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Possiamo vedere tutto, quindi non vediamo più niente; possiamo sapere tutto, quindi non sappiamo più niente.

Mente-politica
Mente-politica20 Novembre inizia una settimana che ci racconta qualcosa della “politica” che ci appartiene.

 

  • Oggi si celebra la “Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia“. Le Nazioni Unite ricordano che oggi nessuno potrà impedire che muoiano 15 mila bambini sotto i 5 anni; che 385 milioni restino in povertà assoluta. Tra loro 8,5 milioni di loro sono siriani.
    Dei bambini che vivono in aree di conflitto, 75 milioni hanno meno di 5 anni. Ci sono aree del mondo in cui sotto i 5 anni puoi morire anche per una semplice diarrea o una banale polmonite: ogni anno accade a 1,4 milioni di bambini.

 

  • Parte la “Carovana delle donne per il disarmo nucleare”;  fino a domenica 10 dicembre attraverserà l’Italia per chiedere che anche il nostro paese ratifichi il Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw) adottato il 7 luglio 2017 dall’Onu.
    Articolo 1 – «Ciascuno Stato parte si impegna a non permettere mai, in nessuna circostanza, qualsiasi stazionamento, installazione o spiegamento di qualsiasi arma nucleare nel proprio territorio; a non ricevere il trasferimento di armi nucleari né il controllo su tali armi direttamente o indirettamente».
    Articolo 4 – «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

 

  • Giovedì 23 novembre, Biblioteca di Baggio – via Pistoia 10:
    SEI MALATO NON CHIAMARE IL MEDICO, ORA C’È IL “GESTORE”
    La Giunta della Regione Lombardia con due delibere, sta modificando l’assistenza sanitaria in Lombardia, cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78, in particolare quelli relativi alla medicina generale o di base.
    Secondo le stime della Regione, sono circa 3.350.000 i cittadini “pazienti cronici e fragili” che riceveranno dalla Regione entro la fine dell’anno, una lettera che li inviterà a scegliersi un “gestore” al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, la gestione della propria salute.
    Gli standard previsti nel “Patto“, non sempre sono conformanti alle necessità, per cui il cittadino che aderisce al sistema dovrà pagarsele.
    Per evitare il rischio che molte persone arrivino ad accettare queste scelte, senza avere la consapevolezza necessaria per difendere la propria salute – VOL-A4- Riforma Sanita Lombardia

 

  • Chi diceva ipocritamente: “aiutiamoli a casa loro”.
    Il responsabile dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha definito «disumani gli accordi tra Italia, Europa e Libia», poi la CNN ha mostrato il video dei migranti venduti dai trafficanti. Mercato degli schiavi: ottocento dinari, il prezzo di una vita.

 

  • Crimini contro i migranti.
    40 organizzazioni siciliane (dalla Caritas, ai Valdesi, ai Cobas) hanno promosso la convocazione di Minniti davanti al Tribunale Permanente dei Popoli per aprire una indagine sui crimini in cui il Governo italiano è coinvolto nell’ambito delle recenti politiche fondate sugli accordi con i paesi di origine e transito dei migranti, dettata dall’Unione europea. La sessione si terrà dal 18 al 20 dicembre 2017 a Palermo, capitale della cultura dell’accoglienza.

 

  • Fondi Ue per lo sviluppo usati per fermare i migranti.
    I soldi stanziati dal Maeci (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) per il Fondo Africa, che dovevano servire agli “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie” utilizzati per addestrare e armare la guardia costiera libica. L’Associazione per gli studi giuridici sulle immigrazioni (Asgi), ha presentato un ricorso al TAR Lazio per l’annullamento del decreto 4110/47 con il quale il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha tagliato i fondi stanziati per la cooperazione con l’Africa per accordare al Ministero dell’Interno un finanziamento di 2 milioni e mezzo di euro per la rimessa in efficienza di 4 motovedette, la fornitura di mezzi di ricambio e la formazione dell’equipaggio.

 

  • 25 novembre: “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne”.
    Richiamare questa memoria significa liberare lo sguardo sui
    rincipi che generano la violenza, comunque essa si manifesti.
    Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
    Le pratiche quotidiane ci portano a rincorrere, a scontrarsi ogni giorno per soddisfare le necessità, i desideri. E’ la società dell’interesse in sé, per bene esclusivo, che spinge ogni persona a ricercare l’avere prima dell’essere: il diritto di proprietà per sé.
    Da qui lo scontro tra diversità, interessi concorrenti, fino a negarne il diritto all’esistenza: razzismo, xenofobia, fascismo.

 

Com’è finita la Cop 23.

Cop23-2
Cop23-2Dalle promesse si doveva passare ai fatti, per ora siamo fermi al “dialogo”

Bisognava semplicemente passare all’azione. Le organizzazioni non governative di tutto il mondo, i governi dei paesi in via di sviluppo e gli istituti internazionali sono arrivati in Germania con questa richiesta. Dalla Cop 23 di Bonn, infatti, ci si aspettava semplicemente l’approvazione dei “decreti attuativi” dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, all’alba di sabato 18 novembre, dopo una nottata infinita e due settimane di negoziati, ci si è mossi a piccoli passi.

Cosa si è fatto e cosa è rimasto al palo, alla Cop 23
Alcuni (timidi) ne sono stati fatti: sugli impegni da adottare di qui al 2020 (senza aspettare cioè l’anno in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo), in materia di riforma del sistema agricolo, così come per quanto riguarda il rinnovo degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2. Tuttavia, su altri punti chiave della lotta ai cambiamenti climatici, gli avanzamenti sono stati pochi e i rinvii molti.
Nel 2018 dovrebbero essere riviste le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (Nationally determined contribution, Ndc) fatte nel 2015 dai governi di tutto il mondo. Alla Cop 23 è stato riconosciuto che tali impegni non sono sufficienti per centrare l’obiettivo principale stabilito a Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo. Così è stato lanciato il dialogo di Talanoa che punta proprio a “raddrizzare” la traiettoria (che oggi ci porterebbe a sforare i 3 gradi). A condizione, però, che non manchi la volontà politica dei governi. “Durante il 2017, abbiamo assistito a uragani che hanno devastato i Caraibi, tempeste e inondazioni che hanno distrutto migliaia di abitazioni e scuole in Asia meridionale, ondate di siccità eccezionali in Africa orientale. Queste catastrofi rappresentano già la realtà per numerose comunità. È per questo che la Cop 23 avrebbe dovuto portare avanzamenti concreti per aiutare queste popolazioni. Invece, con rare eccezioni, i paesi ricchi sono arrivati a Bonn a mani vuote”, ha osservato Armelle Lecomte, responsabile clima di Oxfam France.

Per cosa ci ricorderemo di questa Cop 23
Le conferenze sul clima, però, non sono solo dichiarazioni, numeri e promesse. Ad esempio, ci ricorderemo della Cop 23 per il tempo speso ai controlli e per i chilometri percorsi – a piedi, in bici o su un veicolo elettrico – per passare da una zona all’altra. Da una parte la Bula zone dedicata ai negoziati ufficiali e alle squadre di delegati in giacca e cravatta. Una delle sensazioni più forti è stata che la maggioranza dei delegati arrivasse dal continente africano. Questo a testimonianza del fatto che ogni conferenza è fondamentale per chi vive gli effetti del riscaldamento globale sulla propria pelle. Mentre solo chi tutto questo non lo subisce direttamente può permettersi un disimpegno, seppur temporaneo.

Bonn VS Bula 1-0
Dall’altra la Bonn zone, quella dedicata alla società civile, alle organizzazioni non governative e alle startup che hanno catturato l’attenzione dei pochi giornalisti presenti grazie a una buona dose di entusiasmo. E anche ai padiglioni degli stati che hanno capito che per ergersi a “leader climatici” bisogna stare tra le persone e saper comunicare con loro. Anche quando non si ha molto da dire.

Per questi motivi e per una sostanziale mancanza d’interesse dovuta a pochi “leaks” da inseguire o “rumors” da twittare, la Bula zone è stata pressoché snobbata, in favore di una dinamicità di eventi e di iniziative che hanno fatto apparire la società civile avanti anni luce rispetto ai politici.

Jerry Brown, leader di We are still in “ha fatto” il presidente degli Stati Uniti
Quegli stessi politici che neanche erano presenti. “L’impressione è che alcuni governi abbiano interpretato l’Accordo di Parigi come un traguardo finale, anziché come un punto di partenza”, hanno riportato da Bonn gli inviati di alcune emittenti internazionali.

Nessuno, in effetti, saprebbe dire quali altre capi di stato e di governo abbiano timbrato il cartellino della Cop 23, oltre alla cancelliera tedesca Angela Merkel, obbligata a fare gli onori di casa, e al presidente francese Emmanuel Macron, che voleva portare alto il nome di Parigi che dà il nome all’Accordo. Tanto da decidere di convocare un nuovo summit sul clima (One planet), che si tiene nella capitale francese il 12 dicembre, dedicato principalmente ai finanziamenti. “La conferenza di Parigi”, ha sottolineato Lecomte, rappresenta “un esame di riparazione per i paesi ricchi, nella speranza che si decidano a mettere i soldi sul piatto”. Per conto degli Stati Uniti, o almeno della popolazione americana, erano presenti l’ex e l’attuale governatore della California: Arnold Schwarznegger e Jerry Brown che hanno animato il padiglione a forma di igloo targato “Climate action center”, che ha riunito anche la coalizione We are still in fatta di stati, città, imprese e organizzazioni americane che hanno deciso di continuare a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi nonostante la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi. Anche per questo ci ricorderemo di questa conferenza sul clima: per la capacità della società civile di riconquistarsi il ruolo che le spetta. Anche fisicamente. Il ruolo di chi ha la ragione dalla sua parte.

Il carbone
Nel bene e nel male. Il carbone, cioè il combustibile fossile più sporco del mondo, ha dominato la scena. C’è chi ha lanciato un’alleanza per dire addio al carbone entro il 2030 composta da una ventina di governi, Italia inclusa, e chi ha avuto il coraggio di tenere una conferenza sul carbone “pulito” – made in Usa. La delegazione ufficiale americana ha seguito le indicazioni della Casa Bianca che, a più riprese, ha annunciato di voler puntare anche sul carbone per garantire agli americani tutta l’energia di cui hanno bisogno. In pratica, anche lo stoccaggio della CO2 emessa dalle ciminiere delle centrali a carbone può diventare una soluzione per combattere i cambiamenti climatici, secondo Trump.

Non ci sono più Cop tecniche, ci sono Cop d’azione
Dopo un’iniziale muro contro muro tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, questi ultimi hanno ottenuto che i governi indichino fin da subito cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per la lotta ai cambiamenti climatici.

Cosa bisogna fare prima del 2020
Il sud del mondo ha infatti sottolineato la necessità di rispettare gli obiettivi fissati dalla seconda fase del Protocollo di Kyoto – di cui si sono festeggiati i 20 anni – quella che va dal 2013 al 2020, ma che ancora non è entrata in vigore poiché non ha ottenuto il numero necessario di ratifiche. In questo modo, si punta a “coprire” gli anni che rimangono prima del momento in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo.

La Cop 23 e l’agricoltura
Altro avanzamento importante è quello legato all’agricoltura. Richiesto da ormai sei anni, il programma di lavoro sulla sicurezza alimentare e sull’intero settore agricolo è finalmente entrato a pieno titolo nei negoziati. Le ong e la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avevano insistito fortemente, ricordando come i cambiamenti climatici rappresentano ormai una delle principali cause di malnutrizione nel mondo. E l’agricoltura una delle principali cause del riscaldamento globale.

Il Gender action plan
Nell’ambito della Cop 23 è stato adottato anche il “Gender action plan”, piano d’azione per la parità di genere, con l’obiettivo di integrare il tema nei programmi per l’ambiente e il clima. È stata l’italiana Chiara Soletti dell’Italian climate network a intervenire sul tema nel corso della seduta plenaria che si è svolta nella notte tra venerdì e sabato. Una notte complessa: sono state necessarie numerose interruzioni e molti colloqui a porte chiuse per trovare un accordo, soprattutto sulla questione del dialogo di Talanoa.

Le difficoltà incontrate a Bonn sono ben riassunte d’altra parte dalle questioni sulle quali non si è riusciti a trovare un accordo, se non parziale. Primo fra tutti il problema dei finanziamenti che rappresenta il cuore di tutte le questioni: senza fondi è impossibile avviare qualsiasi piano di mitigazione, transizione o adattamento.

One planet a Parigi. Per i più volenterosi appuntamento a dicembre
Da un lato, alla Cop 23 si è accettato il principio secondo il quale i fondi per riparare i danni subiti dalle nazioni più vulnerabili non debbano far parte dei famosi 100 miliardi di dollari promessi (e mai stanziati integralmente) nel lontano 2011 per il Fondo verde per il clima. Dall’altro, però, la questione fondamentale del reporting – ovvero della trasparenza sul come il denaro viene utilizzato – è stata rinviata al 2018.

Ecco perché Macron ha deciso di riunire a Parigi, il 12 dicembre, un centinaio di paesi. Non tutti: solo quelli che hanno voglia di fare sul serio. Donald Trump non è stato invitato. L’obiettivo, come sottolineato dalla rete di ong Climate action network è arrivare alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, “per prepararsi a rendere ancora più ambiziosi gli obiettivi entro il 2020 in modo da poter mettere in atto la transizione verso un futuro rinnovabile”.

Andrea Barolini e Tommaso Perrone
da lifegate.it/ – 18 nov 201

L’anno del Circeo. Cinque tesi

Circeo
  1. CirceoMi ricordo
    Mi ricordo di quando nei processi per stupro l’intera società dei maschi metteva sotto accusa la vittima.
    Mi ricordo del tempo in cui quella violenza contro le donne era considerata nel codice penale un reato “contro la stirpe” e non contro una persona, e la donna vittima di violenza non era considerata persona, ma carne, e quella violenza la si chiamava “violenza carnale“.
    Mi ricordo l’anno del Circeo, chi ha la mia età non può dimenticare.
    Da allora sono invecchiato di mezzo secolo, e mi sembra che quei tempi non siano ancora finiti, non sia ancora abolito quell’orrore.
    Da allora sono invecchiato di mezzo secolo, e so che la lotta fondamentale e decisiva per la liberazione dell’umanità è quella del movimento delle donne.
    *
  2. Da quale parte della barricata
    Le donne che denunciano le violenze subite da uomini, e massime da uomini potenti, da uomini che hanno il potere di decidere della loro vita, sanno che denunciare quelle violenze e questo potere – questo violento sistema di potere – significa esporsi a nuove violenze. Sanno che la dittatura dei maschi userà ogni mezzo per vendicarsi. Sanno che gli schiavisti non ammettono che le vittime possano ribellarsi, e con tutta la loro forza cercheranno di schiacciarle. Eppure queste donne denunciano i loro carnefici. C’e’ una parola per questo: coraggio.
    So quale è la mia parte della barricata: per quel poco che conta la mia persona, sono dalla parte di queste donne senza esitazioni. So che la loro denuncia, la loro lotta, non riguarda solo loro, riguarda l’umanità intera. Riguarda anche la mia dignità, la mia libertà. So che chi non si schiera con loro, si schiera con la dittatura fascista dei maschi. Sono un uomo, non sono un fascista. So quale è la mia parte della barricata: per quel poco che conta la mia persona, sono dalla parte di queste donne senza esitazioni.
    *
  3. Nessun sofisma
    Nessun sofisma può occultare il fatto che una violenza è una violenza. Che quella violenza sia la regola dei rapporti sociali significa solo che occorre abolire quella violenza e rovesciare i rapporti sociali su quella regola fondati.
    Le donne che oggi smascherano la ferocia del dominio maschilista e patriarcale chiamano l’umanità intera a fondare un’altra società, la società dell’eguaglianza di diritti, la società del riconoscimento della dignità di ogni persona, la società in cui la diversità di ogni persona sia riconosciuta come un dono prezioso e valorizzata in una trama di relazioni tra eguali in diritti, persone eguali proprio perché diverse, che si riconoscono diverse ed eguali: una e plurale è l’umanità.
    *
  4. La prima radice
    So che il dominio maschilista e patriarcale è la prima radice e il primo paradigma di ogni violenza: so che non si potrà sconfiggere il modo di produzione che aliena e schiavizza le persone e le sacrifica al feticcio dell’accumulazione del potere, del prestigio, dei beni e del capitale se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale; so che non si potrà impedire l’irreversibile devastazione e desertificazione della biosfera se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale; so che non si cancellerà l’obbrobrio delle dittature, delle guerre e del militarismo – ridurre degli esseri umani ad utensili per uccidere degli esseri umani – se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale; so che non si realizzerà il disarmo – nel tempo in cui le armi possono distruggere per sempre la civiltà umana – se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale. So che non vi sarà una società libera e solidale, responsabile e accudente, sobria e armoniosa, se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale.
    Il dominio maschilista e patriarcale è la prima radice e il primo paradigma di ogni violenza: chi non lo vede, è cieco.
    *
  5. Queste parole
    Scrivo queste parole che penso dovrebbero essere ovvie. Le scrivo per dichiarare la mia opposizione a due barbarie: la barbarie della violenza maschile, e la barbarie della criminalizzazione delle vittime della violenza maschile. Le scrivo perché nessuno è fuori della mischia. Le scrivo perché credo che in questa lotta che le donne oggi stanno conducendo è anche il senso – e quindi il valore – di tutto il mio agire di militante del movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione dell’umanità, di persona amica della nonviolenza, di uomo che non vuole essere complice del fascismo.

Peppe Sini
responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Ispra: in Italia buttiamo più alimenti di quanti ne mangiamo

Spreco-cibo

Spreco-ciboServe una rivoluzione: autosufficienza alimentare e sviluppo coordinato di sistemi locali.
La principale misura di prevenzione? «Incentivare la diffusione di sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e provenienti da piccole aziende»

Per combattere sul serio lo spreco alimentare le buone, singole pratiche vanno bene e sono da incoraggiare, ma chi pensa che da sole possano riuscire a risolvere «una problematica estremamente complessa che necessita di decisioni informate, basate su conoscenze scientificamente solide», come la definisce l’Ispra, è un illuso.
Tant’è che la massima autorità scientifica italiana in campo ambientale, nelle pieghe del suo primo rapporto tecnico sul tema disegna quella che sarebbe riduttivo non definire una rivoluzione: per contenere i livelli di spreco alimentare sistemico attorno ad almeno il 15-20% occorre riorganizzare «i sistemi alimentari sulla base di sovranità-autonomie locali tra loro coordinate».

È dunque necessario «che le istituzioni internazionali e nazionali favoriscano questi processi e contrastino le enormi concentrazioni delle compagnie internazionali nell’agroindustria», perché il fine non può che essere uno: «Focalizzare l’attenzione sull’importanza della autosufficienza alimentare e dello sviluppo coordinato di sistemi alimentari locali resilienti».

Non male come orizzonte per un “rapporto tecnico”, soprattutto se a redigerlo è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
D’altronde con il suo Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali, l’Ispra motiva a fondo perché ritiene indispensabile questa rivoluzione.

Secondo la Fao, a livello globale un terzo di tutti i prodotti alimentari (pari a 1,3 miliardi di tonnellate edibili) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 750 miliardi di dollari buttati nel cestino e 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 inutilmente immesse in atmosfera; se lo spreco alimentare fosse una nazione, «sarebbe al terzo posto dopo Cina e Usa nella classifica degli Stati emettitori».
E il fenomeno non sta regredendo, anzi. «La tendenza globale dal 2007 al 2011 – osserva l’Ispra – indicherebbe un notevole aumento di sprechi tra produzione e fornitura (+48%), una sovralimentazione in fortissimo aumento (+144%) e uno spreco in consumo e vendita al dettaglio che diminuisce del 23%».

L’Italia, nonostante sia uno dei pochi Paesi Ue ad aver approvato una legge per contrastare lo spreco di cibo (L. 166/2016) le cose non vanno molto meglio.
Poiché «non vi sono metodologie consolidate né metodi di calcolo condivisi su questo fenomeno nella statistica ufficiale», è difficile offrire stime precise sullo spreco di cibo.
Prima dell’Ispra c’hanno provato il Politecnico di Milano, ad esempio, come anche l’indagine Waste watcher 2017, ma per primo l’Istituto ha allargato le maglie dell’indagine definendo lo spreco alimentare come «la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche». I dati raccolti motivano l’appello alla rivoluzione.

Secondo quest’approccio «in Italia almeno il 60% circa in energia alimentare della produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo potrebbe essere sprecata», ovvero sono di più le calorie perse per strada o nel cestino che quelle che vanno a riempire (o realmente necessarie a) i nostri stomaci.
E i paradossi non finiscono qui. Se «l’inefficienza degli allevamenti animali rappresenterebbe fino al 62% degli sprechi in Italia», un altro rilevante 15% sarebbe imputabile alla sovralimentazione, contando che nel nostro Paese gli «individui in sovrappeso sono il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini tra i 6 e gli 11 anni».
E questo nonostante il 14% della popolazione si trovi (dati 2016) in povertà relativa: circa 8,3 milioni di persone, di cui circa 4,6 «in povertà assoluta, ovvero con difficoltà di accesso al cibo».
E il nostro spreco costa assai caro anche all’ambiente: si stima che in Italia causi «l’emissione annua di 24,5 Mt di CO2 e che corrisponda ad almeno il 3% circa del consumo di energia», senza dimenticare i circa 1,2 miliardi di mc d’acqua dolce buttati al vento, o l’immissione di  228.900 t di azoto reattivo.

Un nodo tanto stretto, pesante e complesso che secondo l’Ispra non si potrà sciogliere con semplici maquillage ma solo ridisegnando un nuovo modo di produrre e consumare il cibo. Affidandosi a una progettazione in grado di superare eventuali “trappole del localismo” e considerando comunque un periodo di transizione, la strada tracciata dall’Istituto prevede di incentivare a ogni livello «filiere corte, locali, biologiche, di piccola scala» coordinate tra loro.

«Rispetto all’agricoltura industriale nelle fattorie agroecologiche su piccola scala la produttività di medio-lungo periodo è maggiore dal 20% al 60% a parità di condizioni e l’efficienza nell’uso delle risorse, anche ambientali, è più elevata da 2 a 4 volte», inoltre «i cibi durano di più per i consumatori e generalmente è maggiore la consapevolezza».
Non si tratta di stime futuribili secondo l’Ispra, ma di analizzare quanto già accade: «È stato dimostrato che l’adozione su scala globale dell’agricoltura ecologica potrebbe portare a una fornitura alimentare pari a circa il 50% in più dell’attuale. Secondo i dati della Fao, nel mondo la piccola agricoltura contadina è responsabile di circa il 70% della produzione complessiva, avendo a disposizione solo un quarto delle terre coltivabili».

La domanda che rimane è: siamo davvero disposti come cittadini ad abbracciare questa rivoluzione, e magari a pagare di più il cibo che consumiamo? In ballo non c’è “solo” lo spreco ma questioni fondamentali come i «cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, la tutela delle risorse naturali (acqua in primis), lo sviluppo economico e il benessere sociale».
Si tratta di una transizione, che semmai decideremo di intraprendere – prima che sia tardi – non potrà che fare leva anche su una spiccata dimensione culturale, dove anche i media sono chiamati ad esercitare un ruolo importante: «Nei paesi molto sviluppati come l’Italia e quelli europei – osserva infatti l’Ispra – la ristrutturazione dei sistemi alimentari passa inevitabilmente dal riconoscimento di un equo valore sociale ed economico degli alimenti fondato sul diritto al cibo per riequilibrare le condizioni sociali di accesso e di produzione. Il valore equo del cibo non può raggiungersi tramite la spettacolarizzazione mediatica e mercantile che lo rende bene di status posizionale e stimola lo spreco alimentare generando disuguaglianze».

Luca Aterini
da greenreport.it/
16 novembre 2017

Quel muro ci appartiene

Muro-2

Muro-2E’ il 9 novembre del 1989, su muro che bloccava lo spazio di libertà a Berlino, migliaia di persone, di giovani, si sono ribellati. I loro corpi si sono stesi contro il muro della prepotenza e della illegalità, lo hanno spinto, martellato, … abbattuto, azzerato.

Basta muri sulle strade e sui percorsi della libertà e della giustizia.

E’ stata una rivolta, è stata una vittoria: allora.

Da allora le barricate, i fili spinati, i muri, si sono moltiplicati e stanno sbarrando le vie, le piazze. Impongono confini, lasciando al di là il riflesso della miseria disumana, abbandonata a morire.

La chiamano sicurezza, amore di patria, libertà democratica che una legge giustifica.

Il muro che divide e preclude spazi di libertà, che nega il diritto alla giustizia, mortifica la sostanza dell’essere e della sua umanità.

Nel “rigore” delle leggi che rendono privati i corpi e mortificano le menti, i muri si moltiplicano come maledizioni di un dio imperiale che sottrae energia e rende schiavi.

E’ una sovversione, è una sconfitta: ora.

Sono molti i muri che si sono creati e non basta uno sguardo accorto, sensate parole per abbatterli.
Ogni volta che uno di quei muri agita gli animi, i corpi non reagiscono, si appoggiano al muro per poi poter scivolare via, verso l’altrove, mentre la ragione si sottrae allo sguardo e ignora l’altra parte.

La storia dei muri è devastante e il pericolo della loro invasione nel corpo della vita è una certezza.

Sono i muri delle inibizioni e dei divieti, delle contrapposizioni e delle paure, delle indifferenze e delle giustificazioni, … muri che si frappongono e inibiscono il riconoscimento di sé, la forza della ribellione: mentre si reclamano più leggi per l’ordine e la sicurezza.

I muri ci appartengono, per questo è sempre possibile abbatterli.

Partiamo da questo vergognoso muro della politica:

http://www.vita.it/it/article/2017/11/07/ministro-minniti-mi-incontri-le-racconto-lorrore/145020/

 

COP23: la 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici.

Cop23

Cop23E’ cominciata lunedì la COP23.
La 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici si sta tenendo a Bonn e durerà fino al 17 novembre.

Sono 197 i Paesi che aderiscono alla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, 169 hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi.

A due anni dalla sigla dell’Accordo di Parigi e a uno dalla sua ratifica, i leader mondiali e tutti i movimenti impegnati per la giustizia climatica guardano a Bonn per l’attuazione degli impegni assunti durante la COP21 volti a mitigare il #ClimateChange.

L’atmosfera pare positiva. Già dal primo giorno si è trovato un accordo sull’agenda definitiva della conferenza.

I paesi in via di sviluppo chiedevano che si desse maggiore importanza alle attività pre-2020. Ma la seduta plenaria, su proposta del primo ministro delle Fiji, Frank Bainimarama, ha deciso che queste verranno discusse solo durante le consultazioni informali che verranno moderate dalla delegazione Marocchina.

E’ un segno positivo che i paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati siano giunti a un Intesa per proteggere il clima, cosi Inga Fritzen Buan, consulente senior per il clima e l’energia del WWF Norvegia. Tuttavia, i paesi in via di sviluppo hanno ribadito che le azioni pre-2020 dovranno continuare a rimanere una priorità accanto al dibattito sugli obiettivi a lungo termine.

La questione chiave che riguarda il pre-2020 è la ratificazione dell’emendamento di Doha al protocollo di Kyoto, che lo estenderebbe fino al 2020. (L’emendamento di Doha istituisce un secondo periodo di impegno (2013-2020) del protocollo di Kyoto, un accordo internazionale volto a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Sono 84 i paesi che hanno ratificato l’emendamento finora (31 ottobre 2017), ma ne servono 144 perché questo possa entrare in vigore. La Germania e l’UE non lo hanno ancora ratificato.

Secondo il “Emissions Gap Report” delle Nazioni Unite, la riduzione delle emissioni promessa dai vari paesi non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero di limitare un aumento delle temperature al di sotto dei 2 gradi centigradi.

Questo report ha concluso che nel 2030 vi sarà un divario di 11-13.5 GtCO₂ (gigatonnelate di Anidride Carbonica) e, tra gli NDC (contributi nazionali volontari) e quello stabilito dall’Accordo di Parigi per mantenere le temperature al di sotto dei 2 gradi.

Questo equivale alle emissioni complessive della Cina nel 2030, cosi John Christensen, direttore del UNEP DTU Partnership.

Questo porterebbe a un aumento delle temperature di 3-3,2 gradi entro la fine del secolo.

Secondo il report, tra le opzioni vincenti per far fronte a questo problema occorre investire nell’energia solare e eolica, promuovere gli apparecchi a efficienza energetica, ridurre la deforestazione e promuovere la riforestazione.

L’ Emissions Gap Report delle Nazioni Unite, si è rivelato un punto di partenza scientifico necessario per promuovere gli sforzi globali nel ridurre le emissioni.

La COP servirà dunque per valutare e definire a che punto ci troviamo.

L’apporto scientifico sarà sicuramente di gran rilevanza, ma si dovrà soprattutto capire come misurare e condividere gli sforzi che si stanno facendo per proteggere il clima e come assicurare la conformità all’Accordo di Parigi.

Gli “ambition mechanism” (meccanismi ambiziosi) dell’Accordo di Parigi, prevedono che le parti presentino ogni cinque anni, dei contributi nuovi e più ambiziosi per mitigare il cambiamento climatico.

Redazione A Sud  [di Kerstine Appunn e Julian Wettengel su cleanenergywire.org]

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Tribunale internazionale dei diritti della natura

L’Alleanza Globale per i Diritti della Natura (Global Alliance for the Rights of Nature – GARN) terrà il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura il 7 e l’8 novembre a Bonn, presso il LVR Landesmuseum.

Il Tribunale offre la possibilità di immaginare un mondo in cui la legge e le autorità agiscono dalla parte della naturanatura. È una sperimentazione di nuovi concetti giuridici, come il riconoscimento dei Diritti della Natura all’interno del diritto pubblico internazionale e locale, sulla base della “Dichiarazione Universale dei Diritti della Natura”, che prevede il diritto degli ecosistemi a esistere e il dovere dell’umanità a rispettarne l’integrità dei cicli vitali.

Per conoscere l’Agenda del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, clicca su Bonn Tribunal Agenda .

L’attuale crisi ecologica impone una trasformazione dei nostri sistemi giuridici internazionali e domestici affinché facciano prosperare la Comunità Terrestre, invece di permetterne la distruzione.

Il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura è una iniziativa unica, promossa dai cittadini, che offre l’opportunità a persone di tutto il mondo di portare pubblicamente testimonianza rispetto alla distruzione della Terra.

Il Tribunale fornisce un’alternativa sistemica alla protezione dell’ambiente, riconoscendo agli ecosistemi il diritto legale di esistere, persistere, e conservare e rigenerare i loro cicli vitali, esercitabile in un tribunale.

Una stimata giuria formulerà raccomandazioni per la protezione e il risanamento della Terra.

2017: Italia sempre più povera

Poverta-italia

Poverta-italiaCi sono situazioni che sembrano lontane, così lontane che pensiamo non possano sfiorarci mai. Che non possano coinvolgere noi, i nostri equilibri, la nostra famiglia, i nostri figli.

Situazioni di cui sentiamo parlare in tv, che leggiamo velocemente sui giornali e a cui negli anni, specialmente in questi, durissimi, di crisi economica, abbiamo forse “fatto l’abitudine”.

La Povertà in Italia, un dato (purtroppo) in continuo aumento.

Situazioni rispetto alle quali crediamo spesso di essere impotenti, convinti forse che le soluzioni debbano arrivare da un non meglio identificato “altro”, nella speranza che prima o poi tutto si sistemi.

Eppure in Italia la povertà è un fenomeno che ancora oggi si estende a macchia d’olio, con una velocità che ha pochi precedenti, andando a investire il Nord quanto il Sud del Paese, le famiglie immigrate, quelle cosiddette “miste” e quelle totalmente italiane.

La conferma di questa situazione ormai dilagante arriva dall’ultimo Rapporto annuale sulla povertà elaborato dall’Istat, che evidenzia numeri enormi, dietro i quali si celano però persone vere, adulti e bambini con storie dolorose e spesso inascoltate, progetti di vita andati in fumo, speranze improvvisamente perdute.

Infografica-poverta-in-Italia-2017

2.475.956 – Donne in povertà assoluta
1.292.000 – Minorenni in stato di povertà assoluta
1 bambino su 8 in Italia vive in povertà assoluta

Il 2016 si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742mila individui.

Rispetto al 2015 si rileva una sostanziale stabilità della povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di individui. L’incidenza di povertà assoluta per le famiglie è pari al 6,3%, in linea con i valori stimati negli ultimi quattro anni. Per gli individui, l’incidenza di povertà assoluta si porta al 7,9% con una variazione statisticamente non significativa rispetto al 2015 (quando era 7,6%).

Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con tre o più figli minori, coinvolgendo nell’ultimo anno 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui; aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5% (1 milione e 292mila nel 2016).

Analogamente a quanto registrato per la povertà assoluta, nel 2016 la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (17,1%) o 5 componenti e più (30,9%) La povertà relativa colpisce di più le famiglie giovani: raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne

L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per gli operai e assimilati (18,7%) e per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31,0%)

da: alberodellavita.org/

Pace all’anima loro

Naufraghi

NaufraghiOgni giorno si contano le vittime.

  • 23 morti
  • 5 morti
  • 26 morti

Nei primi 10 mesi dell’anno le vittime sono state 2.837 (dal 2014 sono oltre 15.000 i migranti che hanno perso la vita in mare). a fronte di 111.552 giunti nei porti italiani.

Mentre il ministro degli interni Minniti vantava i risultati della sua politica in tema di blocco degli   sbarchi: “Gli arrivi in Italia sono diminuiti del 30%“, il numero crescente di sbarchi e le tragedie in mare smentiscono il ministero degli interni.

Sono finiti i soldi?

Sono stati 2mila i migranti soccorsi nel Mediterraneo tra lunedì e venerdì:

  • Mercoledì – 1 Nov – la nave Aquarius arriva in porto con 588 naufraghi salvati
  • Nel porto di Crotone ieri mattina – 4 Nov – sono sbarcati 378 migranti per lo più eritrei
  • Reggio Calabria domenica 5 – ce l’hanno fatta  a salvarsi in 765, tra i quali 112 minori (63 non accompagnati).
  • Ieri lunedì – 6 Nov – sono sbarcati nel porto di Taranto 324 migranti dalla fregata tedesca Mecklenburg.
  • Stamattina a Salerno ne sono attesi 400.

Il Governo italiano ha sostenuto le intese con i governi dell’area sub-sahariana senza porsi molti problemi, nel tentativo di bloccare i flussi migratori, in particolare ha operato per la chiusura della rotta dalla Libia, nella convinzione che sia necessaria per porre un freno all’avanzata della demagogia populista e xenofoba.

Una accelerazione che le forze di centro sinistra che sostengono il governo hanno accettato tacendo sulle pericolose derive che tali politiche di stampo meramente securitarie avrebbero creato.

Sotto gli occhi del mondo intero si palesano le sciagurate conseguenze delle condizioni brutali dei lager libici a cui vengono affidati migliaia di uomini, donne e bambini.

Il silenzio non è più tollerabile, occorre ribaltare queste politiche, scuotere l’empatia dominante la pubblica opinione,

La manifestazione del 16 dicembre a Roma si propone tra l’altro:
  • L’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III)
  • Contro i lager e gli accordi di deportazione;
  • Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
  • Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
  • Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
  • Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia.

Lampedusa: sciopero della fame contro l’espulsione forzata e per il diritto alla mobilità

Per-i-diritti-umani
Per-i-diritti-umaniAppello all’opinione pubblica internazionale.

Siamo un gruppo di giovani provenienti dal rdeyef (Sud-Ovest della Tunisia, dove è emersa la rivolta del bacino minerario nel 2008) e altre regioni della Tunisia.

Dinanzi ai fallimenti economici e sociali delle politiche del nostro paese, l’abbandono dello stato dei suoi obblighi e il fallimento politico a livello locale e internazionale, abbiamo dovuto abbandonare il nostro sogno del 2008 di uno stato democratico che garantisce la libertà, la dignità e la giustizia sociale.

E nonostante siamo orgogliosi del nostro paese e del suo popolo, dobbiamo superare il pericolo della migrazione non regolamentare verso il nord-Ovest del Mar Mediterraneo, questa strada pericolosa a causa delle politiche migratorie europee che chiudono le frontiere ai nostri sogni e ambizioni di tentare una nuova esperienza in modo regolamentare.

Attualmente ci troviamo nel centro di accoglienza dei migranti sull’isola di Lampedusa in condizioni umanitarie difficili.

Siamo a rischio di espulsione forzata che viola le convenzioni internazionali che garantiscono la libertà di circolazione, che si oppone alle politiche di espulsione e alle convenzioni bilaterali inique che priorisent la sicurezza delle frontiere a scapito dei diritti universali.
Iniziamo uno sciopero della fame per reclamare il nostro diritto di circolazione e per protestare contro l’espulsione forzata.
I nostri sogni non sono diversi dalla gioventù europea che gode di una libertà di movimento nel nostro paese e altrove alla ricerca di altre esperienze, ma anche per promuovere la libertà, la giustizia sociale e la pace.

Invitiamo le persone libere che difendono l’esistenza di un altro mondo in cui dominano i valori universali e la solidarietà di aiutarci.
Perché mentre i vostri soldi e i vostri beni circolano liberamente nei nostri paesi d’origine,  i nostri sogni rimangono chiusi dietro le vostre pareti.

  • NO ALLE DEPORTAZIONI FORZATE
  • SÌ ALLA LIBERTÀ DI MOVIMENTO

Vittime delle politiche economiche e sociali mondiali
Vittime delle politiche migratorie ingiuste

Lampedusa 27 ottobre 2017

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da Radio Onda d’Urto
Il servizio con Reem Bouarroj, responsabile del Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Ascolta o scarica

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3 Novembre  2017

Continua lo sciopero della fame contro l’espulsione forzata e per il diritto alla mobilità

Sono 63 i cittadini tunisini rinchiusi nel cosiddetto centro di accoglienza di Lampedusa da una settimana in sciopero della fame, per difendere il “diritto alla mobilità – dicono in una nota – e contro l’espulsione forzata, in quello che chiamano un centro di accoglienza ma che in realtà è una prigione.

Nulla ci fa tanto male quanto il silenzio complice rispetto alla violazione del nostro diritto a muoverci, alle politiche ingiuste, alle deportazioni forzate solo perché tunisini, con il nostro governo che accetta accordi segreti con quello italiano. Continueremo lo sciopero nonostante il difficile stato di salute di alcuni di noi che sono stati portati all’ospedale”.

MESSAGGIO NUMERO 2 dei 63 tunisini in sciopero della fame:
E‘ il quinto giorno dello sciopero della fame che conduciamo per difendere il nostro diritto di mobilità e contro l’espulsione forzata di quello che chiamano un rifugio e che è in realtà una prigione.
Né la fame, né la sete, né la nausea, né il vomito, né le condizioni difficili ci fanno tanto male quanto il silenzio complice sulla violazione del nostro diritto di circolazione, sulle politiche ingiuste, sulle deportazioni forzate solo perché siamo dei tunisini e perché il nostro governo ha accettato questo per accordi mai divulgati.

E‘ doloroso essere vittima delle loro politiche e essere incriminati a causa delle loro leggi.

Continueremo il nostro sciopero della fame nonostante lo stato di salute difficile di alcuni scioperanti della fame che sono stati portati all’ospedale sanosalety.

Questo è un grido contro coloro che sono ingiusti nei nostri confronti, coloro che ci hanno dimenticato, quelli che ci hanno spinto a prendere le navi della morte, quelli che ci vogliono rinchiusi di forza e quelli che violano le convenzioni internazionali.

Di fronte delle nostre madri chiediamo loro perdono.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto e che si tengono al nostro fianco.

  • No alla deportazione forzata
  • No all’espulsione a causa della nazionalità
  • Sì alla libertà di movimento

Lampedusa 3 novembre 2017

Palestina 1917-2017: cent’anni di menzogne e soprusi

Palestina-Balfour

Palestina-BalfourIl 2 novembre di quest’anno si compiono cent’anni esatti dalla “Dichiarazione Balfour”, che, come tutti dovrebbero sapere, consisté nella promessa formale – indirizzata dal Ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour ad un importante referente della “comunità ebraica” inglese e del nascente Movimento sionista, “Lord” Lionel Walter Rothschild – concernente l’impegno inglese nella costituzione di un “Focolare Nazionale Ebraico” (Jewish National Home) in Palestina.Per comprendere la portata di un simile impegno da parte della principale superpotenza dell’epoca a favore di un influente settore dell’Ebraismo le cui aspirazioni comprendevano l’edificazione di uno “Stato Ebraico” sulla cosiddetta “Terra Promessa” (da Yahwè agli Ebrei) bisogna collocare questo documento nel contesto che indubbiamente ne favorì la genesi.

Sul finire del 1917 l’Impero Ottomano, schierato nel campo della Triplice Alleanza col Reich tedesco e l’Impero d’Austria-Ungheria, non aveva ancora perso i territori palestinesi, per cui è opportuno sottolineare che l’Inghilterra “promise” ciò che ancora non possedeva, in quanto le sue truppe entreranno a Gerusalemme solo il 9 dicembre dello stesso anno. Ma tanto per mettere le mani avanti, nella solenne dichiarazione a garanzia delle aspirazioni sioniste si puntualizzava che le “comunità non ebraiche” colà residenti non avrebbero avuto leso alcun loro diritto.

Nella Dichiarazione Balfour troviamo dunque già due elementi caratteristici dell’ipocrisia moderna: vendere quello che non si possiede (come nel mercato finanziario dei “futures”) ed ammantare intenzioni non proprio benevole di altisonanti idealità candidate all’immediato sacrificio in nome della politica del “fatto compiuto”.

A parte la strana coincidenza del 2 novembre (Commemorazione dei defunti per il calendario cristiano cattolico), vi è da dire che in quei giorni di novembre di cent’anni fa si susseguirono e s’intrecciarono eventi di portata epocale, tra i quali la Rivoluzione cosiddetta “d’Ottobre” in Russia (la conquista di Pietrogrado e Mosca da parte dei bolscevichi avverrà tra il 7 e l’8 novembre). Una rivoluzione, quella dei bolscevichi, aiutata in ogni modo dalle grandi banche d’affari di proprietà ebraica stabilite in America e che vide tra i suoi agenti in loco il fior fiore del revanscismo anti-zarista caratterizzato da una preponderante presenza ebraica nel primo Soviet supremo. Dunque, nel giro di pochissimi giorni, l’Ebraismo aveva piazzato due carichi sul tavolo della partita per il dominio mondiale: da un lato l’impegno della principale superpotenza di assegnargli l’agognata “Terra Promessa”, dall’altro lo stabilimento in Russia di un centro di propalazione della “rivoluzione mondiale”. Il tutto con la benedizione ed i quattrini dei correligionari dell’alta finanza che con la Prima guerra mondiale erano riusciti a ridurre l’Inghilterra in una condizione d’indebitamento fino al collo, per cui ne andava ad ogni costo impedita la débacle…

Ora, se tutto questo, col clima insopportabile di caccia alle streghe dei nostri giorni, può sembrare una disamina “complottista”, vi è da dire che se si osservano quei fatti e la loro concatenazione scevri da ricatti moralistici ed autocensure si evince come la Prima guerra mondiale, tra i suoi esiti, rappresentò una vittoria su tutta la linea per l’Ebraismo, o meglio per un suo settore che a poco a poco finì per identificarsi col Sionismo e soppiantare, quanto meno nei rapporti di forza interni all’Ebraismo stesso, tutte quelle correnti e personalità indifferenti o addirittura ostili al Sionismo per vari motivi, che vanno dalla “profanazione del nome di Israele” al rifiuto di ridurre una religione ad una forma di nazionalismo esasperato.

La questione non è affatto di dettaglio, poiché è bene sapere che all’inizio (quanto meno simbolico) di tutta questa storia gli ebrei disseminati ovunque per il mondo (che naturalmente non potevano discendere dagli “ebrei della Diaspora” in quanto sono attestate ovunque conversioni di popoli interi all’Ebraismo) non erano affatto conquistati in maggioranza alla causa del “Focolare Ebraico” in Palestina (termine, quest’ultimo, che con gli anni avrebbero cercato di cancellare persino dalla memoria collettiva).

In tutti questi cent’anni, l’impegno dei fautori del progetto sionista, a cominciare proprio dai Rothschild, è stato quello di “convincere”, con le buone o le cattive, gli ebrei di tutto il mondo a stare dalla parte del loro progetto, sostenendolo idealmente e materialmente, per esempio rimpolpando i ranghi dell’emigrazione ebraica in Palestina col pretesto del “ritorno”. Con le buone o le cattive: si dà il caso, infatti, che le autorità del Terzo Reich attribuirono ad ebrei o mezzi ebrei la gestione della “questione ebraica”, a riprova che la carta sionista è stata giocata da tutti quanti, allo scopo di costituire – al di là delle attese “messianiche” dei più convinti sionisti – una base sicura per la propria influenza in un’area di vitale importanza dal punto di vista strategico, commerciale ed energetico.

Pertanto, se la Germania – prima e durante il Terzo Reich – non ha mai disdegnato l’appoggio del Sionismo per fondare una testa di ponte nell’area del Levante arabo, la Francia fece ancora di più, proponendo già alcuni mesi prima della Dichiarazione Balfour una sua analoga “dichiarazione” a favore delle aspirazioni sioniste, tant’è che quella britannica sembra ricalcata sul modello francese (com’è documentato nel libro di Philippe Prévost La France et l’origine de la tragédie Palestinienne. 1914-1922, Centre d’Études Contemporaines, Paris 2003).

Come sono andate le cose è storia risaputa: l’Inghilterra, senza tanti complimenti (ed alla faccia della “Cordiale Intesa” del 1904), ridimensionò le pretese francesi nella regione ed istituì un “Mandato speciale” per la Palestina dove, un poco per volta, il Sionismo impiantò la sua base operativa che perdura ancora oggi. Ciò a prescindere dagli atteggiamenti tattici dell’Inghilterra stessa, contro le cui rappresentanze civili e militari, al momento di realizzare lo “Stato d’Israele” – riconosciuto per primi, nel 1948, da Stati Uniti e Urss… -, si sarebbe scagliata la furia del terrorismo sionista, dentro e fuori la Palestina.

Ma nel 1917, con l’America che era entrata in guerra per un solo ed unico motivo – tutelare l’enorme massa di crediti che vantava nei confronti dell’Inghilterra – i giochi non sembravano ancora fatti. Ed ecco che per favorirli intervenne per l’appunto la Dichiarazione Balfour, che in fin dei conti non fu altro che il riconoscimento britannico per l’impagabile favore fatto dalla rete dei banchieri legati ai Rothschild ed influentissimi a New York con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti (ufficialmente, il 2 aprile 2017), per lungo tempo riluttanti a gettarsi nel teatro bellico europeo (il pretesto per entrare in guerra, ovvero l’affondamento del piroscafo Lusitania da parte di un sommergibile tedesco, era del 7 maggio 1915!). Un intervento, quello americano, praticamente senza senso se tentiamo di spiegarcelo solo con categorie come “l’imperialismo” e “l’espansionismo” a danno di altri Stati a Nazioni, oppure con la diffusione del Capitalismo e del Fordismo.

Nel frattempo, la stampa “autorevole” europea, e soprattutto i bollettini interni alle “comunità ebraiche”, denunciavano, riprendendo motivi già comparsi in altri precedenti contesti (anche vecchi di decenni), il “massacro di sei milioni di ebrei” in corso sul suolo europeo a causa delle violenze perpetrate dai tedeschi. Un particolare, questo, facilmente verificabile ma mai spiegato da coloro che, non appena qualcuno chiede conto di simili “coincidenze”, lanciano come un dardo mortale all’indirizzo del “blasfemo” studioso l’accusa di “complottismo” e, ovviamente, di “antisemitismo”.

Il contesto nel quale si colloca la Dichiarazione Balfour è dunque quanto mai interessante e ci induce a pensare che se per un verso i Rothschild ed i loro affiliati perseguono finalità (ricostruzione del Terzo Tempio, Gerusalemme capitale mondiale eccetera) che vanno oltre ciò che ingenuamente denunciano gli “antimperialisti” ed i vari “amici della Palestina”, per un altro è valida l’analisi, suffragata da dati storici, per la quale il “Focolare Ebraico” svolge la funzione di destabilizzare l’area vicino-orientale ma anche quella mediterranea onde evitare l’emersione di potenze contrarie al “dominio del dollaro” (trionfo della moneta-merce prestata ad interesse) che potrebbe sfociare in quell’integrazione eurasiatica a guida russa (di una Russia libera dal cappio al collo postole dagli usurocrati) in grado di serbare sgradite sorprese ai fautori di un “Nuovo Ordine Mondiale”. Sorprese tra le quali si annovera un’alleanza tra la Chiesa Ortodossa e l’Islam tradizionale non infettato dalle ideologie provenienti da un altro baluardo dell’influenza sionista nel mondo, l’Arabia Saudita.

In quest’epoca di riassestamento dei poteri mondiali, anche la Russia ha aumentato la sua influenza nello Stato Ebraico, a conferma che “Israele”, nazione ideocratica artificiale, sotto un certo aspetto funziona come una “società a quote” che ricorda la funzione degli Stati crociati di mille anni fa, con la non secondaria differenza che i ‘crociati’ di oggi sono armati fino ai denti – anche di testate nucleari – e capaci di coinvolgere a loro difesa la principale superpotenza militare, gli Stati Uniti d’America.

In tutto questo, resta da dire qualcosa su quelli che hanno subito le peggiori conseguenze dirette dalla Dichiarazione Balfour, ovvero gli abitanti della Palestina. Cominciamo col dire che forse, anche perché sono rimasti direttamente e pesantemente coinvolti, non sono riusciti a comprendere appieno la dimensione del problema che gli ha rovinato l’esistenza. Essi ovviamente hanno venduta cara la pelle (noi italiani ci saremmo estinti da un pezzo), opponendosi, coi limitati mezzi a disposizione, i tradimenti “arabi” ed un’incredibile faziosità interna, all’esproprio dei loro averi e persino della loro identità. I palestinesi (musulmani, cristiani, drusi eccetera, e persino ebrei!) hanno fatto la fine dei cosiddetti “pellerossa”. Umiliati, raggirati e diffamati anche quando avevano ragione al 100% di fronte a “coloni” che, per continuare la calzante analogia col Far West, somigliano per molti versi ai cowboy, sia come modalità d’intervento in terre non loro sia per l’ideologia “puritana” e “suprematista” che li anima.

I palestinesi hanno perso tutto (a parte le loro dirigenze ben pasciute dall’occupante), eppure, in questo mondo orwelliano di parole usate per esprimere il loro esatto contrario, dovrebbero perennemente “scusarsi” per non aver “accolto” i “poveri ebrei”, tant’è vero che la tesi dominante nella scuola e nell’intrattenimento mediatico è quella del “rifiuto arabo” che fa pendant con lo slogan della “terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Trascorsi cent’anni dalla Dichiarazione Balfour, al di là di tutto, possiamo senza dubbio affermare una cosa: che il popolo senza terra è quello palestinese!

( Fonte: pergiustizia.com )

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