Monthly Archives: agosto 2018

Migranti, tutti i numeri dell’«invasione» che non c’è.

La gestione dei migranti è una polemica a scatto fisso fra Roma e Bruxelles. O meglio, a scatto ritardato: nonostante le tensioni politiche e la sovraesposizione mediatica, l’arrivo di stranieri su scala quotidiana è diminuito di oltre 7 volte rispetto al 2016.
Un calo accompagnato, paradossalmente, alla crescita delle ostilità degli italiani al fenomeno migratorio e a una percezione distorta dell’incidenza reale di stranieri sul totale della popolazione residente.

Tra luglio 2016 e luglio 2017, secondo i dati dell’istituto Ispi, sbarcavano in Italia una media di 539 migranti al giorno. Tra luglio 2017 e maggio 2018, sotto gli effetti delle politiche dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, la quota era scesa a 120. Da giugno in poi si è arrivati a una media di 71 sbarchi al giorno, seguendo un ritmo ingranato ben prima dell’insediamento del governo giallo­verde e delle sue azioni politiche più eclatanti, come il blocco delle navi o le minacce a Bruxelles sul taglio ai contributi italiani al bilancio comunitario. Statistiche che non intaccano la priorità assegnata alla «emergenza migranti» sull’agenda politica delle elezioni in tutto il Continente, a partire dal voto delle europee per il 2019.

L’incontro di Milano fra il vicepremier Matteo Salvini e il presidente ungherese Viktor Orban rientra nell’ottica dell’internazionale populista che potrebbe far cartello in vista delle urne, costituendosi come sigla a sé o scalando dall’interno il Partito popolare europeo.

Il caso della Spagna e il divario tra numeri­-realtà.

L’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un’agenzia collegata alle Nazioni unite, rileva che gli ingressi si sono quasi dimezzati nei primi otto mesi dell’anno in corso: 67.122 arrivi in Europa al 26 agosto 2018, contro i 123.205 registrati nello stesso periodo del 2017 e i 272.612 del 2016. L’Italia ha registrato il punto più basso di ingressi negli ultimi cinque anni (19.761), appena sopra gli standard della Grecia (18.529) e al di sotto della Spagna (27.994), dove gli sbarchi procedono con ritmi di crescita pari a quattro volte quelli dell’Italia. Un trend contrario a quello di Italia e Grecia, dove i flussi sono in caduta libera rispetto alla crisi di qualche anno fa.

I FLUSSI DI MIGRAZIONI IN EUROPA

I dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni sugli sbarchi nei primi otto mesi del 2018. Si segnala il sorpasso della Spagna su Italia e Grecia.

Madrid è alle prese con un incremento degli arrivi del +114% nel periodo gennaio­luglio del 2018 rispetto agli stessi mesi del 2017, anche se i numeri assoluti restano inferiori alle poche decine di migliaia. C’è chi ha interpretato l’exploit iberico come una conseguenza del pollice di ferro esibito dal governo italiano, ma la dinamica non è così semplice. «In realtà gli sbarchi in Spagna erano aumentati già da prima del calo di quelli in Italia, non c’è una correlazione evidente ­ spiega Matteo Villa, ricercatore Ispi ­ Quanto all’Italia, il grosso del calo è dovuto alle politiche di Minniti ed è avvenuto prima del governo Conte».

I dati ufficiali sembrano influenzare poco la percezione del fenomeno, creando una polarizzazione fra il calo degli arrivi e l’aumento dell’ostilità verso «gli invasori». Un report dell’Istituto Cattaneo, una società di ricerca, ha evidenziato che i cittadini italiani sono tra i più propensi su scala Ue a sovrastimare la presenza di stranieri in Italia. Il campione interpellato dall’istituto è convinto che i cittadini extracomunitari residenti in Italia siano pari al 25%, mentre la quota reale è di circa il 7%: uno scarto di quasi 20 punti percentuali fra sensazioni e realtà, dove le prime finiscono per schiacciare (e alterare) la seconda.
L’«errore percettivo», come viene definito nel report, aumenta in rapporto alle pregiudiziali ideologiche degli intervistati. Gli elettori di centrodestra tendono a percepire più stranieri di quanti ne siano presenti (il 32,4% della popolazione, contro il 7% effettivo), mentre gli elettori di centrosinistra fanno stime meno elevate della media nazionale. Ma comunque sbagliate: la stima è di un’incidenza di stranieri pari al 18,5% della popolazione, quasi tre volte oltre la realtà statistica (7%).

Il flop della «solidarietà europea».

Sullo sfondo c’è il fallimento, prolungato, di una cabina di regia europea per i meccanismi di solidarietà. La riforma del regolamento di Dublino, l’atto giuridico che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo, è naufragata insieme alla principale ambizione italiana: ridiscutere il principio del «Paese di primo arrivo», quello che impone allo Stato di sbarco la presa in carico del migrante.

L’approdo a una nuova versione del testo avrebbe consentito di impostare uno schema di ridistribuzione più equo, aumentando le sanzioni per i paesi più riottosi all’accoglienza. Non è andata così e, negli ultimi anni, i migranti ricollocati in altri Paesi europei viaggiano su valori minimali. A luglio 2018, secondo dati della Commissione europea, l’Italia aveva redistribuito ad altri Paesi Ue un totale di 12.694 persone, rispetto alle centinaia di migliaia di sbarchi registrati dal 2015 ad oggi. Tra i Paesi di destinazione privilegiati ci sono Germania (5.436) e Svezia (1.392), fra quelli meno inclini a sostenere la ricollocazione di migranti «italiani» ci sono i Paesi del blocco di Visegrad, l’insieme di paesi dell’Est europa in dialogo con Matteo Salvini per le elezioni del 2019. Indicativo, in questo senso, il totale di richiedenti asilo smistati dall’Italia all’Ungheria di Orban: zero.

Alberto  Magnani
(da “Sole 24 ore”, 29 agosto 2018)

Nella testa del ministro

Una volta c’era la Lega … oggi c’è Salvini.

Ministro della Repubblica democratica assume in sé e rappresenta la negligenza dell’umano indifferente,
la debolezza del rancoroso che piange sulla propria miseria,
l’uomo del comando, al comando del disordine violento e repressivo.

Per Salvini il corpo del reato è l’altrui miseria quella in fuga,
la miseria generata dalle ingiustizie perpetrate nei loro paesi,
e qui da noi, nell’occidente responsabile, il migrare non è un diritto,
ma la pena dell’ingiustizia,
il migrante è un perseguitato politico che ingenera paure.

Nella testa del ministro – ci siamo noi

Un giorno ci si dovrà chiedere seriamente quanti “salvini” abitano tra noi;
a cominciare da chi, usa la parola senza dargli senso,
manifesta in piazza e plaude alla sicurezza repressiva,
critica le nefandezze di una certa politica ma non la agisce,
fa della solidarietà l’alibi della propria inconsistenza politica,

…….

per poi “comprendere” la miseria di chi si fa forte, arrogante e violento sulla miseria altrui,
la paura che rivendica il diritto esclusivo,
l’apatia di chi “non cambia niente”, avanti il più “forte”.

…….

E’ ora di prendere parola e dare ad essa la giusta dimensione;
abbattere lo scempio di umanità che si ingenera nei linguaggi e nelle politiche del Governo;
paura e diffidenza sono paradigmi brutali di una disumanità senza storia.

…….

«Ridare all’intelligenza umana la libertà di pensiero potrebbe essere la determinazione di una lotta morale e politica del nostro tempo».

In piazza contro il ministro ungherese

Parafrasando Ennio Flaiano, la situazione è tragica ed insieme seria.
Il ministro degli interni – mentre scriviamo la denuncia delle sue prevaricazioni arriva al Tribunale dei ministri – non è il rappresentante di governo della repubblica italiana che ha giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza. No, Matteo Salvini è un ministro degli interni «ungherese» e si affida alle decisioni che prenderà con il premier di Budapest Viktor Orbán – così ha ammesso nell’intervista al Corriere della sera di venerdì – nel vertice che terrà con il premier magiaro martedì prossimo.
Per il quale i 5S si sono affrettati ieri a chiarire che di «incontro politico e non istituzionale si tratta». Un po’ goffamente, visto che nello stesso giorno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontrerà a Roma il premier ceco Andrej Babic, piazzista di sistemi di controllo di confini e migranti.

Il fatto è che non un politico qualsiasi ma il ministro degli interni della repubblica è schierato con la linea di Orbán: non si limita infatti a diffondere odio, facendo credere che gli italiani siano assediati dai migranti, nella fattispecie dai 150 sequestrati sulla Diciotti e in condizioni sempre più disperate, impediti finora nel loro diritto internazionalmente riconosciuto a chiedere asilo, su una nave militare italiana che non può attraccare in un porto italiano – ci sarebbe davvero da augurarsi una indignazione morale degli uomini e delle donne in divisa.

Salvini di più insiste a strumentalizzare l’occasione per confermare la sua assoluta contrarietà all’Unione europea, proprio come i Paesi di Visegrad, introducendo di fatto l’Italia in quella compagine iper-nazionalista guidata Orbán: che non vuole un solo migrante, è contro lo stato di diritto, reprime la libertà di stampa e penalizza le Ong.
Tragico e serio è il fatto che non sia solo, troppo spesso rincorso dal clone istituzionale Di Maio e dal presidente fantasma del Consiglio Giuseppe Conte che, ogni dove, si associano. Al punto da esternare l’intenzione di uscire dall’Ue: che altro è se non questo la minaccia, di memoria balcanica, di non contribuire al bilancio comunitario?
Restando alla fine più isolati di prima sulla redistribuzione dell’accoglienza. Ma la battaglia dentro l’Unione europea era ed è contro nuovi muri e fili spinati, contro l’esclusiva fortezza Europa e la sua logica solo monetaria, contro la lontananza dai temi del welfare e del lavoro. Invece con Salvini, Di Maio e Conte viene perfino minacciata l’uscita dall’Unione, verso un orizzonte sovranista di patrie identitarie.

In pochi mesi lo svelamento del contratto giustizialista-populista è completo, come la sua sintesi «culturale»: il consociativismo corporativo. Prevede la fidelizzazione degli italiani che «vengono prima» – con accorta strategia di annunci e sottofondo di applausi petroliniani da regime (la differenza con gli anni Venti è la cloaca digitale di Facebook) – tutti contrapposti ai «nemici» migranti; fin dalle spese di bilancio. Presentando così le risorse per l’accoglienza – inferiori ormai a quelle per la repressione delle migrazioni — in contrapposizione a quelle del reddito di cittadinanza, del welfare, dei terremotati, dei disabili, della ricostruzione del Ponte Morandi, dei «poveri», della sanità e dell’istruzione.
Una manovra sporca e menzognera.

Perché i numeri dicono il contrario. I migranti arrivati in Italia e che hanno trovato lavoro contribuiscono al nostro reddito, a cominciare dal pagamento delle pensioni; e versano sangue raccogliendo il nostro rosso pomodoro; i nuovi arrivi sono crollati in un anno, dalle poco più di 80mila persone a meno 20mila. Ma grazie ai lager in Libia e tacendo che sono aumentati di più del 20% i morti nelle fosse comuni del Mediterraneo, e che si cancellano le vittime che ogni giorno perdono la vita nel tragitto selvaggio del Continente africano; mentre almeno 700mila persone secondo l’Onu vagano disperate dal conflitto in Libia del 2011 che l’Occidente ha voluto.

Salvini, ignorante sul conflitto decennale nel Corno d’Africa, dichiara che in Eritrea «resta la pace», sancita invece sulla carta solo pochi mesi fa dopo le devastazioni che restano, con una dittatura feroce. Continua la farsa dell’«aiutiamoli a casa loro», quando invece dovremmo smetterla una buona volta di «aiutarli»: perché il nostro rapporto con l’Africa è di rapina delle risorse naturali, di sottomissione del loro commercio, di cattura delle loro finanze e monete, di devastazione ambientale e di libero mercato di armi per le guerre in corso.

Non contenti, dopo le missioni del nuovo governo, sulla scia di Renzi e Minniti, dalle inesistenti ma criminali «autorità libiche», il misfatto che si vuole consumare è l’avvio di un sistema concentrazionario di campi di concentramento in Africa e in Paesi non ancora nell’Ue.
Ecco la «disponibilità» dell’Albania, proprio da dove negli anni Novanta arrivavano i primi profughi in fuga dalla guerra civile, ad accettare quella che sarebbe di fatto una deportazione fuori dall’Europa, senza diritto a chiedere l’asilo. Magari con coinvolgimento dell’Onu, insidiato dalle macerie provocate dal militarismo «umanitario» delle troppe guerre seminate non solo in Medio Oriente. Una prospettiva, per Africa e Balcani, che nega la costruzione di società democratiche e apre a istituzioni-lager condizionate ai fondi occidentali.

È tempo di dire basta, di manifestare queste verità.
La differenza tra la democrazia e lo stato di diritto da una parte e e il populismo identitario-giustizialista dall’altra sta nelle sorti di quella nave Diciotti ancorata alla disperata nel porto di Catania, e di tutte le «navi Diciotti» precedenti e dei nuovi sequestri di persona e respingimenti che l’«ungherese» Salvini prepara.

È tempo di ritessere il filo di una tela strappata, quello di una sinistra solidale e anti-nazionalista. Non basta più attaccarsi ad un ramo di Fico. È non solo necessario ma obbligo morale scendere in piazza subito in Italia, laboratorio di pratiche scellerate di governo, con una grande iniziativa unitaria a Roma ora, a settembre, contro le politiche del governo sui migranti – come ha scritto Norma Rangeri venerdì scorso. Per una forte rappresentazione del malessere diffuso e della rabbia che cresce (cominciano ad essere tante e importanti, come ieri a Catania, le proteste, i presidii, le voci, dai vescovi siciliani, ai sindacati, agli organismi umanitari. Per fare questo vale la pena appellarsi ormai a chi a sinistra, di fronte al disastro renziano, ha votato per il M5S. Per chiedere se non sia l’ora di risvegliare la proprio coscienza. Pena l’indifferenza complice. E noi, con Gramsci, odiamo gli indifferenti.

Tommaso Di Francesco

da Il Manifesto 28-8-018

Moni Ovadia – intervista

Chi critica la politica di Israele e in particolare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi viene spesso tacciato di anti-semitismo. Come si può a tuo parere sfatare questa accusa?

Innanzitutto denunciandola per quello che è: un’infamia, una bieca propaganda per tappare la bocca degli uomini liberi, una viltà per impedire qualsiasi discorso sull’ingiustizia subita dal popolo palestinese e anche una forma di corto-circuito psicopatologico, di paranoia. E’ come se chi la formula vivesse nella Berlino del 1935 e non in un paese armato fino ai denti, dotato anche di armi nucleari e alleato non solo degli Stati Uniti, ma anche di fatto dell’Egitto, della Giordania e dell’Arabia Saudita. L’unico paese che fa quello che vuole e ignora le risoluzioni dell’ONU senza che la comunità internazionale muova un dito.

Io stesso ho subito questa infamia. Siccome l’anti-semitismo in Italia è un reato, ho sfidato i miei accusatori a trascinarmi in tribunale, così vedremo come stanno davvero le cose. Inoltre li ho invitati a farsi vedere da uno psichiatra per una lunga terapia.

Come giudichi la legge approvata un mese fa dal Parlamento israeliano, che dichiara Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”?

La considero una legge che istituisce “de iure” l’apartheid e il razzismo, che esisteva già “de facto” ed esprime una logica e una mentalità colonialista. E’ una follia, quando il 20% della popolazione è arabo-palestinese e dunque Israele è già uno stato bi-nazionale.

Non sto dicendo che tutti gli israeliani abbiano questa mentalità: ci sono quelli attanagliati dalla paura e preda del mito dell’accerchiamento, quelli che preferiscono non vedere la realtà e quelli che criticano questa politica e pagano le conseguenze del loro coraggio. Purtroppo questi ultimi sono una minoranza, ma nella storia sono state spesso le minoranze a redimere e salvare. La maggioranza ha il diritto di governare, ma non quello di avere ragione.

Organizzazioni come Combatants for Peace riuniscono israeliani e palestinesi passati alla nonviolenza dopo aver partecipato ad azioni militari gli uni contro gli altri. La Marcia delle Madri ha coinvolto migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane per esigere una soluzione nonviolenta del conflitto accettabile dalle due parti. Cosa pensi di queste iniziative?

Sono iniziative coraggiose e ammirevoli, portate avanti da persone che vengono boicottate dal governo e accusate di essere contro gli interessi di Israele. Vorrei citare anche i giovani obiettori di coscienza, che preferiscono andare in carcere, piuttosto che servire nei territori occupati e associazioni per i diritti umani come B’Tselem. Due anni fa il suo direttore Hagai El-Ad ha auspicato “azioni immediate” contro gli insediamenti di Israele durante una sessione speciale  del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’occupazione e ha denunciato l’”invisibile, burocratica violenza quotidiana” che i palestinesi subiscono “dalla culla alla tomba”.

Cosa possiamo fare a tuo parere come europei e in particolare italiani per contribuire a una soluzione pacifica del conflitto tra Israele e Palestina?

La prima cosa è il lavoro culturale di cui parlavo prima: non smettere mai di ribadire che la denuncia delle ingiustizie e delle sopraffazioni subite dai palestinesi non c’entra niente con l’anti-semitismo e la Shoa.

In secondo luogo, fare pressione sui governi perché prendano posizione ed esigano il rispetto delle risoluzioni dell’ONU sempre violate da Israele.

Terzo, appoggiare il movimento BDS, una campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, chiedendo all’Europa di sequestrare in quanto illegali le merci prodotte nei territori occupati e negli insediamenti dei coloni. Il messaggio è semplice, ma molto forte: “Non sono terre vostre, pertanto queste sono merci di contrabbando, fuorilegge e noi non le vogliamo.”

24.08.2018 – Anna Polo

La Bellezza è un’emozione universale

La Bellezza è un’emozione universale
libera alle diversità dei sentimenti che la comprendono.

La misura dello sguardo non le appartiene.

La Bellezza non è un desiderio
la sua forma è plurale, ignorarla è impossibile
come le diversità che si comprendono/incontrano.

La Bellezza non si sottrae al tempo
è un dono dell’universalità della vita.

La bellezza è una meravigliosa attitudine,
un sentimento che implode nella miseria umana
anche quando la stessa soggiace alla fine della ribellione.

La bellezza insorge: alla banalità del vivere
allo sguardo indifferente, alla violenza disumana.

Possedere la bellezza è impossibile: non ha mercato
liberata nel desiderio illimitato di cambiamento.

La bellezza non porta rancore ma il rancore non porta bellezza.

La miseria non è della Natura
la miseria non si assolve con un sorriso solidale
la miseria manca della Bellezza che travalica l’esistente
e irrompe nella giustizia.

Trattati come cani, obbligo di fedeltà al padrone

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

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Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Erri De Luca

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”: qui

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

Un santo …, no un prete …, anzi un uomo.

A Baggio esiste una via, quella che dal Cimitero arriva alla via Cusago, dedicata a Óscar Arnulfo Romero arcivescovo salvadoregno, ucciso mentre celebrava la Messa da un sicario dei cosiddetti “squadroni della morte”, il 24 marzo 1980 a San Salvador.

Solo dopo 35 anni (il 23 maggio del 2015) la Chiesa lo ha dichiarato martire.

Un passaggio caratterizzante la vita di Oscar Romero è stato l’assassinio (il 12 marzo del 1977 a El Paisnal) di Padre Rutilio Grande, da parte delle forze di sicurezza salvadoregne insieme a due dei suoi parrocchiani contadini.

Rutilio Grande, un caro amico e collaboratore di  monsignor Oscar Romero, era un gesuita salvadoregno che andò a vivere in campagna tra i contadini, immergendosi nella loro vita, nella loro religiosità, nei loro problemi. Diceva: “non sono venuto a portarvi la Chiesa ma perché voi diventiate chiesa

Fu ucciso perché la sua predicazione evangelica scuoteva i contadini dal torpore sociale e indirettamente suscitava rivendicazioni sindacali.

L’uccisione di Padre Rutilio Grande è stato uno degli eventi chiave che ha condotto Monsignor Oscar Romero, nominarono arcivescovo di San Salvador il 3 febbraio 1977, ad allineare il suo ministero con la causa dei poveri e degli oppressi in El Salvador.

Poiché era arcivescovo della capitale San Salvador, di fatto primate della Chiesa salvadoregna, questa assunzione di responsabilità significò per Romero impegnarsi in un ruolo pubblico di difesa dei poveri, con grande forza e determinazione.

Romero viveva sobriamente nelle stanzette del custode di un ospedale per malati terminali.

Pur consapevole delle reiterate minacce di morte, con grande responsabilità e determinazione, non ha mai smesso di opporsi al regime denunciando con determinazione violenze e ingiustizie.

A chi lo sollecitava alla prudenza rispondeva: il pavido che cerca di sottrarsi ai pericoli e alle difficoltà della vita ha già perso la propria. 

Con questa memoria di uomo giusto, ancorché beato, lungo la via a lui intestata verrà realizzato in sua memoria un murales, realizzato dall’artista salvadoregno Renacho Melgas, che sarà inaugurato domenica 26 agosto alle ore 17 alla presenza del Console della Repubblica di El Salvador.

Sarà presente anche Don Alberto Vitali, parroco dei migranti.

Il volantino

 

Sprechi alimentari

Ogni anno le famiglie Ue buttano nella spazzatura 17 miliardi di kg di frutta e verdura.
Ogni anno nell’Ue si producono 21,1 kg di “rifiuti alimentari inevitabili” e 14,2 kg di “rifiuti evitabili” pro capite.

Secondo il recente studio “Quantifying household waste of fresh fruit and vegetables in the EU” pubblicato su Waste Management da Valeria De Laurentis, Sara Corrado e Serenella Sala del Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea, le famiglie dell’Unione europea producono circa 35,3 kg di rifiuti di frutta e verdura freschi pro capite all’anno, 14,2 kg dei quali sono evitabili.

La Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) stima che circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano vada perso o finisca nella spazzatura.  

Secondo studi realizzati in diversi Paesi europei, frutta e verdura fresche rappresentano quasi il 50% degli sprechi alimentari delle famiglie dell’Ue.
Le ricercatrici italiane del Jrc fanno notare  che si tratta di qualcosa di prevedibile, «dato che costituiscono circa un terzo degli acquisti alimentari totali, parte della loro massa è immangiabile (ad esempio buccia), e sono altamente deperibili e relativamente economici».

In tutto, si tratta di circa 88 milioni di tonnellate di cibo sprecate ogni anno solo nell’Ue, con costi stimati in 143 miliardi di euro, ma lo studio del Jrc fa notare che i rifiuti alimentari potrebbero essere ridotti applicando strategie di prevenzione mirate e che i rifiuti inevitabili potrebbero essere gestiti in modo molto più sostenibile, sia nella fase di produzione che per il riciclo, utilizzandoli nell’economia circolare.

Al Jrc sono convinti che «I risultati di questo studio hanno implicazioni sia per le politiche sulla prevenzione che per la gestione dei rifiuti alimentari domestici. Il modello proposto può aiutare a stabilire le prassi di base e le differenze nella produzione di rifiuti tra i diversi Paesi, studiare gli effetti dei diversi modelli di consumo sulla produzione di rifiuti e stimare il potenziale di riutilizzo di rifiuti inevitabili in altri sistemi produttivi, il che è di grande interesse in una prospettiva di economia circolare.Ha anche potenziali applicazioni più ampie, ad esempio nella stima dei rifiuti generati da altri prodotti domestici.»

Le autrici dello studio hanno creato un modello per stimare la quantità di rifiuti domestici evitabili e inevitabili costituiti da frutta e verdura fresca prodotta dalle famiglie dell’Ue e spiegano che  «I rifiuti inevitabili (rifiuti derivanti da preparazione o consumo di cibo che non sono, e non sono mai stati, commestibili in circostanze normali) e rifiuti evitabili (cibo buttato via che era, fino ad un certo punto prima dello smaltimento, commestibile) sono stati calcolati nel 2010 per 51 tipi di rifiuti di frutta e verdura fresche in sei paesi dell’Ue (Germania, Spagna, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito). Queste cifre sono state utilizzate per stimare gli sprechi inevitabili ed evitabili prodotti dalle famiglie dell’Ue da consumo di frutta e verdura fresca».

Dallo studio viene così fuori che «Ogni anno nell’Ue si producono 21,1 kg di rifiuti inevitabili e 14,2 kg di rifiuti evitabili pro capite. In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie nell’Ue a 28 viene sprecato, il 12% (14,2 kg) del quale era evitabile».

A seconda dei diversi livelli di comportamenti di spreco (legati a fattori culturali ed economici) e dei diversi modelli di consumo (che influenzano la quantità di rifiuti inevitabili prodotti), le ricercatrici hanno riscontrato grandi differenze nei rifiuti evitabili e inevitabili prodotti nei diversi Paesi: «Ad esempio, sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito che in Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito. Si è scoperto che i Paesi i cui cittadini spendono una percentuale maggiore del loro reddito per il cibo producono meno rifiuti evitabili».

Un bel problema, visto che l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) 12.3 dell’Agenda Onu punta a dimezzare entro il 2030 gli sprechi alimentari sia alla vendita che da parte dei consumatori e che l’ultima modifica alla Direttiva quadro sui rifiuti dell’Ue impone agli Stati membri di ridurre lo spreco alimentare come contributo all’obiettivo SDG 12.3 e di monitorare e riferire annualmente riguardo ai livelli di spreco alimentare.

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Inviato da: “Greenreport”

14-8-2018

Ripensare l’acqua: 27 tesi

Ripensare l’acqua significa liberare il futuro dell’umanità dalle catene della disuguaglianza e dell’ingiustizia; tutelarla dalla guerra per l’acqua; liberare il futuro della vita dalle catene della dominazione predatoria dei vecchi e nuovi “signori dell’acqua”, già all’opera in tutto il mondo; preservare questo pianeta dal furto della vita rappresentato dall’impoverimento e dall’esclusione di alcuni; sprigionare la forza creativa dell’utopia, farla uscire dalla prigione del pragmatismo, realismo e cinismo dei ceti dominanti.

Tesi 1. L’acqua è un elemento naturale indispensabile e insostituibile per tutte le forme di vita (esseri umani, microbi, vegetali e animali). L’acqua è vita. E deve essere vissuta, salvaguardata, protetta in quanto tale. La vita ha un valore assoluto per sé. Ciò significa che quando si entra nel campo dei diritti non bisogna parlare solo di diritto umano all’acqua, ma anche del diritto dell’acqua alla sua rigenerazione, alla sua integrità, alla sua buona qualità. Essa è fonte di vita, ma anche di malattia, calamità, disastri ambientali, morte, oggi più di ieri, per cause di natura umana.

Tesi 2. Nessuna forma di vita può fare a meno dell’acqua. La vita sulla Terra è iniziata con l’acqua, nell’acqua sono nati i primi organismi e solo in seguito sono riusciti a svilupparsi al di fuori. A livello umano, il suo utilizzo non è una questione di scelta o preferenza a seconda delle esigenze individuali o del cambiamento degli stili di vita, ma una necessità vitale da soddisfare con giustizia e in maniera responsabile. L’acqua non è né può essere considerata una merce, una “risorsa”/cosa che si vende e acquista, un bene di proprietà privata. Qualunque Stato intergovernativo o organizzazione politica internazionale che riconosca o tratti l’acqua (e i servizi idrici) come un bene di proprietà privata, non rispetta l’acqua in quanto vita. Il diritto alla proprietà privata e pubblica esiste ma, nel caso dell’acqua, nessuno puo’ considerarsi il proprietario, nemmeno lo Stato. Lo Stato ne è il responsabile, il garante della sua esistenza. Il fatto che la Costituzione del Cile, ereditata dal regime dittatoriale di Pinochet e ancora in vigore, afferma che l’acqua cilena è di proprietà privata, rappresenta un caso unico al mondo, inaccettabile.

Tesi 3. Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita. Allo stesso modo, e al di là di qualsiasi approccio antropocentrico e tecno-produttivista, l‘acqua ha i suoi diritti alla vita, ad un suo buono stato ecologico. Da qui l’importanza fondamentale di una politica idrica di salvaguardia, cura e difesa della vita e del diritto alla vita, al di là delle concezioni strumentali dell’acqua al servizio del benessere umano. Esempio: il trattamento delle acque reflue è d’importanza fondamentale non solo per consentire agli esseri umani di ri-catturare una “buona” acqua rigenerata per i loro bisogni, ma anche per rinnovare la vita degli ecosistemi. Pertanto, gli investimenti collettivi nel trattamento delle acque/servizi igienico-sanitari devono essere pubblici e, se in caso eccezionale e provvisorio dovesse essere coinvolto il capitale privato, occorre garantire che le priorità d’investimento nei diversi settori di trattamento e riciclaggio non siano definite in funzione dei rendimenti finanziari sul capitale e del principio “chi inquina paga” perché, in tal caso, l’obbedienza al principio di redditività porterebbe a favorire il trattamento e il riciclo di usi più inquinanti dell’acqua, il che è incompatibile con il principio di vita.

Tesi 4. Il principio “chi inquina paga” imposto e applicato all’acqua dalla fine degli anni ’80 deve essere rivisto. L’esperienza dimostra che è inefficiente, inadeguato e mistificante. I danni agli esseri umani e agli ecosistemi sono diventati, negli ultimi decenni e nella maggior parte dei casi, più irreversibili e irreparabili o richiedenti lunghi periodi di trattamento e costi considerevoli. In queste condizioni, imporre un risarcimento finanziario mirato a riparare inquinamenti delle acque irreparabili ha poco senso. Come sappiamo da anni, la migliore soluzione tecnica contro l‘inquinameno è non inquinare. Ad ogni modo , occorre imporre il rispetto rigoroso del principio di precauzione.

Tesi 5. Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è stato riconosciuto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 e consolidato dalla risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite del 15 settembre 2010. Essa ha allegato il diritto all’acqua al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR). Qualsiasi inosservanza della risoluzione ONU costituisce una violazione del diritto pubblico internazionale in vigore. È altresì necessario denunciare il comportamento degli Stati membri delle Nazioni Unite che hanno votato contro la risoluzione (formalmente astenuti) e che da allora hanno sistematicamente cercato, spesso con successo, di impedire l’esistenza di tale diritto in ogni nuovo documento delle Nazioni Unite. Proponiamo che il 28 luglio venga dichiarato “la giornata del diritto all’acqua”, in sostituzione della Giornata Mondiale dell’acqua che cade ogni 22 marzo, stabilita nel 1993 sotto la pressione della Banca Mondiale. La giornata del 22 marzo si sta sempre più trasformando nella giornata di esaltazione e di valorizzazione dei noti principi alla base della visione e della politica dell’acqua dei gruppi dominanti quali: l’acqua è un bene economico, privato; una risorsa/merce sottomessa a rivalità ed esclusione; è accessibile ad un prezzo di mercato abbordabile; la gestione privata all’insegna dell’efficienza e del rendimento è la gestione ottimale della risorsa. Tutto questo è intollerabile.

Tesi 6. Vi sono inevitabili differenze nelle disposizioni e modalità organizzative con le quali le società umane concretizzano il diritto all’acqua. In generale, gli Stati firmatari delle convenzioni sui diritti umani hanno il triplice obbligo di rispettare, proteggere e realizzare il diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. In questo contesto, il diritto umano all’acqua significa l’obbligo da parte degli Stati di creare le condizioni necessarie e indispensabili affinché ogni essere umano possa disporre di 50 litri di acqua “buona” al giorno, in accordo con le raccomandazioni formulate dall’OMS e dall’UNICEF. Inoltre, in conformità con la risoluzione 70/169 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, l’accesso alle infrastrutture e servizi igienico-sanitarie deve essere considerato un diritto umano distinto da quello all’acqua potabile. Esso si riferisce al diritto di poter accedere a strutture che garantiscano una buona raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento o riutilizzo di escrementi umani. Ricordiamo che secondo i dati ufficiali dell’ONU, più di 2,6 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienici sicuri e adatti all’uomo. I dai relativi all’acqua potabile sono piuttosto controversi perché derivati da metodi di calcolo differenti. Secondo l’ONU le persone non aventi accesso nel 2016 al diritto all’acqua si sarebbeo ridotte a meno di 1,2 miliardi . Secondo lo studio pubblicato in Science News nel 2016 sarebbero 4 miliardi.

Tesi 7. Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari non può essere oggetto di restrizioni di alcun tipo: nessuno può esserne privato per “ragioni” di nazionalità, razza, sesso, religione, reddito. La maggior parte dei paesi non rispetta tale diritto né a livello legislativo né, a giudicare dalle politiche attuate, a livello dei comportamenti collettivi. Il diritto all’acqua e ai servizi igienici deve essere incluso nelle carte costituzionali di tutti gli Stati e regolato da leggi ad hoc (federali, nazionali, regionali, o a livello di comunità organizzata).
Lo stesso vale per il diritto dell’acqua alla vita, ad un buon stato ecologico. Gli Stati devono avere il coraggio e la saggezza di prendere le misure appropriate per dare valore guridico al diritto dell’acqua alla vita. Devono seguire il percorso iniziato in tre Stati del mondo dove quattro fiumi sono stati riconosciuti dalle più alte istituzioni legislative e giurisdizionali di detti Stati come persone fisiche o entità morali dotate di personalità giuridica con pienezza di diritti e di doveri. Quel che è particolamente interessante nella costruzione del nuovo diritto operata da questi Stati – e che conforta le tesi qui esposte – è il fatto che le decisioni prese affidano allo Stato l’obbligo di rappresentare la salvaguardia dei diritti e degli interessi dei fiumi in quanto persone giuridiche, cosi come quello di ottemperare ai loro doveri. Non si tratta di « umanizzare la natura » ma di attribuire uno statuto giuridico alle specie viventi non umane e, a tal fine, dare forma e sostanza ai nuovi soggetti di diritto.
Ci riferiamo alla Colombia, dove il 2 maggio 2017 la Corte Costituzionale riconosce che il bacino del fiume Atrato è un « soggetto di diritto » (persona giuridica morale) ed impone allo Stato di proteggere e far rivivere il fiume ed i suoi affluenti, dando allo Stato 6 mesi per sciogliere le attività minerarie inquinanti, bonificare il territorio e indennizzare le comunità etniche indigene dei danni provocati dallo sfruttamento non sostenibile del bacino; alla Nuova Zelanda, dove sempre nel maggio 2017, il parlamento ha riconosciuto come persona giuridica il fiume Whanganui, considerato peraltro sacro dalle popolazioni indigene dei Maori; all’India dove, nuovamene in nel maggio del 2017, la Corte suprema dello Stato himalayano di Uttarakhand ha attribuito lo statuto di personalità giuridica al Gange ed al suo prinipale affluente, lo Yamuna, entrambi considerati sacri dagli indù.

Tesi 8. In linea con quanto precede, lo Stato, gli Stati debbono assumersi la responsabilità – per il bene del popolo, dei popoli – di realizzare il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienici, garantendo la copertura di tutti i costi monetari (e non) associati  alla  corretta  concretizzazione  del  diritto,  Nel  contesto  dell’economia pubblica dei diritti umani, la gratutità non significa l’assenza di costi da coprire, ma la loro assunzione da parte della comunità attraverso una tassazione generale progressiva e redistributiva. È il caso degli ingenti costi del diritto alla sicurezza: la spesa militare è a carico dello Stato. Fin dagli anni ’80, però, i nostri dirigenti hanno optato nel caso dell’acqua in favore del finanziamento tramite il prezzo pagato dal consumatore, come per qualsiasi altro bene e servizio commercial e industriale privato. Il principio “l’acqua paga l’acqua“, come abbiamo già visto per quello di “chi inquina paga” non è una soluzione. Negli ultimi trent’anni, dappertutto dove è stato applicato, ha dimostrato solamente di essere capace di garantire alti profitti al capitale privato (in Italia, solo nel periodo ha distribuito più di in dividendi!), ingrossando il costo delle bollette ai consumatori e deteriorando le finanze degli enti locali, senza però migliorare il sevizio idrico e metterlo in conformità alle regole relative alla qualità delle acque ed al trattamento e riciclo delle acque reflue. Una politica integrata e coerente delle acque, in tutte le sue interrelazioni con l’alimentazione, la salute, l’alloggio, la città, la protezione ed i diritti della natura a livello “locale”, nazionale e “continentale/globale” non può essere lasciata alle logiche della finanza privata mondiale. La politica dell’acqua è compito e dovere delle comunità politiche e dei poteri pubblici.

Tesi 9. Il principio del diritto all’acqua per la vita “accessibile a un prezzo abbordabile”” è una mistificazione perché, oltre l’inaccettabile tesi sull’obbligo del “consumatore” di “pagare il diritto” all’acqua, stabilisce legalmente che l’accessibilità è determinata dai criteri di rendimento finanziario stabiliti dai mercati. Mistificazione anche per quanto riguarda la “tariffa sociale dell’acqua” (il “social water pricing”) per persone, famiglie e categorie definite “svantaggiate”, povere, incapaci di pagare le bollette e quindi a rischio di taglio d’acqua. Qui la mistificazione è ancora più grave: le nostre società si arrogano il potere di lasciare in balia del mercato l’accesso all’acqua, e costringono le persone povere a pagare un prezzo, seppure simbolico. In altre parole, le autorità pubbliche si vantano di agire nell’ambito dell’assistenza sociale e non nel quadro della sicurezza dei diritti. I diritti non sono rispettati quando si fa la carità.

Tesi 10. La monetizzazione della natura (nature pricing, nature banking), ovvero la misura in termini monetari dei cosiddetti costi e benefici ambientali di qualsiasi elemento vivente (inclusi gli ecosistemi acquatici), esplicitamente approvato nella risoluzione finale del 3° Summit della Terra a Rio de Janeiro (2012), è pienamente in linea con la logica della mercificazione, della privatizzazione e della finanziarizzazione della vita. Questo principio deve essere contestato con convinzione perché rappresenta un inaccettabile passo in avanti verso la sottomissione del destino dell’acqua e della vita ai predatori della nostra esistenza. Lo stesso vale per il futuro della democrazia e della giustizia.

Tesi 11. Il diritto umano universale all’acqua per la vita deve essere garantito e assicurato secondo il concetto di pluridimensionalità dei diritti. Ciò si traduce in un sistema di regolazione della disponibilità ed utilizzo all’acqua a quattro livelli:

  • il livello del diritto, fino a 50 litri per persona al giorno. Qui i relativi costi sono sostenuti dalla comunità tramite tassazion A tal fine, è necessario abolire i paradisi fiscali, mettere fine ai tagli delle spese pubbliche e ai sussidi alle società private attive nel mercato azionario, procedere alla ri-municipalizzazione delle casse di risparmio e delle banche di credito locali, alla creazione di un’autorità pubblica della sicurezza idrica;
  • il livello di benessere sociale basato sulla sicurezza idrica delle comunità umane e di tutti i popoli, tra 50 e 120 litri al giorno per person Qui le autorità pubbliche possono chiedere ad ogni cittadino di contribuire a finanziare i costi della conservazione dell’acqua pagando una tassa annuale fissa (la tassa sulla responsabilità idrica);
  • il livello di benessere individuale, tra 120 e 250 litri al giorno e per person Qui, nel caso di una quantità significativa di acqua individuale il cui impatto sull’ambiente e sullo stile di vita deve essere rigorosamente controllato, i cittadini devono contribuire attraverso un’imposta progressiva il cui scopo sarà, tra l’altro, di aumentare la consapevolezza della necessità di uno stile di vita sobrio, rispettoso degli imperativi ambientali e della pacifica convivenza;
  • il livello di uso insostenibile per un utilizzo superiore ai 250 litri al giorno per person Si tratta di un utilizzo nocivo ai corpi idrici e al corretto funzionamento dei bacini idrici. Occorre abbandonare il principio “chi inquina paga” e adottare quello del divieto. Anche se uno paga, non si deve consentire di compromettere l’integrità dell’acqua e la sua rigenerazione (vedi anche tesi 4).

Tesi 12. Conformemente ai concetti e alle pratiche consolidate nel tempo in tutte le società, si propone di rispettare la seguente gerarchia riguardante gli usi dell’acqua:

  • usi domestici (acqua potabile, igiene, cibo, salute);
  • usi in agricoltura, principalmente irrigazione e bestiame;
  • attività industriali, inclusa la produzione di energia;
  • attività terziarie, in particolare il turismo.

Tesi 13. In caso di “stress idrico” – secondo l’ONU è la situazione in cui una comunità umana possiede meno di 1000 metri cubi all’anno per persona tutti usi considerati – la soluzione non deriverà principalmente dall’utilizzo di tecnologie volte ad aumentare l’offerta di acqua disponibile e accessibile. Per fare degli esempi: il miglioramento della produttività dell’acqua in agricoltura, la riduzione delle perdite e degli sprechi nelle reti, la desalinizzazione acqua di mare, la produzione di acqua mediante la cattura di umidità su larga scala, il trasporto di acqua su lunghe distanze. La soluzione non risiede nelle tecniche di gestione capitalista come quella insita nel prezzo di consumo d’acqua, nelle banche idriche, nei mercati dell’acqua, nella coca-colizzazione dell’acqua e nell’uso massiccio di acqua in bottiglia. Tutto ciò ha ampiamente dimostrato di essere insufficiente e, persino, di condurre a risultati apparentemente non voluti come l’accentuazione delle ineguaglianze di fronte a situazioni di “stress idrico” tra categorie sociali, comunità locali e priorità negli usi.

Tesi 14. Lo stesso vale In caso di “scarsità d’acqua” (definita come una situazione in cui una comunità umana dispone di meno di 500 metri cubi all’anno per persona): la monetizzazione e la bancarizzazione delle risorse idriche sono strumenti inventati dai gruppi sociali dominanti nel sistema economico e politico, consentendo loro di avere accesso all’acqua rara/rarefatta per soddisfare esclusivamente i propri bisogni vitali ed interessi di potere.

Tesi 15. Le soluzioni devono provenire essenzialmente da un cambiamento radicale nel modo di pensare l’acqua, secondo le linee esaminate e proposte in questo lavoro, in particolare secondo i tre principi generali sopramenzionati:

  • l’acqua per la vita deve essere riconosciuta e trattata come un bene comune pubblico globale;
  • la disponibilità e l’accesso/uso all’acqua devono essere considerati e concretamente realizzati come un diritto universale per tutte le specie viventi della Te
  • l’acqua, in quanto tale, deve godere di suoi propri diritti.

A tal fine , le autorità pubbliche, a tutti i livelli, devono garantire e assicurare l’impiego delle risorse comuni dello Stato, monetarie e non monetarie, per finanziare gli investimenti necessari. Investimenti per la sicurezza di vita e la salute di tutti i membri delle comunità umane e degli abitanti della Terra (le altre specie viventi incluse);

Tesi 16. Qualsiasi utilizzo dell’acqua, secondo le priorità di cui sopra, deve essere rispettoso dei principi della sostenibilità della vita (rigenerazione), della responsabilità collettiva e individuale/comunitaria, della giustizia sociale e uguaglianza in relazione ai diritti, della democrazia partecipativa efficace, della sobrietà e della precauzione.

Tesi 17. Più specificamente, l’acqua di irrigazione per la produzione agricola, l’esportazione e gli usi alimentari dei consumatori delle classi sociali ricche non può essere una priorità, come invece accade oggi. Allo stesso modo, non può essere prioritario l’uso dell’acqua per coltivare la terra per la produzione di energia tra l’altro destinata al trasporto stradale. C’è un urgente bisogno di ricostruire una bio- agricoltura che valorizzi localmente e in maniera sostenibile il capitale della terra e dell’acqua per i bisogni vitali delle popolazioni, nel quadro di un sistema di cooperazione, scambio e condivisione.

Tesi 18. Lo stesso principio deve essere applicato alla costruzione delle dighe finalizzate alla produzione di acqua per l’irrigazione e la generazione di energia elettrica per le industrie mineraria, agroalimentare e chimica, o per le attività militari. È inaccettabile che centinaia di milioni di persone in Africa, America Latina e Asia non abbiano accesso all’elettricità, mentre le “loro” terre e le “loro” acque rappresentano le principali fonti di produzione elettrica nel mondo.

Tesi 19. Sulla base del principio della sovranità dello Stato, spesso definita sovranità nazionale, gli Stati attuali non accettano l’idea che le acque sul loro territorio debbano essere salvaguardate e valorizzate per il rispetto della vita di tutti gli abitanti della Terra ed i loro diritti. Questo comportamento si traduce nell’incapacità di concepire una politica globale cooperativa e solidale dell’acqua nel contesto, per esempio, dei dibattiti e delle scelte relative alle strategie di “lotta” contro il cambiamento climatico. E ciò anche se tutti convengono che le conseguenze più drammatiche per gli esseri umani del disastro climatico in corso riguarderanno l’acqua, la sua disponibiità e qualità. In queste condizioni, sarà estremamente difficile realizzare una politica di lotta al cambiamento climatico, alla devastazione della vita sul Pianeta e una politica dell’acqua cooperativa e solidale se

  • non si fa uscire dal mercato e dalle logiche della finanza mondiale privata l’acqua e gli altri beni essenziali ed insostituibili alla vita come le sementi, le energie rinnovabili, la conoscenza, e
  • non si libera l’organizzazione delle comunità umane – da quelle locali a quelle mondiali – dall’imprigionamento rappresentato dal principio della sovranità nazionale assolut

Tesi 20. Di fronte alla crescente scarsità di acqua buona, il concetto di sicurezza dell’acqua, pensato e difeso dagli Stati, è finito per riflettere quello della sicurezza nazionale. E così anche il cibo, l’energia e la sicurezza economica: è urgente e indispensabile eliminare i profondi ostacoli imposti da tale visione della sicurezza, progettandone e promuovendone una collettiva globale. A tal fine, si propone di costituire un Consiglio di sicurezza per i Beni Comuni globali, a partire dall’acqua, dai semi e dalle conoscenze.

Tesi 21. Nel contesto dell’attuale inuguale e predatoria globalizzazione economica dove il potere politico effettivo non è più appannaggio delle istituzioni politiche pubbliche “nazionali” né internazionali, l’approccio multilaterale interstatale alla politica idrica è diventato manifestamente inadeguato e inappropriato. Esempio emblematico: il World Water Forum, un’organizzazione privata guidata da potenti interessi industriali, commerciali e finanziari, ha sostituito l’ONU, con l’accordo e la complicità degli Stati, nel ruolo di principale agorà mondiale di dibattito e di proposte in materia di politica dell’acqua. È necessario che le Nazioni Unite recuperino il loro ruolo di soggetto pubblico mondiale e che modifichino profondamente il Global Compact, firmato nel 2000 insieme alle società multinazionali e multiutilities private.

Tesi 22. Che si chiami Autorità Mondiale o Consiglio di Sicurezza Mondiale oppure l’Agorà planetaria o qualsiasi altra cosa, è urgente istituire un sistema planetario plurale e partecipativo di condivisione e partenariato pubblico in materia di politica idrica, nelle prospettive più ampie riguardante l’acqua, le sementi e la conoscenza esplicitate nella tesi 20. Il compito di tale sistema sarà triplice: legislativo, programmatico e giudiziario. Le sue capacità e risorse verranno messe in atto gradualmente. Il sistema dovrà contribuire a un governo pubblico mondiale della vita sulla Terra nel nome dell’umanità e della comunità globale di vita.

Tesi 23. Gli esperimenti in corso nell’ambito della cooperazione intergovernativa per le acque transnazionali e interregionali – si pensi alle dozzine di organizzazioni sui bacini fluviali di tutto il mondo – sono di grande utilità per definire le possibili configurazioni istituzionali citate. Per divenire stabili, le configurazioni dovranno rispettare l’esistenza della vita nella sua integrità e globalità, valorizzando la complementarità tra le autonomie delle varie entità del sistema messe al servizio dell’obiettivo della promozione della sicurezza collettiva globale, transnazionale.

Tesi 24. Un ruolo importante nella ricerca e nell’attuazione della regolazione politica, economica e sociale dell’acqua a livello mondiale deve essere svolto dalle città, in particolare dalle grandi metropoli multi-milionarie dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Nel 2050, secondo una ricerca pubblicata su Nature Sustainability (febbraio 2018), gli abitanti di circa 300 città, fra le 482 più popolose del mondo, non avranno accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari di base. È uno scenario assurdo. Le nostre società non possono non reagire con forza. E’ loro dovere attuare un piano d’azione glocale, locale e globale, chiamato Urban Water 2020-2050, in quanto la proposta del piano dovrebbe essere lanciata nel 2020 da una rete di città in occasione dell’Agora degli Abitanti della Terra Urban Water 2020-2050. Un’agenda per l’acqua per celebrare degnamente il decimo anniversario del riconoscimento del diritto universale all’acqua da parte dell’ONU.

Tesi 25. In questo contesto, e in riferimento all’acqua potabile, è essenziale contrastare la tendenza emersa negli ultimi vent’anni a sostituire, per bere, l’acqua del rubinetto con quella minerale o di sorgente in bottiglia. La pubblicità aggressiva e fuorviante è riuscita a far credere che l’acqua in bottiglia sia di migliore qualità per la salute rispetto a quella del rubinetto, il che è totalmente falso. Solo l’acqua del rubinetto è potabile per definizione, in quanto trattata secondo secondo i criteri definiti dalle autorità pubbliche.
Le acque minerali naturali imbottigliate, invece, non sono trattate per soddisfare i criteri di potabilità poiché la loro struttura biochimica è permanente: devono essere imbottigliate esattamente come quando sono state prelevate dalla fonte. Unica modifica possibile: l’aggiunta di anidride carbonica. Bere acqua in bottiglia non fa male, ma un suo uso quotidiano, specie della stessa marca, necessita un controlli medico. Da quando anche le acque minerali naturali e quelle di sorgente hanno cominciato ad essere (ingiustificatamente) privatizzate – tramite concessioni di sfruttamento a lungo termine per un canone annuale irrisorio – il loro “valore commerciale” ha raggiunto livelli altissimi costano da 200 a 1000 volte di più dell’acqua potabile. Risultato? L’acqua potabile viene utilizzata in casa e nei luoghi pubblici più per scopi poco nobili (la toilette, le docce, le lavatrici, il lavaggio delle auto). Una situazione inaccettabile, causata da una pura strategia orientata al profitto, consentita dalle autorità pubbliche anche a scapito delle finanze delle comunità locali. Eppure, segni di inversione di tendenza sembrano manifestarsi. È tempo di nazionalizzare e ri-municipalizzare le acque minerali naturali e privilegiare l’uso di acqua di rubinetto, a casa e nei luoghi pubblici.

Tesi 26. La questione dell’acqua virtuale ha suscitato importanti riflessioni e dibattiti. Per acqua virtuale s’intende l’acqua necessaria per produrre un bene o servizio che diventa virtuale per l’acquirente o l’utente che risparmia cosi di utilizzare direttamente l’acqua incorporata nel bene o servizio comprato, potendo invece utilizzarla per produrre altri beni servizi o per altri scopi. Il concetto di acqua virtuale è stato pensato soprattutto come strumento per facilitare il confronto tra usi alternativi dell’acqua e quindi promuovere una politica d’uso delle acque più sostenibile e sobria (in termini di conservazione, protezione di qualità dell’acqua, obiettivi ambientali, cooperazione tra i popoli). In realtà, il concetto è stato catturato e monopolizzato da criteri commerciali e di rendimento finanziario. Questi hanno ridotto la questione ad un problema di analisi comparativa dei costi e benefici monetari tra la produzione diretta o l’acquisto/importazione di beni e servizi in funzione del valore commerciale e del rendimento finanziario dell’acqua utilizzata. Un vero peccato. Spetta alle entità locali e regionali legiferare in questo settore.

Tesi 27. L’acqua, come la terra, i semi, le piante, gli animali, gli esseri umani, fa parte della grande comunità della vita sulla Terra. A questa corrisponde un universo multiplo e complesso di funzioni, diritti, responsabilità a tutti i livelli territoriali. In una prospettiva umana, i principi unificanti consentono a questo universo di “vivere bene” senza frequenti rotture “esistenziali” e senza conflitti distruttivi quando il suo operato è ispirato e guidato da principi di complementarietà, cooperazione, sicurezza comune, condivisione, solidarietà, tolleranza, non violenza, libertà comune. In altre parole, non affida il futuro del mondo e della vita sulla Terra ai meccanismi di rivalità e di esclusione, alle logiche di dominio e di predazione, ai processi di appropriazione/esproprio oligarchico al servizio degli interessi dei pochi. Pertanto, l’acqua e il diritto alla vita devono essere liberati dalla morsa mortale della potenza speculativa, dell’imprigionamento del rigetto e dell’odio verso l’altro alimentato dai sovranismi assoluti detti “nazionali”.

Frasi
  • L’acqua è vita.
  • L’acqua non è una merce, che si vende e si acquista, un bene di proprietà   privata.
  • Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita.
  • Il principio “chi inquina paga” è inefficiente, inadeguato e mistificante.
  • Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari non può essere oggetto di restrizioni di alcun tipo: nessuno può esserne privato per “ragioni” di nazionalità, razza, sesso, religione, reddito. 

Riccardo Petrella
(petrella.riccardo@gmail.com)

Laudato Si’ tre anni dopo

A quasi tre anni dalla pubblicazione di Laudato Si’, enciclica di Papa Francesco sulla cura della nostra casa comune, le parole del Pontefice continuano ad essere attuali: “Che tipo di mondo vogliamo lasciare a coloro che vengono dopo noi, ai bambini che stanno crescendo?”

I primi giorni di luglio 2018 si è tenuta una Conferenza internazionale, organizzata dal Dicastero vaticano, per promuovere lo sviluppo umano integrale, celebrare il terzo anniversario di Laudato Si’, ricordare come l’enciclica intende comunicare soprattutto un senso di profonda urgenza e profonda preoccupazione per lo stato precario della nostra casa planetaria comune.

La conferenza intendeva valutare l’impatto avuto da Laudato Si’ e prevedere i prossimi passi da intraprendere. Si è svolta seguendo il percorso “See-Judge-Act” (guarda-valuta-agisci) dell’enciclica. (vedi il programma)

Innanzi tutto, in linea con l’approccio ecologico integrale adottato da Papa Francesco (vedi il messaggio alla Conferenza), è stata considerata la crisi della nostra casa comune da una prospettiva olistica per ascoltare “sia il grido della terra che il grido dei poveri”.

Per questo il programma della conferenza prevedeva, nella prima parte, di ascoltare le persone e le comunità vittime della crisi in settori fondamentali come la sicurezza alimentare, la salute e le migrazioni e con particolare riferimento, tra gli altri, a bambini, donne, comunità indigene, minoranze e piccoli stati insulari. In un secondo momento, era prevista una riflessione sui criteri per comprendere e rispondere in modo integrale alla crisi: etica, economica, finanziaria e politica, solo per citarne alcuni.

Gli organizzatori hanno sottolineato come ritengano che sia giunto il momento di ispirare un “grande movimento” per la cura della nostra casa planetaria comune in pericolo. La Conferenza ha cercato quindi di riunire rappresentanti della società civile, religioni, chiese, scienziati, politici, economisti, movimenti di base, ecc..

Alla fine della Conferenza, gli organizzatori hanno inteso proporre linee d’azione concrete e partecipative per la cura della nostra casa comune, consapevoli che “dobbiamo agire come individui e comunità, a livello locale, regionale, nazionale e a livello internazionale. ”

Sono disponibili le registrazioni video e le presentazioni della Conferenza.

Vedi anche:

http://www.dimensionidiverse.it/la-nuova-enciclica-sullambiente-una-lettura-di-parte/

 

 

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