Author Archives: dimensionidiverse

I miti da sfatare sull’Amazzonia

Leonardo Boff, uno dei più autorevoli esponenti della teologia della liberazione, storico ed esperto difensore della foresta pluviale e dei suoi abitanti contro le scelte rovinose a favore di mega-progetti idroelettrici, biocarburanti, monocolture e allevamenti intensivi, ci ricorda che l’Amazzonia non è né il polmone né il granaio del mondo ma uno straordinario tempio della biodiversità.
E, soprattutto, che non è abitata da pittoreschi selvaggi incontaminati ma da persone che sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale.

Il grido delle popolazioni dell’Amazzonia è rimasto inascoltato, in Brasile, in Ecuador, in Perù e nel resto mondo, per molti decenni. Anche molto prima della conquista della presidenza da parte di Bolsonaro, soltanto una delle manifestazioni degli orrori del nostro tempo.
Anche tutti i suoi predecessori, a cominciare da Lula, hanno sempre considerato quell’enorme e meraviglioso territorio poco più di un ostacolo allo sviluppo.

Il Sinodo Panamazzonico che si terrà a ottobre di quest’anno a Roma richiede una migliore conoscenza dell’ecosistema amazzonico. Ci sono miti da sfatare.

Primo mito:

l’indigeno come selvaggio e genuinamente naturale, quindi in perfetta armonia con la natura. Si regolerebbe da criteri non culturali ma naturali. Starebbe in una sorta di riposo biologico di fronte alla natura, in un perfetto adattamento passivo ai ritmi e alla logica della natura. Questa “ecologizzazione” degli indigeni è il frutto dell’immaginario urbano, affaticato dall’eccesso di “tecnicizzazione” e “artificializzazione” della vita.

Quello che possiamo dire è che gli indigeni amazzonici sono umani come qualsiasi altro essere umano e, come tali, sono sempre in interazione con l’ambiente. La ricerca verifica sempre più il gioco d’interazione tra gli indigeni e la natura. Loro si condizionano reciprocamente.
Le relazioni non sono “naturali” ma culturali, come le nostre, in un intricato tessuto di reciprocità.

Forse gli indigeni hanno qualcosa di unico che li distingue dall’uomo moderno: sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. Non è, come per la gente moderna, un oggetto muto e neutro.
La natura parla e l’indigeno comprende la sua voce e il suo messaggio
. La natura appartiene alla società e la società appartiene alla natura. Si adattano sempre gli uni agli altri e nel processo di adattamento reciproco. Ecco perché sono molto più integrati di noi. Abbiamo molto da imparare dal rapporto che loro mantengono con la natura.

Secondo mito:

l’Amazzonia è il polmone del mondo. Gli specialisti affermano che la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di climax. Cioè, si trova in uno stato ottimale di vita, in un equilibrio dinamico in cui tutto è utilizzato ed è per questo che tutto si equilibra.
Quindi l’energia fissata dalle piante attraverso le interazioni della catena alimentare conosce un impiego totale. L’ossigeno rilasciato di giorno dalla fotosintesi delle foglie viene consumato di notte dalle piante stesse e da altri organismi viventi. Ecco perché l’Amazzonia non è il polmone del mondo.

Ma funziona come un grande filtro di anidride carbonica. Nel processo di fotosintesi viene assorbita una grande quantità di carbonio. E l’anidride carbonica è la principale causa dell’effetto serra che riscalda la terra (negli ultimi 100 anni è aumentata del 25%). Se un giorno l’Amazzonia fosse completamente disboscata, verrebbero rilasciate nell’atmosfera circa 50 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Ci sarebbe una mortalità di massa di organismi viventi.

Terzo mito:

l’Amazzonia come il granaio del mondo. Così pensavano i primi esploratori come von Humboldt e Bonpland e i pianificatori brasiliani al tempo dei militari al potere (1964-1983). Non lo è. La ricerca ha dimostrato che “la foresta vive di sé stessa” e in gran parte “per se stessa” (cf. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, Giessen 1986, 39). È lussureggiante ma con un suolo povero in humus.

Sembra un paradosso. Lo ha messo in chiaro il grande specialista in foreste Amazzoniche Harald Sioli: “la foresta cresce effettivamente sul suolo e non dal suolo” (A Amazônia, Vozes 1985, 60).
E lo spiega: il suolo è soltanto il supporto fisico di un intricato intreccio di radici. Le piante sono intrecciate dalle radici e si sostengono a vicenda dalla base. Si forma un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una [pianta] viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

La foresta conserva il suo carattere esuberante perché esiste una catena chiusa di nutrienti. Ci sono i materiali in decomposizione nel terreno, lo strato vegetale di foglie, i frutti, le piccole radici, gli escrementi di animali selvatici, arricchiti dall’acqua che gocciola dalle foglie e dall’acqua che drena dai tronchi. Non è il suolo che nutre gli alberi. Sono gli alberi che nutrono il suolo.

Questi due tipi di acqua lavano e trascinano gli escrementi di animali arboricoli e animali di specie più grandi come uccelli, macachi, coati, bradipi e altri, così come la miriade di insetti che hanno il loro habitat sulle cime degli alberi. C’è anche un’enorme quantità di funghi e innumerevoli microrganismi che insieme ai nutrienti riforniscono le radici. Dalle radici, la sostanza alimentare va alle piante garantendo l’esuberanza estasiante della Hiléia amazzonica.
Ma si tratta di un sistema chiuso con un equilibrio complesso e fragile. Qualsiasi piccola deviazione può avere conseguenze disastrose.

L’humus non raggiunge comunemente più di 30-40 centimetri di spessore. Le piogge torrenziali lo spingono fuori. In breve tempo spunta la sabbia. L’Amazzonia senza la foresta può diventare un’immensa savana o addirittura un deserto.
Per questo l’Amazzonia non potrà mai essere il granaio del mondo, ma continuerà a essere il tempio della più grande biodiversità.

Lo specialista amazzonico, Shelton H. Davis, constatò nel 1978, ed è valido anche per il 2019: “In questo momento infuria una guerra silenziosa contro i popoli aborigeni, contro contadini innocenti e contro l’ecosistema della foresta nel bacino amazzonico” (Víctimas del milagro, Saar 1978, 202). Fino al 1968 la foresta era praticamente intatta.
Da allora, con l’introduzione dei grandi progetti idroelettrici e agroalimentari, e oggi con l’anti-ecologia del governo di Bolsonaro, continua la brutalizzazione e la devastazione dell’Amazzonia.

Fonte: LeonardoBoff.com

Traduzione per Comune-info: I’x Valexina

E’ ora di riaprire la stagione dei diritti

L’argomento principale sul quale le destre hanno costruito il loro radicamento sociale e gran parte del loro consenso è indubbiamente l’immigrazione. Per riequilibrare il loro forte investimento su questo terreno, servono forze politiche democratiche che, in maniera altrettanto determinata, investano sui diritti e sui fondamenti della nostra Costituzione.
È utile quindi provare a ragionare su quali proposte avanzare in quest’ambito per un’alternativa praticabile.

La prima cosa da fare è abolire la legge Bossi Fini, che ha reso gli stranieri presenti in Italia più deboli socialmente e ricattabili, nonché i due recenti “decreti sicurezza” di stampo salviniano, ripristinando così il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e ristabilendo la centralità dei comuni nelle politiche d’accoglienza (Sprar).

L’esperienza di questi anni consiglierebbe inoltre di partire dagli errori commessi durante l’esperienza del centro sinistra, troppo spesso rivendicati con orgoglio da alcuni suoi esponenti, per cercare di non ripeterli e per individuare le priorità sulle quali investire.

La chiusura di Mare Nostrum, per mancanza di coraggio, è stato un errore grave. L’Italia dovrebbe promuovere un programma europeo di ricerca e salvataggio in mare, con la conseguente ripartizione dei naufraghi salvati con gli altri Paesi dell’Ue disponibili, anche promuovendo la riforma del regolamento Dublino, già votata dall’Europarlamento.

Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, con la firma da parte dell’Ue, dell’accordo con la Turchia, così come quello con le milizie libiche siglato da Minniti, rappresentano una pagina vergognosa per l’Ue e l’Italia, da cancellare al più presto. Allo stesso modo il ricorso ai Fondi fiduciari per l’Africa (avviati con il summit de La Valletta), sottratti alle risorse destinate alla cooperazione internazionale e destinate a fermare i flussi migratori anche a costo, in alcuni casi, di finanziare terribili dittature e regimi antidemocratici, è da interrompere immediatamente.

È necessario fermare la criminalizzazione della solidarietà (avviata con il Codice Minniti), riconoscendo il ruolo centrale delle ong.

Va abrogata la legge 46 del 2017 (cd. Orlando-Minniti), la prima legge dal dopo guerra ad oggi che cancella le garanzie giurisdizionali per una categoria sociale tra le più deboli, ovvero i richiedenti asilo.

Infine la mancata approvazione della legge sullo ius soli, lasciata colpevolmente ferma al Senato per più di due anni, dopo che era già sta approvata alla Camera, andrebbe sanata al più presto.

Questo cambio di direzione, andrebbe consolidato con alcune scelte urgenti che diano un segnale politico chiaro di alternativa all’esperienza di governo più razzista della storia repubblicana appena conclusa, per una gestione giusta ed efficace dell’ingresso e del soggiorno degli stranieri.

Garantire canali d’accesso legale con: quote per lavoro a tempo indeterminato e ricerca di lavoro attraverso il decreto flussi; corridoi umanitari (con numeri molto più ampi), finora gestiti e pagati da organizzazioni religiose, gestiti dagli Stati, con risorse e procedure pubbliche; politiche di reinsediamento dei rifugiati, quantitativamente rilevanti, in un quadro di ripartizione europea. Predisporre infine una procedura stabile di regolarizzazione personalizzata, laddove ci siano le condizioni per il rilascio di un permesso di soggiorno.

In definitiva si tratta di abbandonare le politiche proibizioniste e la retorica pubblica anti immigrazione, che ha fatto la fortuna della destra xenofoba, per dedicarsi a governarne i processi, a proporre un’idea di società giusta e solidale.

La paura di sbagliare e di perdere consensi, ha, di fatto, spalancato la porta al governo della destra: quando gli elettori hanno dovuto scegliere tra l’originale e la copia, come sempre, hanno preferito l’originale. È arrivato il momento di prenderne atto e provare a cambiare: seppelliamo la stagione del razzismo provando a inaugurare quella dei diritti.

Filippo Miraglia – Arci

Cambiare il rapporto con la terra

Due nuovi rapporti elaborati dalle autorità scientifiche confermano le previsioni più drammatiche. Quelle sugli impatti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sul cibo e quelle sui sistemi economici che continuano a ignorare allegramente il problema del riscaldamento del pianeta. Eppure, a inizio agosto, ancora una volta, l’Ipcc è stato chiaro: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”. Il 27 settembre nuovo sciopero mondiale per il clima

Due nuovi rapporti sul clima elaborati dalle massime autorità scientifiche pubbliche internazionali, l’Intergovernmental Pannel on Climate Change (scritto da 107 scienziati di 52 paesi) e l’European Environmental Bureau (143 organizzazioni di 30 paesi), confermano che i sistemi economici sono ancora completamente fuori controllo rispetto all’obbiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura terrestre. Lo Special Report dell’Ipcc, Climate Change and Land, presentato a Ginevra il 2 agosto, si occupa degli impatti  del riscaldamento climatico sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione confermando le previsioni più drammatiche in particolare per le popolazioni delle regioni tropicali e subtropicali.

Perdita di fertilità dei suoi, deforestazioni, salinizzazione dei fiumi, crisi idriche e molteplici altri fattori di stress genereranno carestie, conflitti e sempre più pesanti migrazioni interne ed esterne ai paesi colpiti. Interessante è sapere che secondo l’Ipcc (in accordo in questo con la Fao) il 38% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica è dovuto proprio al sistema alimentare industrializzato ipertrofico causato soprattutto dalla filiera della carne di allevamento di bovini e altri ruminanti. La zootecnia e l’agricoltura chimicizzata, che, secondo i fautori della “rivoluzione verde”, avrebbero dovuto risolvere la “fame nel mondo”, in realtà si rivelano una delle principali cause della distruzione dei sistemi socioeconomici locali e di sussistenza delle popolazioni contadine. Conclude l’Ipcc: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”.

Ancora più esplicito, già nel titolo, lo studio dell’Eeb presentato 8 luglio: Decoupling Debunked. Why green growth is not enough. Ovvero, la ipotesi teorica sostenuta da tempo dai governi e dalle agenzie dell’Onu (codificata nella Agenda 2030, varata nel 2015) secondo cui lo sviluppo delle tecnologie “green” avrebbe consentito di “disaccoppiare” la crescita economia dai danni provocati agli ecosistemi naturali (inquinamenti e prelievi di risorse non rinnovabili) non si è rivelata vera, non  regge alla prova dei fatti. Il Pil mondiale continua ad aumentare – è vero –  ma non diminuisce affatto la pressione (material footprint) dei sistemi economici in atto. La “crescita verde”, insomma, è una chimera, si è rivelata per quello che è: un modo per fare aumentare i business delle imprese più avanzate (comprese quelle impegnate nelle energie rinnovabili) e i consumi delle persone più sensibili, ma non ha modificano i bilanci globali di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi.

Molto spesso – documenta il rapporto dell’Eeb – l’aumento di efficienza dei macchinari si traduce solamente in una aggiunta di merci immesse sul mercato. Altre volte si tratta solo di uno spostamento dei problemi da una matrice ambientale ad un’altra (vedi il nucleare), da una materia prima in esaurimento ad un’altra ancora più rara (vedi litio, rame, cobalto), da una regione ad un’altra attraverso l’esternalizzazione delle produzioni più sporche in paesi con minori protezioni ambientali.  “Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante aumento”.

Che fare, allora? Hanno ragione i ragazzi di Fridays for future, gli attivisti di Extintion rebellion, dei movimenti contrari alle grandi opere energivore e dannose e di quanti si battono per un cambiamento radicale del modello socieoeconomico che metta l’economia nei binari della salvaguardia ecologica e della giustizia umana. Il 27 settembre ci sarà una nuova giornata di sciopero mondiale per il clima. Non lasciamo i millennials da soli a fare i conti con il mondo che gli lasciamo! Se ci pensiamo bene, vedremo che i negazionisti del cambiamento climatico, alla Trump e Salvini, sono gli stessi che in campo sociale portano avanti politiche improntate sull’esclusione, sul disciplinamento di censo, sullo sciovinismo nazionalista.

Paolo Cacciari

A scuola di italiano con gli immigrati

La scuola di italiano per gli immigrati è una continua scoperta dell’essere e dell’avere come parametri che sostanziano la presenza e la conoscenza.

Sono due gli elementi fondamentali che alimentano il significato specifico dell’apprendere: la solidarietà che anima lo scambio tra le parti (insegnante e migrante) e che attraversa le diverse culture e i saperi, e la persona (migrante e insegnante) che si trasforma nel voler essere partecipe della conoscenza necessaria a comprendere la comune realtà sociale.

E’ una storia di relazioni che percorre le diversità e ne traccia la memoria per una diversa prospettiva di umanità.

Le immagini che seguono sono il ‘volantino’ di fine anno che vogliamo condividere riportando anche i dati delle diverse presenze nell’anno trascorso.

Strategia nucleare del Pentagono

E’ uscito da poco un nuovo documento del Pentagono sulle strategie nucleari.
Si può trovare l’originale in rete. Il ‘risveglio‘ promosso da Obama continua con il suo successore.

Nell’articolo che segue Dinucci ne sottolinea gli aspetti principali. 
Sempre più inquietante la crescente possibilità di un uso ‘limitato’ del nucleare. Da tempo denunciato dal FAS, Federazione degli Scienziati Americani.

I media italiani nonché le reti della pace non danno sufficiente risalto a quello che oramai da anni succede. E che rappresenta un pericolo incombente.

Mentre l’Unione Euroepa continua a dividersi all’interno, i singoli stati continuano ad affidarsi agli ‘amici’ USA. Come per le sanzioni a Russia ed Iran, che fra l’altro hanno PIL addiruttura inferiori all’Italia stessa, che tutti dicono in crisi.

Salvini ha dato recentemente una dimostrazione chiara di quanto su scritto. La conferenza stampa a Washington avrebbe meritato ben più attenzione e critiche di quanto ahimè si è visto, anzi non si è proprio sentito.

E gli oppositori interni lo seguono sul suo terreno e lasciano però che gli USA continuino a ritenerci dei vassalli a cui dare ordini. Il teatrino eterno della politica italiana.

Franco Dinelli

——————–

L’arte della guerra

L’Europa nella strategia nucleare del Pentagono

I ministri della Difesa della Nato (per l’Italia Elisabetta Trenta, M5S) sono stati convocati a Bruxelles il 26 e 27 giugno per approvare le nuove misure di «deterrenza» contro la Russia, accusata senza alcuna prova di aver violato il Trattato Inf
 
In sostanza si accoderanno agli Stati uniti che, ritirandosi definitivamente dal Trattato il 2 agosto, si preparano a schierare in Europa missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi a quelli degli anni Ottanta (i Pershing 2 e i Cruise) che furono eliminati (insieme agli SS-20 sovietici) dal Trattato firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan. 
 
Le maggiori potenze europee, sempre più divise all’interno della Ue, si ricompattano nella Nato sotto comando Usa per sostenere i loro comuni interessi strategici. 
 
La stessa Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – ha bocciato alle Nazioni Unite la proposta russa di mantenere il Trattato Inf. 
 
Su una questione di tale importanza l’opinione pubblica europea è lasciata volutamente all’oscuro dai governi e dai grandi media. Non si avverte così il crescente pericolo che ci sovrasta: aumenta la possibilità che si arrivi un giorno all’uso di armi nucleari. 
 
Lo conferma l’ultimo documento strategico delle Forze armate Usa, «Nuclear Operations» (11 giugno), redatto sotto la direzione del Presidente degli Stati maggiori riuniti. 
 
Premesso che «le forze nucleari forniscono agli Usa la capacità di conseguire i propri obiettivi nazionali», il documento sottolinea che esse devono essere «diversificate, flessibili e adattabili» a «una vasta gamma di avversari, minacce e contesti». 
 
Mentre la Russia avverte che anche l’uso di una singola arma nucleare di bassa potenza innescherebbe una reazione a catena che potrebbe portare a un conflitto nucleare su vasta scala, la dottrina statunitense si sta orientando in base a un pericoloso concetto di «flessibilità»
 
Il documento strategico afferma che «le forze nucleari Usa forniscono i mezzi per applicare la forza a una vasta gamma di bersagli nei tempi e nei modi scelti dal Presidente». Bersagli (chiarisce lo stesso documento) in realtà scelti dalle agenzie di intelligence, che ne valutano la vulnerabilità a un attacco nucleare, prevedendo anche gli effetti della ricaduta radioattiva. 
 
L’uso di armi nucleari – sottolinea il documento – «può creare le condizioni per risultati decisivi: in specifico, l’uso di un’arma nucleare cambierà fondamentalmente il quadro di una battaglia creando le condizioni che permettono ai comandanti di prevalere nel conflitto». 
 
Le armi nucleari permettono inoltre agli Usa di «assicurare gli alleati e i partner» che, fidando su di esse, «rinunciano al possesso di proprie armi nucleari, contribuendo agli scopi Usa di non-proliferazione». 
 
Il documento chiarisce però che «gli Usa e alcuni alleati Nato selezionati mantengono aerei a duplice capacità in grado di trasportare armi nucleari o convenzionali». 
 
Ammette così che quattro paesi europei ufficialmente non-nucleari  – Italia, Germania, Belgio, Olanda – e la Turchia, violando il Trattato di non-proliferazione, non solo ospitano armi nucleari Usa (le bombe B-61 che dal 2020 saranno sostituire dalle più micidiali B61-12), ma sono preparati a usarle in un attacco nucleare sotto comando del Pentagono.
 
Tutto questo tacciono governi e parlamenti, televisioni e giornali, con il complice silenzio della stragrande maggioranza dei politici e dei giornalisti, che invece ci ripetono quotidianamente quanto importante sia, per noi italiani ed europei, la «sicurezza»
 
La garantiscono  gli Stati uniti schierando in Europa altre armi nucleari.

Manlio Dinucci – da il Manifesto

IL RIFUGIATO: CHI L’HA VISTO!

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di decine di milioni di rifugiati e richiedenti asilo costretti a fuggire da persecuzioni, distruzioni, guerre, fame, ….

Oggi, 19 giugno 2019, molte agenzie compresi i telegiornali hanno trasmesso gli ultimi dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR): nel 2018, il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni: quasi 500.000 in più rispetto alla rilevazione precedente.

Un numero spaventoso, “da paura” come lo sono le devastazioni e le violenze che sembrano “soggiogare” il mondo dell’indifferenza economica e della politica.

Prima gli americani“, “prima gli italiani“, … prima il “nostro” benessere sempre più sottratto con l’abusivismo e la violenza a quelle stesse popolazioni, private dei “loro” diritti, costrette alla fuga e a tendere la mano che spesso si trova “legata” alle sbarre di una cella, anziché ricevere un doveroso aiuto.

Così sulla base di facilonerie abusate e distruttive: “Basta con le maxi strutture piene di immigrati, costose, spesso degradate e dove non si fa integrazione ma solo business”, bastabuonisti impegnati (a pagamento) nell’accoglienza”, … la politica del governo italiano ed in particolare quella del ministro Salvini (un cristo che agita rosari e madonne) racconta “palle infernali“, promuove decreti “sicurezza“, minaccia, reprime, apre nuove galere, respinge, e … di quelle persone “rifugiate” e richiedenti asilo … “chi se ne frega“.

Così anche le persone oneste dimenticano di leggere la realtà come quella dei numeri delle persone che sbarcano in Italia e si sentono quasi in “dovere di sentirsi minacciate“, di avere “paura“, …

Mentre i dati del Dipartimento della Pubblica sicurezza  ci dicono:

E’ necessario conoscere alcuni altri dati sulla “invasione” dei rifugiati:

  • RICCHI E POVERI.
    –  i Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti;
    –  i Paesi a reddito medio e medio-basso accolgono in media 5,8 rifugiati ogni 1.000 abitanti;
    –  i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.
  • DOVE SI TROVANO.
    Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine.
  • MINORI.
    Nel 2018, un rifugiato su due era minore, molti (111.000) soli e senza famiglia.
    L’Uganda ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.
  • PROBABILITÀ.
    Il numero sempre più grande di rifugiati – dell’abbandono forzato – dei quali non bisogna nascondere e tacere le grandissime responsabilità di un sistema economico-finanziario e di una politica obbligata al suo contesto, fanno rilevare un dato di prospettiva: nel 2018, 1 persona ogni 108 era rifugiata, richiedente asilo o sfollata: 10 anni prima la proporzione era di 1 su 160.

Queste persone non hanno bisogno di commiserazione e tanto meno di misericordia.

Per loro e per noi abbiamo il dovere di riconoscere i diritti di umanità a partire dal combattere quelle false e strumentali informazioni, che rendono sempre più precario il diritto di cittadinanza in quanto sempre più, loro e noi, siamo costretti in ambiti regolamentati dal regime persecutorio ed escludente.

 

Gli effetti devastanti delle armi israeliane a Gaza e in Palestina

Parallelo Palestina ha estratto dal Rapporto di NWRG, alcuni passi circa i mutamenti temporanei sulla salute riproduttiva e dei neonati.

Possiamo valutare il numero di vittime
“nascoste” da contaminazione da residui d’arma.

  • Nascita pretermine e con difetti congeniti contribuiscono a morte nel primo mese dalla nascita (30% e 25% rispettivamente dei neonati in queste condizioni muoiono).
  • L’aumento di nati pretermine e con difetti alla nascita nel 2016 e 2017, in paragone al 2011 ha aumentato di circa 1500 i casi di morte perinatale per anno.
  • Questi sono numeri di vittime più alti di quelli delle vittime bambine uccise dagli attacchi militari nel 2014.
  • Non sappiamo per ora se questo carico di morti neonatali continuerà ad aumentare, rimarrà a questo livello o decrescerà nel tempo.
In sommario
  • Abbiamo documentato la persistenza nel tempo a Gaza di contaminazione umana da metalli pesanti residui d’arma che rimangono nell’ambiente – Ogni nuovo attacco militare aumenta questa contaminazione.
  • Abbiamo documentato gli effetti negativi della contaminazione da metalli pesanti sulla salute riproduttiva e sulla mortalità perinatale.
  • Abbiamo calcolato che l’aumento nel tempo degli eventi negativi alla nascita con conseguenze letali determina un numero di vittime “nascoste” più alto di quello degli attacchi militari.

Quello che noi abbiamo investigato e documentato a Gaza in dettaglio è molto probabilmente accaduto in Iraq, Afghanistan (luoghi per cui ci sono solo dati osservazionali), ed accade in tutte le altre zone dove attacchi militari sono avvenuti più recentemente o sono in corso

Oltre agli effetti negativi sulla salute riproduttiva:

I metalli pesanti possono indurre tumori, infertilità maschile e malattie croniche.

Ci sono solo dati osservazionali dell’aumento di tutte queste patologie, ma non è ancora stata investigata quantitativamente la loro incidenza nei contesti post-guerra.

Si ipotizza che il rischio di aumento di queste patologie a causa di contaminazione da armi sia alto in tutte le zone attaccate con armi moderne, che sono simili in tutti i casi.

In sommario

Abbiamo dimostrato che a Gaza – c’è un’elevata contaminazione da metalli pesanti in donne in età riproduttiva, che passano in utero ai feti,

  • c’è correlazione tra l’esposizione ad attacchi militari delle donne e/o la loro residenza in luoghi dove si accumulano resti d’arma ed il livello della loro contaminazione;
  • la contaminazione delle madri ha effetti negativi alla nascita sui loro figli ciò è IMPORTANTE perché non era stato dimostrato prima e perché fornisce strumenti per studiare rimedi e prevenzione e fornisce indicazioni per studiare eventuali effetti sullo sviluppo dei bambini durante l’allattamento e dopo.

Ma quello che abbiamo imparato non è esaustivo. Ci sono molti aspetti che sarebbe utile conoscere per stabilire l’entità dei danni alla salute generale, oltre che a quella riproduttiva, e l’estensione nel tempo dei rischi per tutta la popolazione per esempio – per quanto tempo persiste il rischio da contaminanti ambientali? – quali sono gli effetti della contaminazione contemporanea da metalli multipli e delle loro concentrazioni relative in casi di esposizione ad un miscuglio di questi, come avviene per i componenti d’arma, e come agiscono questi vari metalli ed il loro mix negli organismi?

Ed inoltre
  • quali sono i meccanismi molecolari attraverso i quali i metalli possono indurre patologie?
  • si può associare uno specifico difetto alla nascita con il livello di uno o più specifici metalli?
  • un infante esposto in utero a metalli pesanti ha anche difetti nello sviluppo? E come si discerne l’effetto della contaminazione in utero da quello della persistente contaminazione ambientale?
  • qual è l’impatto della contaminazione ambientale da residui d’arma sulla sterilità maschile, le malattie non comunicabili (diabete, allergie, broncopatie croniche) e tumori?

Questo tipo di studi richiede molto tempo e la collaborazione tra professionisti con diverse competenze: cliniche, genetiche, ambientali, analitiche, statistiche e che queste si riescano ad aggregare (ingenerale, ma ancor più in zone in dopo guerra). Solo quando una “colla sostanziale” esiste c’è la fiducia reciproca e la chiarezza degli scopi del lavoro. Ancor più questa colla è necessaria perchè il contesto politico generale è indifferente o si oppone a che questo tipo di informazione sia ottenuto e/o publicato.

La conoscenza progredisce lentamente

1 – per ragioni intrinseche:

  • difficili situazioni regionali rendono difficile progettare investigazioni che producano adeguata documentazione scientifica
  • i protocolli di lavoro richiedono molto personale e le analisi sono molto costose
  • il lavoro è interdisciplinare e quindi necessita di aggregare competenze in vari campi

2 – per ragioni estrinseche:

  • ragioni politiche da molti lati scoraggiano investigazioni di questo tipo e ciò crea condizioni di lavoro a volte rischiose per chi conduce queste ricerche.
  • c’è finora riluttanza dell’OMS a svolgere il ruolo che le competerebbe nel campo in base ai suoi stessi goal dello sviluppo, se si tratta di un campo di attacchi militari o post-bellico

GIUSTIZIA

Il braccio della legge: la lotta per la salute avanza con la conoscenza e con la richiesta di giustizia, anche retributiva, che permetta di affrontare le difficoltà terapeutiche, e questo avviene solo se c’è l’azione delle popolazioni affette dai danni.

 

Scarica il documento in italiano

Nwrg Onlus
New Weapons Reaserch Group Onlus

Presented by Paola Manduca
Professor of Genetics, President of the newweapons research groups –
NWRG, Italy
on behalf of MANY Co-AUTHORS
first delivered in London, April 9, 2019

CETA: accordo economico e commerciale globale

Le lobby canadesi dell’agribusiness attaccano l’Italia e impongono regole.

Vogliono cancellare l’origine del grano in etichetta, facilitare l’OGM e proteggere il glifosato.

La Campagna Stop TTIP/CETA replica: “Cosa aspetta il Parlamento a bocciare questo accordo tossico? 

L’Italia è nel mirino dell’associazione internazionale delle aziende agrochimiche (CropLife) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di OGM.  E il trattato di liberalizzazione commerciale UE-Canada (CETA) è visto come il cavallo di Troia per far saltare norme fortemente volute dai consumatori a tutela della salute e delle produzioni locali.

L’attacco diretto alla legislazione italiana ed europea in materia di agricoltura e cibo è contenuto in un dossier scritto a quattro mani dalla Camera di Commercio canadese e da CropLife Canada, che mette in fila tutti quegli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vorrebbero rimuovere attraverso il trattato commerciale con l’Unione europea.

“Barriere da radere al suolo”.
All’Italia viene dedicata un’intera pagina del report, per criticare le regole di tracciabilità in etichetta dell’origine delle farine, il bando degli OGM per uso alimentare e i limiti di residui di pesticidi nel grano duro.
Tutte “barriere non tariffarie”, secondo gli estensori, e come tali da radere al suolo attraverso un lavoro certosino da svolgere nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal CETA.
Nel documento, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del CETA è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Etichettare il grano “è stato disastroso” per i canadesi.
L’etichettatura di origine del grano, in quest’ottica, ha avuto un impatto definito “disastroso” per l’export canadese, crollato dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018.
La misura – si legge nel documento – è stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non è stata assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, Tuttavia, “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

“Attacchi che dovrebbero far riflettere”.
Fa sorridere che l’ex Ministro Martina, gran tifoso del CETA e di tutti i trattati di libero scambio, venga tacciato di protezionismo – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP/CETA – Ma questi attacchi dovrebbero far riflettere chi oggi ricopre incarichi di governo e ha promesso in tutte le sedi che avrebbe contrastato simili accordi.
Dall’altra parte dell’Atlantico si apprestano ad utilizzare il CETA come grimaldello per scardinare norme che aiutano i nostri agricoltori e proteggono i consumatori.
È inaccettabile.

Questo Parlamento deve mobilitarsi immediatamente per bocciare il trattato e riaprire una discussione seria in Europa su una globalizzazione selvaggia, promossa da un manipolo di poteri forti che calpesta la volontà dei cittadini e l’interesse generale
”.

Alcuni passaggi inquietanti del dossier.
Il dossier contiene altri passaggi inquietanti: le aziende riunite sotto l’ombrello di CropLife Canada criticano la stretta europea ai residui dei pesticidi, raggiunta dopo potenti campagne di denuncia svolte dalle organizzazioni della società civile. Anche questo timido passo avanti nella riduzione della chimica in agricoltura sarebbe da annoverare fra le “barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori”.
Da qui l’invito di usare a fondo le possibilità del CETA perché vengano risolti i “disallineamenti” sui residui minimi di pesticidi, poiché “la scienza ha bisogno di essere depoliticizzata, facilitando il rapporto diretto tra i regolatori per costruire una maggiore fiducia”.
Un’intera pagina spiega poi come il comitato istituito dal CETA per dialogare sulle biotecnologie sarà fondamentale, perché i prodotti canadesi contaminati da OGM vecchi e nuovi “non siano buttati fuori dal mercato europeo”.

La presa sulle istituzioni scientifiche.
Con metà degli esperti dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare in conflitto di interessi e le valutazioni del rischio copiate e incollate dalle veline della Monsanto, questi signori puntano il dito contro la società civile chiedendo che la scienza venga depoliticizzata – chiosa Monica Di Sisto – In realtà cercano soltanto di conservare la presa sulle istituzioni scientifiche a cui è affidato il processo di autorizzazione delle loro sostanze tossiche e del loro cibo frankenstein.
Bocciando il CETA possiamo dare una lezione a queste lobby spregiudicate: il Parlamento si attivi subito
”.

Con buona pace della sovranità e della libera concorrenza.
Per finire, la lobby dell’agroindustria chiede che nei comitati segreti del CETA vengano ammessi osservatori statunitensi, in modo da aiutare il dialogo verso un’armonizzazione maggiore del sistema di regole europeo con quello americano.
Da leggere, a questo proposito, le 6 risposte a chi difende il TTIP.
“Mentre ripartono i negoziati USA-UE per un nuovo TTIP, anche il CETA diventa un utile strumento per rivedere, lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, i pilastri su cui di architetture normative che si richiamano al principio di precauzione.

Con buona pace della sovranità degli Stati europei e della concorrenza leale.

da La Repubblica 11-6-2019

Basta fake news sulla piazza d’Armi !

In questi ultimi giorni, a seguito dell’avvio del procedimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali riguardante il vincolo per la Piazza d’Armi, abbiamo rilevato diverse dichiarazioni e comunicazioni pubbliche clamorosamente false e imprecise da parte sia di alcuni amministratori comunali, di municipio, che di alcuni organi di stampa e curiosamente anche da note associazioni ambientaliste locali.
La comunicazione e l’informazione verso la cittadinanza su un tema così rilevante per il futuro di Milano, dovrebbe essere sempre fatto con precisione e lealtà. Facciamo quindi chiarezza.

PRIMA BUGIA: Il vincolo blocca tutto e Piazza d’Armi resterà così ancora per decenni. FALSO.
L’avvio del vincolo, secondo quanto comunicato del MIBAC, tutela tutta l’area verde e prevede un vincolo “indiretto” sui magazzini militari di Baggio. Questo vuol dire che mentre non si potrà costruire sull’area verde, nell’isolato dei magazzini militari invece è attuabile un’attività edilizia che sia di recupero, riuso o sostituzione volumetrica nel rispetto dello storico impianto urbano della “Cittadella militare di Baggio” (Caserma Perrucchetti, Ospedale Militare, Piazza d’Armi e Magazzini militari). Niente speculazione edilizia, niente edifici in altezza, niente centri commerciali.
E’ un bene o un male?

SECONDA BUGIA: Il verde non si può toccare, non si può realizzare neanche un parco. FALSO.
Tutela del verde significa che Piazza d’Armi può diventare un grande parco-pubblico-urbano ricco di biodiversità e quindi, nel rispetto del delicato equilibrio ambientale esistente possono essere attuati tutti gli interventi necessari (percorsi, sentieri, arredi, misure di sicurezza, ecc) affinché possa essere vissuto appieno sia dalla cittadinanza che dalla flora e fauna esistente (uccelli, anfibi, lepri).
Non sarebbe qualche cosa di veramente unico, a soli 5 km. dal centro di Milano?

TERZA BUGIA: Il Piano di Governo del territorio già tutelava il verde. FALSO.
Il nuovo Piano di Governo del Territorio di Milano, garantiva soltanto il 50% dell’area a verde (circa 22 ettari a forestazione urbana) ora, grazie al vincolo, viene tutelato l’intero verde esistente di 34 ettari, pari a circa 80% della superficie. Non si racconta poi che proprio il PGT, permetteva comunque di realizzare all’interno dell’area verde costruzioni utilizzabili come servizi pubblici, frammentando l’ambito di pertinenza della biodiversità e portando inevitabilmente a cancellarla in pochi anni. E’ soprattutto su questo delicato tema che la Commissione Petizioni del parlamento Europeo si è espressa nelle lettere inviate ai ministeri e al comune di Milano in risposta alla nostra petizione europea n°480/2018.
Diciamo quindi le cose come stanno o no?

QUARTA BUGIA: Il vincolo incentiva il degrado, l’abusivismo e l’illegalità. FALSO.
Sono temi distinti e indipendenti. Nessuno è mai stati dalla parte dell’abusivismo, dei roghi o delle discariche illegali. Ma il cemento non può essere sempre la soluzione per risolvere tutto questo. La Legge e il regolamento edilizio comunale, obbligano la proprietà (Invimit, società pubblica del MEF) e il Comune di Milano ad attuare tutte le misure necessarie per arginare questo tipo di attività: video sorveglianza, recinzioni, vigilanza ecc. Se tutto questo non viene fatto, vuol dire che si pianifica un abbandono volto proprio a creare tensioni sociali e a legittimare la cementificazione. Non è la soluzione. La risposta sociale nel progettare un nuovo parco e riqualificare i propri edifici storici, in un processo di coinvolgimento del territorio, può essere una straordinaria occasione per riscoprire quell’identità sociale e storica nelle periferie troppo spesso dimenticate per lasciare spazio a grattacieli e centri commerciali.
Non volete partecipare a questa grande sfida di democrazia e partecipazione?

QUINTA BUGIA: Non ci sono i soldi. Serve un investitore privato per fare il parco e recuperare i magazzini militari di Baggio. FALSO.
Tutto il contrario. Viviamo nella città metropolitana più ricca d’Italia, con il maggior gettito fiscale e sicuramente le risorse per un investimento di questo tipo, si possono trovare. Esistono importanti finanziamenti dell’Unione Europea per la valorizzazione delle aree verdi e della biodiversità, soprattutto in ambito urbano. Esistono società e aziende che sarebbero disposte a fare da sponsor contribuendo a realizzare un nuovo grande parco urbano a Milano. Esistono associazioni e comitati, con competenze e professionalità al loro interno, disposti a lavorare su un progetto ambizioso da condividere con la gente e il territorio, per dare vita ad un nuovo luogo pubblico, partecipato e identitario.
Non è questa è la nostra più grande ricchezza?

Ci auguriamo quindi che questo piccolo contributo possa aiutare a chiarire determinati argomenti ai tanti che spesso, parlando di Piazza d’Armi, falsano, volutamente o no, la realtà dei fatti, dimostrando in alcuni casi disonestà intellettuale, malafede e perfino una meschina strumentalizzazione politica.

Piazza d’Armi verde e pubblica è l’unica soluzione,
l’unica strada da intraprendere.

Comitato Cittadini Per Piazza D’armi

Nuovo rapporto CCC – Salari su misura 2019

Nuovo rapporto sui salari denuncia: i marchi non hanno fatto nulla per arginare la povertà

Un nuovo rapporto dimostra come i principali marchi dell’abbigliamento non siano riusciti a mantenere l’impegno del salario vivibile

  • Nessun grande marchio di abbigliamento intervistato è stato in grado di dimostrare, al di fuori della propria sede centrale, che i lavoratori della sua catena di fornitura siano effettivamente pagati abbastanza per vivere con dignità e sostenere una famiglia.
  • I marchi di abbigliamento e i distributori stanno violando le norme sui diritti umani riconosciute a livello internazionale e i propri codici di condotta.

Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Clean Clothes Campaign, nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori che producono i loro capi in Asia, Africa, America Centrale o Europa Orientale siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà.

Lo studio Salari su misura 2019: Lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento analizza le risposte di 20 grandi marchi della moda sui loro progressi nell’implementazione di un salario vivibile per i lavoratori che producono i loro vestiti.

Dalla ricerca è emerso che l’85% dei marchi si è impegnato in qualche modo a garantire che i salari siano sufficienti a soddisfare le esigenze di base dei lavoratori, ma, al contempo, che nessuno di loro ha messo in pratica questo principio per nessun lavoratore nei Paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei capi di abbigliamento.

Anna Bryher, autrice del rapporto, ha dichiarato: “A cinque anni di distanza dalla nostra precedente indagine, nessun marchio è stato in grado di mostrare alcun progresso verso il pagamento di un salario vivibile. La povertà nell’industria dell’abbigliamento sta peggiorando. È una questione urgente. Il nostro messaggio ai brand è chiaro: i diritti umani non possono aspettare e i lavoratori che realizzano i capi venduti nei nostri negozi devono essere pagati abbastanza per vivere con dignità”.

Dei 20 marchi intervistati, 19 hanno ricevuto il voto più basso possibile, mostrando di non essere in grado di produrre alcuna prova che a un lavoratore che confeziona i loro capi di abbigliamento sia stato pagato un salario vivibile in qualsiasi parte del mondo.

L’unica eccezione è stata Gucci che è riuscita a dimostrare come, per una piccola parte della sua produzione in Italia, grazie alle trattative salariali nazionali, le paghe consentano a una famiglia di vivere in alcune zone del Sud e del Centro Italia.

Le iniziative volontarie non sono riuscite a garantire i diritti umani dei lavoratori“, ha aggiunto Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “Il modello economico globale che spinge i prezzi al continuo ribasso e mette in competizione i Paesi a basso salario è troppo forte. È un dato di fatto che i lavoratori che producono quasi tutti gli abiti che compriamo vivono in povertà, mentre le grandi marche si arricchiscono grazie al loro lavoro. È tempo che i marchi adottino misure efficaci di contrasto al sistema di sfruttamento che hanno creato e da cui traggono profitto“.

I salari di base in Etiopia e Bangladesh sono meno di un quarto del salario dignitoso, mentre in Romania e in alcuni altri paesi dell’Europa orientale il divario è ancora maggiore, con i lavoratori che guadagnano solo un sesto di quanto necessario per vivere con dignità e mantenere una famiglia [1]. Di conseguenza, i lavoratori sono costretti a vivere in baraccopoli, soffrono di malnutrizione e debiti, spesso non possono permettersi di mandare i loro figli a scuola, il tutto mentre lavorano ore e ore di straordinario per cercare di sbarcare il lunario. 

Marchi come C&A, H&M, Zara, Primark, Nike, Adidas e Zalando, tra gli altri, sono tutti responsabili di non aver fatto abbastanza per arginare la povertà dei lavoratori. 

Deborah Lucchetti ha concluso: “I marchi e i distributori globali sanno da anni che i salari pagati ai lavoratori non sono sufficienti per permettergli di vivere con dignità ma continuano a fare promesse vuote mentre rastrellano profitti enormi. Se i marchi fossero davvero impegnati a pagare un salario dignitoso, dovrebbero passare dalle parole ai fatti, scegliendo un parametro di riferimento credibile, informando i fornitori e aumentando i prezzi di acquisto in coerenza. Dovrebbero iniziare subito con i 50 maggiori fornitori e rendere pubblici i libri paga, a dimostrazione che ciò stia realmente accadendo. È una questione affrontabile, basta mettere mano alla redistribuzione della catena del valore e pagare di più i lavoratori”.

« Older Entries