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La giustizia invalsa di Salvini &C

I porti sono chiusi, impediti allo sbarco di “cristiani”, mentre sono aperti e accoglienti alle navi che caricano armi per portare la morte nei luoghi di partenza degli stessi “cristiani”

Amnesty : COMUNICATO STAMPA  14 Maggio 2019

Porti aperti alle navi che trasportano bombe?

La nave saudita «Bahri Yanbu», carica di armi che rischiano di essere utilizzate anche nella guerra in Yemen, sta cercando di attraccare nei porti europei per caricare armamenti destinati alle forze armate della monarchia assoluta saudita.Dopo aver caricato munizioni di produzione belga ad Anversa, ha visitato o tentato di visitare porti nel Regno Unito, in Francia e Spagna, e dovrebbe attraccare nel porto italiano di Genova a partire dal 18 maggio prossimo.

La nave partita dagli Stati Uniti, passata per il Canada prima di arrivare in Europa, ha come destinazione finale Gedda, Arabia Saudita, con arrivo previsto il 25 maggio.

È perciò reale e preoccupante la possibilità che anche a Genova possano essere caricate armi e munizionamento militare; ricordiamo infatti che negli ultimi anni è stato accertato da numerosi osservatori indipendenti l’utilizzo contro la popolazione civile yemenita anche di bombe prodotte dalla RWM Italia (con sede a Ghedi, Brescia, e stabilimento a Domusnovas in Sardegna).

Esiste quindi il fondato pericolo che i porti italiani accolgano gli operatori marittimi che
trasferiscono sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto: armi che possono essere usate – com’è già accaduto – per commettere gravi violazioni dei diritti umani e che anche secondo i trattati internazionali firmati dal nostro Paese non dovrebbero essere consegnate.
Bombe che alimentano le guerre che a loro volta alimentano le migrazioni che, a parole, tutti vorrebbero prevenire aiutando le popolazioni “a casa loro”: una vera follia.

La vicenda del cargo saudita «Bahri Yanbu» rischia ora di diventare un caso internazionale, coinvolgendo anche le autorità italiane.

La nave, partita all’inizio di aprile dal porto di Corpus Christi, USA, per poi arrivare a Sunny Point, il più grande terminal militare del mondo, il 4 maggio ha imbarcato ad Anversa – secondo alcune organizzazioni della società civile belga – 6 container  di munizioni.

L’8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto di Le Havre per caricare 8 cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani, contrari alla vendita di armi che potrebbero essere impiegate nella guerra in Yemen.

Si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander,  dove è giunta per uno scalo non previsto, presumibilmente per aggirare l’azione legale avviata dagli attivisti francesi.

Anche qui si sta registrando la mobilitazione di varie associazioni della società civile – tra cui Amnesty International, Oxfam, Grenpeace, Fundipau – che si sono appellate alle autorità spagnole.
La «Bahri Yanbu» appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh.

Anche la tipologia della nave, una delle 6 moderne con/ro multipurpose della flotta Bahri, ha una chiara vocazione militare, adatta al trasporto sia di carichi ro/ro e heavy-lift speciali (ovvero anche mezzi militari fuori norma), sia di container.

Le nostre associazioni hanno ripetutamente chiesto ai precedenti Governi e all’attuale Governo Conte di sospendere l’invio di sistemi militari all’Arabia Saudita ed in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte dalla RWM Italia che vengono sicuramente utilizzate dall’aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Yemen.

Riteniamo che queste esportazioni siano in aperta violazione della legge 185/1990 e del Trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT) ratificato dal nostro Paese.

Il Trattato sul commercio delle armi (ATT) impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari (cioè anche nel transito e nel trasbordo) verso Paesi coinvolti in conflitti armati di verificare (art. 6.3) se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani e di conseguenza di sospendere le forniture (art. 7).

Secondo i rapporti dell’UE sulle esportazioni di armi, gli Stati membri dell’UE hanno emesso almeno 607 licenze per oltre 15,8 miliardi di euro in Arabia Saudita nel 2016.

I principali esportatori europei di armi convenzionali verso l’Arabia Saudita includono Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Bulgaria.

Tra il 2013 e il 2018, l’Arabia Saudita rappresentava circa la metà delle esportazioni militari del Regno Unito e un terzo di quelle del Belgio.
Altri paesi – tra cui Svezia, Germania, Paesi Bassi e Norvegia – hanno sospeso o iniziato a limitare le vendite di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli EAU.

In Italia, nonostante il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso 28 dicembre abbia affermato che «il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen. Adesso si tratta solamente di formalizzare questa posizione e di trarne delle conseguenze», nessuna sospensione è stata ancora definita e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi ammontando ad un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018 (come risultante dai dati ufficiali governativi elaborati dall’Osservatorio Opal di Brescia).

Le associazioni pertanto invitano le autorità competenti a non mettere a disposizione della nave Bahri Yanbu lo scalo di Genova.

Amnesty International Italia – Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile –
Fondazione Finanza Etica – Movimento dei Focolari Italia – Oxfam Italia – Rete della Pace –
Rete Italiana per il Disarmo – Save the Children Italia
—————–
Paola Nigrelli
Ufficio Stampa
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Rossana Rossanda – “perché il femminismo è una sfida ancora attuale”

L’intervento dell’intellettuale marxista pubblicato da L’Espresso: le sfide odierne, i nodi teorici e il movimento “Non una di meno”

Rossana Rossanda, tra le fondatrici del quotidiano il manifesto, non cessa di stupirci e ormai novantacinquenne continua a stimolarci, appassionarci, fare proposte. Domenica sull’Espresso è stato pubblicato un suo intervento, un “Manifesto per un nuovo femminismo”.

Un testo veloce, leggero, ma pregnante che pone al centro varie questioni a partire  “dalle sfide della maternità in una società che resta maschilista”.
Rossanda, marxista doc, torna in campo su un terreno che lei stessa definisce controverso, da quando era direttrice del quotidiano: «… in quella veste non ho goduto sempre della simpatia del movimento delle donne, che mi ha definito sovente “figura di potere”, invitandomi a mettermi in gioco cosa che, a dire il vero, credevo di aver fatto, ma – si vede non abbastanza …».

Ma il risultato è che, pur con qualche difficoltà in quanto prima di tutto marxista, anche Rossanda si definisce femminista ( «credo di esserlo» ) anche perché «non c’è battaglia delle donne che io non condivida, talvolta con qualche riserva. Non ne ho per esempio nei confronti del testo fatto circolare da “Non una di meno” per convocare uno sciopero generale l’ 8 marzo scorso».

In questa “distanza” e in questa “vicinanza” c’è tutta la grandezza di Rossanda. Almeno per me. Quando negli anni Novanta in Italia era egemone il “pensiero della differenza sessuale”, fu una sua intervista a confermarmi l’esistenza di nuovi orizzonti: la giornalista del manifesto non era d’accordo con la “differenza” e insisteva non tanto e solo sull’uguaglianza, ma sull’intreccio di conflitto di classe e conflitto di genere, intreccio che negli Usa – ben prima di noi – comprendeva anche la questione dell’antirazzismo come elemento fondante.

Nella sua posizione, che oggi sta tornando alla ribalta anche a livello internazionale, c’era e c’è la lezione del femminismo degli anni Settanta: l’inconscio e Freud, i ruoli, la critica alla visione binaria della sessualità, la messa in discussione del patriarcato come patto stretto anche con le donne.  
Siamo nel cuore dell’amicizia e il confronto con Lea Melandri che prosegue tutt’ora, la collaborazione con la rivista Lapis, gli scritti oggi raccolti nel libro Questo corpo che mi abita (edito da Bollati Boringhieri).

Temi ripresi nell’intervento pubblicato dall’Espresso che presenta due piani, entrambi importantissimi. Il piano più prettamente teorico e quello più prettamente politico. Il piano teorico, anche se in poche righe, fa chiarezza su cosa si intenda per società maschilista.

Non vuol dire che il maschio è cattivo per natura, che i maschi sono “tutti mafiosi”, che sono tutti carnefici, come purtroppo leggiamo sempre più spesso in una banalizzazione dell’analisi e dell’azione politica.

No, non è così. La cultura maschilista – chiarisce Rossanda – va intesa «nella sua accezione di “senso comune” di derivazione greca, romana e giudaica, ma si dovrebbe dire anche egizia o cretese, culture che hanno in comune la visione binaria della sessualità, sulla quale si innesta, il principio della famiglia patriarcale come “società naturale”, basata sulla divisione gerarchica tra maschio e femmina».

E sul patriarcato, la sua complessità, il suo radicamento nella società aggiunge: «Il potere mi sembra sempre la tentazione più pericolosa: in verità anche quello che definiamo potere patriarcale si fonda su un patto con le donne, che nella famiglia si accontentano di un sottopotere cui però tengono moltissimo, e che non rinunciano allo stesso modo ad esercitare».

Il link con gli anni 70 ci proietta nel futuro, con una capacità di indagare “il profondo” che va ritrovata, sfuggendo ad alcune “campagne” del presente spesso fondate sulla semplificazione.

La realtà è sempre più intricata, ma quanto più è complessa tanto più vale la pena provare a governarla.
È il caso delle questioni legate alla maternità e alla sessualità, cuore dell’intervento di Rossanda.
Dei diversi punti, mi preme mettere in risalto quello sulla gestazione per altri, volgarmente detta “utero in affitto”.
In poche righe, “il manifesto per un nuovo femminismo” pone le basi per una discussione seria. Scrive Rossanda: «Impedirla significa mettere un limite alla libertà della donna o dell’uomo che la vorrebbe, consentirla però comporta un pericolo permanente di mercificazione».

La prima preoccupazione è reale, se anche una parte del femminismo invoca divieti e lancia anatemi nei confronti di chi accede alla gestazione per altri; la seconda preoccupazione si può superare con una buona legge come è accaduto per esempio in Canada.

L’importante, al di là della singola questione e delle diverse posizioni, è che il femminismo – nato per costruire nuove soggettività fuori dalla maglie del patriarcato – faccia suo il suggerimento della fondatrice del manifesto, non rinunciando né alla complessità né alla libertà.

Da il dubbio 14-5-019

Vedi: Il manifesto per un nuovo femminismo

Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale

Il 19 gennaio 2019, con la convocazione di un Forum cui hanno preso parte attivisti, studiosi e numerose realtà dei movimenti e dell’associazionismo italiano, abbiamo aperto un tavolo di lavoro sui cardini dell’enciclica Laudato Si’, vista come un testo pienamente politico, capace di comprendere nel medesimo orizzonte la dimensione della giustizia sociale, del rispetto dei diritti, della cura della casa comune e del vivente – nella consapevolezza dell’urgenza di una pratica di resistenza culturale, educativa e comunicativa.

I partecipanti al Forum hanno interpretato le tematiche dell’ecologia integrale contenute nell’enciclica come un manifesto da assumere, fuori da appartenenze e schieramenti, per colmare un vuoto di rappresentanza e di elaborazione teorica e politica, impegnandosi a redigere un documento da mettere a disposizione dei cittadini e – nella prossimità della scadenza elettorale del 26 maggio 2019 – dei candidati e candidate che si presenteranno alle elezioni europee.

Nella sua parte analitica, il presente documento articola le valutazioni condivise sulle implicazioni catastrofiche dell’attuale sistema economico-finanziario, antropocentrico e predatorio, fondato sulla cultura dello scarto e sulla diseguaglianza.

Nella sua parte programmatica, si concentra sulla necessità di assumere come progetto politico la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con una concreta traduzione in obiettivi circoscritti, iniziative e campagne locali, nazionali e internazionali.

Il documento sostanzia in particolare la domanda espressa nel Forum di un’ampia risposta democratica all’attacco al lavoro, all’ambiente, alla legalità, all’accoglienza, alla diversità, alla libertà di movimento entro cui si consuma, come una svolta imprevista, la crisi dell’Unione europea.

Dal lavoro comune che ha preso avvio a gennaio sono emerse cinque macro-aree  di emergenze da affrontare tutti assieme – associazioni, attivisti, intellettuali, società civile, partiti, sindacati, istituzioni – nella consapevolezza della necessità e urgenza di un ripensamento e di una resistenza culturale, umana e politica.

  • Devastazione del pianeta, del clima, della biodiversità.
    • Decisivo è il recupero della dimensione locale e del concetto di “terrestre”, cui far seguire un’impronta ecologica “sufficiente” e “sobria” delle comunità locali, la decarbonizzazione e lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, un radicale mutamento degli stili di vita e di consumo, la tutela delle specie con cui condividiamo la casa comune.
  • Rottura della cultura di umanità.
    • Dobbiamo affrontare lo smantellamento del soccorso in mare e dell’accoglienza, la criminalizzazione di chi fugge, il progressivo attacco alla solidarietà, all’istituto dell’asilo e allo stesso impianto dei diritti umani, la rinascita di ideologie e politiche razziste, la produzione e abbandono di figure “scartate” nell’interiorizzazione di disparità economiche e sociali inaccettabili.
  • Crisi di democrazia
    • Vediamo giorno dopo giorno esautorare le istituzioni della democrazia rappresentativa, la Costituzione, la Carta europea dei diritti fondamentali, il diritto internazionale; vediamo asservire i corpi dello Stato portandoli a non ottemperare ai propri compiti costituzionali; vediamo il costante ricorso a linguaggi d’odio tollerati quando non fomentati da rappresentanti delle istituzioni e dai media, e un progressivo controllo informatico e dei Big Data.
  • Decadimento della cittadinanza
    • É intaccata la garanzia per tutti – nativi e non – di quel godimento dei diritti fondamentali riguardanti dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà e giustizia, che si esplica – in Italia e nell’Unione europea –nel diritto a lavoro degno, abitazione, salute, istruzione, libertà di movimento, partecipazione sociale, libertà femminile.
  • Perdita del futuro
    • Il naturale e vitale sguardo rivolto al futuro che è diritto dei giovani è reso problematico e financo precluso a causa dell’accelerazione brusca del cambiamento climatico indotto dall’attuale modello di sviluppo, tanto da suscitare le proteste dei ragazzi e delle ragazze di tutto il mondo.
  • Perdita dell’utopia
    • Vediamo una chiusura d’orizzonte, di pensiero e speranza, che si consuma nella progressiva riduzione alle regole del “qui e ora, nell’autocensura riguardo alla possibilità di dare forma e realizzazione a desideri tanto più necessari: un tempo di vita liberato, la bellezza come bene comune, la mitezza come cifra politica, l’uguaglianza nel rispetto delle differenze, un orizzonte di pace e progressivo disarmo.

Gli argomenti delle sessioni e le cinque macro-aree emerse dal Forum sono stati intesi nel documento come una tessitura fatta di trama e ordito che ha orientato la scrittura del documento. Il testo, sottoposto a verifica e integrazione da parte di numerose persone che figurano tra i firmatari, è tutt’altro che un testo chiuso: abbiamo deciso di renderlo pubblico ora, perché la nostra proposta di un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale possa iniziare a prendere corpo orientando le scelte della politica già a partire dalle imminenti elezioni europee, ma continueremo in una messa a punto di contenuti, adesioni e forma. Entro l’estate procederemo alla pubblicazione di un librino meglio editato e rivisto, che ci auguriamo possa divenire un utile strumento di lavoro e divulgazione.

 

Allegato:  Documento programmatico Laudato si 13 maggio 2019

 

Le adesioni possono essere inviate a associazionelaudatosii@gmail.com

Il direttivo dell’associazione Laudato si’

Il diritto del Bene Comune

Molti e importanti gli elementi che in qualche modo hanno contagiato i presenti alla pubblica assemblea di Giovedì sera, 9 maggio, promossa dalla Rete 7 alla Casa delle Associazioni circa i “Beni Comuni: natura e pratiche di vita“.

C’è sempre una grande differenza tra l’evento che attrae attenzione e curiosità e gli effetti che lo stesso evento produce nella realtà e nella vita delle persone.

L’evento che non produce coscienza politica, attrazione rivendicativa, non è solo destinato a ricadere nell’effimero, ma a “pesare” sulla vita dei viventi.

L’effetto “Greta” sui cambiamenti climatici è sicuramente un ottimo dato, in particolare per l’impegno che sta attivando i giovani nel richiedere urgenti misure in merito agli effetti pesantemente negativi del clima-alterato. da parte delle Istituzioni Mondiali, europee e dei governi.

Altra cosa è prendere l’evento per mano, approfondire, analizzare le diverse ricadute sui diversi elementi che abbiamo definito “Beni Comuni” come l’Acqua, il Cibo, l’Energia, … i quali  rappresentano la sostanza della Vita e che dovrebbero essere parte dell’universalità del diritto e quindi sottratti al Mercato speculativo.

Il Diritto non si compera, si rivendica.

E’ così per il cibo che vogliamo genuino e di qualità – senza inutili sprechi;
è così per l’acqua che vogliamo intatta e pubblica – senza inutili perdite e sprechi;
ma è così anche per il diritto pubblico, trasparente e partecipato, quando i Trattati Internazionali e i grandi interessi speculano sugli stessi beni fondamentali per la Vita.

Ma quello che ancora è apparso con grande evidenza dai racconti e dalle esperienze di ieri sera, è la necessità di recuperare la forza sostanziale del “Bene Comune“, capace di ristabilire rapporti di vicinanza, di solidarietà tra i soggetti di promozione sociale: l’esperienza di Rimaflow.

Una necessità che nasce dalla consapevolezza che solo la trasposizione del “bene personale” in una dimensione “comune” permette la rivendicazione del diritto universale dei Beni Comuni.

La strada è aperta: le relazioni, i collegamenti, le coniugazioni, sono sempre possibili come la volontà a voler essere parte “comune” e propositiva del cambiamento possibile.

Approfondimenti:

«COSTRUIRE COMUNITÀ», L’ESPERIENZA DI RIMAFLOW.

Sei anni e mezzo di sperimentazione di lavoro produttivo in autogestione, occupando la nostra fabbrica metalmeccanica che ha chiuso licenziando 330 dipendenti.

Tra difficoltà date dall’inesperienza, ostacoli burocratici e anche repressione (un’inchiesta giudiziaria in cui hanno voluto farci apparire parte di un’associazione a delinquere per lo smaltimento illecito dei rifiuti, proprio noi che abbiamo fatto del riuso e riciclo il fondamento ecologista di tutte le nostre attività!
Ma intanto sette mesi di carcere per il presidente della cooperativa RiMaflow e il sequestro dei beni li stiamo pagando pesantemente..).

Ma tutto questo tempo ci è servito, primo per strappare a Unicredit proprietaria dell’area – con la mediazione della Prefettura – un riconoscimento della nostra realtà e recuperare risorse per acquisire un nuovo stabilimento (una piccola riappropriazione di plusvalore estorto al lavoro dal capitale è sempre cosa buona), e secondo per impostare una nuova struttura giuridica della nostra attività economico-sociale, più corrispondente al progetto di <costruire comunità>.

Infatti, la concezione stessa di ‘fabbrica aperta’ che abbiamo mutuato dalle imprese recuperate argentine, ci ha posto in rapporto con il territorio non solo per le necessarie relazioni politiche e sociali funzionali a difendere un progetto di autogestione fondato su un’occupazione, ma anche per progettare la stessa attività economica.

La rete Fuorimercato rappresenta, dentro una società dominata dalle leggi del Mercato da cui sarebbe illusorio pensare di sottrarsi, una protezione per attività produttive non fondate sullo sfruttamento.

E’ per questo che – a partire dalle produzioni agroalimentari (più vicine ai bisogni primari, di vita, delle persone e con cui più facilmente è possibile costruire canali autonomi dalla grande distribuzione, che è il perno del sistema capitalistico) – è necessario mettere in connessione produzione e consumo, produttori e fruitori, per progettare insieme ciò che serve sul territorio.

La distribuzione Fuorimercato ha fatto propria l’elaborazione dei settori più avanzati del consumo critico, presenti proprio nel nostro territorio (maturati dentro l’esperienza del DESR e delle filiere produttive, dei Gas e delle realtà di Genuino Clandestino), ipotizzando un medesimo orientamento per l’insieme delle attività economiche, ivi comprese quelle artigianali e industriali.

Dal punto di vista giuridico, costruire comunità ha significato per RiMaflow approfondire l’elaborazione sul mutualismo conflittuale a partire dalle storiche Società operaie di mutuo soccorso, riprendendo in particolare quelle basate su modalità di sindacalismo a insediamento multiplo (secondo le teorizzazioni di Pino Ferraris) e di approdare al passaggio dalla classica Cooperativa di produzione e lavoro alla Cooperativa di comunità.
In quest’ultima sono soci sia produttori che fruitori, sia operai che artigiani da un lato, sia ‘gasisti’ che beneficiari di prodotti e servizi organizzati collettivamente o anche individualmente dall’altro.

La Cooperativa di comunità non ha ancora una legislazione nazionale di supporto, ma diverse sperimentazioni sono in atto da anni, pur con non facili rapporti con l’agenzia delle entrate, anche da parte delle grandi centrali cooperative che – muovendosi in un’ottica tutta interna al sistema capitalistico – come questo cercano di sussumere ciò che vedono muoversi nella società, cogliendo dinamiche reali.

Abbiamo voluto specificare nel nome il nostro progetto. Ci chiamiamo infatti “RiMaflow Fuorimercato, società operaia di mutuo soccorso, cooperativa sociale di comunità a r.l.

L’aspetto ‘sociale’ riflette la composizione della forza lavoro in atto o con cui siamo in relazione e in via di integrazione, che prevede una importante componente di disagiati riconosciuti dalla legge.

Al di là della forma giuridica, la cooperativa di comunità così concepita consente di integrare sia le caratteristiche della cooperativa di produzione e lavoro che quella di consumo, ivi compresa la raccolta del risparmio sociale anche se ovviamente tra i soli soci.
Con una remunerazione del risparmio depositato dai soci ipotizziamo dell’1,5% (a fronte del nulla offerto dal sistema bancario) la cooperativa potrà fare autofinanziamento e investimenti con un tasso di interesse bassissimo rispetto a quello di mercato.
Arriveremo a questo non certamente subito, poiché occorre un consolidamento economico generale delle nostre attività, ma si tratta di una prospettiva verso la quale intendiamo muoverci.

A questo punto RiMaflow, che certamente non può essere di per sé un ‘bene comune’, può muoversi però in quella direzione costruendo una comunità, in cui tendenzialmente dovrebbe diventare possibile – nelle nostre intenzioni – decidere insieme ciò che serve al territorio come produzione e servizi, attraverso il sistema partecipativo e decisionale dal basso della cooperativa di comunità.

C’è un aspetto teorico che abbiamo voluto anche considerare: quanto potrebbe essere messa a rischio l’autonomia del lavoro, cioè dei lavoratori e delle lavoratrici, all’interno della parità di potere decisionale di tutti i soci. In realtà non pensiamo che l’accettazione dello Statuto possa consentire operazioni di compressione del costo del lavoro per favorire i fruitori/consumatori. E ulteriori norme regolamentari potrebbero essere introdotte per evitare la logica dominante delle cooperative attuali della competitività al ribasso.

Tuttavia sarà la sperimentazione concreta a farci capire come affrontare queste e altre problematiche.

Se si vuole iniziare a mettere in discussione il sistema di Mercato, non è possibile agire solo sul versante della distribuzione, ma bisogna cominciare a mettere mano alla produzione.

Con l’idea che solo attraverso strumenti di potere popolare dal basso sia possibile aprire dei varchi nello stesso sistema istituzionale, del tutto impermeabile a incursioni antagonistiche in special modo attraverso i meccanismi elettorali.

RiMaflow e Fuorimercato sono piccole sperimentazioni.

Tuttavia le relazioni con altri ambiti associativi nel territorio e la replicabilità dell’esperienza potrebbero aprire una strada concreta al mutualismo e all’autogestione, come alternativa a un sistema ormai imbarbarito e senza futuro.

Gigi Malabarba

Sempre più grande la spesa per le armi nel mondo

Un 2018 da record nei nuovi dati diffusi dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma: SIPRI.

La spesa militare mondiale totale ha stabilito un nuovo record salendo a 1822 miliardi di dollari nel 2018, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2017 pari 2,1% del Prodotto Interno Lordo (PIL) globale, ovvero 214 euro a persona.

I cinque maggiori paesi, in questa poco positiva graduatoria, sono: gli Stati Uniti (649 miliardi di dollari), la Cina (250), l’Arabia Saudita (67,6), l’India (66,5) e la Francia (63,8). 

Sette dei 15 paesi primi in graduatoria sono membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO): Canada, Francia, Germania, Germania, Italia, Turchia (+24% nell’ultimo anno), Regno Unito e Stati Uniti. Insieme hanno rappresentato il 48% (880 miliardi di dollari) della spesa militare globale. 

L’Italia si è piazzata all’undicesimo posto globale sprecando in spesa militare di 27,8 miliardi di dollari (24,9 miliardi di euro) del proprio bilancio.

A evidenziare l’aumento della pressione Nato sulla Russia, si segnalano i dati della spesa militare dell’Ucraina 4,8 miliardi di dollari (+ 21 percento rispetto al 2017 e + 53 percento rispetto al 2013; della Polonia 11,6 miliardi di dollari (+ 8,9 percento rispetto al 2017; della Lituania 1,03 miliardi di dollari  (+18% nell’ultimo anno).

Altro dato che sottolinea le tensioni politiche correnti e radicate è quello del rapporto tra spesa militare e Pil nel Medio Oriente; sei dei 10 paesi con il più alto carico militare del mondo nel 2018 si trovano in questa regione: Arabia Saudita (8,8 per cento del PIL), Oman (8,2 per cento), Kuwait (5,1 per cento), Libano (5,0 per cento), Giordania (4,7 per cento) e Israele (4,3 per cento).

Gli altri quattro paesi col maggiore rapporto tra spesa militare e PIL sono l’Algeria (5,3 per cento), l’Armenia (4,8 per cento), il Pakistan (4,0 per cento) e la Russia (3,9 per cento).

Il SIPRI precisa che per spese militari si intendono non le sole spese in armamenti ma, complessivamente, tutte le spese pubbliche per le forze e le attività militari correnti, compresi gli stipendi e le indennità, le spese operative, gli acquisti di armi e attrezzature, la costruzione militare, la ricerca e sviluppo, l’amministrazione centrale, il comando e il sostegno.

La classifica degli Stati che spendono di più

CLASSIFICA 2018 SPESA MILITARE 2018 (miliardi di $) RAPPORTO PIL (%) VARIAZIONE RISPETTO al 2009 (%)
– Stati Uniti 649 3,2 -17
– Cina 250 1,9 +83
– Arabia Saudita 67,6 8,8 +28
– India 66,5 2,4 +29
– Francia 63,8 2,3 +1,6
– Russia 61,4 3,9 +27
Regno Unito 50,0 1,8 -17
– Germania 49,5 1,2 +9,0
– Giappone 46,6 0,9 +2,3
10° – Corea del Sud 43,1 2,6 +28
11° – Italia 27,8 1,3 -14
12° – Brasile 27,8 1,5 +17
13° – Australia 26,7 1,5 +21
14° – Canada 21,6 1,3 +12
15° Turchia 19,0 2,5 +65

 

In tutto il mondo le frontiere fanno rima con abuso e violenza

Il fenomeno migratorio ormai da anni è diventato parte integrante della nostra quotidianità. Si continua a parlare di emergenza anche per fenomeni strutturati in varie regioni del mondo dal Mediterraneo alla crisi dei Rohingya in Bangladesh fino alla carovana che attraversa parte dell’America Latina per bussare alle porte degli Stati Uniti.

Il tratto distintivo finora è stato il fatto che solitamente i migranti fossero costretti a nascondersi per paura di essere scoperti e riportati indietro. Così si è sviluppato un linguaggio aggressivo nei loro confronti che tende a vederli come “clandestini” o “illegali”, mentre sarebbe molto più corretto parlare di “persone entrate in modo irregolare” in un Paese.

Inoltre, dobbiamo anche ricordare che la Convenzione di Ginevra del 1951 all’Art. 31 prevede specificatamente l’eventualità che si entri illegalmente in un Paese in cerca di asilo e vieta ai firmatari di applicare sanzioni purché la persona entrata illegalmente avvii subito la procedura per richiedere protezione. Eppure, nella prassi quotidiana questo punto viene spesso disatteso e i migranti sono vittime di abusi e violazioni orrende durante il loro cammino verso un luogo sicuro.

A fine estate 2018, si ritornò a parlare di rotta balcanica, seguendone l’evoluzione dopo la sua apparente chiusura. Quando si pensava che la rotta fosse stata chiusa o dismessa, eccola ricomparire sotto un’altra forma con una recrudescenza di violenze ai danni dei migranti.
In seguito queste violenze sono state documentate ed appurate con dovizia di particolari e dovrebbero farci vergognare: pestaggi, trattamenti degradanti e abusi contro chi tenta di passare la frontiera serba.
C’è chi addirittura ha raccontato di essere stato privato delle scarpe prima di venire costretto a camminare nella neve scalzo. In questi giorni, Amnesty International ha pubblicato un report in cui l’Europa viene accusata di complicità. I governi europei infatti non starebbero soltanto chiudendo un occhio di fronte agli assalti della polizia croata, ma ne finanzierebbero addirittura le attività e dunque starebbero esacerbando una crescente crisi umanitaria ai confini dell’Unione Europea.

Quello che emerge dal report di Amnesty è un mondo di abusi terribili, di famiglie separate arbitrariamente, di bambini perennemente affamati, di donne che per la paura abortiscono al sesto mese e di violazioni contrarie a qualsiasi norma internazionale in materia di diritti umani. Tutto questo ad un passo dall’Europa, poco lontano dal suo cuore istituzionale e di fatto dalle nostre case.

Nel frattempo, i Rohingya continuano ad essere argomento di discussione ma non è stata trovata alcuna soluzione concreta per aiutare loro e il Bangladesh che ultimamente ha dichiarato di spendere centinaia di migliaia di dollari ogni mese per ospitarli sul territorio nazionale.
Attualmente si stima che siano circa 900.000 i rifugiati Rohingya nel Paese. Eppure, il loro dramma non è certo una novità inattesa visto che sono da sempre discriminati in Myanmar, tanto che già nel 2016 Xchange aveva pubblicato un report che illustrava le loro condizioni di vita.
Per questo, a seguito di un nuova ondata di violenze nell’agosto 2017, abbiamo deciso di aiutarli fornendo assistenza medico-sanitaria e training di preparazione alla stagione monsonica. Il loro esodo, purtroppo, continua ancora oggi spesso in modi drammatici.
Nel 2015 si accennò al fenomeno delle imbarcazioni fantasma che solcavano il mare delle Andamane con un “carico umano” di disperati. Proprio questi attraversamenti -taciuti e sottovalutati dai media- ricordano quelli sulla rotta da e verso lo Yemen di cui ho parlato più volte per sottolineare come sia inutile tentare di bloccare o contenere le persone in fuga.

Dall’altra parte del mondo, gli Stati Uniti devono affrontare una prova epocale di fronte alla carovana di migranti che preme ai confini.
Diversamente da qualsiasi altro fenomeno migratorio, la carovana non ha mai mirato a nascondersi, non ha cercato di mimetizzarsi per tentare la fortuna ed entrare in America. Forse è stato proprio questo il suo tratto distintivo: centinaia di migliaia di persone in viaggio da vari Paesi del continente sud-americano si incontrano lungo la rotta che percorrono col sogno della salvezza.
Madri, padri, bambini, adolescenti fuggono da luoghi devastati dalla povertà e dalle violenze, ma vengono bloccati dall’ostinazione di chi non comprende la loro tragedia di esseri umani.

Come ci insegna la storia, chiusa una rotta se ne aprirà una più pericolosa a meno che non vengano eliminate le ragioni della fuga. Vi ricordate quando i cubani lasciavano la propria terra avventurandosi in terribili attraversamenti verso gli Stati Uniti?
Quanto tempo ci vorrà prima che i trafficanti si organizzino per offrire pericolosi attraversamenti via mare, una volta fallite le rotte via terra?
È così assurdo pensare che anche qui si verifichino pericolosi attraversamenti di imbarcazioni cariche di disperati come nel Mediterraneo?
E chissà se un giorno le spiagge di San Diego non si sveglieranno coi cadaveri dell’ultimo naufragio che si sarebbe potuto evitare, come accade da anni sulle nostre coste o su quelle libiche?

Le politiche securitarie con respingimenti e abusi hanno dimostrato la propria inutilità, ma soprattutto hanno messo in evidenza la capacità delle reti criminali di adattarsi alle esigenze di migranti e rifugiati più di quanto lo facciano gli apparati statali.
Il crimine purtroppo trova risposte molto più immediate di chi si ostina a negare la realtà pur di non concedere tutele legali a chi fugge da situazioni di povertà estrema o conflitti.
Ma se non si offrono alternative sicure e legali, non resterà che affidarsi ai trafficanti e rischiare la vita per raggiungere la salvezza.

A fronte del moltiplicarsi delle rotte migratorie col loro terribile fardello di sofferenza umana e abusi, perché non ci impegniamo a costruire ponti e percorsi di vera integrazione invece di finanziare inutili muri per barricarci in una finta sicurezza?
Perché non scegliamo di usare per accogliere i fondi destinati a respingere?
Vogliamo capirlo o no che non esiste un muro abbastanza alto per chi cerca una vita migliore?

Regina Catrambone (co-fondatrice e direttrice MOAS)

Articolo tratto da “Vita.it” – 26 aprile 2019

IL LAVORO CHE NON C’È

3,1 morti sul lavoro al giorno (compresi ferie e festivi)

«Grazie alla rinnovata attenzione dei media, siamo tutti informati, in tempo reale, sullo stillicidio quotidiano di morti e infortuni causati dal lavoro».

Così il presidente dell’Anmil Franco Bettoni, «stillicidio che prosegue senza soluzione di continuità creando sconcerto e dolore nelle famiglie, da nord a sud senza grandi differenze e, oggi, i dati divulgati dall’INAIL sulle denunce relative al primo trimestre del 2019, non fanno che confermare la gravità del fenomeno certificando impietosamente una preoccupante recrudescenza degli incidenti lavorativi con esiti spesso letali».

Già nel 2015, sul finire della lunga crisi economica, le morti sul lavoro avevano fatto registrare una crescita del 9,8%, proseguita poi nel 2017 (+1,1%), per culminare, infine, con un incremento di ben il 10,1% nel 2018, attestandosi su quota 1.133, vale a dire 3,1 decessi ogni giorno, compresi ferie e festivi.

I dati relativi al primo trimestre del 2019, forniti dall’Open Data INAIL, registrano esattamente gli stessi alti livelli raggiunti nel 2018 (212 casi in entrambi i periodi), mentre gli infortuni in generale segnano un significativo aumento dell’1,9% con circa 3.000 infortuni in più rispetto al 1° trimestre dell’anno precedente (da circa 154.800 a 157.700).

«Davanti a questi numeri, la celebrazione della Festa del 1° Maggio – ha ben poco sapore di festa – «La sicurezza sul lavoro è un tema che non appartiene politicamente ad alcuno», continua Franco Bettoni, «serve un salto di qualità, un deciso cambio di rotta che renda concrete ed efficaci le pur numerose dichiarazioni di intenti che i numeri dimostrano rimanere astratte».