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I cinque imperi militari del mondo

Gli Stati Uniti sono ancora l’unica superpotenza del mondo, se con questo termine si intende il paese con la maggiore presenza militare sul pianeta. 

Queste mappe, prodotte nel 2016 dall’Istituto svizzero per la ricerca energetica e sulla pace (Siper), mostrano la distribuzione geografica delle basi militari straniere di cinque tra i paesi con i maggiori bilanci della difesa, nonché i soli con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu: gli Stati Uniti d’America, la Russia, la Cina, il Regno Unito e la Francia.

Washington ha speso 611 miliardi di dollari per la propria difesa nel 2016 e possiede 587 basi militari in 42 paesi, oltre alle più di quattro mila situate sul proprio territorio. 

È più facile elencare i paesi in cui non sono presenti le forze armate statunitensi, sia nel continente americano che in Europa, la maggior parte delle isole dei Caraibi per esempio, o paesi come Argentina, Cile e Venezuela non ospitano soldati statunitensi.

Per quanto riguarda il vecchio continente, i paesi che non hanno una stabile presenza militare sono: Irlanda, Austria, Svezia, Finlandia, che pur appartenendo all’Unione europea non partecipano alla Nato; la Svizzera, un paese neutrale per eccellenza, la Serbia e il Montenegro, ex nemici nelle guerre degli anni Novanta, anche se il piccolo stato balcanico sta per entrare nella Nato.

Nonostante la precedente appartenenza all’Unione sovietica, ci sono truppe degli Stati Uniti anche in Ucraina, Georgia, Armenia e Albania. Naturalmente però, la Russia e il suo fedele vicino bielorusso non ospitano militari di Washington.

In Africa, l’esercito statunitense è presente in tutto il nord, dal Marocco all’Egitto, Libia inclusa. Inoltre le truppe di Washington hanno una base praticamente in ogni paese del Medio Oriente, eccetto in Siria e Libano e, ovviamente, in Iran. Ma gli Stati Uniti non sono gli unici a impegnare stabilmente i propri militari all’estero. 

Le mappe dell’istituto svizzero infatti sostengono che il Regno Unito e la Francia hanno basi militari in 11 differenti paesi. La presenza francese si concentra sull’Africa, in particolare su una serie di ex colonie, dal Senegal e dalla Mauritania sulla costa occidentale del continente attraverso Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Niger, Ciad fino alla Repubblica Centrafricana. Parigi estende la sua influenza anche su Gabon e Gibuti. La piccola città-stato a dire il vero ospita militari da diversi paesi, inclusa la Cina e l’Italia.

Questa vasta area era una volta conosciuta come Françafrique, un termine tornato in auge con la campagna elettorale presidenziale del 2017. L’esercito francese interviene comunque regolarmente per sostenere i governi della regione e sopprimere le ribellioni. 

Il Regno Unito ha proprie truppe in Germania dalla seconda guerra mondiale e mantiene una presenza militare anche negli Emirati Arabi Uniti. I soldati di Sua maestà sono stribuiti in tutto l’ex impero coloniale britannico: Cipro in Europa; Canada e Belize nelle Americhe; Sierra Leone e Kenya in Africa; Qatar in Medio Oriente e Singapore e Brunei nel sud-est asiatico.

La presenza in Afghanistan è naturalmente dovuta alla lotta della NATO contro i talebani. Il Nepal, strategicamente posizionato tra la Cina e l’India, non ha mai formalmente fatto parte dell’impero britannico, ma ha sempre subito una forte influenza britannica per la maggior parte del XIX secolo. 

La Russia invece mantiene basi militari in altri 9 paesi, tutti ex Stati membri dell’Unione Sovietica. Questi includono Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.

La Russia mantiene basi anche in altre due repubbliche sovietiche, ma senza il permesso del governo locale: uno in Transnistria, una repubblica autoproclamatasi in Moldavia e quattro in Ossezia del Sud e cinque in Abkhazia, due regioni separatiste della Georgia. In più Mosca mantiene i propri militari in Vietnam e in Siria.

Al momento, l’unica base militare della Cina al di fuori del suo territorio si trova a Gibuti, dove, come già detto sono presenti anche soldati di altri paesi. Djibouti non è comunque l’unico paese in cui i convivono militari di diverse potenze, in alcuni casi ostili tra loro. La mappa che mostra la presenza militare americana e russa in tutto il mondo, rispettivamente in blu e rosso, evidenzia quei paesi, segnati in verde, in cui entrambi i paesi hanno stabilito delle basi permanenti: Moldova, Georgia, Kirghizistan e Vietnam.

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https://www.tpi.it/foto/cinque-imperi-militari-del-mondo/
Alcune mappe, prodotte nel 2016 dall’Istituto svizzero per la ricerca energetica e sulla pace, mostrano la distribuzione geografica delle basi militari straniere di cinque tra i paesi con i maggiori bilanci della difesa


Questa mappa mostra in blu i paesi che ospitano basi militari statunitensi, in rosso quelli che hanno una stabile presenza di militari russi. In verde sono segnate le nazioni che presentano basi di entrambi i paesi.


Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari degli Stati Uniti d’America

Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari russe

Questa mappa mostrano i paesi che ospitano basi militari cinesi


Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari della Francia

Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari del Regno Unito

Un chiaro invito ad armarsi

La fiera dei feudi intoccabili

Sabato scorso il segretario della Lega, Matteo Salvini, si è presentato trionfante alla fiera delle armi di Vicenza, HIT Show, per raccogliere gli applausi non solo dei cacciatori veneti, degli “sportivi” e dei cosiddetti “appassionati”, ma soprattutto dei produttori bresciani di armi. Ci è andato per rassicurarli che entro marzo sarà approvata la nuova legge sulla legittima difesa. Quella che, a suo dire, permetterà “agli onesti cittadini” di “difendersi in casa propria” senza dover incorrere in estenuanti e costosi processi. Una legge fatta apposta per realizzare il motto tenacemente ripetuto dal leader del Carroccio: “la difesa è sempre legittima”.

Legittima difesa? Sì ma con le armi!

Checché ne dica Salvini, il disegno di legge che è attualmente in seconda lettura al Senato, costituisce un chiaro invito ad armarsi. Il testo recita, infatti, che “sussiste sempre il rapporto di proporzione tra offesa e difesa” se taluno legittimamente presente nell’abitazione o in un altro luogo di privata dimora, o ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale, “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”.

Si introduce così una presunzione di tutti i requisiti della legittima difesa, presunzione che è da ritenersi assoluta, considerato il ricorso all’avverbio “sempre”. Come ha evidenziato con un comunicato l’Associazione italiana dei professori di Diritto penale (Aipdp) questo disegno di legge trasforma l’attuale “diritto di legittima difesa” in “diritto di difesa”. E soprattutto in diritto di difesa con le armi.

Una riforma pericolosa

La situazione attuale dei reati e dei delitti in Italia non giustifica l’assunzione di misure che potrebbero invece avere conseguenze devastanti sulla sicurezza dei cittadini. Furti e rapine nelle abitazioni e nei negozi sono in costante calo. Non solo: secondo i dati del Viminale, presentati in una ricerca di Marzio Barbagli e Alessandra Minello dal titolo “L’inarrestabile declino degli omicidi”, anche gli omicidi sono in forte calo rispetto all’inizio degli anni Novanta (da 1442 nel 1992 a 397 nel 2016): in particolare mostrano una consistente diminuzione quelli compiuti dalla criminalità comune (da 879 a 144) e dalla criminalità organizzata (da 342 a 55). Ma soprattutto sono più che dimezzati gli omicidi per furti o rapine: si passa da una media annuale di oltre 70 ad inizio anni Novanta a circa 30 nell’ultimo quinquennio, di cui 19 nel 2016. E sono stati 16 nel 2017.

Di contro, nel 2016 gli omicidi non attribuibili alla criminalità bensì di tipointerpersonale ammontano a 128 e costituiscono quasi un terzo di tutti gli omicidi perpetrati in Italia (397). Ciò sta a significare che oggi il pericolo maggiore per l’incolumità delle persone non consiste nelle rapine in abitazioni o in esercizi commerciali, ma nell’ambiente familiare e interpersonale. Quello che, appunto, la nuova legge sulla legittima difesa si propone di armare col pretesto del difendersi dai ladri.

Un favore ai produttori di armi

Ma allora a cosa e, soprattutto, a chi serve la nuova legge sulla legittima difesa? Serve soprattutto ai produttori di armi. Le attività legate alla caccia, quelle che tradizionalmente hanno favorito la vendita di fucili, sono da anni in calo. Le aziende hanno urgente bisogno di trovare nuovi acquirenti. Certo un po’ di nuovi appassionati di tiro al volo ci sono. Aumentano anche i sedicenti sportivi e soprattutto quelli che prendono la licenza solo per avere un’arma in casa. Ma è poca cosa. Va perciò creato un nuovo mercato, quello appunto delle armi da difesa personale (pistole, revolver, fucili a pompa e anche fucili semiautomatici, si proprio quelli che vengono usati per fare stragi in America).

Per incentivare questo mercato occorre far leva sulla paura e sulla necessità di difendersi. Ed è qui che la modifica della legge sulla legittima difesa arriva a pennello. Non è un caso, allora, che l’anno scorso, Matteo Salvini abbia firmato proprio a HIT Show un “Impegno d’onore” con un’associazione che ha ricevuto il pieno sostegno dei produttori e dei rivenditori italiani di armi. Associazione che, pur avendo pochissimi iscritti (“poche migliaia”, dice il suo presidente che, stranamente, non è mai in grado di riferire il numero preciso), serve perfettamente agli scopi di produttori e rivenditori di armi: quella, cioè, di stabilire un filo diretto –  e senza esporsi in prima persona –  con un referente politico di caratura nazionale in grado di incentivare il mercato delle armi. Il voto per lui è assicurato. E da allora Salvini non ha perso occasione per farsi scattare foto con un fucile in mano.

HIT Show, la fiera delle armi

Qui torna in ballo HIT Show. Il salone fieristico che da cinque anni si tiene a Vicenza e che quest’anno si è rifatto il look aggiungendo, per la passione per le scampagnate fuori porta, “Outdoor Passion”. Fin dalla prima edizione è stato chiaro – a chi non aveva i paraocchi – che la fiera vicentina costituisce un’abile operazione ideologica per incentivare la diffusione delle armi. E, proprio per questo, è subito diventata la passerella elettorale prediletta da diversi rappresentanti della destra, Lega e Fratelli d’Italia in testa. Anche quest’anno è servita perfettamente allo scopo in vista delle prossime elezioni europee.

Come noto, Hit Show è l’unico salone fieristico in tutti i paesi dell’Unione europea in cui sono esposte tutte le armi cosiddette “comuni” (cioè praticamente tutte tranne quelle “da guerra”), nel quale è permesso l’accesso al pubblico compresi i minori “accompagnati da un adulto” e nel quale e – sta qui il punto – basta acquistare uno spazio espositivo e si può svolgere qualsiasi attività, tra cui raccogliere firme per iniziative di rilevanza politica (come proposte di legge per la “legittima difesa”, per petizioni e campagne contro le norme europee, ecc.), organizzare eventi cosiddetti “culturali” con i rappresentanti di un solo partito, invitare parlamentari per trovare agganci politici per le proprie iniziative e finanche fare propaganda elettorale.

HIT Show, un feudo intoccabile

Mi sono chiesto spesso come persone non certo favorevoli alla diffusione delle armi. come l’ex sindaco di Vicenza, Achille Variati, e l’attuale sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, non siano riusciti, nonostante il loro ruolo di rappresentanti istituzionali delle Amministrazioni pubbliche principali azioniste di Italian Exhibition Group (IEG), a far adottare agli organizzatori di HIT Show (IEG e ANPAM) alcune semplici regole di responsabilità sociale l’impresa atte a garantire che la manifestazione fieristica sia conforme alle finalità dichiarate e cioè sia una manifestazione dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor. Me lo sono chiesto anche in considerazione delle pressanti richieste a loro rivolte fin dalla prima edizione da associazioni nazionali (come l’Osservatorio OPAL e Rete Disarmo) e da numerose associazioni locali. Richieste che sono state ribadite con forza anche nei giorni scorsi.

Non ho trovato risposta. Ma credo di non essere troppo lontano dal vero nell’affermare che HIT Show rappresenta per alcuni promotori del salone fieristico un vero e proprio feudo. Lo è per la Confavi (Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane), quella che all’entrata in fiera distribuisce borse gialle con inclusi manifestini elettorali (si veda il video dell’anno scorso di “La Repubblica” dal min. 3:45). E soprattutto per i produttori di armi. Nella mentalità feudale del “paroni a casa nostra” (padroni a casa nostra) non c’è spazio per la modernità della responsabilità sociale d’impresa. La fiera è il mio castello: “Fòra o sparo!”.

Giorgio Beretta
Fonte: Unimondo.org

Dignità e diritti universali

Il 16 febbraio saremo in piazza, di nuovo a Milano per continuare insieme l’opposizione dal basso all’apertura di Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), a partire da quello di via Corelli a Milano, e alle politiche razziste e repressive che hanno trovato la loro massima espressione, oggi, nel DL Salvini.

Sarà un’altra tappa di un percorso che vuole parlare alla città, fatto di azioni  capaci di coinvolgere i territori e di pressione sulle Istituzioni affinché accolgano i punti di rivendicazione contenuti nell’appello condiviso e pubblicato dalla Rete “Mai più Lager – No ai CPR”.

Vogliamo porre l’attenzione sulla molteplicità dei risvolti che il DL avrà sulle vite di tutte e tutti (che richiede ferme prese di posizione e provvedimenti concreti alle amministrazioni territoriali, modifiche legislative e inversioni di rotta al governo centrale, e sovvertimenti delle politiche migratorie alla UE), e non solo su temi strettamente di immigrazione.

Una data che impone di costruire orizzonti più ampi e sfidanti.

E ciò avrà riflesso anche sull’iniziativa del 16 febbraio, che non avrà come meta via Corelli.

Durante l’assemblea generale del 19 gennaio, abbiamo siglato un patto di unità e responsabilità collettiva: decine e decine di realtà sono arrivate da tutta Italia per rilanciare con vigore la necessità di una strategia di lungo termine in cui convergano le energie e le intelligenze che si sono già espresse e quelle che si stanno attivando, anche in altri ambiti, apparentemente distanti.

Dalla discussione è scaturita una ferma volontà di interporsi con proposte, voci, azioni legali e non solo, con una mobilitazione diffusa e continua, una Resistenza civile su più livelli e in più ambiti, che si intersechino con le tante altre in giro per l’Italia.

Non c’è più spazio per le ambiguità, è tempo di scegliere da che parte stare, e noi abbiamo scelto: stiamo dalla parte dei diritti, delle persone migranti, e non solo.

Diritto di vivere, diritto di migrare e dovere di solidarietà

Per adesioni: noaicpr@gmail.com

Petizione europea per l’abolizione delle clausole ISDS nei trattati internazionali

Si vota a Strasburgo in questi giorni l’approvazione degli accordi tra l’Europa e Singapore sugli scambi commerciali e sulla protezione degli investitori esteri. E intanto è partita una campagna per chiedere l’abolizione delle clausole ISDS.

Mentre le preoccupazioni dei politici si stanno concentrando sui raggruppamenti e sulle coalizioni con cui scendere in campo in vista delle prossime votazioni europee, ben poco sappiamo sulle posizioni che verranno prese in merito alla politica da tenere nei riguardi dei temi essenziali su cui si gioca il futuro dei cittadini dell’unione europea, sia da parte degli euroscettici, che da parte degli europeisti.

Tra questi temi rientrano sicuramente gli accordi di liberalizzazione degli scambi commerciali, gli accordi di partenariato e le clausole di salvaguardia degli investimenti transnazionali che le multinazionali cercano di far includere nei trattati di questo tipo.

Ben vengano ovviamente l’abolizione dei dazi doganali, la liberalizzazione degli scambi commerciali, le norme a tutela dei produttori e dei consumatori; non sono queste le questioni che vengono contestate, ma le clausole inserite negli accordi che possono avere sostanziali ripercussioni e conseguenze sulla salvaguardia della salute, del lavoro, dell’educazione, dell’uguaglianza dei cittadini. stando a quanto abbiamo potuto verificare occupandoci dell’ormai famoso TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership), di cui tanto si è discusso e che l’UE ha cercato di ratificare con gli USA durante la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump il TTIP è stato messo da parte, ma nel frattempo altri accordi simili sono stati portati avanti.

E’ il caso del CETA, accordo di libero scambio tra UE e Canada, ratificato dal parlamento europeo, che deve però venir approvato da ogni stato membro (in Italia non lo è ancora) ed è il caso dell’accordo con Singapore, in votazione ora a Strasburgo, che diventerà vincolante per tutti gli stati membri, se approvato.

La raccolta firme partita il 22 gennaio 2019 a livello europeo ad opera delle associazioni e delle organizzazioni che hanno promosso la campagna STOP-TTIP è a sostegno di una petizione rivolta alle autorità di Bruxelles in cui si chiede lo stralcio nei trattati di libero scambio di tutte clausole di salvaguardia degli investitori esteri (in pratica le multinazionali) nei confronti degli stati nazionali.

Da quando queste clausole sono state introdotte si è avuto un costante incremento delle cause intentate da parte di imprese transnazionali che hanno potuto ottenere grazie agli arbitrati rimborsi miliardari, sanciti al di fuori di ogni ordinamento legislativo internazionalmente riconosciuto (vedi il rapporto).

Considerata la colpevole negligenza che si può rilevare spesso nei contratti e nelle concessioni statali affidate ai privati a condizioni e patti assolutamente inadeguati, per non dire contrari, alla salvaguardia dell’interesse pubblico, si comprende come la questione sia di primaria importanza e come sia necessario che la cittadinanza si mobiliti di fronte alla condiscendenza dimostrata dall’amministratore europea nei confronti degli interessi privati.

In Europa le clausole ISDS (Investor-State Dispute Settlement) non possono essere applicate tra gli stati membri, mentre con l’approvazione del CETA e con l’approvazione dell’accordo di protezione degli investimenti con Singapore (separato dagli accordi di libero scambio) ciò sarà possibile.
Una evidente contraddizione che consentirebbe di pregiudicare i diritti dei cittadini e costituirebbe un precedente pericoloso sugli accordi da stringere in futuro.

La raccolta firme vuole impedire la proliferazione di arbitrati internazionali permessi dalle clausole ISDS che in parecchi casi () hanno già comportato esborsi miliardari ai governi nazionali contro i diritti delle popolazioni coinvolte.

Sono già mezzo milione le firme raccolte in Europa a pochi giorni dal lancio della campagna.
E’ possibile aderire a questo link.

(Paolo Burgio) 13/02/2019

Centralità dell’agricoltura nella riconversione ecologica dell’economia

Nell’ambito della più generale esigenza di riconversione ecologica dell’economia, il capitolo dell’agricoltura assume sempre più centralità, sia rispetto al suo ruolo nei cambiamenti climatici, diventandone anche vittima, con allevamenti intensivi e monocolture convenzionali, ma anche in quanto il modello produttivo oggi egemone e in espansione su scala globale non risolve la funzione fondamentale della produzione di cibo in termini di soddisfacimento dei bisogni alimentari primari per tutta l’umanità.

Non solo. L’agricoltura industriale è sempre più in crisi, o, per dirla con Piero Bevilacqua nel suo libro “Il cibo e la terra”, si è incanalata in un vicolo cieco.

Infatti alla insostenibilità ambientale (di cui fa parte anche l’aspetto salutistico, vista la relazione sempre più certa tra alimentazione prodotta con la chimica e malattie cronico-degenerative), si accoppia in un tutto organico l’insostenibilità economica.

Il modello agricolo industriale produce cibo il cui prezzo è costantemente sotto i costi di produzione, anche perché penalizzato nella catena del valore a favore della GDO e sopravvive solo grazie ai sussidi pubblici (in Europa la PAC).

Si realizza così un capolavoro di negatività sistemiche.

Tutto ciò  sprecando il 30% della produzione, dato questo che non è un accidente dovuto al caso, ma è connaturato nel sistema produttivo stesso.
Su ciò si dovrebbe riflettere quando si punta molto, dalla Carta di Milano di Expo alle food policy, sul recupero dello spreco, cosa necessaria ma che non può costituire il cuore dell’iniziativa sul cibo.

Lo spreco si riduce ridistribuendo eccedenze o avanzi, o cambiando modello produttivo e garantendo l’accesso all’alimentazione?

Infatti, l’eccedenza si produce perché il sistema agroindustriale deve sovraprodurre cibo per tenere bassi i costi unitari in nome della competitività, per ripagare gli investimenti, e per tenere dietro alle esigenze logistiche e di profitto della GDO.

Peccato che stiamo parlando di cibo e non di bulloni, quando milioni di persone lo domandano e non vi possono accedere per via della povertà che lo stesso sistema agricolo industriale e l’agrobusiness contribuisce a produrre attraverso il land grabbing o insediando monocolture intensive laddove esisteva un’agricoltura biodiversa di sussistenza.

Il cerchio viene poi chiuso dalla finanziarizzazione del cibo, per la quale i prezzi al consumo dipendono ancor meno dai costi di produzione, ma dagli investimenti speculativi su scala globale, producendo nuove povertà e distruggendo l’agricoltura di piccole dimensioni, quel 70% di agricoltura contadina che ancora sfama l’umanità, dimostrandone l’efficacia.

Attraverso gli oligopoli delle sementi e dei prodotti per l’agricoltura chimico industriale, la terra non viene più coltivata, ma è diventata un supporto che  progressivamente inaridisce e si mineralizza, sul quale la chimica nutre direttamente la pianta, con riduzione drastica della biodiversità, non solo vegetale.

Come si può uscire da questo insensato circuito vizioso? In che modo costruire una resistenza culturale, educativa, comunicativa, come ci prefiggiamo in questo forum?

Intanto aggiungendo anche una resistenza pratica a questo modello, una resilienza attiva e strutturata, per dimostrare che un’alternativa non solo è necessaria, ma è anche concretamente possibile e che, in ogni fase critica di sistema giunta  a maturazione, mentre si lotta per il cambiamento, serve praticare l’obiettivo, dimostrandone la plausibilità.

Provo ad indicare tre percorsi di lavoro.

Il primo è quello che costruisce e valorizza le pratiche di agricoltura biologica contadina olistica che, secondo Via Campesina, costituisce la vera alternativa all’agrobusiness e all’agricoltura chimica industriale, improntata all’agroecologia e sui contadini custodi delle sementi e del territorio.

Mi riferisco in particolare a pratiche neomutualistiche basate su un’alleanza strutturata tra piccoli produttori e consumatori critici organizzati, orientata al concetto di coproduzione, e cioè: garanzia di acquisto dei prodotti agricoli con prezzi basati sui costi di produzione, codeterminazione delle colture , condivisione del rischio di impresa, sganciamento progressivo dei prezzi dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla speculazione finanziaria,  cioè demercificazione del cibo, e deglobalizzazione dell’agricoltura, affidando cioè alle comunità locali la sua produzione, in un orizzonte di sovranità alimentare, restituendo reddito alla produzione.

E’ solo la sovranità alimentare, infatti, che può sfamare il pianeta, restituendo ai popoli il diritto di decidere cosa coltivare, cosa mangiare, come produrre (l’esatto contrario di quello a cui puntano i trattati internazionali).

Ma occorre che sia praticata, diffusa anche nel nord del mondo e resa evidente alla politica come alternativa possibile perché la sostenga, la incentivi e la generalizzi.

Pratica basata sull’agricoltura biologica che deve dismettere la esclusiva sua valenza salutistica riservata ai più abbienti, per assumere sempre di più quella di necessità da rendere accessibile a tutti, per rivitalizzare la terra agricola e restituirla alla sua funzione naturale di produzione di alimenti e non di merci.

Non sto parlando di utopie, ma di pratiche che si vanno diffondendo in Europa, negli USA e perfino in estremo oriente, per esempio attraverso quelle che vengono definite CSA (Community supported agricolture) e che sono una naturale evoluzione del consumo critico coi suoi Gas e i suoi DES.

Pratiche, le CSA, che al tempo stesso indicano un’alternativa al mercato.

Per approfondire questi percorsi, vi rimando a degli esempi concreti attuati dal DESR sul nostro territorio  così come è descritto nel recentissimo libro “IL GRANO FUTURO”  disponibile qui per chi lo volesse e di cui il 50% del prezzo di copertina andrà a sostegno di RiMaflow, con cui collaboriamo fin dall’inizio della loro esperienza di fabbrica recuperata.

Pratiche di agricoltura biologica, sottolineo, il cui andamento recente ci indica, tra l’altro, una cosa assolutamente interessante: crescita annuale a due cifre e aumento dei giovani agricoltori che vi si dedicano a scapito degli abbandoni degli anziani nelle coltivazioni convenzionali.

Ma serve anche il supporto delle politiche pubbliche, e quindi affrontiamo il secondo percorso propositivo, visto che ci rivolgeremo ai candidati alle prossime elezioni europee e si sta discutendo della PAC 2021/2027, cioè quante risorse pubbliche all’agricoltura, a chi e come.

Dobbiamo rivendicare l’orientamento di queste risorse verso questo modello agricolo alternativo, agendo tra l’altro anche attraverso la domanda pubblica locale basata sulla ristorazione collettiva (es. i 90.000 pasti giornalieri erogati da Milano Ristorazione) come terzo filone di iniziativa a livello locale/ nazionale, che non sviluppo per brevità.

I dati tendenziali ci dicono che, per esempio in Italia (1.100.000 aziende agricole), la distribuzione del montante PAC (41 miliardi di euro) si indirizza sostanzialmente a favore delle grandi aziende nell’ordine di centinaia di migliaia di euro all’anno a ciascuna, lasciando alla piccola azienda  agricola una media di 1000 euro circa.

Questa iniqua distribuzione si basa sul criterio del disaccoppiamento, cioè sui pagamenti diretti (primo pilastro) in base alla quantità di ettari posseduti, a prescindere da se, da cosa e come si coltiva, marginalizzando invece gli aspetti qualitativi, e cioè l’agricoltura ecosostenibile agroecologica.

In sostanza, per dirla con Josè Bovè, nonostante la crisi irreversibile dell’agroindustria, si continuano a finanziare le aziende che non hanno futuro in nome del paradigma tecnocratico-sviluppistico, mentre le aziende agroecologiche che hanno futuro non hanno sostegno.

Elemento altrettanto grave è poi che la PAC alimenta il dumping nei confronti del Sud del mondo, finanziando di fatto le esportazioni a prezzi più bassi dei costi di produzione.

La Pac futura di cui si sta discutendo, sembra vedere smuoversi qualcosa in direzione dell’agricoltura ecosostenibile e della riduzione dei tetti di finanziamento alle grandi imprese, ma in un contesto di riduzione globale delle risorse disponibili.

Si passerà dai 408,3 miliardi attuali, di cui 41 all’Italia, corrispondente al 37% del bilancio europeo, a 365 miliardi, corrispondenti al 32% dello stesso bilancio.

Questo quadro, ci sta portando ad un baratro che, come dice la Laudato si’, si produce a causa della dominazione della presunta supremazia tecnocratica orientata al massimo profitto.

Occorre quindi muoversi subito, alleandosi con le reti impegnate su questi terreni (ARI e AIAB referenti italiani di Via Campesina Europa, la rete Cambiamo agricoltura e altre) prima che la crisi imbarbarisca l’accaparramento del cibo, lavorando sia sul terreno propositivo/rivendicativo sia sostenendo e ampliando le pratiche di resistenza e resilienza già in atto. Queste pratiche dimostrano che ce la possiamo fare. Come dice Sergio Cabras nel suo libro “Terra e futuro” l’agricoltura contadina ci salverà!

Intervento forum associazione Laudato SI’
Vincenzo Vasciaveo
19 gennaio 2019 – Palazzo Reale

Rapporto Oxfam 2019: aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo

Nel 2018 26 miliardari possedevano da soli l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. L’organizzazione evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere

Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere.

La disparità del sistema economico globale

Nel 2018 il patrimonio dei “super-ricchi” è aumentato del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo, la metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, ha visto decrescere dell’11% quello che aveva.
A metà dello scorso anno, l’1% più ricco deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro lo 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale. Se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco è in crescita dal 2011, la riduzione della povertà estrema è caratterizzata, invece, da un trend opposto. Il tasso annuo della riduzione della povertà estrema, infatti, ha registrato un calo del 40%. L’aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpirebbe in primis i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l’Africa subsahariana.

L’imposizione fiscale

Il rapporto Oxfam evidenzia, inoltre, un sistema fiscale che finisce col pesare di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione – o sono state eliminato del tutto – in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L’imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Nei paesi ricchi, per esempio, in media, l’aliquota massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei paesi in via di sviluppo si è stabilizzata su una media al 28%.
Per 90 grandi corporation l’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa è passata dal 34 al 24% tra il 2000 e il 2016.
Considerando sia le imposte dirette che quelle indirette, in paesi come il Brasile o il Regno Unito, il 10% dei più poveri paga, in proporzione al reddito, più tasse rispetto al 10% più ricco.
Secondo i calcoli dell’Oxfam, se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.

Diseguaglianza di genere

Dal rapporto emerge, poi, anche una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende.
Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini.
In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. Secondo le stime di Oxfam, se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne nel mondo – che ad oggi non viene contabilizzato dalle statistiche ufficiali – fosse appaltato ad una sola azienda, questa realizzerebbe un fatturato di 10 mila miliardi di dollari all’anno, ossia 43 volte quello di Apple, la più grande azienda al mondo.
‘Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità”.

10 mila persone al giorno muoiono perché senza cure

L’Oxfam punta i riflettori anche sulle condizioni dei servizi pubblici a livello globale, sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati.
La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi, evidenzia l’organizzazione, un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Nei paesi in via di sviluppo un bambino di una famiglia povera ha il doppio delle possibilità di morire entro i 5 anni, rispetto a un suo coetaneo benestante. In un paese come il Kenya, un bambino di una famiglia ricca frequenterà la scuola per il doppio degli anni rispetto a un bambino proveniente da una famiglia senza mezzi.

Il giorno della Memoria in una terza media

Ieri ho detto ai miei alunni: “Domani venite a scuola con una bottiglietta d’acqua vuota”.
Sui loro volti, lampante che neanche le insegne di Las Vegas, la domanda “E che cavolo si inventerà stavolta il prof?”
“Vedrete domani”.

Oggi sono entrato in classe. Con un secchio.
Ho detto agli alunni di sedersi in cerchio. Ho dato a ciascuno di loro un piccolo foglio di carta.
Ho detto: “Adesso pensate alla persona a cui volete più bene al mondo. Poi disegnate un omino stilizzato e vicino scrivete il suo nome”
“Ma io posso scriverne due?”
“Certo, anche tre se vuoi!”

E dopo ho chiesto loro di riempire la bottiglietta, di versarla nel secchio e di tornare a sedersi.
L’idea me l’ha data un libro: “Ammare”, di Alberto Pellai e sua moglie Barbara Tamburini.
Perché domenica è la Giornata della Memoria, e sinceramente a me di parlare solo di Shoah non mi va più.

Perché per pensare che il passato si stia ripetendo identico bisogna essere un po’ miopi.
Ma per non vedere pezzi di quel passato nel nostro presente, bisogna essere proprio ciechi.

Davanti ai loro occhi ho fatto una grande barca di carta, e ho detto di metterci ciascuno il proprio foglietto sopra.
Poi ho appoggiato la barca sulla superficie dell’acqua.
Infine ho iniziato a far vacillare il secchio, fino a che la barchetta non si è ribaltata, facendo cadere giù tutti i foglietti.
Tutti quei nomi, quegli omini, giù in fondo al secchio.

C’era chi aveva messo il papà, chi la migliore amica, chi il cuginetto di un anno.

Si è creato un silenzio incredibile. Più di un minuto senza che nessuno fiatasse.
E se qualcuno sa come sono gli adolescenti di terza media, sa che avere un minuto di totale spontaneo silenzio è quasi un miracolo.

C’erano anche degli occhi lucidi. Oltre ai miei, dico.
E allora ho raccontato loro del naufragio del 18 aprile 2015,
in cui nel Canale di Sicilia sono morte più di mille persone, tante quasi come nel Titanic.
La loro barca, un peschereccio fatiscente che di persone ne poteva contenere al massimo duecento. 

E ho raccontato loro di una di quelle:
un bambino più piccolo di loro, originario del Mali, che è stato ritrovato con la pagella cucita sulla giacca.
“Secondo voi perché un bambino dovrebbe salire su una barca così?”
“Per far vedere che aveva studiato!”
“Per dire a tutti che era bravo a scuola!”
E poi un ragazzino macedone, di fianco a me, a bassa voce ha detto:
“Forse per far vedere che non era cattivo, come molti pensano di tutti quelli che arrivano”.

La campanella è suonata. Anche per non appesantire troppo il momento, ho detto loro di mettere a posto tutto, di andare a ricreazione.
Sono usciti, e piano piano hanno ricominciato a parlare, a chiedersi la merenda, le solite cose.

Sono rimasto solo a sistemare la mia roba.
Poi è successa una cosa.
A un certo punto sento dei passi dietro di me.
Tre ragazze.
“Scusi prof”
“Sì?”
“Noi vorremmo…”
“Voi vorreste…?”

La più coraggiosa delle tre prende il coraggio e dice tutto in un fiato:
“Possiamo tirare fuori quei fogli da lì?”
Ci siamo chinati, li abbiamo tirati su uno per uno, insieme.

E intanto io le guardavo, e dentro di me pensavo che finché tre ragazze decidono di saltare la ricreazione per tirare su dal fondo di un secchio dei fogli di carta, c’è ancora motivo per credere in un mondo diverso.

Enrico Galiano

Il diritto della Memoria

27 gennaio 2019 è il “Giorno della Memoria”
una giornata internazionale per ricordare
la Shoah e l’Olocausto

Di quella memoria si è fatto un ricordo esclusivo.

Anche la nostra Memoria è un fatto esclusivo:  l’interesse personale.

DALLA MEMORIA ALLA LIBERAZIONE
DALLA LIBERAZIONE ALLA MEMORIA

…. nei campi di guerra tra i popoli e le nazioni
…. nei privati interessi lo sfruttamento di ricchezze e di lavoro
…. tra le grandi distruzioni e le miserie delle povert
…. nell’arroganza del potere e la violenza della precarietà

la Memoria ha perso il suo significato proprio
“RESISTENZA E LIBERAZIONE”

Noi ce lo diciamo anche attraverso la visione di un film interessante che può stimolare nuovi pensieri.

“Il figlio dell’altra”  – di Lorraine Lévy.

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A scuola di italiano per migranti si parla di Memoria

Per loro la Memoria è consapevolezza della dignità umana: il diritto alla Vita.
Per loro la Memoria è l’energia che li ha spinti ad un cammino: verso un altrove infinito.
Per loro la Memoria è la carica di speranza per la quale hanno lasciato tutto e tutti.
Per loro la Memoria ha visto negli occhi la sofferenza e la morte.
Per loro la Memoria libera responsabilità verso la Vita patrimonio dell’umanità.

Oggi si studia la Memoria comparata alla realtà che non la comprende.
La loro Memoria confonde la nostra arroganza dell’interesse privato sul Bene Comune.

Oggi le prerogative e le prospettive economiche e politiche del nuovo Paese riducono la loro Memoria a semplice ricordo ed è una grande sofferenza per una umanità dispersa ed una dignità repressa dall’odio razzista.

Il diritto alla differenza.

Nelle città le differenze sono anime della ragione sociale capaci di comporre sia l’accoglienza che la violenza: come razzismo e fascismo sono facce della stessa medaglia.

Migrare per non rimanere stranieri a sé stessi

Il «grande gioco» delle basi in Africa

I militari italiani in missione a Gibuti hanno donato alcune macchine da cucire all’organizzazione umanitaria che assiste i rifugiati in questo piccolo paese del Corno d’Africa, situato in posizione strategica sulla fondamentale rotta commerciale Asia-Europa all’imboccatura del Mar Rosso, proprio di fronte allo Yemen.

Qui l’Italia ha una propria base militare che, dal 2012, «fornisce supporto logistico alle operazioni militari italiane che si svolgono nell’area del Corno d’Africa, Golfo di Aden, bacino somalo, Oceano Indiano».

A Gibuti i militari italiani non si occupano, quindi, solo di macchine da cucire. Nell’esercitazione Barracuda 2018, svoltasi qui lo scorso novembre, i tiratori scelti delle Forze speciali (il cui comando è a Pisa) si sono addestrati, in diverse condizioni ambientali anche di notte, con i più sofisticati fucili di precisione capaci di centrare l’obiettivo a 1-2 km di distanza.

Non si sa a quali operazioni militari partecipino le Forze speciali, poiché le loro missioni sono segrete; è comunque certo che esse si svolgono prevalentemente in ambito multinazionale sotto comando Usa.

A Gibuti c’è Camp Lemonnier, la grande base Usa da cui opera dal 2001 la Task force congiunta-Corno d’Africa, composta da 4000 specialisti in missioni altamente segrete, tra cui uccisioni mirate per mezzo di commandos o droni killer in particolare nello Yemen e in Somalia.

Mentre gli aerei e gli elicotteri per le operazioni speciali decollano da Camp Lemonnier, i droni sono stati concentrati nell’aeroporto Chabelley, a una decina di chilometri dalla capitale. Qui si stanno realizzando altri hangar, la cui costruzione è stata affidata dal Pentagono a una azienda di Catania già impiegata in lavori a Sigonella, principale base dei droni Usa/Nato per operazioni in Africa e Medioriente.

A Gibuti ci sono anche una base giapponese e una francese, che ospita truppe tedesche e spagnole. A queste si è aggiunta nel 2017 una base militare cinese, l’unica fuori dal suo territorio nazionale.

Pur avendo un fondamentale scopo logistico, quale foresteria degli equipaggi delle navi militari che scortano i mercantili e quale magazzino per i rifornimenti, essa rappresenta un significativo segnale della crescente presenza cinese in Africa.

Presenza essenzialmente economica, a cui gli Stati uniti e le altre potenze occidentali contrappongono una crescente presenza militare.
Da qui l’intensificarsi delle operazioni condotte dal Comando Africa, che ha in Italia due importanti comandi subordinati: lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), alla caserma Ederle di Vicenza; le U.S. Naval Forces Europe-Africa (Forze navali Usa per l’Europa e l’Africa), il cui quartier generale è nella base di Capodichino a Napoli, formate dalle navi da guerra della Sesta Flotta basata a Gaeta.

Nello stesso quadro strategico rientra un’altra base Usa di droni armati, che si sta costruendo ad Agadez in Niger, dove il Pentagono già usa per i propri droni la base aerea 101 a Niamey.

Essa serve alle operazioni militari che gli Usa conducono da anni, insieme alla Francia, nell’Africa del Sahel, soprattutto in Mali, Niger e Ciad.

In questi ultimi due Paesi arriva oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: sono tra i più poveri del mondo, ma ricchissimi di materie prime – coltan, uranio, oro, petrolio e molte altre – sfruttate da multinazionali statunitensi e francesi che sempre più temono la concorrenza delle società cinesi le quali offrono ai paesi africani condizioni molto più favorevoli.

Il tentativo di fermare con strumenti militari, in Africa e altrove, l’avanzata economica cinese sta fallendo. Probabilmente anche le macchine da cucire, donate a Gibuti dai militari italiani ai profughi, sono «made in China».

Manlio Dinucci

da il manifesto, 15 gennaio 2018

Resistenza umana e civile al decreto Salvini

Il cosiddetto “decreto sicurezza”, voluto dal Ministro dell’Interno Salvini, ha creato insostenibili problemi giuridici e sociali alle amministrazioni comunali: l’abolizione della protezione umanitaria, il prolungamento del periodo di detenzione dei richiedenti asilo, la chiusura degli SPRAR, il rifiuto dell’iscrizione anagrafica dei residenti legali non incidono sui diritti degli italiani.

La prima questione che coinvolge direttamente i sindaci riguarda le procedure per la concessione della residenza anagrafica agli stranieri provenienti da paesi al di fuori dell’UE o con i quali l’Italia o l’UE hanno sottoscritto accordi di associazione.
Infatti il sindaco di Palermo Leoluca Orlando richiama gli articoli 2, 14, 16 e 32 della nostra Carta e le sentenze della Corte Costituzionale del 1997, 2001, 2005, 2006 e 2008 che affermano concordemente che “lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona… In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive”.

Per quanto riguarda la protezione umanitaria i sindaci di alcune tra le più grandi città d’Italia, contestando il Decreto Sicurezza, denunciano di trovarsi di fronte ad una legge ritenuta ingiusta e non conforme alla Carta dei Diritti fondamentali e alle Convenzioni di Ginevra e di Amburgo.

Vale la pena di ricordare (come sta facendo il Movimento europeo pubblicando la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea www.movimentoeuropeo.it) che:
            gli articoli 1 (dignità umana), 3 (integrità della persona), 4 (proibizione di trattamenti degradanti), 6 (libertà e sicurezza). 7 (rispetto della vita privata e familiare), 10 (libertà di pensiero e religione), 11 (libertà di espressione), 12 (libertà di riunione e associazione), 14 (diritto all’istruzione), 15 (diritto di lavorare), 18 (diritto di asilo), 19 (protezione in caso di allontanamento e di espulsione), 20 (uguaglianza), 21 (non discriminazione), 24 (diritti del minore). 25 (diritti degli anziani), 26 (diritto delle persone con disabilità), 29 (diritto di accesso ai servizi di collocamento), 30 (tutela in caso di licenziamento ingiustificato), 31 (diritto a condizioni di lavoro giuste e eque), 32 (divieto del lavoro minorile), 34 (sicurezza sociale), 35 (protezione della salute), 45 (libertà di circolazione e di soggiorno per i cittadini dei paesi terzi che risiedono legalmente nel territorio di uno Stato membro), 47 (diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale);
riguardano tutte le persone che stanno all’interno dell’Unione senza distinzione fra cittadini europei e cittadini di paesi terzi.

Questa legge è un veleno per la nostra democrazia!

E’ profondamente ingiusta perché degrada la persona dei migranti e crea due classi di cittadini, rendendo “lo ‘straniero’ una minaccia, un nemico e sancendo così la nascita del ‘tribalismo’ italiano, come lo definisce Gustavo Zagrebelsky. Anzi crea l’apartheid giuridica e reale”.

Particolarmente grave il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali, menzionato ben due volte nella nostra Costituzione.
Nega i principi di solidarietà e di uguaglianza, infatti prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio (CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), l’articolo 13 impedisce ai richiedenti asilo, provvisti di regolare permesso di soggiorno, di avere una residenza, soppressione dell’iscrizione anagrafica e quindi di iscriversi al servizio sanitario nazionale e ad altri diritti sociali, trovarsi un alloggio decente, …  con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione e la revoca di cittadinanza per reati gravi.

I diritti dei migranti sono semplicemente umani!

I migranti non possono essere discriminati sulla base dello slogan: prima vengono gli italiani.
Siamo di fronte a pubblicità ingannevole per giustificare la cosiddetta “sicurezza” ma che in realtà moltiplicherà il numero dei clandestini e degli irregolari che verranno sbattuti per strada.
Oggi tre migranti su quattro si sono visti negare l’asilo, migliaia di titolari di un permesso di soggiorno sono stati messi alla porta, circa quarantamila usciranno dagli SPRAR … Così entro il 2020 si prevedono oltre 130.000 irregolari per strada,  mano d’opera a basso prezzo per il caporalato del nord e del sud.

Questa legge è la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia

Quando promuove le sue leggi (dal Decreto Sicurezza alla Legittima Difesa), Salvini sa quello che vuole: riattivare continuamente un’emergenza immigrazione che non esiste se non per i migranti.  
La verità è che i diritti dei migranti sono semplicemente «umani», sono di tutti e hanno a che fare con le condizioni minime di esistenza di una società civile.

E’ grave che anche il Presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto.

Non possiamo sottrarci al diritto-dovere di organizzare una grande resistenza conflittuale poiché mai come oggi “la disubbidienza non è una virtù“.

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