Agenda 2030: i passi delle sfide globali

Quando ci si imbatte nel termine “sostenibile”, si tende a essere immediatamente catapultati nella dimensione ambientale dello sviluppo economico. L’Agenda 2030 si propone invece di rivoluzionare questo approccio attraverso un cambiamento mentale e comportamentale. La sostenibilità intesa dall’Onu, infatti, annovera temi come occupazione, fame, povertà, diritti, istruzione, energia, innovazione e infrastrutture.

«Il nostro scopo è chiaro. La nostra missione è possibile. La nostra meta è sotto i nostri occhi: la fine della povertà estrema entro il 2030 e una vita di pace e dignità per tutti». Così Ban Ki Moon, all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, nel settembre 2015 presentava l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, appena approvata da oltre 150 Stati membri.
Cuore dell’Agenda sono gli “obiettivi per lo sviluppo sostenibile” (Sustainable Development Goals, o SDG): si tratta di 17 obiettivi che i paesi dovrebbero fare propri, mettendo in atto politiche per la loro realizzazione entro il 2030. L’idea non è nuova: già nel 2001 l’ONU aveva lanciato gli 8 Millennium Development Goals (sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; ridurre la mortalità materna; combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo) che si volevano conseguire entro il 2015 e che sono stati raggiunti solo parzialmente.

Potremmo dire che gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono un po’ la continuazione dei Millennium Goals, ma nel passaggio di consegne si sono evidenziate alcune importanti differenze. Innanzitutto il numero. Passare da 8 a 17 non è stato indolore: alcuni stati, compresa la Gran Bretagna e il Giappone, si sono lamentati perché i nuovi obiettivi sono troppo numerosi e questo rende difficile non solo implementarli, ma anche farli capire alla popolazione. Dall’ONU hanno risposto che il processo per arrivare a quegli obiettivi è stato lungo e laborioso e scegliere di toglierne qualcuno non era pensabile.

In effetti, le Nazioni Unite hanno dato il via al più grande programma di consultazione della loro storia per arrivare a definire quei goal. Tutto è iniziato nel 2012 quando, dopo il Rio+20 Summit, viene messo in piedi un gruppo di lavoro aperto con i rappresentanti di 70 paesi per individuare i punti fondamentali. Il gruppo ha discusso per oltre un anno; tra i partecipanti c’erano nomi importanti come Robert Costanza, l’economista americano che per primo ha fatto una stima economica della natura, e Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica per le sue ricerche sul buco dell’ozono. Parallelamente, sono state condotte delle global conversations, ovvero consultazioni con la popolazione su temi specifici e sondaggi porta a porta i cui risultati sono stati discussi dalla commissione.

Il risultato finale sono 17 punti, che elenchiamo:

  1. porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo;
  2. porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile;
  3. assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.
  4. fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti;
  5. raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze;
  6. garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie;
  7. assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni;
  8. incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti;
  9. costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile;
  10. ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni;
  11. rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili;
  12. garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo;
  13. promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico;
  14. conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile;
  15. proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre;
  16. promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile;
  17. rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

Il gruppo di lavoro ha poi indicato numerosi sotto-obiettivi, per così dire, che specificano meglio l’intento e le modalità di realizzazione dell’obiettivo stesso, i cosiddetti “target”. Ad esempio, nel primo goal (sconfiggere la povertà) troviamo target come: ridurre almeno della metà il numero di persone che vivono in condizioni di povertà entro il 2030 ed eradicare la povertà estrema (ovvero quella di chi vive con meno di 1,25 dollari al giorno). In tutto contiamo 169 target.

Un aspetto interessante è che il passaggio dagli 8 goal del 2001 ai 17 attuali è avvenuto mettendo al centro l’ambiente. Nel nome stesso dei nuovi obiettivi compare lo “sviluppo sostenibile” come indice dell’accettazione del fatto che la sostenibilità è un fattore chiave e ormai indispensabile per il nostro futuro. Inoltre, a ben guardare, gli obiettivi hanno tutti a che fare con l’ambiente.

Alcuni di essi hanno una relazione diretta con la qualità dell’ambiente fisico e sono il risultato dell’espansione dell’obiettivo del millennio sulla sostenibilità ambientale in 5 diverse declinazioni: acqua pulita, vita in mare e sulla terra, clima, biodiversità. Altri sono indirettamente correlati con l’ambiente attraverso i disastri naturali, la fame, l’agricoltura, il cibo, la salute, l’energia, la crescita economica, l’industria, le città. L’obiettivo 8, ad esempio, che parla di crescita economica sostenibile, ha tra i suoi target il disaccoppiamento (decoupling, nel gergo internazionale) della crescita economica dalle pressioni sull’ambiente e dal degrado ambientale.

L’altro elemento interessante che si evidenzia, quindi, è lo stretto legame che unisce gli obiettivi tra loro. La lotta al cambiamento climatico, per fare un esempio, inciderà anche sulla lotta alla povertà e sulla realizzazione della pace. È infatti ormai dimostrato che l’impatto della modificazione del clima può portare alla perdita di mezzi di sussistenza, a un aumento di morbilità e mortalità, a un rallentamento economico e a un maggiore potenziale di conflitti violenti, migrazione di massa e diminuzione della resilienza sociale. A questo proposito, uno studio appena pubblicato da Nature mette in evidenza come le scelte politiche sull’energia influiranno sulle situazioni geopolitiche del futuro, favorendo o spegnendo conflitti e tensioni.

Ci sono poi altri due importanti elementi di novità: in primo luogo, mentre quelli del millennio di fatto venivano considerati obiettivi da perseguire per i paesi poveri del mondo, i nuovi obiettivi sono per tutti, ricchi e poveri, perché tutti i paesi sono da considerare in via di sviluppo se pensiamo a una crescita equa e sostenibile. In secondo luogo, all’individuazione degli obiettivi, per la prima volta, ha contribuito anche il settore privato. E, nel prosieguo del percorso, oltre agli Stati, diverse imprese hanno cominciato a utilizzare il framework degli SDG per declinare le loro scelte strategiche.

Uno studio di Accenture (la società di consulenza aziendale più grande al mondo) del 2016, realizzato insieme all’iniziativa delle Nazioni Unite “Global Compact”, intervistando oltre 1000 amministratori delegati di imprese operanti in più di 100 paesi e in altrettanti settori, mostra come l’Agenda 2030 costituisca un riferimento strategico importante per il settore privato nei prossimi anni. Tanto è vero che, a seguito della decisione da parte del presidente Donald Trump di ritirare la ratifica voluta e perfezionata dalla precedente Amministrazione di Barack Obama dell’Accordo di Parigi (il principale strumento internazionale e multilaterale per contrastare i cambiamenti climatici e per raggiungere l’obiettivo 13 dell’Agenda 2030 dell’ONU) un consorzio di grandi imprese americane, insieme a sindaci, governatori, leader tribali, gruppi religiosi, istituzioni culturali, organizzazioni sanitarie e investitori ha dichiarato che continuerà a sostenere l’azione per il clima per rispettare l’accordo di Parigi, indipendentemente dalle decisioni e dagli indirizzi dell’Amministrazione Trump.

Segue: https://www.rivistamicron.it/approfondimenti/agenda-2030-i-passi-delle-sfide-globali/

Cristiana Pulcinelli, 15 Novembre 2019