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Ecco dove sono i soldi

Nel 2017 un nuovo aumento record delle spese militari nel mondo: 1.739 miliardi di dollari pari al 2,2% del PIL mondiale (230 dollari pro capite). 

Lo afferma il Rapporto del SIPRI (l’autorevole e indipendente Istituto svedese di ricerca per la pace)

Non c’è pace in questo mondo dai grandi affari dove si vive la brutale indifferenza e disprezzo delle vittime delle guerre e delle tragedie umane.
Come i cecchini israeliani che sparano dalle alture sulle persone inermi, così le grandi lobby militari misurano la loro potenza e il loro credito sul numero delle bombe sganciate sulla vita delle persone.

Un gioco disumano e arrogante del potere di dominio.

Tensioni geopolitiche portano a forti rialzi della spesa militare a partire dall’Arabia Saudita fortemente finanziata, da questo punto di vista dagli Stati Uniti, i quali continuano a detenere il primato della spesa con 610 miliardi di dollari ogni anno.

Per contro la Russia, percepita come una minaccia, ha prodotto un bizzarro effetto con un drastico calo: meno 20 per cento, mentre l’Europa centrale e occidentale, segnano un aumento rispettivamente più 12 e 1,7 per cento.

Anche il nostro Paese registra un rialzo (+2,1%) della spesa militare pari a circa 29 miliardi di dollari (1,5% del PIL).

Cosa c’è di più ragionevole ed urgente del decidere un taglio netto di queste spese criminali destinate ad usi militari e di impiegarle verso le vere necessità umane.
Naturalmente non c’è capitolo nel «Contratto» di governo del Movimento 5 Stelle e della Lega.

Gli … «INVALSI»

Le “convergenze politiche” per le pratiche di governo a proposito dei migranti, quella di Salvini “rispedire i migranti a casa loro” farà il paio con quella di Di Maio che conferma la necessità di ripercorrere i criminali “accordi bilaterali“.

Gli invisibili e gli esclusi che hanno manifestato a Roma il 16 dicembre 2017 non hanno alcuna intenzione di frenare la loro marcia per il sacrosanto diritto di cittadinanza.

«Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici.
Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.

Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro. Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite. Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione…»

Il 28 aprile a Napoli, l’assemblea nazionale di “Diritti Senza Confini” è stata molto partecipata e ricca di contenuti. I numerosi interventi hanno ribadito, alla luce dei processi di lotta e dalle diverse vertenze in corso a livello territoriale la necessità di uno sbocco in termini di articolazione sul piano nazionale ed internazionale.

La crisi economica e sociale continua ad essere strumentalmente usata da parte delle stesse forze politiche che oggi discutono del “patto” di governo per fare la guerra alle persone impoverite, emarginate, una caccia alle streghe contro migranti, profughi o rom insieme, a cui si associa la criminalizzazione della solidarietà.

Per questo è stata condivisa e rilanciata la necessità di praticare insieme antirazzismo/antisessismo e lotta per la giustizia sociale, contro ogni forma di sfruttamento.

In questo contesto di imbarbarimento sul piano nazionale ed internazionale, giorno dopo giorno, sfidando paura e ricatti di ogni genere, portiamo avanti pratiche solidali strappando piccole vittorie attraverso il protagonismo di chi viene colpito dalle norme di deriva razzista come la Minniti-Orlando e la Bossi-Fini.

Però oggi bisogna rafforzare, in termini di analisi e di pratiche, la nostra capacità e volontà di portare avanti su scala nazionale e transnazionale un piano vertenziale a partire da alcuni obiettivi specifici:

  • regolarizzazione dei migranti/profughi già presenti sul territorio italiano;
  • rottura del vincolo che subordina il permesso di soggiorno al contratto di lavoro/Partita Iva ed alla disponibilità di un reddito prefissato per legge;
  • contro gli accordi bilaterali criminali e di deportazione.

Massima solidarietà a chi viene colpito perché lotta contro norme disumane ed anti sociali. Convinti che le lotte e le iniziative che si stanno sviluppando nelle metropoli/periferie da parte di collettivi, comitati o realtà autorganizzate sono le basi di questo ambizioso ed indispensabile spazio: “Diritti Senza Confini”. 

Solidarietà anche a chi lotta contro i nuovi fascismi che si aggirano in Europa per impedire la libertà di circolazione e praticare la chiusura delle frontiere, costringendo le persone che le vogliono attraversare a mettere a rischio la propria vita.

Il pudore e l’indecenza

Mi è capitato di sentire casualmente, una parte dell’intervento dell’ancora attuale Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, intervistato fa Fabio Fazio nella trasmissione di questa sera a “Che Tempo che fa“.

Con sfacciata impudenza ha esaltato i risultati ottenuti in materia di immigrazioni dal suo governo in particolare dalle politiche degli accordi con altri governi sottoscritti dal suo ministro Marco Minniti:  diminuzione degli sbarchi  e dei morti in mare dei migranti.

Per esaltare in pubblico tanta indecenza che misconosce le verità dei fatti, occorre avere una grande insensibilità nei confronti della dignità e della vita delle persone.

Di seguito un articolo di Alessandro Dal Lago

Aiutiamoli a casa loro, la strage è invisibile

È vero, in un anno gli sbarchi dei migranti nelle spiagge del sud, in massima parte in Sicilia, sono diminuiti del 34% rispetto al 2016. Lo affermano le Ong e il Ministero degli interni italiano. E così il ministro Minniti, l’uomo del Daspo urbano e dello slogan «percezione dell’insicurezza uguale insicurezza», e cioè percezione uguale realtà, può essere contento. E magari lui e Gentiloni potranno strappare alla Ue – a parole – qualche milione in più per pattugliare il Mediterraneo e un po’ di rifugiati da distribuire in Europa. Evviva.

Come ci sono riusciti, il Presidente del consiglio e il suo ministro? È semplice: delegando alla Libia il controllo e la detenzione dei migranti che si mettono in marcia verso l’Italia dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Gambia, dalla Nigeria e così via.
Nel 2016, poco meno di 180mila, oggi meno di 150mila.
E quelli che non arrivano che fine hanno fatto? Nessuno lo sa. Ciò che invece sappiamo è che i campi di detenzione in Libia sono «infernali» (secondo la denuncia delle Nazioni Unite, di Oxfam ecc.).
I migranti vi sono ammassati come bestiame, derubati e picchiati. Talvolta uccisi. Le donne violentate. E poi, se sopravvivono, rimandati nei paesi d’origine o, meglio, abbandonati nel deserto.
Lo faceva già Gheddafi con i soldi stanziati da Prodi, Amato, Berlusconi ecc. Lo fa il governo Serraj e lo fanno le bande di armigeri che si spartiscono la Libia, dopo la guerra voluta da Cameron e Sarkozy, con il beneplacito di Napolitano, Berlusconi, Bersani ecc.

Ma gli accordi dell’infaticabile Minniti sono qualcosa di profondamente diverso. Prima, apparentemente e di malavoglia, la priorità era umanitaria. I migranti si imbarcavano e bisognava salvarli, di fronte al mondo – anche se qualche volta la Guardia costiera era distratta, la Marina nicchiava, i maltesi non collaboravano e Frontex, l’infame agenzia di frontiera, si opponeva.
E così 30mila donne, bambini e uomini sono annegati in vent’anni. Ma oggi, grazie a Minniti, ne annegano meno, in assoluto. Infatti, muoiono altrove, tra lager libici e piste nel deserto che non portano da nessuna parte. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, da ogni senso di umanità.

E così, la sorte di questa gente non interessa a nessuno. Alcuni la approvano calorosamente (Salvini, Berlusconi, Grillo), altri con un’ipocrisia che lascia senza fiato («No ai taxi del mare», «No al business dell’immigrazione», proclama Di Maio), altri piangono lacrime false (il Pd). E non parliamo dell’Europa, che elogia Minniti e poi si inchina al fascista Orbàn e agli altri Gauleiter dell’est.

Per ottenere questo bel risultato c’è voluta una certa intelligenza strategica, bisogna ammetterlo. Inizialmente, si sono diffamate le Ong che operavano nel Mediterraneo. Poi si sono avviate inchieste sul «business umanitario», in cui non è mai saltata fuori una prova.

Minniti ha operato a tenaglia, imponendo un codice di condotta alle Ong – in sostanza obbligandole ad accettare i suoi voleri – e contemporaneamente si è accordato con i libici, concedendo soldi, armi, motovedette ecc. in cambio della sparizione dei migranti dal nostro bel mare azzurro.
Tutto quello che è seguito perfeziona il modello. Ogni tanto un solerte procuratore sequestra una nave, con l’incredibile motivazione che non si è subordinata al voleri dei libici, i quali sparano addosso a chi salva i migranti.
Da parte sua Minniti – vista l’inesistenza di Alfano – si è autonominato ministro operativo degli esteri e organizza, su mandato di Gentiloni, inverosimili spedizioni nell’Africa profonda, in Niger, con l’obiettivo di lottare contro il terrorismo, in altri termini per bloccare i migranti alla partenza.

Questa storia del Niger sarebbe comica se non fosse immersa in una realtà tragica. Nel 2017, Gentiloni dichiarava di voler fermare gli scafisti in Niger (in Niger, un paese che non ha sbocchi al mare?). Veniva così approntata una missione di 400 uomini, con blindati e armi pesanti, e 40 venivano inviati a preparare il terreno. Poi, poco alla volta non se ne è saputo più nulla. Prima si è data la colpa a Macron, che non avrebbe voluto gli italiani tra i piedi in quello che di fatto è uno spazio coloniale francese. Poi, alcuni ministri nigerini hanno dichiarato di non aver richiesto la presenza degli italiani. Infine, il silenzio su tutta la vicenda, dopo ridicole smentite del Ministero della difesa.

La cosa più probabile è che, in questo momento, i 40 soldati dell’unità logistica in Niger si struggano di nostalgia per l’Italia lontana, la pizza e la pasta, mentre il vento soffia e li ricopre di sabbia.
Ma c’è poco da ridere. Le strade e le piste che portano da villaggi, slum e periferie dell’Africa verso il nostro mondo sono disseminate di morti, così come il fondo del mare (dal 2,5 al 5% di chi si imbarca, dal 2016 a oggi, secondo diverse stime).

Ma questo non importa ai nostri leader che si disputano il favore del popolo. Che volete che siano 5, 10 o 30mila morti stranieri, davanti ai milioni che ci hanno votato, immagino che pensino Salvini, Di Maio, Berlusconi e Renzi. Ma sì, aiutiamoli a casa loro. Copriamoci gli occhi, non guardiamo, pensiamo alle prossime elezioni.

C’è vita oltre il debito?

Il debito pubblico mondiale ha superato i 50mila miliardi di dollari che, sommati agli oltre 180mila miliardi del debito privato (imprese e famiglie), trasforma il pianeta in un crac finanziario, nel quale il valore del debito è pari a quattro volte quello della capacità di produzione di ricchezza (Pil).
Nel suo piccolo, il debito pubblico italiano – terzo in valore assoluto e settimo in rapporto al Pil – ammonta a oltre 2.260 miliardi di euro, pari al 131,8 per cento del Pil.

Una morsa che viene quotidianamente sottolineata dai tecnocrati dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, dalle lobbies bancarie e finanziarie e dai media mainstream.
Che si tratti di una narrazione ideologica, sapientemente costruita per poter permettere l’espropriazione di diritti sociali, beni comuni e democrazia, lo dimostra il fatto di come nessuno ricordi come su quel debito gli italiani, dal 1980 ad oggi, abbiano già pagato oltre 3.400 miliardi di interessi, senza minimamente intaccarlo.

D’altronde, abbiamo sperimentato in questi decenni come la dottrina liberista non sia solo una teoria economica, bensì un dispositivo ideologico totalizzante che si prefigge di produrre soggettivazione, ovvero la costruzione di un modello valoriale di vita che deve valere per ciascun individuo (sapendo che la società, da Margareth Thatcher in poi, non esiste). E, se negli anni Ottanta e Novanta questa soggettivazione veniva espressa dall’etica del lavoro trasposta nell’epica dell’imprenditore di se stesso orgoglioso della propria indipendenza e dell’autocostruzione del proprio destino, con la deflagrazione della crisi globale è divenuta l’imperativo ad assumere su di sé i costi del disastro economico e finanziario.

Da qui la costruzione del debito come colpa, ben riassunto dal termine tedesco “Schuld”, che significa allo stesso tempo debito e colpa, ed esprime con precisione la morale calvinista del lavoro: chi ha denaro, ed è dunque considerato solvibile, porta in tal modo un segno della grazia ricevuta, mentre chi resta schiacciato dall’insolvenza e dal fallimento economico mostra di non poter superare lo stato di peccato.

Una costruzione che riesce a negare la vera natura della relazione debitore/creditore come rapporto di potere, legato alla proprietà (in quanto il creditore detiene il capitale, mentre il debitore no) e allo sfruttamento (in quanto “fabbricando carta, ci si appropria del lavoro e della ricchezza altrui”) riuscendo a farla apparire come un contesto di libertà.
Non c’è bisogno di alcuna repressione (“il mio nemico non ha divisa (..) nella fondina tiene le carte Visa” canta Daniele Silvestri) o di alcun indottrinamento: i popoli indebitati rimangono formalmente liberi, ma la loro libertà si può esercitare solo dentro il vincolo del debito contratto, e attraverso stili di vita che non ne pregiudichino il rimborso.

La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la mercificazione dei beni comuni non sono estrazioni di valore dettate da brutali atti di forza e di potere, ma la “naturale” conseguenza di quel vincolo “liberamente” contratto.

C’è un ulteriore aspetto relativo all’economia del debito che vale la pena sottolineare.
Riguarda la relazione con il tempo e la decisione. Poiché il credito è una promessa di saldare un debito in un futuro più o meno lontano, educando i governati a promettere – a onorare il proprio debito – si disciplina non solo il loro presente ma anche il loro futuro.
Siamo ben oltre l’appropriazione del tempo di lavoro dell’epoca industriale: nell’economia del debito, siamo al diritto di prelazione anche sul tempo non cronologico, sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso.

C’è vita, dunque, oltre il debito? Sì, a patto di rompere la gabbia. Per farlo occorre partire dal più che mai attuale assunto gramsciano, tratto dai Quaderni dal carcere:  La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” .

È esattamente la fase che sta attraversando il nostro Paese, ben evidenziata dal risultato elettorale del marzo scorso con, da una parte, la certificazione dell’azzeramento di una sinistra, variamente declinata, che ha frantumato il blocco sociale storico di riferimento (impiego pubblico e accesso dei lavoratori alla classe media) interiorizzando la favola liberista del pensiero unico del mercato; e, dall’altra, con la vittoria della socializzazione del rancore, declinata secondo l’individualismo cittadino (Movimento 5Stelle) o secondo il proprietarismo razzista (Lega).

Un quadro che non è in grado di produrre una ribellione alla gabbia del debito, perché ne condivide gli assiomi di fondo – individuo vs società; proprietà vs comune; merito vs solidarietà – e l’orizzonte della solitudine competitiva, ovvero la dimensione parcellizzata di ognuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.

Un orizzonte che ha trasformato il diritto al lavoro nel dovere di dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare.
Se nell’utopia marxiana, la società avrebbe dovuto declinare se stessa secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”, il fondamentalismo del mercato ha declinato un universo sociale fondato sul principio “da ciascuno secondo i suoi bisogni, ad ognuno secondo le sue capacità di spesa”.

Per contrastare tutto questo, occorre mettere in campo non solo parole di verità e di giustizia sul debito pubblico, svelando la truffa su cui è stato costruito, bensì anche pratiche concrete che reimmettano le persone dentro circuiti collettivi, aiutandole a superare il panico – che immobilizza – per farle accedere alla pre-occupazione, ovvero alla possibilità di prepararsi ad occuparsene.
Si tratta, di fronte a chi (attraverso il debito) vuole disciplinare il futuro individuale e collettivo, di riaprire l’orizzonte delle possibilità.

Marco Bersani 

Tratto dal Granello di Sabbia n. 33

Partigiano portami via!

Resistenza ovunque sia!

Luoghi dove la storia potrà raccontare qualcosa che ci appartiene

24 Aprile 2018: Liberazione – Resistenza

Bella e partecipata è stata la serata organizzata da Rete 7 all’esterno della Biblioteca di Baggio.

Il richiamo alla lotta di Liberazione è stata fatta da Giuliana Cislaghi.

Ci ha raccontato di quegli anni dove resistere al nazi-fascismo, essere partigiani, anche per i cittadini di Baggio, voleva dire pensare oltre sè stessi, schierarsi e lottare per il Bene Comune: la libertà, la pace, la solidarietà, … (Sintesi Giuliana Cislaghi)

Il paragone con i nostri giorni è stato richiamato da Giuliana, in particolare, riguardo ai giovani che risultano facile preda di false ideologie, cedendo alle crisi di un sistema che insorge oltre ogni speranza.

Ogni parola è un pregiudizio” diceva Nietzsche, soprattutto quando il linguaggio è insufficiente ad affermare la verità che pure attraversa l’esistenza.

Si generano “periferie”, dimensioni del sapere marginale, dalle produttività deboli, di politiche irrisolte, ma anche luoghi dove poter mostrare il valore della solidarietà, dove la resistenza è riconoscere le diversità come storie da vivere. (25 Aprile, una celebrazione)

Anche le parole di “Eroe” con la musica e il canto di Caparezza hanno sottolineato il significato della lotta resistente. (Senti: https://www.youtube.com/watch?v=xXLXgGJ5mIg )

E infine la “Festa Conviviale” dove la diversità dei cibi offerti ha generato scambi di simpatia e di affetto tra tutte le persone convenute che si  raccontavano, mentre la musica sottolineava il piacere della serata.
Vedi le Foto

IL 25 TUTTE E TUTTI ALLA MANIFESTAZIONE

Un momento! …

… è il 22 aprile: «Giornata Mondiale della Terra»

Il luogo dove la Vita consuma e rinnova la sua età, dove l’Umanità rigenera e consuma la propria identità.

La Terra è quella complessità dove difficilmente lo sguardo pone la dovuta, sufficiente attenzione, dove ogni persona così come ogni vivente trova il proprio sostentamento.

Io, tu, noi ne siamo parte, un corpo unico: solo l’arroganza ci porta a credere di essere altro.

Con prepotenza la calpestiamo nei mille modi che la stupidità si frappone al suo riequilibrio, nei mille atteggiamenti, abitudini che la ricoprono di sporcizia, di immondizia.

La Terra è Vita, la nostra vita, con tutte le opportunità necessarie a mantenerla e a svilupparla per il Bene Comune.

Le Reti dei Contadini e delle Comunità del Cibo la chiamano «Terra Madre» per la generosità dei doni che sa elargire.

Sono Reti e Comunità che a vario titolo lottano per la sostenibilità alimentare, per la difesa dagli inquinanti e dal depauperamento delle ricchezze naturali che ne deturpano la bellezza e generano sofferenza alla grandiosità del suo cuore di Madre.

La Giornata Mondiale della Terra è nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra Madre, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Noi siamo con loro, con lo sguardo attento e critico contro tutte le forme di sfruttamento e di rapina.

Con il cuore generoso di una Madre oggi, come domani, come sempre, ogni persona che crede nel diritto alla Vita, è sollecitata ad essere parte della lotta per il diritto alla dignità, in difesa del Bene Comune che appartiene alla Vita universale: la Terra Madre.

Questo è il momento!

Cessate il fuoco!

Fermiamo le guerre in Medio Oriente

Da troppo tempo si muore in Siria, in Palestina, in Libia, in Egitto, in Iraq, nello Yemen, nella regione a maggioranza curda … il Medio Oriente ed il Mediterraneo si stanno trasformando in un immenso campo di battaglia.

Ora il rischio della deflagrazione di un conflitto che coinvolga le super potenze mondiali è reale.
Le conseguenze possono essere tragiche ed inimmaginabili.

Milioni di persone, in tutto il mondo, di tutte le culture e religioni, stanno dicendo: “Basta guerre, basta morti, basta sofferenze”.
E noi con loro.

Guerre producono guerre, le cui vittime sono le popolazioni civili, oppresse e private dei propri diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Vanno fermate le armi, bloccate le vendite a chi è in guerra. Ora, subito.
Va fatto rispettare il diritto internazionale: è la sola condizione per proteggere la popolazione civile, fermare l’oppressione e l’occupazione, attivare la mediazione tra le parti in conflitto.

Non si può più attendere e rinviare decisioni e responsabilità.
Il limite è superato da tempo.

Ora, subito, bisogna aiutare le vittime, curare i feriti, soccorrere chi fugge dall’orrore. Poi bisognerà punire i responsabili, riconoscere alle popolazioni i loro diritti e sostenerle nel percorso democratico, civile, di liberazione.

Noi ci rivolgiamo all’Unione Europea che deve prendere un’azione politica forte di pacificazione coerente con principi e valori fissati nel Trattato, nella Carta Europea dei Diritti  Umani, negli Accordi e nelle Convenzioni internazionali. L’Unione Europea faccia da mediazione e riporti al dialogo gli Stati Uniti e la Russia.

Chiediamo al nostro paese di essere protagonista di pace, di mettere in atto il “ripudio della guerra” non concedendo le basi per operazioni militari e di avviare una politica di pace nel Mediterraneo.

Nessuno deve sentirsi impotente.
Questo è il momento per tutti di agire per la riconciliazione.

Noi faremo la nostra parte, con le campagne per il disarmo, con gli interventi civili di pace, con la diplomazia dal basso, con il sostegno a chi opera per la pace anche dentro ai conflitti, per dare voce a chi crede ancora nella fratellanza e nella nonviolenza.

Ora,subito.

Rete della Pace

Siria: Usate armi chimiche?

Quando si vuole dare ragione alla propria guerra di potere aggressiva, brutale e distruttrice non c’è che usare la stessa violenza di potere  per raccontare false verità.

Una domanda.

Dicono di avere colpito anche due siti di produzione di armi; ma se veramente colpissero le armi chimiche nascoste di Assad quale disastro succederebbe?

Ecco un sito militare specializzato, Analisi Difesa, che sulle armi chimiche scrive ciò che altrove non leggo: http://www.analisidifesa.it/2018/04/siria-le-fake-news-sulle-armi-chimiche-per-creare-il-casus-belli/

Un sito che non ha problemi a dire la verità perché non ha interessi particolari da difendere o da propagandare; afferma che le armi chimiche si usano per provocare effetti devastanti su larga scala, per provocare migliaia di morti. Un loro uso “limitato” militarmente non ha senso.

Quando le armi chimiche si usano veramente (e Saddam le ha usate con la complicità degli Usa e dell’Occidente) gli effetti sono su larga scala. 

La città curda di Halabja (il 16 marzo 1988) venne attaccata con armi chimiche e le vittime in poche ore furono 5 mila vittime.

Le armi chimiche non fanno più male di quelle convenzionali: essere spappolato un un’esplosione non è più piacevole. La riprovazione nasce dal fatto che sono armi di distruzione di massa e quindi sono indiscriminate, violando il principio di tutela dei civili in guerra, previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Dobbiamo cercare – noi per primi – di fare quell’azione di ricerca della verità che si è smarrita, a tutto vantaggio della propaganda.

LACRIME – la testimonianza di un volontario del Naga.

Quante lacrime ho visto, in questi anni di Naga.

Le lacrime silenziose e amare del ragazzo arrivato da poco dal Marocco: carino, fresco di laurea in logistica, viene da noi vestito come per un colloquio di lavoro. Appena giunto in Italia attraverso la rotta balcanica (sì, ha fatto il giro del Mediterraneo) si informa su come regolarizzarsi, e qualche suo connazionale gli dice che bisogna andare in Questura. Lui si fida, ci va, e ne esce con un’espulsione. Non c’è pietà per la buona fede. “Non c’è verso di impugnarla”, ci dicono tre diversi avvocati, e noi non possiamo che riferire. Quando risolleva la testa dalle mani intrecciate a nascondere il suo pianto, dice solo: “La mia famiglia ha speso tutti i suoi soldi per farmi arrivare fin qua. Non posso tornare indietro”. Non ci rimane purtroppo che dargli qualche buon consiglio e augurargli buona fortuna.

Le lacrime disperate della madre peruviana che da quasi dieci anni non vede suo figlio. Quasi tre anni fa finalmente è riuscita ad avere tutto ciò che serve per il ricongiungimento familiare: permesso di soggiorno, reddito sufficiente, casa adeguata. Ha fatto domanda e ha atteso, piena di speranza. Ha atteso. Ha atteso. Ma dallo stato italiano nessuna risposta. Niente. “Era un bambino piccolo quando l’ho lasciato a mia mamma, ora ha quasi quindici anni, è un uomo”, racconta tra una lacrima e l’altra: dopo aver perso gli anni delle elementari, questo ritardo le ha rubato anche quelli delle medie, la pubertà, le prime cotte del suo bambino; due vite segnate per sempre, appese a una banale inerzia burocratica. E vai di avvocato, accesso agli atti, raccomandate da spedire: riusciremo a sbloccare la pratica? Per il momento non possiamo che cercare di ridarle almeno la speranza.

Le lacrime di gioia del giovane egiziano che ha appena ricevuto il suo primo permesso di soggiorno. Il giorno stesso telefona e dice: “Sono in corso Buenos Aires, sto mangiando il gelato, è passata la polizia, e per la prima volta non sono scappato! E domani – aggiunge – faccio il biglietto dell’aereo, vado a trovare la famiglia, cinque anni che non li vedo”, e dicendo questo non si trattiene e piange, anche lui, senza vergogna, nel bel mezzo di corso Buenos Aires. Buona fortuna anche a te, hai un’opportunità, usala bene, amico.

Le lacrime del ragazzino asiatico appena maggiorenne vestito come un giovane dandy, piglio un po’ arrogante, voce profonda alla quale ogni tanto scappa un acuto, sfuggito al controllo severo che sicuramente s’impone per sembrare proprio un uomo. Quasi non ha fatto in tempo a compiere diciotto anni, e ha già preso un’espulsione. Mentre verifichiamo informazioni e gli spieghiamo che cosa cercheremo di fare, all’improvviso senza motivo china il capo; mi avvicino, lo guardo da sotto in su e vedo che dai suoi occhi lucidi stanno scendendo enormi lacrimoni. “Che cosa c’è? Che succede?” gli chiedo. “No mama no papa tre anni” risponde, e sì, direi che è una spiegazione sufficiente. Gli metto una mano sulla spalla, e lui per tutta risposta si butta in avanti, mi abbraccia, e piange piange piange tutta la paura di questi tre anni senza nessuno a dirgli di non fare sciocchezze e raccomandargli di non fare tardi la sera.

Le lacrime impreviste e toccanti del trentenne italiano venuto ad accompagnare la sua compagna latinoamericana che ha ricevuto un foglio di via. Gentile, paziente, faccia da bravo ragazzo, è stato a lungo in silenzio ad ascoltarci mentre preparavamo le carte per cercare di sistemare la sua posizione; lei è poco più giovane di lui, parla con una chiarezza limpida che non riesce a nascondere l’imbarazzo per le cose che ci deve raccontare; timida, colta, educata, evidentemente fuori posto nel ruolo che le è toccato di affrontare in una vita che dalle iniziali speranze di poter continuare gli studi e vivere serenamente è scivolata senza appigli in un pozzo senza fondo fatto di strada, privazioni, umiliazioni, botte, fughe, malattia. Inaspettatamente, è lui a scoppiare a piangere: “Vi prego, non possono mandarmela via; io ero un disperato, un alcolizzato, uno che girava per strada; mi sono innamorato di lei appena l’ho vista, e lei non ha avuto schifo di me, mi ha preso nella sua casa, mi ha voluto bene, io ho capito tante cose grazie a lei: è la mia famiglia, tutto quello che ho, non lasciate che la mandino via!”: la realtà spesso è così diversa dagli stereotipi, dai luoghi comuni, da ogni possibile aspettativa su chi sia il “salvato” e chi il “salvatore”. Lo rassicuriamo: non la manderanno via; faremo tutto il possibile, per questo stiamo raccogliendo tanti documenti; hanno visto tanto odio, tanto razzismo, tanti pregiudizi: sembra incredibile trovare qualcuno che ti guarda solo per quello che sei, e non per quello che la gente pensa di sapere di te.

Quante lacrime arrivate solo a inumidirmi gli occhi, che ho ricacciato indietro perché non era il momento,perché c’era tanto da fare, perché non facevano bene; quante lacrime uscite solo dopo a sfogare la tensione. 

Le lacrime che non volevano saperne di uscire il giorno del funerale di Italo, mentre pensavo che non l’avrei più rivisto, eppure non c’era verso di strizzarne fuori una: sono arrivate dopo, nel tempo successivo, e ancora arrivano, tutte le volte che penso a quell’ometto e alle sue imprevedibili bizzarrie senza le quali il Naga non esisterebbe.

Lacrime che non sono andate perdute nella pioggia: sono diventate azioni legali, manifestazioni di protesta, documenti, qualche volta vittorie.

Dalle lacrime sono nate serate perdute ad ascoltare una storia o a fare un intervento in un circolo culturale di provincia, corse in tram tra una riunione e l’altra, ore d’attesa davanti alla questura.

Tutte quelle lacrime me le portavo dentro mentre imparavo a superare la paura di avventurarmi da solo in un campo rom per andare a trovare una persona, di affrontare la polizia con la ferma pacatezza di chi conosce i diritti propri e delle persone che a lui si sono affidate, di sbagliare nel dare un consiglio.

Lacrime che a saperle raccogliere diventano forza politica.

Lacrime che chiedono giustizia.

Lacrime di speranza.

#NonSiamoBuoni

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