendita dei diritti e delle nostre tipicità al peggior offerente riaprendo con la Commissione europea un confronto decisivo sul ruolo e la struttura dei trattati commerciali”.

Nonostante la retorica del Governo Gentiloni e del Ministro Carlo Calenda, i vantaggi ottenuti dal nostro Paese in seguito all’applicazione dell’accordo sarebbero minimi rispetto agli impatti negativi.

La questione delle Indicazioni geografiche è stata utilizzata come cavallo di troia per dimostrare i potenziali vantaggi del trattato, senza però sottolineare che degli oltre 291 prodotti italiani tipici tutelati in Europa, solo 41 beneficerebbero della tutela parziale sul mercato canadese, col rischio di reciprocità” sottolinea Di Sisto, “in uno scenario agroalimentare che si modificherebbe profondamente, sia dal punti di vista dei flussi di prodotti (ad esempio i cereali) che degli standard di protezione del consumatore e dell’ambiente. In un momento di crisi economica non serve mettere sotto pressione le nostre produzioni e i nostri livelli di tutela, ma al contrario ripensare profondamente la politica commerciale europea verso un sistema di scambi più sostenibile a livello ambientale e sociale”.

Con l’iniziativa #NoCeta #NonTratto l’obiettivo è consolidare un gruppo trasversale di parlamentari contrari all’accordo, rafforzando e superando l’esperienza dell’attuale gruppo interparlamentare che è riuscito a raccogliere oltre cento adesioni nel corso del 2017.

Export di armi, l’Italia tra i primi 10

Al di là delle analisi geopolitiche, un modo di vedere con numeri quali sono le tendenze mondiali verso conflitti armati è l’analisi del commercio di armi.
Non è ovviamente un sistema di previsione dei prossimi conflitti: indica però quali sono le tendenze e dove possono rivelarsi punti di crisi.

Questa settimana, Il prestigioso Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha pubblicato una serie di dati sui trasferimenti di armamenti.
La prima cosa che si nota è che il calo di questo commercio, che era stato forte dalla fine della Guerra Fredda, è da tempo terminato.
Dal 2003, i trasferimenti internazionali di armi da guerra aumentano. In particolare, nel periodo 2013-2017 è stato superiore del 10% rispetto al 2008-2012. In entrambi i quinquenni, il volume di scambi è aumentato in direzione di Medio Oriente e Asia.

I maggiori esportatori sono gli Stati Uniti, con il 35% dell’intero export globale. Seguono la Russia con il 22%, la Francia al 6,7%, la Germania al 5,8% e la Cina con il 5,7%.
L’Italia è in posizione numero nove: il 2,5% dell’export mondiale; nel periodo 2013-2017 una crescita del 13% rispetto ai cinque anni precedenti.
Notevoli sono i balzi delle esportazioni per Israele (55%) e Francia (27%).

Più interessante è notare dove le armi sono andate, per capire quali Paesi sospettano di avere nel loro orizzonte un conflitto potenziale.
Il primo acquirente mondiale è l’India: il 12% del totale. Seguono l’Arabia Saudita (10%, rispetto al 3,4% del 2008-2012), l’Egitto (4,5% quando era all’1,6% nel quinquennio precedente), gli Emirati Arabi Uniti (4,4%), la Cina (4%, in calo dal 5,4%).

Una crescita forte di importazioni di armi tra i due quinquenni è avvenuta nei Paesi del Golfo: in Arabia Saudita del 225%, in Oman del 655%, in Iraq del 118%, in Kuwait del 488%, in Qatar del 166%, negli Emirati del 51%.
Incrementi notevoli si sono registrati anche a Taiwan (261%), in Indonesia (123%), Vietnam (81%), Bangladesh (542%).

I numeri non danno il quadro esatto del riarmo dei diversi Paesi, escludono la produzione interna di ciascuno: la Cina, ad esempio, ha in corso un rafforzamento militare massiccio ma la sue importazioni di armi sono calate del 19%: conta sempre di più sulla produzione domestica.
Sono numeri che però raccontano bene i possibili punti di crisi.

da Il corriere

 

Giornata Internazionale della Donna

Nell’immanenza della Vita, il tratto della creazione e della rigenerazione appartiene alla Vita stessa: al corpo della Madre, Madre Terra, che sostanzia il futuro.

Non c’è dimensione d’amore più grande e disinteressato del costante dono della Madre, nonostante le sofferenze subite.

Tra i viventi che appartengono al Corpo che sostanzia la Vita, gli umani hanno il dono della conoscenza, capace d’interpretare le dinamiche dello sviluppo della Vita senza volerla limitare, anzi volendola conservare come dono universale.

Così la donna e l’uomo hanno parti comuni in questo processo rigenerativo: la libertà che l’amore traccia e libera nei corpi rigenerati.

Ma nella coppia degli esseri umani, alla donna appartiene il corpo sustanziale che la pone procuratrice e generatrice della vita.

Da Lei il figlio prende corpo dopo che il seme germogliato si è fatto parte della vita, ricomponendosi come parte del tutto prima di rendersi proprio: liberato all’esistenza.

La cura della Madre permane, sollecita al lamento che richiama attenzione e nutrimento.

La donna Madre
La donna nutrice d’amore e di vita
La donna responsabile della generazione

L’esercizio di responsabilità è pari alla sua libertà di esercitare il diritto-dovere di alimentare la vita: il dono.

Ogni forma costrittiva in sè, possessiva per sè, sono violenze che debilitano il corpo della Madre: ribelle al creato che patisce del dono mancante.

Un suffragio universale reclama per sé libertà, equità e bellezza.

Da quando l’umano ha posto sé stesso al centro della Vita, il paradigma produttivo, ha sostanziato ogni relazione, ogni corpo è stato privato dell’anima, assoggettato alla produzione e al mercato.

Impolitical correct

La produzione si scompone nell’impresa, nel “fare” ossessionato dal piacere: bene per sé.

L’universalità del bene perde di significato, l’assenza del dono rigenerante intristisce il Corpo deformato: la Madre Terra perde la sua bellezza.

La diversità di genere diventa omologazione produttiva.

La donna perde la dimensione di Madre sollecitata in quella produttiva: figlio bene improprio, oggetto di insano desiderio proprietario.

Quando il tempo e lo spazio sono vuoti della speranza per un diverso futuro, privati della forza rigeneratrice della Madre, tra gli umani impazza la violenza, il razzismo, la xenofobia, il fascismo, … fino alle guerre di potere e di rapina.

Anche la politica è solo un supporto all’economia.

Con gli occhi di lei che riscatta la dimensione di Madre,
può riprendere la dimensione rigenerativa del dono.
———————

8 MARZO, SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE
NON UNA DI MENO CHIAMA MILANO

MANIFESTAZIONE:
ORE 18 PIAZZA DUCA D’AOSTA

VEDI: 8 MARZO, SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE

Gli “opposti estremismi” che piacciono a Minniti.

La relazione dei servizi di intelligence

Le lotte contro la Tav e il Tap, la lotta per la casa, l’antifascismo militante, la campagna contro i trattati europei e Nato, sono oggetto di “attenzione” da parte degli apparati repressivi dello Stato.

Anche quest’anno la relazione degli apparati di intelligence presentata al Parlamento dedica una capitolo alla “Minaccia eversiva e l’attivismo estremista”.

Una minaccia eversiva che secono i servizi sembra provenire dalle lotte sull’emergenza abitativa, dai movimenti territoriali contro la Tav, il Tap o le basi Nato in Sardegna e Sicilia e dalle lotte sindacali dei lavoratori  della logistica.

“Nel 2017 il composito fronte antagonista ha continuato a contraddistinguersi per una certa fluidità e per l’assenza di un percorso politico e strategico comune. L’impegno delle formazioni di settore si è focalizzato sulla contestazione delle politiche europee e sulle molteplici emergenze sociali, specie le questioni migratoria, occupazionale, ambientalista e abitativa” scrive il rapporto annuale dei servizi segreti.

“Segnali di effervescenza sono in particolare  stati registrati nel movimento per l’abitare, che ha cercato di fungere da segmento trainante e da fattore di aggregazione, tentando di allargare la base della protesta. Nel contesto della campagna a sostegno di immigrati e richiedenti asilo si è registrata una presenza ridotta sui luoghi interessati, tanto in Italia quanto all’estero, con un conseguente ridimensionamento dei collegamenti tra militanti di diversi Paesi. La mobilitazione ha inoltre aperto spazi di critica sul recente potenziamento della rete dei CIE e, più in generale, sulle sostanziali modifiche della disciplina sul diritto d’asilo”.

Né sembra essere sfuggita agli apparati repressivi la crescita di iniziativa che hanno messo al centro la lotta contro le leggi Minniti-Orlando: “Il dissenso antagonista si è coagulato anche intorno ai temi dell’antirepressione ed in particolare sulle citate misure in materia di immigrazione e sicurezza urbana (D.L. 14/2017convertito, con modificazioni,, nella L. 48/2017), stigmatizzate come una ulteriore “stretta” ai danni dei settori sociali più in difficoltà, e sul rafforzamento dei poteri di intervento dei sindaci che, nella visione d’area, denoterebbe una volontà politica di criminalizzare i proletari, disarmandone alla radice le istanze rivendicative”.

I movimenti contro le grandi opere che devastano i territori

Infine le lotte territoriali contro le devastazioni della Tav in Val di Susa e del Tap nel Salento, vengono radiografate come elementi rilevanti dell’antagonismo politico e sociale. “Sul versante delle lotte ambientaliste, accanto alla campagna No Tav – nel cui ambito si è registrata una frammentazione tra i gruppi marxisti e quelli anarchici, con la conferma del ruolo trainante della componente autonoma torinese – un crescente attivismo ha riguardato le opere connesse alla realizzazione del gasdotto Tap”. Su quest’ultimo movimento, i servizi dettagliano la loro analisi: “Il fronte di opposizione composto da formazioni del locale antagonismo di sinistra, ha fatto registrare un’intensificazione delle mobilitazioni contestative e, parallelamente, un’accentuazione delle distinzioni tra la componente più “istituzionale”, confluita nel Comitato di Melendugno (LE), e quella più “movimentista”. Quest’ultima, a partire da marzo, ha dato vita a un presidio permanente, sempre a Melendugno, ostacolando con azioni incisive l’espianto degli ulivi. Nella parte finale dell’anno, alla ripresa dei lavori, si è assistito ad un’ulteriore acutizzazione della protesta, dovuta anche al sostegno di attivisti No TAV e di esponenti dell’area anarchica accorsi in loco per contestare la militarizzazione della zona circostante il cantiere”.

Quelli che si oppongono alle basi della Nato

Non manca poi il monitoraggio sui movimenti antimilitaristi, in particolare quello contro il Muos in Sicilia e le basi Nato in Sardegna: “Proprio la tematica antimilitarista ha continuato ad agire da elemento catalizzatore per diversificati ambiti dell’antagonismo di sinistra e per settori anarchici nazionali, impegnati nella promozione di iniziative di mobilitazione e contro-informazione, sia pure nel contesto generale di una campagna dal profilo di rischio moderato. Nella propaganda d’area uno spazio di rilievo ha continuato ad essere riservato alle tradizionali tematiche di contrapposizione sia alla presenza delle basi militari NATO e statunitensi sul suolo italiano, sia all’invio di Contingenti nazionali nei teatri di crisi, con appelli al taglio alle spese militari, percepite come ostacoli agli stanziamenti di fondi per lo stato sociale. In tale cornice, fra le realtà più attive ha continuato ad evidenziarsi la componente sarda, impegnata contro l’occupazione militare collegata alla presenza sull’isola di basi e servitù. Fermenti si sono registrati anche in Sicilia, dove è proseguito, seppure con scarsa incisività, l’impegno del movimento che si oppone alla presenza del sistema di telecomunicazione satellitare statunitense MUOS”.

A riguardo il sindacalismo conflittuale l’attenzione è rimarcata nel settore strategico della logistica: “ il comparto della logistica, caratterizzato da una presenza cospicua di lavoratori stranieri e da un tasso elevato di conflittualità a causa della precarietà degli impieghi, sovente legati a singole commesse”.

Un paragrafo è dedicato anche  alle mobilitazioni contro i trattati europei e la Nato: “È proseguito intanto l’impegno degli ambienti più marcatamente antieuropeisti che perseguono un progetto politico di rottura con Unione Europea, Eurozona e NATO, puntando ad aggregare i gruppi che si riconoscono nell’anticapitalismo, nell’antifascismo e nell’antirazzismo” scrivono i servizi di intelligence.

I servizi rilanciano la tesi degli “opposti estremismi”. Un assist funzionale alla politica di Minniti e del Pd

In conclusione non poteva mancare il monitoraggio del crescente scontro con le organizzazioni neofasciste, alle quali il rapporto sull’eversione e le minacce estremiste dedica come al solito una striminzita paginetta e poco più.

“Non sono mancati, infine, episodi di contrapposizione anche violenta con frange dell’opposto segno, fenomeno ormai connaturato alle dinamiche dell’oltranzismo politico di entrambi gli schieramenti e passibile di aumentare, a causa dell’innalzamento dell’allarme sull’ “avanzata dell’estrema destra” e delle posizioni antitetiche in materia di immigrazione” scrive la relazione degli apparati di sicurezza dello Stato facendo propria la tesi degli opposti estremismi che in questi giorni viene abbondantemente – e non casualmente – veicolata  dai mass media e dal dibattito delle forze politiche. In secondo luogo i servizi di intelligence continuano a legittimare la tesi dei fascisti come espressione politica del disagio sociale “Queste formazioni (quelle di destra, ndr), per accrescere il proprio seguito, cavalcano inoltre situazioni di disagio sociale legate soprattutto alle problematiche abitative e occupazionali, promuovendo iniziative propagandistiche, provocatorie (anche all’insegna del nostalgismo fascista) e di contestazione”.

Qualche preoccupazione sul futuro emerge però anche dal rapporto dei servizi segreti. “Le tensioni legate ai flussi migratori e ai processi di integrazione rappresentano una piattaforma che la destra oltranzista può strumentalizzare anche per propagare messaggi che, rivolti specialmente agli attivisti di nuova generazione, tendono ad accentuare la diffidenza e l’intolleranza nei confronti del “diverso”, con il rischio di derive xenofobe”.

La relazione annuale è un ponderoso rapporto di 129 pagine dedicato anche al terrorismo jihadista, alle crisi regionali e attori globali, al fenomeno migratorio e alle minacce al sistema paese (in particolare sul piano economico), più un appendice di 21 pagine interamente dedicata alla cybersicurezza.

Se è pur vero che oggigiorno l’unica certezza è diventata l’incertezza” – é scritto nella premessa del rapporto – “compito principale dell’intelligence è appunto quello di fornire al decisore politico informazioni e scenari attendibili e completi”. Conoscere il nemico e cosa pensa non è materia esclusiva dei servizi segreti.

Il testo integrale della relazione dei servizi di intelligence potete leggerlo qui: http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2018/02/Relazione-2017.pd

Sulla pelle dei migranti

La squallida campagna elettorale in corso alimenta e al tempo stesso si nutre di una narrazione ricca di odio contro i migranti e della mistificazione dei fatti. Nessuno racconta sul serio quello che accade in mare e in Libia

Una campagna elettorale tossica, quella in corso in Italia, che si sta combattendo a colpi di fake news e di speculazioni, anche in senso apertamente razzista, sulla pelle degli immigrati in Italia. Rimbalzano così da un canale di informazione all’altro, dati fatti percepire in modo enormemente amplificato all’opinione pubblica e quindi agli elettori, come la presenza in Italia di immigrati, o musulmani, oppure come il numero delle persone che avrebbero diritto ad uno status di protezione.

Dati che potrebbero fare la differenza nella composizione del futuro parlamento e nella nomina del nuovo governo, spesso dati assolutamente falsificanti, ma utili per chi vuole sfruttare l’allarme sicurezza e la paura che si diffonde nel corpo sociale.

Dal confronto politico e dalla cronaca nazionale sembra invece scomparso il tema dei soccorsi in mare nelle acque del Mediterraneo centrale. Alcuni giornali italiani tacciono sistematicamente. La Marina e la Guardia costiera hanno ridotto al minimo i loro comunicati.

Le minacce della Guardia costiera “libica” non si contano più. La Guardia costiera “libica” ha potuto bloccare in alto mare centinaia di migranti in fuga dagli orrori dei lager libici, per riconsegnarli a terra agli stessi carcerieri dai quali erano fuggiti. 

Come nel caso di tanti nigeriani bloccati in mare e riportati in centri nei quali possono essere venduti o costretti a fuggire per finire di nuovo nelle mani di altre milizie che li tortureranno per estorcere loro danaro.

Si tratta di un ennesimo caso di intercettazione in alto mare, questo il termine esatto. La Marina italiana e la Guardia costiera italiana evidentemente non presidiano più una vasta zona di acque internazionali a nord della costa libica. dopo gli accordi di collaborazione operativa stipulati con il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017. Ma per Gentiloni, grazie a Minniti ed ai suoi accordi avremmo “acceso i riflettori sui diritti umani in Libia”. 

Dal primo febbraio di quest’anno, dopo la fine ingloriosa di Triton, dovrebbe essere partita l’operazione Themis di Frontex (adesso ridefinita Guardia Costiera e di frontiera europea), e sono presenti nelle acque del Mediterraneo centrale le navi dell’operazione europea EUNAVFOR MED, ma i loro assetti, salvo qualche lodevole eccezione di soccorso, risultano praticamente invisibili.   

Si muore anche per abbandono o ritardo nei soccorsi.

Intanto i  veri trafficanti rimangono a terra e magari sono anche collusi, con  parte della cd. Guardia costiera libica e con le milizie armate che l’Unione Europea, e l’Italia, stanno foraggiando per impedire che i migranti riescano ad allontanarsi dalle coste libiche.

Ed adesso la frontiera da difendere per impedire il passaggio dei migranti si è spostata in Niger.

Lasciando ai libici la possibilità di raggiungere le acque internazionali, pure in assenza di una vera zona SAR (zona di soccorso) libica riconosciuta a livello internazionale dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale, si realizzano di fatto dei veri e propri respingimenti collettivi.

Si assiste così ad un vero e proprio aggiramento del divieto di trattamenti inumani.Nessuno osa ricordare le gravissime responsabilità dell’Unione Europea, accertate dalla condanna del Tribunale permanente dei Popoli, anche molte ONG sono state ridotte al silenzio o si sono dileguate.

Dopo che lo scorso anno una parte dei servizi segreti è stata utilizzata a fini politici per gettare discredito sulle navi umanitarie presenti delle ONG e fare partire indagini come quelle che hanno portato al sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, si continuano a diffondere dati falsi su collusioni tra operatori umanitari e trafficanti.

Questi attacchi provengono da una destra che non ha mai rinnegato i suoi rapporti con il fascismo e che oggi cerca di accreditarsi come paladina dell’identità italiana e del benessere della popolazione autoctona, dimenticando che il contributo apportato dagli stranieri anche in termini economici è complessivamente superiore al costo derivante dalla loro presenza in Italia, incluso il costo enorme di un sistema di accoglienza che ancora è tutto da bonificare, ma che non si può chiudere in qualche mese con una rapida espulsione delle persone che ospita.

Un tentativo di strumentalizzazione della paura e del livore sociale da respingere con tutta la forza possibile, come sono da respingere la legittimazione degli accordi per bloccare e incarcerare chi legittimamente cerca una possibilità di emigrare o per i rimpatri forzati verso i paesi di origine.

E’ tempo che la politica si confronti sulle possibili soluzioni che l’Italia, anche da sola in un contesto europeo sempre più blindato, come la legalizzazione di quanti sono arrivati dalla Libia per effetto di violenze subite in quel paese o per persone che ormai sono saldamente radicate nel nostro territorio e rivendicano gli stessi diritti degli italiani.

Nel medio periodo occorre pensare ad una valorizzazione della protezione umanitaria, ed all’apertura di consistenti canali legali di ingresso per lavoro.

Nessuno si illuda comunque che ci siano soluzioni miracolistiche per il cosiddetto problema immigrazione, senza affrontare i grandi temi della giustizia sociale e di una redistribuzione più equa della ricchezza e dei carichi fiscali e contributivi, per tutti, italiani e stranieri. 

Va superato l’attuale Regolamento Dublino che inchioda i richiedenti asilo nel paese europeo di primo ingresso. Garantire possibilità di transito verso altri paesi europei.

Il malessere sociale, la crisi economica non si possono nascondere dietro la guerra ai poveri, agli ultimi arrivati, alle minoranze.
Dietro la logica del nemico interno da allontanare a ogni costo, o da abbattere, si cela soltanto lo stato di polizia. 

Lanciamo proposte di convivenza nel rispetto della legalità. Al di fuori di questo orizzonte non rimane che un ulteriore inasprimento dello scontro sociale e un clima di guerra che, dalle frontiere esterne, e ne abbiamo già tante in divenire, potrebbe presto trasferirsi alle frontiere interne che stanno frammentando anche il nostro territorio. E a quel punto nessuno, proprio nessuno, potrà sentirsi davvero al sicuro.

(Estratto da un articolo di Fulvio Vassallo)