Monthly Archives: Gennaio 2020

Nella Memoria … la terza via

Ancora un’emozione, una grande emozione!

Dopo la visione del film “Vento di Primavera”, negli sguardi e sui volti delle numerose persone presenti si leggeva il disgusto delle enormi barbarie compiute nei giorni dell’Olocausto.

Un “vuoto” di parole, un dramma della storia: la perdita della ragione umana.

Le emozioni sono alla base dei sentimenti umani, tuttavia spesso tradiscono la razionalità e possono diventare “feroci”.
Non a caso uno dei motti delle SS tedesche era: «l’empatia è una debolezza». E’ così che si spiegano le brutali violenze private dal rimorso.

La Memoria pubblica della Shoah, il suo carattere universale, impone di preservarne la Memoria come un dovere etico, una sorta di imperativo categorico del nostro tempo.

L’Olocausto è un fenomeno determinante non solo per conoscere il passato ma anche per orientarci nel presente.

Eppure passarono 60 anni prima che l’ONU – 1º novembre 2005 – istituisse il Giorno della Memoria, prima che alcuni Stati, non tutti, denunciassero le proprie responsabilità.

Dopo 15 anni dalla sua istituzione il Giorno della Memoria, in particolare nelle manifestazioni istituzionali, viene celebrato in modo appassionato ma al contempo edulcorato per una Memoria che dovrebbe assumere un ruolo civico, educativo, in particolare politico.

L’orrore morale, materiale, dei campi di sterminio ci pone una domanda: quale memoria è mai possibile oggi, alla luce di una indifferenza omertosa che ancora violenta e uccide?

Quel ricordo rischia di apparire come un culto fine a sé stesso e comunque refrattario se non insensibile a quanto avviene in molte parti del mondo. 

La memoria dell’Olocausto, senza una cultura di corresponsabilità della politica, rischia di generare ulteriore indifferenza e qualunquismo.

Da qui l’importanza di assumere la Memoria come forza della ragione e della conoscenza, non solo per il proprio benessere ma per riprendersi il diritto di libertà e giustizia al fine di una diversa umanità per tutti i viventi.

Il Giorno della Memoria non deve essere una ritualità, il suo richiamo alla Storia pone la giusta responsabilità verso un presente dove la politica si richiama ancora alla “sicurezza”, quale alibi per continuare a predicare avversione, disprezzo, odio, se non per attivare mandati repressivi verso persone che lottano contro xenofobia, misoginia e razzismo.

Se le persecuzioni degli ebrei, dei rom, degli handicappati, degli avversari politici, … avvenute 75 anni fa continuano a suscitare grande indignazione nei ricordi e nelle celebrazioni istituzionali, perché negare la cittadinanza alle migliaia di persone che ancora oggi ne sono escluse?

Perché l’Unione Europea continua a discutere solo, prevalentemente sul modo più efficace di impedire l’esodo di chi fugge dalle guerre e dalle violenze, mentre si è preoccupata di abbinare i crimini del nazismo a quelli del comunismo?

Perché l’arrogante impero israeliano continua ad essere un pericolo mortale per i palestinesi? Due milioni di palestinesi vivono in quel carcere a cielo aperto che è Gaza: un disastro umanitario.

Perché i governi del mondo spendono ogni anno oltre 1850 milioni di dollari per spese militari pari al 2,3% del PIL mondiale, mentre per gli aiuti umanitari viene speso lo 0,31%?

Perché continua a sussistere una esasperata recrudescenza della violenza che ha visto una crescita esponenziale negli ultimi vent’anni?

Perché …?

Queste le domande. … Qualcosa non funziona!

Tuttavia nessuno, pur piegato dalle frustrazioni di un presente sempre più precario, può recitare il ruolo di vittima e venir meno alle proprie responsabilità.

Non basta il ricordo o una emozione: la dignità umana è in pericolo; quando l’indifferenza, l’arroganza o l’opportunismo cavalcano l’onda dell’esclusione, i “nemici” continueranno a crescere come una ossessione, fino a inghiottire tutte e tutti.

La Memoria è propria di ogni persona e va agita negli spazi della Memoria affinché diventi Storia.

 Per questo nella Scuola di italiano per immigrati di Dimensioni Diverse,
 
la Memoria si riproduce attraverso lo scambio e la condivisione delle
 conoscenze per una diversa consapevolezza dell’essere.

Coltivare e fare Memoria

Nella ricorrenza del «Giorno della Memoria» crediamo sia importante non solo ricordare fatti e avvenimenti che hanno creato una grave frattura nell’umanità intera, ma richiamare la Memoria quale elemento fondamentale dell’esperienza di vita personale e politica.

I ricordi, come i molti avvenimenti più o meno drammatici che attraversano l’agire umano, sono portatori di emozioni che non sempre diventano parte della Memoria personale e collettiva in quanto sfuggono, vengono sottratti alla considerazione e comprensione.

Ogni persona ha diritto alla propria Memoria come il dovere di implementarla attraverso la cura delle scelte e delle diverse relazioni di cui la persona stessa si rende responsabile e protagonista.

Tuttavia affinché la Memoria personale possa vivere e resistere nel tempo e nelle contrapposizioni imposte dal sistema, ha bisogno di farsi Storia, diventare Memoria politica per l’umanità intera e produrre cambiamento.

E’ come dire che la Memoria personale, diversità propria, diventa parte di quella diversità che si rende partecipe protagonista della Storia.

Una scelta a voler essere parte attiva nei confronti degli abusi, delle violenze, delle guerre, delle persone migranti, delle ingiustizie, ….

Condizioni della precarietà di sistema e umana che devono trovare nella Memoria personale e collettiva quella narrazione capace di:

  • sovvertire le prepotenze e gli abusi dettati dalla misoginia, dalla xenofobia e dal razzismo;
  • abolire i respingimenti e i relativi decreti per una diversa accoglienza;
  • abbattere ogni muro, filo spinato che limitano la libera circolazione e generano perversi lager di disumanità colpevole;
  • bloccare ogni forma di guerra e aggressività a partire dalla produzione e vendita di armi;
  • rivendicare pari diritti e giustizia per tutte e tutti;
  • superare le disuguaglianze a partire da una diversa ridistribuzione delle ricchezze;
  • capace di …

La ricorrenza del «Giorno della Memoria» suggerisce a tutte e a tutti la necessità di trovare la forza e il tempo per destrutturare le emozioni suscitate dai ricordi e dagli accadimenti che ogni giorno perseguitano la realtà e le condizioni di vita, analizzando i fatti, recuperando le conoscenze adeguate per costruire il sapere necessario utile per pratiche diverse.

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Nel mentre un altro evento richiama la Memoria.

Il 6 febbraio 2014, oltre 200 persone migranti cercarono di entrare nella città di Ceuta dal territorio marocchino.

Mentre si avvicinavano, nuotando, alla spiaggia di Tarajal la Guardia Civil utilizzò attrezzature antisommossa – scariche di fumo e proiettili di gomma – per impedire loro di entrare nel territorio spagnolo.

Quindici immigrati sono morti nella parte spagnola, decine sono scomparsi e altri sono morti nel territorio marocchino.

Per ricordare questo evento, dal 6 al 8 di febbraio 2020, si riuniranno a Oujda (Marocco) alcuni dei parenti dei migranti scomparsi dalla Tunisia, Algeria, Marocco, Camerun, Senegal, Siria e Messico insieme ad attivisti di diversi paesi che quotidianamente lottano per denunciare la violenza omicida che gli stati esercitano ai confini.

Sarà la giornata globale di commemorAzione dei migranti deceduti, dispersi e/o vittime di scomparsa forzata.

All’evento in Marocco parteciperà anche un membro della Carovana Migrante Centroamericana che si fa lungo il Messico alla ricerca dei migranti desaparecidos. Si tratta di Ruben Figueroa, mexicano, migrante per un tempo negli USA che ora si dedica al lavoro di ricerca dei migranti.

In questo video potete vedere il lavoro che realizza.
https://www.arte.tv/es/videos/090255-000-A/mexico-en-busca-de-los-migrantes-desaparecidos/

A Milano la consueta Marcia per i Nuovi Desaparecidos è proprio giovedì 6 febbraio, quindi farà parte della giornata globale di CommemorAzione.

 

Cosa rappresenta il World Economic Forum?

Una grande vetrina che abbaglia fuori la propria miseria!

A Davos, località sciistica della Svizzera, dal 21 al 24 gennaio si sta svolgendo il World Economic Forum. Una assise internazionale che da 50 anni vede radunati i grandi big dell’economia e della finanza mondiale per discutere e sviluppare le loro strategie dei grandi affari e profitti.

Puntuale come un ammonimento, Oxfam (Oxford committee for Famine Relief – una organizzazione internazionale impegnata nella lotta alle povertà), ogni anno pubblica il suo rapporto sulla sicurezza e la povertà del mondo.

Quest’anno il titolo “Team to care – avere cura di noi” appare come un invito alla politica, ai “potenti” della terra ma anche a tutte le persone a non ignorare la grave situazione nella quale prendono corpo le condizioni materiali della vita.

Anche su quanto segue – in prossimità del “Giorno della Memoria”, è importante “fare Memoria”.

L’evidenza del report: una pregiudiziale circa i “progressi” nella lotta alle povertà e alle ingiustizie.
Uno strapotere della ricchezza che è costantemente in crescita a fronte di una povertà sempre più debilitante.

Alcuni dati:

  • 2153 miliardari detengono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone;
  • l’1% delle persone più ricche detiene più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone;
  • il 46% della popolazione mondiale vive con 5,5 dollari al giorno: 149 euro al mese.

In Italia il rapporto Oxfam afferma:

  • l’1% delle persone più ricche possiede una ricchezza pari al 70% del più povero;
  • il 10% più ricco detiene ricchezze superiori di 6 volte del 50% più povero;
  • il 10% dei lavoratori con più elevata retribuzione è pari a quasi il 30% del reddito complessivo da lavoro, supera complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse;
  • oltre il 30% dei giovani occupati guadagna meno di € 800 al mese;
  • il 13% degli under 29 vive in condizioni di povertà lavorativa.

Un sistema economico che continua ad alimentare disuguaglianze non solo rende vani i tentativi di lotta alla povertà, ma logora la coesione sociale.
Oltre ad accrescere un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, genera rancore e aumenta la deriva di politiche populiste o estremista.

“Aiutiamoli a casa loro”
L’entità della ricchezza posseduta dai 22 uomini più ricchi è maggiore della somma dei beni di tutte le donne in Africa che sono più di 650 milioni.

Un mondo grandemente ingiusto che non rispetta la dignità del lavoro delle persone che fanno lavori fondamentali per la società e che vengono sottopagati o addirittura non pagati. 

Nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura dei familiari come anziani, bambini, disabili.

In Italia nel 2018, l’11,1% delle donne non ha mai lavorato per prendersi cura dei figli; un dato fortemente superiore alla media Europea del 3,7%.

Allo stesso tempo quasi il 40% delle donne sono state costrette a rinunciare alle aspettative professionali del loro lavoro per conciliare lavoro e famiglia. Lavorare meno significa versare meno contributi e ricevere pensioni poco dignitose che non consentiranno alle donne di poter vivere tranquille l’ultima parte della loro vita.

Il lavoro domestico sottopagato e quello di cura non retribuito, incombe soprattutto sulle spalle delle donne, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi pesanti.

Questo capitalismo è sessista e sfruttatore, fonda il suo potere sullo sfruttamento del lavoro di cura delle donne, non retribuito.

È necessario valorizzare il benessere,
ricompensare il lavoro piuttosto che la ricchezza.

L’economia nel mondo è organizzata come una piramide.

Alla base ci sono 3,8 miliardi di persone poverissime il cui reddito non supera l’1% della ricchezza globale. Il vertice è occupato da un numero esiguo di 2153 supermiliardari che detengono la stessa ricchezza detenuta da 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale.

Una piramide che mostra l’eccesso della sproporzione del potere attuale.

Un’economia che le statistiche evidenziano come l’attuale sistema economico sia fondato sul precariato dei lavori sottopagati e frammentati.

Il rapporto formula una critica del predominio dell’economia neoliberale nella quale è determinante il predominio dei grandi Monopoli (e dei ricchi azionisti che li sostengono), responsabili e complici dell’accelerazione delle disuguaglianze economiche.

“Un miliardario è un fallimento politico”.

 

 

La sicurezza dell’esclusione

Il Rapporto realizzato da Action Aid e Openpolis sui Centri di Accoglienza in Italia 2019 mette in evidenza le prevedibili conseguenze che la legge sicurezza immigrazione sta producendo sul sistema di accoglienza nel nostro paese.

C’è un aumento consistente del numero di cittadini stranieri irregolari a seguito dello smantellamento oltre che del sistema d’accoglienza anche delle tutele dei richiedenti asilo.

Molti attivisti, Enti del terzo settore e operatori coinvolti, avevano ampiamente previsto e denunciato le conseguenze derivanti dal disfacimento complessivo del sistema.

Nonostante un’ampia mobilitazione a livello nazionale da parte dei Movimenti che avevano cercato di contrastare le devastanti conseguenze, la Legge Salvini è ancora lì a far danni, e ad oggi, la sua abrogazione non è tra le priorità del governo 5stelle-PD.

La soppressione della protezione umanitaria, la forma di protezione maggiormente diffusa per chi fino al decreto sicurezza chiedeva asilo in Italia – si legge nella prima parte dell’inchiesta – espande sempre più la macchia degli stranieri irregolari, che diventa un’emergenza reale con i conseguenti costi umani, sociali e di illegalità diffusa. Un’emergenza per la quale, in assenza di un meccanismo di regolarizzazione, la soluzione dei rimpatri appare nel caso più ottimistico un’illusione“.

Secondo le stime del Rapporto sono 40.000 le persone che si sono ritrovate irregolari nel 2019 a causa della soppressione della protezione umanitaria. E queste cifre sono inevitabilmente destinate ad aumentare nel 2020 poiché la Legge impone dei vincoli fortemente restrittivi sia nelle procedure che nella concessione delle forme di protezione da parte delle Commissioni territoriali.

 

I rimpatri, tanto esaltati dalla propaganda politica delle destre, sono sempre stati un numero esiguo: 5.615 nel 2018,  6.298 nel 2019 a fronte di una stima di 680mila stranieri irregolari.

Il rapporto si sofferma ampiamente anche sulle conseguenze delle nuove regole delle gare di appalto per la gestione dei centri. Regole “volute per razionalizzare il sistema e tagliare i costi e i servizi di inclusione, si scontrano con la difficoltà, anche di natura politica, dei gestori di farvi fronte e delle prefetture di applicarle. Diversi i bandi deserti, quelli ripetuti o che non riescono a coprire il fabbisogno dei posti nei centri“.
Un affare che attrae i gestori a carattere industriale, grandi soggetti privati anche esteri in grado di realizzare economie di scala e allontana i piccoli con vocazione sociale e personale qualificato“.

Si delinea un prevedibile ritorno alla logica dei grandi centri di parcheggio per richiedenti asilo e il totale abbandono di un’idea di accoglienza diffusa ma soprattutto ad una loro inclusione sociale e una totale assenza di programmazione.  

Al 31 dicembre 2019 il sistema complessivamente accoglie in totale 91.424 persone, delle quali 66.958 con richiesta di protezione internazionale sono accolte nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e 24.388, già riconosciute come titolari di protezione internazionale o protezione umanitaria, nei progetti ex SPRAR, rinominati dal Decreto Sicurezza SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati).
Per questi ultimi, la Circolare del Ministero dell’Interno, prevede la loro uscita forzata con scarsissima possibilità di trovare risposte; risulteranno facilmente destinati ad ingrossare le file dei senza tetto.

I Decreti Salvini vanno immediatamente cancellati!

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Gli ultimi dati forniti da Frontex relativi agli sbarchi

Mai cosi pochi ingressi di immigrati irregolari nel 2019:

  • 11.500 sbarchi in Italia
  • 139.000 nell’Unione Europea (nel 2015 arrivarono in Europa oltre un milione).

A determinare il calo è stata la “stretta” dell’Europa che ha provocato la diminuzione dei migranti approdati sulle coste europee attraverso le rotte del Mediterraneo centrale e occidentale; un “giro di vite” ispirato dalla volontà dell’Italia di rinnovare il Memorandum d’Intesa con la Libia e con la Guardia Costiera libica, siglato il 2 febbraio 2017 dall’allora Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, con Fayez Mustafà Al-Serraj, Presidente libico riconosciuto a livello internazionale.

Il calo più significativo è avvenuto proprio sulle coste italiane, con una riduzione del 41% degli sbarchi rispetto allo scorso anno: 11.500 le persone approdate, soprattutto in arrivo dalla Tunisia e dal Sudan; molto meno rispetto alla Spagna (24.000 arrivi) e alla Grecia (oltre 82.000 arrivi, +46% rispetto al 2018). 

Da dove partono i migranti?
A fronte di un calo del 58% di arrivi dai paesi del Nordafrica, si registra un notevole aumento dei migranti – oltre la metà di tutti i migranti irregolari – provenienti dalla Siria e, in particolare, dall’Afghanistan, con il 167% in più rispetto al 2018.

Le guerre non si devono fare!

Il rifiuto della guerra non nasce dall’indolenza o dalla paura ma solo dalla consapevolezza.

La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Articolo 11.

La manifestazione di ieri a Milano in Piazza Duca d’Aosta “Contro la guerra e il terrorismo di stato”, oltre alle altre diffuse manifestazioni in Italia e nel mondo, richiamano l’attenzione di tutte e di tutti ad una maggiore determinazione.

Occorre riaffermare il diritto alla sovranità popolare per fermare il delirio di onnipotenza dei potentati che non si fanno scrupoli di alcun tipo per annettersi il controllo di territori per lo sfruttamento del petrolio e di altre ricchezze naturali, oltre che per superare le loro crisi economiche e finanziarie.

Il raid militare Usa in Iraq finalizzato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani si configura come un atto criminale al di fuori di ogni “procedura”, sia pure discutibile, delle relazioni internazionali, mira ad acutizzare la conflittualità nell’incandescente scacchiere Medio Orientale, uno scenario in cui centrale sarebbe il ruolo di Israele-potenza nucleare.

Il presidente Usa non ha ordinato l’attacco mortale al generale iraniano per fermare una guerra, ma piuttosto per provocarla.

La guerra, da sempre, è lo strumento privilegiato delle fabbriche di morte le cui esportazioni di armamenti riempiono gli arsenali militari che trovano nelle guerre la risposta alle necessità di aggiornamento. Così le spese militari saranno sempre più imponenti – 1822 miliardi di dollari, +2,6% vedi: https://www.money.it/spese-militari-classifica-Sipri-2019-Stati-spendono-di-piu

 – ed a nulla serve il lamento del Segretario Generale dell’Onu circa il mancato rispetto del divieto di vendere armi ai Paesi in guerra.

In questo contesto internazionale è oltremodo importante denunciare all’opinione pubblica, per lo più disinformata, circa il ruolo delle oltre 100 basi militari Usa-Nato presenti in Italia, presenza che vede nelle basi militari di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia) la presenza di oltre 65 bombe nucleari Usa, oltre alla grande base di Sigonella in Sicilia che possono essere direttamente coinvolte nelle guerre.

Inoltre il territorio italiano, di fatto un crocevia di trasporti bellici, è sempre più soggetto alla perdita della sovranità popolare in particolare oggi con il sovranismo della Lega sempre più schierata e subalterna alle posizioni di Turmp.

Per non restare subalterni alla guerra occorre chiedere, con maggior determinazione, una presa di posizione chiara contro l’utilizzo del territorio italiano a fini di guerra:

  • Non dare la disponibilità delle Basi Usa in Italia.
  • Bloccare l’acquisto degli F35.
  • Ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan.
  • Dare più potere all’Onu e non alla Nato.
Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra!

Festeggiare l’ultimo –


Ridare speranza al principio

Un anno se ne è andato, un altro è iniziato,
la normalità del tempo non si ferma mai
e nel tempo è la vita a rigenerarsi.

Molte sono le diversità che della vita si nutrono,
vivono modalità proprie con intensità possibili.

Sono molti a voler dire una parola augurale,
ad azzardare un nuovo proposito
ma non c’è il tempo per prospettare il futuro.

Il corpo è condizionato dal presente pressante,
l’obbligo all’essere preclude una volontà desiderante,
la frenesia scompone l’opportunità di nuove narrazioni.

Alla fine si celebra la festa del tempo … passato
come se non ci fosse più … il domani.

Il cosciente presagio dei “botti” insensati
si contrappone al bene salutare dei corpi,
fumi altrettanto insalubri salgono al cielo.

Ora il silenzio sembra trovare pace;
tempo breve, si fa giorno, tutto ritorna … normale:
tempo delle vacuità mai represse.

Ritorna deprecabile l’emarginazione precaria,
sapori amari dispersi nei silenzi privati
pensieri disarticolati: dimensioni inconsce.

Rancori esasperanti, conflitti inumani
bombe “innocenti”, miserie ignorate.

L’ignominia indifferente del frustrato,
l’incoerenza di scelte mai volute,
gli amici di sempre a confortare il disgusto.

Ricordi da ignorare, memorie da recuperare
la realtà è un tempo di vita, liberata dalle ipocrisie.
Rimpiangere la diversità non rende possibili ad altri.

C’è sempre un’alba che insorge dentro i movimenti
contro il delirio di onnipotenza dei potentati
che pervadono le ingiustizie nel mondo.

Nessuna manifestazione è priva di incoerenza
quanto la sofferenza dell’abbandono.

Nelle piazze c’è pure una festa da celebrare,
è tempo di agire il coraggio,
i conflitti animano nuova vita.

Una diversa giustizia agisce il mondo
diritti ignorati da riconquistare per tutti.

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Un anno è un tempo lungo come un percorso in montagna dove le bellezze si scoprono sempre più in alto mentre il cammino va liberato dai pesi superflui. Senza dimenticare l’essenziale per il corpo vivo e il silenzio necessario per godere delle bellezze che ci circondano. 

Il tempo della forza sta nella ricchezza della personale diversità capace di superare gli impedimenti per raggiungere le piazze della Memoria e del cambiamento. 

Prima dei “nemici” da combattere bisogna comprendere le diversità che ci separano: conoscere ciò che ci rende nemici. 

La dimensione della quotidianità impone a tutti vincoli esasperati.
Le “destrezze” personali dell’agire proprio sono l’anima della sovranità imperiale che agisce sui corpi e nelle menti.
 

Ricercare momenti di incontri, di verità e di scambio
strategie diverse da apprezzare,
narrazioni possibili da condividere.