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Il 24 maggio è il Giorno del Sovrasfruttamento ecologico dell’Italia

Secondo i dati del Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale di ricerca ambientale se tutta la popolazione mondiale avesse lo stesso stile di vita e gli stessi consumi degli italiani, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra cadrebbe il 24 maggio.

Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” indica per ogni anno la data in cui l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di produrre in quell’anno: questi calcoli sono basati sull’indicatore ambientale detto “Impronta ecologica”.

L’Impronta ecologica misura la domanda annuale dell’umanità di risorse naturali e può essere confrontata con la biocapacità, che misura la capacità della Terra di rigenerare tali risorse in un anno.

Il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra per l’Italia è calcolato attribuendo l’Impronta ecologica di un Italiano medio a tutta la popolazione mondiale e quindi confrontandola con la biocapacità globale.

Se tutti gli abitanti della Terra consumassero le risorse come fanno gli Italiani, avremmo bisogno di 2,6 pianeti Terra“, ha dichiarato Mathis Wackernagel, Ph.D., CEO e co-fondatore del Global Footprint Network. “Ma chiaramente abbiamo solo una Terra a disposizione, e non adattarsi ai suoi limiti diventa un rischio per tutti noi. Se il nostro pianeta ha dei limiti, l’ingegno dell’uomo sembra non averne. Vivere secondo le capacita del nostro pianeta di sostenerci è tecnologicamente possibile, economicamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro più florido. Costruire un futuro sostenibile per tutti deve essere la nostra priorità “.

Quasi ogni anno, il Giorno del Sovrasfruttamento cade sempre prima nel calendario e questo succede a partire dai primi anni ’70, quando l’umanità ha iniziato a vivere in deficit ecologico. 

Nel 2017, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è stato il 2 agosto

Gli effetti del deficit ecologico globale stanno diventando sempre più evidenti in forma di deforestazione, erosione del suolo, perdita degli habitat naturali e della biodiversità, accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e cambiamento climatico.

Con un valore pro capite di 4,3 ettari globali (o gha), noi Italiani abbiamo un impronta ecologica decisamente superiore alla media Mediterranea (3.2 gha pro capite), sebbene inferiore a quella dei Francesi (4,7 gha pro capite), e maggiore di quella degli Spagnoli (3,8 gha pro capite).
Tutto ciò è dovuto principalmente al settore dei trasporti e al consumo di cibo.
Agire su queste due sfere di attività quotidiane darebbe quindi le più alte possibilità di invertire la tendenza e ridurre l’impronta degli italiani.

L’Impronta ecologica di una persona rappresenta la misura di superficie di pianeta produttiva necessaria a fornire tutto ciò che la persona stessa richiede alla natura, compresi la produzione di cibo, fibre e legno, le aree per le infrastrutture urbane e l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica dovute all’utilizzo di combustibili fossili.

Oltre a misurare l’impronta ecologica di un individuo, lo strumento presentato oggi consente agli utenti di determinare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, ovvero la data in cui le risorse che il pianeta produce in un intero anno verrebbero esaurite se tutta la popolazione mondiale vivesse secondo il suo stile di vita.

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Footprint Calculator

L’odierno lancio della versione italiana del Footprint calculator consente agli italiani di scoprire come le proprie attività quotidiane influenzino la loro impronta ecologica, ovvero il consumo di risorse naturali.
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org/it

I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Ulteriori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org

Giorni di overshoot paese infografica: https://www.overshootday.org/newsroom/country-overshoot-days/

Ecco dove sono i soldi

Nel 2017 un nuovo aumento record delle spese militari nel mondo: 1.739 miliardi di dollari pari al 2,2% del PIL mondiale (230 dollari pro capite). 

Lo afferma il Rapporto del SIPRI (l’autorevole e indipendente Istituto svedese di ricerca per la pace)

Non c’è pace in questo mondo dai grandi affari dove si vive la brutale indifferenza e disprezzo delle vittime delle guerre e delle tragedie umane.
Come i cecchini israeliani che sparano dalle alture sulle persone inermi, così le grandi lobby militari misurano la loro potenza e il loro credito sul numero delle bombe sganciate sulla vita delle persone.

Un gioco disumano e arrogante del potere di dominio.

Tensioni geopolitiche portano a forti rialzi della spesa militare a partire dall’Arabia Saudita fortemente finanziata, da questo punto di vista dagli Stati Uniti, i quali continuano a detenere il primato della spesa con 610 miliardi di dollari ogni anno.

Per contro la Russia, percepita come una minaccia, ha prodotto un bizzarro effetto con un drastico calo: meno 20 per cento, mentre l’Europa centrale e occidentale, segnano un aumento rispettivamente più 12 e 1,7 per cento.

Anche il nostro Paese registra un rialzo (+2,1%) della spesa militare pari a circa 29 miliardi di dollari (1,5% del PIL).

Cosa c’è di più ragionevole ed urgente del decidere un taglio netto di queste spese criminali destinate ad usi militari e di impiegarle verso le vere necessità umane.
Naturalmente non c’è capitolo nel «Contratto» di governo del Movimento 5 Stelle e della Lega.

Gli … «INVALSI»

Le “convergenze politiche” per le pratiche di governo a proposito dei migranti, quella di Salvini “rispedire i migranti a casa loro” farà il paio con quella di Di Maio che conferma la necessità di ripercorrere i criminali “accordi bilaterali“.

Gli invisibili e gli esclusi che hanno manifestato a Roma il 16 dicembre 2017 non hanno alcuna intenzione di frenare la loro marcia per il sacrosanto diritto di cittadinanza.

«Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici.
Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.

Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro. Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite. Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione…»

Il 28 aprile a Napoli, l’assemblea nazionale di “Diritti Senza Confini” è stata molto partecipata e ricca di contenuti. I numerosi interventi hanno ribadito, alla luce dei processi di lotta e dalle diverse vertenze in corso a livello territoriale la necessità di uno sbocco in termini di articolazione sul piano nazionale ed internazionale.

La crisi economica e sociale continua ad essere strumentalmente usata da parte delle stesse forze politiche che oggi discutono del “patto” di governo per fare la guerra alle persone impoverite, emarginate, una caccia alle streghe contro migranti, profughi o rom insieme, a cui si associa la criminalizzazione della solidarietà.

Per questo è stata condivisa e rilanciata la necessità di praticare insieme antirazzismo/antisessismo e lotta per la giustizia sociale, contro ogni forma di sfruttamento.

In questo contesto di imbarbarimento sul piano nazionale ed internazionale, giorno dopo giorno, sfidando paura e ricatti di ogni genere, portiamo avanti pratiche solidali strappando piccole vittorie attraverso il protagonismo di chi viene colpito dalle norme di deriva razzista come la Minniti-Orlando e la Bossi-Fini.

Però oggi bisogna rafforzare, in termini di analisi e di pratiche, la nostra capacità e volontà di portare avanti su scala nazionale e transnazionale un piano vertenziale a partire da alcuni obiettivi specifici:

  • regolarizzazione dei migranti/profughi già presenti sul territorio italiano;
  • rottura del vincolo che subordina il permesso di soggiorno al contratto di lavoro/Partita Iva ed alla disponibilità di un reddito prefissato per legge;
  • contro gli accordi bilaterali criminali e di deportazione.

Massima solidarietà a chi viene colpito perché lotta contro norme disumane ed anti sociali. Convinti che le lotte e le iniziative che si stanno sviluppando nelle metropoli/periferie da parte di collettivi, comitati o realtà autorganizzate sono le basi di questo ambizioso ed indispensabile spazio: “Diritti Senza Confini”. 

Solidarietà anche a chi lotta contro i nuovi fascismi che si aggirano in Europa per impedire la libertà di circolazione e praticare la chiusura delle frontiere, costringendo le persone che le vogliono attraversare a mettere a rischio la propria vita.

Il pudore e l’indecenza

Mi è capitato di sentire casualmente, una parte dell’intervento dell’ancora attuale Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, intervistato fa Fabio Fazio nella trasmissione di questa sera a “Che Tempo che fa“.

Con sfacciata impudenza ha esaltato i risultati ottenuti in materia di immigrazioni dal suo governo in particolare dalle politiche degli accordi con altri governi sottoscritti dal suo ministro Marco Minniti:  diminuzione degli sbarchi  e dei morti in mare dei migranti.

Per esaltare in pubblico tanta indecenza che misconosce le verità dei fatti, occorre avere una grande insensibilità nei confronti della dignità e della vita delle persone.

Di seguito un articolo di Alessandro Dal Lago

Aiutiamoli a casa loro, la strage è invisibile

È vero, in un anno gli sbarchi dei migranti nelle spiagge del sud, in massima parte in Sicilia, sono diminuiti del 34% rispetto al 2016. Lo affermano le Ong e il Ministero degli interni italiano. E così il ministro Minniti, l’uomo del Daspo urbano e dello slogan «percezione dell’insicurezza uguale insicurezza», e cioè percezione uguale realtà, può essere contento. E magari lui e Gentiloni potranno strappare alla Ue – a parole – qualche milione in più per pattugliare il Mediterraneo e un po’ di rifugiati da distribuire in Europa. Evviva.

Come ci sono riusciti, il Presidente del consiglio e il suo ministro? È semplice: delegando alla Libia il controllo e la detenzione dei migranti che si mettono in marcia verso l’Italia dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Gambia, dalla Nigeria e così via.
Nel 2016, poco meno di 180mila, oggi meno di 150mila.
E quelli che non arrivano che fine hanno fatto? Nessuno lo sa. Ciò che invece sappiamo è che i campi di detenzione in Libia sono «infernali» (secondo la denuncia delle Nazioni Unite, di Oxfam ecc.).
I migranti vi sono ammassati come bestiame, derubati e picchiati. Talvolta uccisi. Le donne violentate. E poi, se sopravvivono, rimandati nei paesi d’origine o, meglio, abbandonati nel deserto.
Lo faceva già Gheddafi con i soldi stanziati da Prodi, Amato, Berlusconi ecc. Lo fa il governo Serraj e lo fanno le bande di armigeri che si spartiscono la Libia, dopo la guerra voluta da Cameron e Sarkozy, con il beneplacito di Napolitano, Berlusconi, Bersani ecc.

Ma gli accordi dell’infaticabile Minniti sono qualcosa di profondamente diverso. Prima, apparentemente e di malavoglia, la priorità era umanitaria. I migranti si imbarcavano e bisognava salvarli, di fronte al mondo – anche se qualche volta la Guardia costiera era distratta, la Marina nicchiava, i maltesi non collaboravano e Frontex, l’infame agenzia di frontiera, si opponeva.
E così 30mila donne, bambini e uomini sono annegati in vent’anni. Ma oggi, grazie a Minniti, ne annegano meno, in assoluto. Infatti, muoiono altrove, tra lager libici e piste nel deserto che non portano da nessuna parte. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, da ogni senso di umanità.

E così, la sorte di questa gente non interessa a nessuno. Alcuni la approvano calorosamente (Salvini, Berlusconi, Grillo), altri con un’ipocrisia che lascia senza fiato («No ai taxi del mare», «No al business dell’immigrazione», proclama Di Maio), altri piangono lacrime false (il Pd). E non parliamo dell’Europa, che elogia Minniti e poi si inchina al fascista Orbàn e agli altri Gauleiter dell’est.

Per ottenere questo bel risultato c’è voluta una certa intelligenza strategica, bisogna ammetterlo. Inizialmente, si sono diffamate le Ong che operavano nel Mediterraneo. Poi si sono avviate inchieste sul «business umanitario», in cui non è mai saltata fuori una prova.

Minniti ha operato a tenaglia, imponendo un codice di condotta alle Ong – in sostanza obbligandole ad accettare i suoi voleri – e contemporaneamente si è accordato con i libici, concedendo soldi, armi, motovedette ecc. in cambio della sparizione dei migranti dal nostro bel mare azzurro.
Tutto quello che è seguito perfeziona il modello. Ogni tanto un solerte procuratore sequestra una nave, con l’incredibile motivazione che non si è subordinata al voleri dei libici, i quali sparano addosso a chi salva i migranti.
Da parte sua Minniti – vista l’inesistenza di Alfano – si è autonominato ministro operativo degli esteri e organizza, su mandato di Gentiloni, inverosimili spedizioni nell’Africa profonda, in Niger, con l’obiettivo di lottare contro il terrorismo, in altri termini per bloccare i migranti alla partenza.

Questa storia del Niger sarebbe comica se non fosse immersa in una realtà tragica. Nel 2017, Gentiloni dichiarava di voler fermare gli scafisti in Niger (in Niger, un paese che non ha sbocchi al mare?). Veniva così approntata una missione di 400 uomini, con blindati e armi pesanti, e 40 venivano inviati a preparare il terreno. Poi, poco alla volta non se ne è saputo più nulla. Prima si è data la colpa a Macron, che non avrebbe voluto gli italiani tra i piedi in quello che di fatto è uno spazio coloniale francese. Poi, alcuni ministri nigerini hanno dichiarato di non aver richiesto la presenza degli italiani. Infine, il silenzio su tutta la vicenda, dopo ridicole smentite del Ministero della difesa.

La cosa più probabile è che, in questo momento, i 40 soldati dell’unità logistica in Niger si struggano di nostalgia per l’Italia lontana, la pizza e la pasta, mentre il vento soffia e li ricopre di sabbia.
Ma c’è poco da ridere. Le strade e le piste che portano da villaggi, slum e periferie dell’Africa verso il nostro mondo sono disseminate di morti, così come il fondo del mare (dal 2,5 al 5% di chi si imbarca, dal 2016 a oggi, secondo diverse stime).

Ma questo non importa ai nostri leader che si disputano il favore del popolo. Che volete che siano 5, 10 o 30mila morti stranieri, davanti ai milioni che ci hanno votato, immagino che pensino Salvini, Di Maio, Berlusconi e Renzi. Ma sì, aiutiamoli a casa loro. Copriamoci gli occhi, non guardiamo, pensiamo alle prossime elezioni.

C’è vita oltre il debito?

Il debito pubblico mondiale ha superato i 50mila miliardi di dollari che, sommati agli oltre 180mila miliardi del debito privato (imprese e famiglie), trasforma il pianeta in un crac finanziario, nel quale il valore del debito è pari a quattro volte quello della capacità di produzione di ricchezza (Pil).
Nel suo piccolo, il debito pubblico italiano – terzo in valore assoluto e settimo in rapporto al Pil – ammonta a oltre 2.260 miliardi di euro, pari al 131,8 per cento del Pil.

Una morsa che viene quotidianamente sottolineata dai tecnocrati dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, dalle lobbies bancarie e finanziarie e dai media mainstream.
Che si tratti di una narrazione ideologica, sapientemente costruita per poter permettere l’espropriazione di diritti sociali, beni comuni e democrazia, lo dimostra il fatto di come nessuno ricordi come su quel debito gli italiani, dal 1980 ad oggi, abbiano già pagato oltre 3.400 miliardi di interessi, senza minimamente intaccarlo.

D’altronde, abbiamo sperimentato in questi decenni come la dottrina liberista non sia solo una teoria economica, bensì un dispositivo ideologico totalizzante che si prefigge di produrre soggettivazione, ovvero la costruzione di un modello valoriale di vita che deve valere per ciascun individuo (sapendo che la società, da Margareth Thatcher in poi, non esiste). E, se negli anni Ottanta e Novanta questa soggettivazione veniva espressa dall’etica del lavoro trasposta nell’epica dell’imprenditore di se stesso orgoglioso della propria indipendenza e dell’autocostruzione del proprio destino, con la deflagrazione della crisi globale è divenuta l’imperativo ad assumere su di sé i costi del disastro economico e finanziario.

Da qui la costruzione del debito come colpa, ben riassunto dal termine tedesco “Schuld”, che significa allo stesso tempo debito e colpa, ed esprime con precisione la morale calvinista del lavoro: chi ha denaro, ed è dunque considerato solvibile, porta in tal modo un segno della grazia ricevuta, mentre chi resta schiacciato dall’insolvenza e dal fallimento economico mostra di non poter superare lo stato di peccato.

Una costruzione che riesce a negare la vera natura della relazione debitore/creditore come rapporto di potere, legato alla proprietà (in quanto il creditore detiene il capitale, mentre il debitore no) e allo sfruttamento (in quanto “fabbricando carta, ci si appropria del lavoro e della ricchezza altrui”) riuscendo a farla apparire come un contesto di libertà.
Non c’è bisogno di alcuna repressione (“il mio nemico non ha divisa (..) nella fondina tiene le carte Visa” canta Daniele Silvestri) o di alcun indottrinamento: i popoli indebitati rimangono formalmente liberi, ma la loro libertà si può esercitare solo dentro il vincolo del debito contratto, e attraverso stili di vita che non ne pregiudichino il rimborso.

La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la mercificazione dei beni comuni non sono estrazioni di valore dettate da brutali atti di forza e di potere, ma la “naturale” conseguenza di quel vincolo “liberamente” contratto.

C’è un ulteriore aspetto relativo all’economia del debito che vale la pena sottolineare.
Riguarda la relazione con il tempo e la decisione. Poiché il credito è una promessa di saldare un debito in un futuro più o meno lontano, educando i governati a promettere – a onorare il proprio debito – si disciplina non solo il loro presente ma anche il loro futuro.
Siamo ben oltre l’appropriazione del tempo di lavoro dell’epoca industriale: nell’economia del debito, siamo al diritto di prelazione anche sul tempo non cronologico, sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso.

C’è vita, dunque, oltre il debito? Sì, a patto di rompere la gabbia. Per farlo occorre partire dal più che mai attuale assunto gramsciano, tratto dai Quaderni dal carcere:  La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” .

È esattamente la fase che sta attraversando il nostro Paese, ben evidenziata dal risultato elettorale del marzo scorso con, da una parte, la certificazione dell’azzeramento di una sinistra, variamente declinata, che ha frantumato il blocco sociale storico di riferimento (impiego pubblico e accesso dei lavoratori alla classe media) interiorizzando la favola liberista del pensiero unico del mercato; e, dall’altra, con la vittoria della socializzazione del rancore, declinata secondo l’individualismo cittadino (Movimento 5Stelle) o secondo il proprietarismo razzista (Lega).

Un quadro che non è in grado di produrre una ribellione alla gabbia del debito, perché ne condivide gli assiomi di fondo – individuo vs società; proprietà vs comune; merito vs solidarietà – e l’orizzonte della solitudine competitiva, ovvero la dimensione parcellizzata di ognuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.

Un orizzonte che ha trasformato il diritto al lavoro nel dovere di dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare.
Se nell’utopia marxiana, la società avrebbe dovuto declinare se stessa secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”, il fondamentalismo del mercato ha declinato un universo sociale fondato sul principio “da ciascuno secondo i suoi bisogni, ad ognuno secondo le sue capacità di spesa”.

Per contrastare tutto questo, occorre mettere in campo non solo parole di verità e di giustizia sul debito pubblico, svelando la truffa su cui è stato costruito, bensì anche pratiche concrete che reimmettano le persone dentro circuiti collettivi, aiutandole a superare il panico – che immobilizza – per farle accedere alla pre-occupazione, ovvero alla possibilità di prepararsi ad occuparsene.
Si tratta, di fronte a chi (attraverso il debito) vuole disciplinare il futuro individuale e collettivo, di riaprire l’orizzonte delle possibilità.

Marco Bersani 

Tratto dal Granello di Sabbia n. 33