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Alla fine il governo dà ragione al movimento No Tav

Mov-NO-TAV

Mov-NO-TAVIl caso. La Presidenza del Consiglio:

«Le previsioni di 10 anni fa smentite dai fatti».

Valutazioni errate costate la più grave crisi tra lo Stato e vaste comunità. Ora si parla di «Low Cost»: il costo totale previsto è di 4,7 miliardi di euro.

La presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente pubblicato un documento dal titolo: «Adeguamento dell’asse ferroviario Torino – Lione. Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia fase 1 – 2030».
A pagina 58, si legge: «Non c’è dubbio,infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse. Quello che è stato fatto nel presente documento ed interessa oggi è, invece, valutare se il contesto attuale, del quale fa parte la costruzione del nuovo tunnel di base, ma anche le profonde trasformazioni attivate dal programma TEN-T e dal IV pacchetto ferroviario, richiede e giustifica la costruzione delle opere complementari: queste infatti sono le scelte che saremo chiamati a prendere a breve. Proprio per la necessità di assumere queste decisioni in modo consapevole, dobbiamo liberarci dall’obbligo di difendere i contenuti analitici delle valutazioni fatte anni fa».

Se c’è la buona fede, c’è tutto. Non importa che quelle valutazioni errate siano costate la più grave, e irreversibile per molti aspetti, crisi tra una comunità vasta e lo Stato degli ultimi decenni.

MIGLIAIA DI PROCESSI, centinaia di arresti, scontri violenti, barricate, venticinque anni di lotta. Le parole del governo, che riconoscono pienamente le ragioni del movimento Notav – Il Tav è fuori scala – non generano in val Susa il minimo senso di soddisfazione, bensì un vasto sentimento di rabbia. Anche perché la conclusione del papello governativo che prende atto dell’assenza di traffico sulla direttrice est – ovest, trascende nell’atto di fede: non serve, ma si fa lo stesso.

MA DI QUANTO furono sbagliate le previsioni all’origine della Torino – Lione? Gli studi di Ltf del 1999 prevedevano un incremento tra il 2000 e il 2010 del 100%, ovvero da dieci a venti milioni di tonnellate. Riviste nel 2004, a causa della chiusura del tunnel del monte Bianco che spostò sul Frejus il traffico merci, ebbero una virile ascesa: da otto milioni del 2005 a quaranta (40) nel 2030. Questo perché le merci in transito verso l’Austria o la Svizzera sarebbero state attratte, chissà perché, dalla Torino – Lione. Oggi, dall’attuale tunnel del Frejus, ammodernato solo pochi anni fa, passano tre milioni di tonnellate di merce. Se si sommano i flussi merce sull’autostrada parallela si arriva a tredici. Alla base della rivolta del territorio valsusino vi erano, e vi sono questi dati.

LA RESPONSABILITÀ sarebbe dell’Unione Europea che sbagliò i calcoli, par di capire dal documento governativo, ma ormai è tardi per tornare indietro. Chiosa enigmatica, perché al momento della Torino – Lione Av non esiste un solo metro, a meno che non si prenda in considerazione un piccolo tunnel geognostico costruito in val Clarea. Piercarlo Poggio, docente presso il Politecnico di Torino fa parte del gruppo di accademici che hanno contrastato sul piano scientifico la tratta Torino – Lione Av, commenta: «Sono parole, quelle del Governo, che provano l’approccio scientifico tenuto dal movimento Notav: non abbiamo mai avuto una posizione ideologicamente contraria. I nostri sono sempre stati studi corretti, che provano l’inutilità dell’opera. A maggior ragione oggi è momento per tornare indietro, non per andare avanti come se nulla fosse».

IL TUNNEL DI BASE costerà 8,6 miliardi di euro ripartiti tra Francia e Italia nella misura del 42,1% e del 57,9%, al netto del cofinanziamento UE che copre il 40% del costo complessivo. L’Italia quindi spenderà tre miliardi di euro a cui si devono sommare 1,7 miliardi necessari per il potenziamento della linea storica: è il cosiddetto «Tav low cost».

Maurizio Pagliassotti
da il Manifesto 18-2-018

 

Conversione ecologica?

Conversione-ecologica

Conversione-ecologicaE grave che un problema così impellente come la crisi ecologica non sia al centro del dibattito elettorale nel nostro paese.

Le previsioni catastrofiche – ci ammonisce Papa Francesco in “Laudato Si” – non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia.

Siamo oggi sull’orlo del disastro ecologico.

Eppure continuiamo a procedere come se nulla fosse. La colpa è di tutti noi.

Primo della politica, oggi prigioniera della lobby degli idro-carburi, poi del movimento ambientalista, oggi più che mai frammentato e indebolito, e infine delle comunità cristiane che non hanno ancora colto la sfida lanciata da Papa Francesco con “Laudato Si“: la sfida di una conversione ecologica.

Il movimento ambientalista riteneva che l’Accordo di Parigi (COP 21-2015) avrebbe finalmente dato una forte spinta per forzare i governi a prendere drastiche misure per scongiurare la catastrofe ecologica. Ma purtroppo non ci eravamo accorti che Parigi era il frutto avvelenato delle lobby petrolifere USA, perché è solamente un Accordo e non un Trattato; inoltre ogni nazione ha la responsabilità di decidere i suoi impegni che non sono vincolanti.

Ci eravamo illusi che il movimento avrebbe potuto forzare i governi ad implementare l’Accordo: ciò non è avvenuto. L’arrivo poi di Trump, con la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, ha fatto il resto.

L’Italia, invece, che ha firmato l’Accordo, ha fatto ben poco per metterlo in pratica.

Con “Sblocca Italia“, il governo Renzi ha rilanciato con forza le trivellazioni per terra e per mare, prevedendo procedure semplificate per il rilancio dei permessi di ricerca e di estrazione. Sia Renzi che Gentiloni hanno poi continuato la politica degli inceneritori, delle discariche, della cementificazione selvaggia del suolo, della TAV, della TAP, delle megastrutture stradali e aeroportuali.

La questione ambientale – ha detto giustamente il senatore Manconi – riguarda il PD e tutta la politica italiana e rimanda a un deficit culturale dell’intera classe dirigente.
Dobbiamo riconoscere che i partiti italiani, in larga parte, sembrano avere un’unica preoccupazione: la crescita. Eppure sappiamo che una crescita costante e illimitata, sia in economia come nei comfort, è alla base della crisi ecologica.

Purtroppo dobbiamo anche riconoscere che il movimento in difesa dell’ambiente si è indebolito e annacquato. Col passare degli anni, i movimenti si sono appiattiti sui valori e le leggi dell’economia globalizzata – osserva il noto ambientalista Giorgio Nebbia. Molti sono diventati collaboratori dei governi nelle imprese apparentemente verdi.

In questo indebolimento hanno giocato anche fattori come visibilità, protagonismo, individualismo, ricerca di potere. Purtroppo anche quel forte movimento in Campania (contro discariche, rifiuti tossici, roghi) si è sciolto come neve al sole.

Ma altrettanto deludente per me è il fatto che dalle comunità cristiane non sia nato un forte impegno ecologico in seguito all’enciclica “Laudato Si“, un testo straordinario di Papa Francesco, ma che trova difficoltà a essere fatto proprio dai fedeli, forse perché anche preti e vescovi non l’hanno fatto proprio. Infatti non è ancora nato un serio movimento in seno alla chiesa in Italia.

E’ un peccato questo perché in questo momento epocale un serio impegno da parte della comunità cristiana potrebbe rafforzare il movimento in difesa dell’ambiente.
Solo insieme, credenti e laici, potremo realizzare un grosso movimento popolare per forzare i partiti e il nuovo governo a mettere al centro il problema ecologico.
E’ un compito fondamentale per tutti noi, credenti e laici. Solo insieme ci possiamo salvare.

L’Accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale – affermano giustamente G. Honty e E. Gudynas di Via Campesina.
La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre questo tipo di accordi e realizzare misure effettive, reali, concrete, contro il cambiamento climatico.
Molte saranno costose e dolorose, ma il compito è urgente.

A quando la conversione ecologica?

Alex Zanotelli
Napoli,17 febbraio 2018

Grande è la confusione sotto il cielo della politica sanitaria lombarda.

Questa-riforma

Questa-riformaTanta ed evidente è l’incompetenza e l’inadeguatezza di responsabilità dei politici mostrata nel diritto alla Salute Pubblica, che hanno trovato normale trasformare i malati cronici (oltre 3.350.000) da pazienti in clienti di “gestori” privati demandati alle loro cure.

Nessuna delle forze di opposizione presenti nel Consiglio Regionale ha mosso critiche o si è opposta alle delibere della Giunta Lombarda.

Appare sconcertante l’incapacità del politico di governare il diritto alla salute in quanto Bene Pubblico, fondamentale per la vita.

Ne sono conseguenti la disorganizzazione, gli sprechi, le logiche spartitorie delle poltrone,…, che hanno prodotto e producono disfunzioni, malcontenti, … oltre a perdite economiche che diventano l’alibi per delegare, affidare la gestione pubblica della salute a “gestori” privati e ai loro guadagni.

La salute non è una merce.

L’assemblea di ieri sera, 13 febbraio, come quella del 23 novembre dello scorso anno, in Biblioteca a Baggio, ha visto grande interesse circa il processo di riforma della sanità lombarda, la quale appare sempre più priva di “politica“, oltre che di buon senso, tanto si presenta confusa, imprecisa rispetto alle necessità dei pazienti, mentre appare chiaro e determinato l’indirizzo teso alla privatizzazione del Servizio Sanitario Lombardo.

Quando non è la “politica” a produrre la riforma:
la riforma non è “politica”.

Di questo abbiamo parlato ieri sera alla Biblioteca di Baggio in una assemblea molto partecipata e attenta.
Presenti Alessandro Braga, conduttore della trasmissione sulla salute a Radio Popolare “37e2” e il dottor Maurizio Bardi, medico di base e di Medicina Democratica.

La “colossale disattenzione” dell’opposizione al Consiglio Regionale è stata la prima osservazione critica fatta circa le responsabilità attinenti alle delibere emanate dalla Giunta Lombarda in merito alle cure sanitarie dei malati cronici e del mancato rapporto con la dimensione “Socio-Sanitaria” territoriale.

Nel merito il dott. Maurizio Bardi, utilizzando delle slide –Slide – Riforma Sanitaria lombarda– ha illustrato e spiegato le ragioni e le criticità di una riforma confusa e imprecisa che rischia di proporsi come modello anche per altre Regioni, oltre alle conseguenze che potrebbero ricadere sul futuro del Medico di Base.

14 febbraio torna nel mondo ONE BILLION RISING

OBR

OBRUn miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine
Crescere! Resistere! Unire!

Ancora una volta, il tema di SOLIDARITY rimane al centro di One Billion Rising 2018.

Stiamo entrando in un periodo definito da una feroce escalation di attacchi fascisti, imperialisti e neoliberali sulla vita delle persone in tutto il mondo. E i più emarginati – classe lavoratrice, minoranza e donne ai margini in ogni parte del globo – sperimentano l’impatto e sono costretti a confrontarsi con questi attacchi per il loro benessere, i loro diritti e le loro case.

In risposta all’elezione di Trump negli Stati Uniti, unendosi all’emergenza di altri leader anti-donne, anti-popolo e governi di tutto il mondo, stiamo assistendo ad un massiccio aumento globale di movimenti e all’impegno profondo e continuo, che creano una forte solidarietà e un’energia dinamica per una crescente resistenza ovunque – per i diritti delle donne e di genere, la protezione e difesa delle terre indigene e dei diritti delle popolazioni indigene, contro il fascismo e la tirannia, discriminazione e razzismo, saccheggi e distruzione ambientali, avidità delle multinazionali, violenza economica, povertà, brutalità dello stato e repressione, guerra e militarismo.

Quest’anno, l’OBR è destinata ad aumentare i RISING contro tutte le forme di violenza contro le donne – inclusa una crescente resistenza contro i sistemi che causano altre forme di violenza: imperialismo, fascismo, razzismo, capitalismo e neoliberismo – e continuerà a mettere in risalto dove questi problemi si interconnettono.

L’OBR 2018 continua a sostenere il tema di “Solidarietà contro lo sfruttamento delle donne“, poiché le politiche neo-liberiste e il capitalismo rapace sono diventati il motore della maggior parte dei governi, portando conseguenze profonde alla classe operaia e ai settori marginalizzati.
Lo sfruttamento e la povertà senza precedenti che devastano la maggior parte del mondo stanno diventando più difficili e impossibili da ignorare.

La sofferenza ha raggiunto nuove vette e quest’anno l’OBR sta assistendo a una nuova, dinamica e radicale militanza e vitalità che si oppone e si innalza contro tale repressione e oppressione.

Un focus continua a rimanere su “Sfruttamento“, perché le donne di tutto il mondo stanno soffrendo il regno del neoliberismo che ha peggiorato le condizioni sociali ed economiche per le donne.

La fame ha raggiunto nuovi livelli e la povertà non può più essere esclusa come una forma distinta di violenza. Disoccupazione, senzatetto, sfruttamento lavorativo, lavoro forzato, tagli di governo ai servizi sociali, assenza di terra, contrattualizzazione, abbassamento del salario minimo, privatizzazione, sfollamento da guerre, militarizzazione e clima, disastri ambientali causati dall’avidità delle imprese, traffico umano e sessuale e altro – tutti risultati di un sistema globale che sta facendo precipitare il mondo nella crisi economica – prestano ad altre forme di violenza che vanno di pari passo con l’atroce povertà, fame e privazione.

Il tema dello sfruttamento mette in evidenza, in particolare, i lavoratori che aumentano ovunque.
Dalle donne contadine e dalle comunità indigene che si innalzano contro industrie estrattive come l’estrazione mineraria, la trivellazione petrolifera, il fracking e il saccheggio dell’ambiente e delle risorse naturali, agli operai che si oppongono agli abusi delle multinazionali all’interno delle zone di esportazione, agli infermieri che si alzano per migliorare la paga e la dignità del lavoro, i lavoratori del governo in aumento contro i propri datori di lavoro, i lavoratori del ristorante in aumento per il salario minimo, i lavoratori migranti e domestici in aumento contro le pratiche di lavoro abusive, i lavoratori in abiti in aumento per la sicurezza sul posto di lavoro, i lavoratori in tutto il mondo in aumento per vivere salario, sicurezza, dignità, uguale retribuzione e altro ancora.

Le donne lavoratrici di tutto il mondo stanno crescendo contro gli attacchi neoliberali ai salari e contro il degrado dei lavoratori, ridotti a nient’altro che ingranaggi, parte di una ruota capitalista globale che continua a produrre profitti che non tornano ai lavoratori. Stati, Nazioni, Istituzioni Internazionali che così spesso pretendono di salvaguardare il benessere del popolo, sanciscono questo sfruttamento economico – ma esistono solo per essere i fornitori imperialisti di capitale – e quindi, le avanguardie di sfruttamento.

Il 2017, ha visto lavoratori, gruppi di minoranza e le comunità più emarginate rimontare anche di fronte alla repressione, l’inganno, la manipolazione e la violenza. Ma a causa della forza della solidarietà, le risposte vedevano anche un’energia collettiva e una resistenza politica che non potevano essere schiacciate.

La nostra richiesta di SOLIDARIETÀ è locale e globale e include, ma non è limitata a

Rising Against ...

– Guerra
– Tirannia
– Razzismo
– Fascismo
– Violenza contro le donne
– Sfruttamento dei lavoratori
– Imperialismo
– Risorse e sfruttamento della terra
– Distruzione del clima
– Povert
– Misoginia
– Patriarcato
– Sessismo
– Discriminazione di genere

E’ in aumento per:
– Uguaglianza delle donne, sicurezza e libert
– Diritti dei rifugiati
– Diritti dei migranti
– Giustizia climatica
– Diritti riproduttivi
– Formazione scolastica
– Stampa libera
– Sicurezza dei difensori dei diritti delle donne
– Diritti costituzionali
– Educazione civica e sessuale
– Diritti LGBTQI

Come negli anni precedenti, la classe lavoratrice, le donne di base, le minoranze e le donne emarginate continueranno a guidare in modo feroce e dinamico le donne che sono state maggiormente colpite dalle politiche anti-donne, anti-democratiche e anti-popolari.

RESISTERE

L’entità della sofferenza delle donne continua a generare resistenza creativa e politica nel movimento One Billion Rising come non avevamo mai visto prima.
Quello che è iniziato come una protesta di danza creativa in tutto il mondo sta emergendo come una resistenza creativa collettiva che usa l’arte e la solidarietà come potenti strumenti di protesta contro tutte le forme di violenza.

Oggi, One Billion Rising sta crescendo e va oltre l’opposizione degli effetti del patriarcato e della violenza fisica e sessuale alle donne: confrontarsi e resistere ai sistemi capitalisti, imperialisti e fascisti globali che causano e sostengono forme peggiori di povertà, forme di lavoro senza precedenti, economiche e sfruttamento sessuale, traffico di esseri umani e sessuali, migrazioni forzate, violenze e guerre sponsorizzate dallo stato, razzismo ed esclusione, abusi e saccheggi ambientali, militarizzazione e spostamenti interni e internazionali.

Un aumento di un miliardo ci mostra che le donne svolgono un ruolo cruciale in questa resistenza, creando movimenti di solidarietà, mentre guidano dalla prima linea delle lotte locali, nazionali e internazionali.

Ci mostra che le donne continuano a organizzarsi ovunque, sfruttando l’energia collettiva, costruendo la speranza e la solidarietà, e usando creatività e visione mentre innalzano la coscienza politica nella loro determinazione incrollabile e feroce verso un futuro di libertà, uguaglianza, rispetto e dignità.

da: https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.onebillionrising.org/about/campaign/&prev=search

Quelle narrazioni che amplificano la spirale della violenza

Spirale-violenza

Spirale-violenzaL’APPELLO.

Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche

Siamo studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, preoccupati dal dilagare dell’odio nei media italiani.
Odio verso le donne, i migranti, i figli di migranti, la comunità Lgbtq.
Un odio che è ormai il piatto principale di moltissimi talk show televisivi nei quali vige da tempo la politica dei microfoni aperti, senza nessuna direzione o controllo. E spesso le parole che escono fuori da alcuni dibattimenti televisivi sono parole che mettono fortemente in crisi o addirittura contraddicono l’essenza stessa della nostra Costituzione, il richiamarsi a un patto antifascista e democratico.

L’attentato di Macerata, dove un simpatizzante neonazista ha cercato la strage di uomini e donne africani, è qualcosa che ci interroga nel profondo. Le vittime sono diventate il bersaglio di un uomo la cui azione terroristica si è nutrita della narrazione tossica veicolata non solo da internet ma anche dal mainstream mediatico. Dopo quello che è successo non possiamo restare in silenzio. Serve una maggiore assunzione di responsabilità, serve un nuovo patto fra chi fa comunicazione e i cittadini.

Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori.
Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.

Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna.
Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.

Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.

Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri.
Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite.
Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione.
E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Seguono le firme – Vedi: https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/

 

Qualcuno, prima o poi, ce ne chiederà conto

La-rabbia

La-rabbiaUn’altra tragedia annunciata a poche ore dall’avvio del nuovo programma dell’agenzia Frontex, Themis, che riduce ancora di più l’azione di salvataggio delle forze europee, rendendo sempre più difficile soccorrere le persone e portarle in Italia, vanificando, di fatto, la speranza di raggiungere un paese sicuro nel quale chiedere protezione e aumentando invece il numero di coloro che, intercettati dalla Guardia Costiera Libica, saranno rispediti nel paese da cui cercavano di fuggire.

Nel mese di gennaio in Italia (dati del ministero dell’Interno) sono arrivate circa 4.000 persone via mare, la maggior parte dalla Libia. Sono meno di quelle arrivate nel 2016 (5.182) e nel 2017 (4.247). Nello stesso mese di gennaio la guardia costiera libica (dati pubblicati sul loro sito) ha riportato indietro circa 1.500 persone. Il dato spiega perché c’è stata questa diminuzione degli arrivi di cui Minniti, il nostro governo, e l’Europa vanno molto fieri.

Quelle 1.500 persone sono state caricate su motovedette pagate dall’Italia con le risorse destinate alla cooperazione internazionale. Sono state rinchiuse negli stessi centri dai quali erano scappate, lager in cui si muore, si subiscono violenze di ogni tipo, si viene ricattati. Detenzione di massa, arbitraria e a tempo indeterminato di cui parla anche il recente rapporto di Amnesty International.

Molti di coloro che vengono riportati nell’inferno libico torneranno a esser schiavi: le ragazze e i ragazzi dell’africa subsahariana che riescono a raggiungere il nostro Paese hanno iniziato a raccontare quel che gli europei hanno visto in tv. Parlano di schiavitù, ricordano come i libici li acquistassero all’asta per portarli a lavorare nelle loro terre. E tantissimi sono minorenni.

E nonostante tutto ciò, il nostro governo non ha alcun pudore nel vantarsi per la diminuzione degli arrivi. Come non l’ha avuto esattamente un anno fa, quando ha siglato l’accordo con il governo, provvisorio e non riconosciuto dalla maggioranza dei libici, di Al Serraj.

Nessuna vergogna per la recente decisione di inviare truppe in Niger, a sorvegliare la frontiera con la Libia e impedire ai migranti di attraversarla.
Nessuna vergogna per l’espulsione arbitraria di cittadini sudanesi in base all’accordo firmato dal capo della polizia italiana con il suo omologo sudanese, per riportare «a casa» i rifugiati del Darfur, mettendoli nelle mani di un dittatore sul quale pendono due mandati di cattura internazionali per crimini contro l’umanità.
Tutte azioni per le quali c’è poco da andar fieri, ma che hanno fatto di Minniti il ministro più popolare del Governo Gentiloni, il suo fiore all’occhiello.

La campagna razzista di diffamazione contro le persone di origine straniera e le organizzazioni che ne promuovono i diritti, è uno degli strumenti, forse il principale, usato per raccogliere consenso in Italia e oramai in tutta Europa.

C’è un razzismo esplicito, quello delle frasi che cominciano con «io non sono razzista ma…», che ricorre ad affermazioni false, ma ormai sedimentate: l’invasione, i clandestini, il pericolo per la sicurezza, l’incompatibilità culturale («non sono integrabili»).
E poi c’è un «razzismo democratico», politicamente corretto (o aspirante tale), che si pone l’obiettivo di sottrarre spazio ed elettori alle destre, con risultati di indubbio insuccesso.

A quest’ultima categoria appartiene la dottrina Minniti, rappresentante di quella corrente della famiglia socialista europea che ha deciso di intraprendere questa strada oramai tanti anni fa con l’inglese Blair e con il nostrano Veltroni (chi si ricorda dell’omicidio Reggiani e delle scintille securitarie dell’allora sindaco di Roma?).

Le scelte del nostro «ministro dell’insicurezza percepita», in quest’ultimo anno, puntano su due assi principali: non fare arrivare sulle nostre coste le persone in cerca di protezione (si chiama esternalizzazione delle frontiere) e criminalizzare i rifugiati (con la legge Orlando Minniti) e coloro che cercano di tutelarne i diritti (le Ong, con il Codice Minniti).

Intanto il Mediterraneo continua a ingoiare vite umane. Nel mese di gennaio si registrano, senza contare i 90 dispersi di ieri, 250 morti, rispetto ai 90 del gennaio 2016 e ai 225 del gennaio 2017. Una strage che ha mandanti facilmente individuabili.
La responsabilità è nostra, dell’Italia e dell’Europa.

Qualcuno, prima o poi – speriamo molto presto – ce ne chiederà conto davanti ad un tribunale nazionale o internazionale.  Con o senza campagna elettorale.

Filippo Miraglia  (vicepresidente dell’Arci, candidato con Leu)

Il Manifesto 03.02.2018

Il debito bugiardo della politica

Debito-pubblico-2

Debito-pubblico-2Forse è solo una questione di onestà intellettuale, o forse è indice di incompetenza politica circa la natura e la funzione del debito che grava sui conti dello Stato italiano: oltre 2250 miliardi di euro.

La realtà è che, nella propaganda elettorale, la questione del debito italiano non viene affrontata con la dovuta attenzione, eppure il debito pesa come un macigno sulla “miseria” della popolazione: in 20 anni l’Italia ha pagato 1700 miliardi di interessi sul debito.

I politici non la raccontano giusta quando promettono a vanvera.
Fare i conti senza l’oste!
Piuttosto che raccontare favole è meglio tacere.
Però anche il silenzio è parte della favola che non racconta la realtà vera.

Di per sé il debito può avere effetti positivi se finalizzato alla produzione, all’occupazione, ai servizi, …, ma quando il debito serve ad arricchire gli speculatori privati che godono dei benefici degli interessi, il danno per la comunità diventa sempre più gravoso e soprattutto lo Stato Italiano, la sua politica di governo risulta sempre più subalterna ai creditori.

Il tema della finanza e del debito in particolare può apparire molto complesso, sicuramente non possiamo ignorarlo proprio per il peso che ha sulle nostre condizioni di vita, ma anche per evitare di cadere nelle trappole delle favole (anche se ben raccontate) dei mestieranti della politica.

Proponiamo l’ascolto di una intervista a Marco Bersani di Attac Italia che spiega in termini semplici e lineari  “Perché non ti fanno ripagare il debito”

http://www.byoblu.com/post/2018/01/14/perche-non-ti-fanno-ripagare-debito-marco-bersani.aspx

Oh! Oh!

Armi
ArmiQualcuno se l’è presa a male. Qualcosa gli è andata di traverso.

Il “decoro urbano“, l'”ordine pubblico“, non hanno gradito che liberi cittadini abbiano manifestato un legittimo desiderio: mantenere a verde l’area della ex Piazza d’Armi.

Tanto è stata bella e partecipata la festa dei cittadini – domenica 28 gennaio – che hanno voluto manifestare pubblicamente che quell’area non venga cementificata e concessa ad uso esclusivo privato, quanto è stata violenta e sconsiderata l’azione della Pubblica Amministrazione nel voler cancellare ogni “velleità” espressa liberamente dal popolo.

Distruggere, rompere, gettare a terra, le scritte, i disegni, le affermazioni di diritto, oltre a voler segnalare alla Polizia i nomi delle persone che cercavano di recuperare una parte di quelle testimonianze, ci sembra un po’ una vigliaccata.

Un governo della città così brutale da non sapere e volere cogliere una rivendicazione popolare espressa con tanto calore e simpatia per il Bene Pubblico, non fa una … “bella figura” di sé,

soprattutto quando l’Amministrazione propone di trattare un Bene Pubblico come un interesse privato, speculativo.

Per questo, per una mera logica di “fare cassa“, sono scattate modalità repressive.

E’ la legge – quella di Minniti-Orlando – sul “decoro urbano” che “obbliga” l’Amministrazione ad intervenire con fermezza.

Bella scusa!

La realtà è la Grande Speculazione che su quell’area pensa di metterci le mani.

Va denunciata la volontà assurda (ancora una volta per motivi di sicurezza e decoro urbano), si vuole alienare, abbattere, radere al suolo un grande Bene Pubblico disponibile alla socialità, come lo sono gli ex magazzini militari, ancora in buono stato.
Per contro è evidente la denuncia dei cittadini all’Amministrazione per l’abbandono e l’incuria dell’area e dei magazzini perché non muove un dito per liberare questi spazi alla socialità; finge di non sapere che da alcuni anni, gruppi di cittadini, sull’area e sulle pertinenze, hanno elaborato progetti sociali e produttivi.

La domanda è d’obbligo: è possibile che a fronte di spazi e aree disponibili la logica – in primis – sia sempre quella della rendita e poi quello che avanza

Questa modalità e le regole che vengono praticate sono proprie di un potere che per garantire sé stesso restringe sempre più la partecipazione e la democrazia.

Queste modalità “abusive” della gestione della Cosa Pubblica, in particolare con riferimento alla ex Piazza d’Armi, chiama tutta la città a ribellarsi.

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Coordinamento Comitati e Associazioni per la Piazza d’Armi

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PRESIDIO PER DIFENDERE PIAZZA D’ARMI

domenica 28 febbraio 2018

L’INCUBO DEL SINDACO

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foto1Per il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, la notizia è di quelle che fa tremare i polsi.

Ieri pomeriggio alcune centinaia di persone, allegre, determinate hanno dato visibilità al un Bene Pubblico di grande valore che sta per essere ceduto alla speculazione.

Si tratta di un grande polmone verde – 35 ettari – che si affaccia sulla via Forze Armate sul quale sono in corso trattative per la vendita a soggetti privati.

E’ iniziata così anche la lotta per la difesa dei parchi, quando, l’allora Commissario per Expo Sala, avrebbe voluto che una “stupida” via d’acqua attraversasse i parchi di Trenno e delle Cave.

Lungo tutti i 400 metri della cancellata che si affacciano sulla via Forze Armate, sono stati esosti bellissimi striscioni  – Vedi le foto -. Una dichiarazione esplicita della volontà popolare circa il destino che deve avere quell’area per il bene della comunità.

Per troppi anni la storica Piazza d’Armi di Milano, un polmone verde che con le sue strutture di servizio supera i 40 ettari, è rimasta ostaggio della burocrazia: inutilizzata dallo Stato, chiusa ai cittadini.
In questa grande area, da troppi anni abbandonata, la natura si è ribellata facendo fiorire un grande spazio alberato dove moltissime specie animali hanno trovato un inconsueto habitat.

Esaurita la funzione pubblica prima di aeroporto, quindi di campo di esercitazione oggi il Ministero della Difesa ha ceduto la proprietà ad Invimit SGR con l’obiettivo di vendere e fare cassa con la complicità del Comune di Milano che nel PGT prevede la stessa cementificazione di Citylife e va all’incasso di una quota sulle vendite più gli oneri urbanistici.

Oggi l’amministrazione comunale è in trattativa privata con L’Inter per la costruzione del suo “campus sportivo”: meno palazzi sul perimetro dell’area ma tutto il verde privatizzato e … sintetico.

Senza pudore.

Pochi giorni orsono  la sig.ra Carmela Rozza, assessora alla sicurezza del Comune di Milano e Pierfrancesco Maran, assessore all’urbanistica verde e agricoltura hanno dichiarato di voler abbattere le infrastrutture, un ricco patrimonio pubblico ancora valido e in buono stato, lasciato al degrado per lunghi anni dall’insipienza amministrativa, per non permettere a qualche decina di “poveri cristi” di dormirci dentro.

Anche il Consiglio di Zona, che si era mobilitato per “liberare” i magazzini dagli occupanti, sul patrimonio verde ha deciso un solo voto: difendere il privato interesse della società “Milano Polo Club” che gestisce in quell’area un campo per il gioco del polo.

Noi rivendichiamo

Esaurita la funzione pubblica prima di aeroporto, quindi di campo di esercitazione, la Piazza d’Armi va restituita agli abitanti di Milano.

Abbiamo un bisogno vitale di aria pulita, spazi verdi, terreni agricoli per prodotti a km.0, imprese sociali e culturali.

Il Coordinamento dei Comitati e dei cittadini per la Piazza d’Armi ha intrapreso la giusta lotta per la difesa di questo prezioso bene pubblico da cemento e privatizzazione.

Vogliamo sottrarre questo spazio all’incuria e restituirlo alla collettività.

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Il verde non è solo il colore della Natura,
ma è un polmone che respira con noi aria nociva
e ci restituisce l’ossigeno necessario alla nostra salute.
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