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Comunicato finale del Vertice Sociale per il Clima

Il mondo si è svegliato davanti all’emergenza climatica – Ce ne andiamo molto più forti che mai.

Il Vertice Sociale per il Clima (Cumbre Social por el Clima) ha rappresentato uno spazio fondamentale per la contestazione sociale alla COP25.

Nonostante le sfide logistiche e umane dovute al poco tempo a disposizione per organizzare tutto, sin dall’inizio siamo stati disponibili ad occuparci del coordinamento con i diversi spazi sociali cileni già in marcia, soprattutto la Minga Indigena, il Vertice dei Popoli e la Società Civile per l’Azione  Climatica (Sociedad Civil por la Acción Climática, SCAC).

Questi spazi hanno mantenuto le loro attività in Cile, ma la presenza dei loro messaggi e delegazioni al Vertice Sociale per il Clima era di fondamentale importanza. Fattori come la denuncia dell’estrattivismo, la violazione dei diritti umani, le richieste relative alla giustizia sociale e alle popolazioni originarie sono stati sin dall’inizio al centro delle nostre rivendicazioni.

Più di 15.000 persone e 300 organizzazioni, reti, gruppi e movimenti sociali di tutti i continenti si sono dati appuntamento nei giorni del Vertice per parlare, scambiare idee e fare proposte su ecofemminismo, migrazioni, neocolonialismo, indigenismo, occupazione, agroecologia, energia, transizioni, democrazia e ??? coltivazione rigenerativa, fra gli altri temi. Di fronte ai dibattiti deludenti dei negoziati ufficiali, che riguardavano questioni come i mercati del carbonio o le compensazioni, il Vertice si è occupato di dar spazio a un dibattito molto più ricco e articolato sulle soluzioni reali.

Durante le assemblee plenarie di ogni giorno, in alcune delle quali hanno partecipato migliaia di persone, abbiamo avuto l’occasione di ascoltare decine di amiche e amici appartenenti a comunità molto diverse che hanno condiviso le loro lotte e il modo in cui stanno affrontando in prima linea le aggressioni dell’estrattivismo e dell’impatto climatico.

Come affermano nella lettera che è stata consegnata alla presidenza della COP25, le popolazioni indigene sono “i guardiani della vita nei territori con maggior biodiversità del pianeta”, che lavorano per “il vivere bene, la vita, la natura e l’umanità, che sia indigena o meno”.
Queste popolazioni indigene, che difendono il territorio dalle multinazionali, dall’estrattivismo e dalla commercializzazione del pianeta, hanno affermato che la terra è fondamentale per il sostentamento degli esseri umani e non umani, e che l’equilibrio tra materiale e spirituale è importante.

Partendo dalla loro concezione della Madre Terra come un essere vivo e dalle loro conoscenze tradizionali, hanno contribuito con una visione attenta che mira alla necessaria trasformazione ecologica. Ci uniamo a queste popolazioni e nazioni denunciando il ruolo delle multinazionali, esigendo la fine della criminalizzazione e della persecuzione di cui sono vittime per voler proteggere gli ecosistemi; dichiariamo che la Madre Terra in quanto essere vivente è soggetto portatrice di diritti e chiediamo che i combustibili fossili rimangano nel sotto suolo, lontani dalle azioni dell’estrattivismo colonialista.

Quello che abbiamo imparato dalle popolazioni indigene è che il colonialismo è ancora presente, e non soltanto nelle grandi aziende ma anche nel nostro modo di pensare e attuare.

Il percorso verso la decolonizzazione è lungo, ma vogliamo percorrerlo perché, come conclude la lettera presentata dalla Minga indigena alla COP25, “è il momento di unire gli sforzi di tutto il mondo e mettere da parte le nostre differenze”.

Vogliamo anche sottolineare la persecuzione che subiscono soprattutto le donne e la popolazione Mapuche, la cui repressione è pratica storica di tutti i governi fino ad oggi. Per questo appoggiamo la loro lotta ed esigiamo la cessazione della loro repressione e la liberazione delle prigioniere politiche. Allo stesso modo, appoggiamo tutte le popolazioni che lottano per difendere i propri territori e ricordiamo le donne che sono state assassinate solo per esercitare questo diritto. È stato un onore avere al Vertice Laura Zúñiga Cáceres, figlia di Berta Cáceres, assassinata dal governo dell’Honduras per aver difeso il suo territorio.

Il nostro sguardo non ha lasciato le recenti mobilitazioni in Cile, la cui popolazione tutti i giorni scende in strada per lottare per il cambiamento. Abbiamo denunciato le violazioni dei diritti umani da parte del governo di Piñera, che assassina, fa sparire, ferisce, tortura e viola. Questa è una manifestazione evidente della crisi del sistema neoliberale, che non solo ha reso precaria la sanità pubblica, saccheggiato il sistema pensionistico e indebitato vari strati della popolazione (soprattutto quella studentesca), ma ha anche esercitato da decenni una politica estrattivista  che depreda il territorio. Mentre la crisi climatica diventa sempre più evidente in Cile, con processi come la desertificazione, il depauperamento delle falde acquifere e l’innalzamento del livello del mare, mettendo a rischio la vita in questi territori, queste richieste si sono aggiunte alla lotta per la giustizia sociale. Per questo con il Vertice Sociale per il Clima abbiamo voluto mettere in evidenza il nesso tra la crisi sociale e la crisi ecologica come manifestazioni dello stesso problema, ovvero un modello economico che mette a rischio la vita.

Nelle assemblee plenarie sono state seguite anche i negoziati ufficiali della COP25, la lotta climatica dei movimenti giovanili, il lancio del Manifesto latino-americano per il clima da parte di SCAC/FIMA, la dichiarazione finale del Vertice dei Popoli, le lotte delle difenditrici dei diritti umani, la criminalizzazione delle proteste e le lotte degli attivisti contro i combustibili fossili e i megaprogetti, l’ecofemminismo e le alternative per un futuro auspicabile.

La nostra visione sulla COP25

Tutti noi, difenditrici e difensori della giustizia climatica, personalità scientifiche, giovani, donne, indigene, contadine, attiviste di organizzazioni e movimenti sociali di tutto il mondo, ci siamo riuniti al Vertice Sociale per il Clima e abbiamo manifestato in massa a Madrid per far suonare all’unisono ancora una volta l’allarme: i negoziati della COP25 ci stanno portando ad un riscaldamento globale con conseguenze catastrofiche. Dipende da noi formulare le risposte all’emergenza climatica; non possiamo aspettarci niente dalla maggior parte degli stati i cui impegni dovrebbero essere incrementati enormemente.

La vita delle persone e del nostro pianeta sono in pericolo. I paesi del Nord del mondo stanno accumulando un debito storico a cui devono rispondere garantendo i fondi necessari per frenare l’emergenza ecologica e sociale della maggior parte del pianeta. Non è ammissibile continuare a dubitare sull’importanza della salvaguardia dei diritti umani nella lotta per il clima. Sarebbe imperdonabile se meccanismi come i mercati del carbonio o lo sviluppo pulito continuassero ad essere fonte di violazioni sociali e ambientali.

Questo vertice ignora ancora una volta la necessità di cacciare i maggiori contaminatori da questi vertici. Peggio, fa sì che, attraverso la sponsorizzazione, diventi una vetrina in cui le aziende responsabili del degrado climatico si rivestono di verde, ottenendo inoltre l’accesso privilegiato ai politici e negoziatori.

Mentre nelle riunioni plenarie si parla delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, si ignorano le richieste di misure reali, con l’esclusione dal vertice ufficiale di oltre 300 persone, tra cui difensori della giustizia climatica, personalità scientifiche, giovani, donne, leader indigene e rappresentanti di organizzazioni di tutto il mondo, che si erano riuniti per una protesta pacifica e per far suonare l’allarme all’unisono: i negoziati della COP25 sono state deviati pericolosamente.

Nel 2015 i paesi giunsero all’accordo su un processo debole, conosciuto come l’Accordo di Parigi, ma, come la comunità scientifica fa notare, questo patto globale è incapace di arrestare la crescita della temperatura globale al di sotto dei 2°C o, se possibile, 1,5°C. La COP25 potrebbe persino ridurre quest’ambizione. A causa delle lunghe tempistiche per presentare i nuovi impegni, potrebbero passare anni prima di affrontare l’emergenza climatica, il che avrà conseguenze catastrofiche.

Nonostante ci rimangano appena 10 anni prima di doverci confrontare con l’emergenza climatica, si continuano a proporre sviluppi di meccanismi come i mercati del carbonio o il meccanismo di sviluppo pulito che sono già stati fonte di numerose violazioni dei diritti umani e ambientali.  Continuare a permettere alle grandi aziende petrolifere, aeronautiche civili e marittime, minerarie, elettriche, etc. di condizionare la strada verso la decarbonizzazione dell’economia è semplicemente inammissibile. Soltanto una pianificazione corretta che possa trasformare il sistema capitalista depredatore in un sistema a misura del nostro pianeta e che abbia come interesse centrale la vita potrà frenare l’emergenza climatica.

Solamente con la nostra capacità di mobilitazione, organizzazione e comprensione ci salveremo dall’emergenza ecologica e sociale che stiamo vivendo. Abbiamo imparato le une dalle altre, abbiamo costruito legami di solidarietà, ci siamo contagiate la voglia di lottare.
Ce ne andiamo molto più forti di quando siamo arrivate.
Continueremo a fare pressione sui politici per difendere il bene comune. Rimarremo nelle piazze per frenare l’emergenza climatica, da Santiago a Madrid formeremo reti di solidarietà con le popolazioni che lottano per la giustizia in tutto il mondo. Di fronte alla politica neoliberale, le zone di sacrificio e la follia di continuare a estrarre combustibili dal suolo, facciamo appello alla resistenza pacifica ma forte e continua; dopo tutto, il mondo si è svegliato di fronte all’emergenza climatica.

27/12/2019

Ispi 2019, economia e clima sono le principali minacce da affrontare

Per un italiano su tre è la mobilitazione internazionale dei Fridays for Future è la migliore notizia dell’anno. Una presa di coscienza che inizia a farsi largo, ma che sconta ancora molte dissonanze cognitive

La crisi climatica e quella economica: sono queste le principali minacce da affrontare – rispettivamente sul fronte globale e quello nazionale – secondo il sondaggio condotto in Italia dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale che ormai da sei anni porta avanti quest’indagine.

Sin dall’inizio delle rilevazioni gli italiani non hanno mai avuto dubbi: l’economia è di gran lunga la loro principale preoccupazione, con il dato di quest’anno (56%) che è sostanzialmente in linea con quello 2018 (55%) e in continua crescita dal 2015. Preoccupano invece meno l’immigrazione e il terrorismo; dopo il picco del 2015 (22%), la questione migratoria viene indicata come principale minaccia per il paese dal 12% degli italiani. E la minaccia terroristica non viene quasi più avvertita: la indica solo il 2% degli intervistati (contro il 26% del 2015).

Per quanto riguarda invece le minacce di portata globale, i cambiamenti climatici (indicati dal 28% dei rispondenti al sondaggio) hanno raggiunto per la prima volta la vetta delle preoccupazioni italiane lo scorso anno, e anche nel 2019 si consolida questa triste primato. Non a caso la notizia che ha maggiormente preoccupato gli italiani nel 2019 sono stati gli incendi nella foresta amazzonica, mentre per un italiano su tre è la mobilitazione internazionale dei Fridays for Future – ispirata dall’attivista sedicenne Greta Thunberg – la migliore notizia dell’anno.

Una presa di coscienza che inizia a farsi largo dunque, pur dovendo ancora far fronte a molte dissonanze cognitive. I cambiamenti climatici ad esempio vengono individuati come la prima minaccia globale, ma solo il 7% degli italiani riconosce lo stesso livello d’allarme anche a livello nazionale; eppure nel 2018 l’aumento della temperatura media rispetto al periodo 1961-1990 è stato di 0,98°C a livello globale e di 1,71°C in Italia. Questo significa che per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo da 219 anni: l’aumento della temperatura rispetto al periodo 1880-1909 arriva a circa +2,5°C, più del doppio del valore medio globale.

Dunque la crisi climatica non è una grave ma vaga minaccia “globale”, in quanto già oggi colpisce il nostro Paese più della media globale, tanto che si stima il nostro Paese possa perdere fino a 130 miliardi di euro l’anno di Pil a partire dalla seconda metà del secolo, se non affronterà adeguatamente il pericolo. Le stime nel merito sono naturalmente variabili, ma anche quelle più cautelative mostrano che nello scenario “business as usual” i cambiamenti climatici taglieranno il nostro Pil procapite dello 0,89% nel 2030, del 2,56% nel 2050 e del 7,01% nel 2100.
Per inquadrare meglio la dimensione del problema è utile ricordare che in 10 anni della più terribile crisi economica del dopoguerra – ovvero dal 2008 al 2018 – il Pil procapite italiano si è ridotto molto meno, del 5,4%. Se questo non costituisse ancora un adeguato incentivo economico all’azione, lo studio mostra che rispettando l’Accordo di Parigi sul clima le perdite di Pil procapite sarebbero praticamente azzerate per l’Italia, riducendosi a -0,01%, -0,02% e -0,05 rispettivamente nel 2030, 2050 e 2100.

La crisi climatica dunque è già qui, sta facendo più danni della crisi economica e molti altri rischia di arrecarne a breve termine: la soluzione è mettere da subito in campo le azioni necessarie a contrastare i cambiamenti climatici e al contempo a ricondurre su binari verdi lo sviluppo del Paese. Si stima infatti che perseguire in modo adeguato i principali obiettivi ambientali potrebbe non solo migliorare la nostra qualità di vita e ridurre il nostro impatto sull’ecosistema, ma anche creare circa 800.000 nuovi posti di lavoro entro il 2025: la risposta alla minaccia climatica e a quella economica è la stessa, basterebbe saperlo riconoscere e agire di conseguenza.

Greenreport anno XIV newsletter numero 3238 del 20 dicembre 2019

Si fa per dire: auguri!

Partiamo da loro, da quelli che sono ancora lungo le strade o nei “lager” schiacciati dalla miseria e dalla viltà di chi l’ha generata.

Partiamo dalle strade precluse alla libertà dai recinti che impediscono il cammino, dalla “sicurezza” che ingabbia le lotte per i diritti.

Partiamo dalla maleodorante politica e dalla sua economia che lascia per strada le precarietà e le condanna all’esilio per volere della “sicurezza”.

Partiamo dai Movimenti che rivendicano libertà e giustizia: dalle lotte di liberazione contro le guerre e gli imperi, dalla lotta delle donne di “Non una di Meno“, dai giovani di “ Fridays for future Italia” che difendono il futuro della Terra, dalle lotte contadine per la sovranità alimentare, … 

Partiamo dal Movimento delle “sardine“, ultimo nato, che vuole riconquistare le piazze e il diritto di parola.

Partiamo da tutte quelle altre lotte che in Italia e nel Mondo resistono e rivendicano diritti e Giustizia.

Noi vogliamo essere con tutti loro, parte riconosciuta, senza alibi alcuno, di una storia che ancora lotta per una Memoria del presente.

Partiamo da uno spazio-tempo ritrovato, precluso dalle “cose” che appesantiscono la vita e annebbiano le menti.

Partiamo …

Il nostro augurio ha inizio dallo slogan che ci siamo dati: “diversi per essere liberi – uniti per essere forti“.

La diversità!

«La diversità è sostanza resistente alla normalità, essenza e forma del sapere.
La diversità non è una forma statica, un semplice elemento caratteriale, idea di sé.
La diversità è sostanza dell’essere che si sviluppa, si qualifica e si caratterizza nella relazione con l’altro diverso, con il quale si scambia, condivide e sviluppa l’idea dell’essere complesso.
La diversità si rende partecipe nella pratica conflittuale che, sola cambia e migliora la condizione di uno spazio necessario di libertà e di giustizia.
La diversità è la magia che può rivoluzionare l’esistenza, quando si manifesta libera e indipendente nella realtà sociale in un rapporto solidale con le altre diversità».

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Il 15 dicembre la Scuola di Italiano per migranti di Dimensioni Diverse ha organizzato una festa augurale.  Vedi foto

al contempo vuole estendere gli auguri a tutte e a tutti.  Vedi: Buone feste

 

“I Am the revolution” un film da vedere

Mercoledì 4 si è svolta la proiezione del film “I Am the revolution” presso la Casa delle Associazioni.

Abbiamo potuto verificare come le donne Afgane, Irachene e Curdo Siriane provino a reagire alle prevaricazioni del sistema patriarcale che le relega ad un ruolo di schiave sessuali e le priva di ogni diritto. 

La loro lotta è ben raccontata nel film, e le socie del CISDA – Coordinamento Italiano Donne Afgane www.cisda.it – Cristina e Giovanna, che ringraziamo molto, hanno squarciato un velo su questa realtà poco conosciuta e poco raccontata.

Infatti il dibattito che è seguito alla proiezione ha potuto approfondire il discorso sulla situazione di tutta quell’area.

Dall’Afganistan dove il Cisda aiuta e finanzia dei “rifugi” per inserire le donne e i loro figli più  bisognosi di aiuto e dove  una coraggiosa donna mette a repentaglio la propria vita ogni giorno per portare consapevolezza e ribellione.  

All’esperimento di governo libertario/femminista instauratosi nel Kurdistan Siriano. A Kobane e in tutto il Rojava le donne hanno combattuto contro l’Isis a fianco degli uomini, combattono e dirigono al pari dei maschi; ogni incarico pubblico è condiviso, un uomo e una donna affiancati, pari diritti, pari doveri.

Questa rivoluzione è stata fermata, ma speriamo non distrutta, dai soldati di Erdogan che il 9 ottobre hanno invaso il nord della Siria nel silenzio complice di tutti.

Sangue e macerie anche per il timore di contaminazione delle idee rivoluzionarie, che infatti questo film testimonia essersi già prodotto.

Molte persone hanno partecipato a questo evento, grazie a tutti e tutte.

E alla prossima!

Per mancanza di tempo i cartelloni della Mostra “Jineoloji, la scienza della donna” non sono stati adeguatamente letti e si è persa la possibilità di risposte/osservazioni (interattività) che la mostra offriva,  ma sicuramente ci sarà un’altra occasione per illustrarli e dargli il giusto spazio.

DONNE A CONFRONTO
Donne.confronto@gmail.com

 

A sostegno di Rojava

Appello per una mobilitazione in Italia a sostegno del Rojava 13 al 21 dicembre 2019

L’aggressione avviata il 9 ottobre 2019 da parte dell’esercito turco e dei suoi mercenari e alleati jihadisti contro la Federazione Democratica della Siria del Nord, ha portato con sé una fase di resistenza e di solidarietà internazionale a livello globale. 

Le ultime settimane hanno reso chiaro che la resistenza dei popoli della Siria del Nord è direttamente connessa alla lotta internazionale contro il patriarcato, il fascismo e il sistema capitalista.

Le proteste in Cile, Bolivia, Colombia, Libano, Iraq, Iran, Tunisia e Hong Kong chiedono un mondo basato sulla giustizia sociale, chiedono un cambio di passo tangibile e concreto dal punto di vista ecologico e pretendono di prendere posizione contro la violenza sulle donne e il femminicidio. 

Per fare questo, riteniamo importante distruggere il fascismo in Turchia; solo così sarà possibile la realizzazione di modelli democratici in Kurdistan ed in Medio Oriente.

Fino a poco tempo fa la Siria del Nord ha rappresentato un’oasi di stabilità e convivenza nel Paese. Con l’Amministrazione autonoma democratica, 5 milioni di siriani e siriane di varie origini etniche e religiose – curd*, arab*, cristian* armen*, assir*, calde* e siriac* turcomann*, cecen*, alevit* e ezid*, hanno convissuto pacificamente.

È stata la resistenza delle e dei combattenti delle Forze Democratiche Siriane e delle Forze di Autodifesa YPG/YPJ a costringere lo Stato fascista turco e le potenze internazionali a negoziare presunte tregue per arginare il delirio neo-ottomano dell’aggressione turca. Sono state centinaia di migliaia di persone in innumerevoli città in tutto il mondo a costituire un ponte di speranza per il Rojava. 

La costruzione di un sistema nel Rojava è basato sulla democrazia radicale, la liberazione delle donne e l’ecologia. Questa è una vittoria che ha affascinato il mondo e ha segnato un nuovo inizio per i popoli oppressi della regione.
La solidarietà internazionale con il Rojava mostra che la lotta contro il fascismo e per la liberazione è internazionale e senza confini! 

La campagna di sterminio di massa del regime turco, nonostante questo, continua senza sosta. Non si esprime solo attraverso la guerra di aggressione in Rojava, ma anche con migliaia di prigioniere e prigionieri politici, la distruzione del patrimonio culturale e dell’ambiente, la devastazione delle città curde, le amministrazioni forzate che aboliscono di fatto il diritto di voto attivo e passivo, i crimini di guerra e la pulizia etnica. 

Questi attacchi hanno luogo con il sostegno complice della comunità internazionale degli Stati che da un lato traggono profitto dall’economia di guerra esportando armi in Turchia, dall’altro a fronte della “minaccia” della Turchia di aprire le frontiere consentono una guerra criminale e pulizia etnica che ha già creato oltre 300.000 nuovi profughi. I popoli del nord e dell’est della Siria continuano a sfidarci con la loro resistenza nel difendere la rivoluzione e a renderla la culla della democrazia globale.

Portiamo la nostra rabbia contro la guerra di aggressione turca nelle strade e nelle piazze. Rompiamo lo stato di normalità. Finché i massacri continuano, la resistenza deve continuare. 

Per questo facciamo appello ad una mobilitazione in Italia a sostegno della rivoluzione democratica, ecologica e femminista del Rojava dal 13 al 24 dicembre 2019. Rompiamo lo stato di normalità. Finché i massacri continuano, la resistenza deve continuare. Solidarietà con la resistenza dei popoli in tutto il mondo!

Insieme contro il fascismo e il patriarcato!

Un primo appuntamento nazionale, che raccoglierà tutti i popoli in solidarietà provenienti dalle regioni circostanti, è previsto con una grande manifestazione a Napoli per il 21 dicembre 2019 con concentramento alle ore 15 in Piazza Garibaldi. 

Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia, Rete Kurdistan Italia, Comunità curda in Italia

Retekurdistan 5 dicembre2012

 

La macchina militare distrugge il pianeta

Nelle giornate nelle quali si discute per trovare risposte circa i cambiamenti climatici – Madrid COP 25 – è bene sapere che:

L’esercito USA da solo inquina quanto 140 paesi.

L’impatto ambientale dell’esercito statunitense è enorme. Come la catena di rifornimento di una qualsiasi grossa azienda, la Difesa di Washington fa affidamento su un’estesa rete globale di navi portacontainer, camion e aerei cargo per rifornire le proprie truppe di tutto ciò che serve: dalle bombe agli aiuti umanitari, passando per il combustibile. Un nuovo studio pubblicato sulla testata The Coversation, ha calcolato l’impronta ambientale di questa gigante infrastruttura.

I report sulle emissioni di gas serra solitamente si concentrano sul consumo di energia e carburante da parte dei civili, ma alcuni studi recenti, compreso questo, mostra che l’esercito statunitense è tra i maggiori responsabili dell’inquinamento nella storia. Tanto che, da solo, consuma più idrocarburi ed emette più gas nocivi per l’ecosistema della maggior parte dei Paesi di medie dimensioni. Se la Difesa di Washington fosse una nazione, il suo solo consumo di carburante la renderebbe il 47esimo produttore di gas serra al mondo, tra il Perù e il Portogallo.

Nel 2017, la Difesa statunitense ha acquistato circa 270 barili di petrolio al giorno e, attraverso la sua combustione, ha emesso più di 25mila chilotonnellate di diossido di carbonio (o anidride carbonica). L’aeronautica militare ha comprato greggio per 4,9 miliardi di dollari, la marina per 2,8 miliardi, l’esercito per 947 milioni e il corpo dei Marine per 36 milioni.

Non è un caso, però, che le emissioni dell’apparato militare statunitense vengano spesso ignorate dagli studi sul cambiamento climatico. Prima di tutto, è molto difficile ottenere dati rilevanti dal Pentagono o da altri dipartimenti della Casa Bianca. Perdipiù Washington, nel 1997, ha richiesto una deroga al Protocollo di Kyoto, che la esonerava dal riportare tutti i dati sulle emissioni del proprio esercito. Una scappatoia che è stata eliminata dagli accordi di Parigi, ma il fatto che Donald Trump abbia promesso di uscirne nel 2020 rende pressoché nullo questo risultato.

Questo studio è basato su dati raccolti grazie a diverse richieste FOIA (Freedom of Information Act) inoltrate all’Agenzia per la logistica della Difesa statunitense, il colosso burocratico che si occupa di gestire la catena di rifornimento dell’esercito, compresi l’acquisto e la distribuzione del carburante.

L’esercito degli Stati Uniti ha compreso da tempo di non essere immune dalle potenziali conseguenze del cambiamento climatico, riconoscendo quest’ultimo come un “moltiplicatore di minacce” in grado di esacerbare rischi preesistenti. Molte basi militari, anche se non tutte, hanno iniziato a prepararsi per affrontare i danni del riscaldamento globale, come ad esempio l’innalzamento del livello del mare. E non si può nemmeno dire che la Difesa abbia ignorato la propria fetta di responsabilità. Come già mostrato in passato da The Conversation, l’esercito statunitense ha sì investito nello sviluppo di fonti di energia alternative, come i biocarburanti, ma lo ha fatto in misura del tutto minoritaria rispetto all’ammontare totale delle spese per il carburante.

La politica ambientalista dell’esercito statunitense resta dunque contraddittoria: c’è stato qualche tentativo di rendere più sostenibili alcuni aspetti delle proprie attività, attraverso l’uso di elettricità proveniente da fonti rinnovabili per alimentare le basi ad esempio, ma rimane l’istituzione che consuma più idrocarburi in tutto il mondo. Perdipiù, anche per gli anni a venire, resterà vincolata all’uso di velivoli e navi da guerra alimentati a carbone perché su questi si basano operazioni non concluse che andranno avanti a tempo indefinito.

Il cambiamento climatico è diventato un tema sensibile nella campagna elettorale per le elezioni del 2020. I principali candidati dei Democratici, come la senatrice Elizabeth Warren, o i membri del Congresso, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, chiedono iniziative concrete, come il Green new deal. Ma affinché queste possano essere efficaci è necessario prendere in considerazione anche la riduzione dell’impronta ambientale della Difesa di Washington, sia nella politica interna che nei trattati internazionali sul clima.

Lo studio di The Conversation dimostra che il contrasto al cambiamento climatico richiede la riduzione di diversi comparti del vasto apparato militare degli Stati Uniti. Poche altre attività umane sono così devastanti per l’ecosistema come la guerra. Riduzioni significative nel budget per la Difesa limiterebbero le capacità di Washington di lanciarsi in nuovi conflitti e questo determinerebbe un grosso calo nella domanda di combustibili fossili da parte di uno dei più grossi responsabili dell’inquinamento al mondo.

Non ha senso girarci attorno: i soldi spesi per procurare e distribuire petrolio in lungo e in largo nell’Impero statunitense potrebbero tranquillamente essere investiti nel Green new deal, qualsiasi forma prenderà. E se non in questo, non mancano certo i settori che potrebbero beneficiare di qualche fondo in più; qualsiasi opzione sarebbe più valida di finanziare una delle più grandi forze militari nella storia dell’umanità.

Questo articolo è stato tradotto da The Conversation.