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Bombe all’Arabia Saudita

Armi-Arabia
Armi-ArabiaIl Parlamento non blocca l’export, che oggi è già sei volte quello del primo semestre 2016

Nei primi sei mesi del 2017, il valore delle esportazioni di armi prodotte a Cagliari dalla RWM ha sfiorato 30 milioni di euro. Nel frattempo, Montecitorio respinge lo stop all’invio di nuovi ordigni al Paese impegnato nei bombardamenti sullo Yemen

L’export italiano di armi verso l’Arabia Saudita cresce senza sosta. Nei primi sei mesi del 2017 ha già raggiunto quota 28,4 milioni euro. Moltiplicando per sei il fatturato dello stesso periodo del 2016.
Lo rivelano i dati Istat, attraverso i quali si può ricostruire la provenienza territoriale degli ordini. La quasi totalità delle spedizioni verso il regime (28.460.488 milioni di euro) proviene dalla Sardegna, e più precisamente dalla provincia di Cagliari. A Domusnovas, infatti, si trova la sede secondaria della RWM Italia Spa, controllata al 100% dalla tedesca Rheinmetall Waffe Munition GmbH, impegnata in una maxi commessa da 411 milioni di euro che riguarda l’esportazione di 19.675 bombe in totale (Mk 82, Mk 83 ed Mk 84). “La più grande commessa di bombe dal dopoguerra ad oggi”, spiega Giorgio Beretta, attivista di Rete Disarmo e Opal Brescia.

L’Arabia Saudita, impegnata nei bombardamenti sullo Yemen, è un partner commerciale storico di RWM. “La strategia commerciale sviluppata da RWM Italia Spa nel 2016 ha portato a continuare a perseguire gli obiettivi commerciali già intrapresi negli anni precedenti”, si legge nel bilancio 2016. Tra questi Estonia, Francia, Regno Unito, Polonia, Ungheria, Corea del Sud e Vietnam, Tailandia, Malesia, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Algeria, Oman. E, ovviamente, Arabia Saudita.

Il 2016 è stato un anno d’oro per la fabbrica d’armi. Il fatturato è cresciuto del 48%, sfiorando 72 milioni di euro. “Il mix di prodotti fabbricati nel 2016 è sostanzialmente rappresentato da bombe d’aereo, caricamenti con esplosivo di teste in guerra per terzi e parti di ricambio e apparecchiature per sistemi di mine marine e di controminamento”.

Si tratta di bombe e munizioni che vengono impiegate anche in Yemen, dove il governo di Riyad – a guida di una coalizione di Paesi arabi – supporta il governo di Aden contro i sostenitori dell’ex presidente ‘Ali ‘Abd Allah Saleh che controllano invece la capitala Sana’a.
Il conflitto in Yemen ha provocato più di 10mila morti, un terzo delle quali sarebbero vittime civili, con un numero altissimo di bambini (più di 1.500).

I dati sul boom dell’export italiano di armi verso Riyad e quelli sul bilancio di RWM arrivano a pochi giorni di distanza dalla votazione della Camera con cui la maggioranza dei deputati ha bocciato le due risoluzioni presentate e discusse già a luglio che chiedevano al Governo di impegnarsi per bloccare la vendita di armi all’Arabia Saudita promosse rispettivamente da Giulio Marcon (Pd) e da Emanuela Corda (M5s).

La mozione Marcon (che ha ottenuto 120 voti a favore e 301 contrari) chiedeva al Governo di “assumere iniziative per bloccare l’esportazione di armi e articoli correlati prodotti in Italia o che transitino per l’Italia” destinati all’Arabia saudita oltre che “ad assumere iniziative affinché l’Arabia Saudita e l’Iran, Paesi che rappresentano la chiave di volta per risolvere la crisi, operino in modo pragmatico e in buona fede per porre fine ai combattimenti nello Yemen”.

Simili le richieste al Governo della mozione Corda, che ha ottenuto 117 voti a favore e 301 contrari.
Promosse invece le mozioni presentate all’ultimo minuto, poco prima del dibattito parlamentare e del voto finale, da Lia Quartapelle (Pd), Valentina Vezzali (Sc, Ala, Maie) e Bruno Archi (Fi).

Nel leggere i testi delle mozioni approvate quello che colpisce maggiormente è lo scarto tra la gravità dei contenuti nelle premesse e le deboli conclusioni contenute nelle richieste al Governo.

Le premesse sono molto chiare, il Parlamento ha tutte le informazioni adeguate per prendere una decisione conseguente. Però questo passo, l’interruzione della vendita di armi all’Arabia Saudita, non viene fatto. E nel frattempo la gente continua a morire”, commenta Francesco Vignarca, portavoce di Rete italiana per il disarmo.

Nel testo depositato dal Partito democratico – pur evidenziando in maniera precisa e circostanziata la gravità della situazione in Yemen – le sole richieste presentate al Governo sono quelle di “continuare nel monitoraggio della crisi umanitaria in corso”, l’impegno a proseguire e rafforzare le attività di assistenza umanitaria, l’impegno a “promuovere iniziative internazionali volte a fare rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani e a favorire le condizioni per una soluzione negoziata del conflitto”. Di armi si parla solo nell’ultimo punto, peraltro in maniera molto vaga: “Favorire, nell’ambito delle regolari consultazioni dell’Unione europea una linea di azione condivisa in materia di esportazione di materiali di armamento”. È stata “dimenticata” una parte votata a Strasburgo dal Parlamento europeo, come ha fatto notare Beretta: e cioè che il Parlamento ritiene che “Le esportazioni all’Arabia Saudita violino almeno il criterio 2 (della Pozione Comune) visto il coinvolgimento del paese nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite; ribadisce il suo invito del 26 febbraio 2016 relativo alla necessità urgente di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”.

Ilaria Sesana e Duccio Facchini

da Altreconomia.it

Al Presidente della Repubblica – Oggetto: Due preghiere

Umanita

UmanitaEgregio Presidente della Repubblica,

in questi mesi lei ha detto molte volte cose molto sagge, di cui ogni persona di retto sentire e di volontà buona sa che deve esserle grata.

Mentre parte non irrilevante del ceto politico e la quasi totalità dei mezzi d’informazione sembrano essere corrivi o comunque subalterni alla sciagurata retorica razzista ed alle pratiche barbare e scellerate da essa ispirate, lei ha richiamato costantemente al riconoscimento dell’umanità degli esseri umani che cercano di raggiungere il nostro paese in fuga dalla guerra e dalla fame, dalle dittature e dai disastri ambientali, da poteri politici, economici, ideologici, militari e criminali che prolungano la ferocia disumanizzante del colonialismo, che ripropongono la segregazione e la schiavitù come modello globale di organizzazione sociale ed economia politica per il terzo millennio dell’era volgare.

Chiunque riconosce e comprende la disumanità della retorica razzista e schiavista, e tuttavia essa infetta sempre più il discorso pubblico, con la sua folle astrattezza, con la sua cruda protervia, con il suo solipsismo e la sua pretesa sacrificale.

E siamo già arrivati alle prime avvisaglie di quelli che se non immediatamente ed energicamente contrastati si svilupperanno in veri e propri tentativi di linciaggio, tentativi di pogrom.

Proprio mentre despoti folli lanciano sfide insensate che possono dar luogo finanche a un’escalation bellica con uso delle apocalittiche armi nucleari;

proprio mentre guerre e persecuzioni flagellano tante parti del mondo;

proprio mentre la prima radice ed il primo modello di ogni violenza, il maschilismo, anche nel nostro paese pressoché quotidianamente giunge fino a menare strage di donne;

e proprio mentre le emergenze ambientali smascherano quanto profondi siano i danni provocati alla biosfera da politiche economiche rapinatrici e desertificatrici, da ideologie e prassi consumiste onnicide, è necessario un più intenso, adeguato impegno per porre un argine alla barbarie, per predisporre una linea di resistenza civile che abbia come principio e fine, come ratio e come metodo, la difesa nitida e intransigente del diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà.

Egregio Presidente della Repubblica,

sia lei a promuovere una riflessione e un impegno necessari: in difesa dell’ordinamento giuridico democratico, in difesa dello stato di diritto, in difesa della Repubblica e della Costituzione, in difesa dell’umanità.

Rientra nei suoi compiti, in un momento di smarrimento di tanti, essere voce che chiama al dovere morale e all’impegno civile.

Due cose in particolare la pregheremmo una volta ancora di voler dire, invitando il Parlamento a porre attenzione a due esigenze ed impegnarsi per esse.

La prima: che ogni essere umano ha diritto alla vita. Ed affinché questo sia vero non solo come enunciato teorico ma come realtà effettuale, occorre che ogni persona ed ogni umano istituto di questo nome degno orienti la sua azione a questo primo fine: salvare le vite.

Troppe sciocchezze vengono quotidianamente profuse dai mass-media, ma in cuor suo ogni persona sa che vi è un solo modo per far cessare le stragi dei migranti in fuga, un solo modo per annientare l’infame business dei trafficanti schiavisti e mafiosi. E questo modo è quello che già Immanuel Kant indicava nel suo Progetto per la pace perpetua: riconoscere ad ogni essere umano il diritto di muoversi liberamente su tutto il pianeta casa comune dell’umanità. Riconoscere ad ogni essere umano il diritto di giungere nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro: fosse riconosciuto e garantito questo diritto, nessuno più si getterebbe tra gli artigli delle mafie dei trafficanti schiavisti.

Se non si fa questo, non vi e’ speranza di contrastare il male.

Chi a Roma, a Bruxelles o a Strasburgo propone di fare della Libia un gigantesco lager in cui recludere gli innocenti del Sud del mondo in fuga dalla fame e dalle guerre, non sa quel che si dice.

Sia lei, egregio Presidente, a dire le parole che devono essere dette, a riportare il discorso pubblico nella sfera della razionalità, della civiltà, dell’umanità.

La seconda cosa che con tutto il cuore la preghiamo di voler dire, è l’invito al Parlamento a riconoscere finalmente il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese.

Per quanto riguarda le elezioni amministrative lei ricorderà che già negli anni Novanta del secolo scorso se ne discuteva tanto negli enti locali quanto in Parlamento come di una evidente necessità non più rinviabile: sono passati vent’anni e nulla se ne e’ ancora fatto; frattanto i non nativi che vivono e lavorano nel nostro paese sono il dieci per cento della popolazione; le tasse le pagano tutte, ma il diritto di partecipare alle decisioni pubbliche che riguardano le loro stesse vite gli e’ ancora negato. Che scandalo.

Alcuni anni fa l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, per quanto attiene all’ambito di sua specifica competenza e peculiare interesse, ovvero in riferimento alle elezioni comunali, ha predisposto e proposto all’attenzione del Parlamento un progetto di legge recante “Norme per la partecipazione politica ed amministrativa e per il diritto di elettorato senza discriminazioni di cittadinanza e di nazionalità“: la discussione parlamentare di questa ragionevole proposta non e’ ancora neppure iniziata.

Ma non ci sono solo le elezioni amministrative, ci sono anche quelle politiche, ed è nel Parlamento che si fanno le leggi valide erga omnes.

Da mesi è stato promosso l’appello “Una persona, un voto“, primi firmatari padre Alex Zanotelli e la partigiana e senatrice emerita Lidia Menapace, per il riconoscimento del diritto di voto a tutte le persone stabilmente residenti in Italia.

Questo appello muove dalla constatazione che “vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano“.

E poiché Il fondamento della democrazia è il principio “una persona, un voto“, conclude che “l’Italia essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui“.

A questo appello hanno già aderito tre ministri emeriti, Maria Chiara Carrozza, Giuseppe Fioroni e Cecile Kyenge, e 165 parlamentari in carica di varie forze politiche sia di maggioranza che di opposizione, e insieme a loro migliaia di cittadini, tra cui innumerevoli illustri personalità della vita culturale, morale, civile ed istituzionale, personalità come Giancarla Codrignani, Heidi Gaggio Giuliani, Francuccio Gesualdi, Chiara Ingrao, Raniero La Valle, Luisa Morgantini, Giorgio Nebbia, Riccardo Orioles, Moni Ovadia, Annamaria Rivera.

L’accoglimento di questo appello da parte del Parlamento e quindi la sua traduzione in legge farebbe cessare l’attuale regime di effettuale segregazione elettorale per circa un decimo della reale popolazione italiana stabilmente residente; e contrasterebbe efficacemente il razzismo ed ogni violenza. Perché come ricordava Guido Calogero è con la democrazia che si contrasta la violenza, essendo la democrazia la scelta di contare le teste invece di romperle.
L’Italia e’ un paese democratico e fondamento della democrazia è il criterio “una persona, un voto“, pertanto non può continuare l’attuale assurda decimazione elettorale.

Egregio Presidente della Repubblica,

tra il mondo di ieri, in cui sia lei sia chi le scrive queste righe abbiamo vissuto la gran parte delle nostre vite, e il mondo di domani (se vi sarà ancora un mondo umano, e vi sarà solo se l’umanità avrà appreso le “tre verità di Hiroshima” di cui parlava profeticamente Ernesto Balducci), vi è oggi l’ora, il “kairos”, in cui occorre dire le verità necessarie e fare le azioni buone e giuste, le azioni indispensabili per il bene comune; cominciando noi stessi, nel nostro paese, seguendo quell’esortazione gandhiana ad essere noi stessi il mondo come vorremmo che fosse, ad essere noi stessi l’umanità come dovrebbe essere.

Soccorrere, accogliere, assistere tutte le persone bisognose di aiuto.

Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di vivere e muoversi liberamente, in modo legale e sicuro, sull’intero pianeta, casa comune dell’umanità.

Inverare la democrazia: una persona, un voto.

 

Augurandole ogni bene,
Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Viterbo, 19 settembre 2017

 

L’Onu: «L’accordo Ue-Libia viola i diritti umani dei migranti»

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carceri-Libia«Riportare le persone in centri di detenzione in cui vengono trattenute arbitrariamente e torturate è una chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale».
A bocciare senza appello la decisione dell’Europa di riconsegnare i migranti nelle mani dei libici è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein che si è detto «disgustato dal cinismo europeo».

Dopo la denuncia di Medici Senza Frontiere sulle condizioni in cui sono costretti i migranti in Libia, nuove critiche alla politica messa in atto dall’Italia – e avallata dall’Ue – per fermare i flussi arrivano adesso anche dalla Nazioni unite. E svelano ancora una volta tutta l’ipocrisia con cui l’Europa da anni gestisce l’emergenza migranti, annunciando di combattere i trafficanti di uomini ma in realtà mettendo in atto solo politiche di contrasto a quanti fuggono da guerre e miseria. «L’Ue, e l’Italia in particolare, – denuncia al Hussein – sono impegnate a sostenere la Guardia costiera libica, una Guardia costiera che ha sparato a barche di Ong che provano a salvare migranti a rischio di annegare, con il risultato che adesso le Ong devono operare ancora più lontano».

Al Hussein punta il dito su un altro dei punti forti della politica voluta dal ministro degli Interni Marco Minniti e che oggi rischia di trasformarsi nel segno della schizofrenia con cui il governo gestisce l’emergenza migranti. Dopo aver costretto di fatto le Ong ad abbandonare l’opera di salvataggio dei migranti (è di pochi giorni fa l’annuncio della maltese Moas di aver sospeso i soccorsi proprio per non consegnare i migranti ai libici), adesso si pensa di coinvolgere le stesse Ong nella gestione dei campi profughi che verranno allestiti nel paese nordafricano.
A proporlo è il viceministro degli Esteri Mario Giro che due giorni fa ha incontrato una ventina di Ong alla Farnesina. «Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno», ha spiegato Giro riferendosi alle centinaia di uomini, donne e bambini richiuse ne centri di detenzione libici. «Senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti, abbiamo già messo risorse a disposizione».
Sei milioni di euro sarebbero stati investiti nel progetto, più altri tre per un accordo con i sindaci del territorio libici. Nelle intenzioni della Farnesina le Ong sarebbero almeno una ventina, dalla stessa Msf a Terre des Hommes, all’Elis legata all’Opus Dei.

Apprezzamento per la proposta di Giro è stato espresso dal ministero della Difesa Roberta Pinotti, mentre da parte sua il ministro Minniti ha annunciato di voler incontrare le organizzazioni umanitarie la prossima settimana. «Sarebbe molto bello se ogni Ong italiana potesse adottarne una libica. La mia ambizione sarebbe quella di arrivare a costruire una rete di giovani libici impegnati per il rispetto dei diritti umani nel loro Paese», ha spiegato Minniti.

Dubbi all’operazione arrivano però dalle stesse Ong. In un’intervista all’Huffington post Marco Bertotto, responsabile advocacy di Msf, si dice contrario anche all’idea di ricevere fondi governativi. «dal 2016 noi non accettiamo fondi da alcun governo europeo o dall’Unione Europa in polemica con le politiche di contenimento dell’immigrazione adottate dalla Ue».

Insieme all’Unhcr (che opera attraverso partner locali) e all’Oim, Msf è una delle tre organizzazioni internazionali che opera in Libia.
Nonostante questo – o forse proprio per questo – l’idea di operare sotto il cappello governativo non piace. «C’è il rischio – spiega infatti Bertotto – che questa idea di dare alle Ong la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle Ong da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone in Libia».

Da il Mnifesto. Leo Lancari

I governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

Compi-in-Libia
Compi-in-LibiaLettera aperta di Medici Senza Frontiere agli Stati membri e alle Istituzioni dell’Unione Europea.

Caro Presidente Gentiloni,

il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa.

Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi.

La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa.
Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni. E i governi europei hanno scelto di trattenere le persone in questa situazione.

Ma è inaccettabile bloccarle lì, così come è inaccettabile rimandarle in Libia.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha assistito le persone nei centri di detenzione di Tripoli per più di un anno e ha visto con i propri occhi questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri.

E sappiamo peraltro che questi centri ufficiali non sono che la punta dell’iceberg.

Le persone sono trattate come merci da sfruttare.

Ammassate in stanze buie e sudice, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra.

Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti.
Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate.
Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì.

La loro disperazione è sconvolgente.

La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma sappiamo bene quello che sta accadendo in Libia.
Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella

peggiore, cinica complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti.

Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario.

Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali. Oggi solo una piccola parte di quelle persone vi ha avuto accesso.

Bisogna fermare subito la terribile violenza perpetrata contro queste persone.

Bisogna assicurare un rispetto basilare per i loro diritti umani, tra cui un adeguato accesso a cibo, acqua e cure mediche.

Nonostante i governi abbiano dichiarato la necessità di migliorare le attuali condizioni delle persone, i risultati sono ancora lontani dall’arrivare.

Invece di affrontare le drammatiche conseguenze provocate dalle loro stesse scelte, i politici si sono nascosti dietro attacchi pretestuosi contro le organizzazioni e gli individui impegnati ad aiutare migranti e rifugiati in grave difficoltà.

Durante le nostre operazioni di ricerca e soccorso in mare, svolte sotto il prezioso coordinamento della Guardia Costiera e con la collaborazione delle autorità italiane, abbiamo subito attacchi, anche con armi da fuoco, da parte della Guardia Costiera libica finanziata e addestrata dall’Europa. E per mesi siamo stati oggetto di pesanti accuse di complicità con i trafficanti.

Ma chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?

La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista.

L’accordo UE-Turchia del 2016 e tutte le atrocità che abbiamo visto in Grecia, Francia, nei Balcani e altrove ancora indicano una prospettiva sempre più definita, fatta di frontiere chiuse e respingimenti.

Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare.

Vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare.

Non possiamo dire che non sapevamo quello che stava accadendo.

Non possiamo continuare a tollerare questo vergognoso accanimento sulla miseria e la sofferenza delle persone intrappolate in Libia.

Presidente Gentiloni, permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?

Joanne Liu  –  Presidente Internazionale MSF
Loris De Filippi  –  Presidente MSF Italia

Appello per azione globale contro le basi militari – 7 ottobre 2017

Base-Militare

Base-Militare
È tempo di resistere! INSIEME!

Attivisti determinati in tutto il mondo hanno resistito per decenni ad occupazione, militarismo e basi militari straniere nelle loro terre.

Queste lotte sono state coraggiose e persistenti. Uniamo la nostra resistenza in un’azione globale per la pace e la giustizia.

Questo autunno, durante la prima settimana di ottobre, invitiamo la vostra organizzazione a pianificare un’azione anti-militarista nella vostra comunità come parte della prima settimana annuale globale di azioni contro le basi militari.

Insieme le nostre voci sono più alte, il nostro potere più forte e più pervasivo.
Resistiamo insieme per abolire la guerra e fermare la profanazione di Madre Terra.

Unisciti a noi nella creazione di un mondo in cui ogni vita umana ha valore uguale e un ambiente sicuro in cui vivere.

È nostra speranza che questo sia l’inizio di uno sforzo annuale che possa unificare meglio il nostro lavoro e renda più forti i legami fra di noi.

Vuoi unirti a noi a noi in questo sforzo globale?

Background:

Il 7 ottobre 2001, in risposta agli eventi dell’11 settembre, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno lanciato la missione “Enduring Freedom” contro l’Afghanistan.
Queste forze militari giganti hanno iniziato l’assalto su un paese già colpito dall’invasione sovietica e reduce da anni di una devastante guerra civile che ha portato l’Afghanistan a un’oscura esistenza medievale di fondamentalismo talebano.

Dall’11 settembre è stato istituito un nuovo concetto, la Permanent Global Warfare, che è proseguita da quella fatidica giornata.

Tuttavia, in quei primi giorni, è emerso anche un nuovo movimento sociale, che aspirò a diventare globale.

Sfidando il nuovo ordine mondiale reclamizzato sotto la facciata della “Guerra al Terrore“, questo movimento internazionale anti-guerra è cresciuto così rapidamente che il New York Times ebbe a definirlo “il secondo potere mondiale”.

Tuttavia, oggi viviamo in un mondo sempre più insicuro, con guerre sempre in espansione mondiale. Afghanistan, Siria, Yemen, Iraq, Pakistan, Israele, Libia, Mali, Mozambico, Somalia, Sudan e Sud Sudan sono solo alcuni dei punti caldi. La guerra è diventata sempre più una strategia per il dominio globale.

Questo stato di guerra perpetuo ha un impatto devastante sul nostro pianeta, impoverisce le comunità e impone massicci movimenti di persone che fuggono dalla guerra e dal degrado ambientale.

Oggi, nell’era di Trump, questo approccio si è intensificato. Il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi climatici accompagna una politica energetica distruttiva, ignorando la scienza e eliminando le protezioni ambientali, con conseguenze che cadranno pesantemente sul futuro del pianeta e su tutti coloro che vivono su di esso.

L’uso di dispositivi come il MOAB, “la madre di tutte le bombe”, mostra chiaramente il corso sempre più brutale della Casa Bianca.
In questo contesto, il paese più ricco e potente, che possiede il 95% delle basi militari straniere del mondo, minaccia regolarmente di intraprendere interventi militari con altri poteri maggiori (Russia, Cina, Corea del Nord, Iran), spingendoli grottescamente ad aumentare i propri bilanci militari e le vendite di armi.

È ora di unificare tutti coloro che si oppongono alla guerra in tutto il mondo.
Dobbiamo costruire una rete di resistenza alle basi statunitensi, in solidarietà con i molti anni di resistenza attiva a Okinawa, Corea del Sud, Italia, Filippine, Guam, Germania, Inghilterra e altrove.

Il 7 ottobre 2001, il paese più ricco del mondo ha iniziato il suo perpetuo assedio militare e l’occupazione dell’Afghanistan, una delle nazioni più povere del mondo.

Proponiamo la settimana del 7 ottobre 2017 come la prima azione annuale GLOBALE CONTRO LE BASI MILITARI.

Invitiamo tutte le comunità a organizzare azioni e eventi di solidarietà durante la prima settimana di ottobre. Ogni gruppo può organizzare in modo indipendente una resistenza che soddisfi le esigenze della propria comunità.

Noi incoraggiamo incontri organizzativi di comunità, dibattiti, incontri pubblici, veglie, gruppi di
preghiera, raccolta di firme e azioni dirette. Ogni comunità può scegliere i propri metodi e le sue posizioni di resistenza: basi militari, ambasciate, edifici governativi, scuole, biblioteche, piazze pubbliche, ecc.

Per rendere possibile questo, dobbiamo lavorare insieme per sciogliere le nostre differenze in un fronte unito, e dare visibilità ad ogni iniziativa. Insieme siamo più potenti.

Come ha detto Albert Einstein: “La guerra non può essere umanizzata. Può essere solo abolita.

Vuoi unirti a noi? Rendiamo questo possibile, insieme.
Con il rispetto più profondo

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Primi firmatari:

NoDalMolin (Vicenza – Italia) NoMuos (Niscemi – Sicilia – Italia) CODEPINK (Area di S. Francisco – USA) World Beyond War (USA) CODEPINK (USA) Hambastagi (Partito della Solidarietà dell’Afghanistan) STOP the War Coalition (Filippine) Environmentalists EAW Berkeley, California

Noi vi accusiamo

Noi-vi-accusioamo

Noi-vi-accusioamoLettera aperta della Campagna LasciateCIEntrare al Ministro dell’Interno Minniti, al Premier Gentiloni ed al Governo Italiano.

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Noi uomini e donne, attivisti, associazioni che operano nell’ambito del sociale e dei diritti umani,

VI ACCUSIAMO

A seguito di quanto avvenuto nelle ultime settimane sulle decisioni prese rispetto ai flussi migratori ed agli accordi sanciti con il “Governo libico” non ufficiale di Fayez al Sarraj, il Governo Italiano ha sancito ufficialmente e giuridicamente la propria posizione riguardo esseri umani in fuga ed in transito per ed attraverso l’Italia e l’Europa.

NOI VI ACCUSIAMO dei seguenti reati:

Mancato Soccorso, Maltrattamenti, Trattamenti disumani e degradanti, Tortura, Omicidio, Sterminio e Crimini contro l’Umanità.

Gravissime le dichiarazioni e gli atti del Ministero dell’Interno, dei suoi referenti e del nostro Governo. “Il Far West è finito” è una frase della quale dovremmo vergognarci, oggi ed in futuro, vergognarci di fronte al genocidio e ai crimini contro l’umanità che stiamo chirurgicamente e strategicamente preparando. Il Piano Minniti di sgombero delle associazioni umanitarie si è quasi concluso.

Abbiamo consegnato alla Guardia Costiera libica da noi ulteriormente addestrata e rifornita anche e non solo di mezzi navali, il controllo armato delle coste e del tratto di Mar Mediterraneo e la relativa giurisdizione sulle barche, i pescherecci, i gommoni ed i barconi sui quali viaggiano i migranti in fuga, ignari che la loro sarà solo una partenza fasulla, che verrà pagata a caro prezzo e che non li porterà in Europa ma li rimanderà in Libia. Il giro della morte. Sarà la Guardia Costiera ad autorizzare le navi ad entrare nella nuova zona di SAR, Guardia Costiera vera o millantata pronta a sparare non sui trafficanti collusi ma sulle navi delle associazioni umanitarie indipendenti. Il Governo Italiano è ovviamente a conoscenza del fatto che la Libia è un paese NON FIRMATARIO della Convenzione di Ginevra e che da anni ha istituito veri e propri lager dove la violenza, le torture, gli stupri sono all’ordine del giorno; dove i trafficanti di esseri umani praticano indisturbati sotto gli occhi dei Governi europei il businness del commercio umano, potendo contare sul silenzio di un’Europa complice delle violazioni e terrorizzata dai flussi migratori. Un’Europa che sta rinnegando totalmente i principi sui quali è stata fondata.

L’EUROPA NELL’APPLICAZIONE DEL TRATTATO BILATERALE CON LA LIBIA STA VIOLANDO DE FACTO LA CONVENZIONE DI GINEVRA che prevede con l’Art. 33: “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la su avita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza ad un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.” Il divieto di respingimento è applicabile ad ogni forma di trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non ammissione alla frontiera. E’ possibile derogare a tale principio solo nel caso in cui, sulla base di seri motivi un rifugiato venga considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede o una minaccia per la collettività. Tale principio costituisce parte integrante del diritto internazionale dei diritti umani ed è un principio di diritto internazionale consuetudinario.

Chi ha visitato i lager libici (presto riproposti anche in altri paesi africani) ha assistito con i propri occhi alla riduzione in schiavitù e alla perpetrata violenza fisica e psicologica di uomini e donne. Il Governo Italiano è complice di questi reati. Il permettere e consentire l’accesso di organizzazioni internazionali come l’UNHCR o l’OIM, che da anni denunciano questi centri, non cambia in nessun modo la sua posizione criminale.

IL GOVERNO ITALIANO NON E’ RIUSCITO A “IMPORRE” ALL’EUROPA LA RELOCATION DECISA E MAI ATTUATA, OVVERO LA SUDDIVISIONE PER I SINGOLI PAESI MEMBRI DI QUOTE DI MIGRANTI, E HA DOVUTO CAMBIARE STRATEGIA.

Il neo Ministro Minniti, non appena insediatosi, è volato in Libia, in Egitto, a concludere accordi bilaterali dove siamo più forti commercialmente, dove vengono sversati da anni milioni di euro (strana coincidenza l’ex sottosegretario agli esteri di fresca nomina come vicepresidente dell’ENI), dove le vite umane, comprese quelle dei nostri giovani ricercatori come Giulio Regeni, non contano assolutamente nulla. Minniti ha chiuso accordi in tempi record, con Governi collusi dove i diritti umani non sono neanche un “compromesso”. SEMPLICEMENTE, NON SONO.

IL GOVERNO ITALIANO VUOLE ELIMINARE LE ONG CHE PRESTANO SOCCORSO IN MARE E DI FATTO AUTORIZZARE LA GUARDIA COSTIERA LIBICA – CHE VA RICORDATO PRENDE SOLDI SIA DALL’ITALIA CHE DALL’EUROPA E DAI TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI – ALLA GESTIONE DEL DESTINO DI ESSERI UMANI.

E’ palese quanto il nostro Governo attraverso il Ministro dell’Interno abbia concordato con la Libia di Al Sarraj di “SGOMBERARE” il Mar Mediterraneo da organizzazioni umanitarie, in pratica un DASPO per le ONG (lo rinomineremo un DAONG ?). Questa decisione è equiparabile ad una espulsione e respingimento di massa, violando così intenzionalmente l’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti e l’articolo 4 che mette al bando le espulsioni collettive, per la quale l’Italia è stata già condannata.

Riporta in un’intervista l’ammiraglio Credentino che ha guidato per due anni la Missione Eunavfor Med che “ogni giorno circa 20, 22 mercantili vanno e vengono dalla Libia, e decine circolano nell’area”. E’ evidente che le merci possono regolarmente disporre di CANALI COMMERCIALI mentre i CANALI UMANITARI vengono criminalmente omessi da anni.

CHIEDIAMO INOLTRE AL GOVERNO ITALIANO DI SAPERE se anche ai MERCANTILI COMMERCIALI è stato sottoposto un Codice di Condotta, oppure se anche queste imbarcazioni faranno parte del FAR WEST cui fa riferimento il nostro Ministro dell’Interno, e saranno quindi libere di intraprendere traffici di merci e perché no, di dedicare stive da vendere a caro prezzo alle reti internazionali e alle mafie di trafficanti di esseri umani.

Il Codice di Condotta è stata solo una strategia per avviare quel processo di criminalizzazione delle ONG e della società civile che da sempre si contraddistingue per la sua neutralità, imparzialità ed indipendenza. Ed aggiungiamo per la loro solidarietà per gli esseri umani che in mare rischiano la propria vita. Le ONG hanno DOVUTO cominciare ad operare in mare dopo la chiusura di MARE NOSTRUM e le morti continue ed ininterrotte di vittime innocenti.

All’imposizione del Codice di Condotta o meglio di alcune richieste inaccettabili sotto il profilo umanitario alcune ONG hanno espresso la loro perplessità e con coerenza e rigore, MSF in primis si è detta disponibile a collaborare ma a non trasgredire un proprio Codice di condotta Etico non scritto ma esercitato quotidianamente ed universalmente, denunciando che quanto sta accadendo provocherà ancora più morti e violazioni dei diritti umani in Libia. Per questo MSF non ha firmato il Codice di Condotta. NOI STIAMO CON MSF.

NOI VI ACCUSIAMO. ACCUSIAMO chi deliberatamente criminalizza ed accusa ed inquisisce quei cittadini che agendo secondo i trattati Internazionali ed i valori universalmente riconosciuti assiste ed aiuta esseri umani in situazione di vulnerabilità e necessità.

Accusiamo quei politici e quelle istituzioni che indagano uomini e donne accusati del CRIMINE DI SOLIDARIETA’ addebitandogli il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Eppure nel Testo Unico sull’Immigrazione all’articolo 12.2 si trova la dicitura “non costituiscono reato le attività di soccorso ed assistenza umanitaria se prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”.

Da anni gli attivisti presenti sul territorio italiano, da sempre impegnati nella difesa dei diritti umani si sono visti ostacolare, impedire di poter svolgere e praticare la solidarietà per chi, abbandonato dalle leggi e dalle istituzioni, cerca riparo e rifugio. La criminalizzazione è passata e passa dai fogli di via, dalle incriminazioni per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, a partire dal caso di OSPITI IN ARRIVO per arrivare agli attivisti di Ventimiglia fino alla recente inchiesta su DON MUSSIE ZERAI, colpevole di aver segnalato alla Guardia Costiera italiani i SOS ricevuti dai migranti a rischio di naufragio e morte.

MIGLIAIA DI MORTI SONO STATE EVITATE GRAZIE ALL’ AZIONE UMANITARIA DI ATTIVISTI, ORGANIZZAZIONI ED ASSOCIAZIONI, REALIZZATE INSIEME ALLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA.

NOI STIAMO CON GLI ATTIVISTI. NOI SIAMO GLI ATTIVISTI.

NOI ACCUSIAMO quei Governi, compreso il Governo Italiano, che ancora utilizzano la detenzione amministrativa e la privazione della libertà personale, dispositivo che su base razziale prevede il trattenimento di uomini e donne “irregolari” all’interno dei centri di detenzione, i CIE e nuovi CPR.

Le disposizioni del Ministro dell’Interno già a gennaio 2017 hanno cominciato a prevedere ALIQUOTE ASSEGNATE per le Questure e Prefetture per rimpatri indiscriminati di cittadini nigeriani. La riproposizione di un moderno apartheid, voluta ed eseguita da un Governo di Sinistra.

Il Decreto Minniti Orlando divenuto legge ha de facto sancito che gli stranieri non hanno giurisdizione in Italia, o meglio, ce l’hanno, ma di serie B. LA LEGGE NON E’ EGUALE PER TUTTI IN ITALIA.

Una recentissima sentenza ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire il Comune di Bari per il danno di immagine provocato dai trattamenti disumani e degradanti avvenuti all’interno del CIE di Bari. Quel centro, così come gli altri sono strutture dove non esiste il diritto, dove viene negata la dignità umana e dove le denunce per morti di stato sono insabbiate nelle Procure.

Il Sistema HOTSPOT si è dimostrato inefficace, non garantisce il diritto di asilo né le misure di accoglienza e consente respingimenti collettivi arbitrari ed illegali. Ed è appunto un sistema inaccessibile alla società civile, dove ripetute sono state le denunce di violazioni avanzate da ONG e associazioni.

NOI VI ACCUSIAMO – ACCUSIAMO CHI GOVERNA E GESTISCE I FONDI DESTINATI A COMBATTERE LA POVERTA’ E CHE SARANNO IN AFRICA UTILIZZATI PER CONTROLLARE I MIGRANTI attraverso forniture militare e forniture di macchinari di controllo delle frontiere, formazione delle forze di polizia, gestione di centri per migranti e sistemi per la raccolta di dati biometrici delle persone, una vera e propria schedatura di massa.

600 milioni di euro del cosiddetto TRUST FUND che andranno ai Governi “compact” (in particolare Nigeria, Mali, Etiopia, Mali, Senegal) per operazioni di controllo e sicurezza decisi a Malta, da dove si spara sulle navi dei migranti già da anni, oppure non facendo sbarcare nei propri porti le carrette del mare, violando ogni tipo di legge e convenzione internazionale. Il Trust Fund: un’operazione di “distrazione di masse” economiche che anziché essere utilizzate per la cooperazione e il miglioramento delle condizioni di vita di paesi da dove si fugge per carestie o per regimi non democratici, serviranno esclusivamente a rafforzare le misure di trattenimento nei paesi di origine e di transito. Galere a cielo aperto, così come fatto con la Turchia di Erdogan, con il quale si è trattato con 6 miliardi di euro il sigillare il confine con l’Europa. A pagarne il prezzo concordato da Bruxelles quasi 60mila uomini e donne e bambini da marzo 2016 “ingabbiati” in Grecia da marzo 2016. Circa 100.000 euro a testa, il valore della vita umana, di un “migrante in meno” presente sul suolo europeo.

Il Consiglio d’Europa ha chiesto delucidazioni e chiarimenti all’Italia sulla pratica di respingimento di migranti in arrivo nei porti di Ancona, Bari, Brindisi e Venezia ai porti della Grecia, mettendo in discussione la garanzia dell’accesso alle procedure internazionali, ai servizi offerti dalle ONG, e tuttala gestione del sistema.

NOI INOLTRE ACCUSIAMO E CONDANNIAMO QUELLE COMPAGNIE DI TRASPORTI E VETTORI che si fanno utilizzare per il respingimento di cittadini stranieri dall’Italia e dall’Europa. Le compagnie aeree, ad esempio, che accettano sui loro veicoli di trasbordare migranti in paesi di transito e/o di origine senza aver avuto la garanzia e/o necessaria documentazione dello status del migrante, sono COLPEVOLI di un respingimento ILLEGITTIMO e in aperta VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI UNIVERSALMENTE RICONOSCIUTI.

Queste, un tempo le chiamammo DEPORTAZIONI.

Ne fummo testimoni e complici, poi osservatori inorriditi, ora le riproponiamo senza battere ciglio.

NOI ATTIVISTI STIAMO CON I MIGRANTI, CON LE ONG perché le DISCRIMINAZIONI che stanno producendo gli Stati Membri produrranno il collasso dell’Europa da un punto di vista politico, morale, etico, economico, sociale, culturale. Perché quanto sta avvenendo viola diritti umani inalienabili, tutti i principi etici e morali, la dignità dell’essere umano che ne è vittima, così come degrada chi la esercita e chi se ne rende responsabile, sia esso un decisore oppure un mero esecutore materiale.

NOI VI ACCUSIAMO

E le accuse che stiamo avanzando sono terribili, fondate, e indegne di stati civili e democratici.

Campagna LasciateCIEntrare

http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/300-noi-vi-accusiamo-lettera-aperta-al-ministro-dell-interno-minniti-al-premier-gentiloni-ed-al-governo-italiano

Quei diritti umani che richiedono una politica forte

dignita-e-diritti

dignita-e-dirittiOggi è più che mai essenziale e indispensabile affermare e rispettare gli imperativi morali e politici dell’umanità.
Ogni donna e ogni uomo compongono l’umanità, e convivono con le specie non umane.
La memoria dei non più viventi e le speranze di coloro che attendono di vivere fanno parte della umanità.

L’umanità e ogni singola donna e ogni singolo uomo hanno il diritto alla vita come bene comune e il dovere di curarla per sé, per tutti e per ciascuno, umani e non umani.
L’umanità ricerca l’eguaglianza, il valore delle differenze, la giustizia, la fratellanza e la sorellanza, la felicità. Nessun potere può violare i principi “costituzionali” della umanità…da scrivere.

Si tratta di principi utopici e realizzabili, bisognerebbe provare a scrivere una Costituzione dell’umanità, proprio perché sembra tragicamente impossibile.

Tutto ciò che di costituzionale esiste viene stracciato, giorno dopo giorno. Tutto ciò che di umano sta nelle nostre vite viene negato, contraddetto quotidianamente. Ciò che si sostituisce alle Costituzioni, e alla umanità, è la potenza della mercificazione, che parte dal mercato per andare oltre il mondo delle merci, per rendere merce l’intero mondo, umanità e vita compresi. La potenza del pensiero unico, che rende impensabile, o illegale, l’idea stessa di qualcosa che sia altro da sé. Libertà, uguaglianza, fraternità sostituite con la trimurti controrivoluzionaria di dipendenza (al mercato), competitività (per il mercato), odio (per chi pensi possa minacciare il tuo posto nel mercato).

Eppure c’è stato un momento in cui l’idea di una democrazia dell’umanità si è affacciata. Dopo la seconda guerra mondiale, l’orrore totale del nazismo disposto all’olocausto per sostituire l’umano con l’ariano e i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, l’Onu provò a indicare un cammino.

Se leggiamo nelle sue carte troviamo ad esempio che c’è un diritto di asilo universale per donne e uomini che fuggono dalle guerre. E c’è un diritto universale a muoversi senza confini per cercare lavoro e una vita migliore.
Sono diritti dell’umanità che si chiedeva alle istituzioni del mondo di recepire e di far vivere. D’altronde era viva la coscienza delle centinaia di milioni di persone che avevano migrato nel ‘900 delle guerre e dell’edificazione del capitalismo moderno. A vedere la realtà di oggi non si può che provare angoscia e rabbia, per come questi due diritti scritti siano oggi calpestati. Anzi, vilipesi perché di vilipendio si tratta in quanto si straccia ciò che scriveva una coscienza democratica che provava a farsi democrazia globale.

I profughi con le guerre militari e commerciali, i migranti schiavizzati nel mercato globale della merce lavoro: il capro espiatorio per i nuovi lager.

E sempre dell’Onu è figlia la Carta di Kyoto per la salvezza del pianeta. Il Protocollo di Kyoto nato dalle conferenze sulla Terra e cioè dal provarsi dell’umanità a prendere atto delle proprie responsabilità di specie, chiamando il potere a risponderne.

Tuttavia le Resistenze ci sono. I grandi movimenti alterglobalisti, pacifisti e dei beni comuni. Il “restiamo umani” con cui Vittorio Arrigoni ci ha illuminato sull’esistenza di un irriducibile cui appellarsi. Il “rivolgersi al Mondo degli scarti” come leva di liberazione di Papa Francesco.

Ma la politica appare invece morta, suicidata. Eppure essa ci manca, dovrebbe aiutarci ad affrontare i problemi giganteschi dell’epoca nostra, quelli di una umanità che rischia di essere breve parentesi della vita del pianeta.

Ma la politica, che si è suicidata, può rinascere solo se si dà un imperativo categorico, un apriori non negoziabile, il solo capace di riportarla in vita. E questo imperativo vale per tutti e per ciascuno e cioè è politico in quanto singolarmente e collettivamente irrinunciabile.

È la rottura con la mercificazione della vita e la militarizzazione del mondo. E’ la riconciliazione dell’umano con il vivente.

Ci dice Papa Francesco che la chiesa stessa non può più “accompagnare” la politica come ha sempre, e spesso colpevolmente, fatto. Perché l’umano per riemergere da scarto deve resuscitare la politica ripartendo dal proprio essere irriducibile a tornare a farsi costituente. Costituente di un nuovo potere della comunità umana, del popolo, una democrazia dell’umanità planetaria. Che si dona la propria carta da scrivere insieme e che inizia con «L’umanità ripudia le guerre e dichiara illegale la povertà (e non i poveri)….».

R.Musacchio, R.Petrella

da Il Manifesto 19-8-17

VII° Conferenza Internazionale di Via Campesina

VCI

VCIUna Riflessione sulla Dichiarazione finale della VII° Conferenza Internazionale di Via Campesina (VCI) – Paesi Baschi, 16-24 luglio 1917

13 anni fa l’incontro con il Movimento Sem Terra (MST) ha fatto conoscere, a me cittadino, una realtà entusiasmante di lotta popolare e di cultura politica.

Negli anni successivi ho conosciuto anche Via Campesina Internazionale, un movimento di 200 milioni di contadini e pescatori (forse l’unico movimento mondiale organizzato, dopo la crisi dei sindacati e della classe operaia), e questa esperienza mi ha ridato speranza che forse un mondo migliore era ancora possibile.

Ho aspettato quindi con grande interesse le conclusioni della VII^ Conferenza internazionale di Via Campesina – Scarica file pdf , a cui hanno partecipato oltre 500 delegati, in rappresentanza di 73 nazioni, un incontro abbastanza ignorato in Italia.

Nella prima parte della Dichiarazione politica finale c’è una narrazione incisiva della grave crisi mondiale, del continuo aggravamento per i contadini e per l’ambiente, provocato dal capitalismo finanziario e delle multinazionali, sempre più megafuse.

Il loro modello agro-idro-estrattivista sta accaparrando l’acqua, i semi e la terra (idro-land-grabbing), non risolve la fame nel mondo, espelle i contadini dai campi verso le megalopoli, provocando nel contempo grandi migrazioni (si accenna nella dichiarazione alla diaspora Africana).

La Dichiarazione rivendica la centralità della sovranità alimentare, dei piccoli contadini e della loro agroecologia (del tutto alternativa e non cooptabile dall’agrobusiness) nell’alimentare la maggior parte della popolazione mondiale.

Si chiama ad una lotta di massa, una lotta fondamentale per l’Umanità e la sopravvivenza della Madre Terra, una lotta anche contro il nemico patriarcato, per la costruzione di un movimento mondiale sempre più forte, con un ruolo centrale delle donne e dei giovani, in alleanza con in popoli delle città.

La dichiarazione finisce affermando che “contro la barbarie è urgente costruire un altro futuro per l’umanità, costruire un Movimento per cambiare il Mondo”.

Questa Dichiarazione non poteva non essere sintetica e politica, ma francamente a me pare che manchi qualcosa, alcune realtà, alcuni “nomi” importanti.

Probabilmente si è stati imprecisi nel dichiarare in via di esaurimento i carbonfossili, petrolio e gas.

Negli ultimi anni siamo in una fase di sovrapproduzione e di caduta dei prezzi, insieme a nuove tecnologie estrattive (fracking, shale gas, sabbie bituminose ecc.) e a sempre maggiori iniziative “belliche e coloniali” per impadronirsi dei giacimenti, violentando Terra e Mari.

A quasi due anni dagli Accordi di Cop 21 a Parigi, neanche risolutivi della mitigazione, non parliamo del surriscaldamento globale, e con finanziamenti non vincolanti per i paesi ricchi che hanno creato il caos climatico, mi aspettavo che nella Dichiarazione si accennasse almeno al rapporto cibo industriale – emissioni di gas serra (circa il 50% del totale), si riprendesse il tema della Giustizia Climatica e del Debito Climatico, contenuto nella Dichiarazione della precedente VI° Conferenza di VCI, svoltasi nel 2013 in Indonesia.

Mi auguravo di trovare nel testo le parole“Petrolio” “Carbone” e “GAS”, e che si dicesse con chiarezza che sono i nemici della TERRA, dell’ACQUA, dei BENI COMUNI, del PIANETA e dell’Umanità, e che dobbiamo far capire ai Popoli che non bisogna estrarli, dobbiamo LASCIARLI sotto TERRA e sotto i MARI.

Molti anni fa mi era assai piaciuta la definizione del MST dell’Agricoltura Industriale o Agrobusiness come Agricoltura senza contadini petrolifera (mineraria).

Nella Dichiarazione si definisce l’Agrobusiness “Agricoltura senza Contadini e altamente escludente”, ma si è eluso il termine “petrolifera”, forse per la paura (legittima) della privatizzazione dell’industria petrolifera da parte di Governi corrotti e golpisti in alcuni Paesi dell’America Latina.

Non possiamo però dimenticare che i carbonfossili sono la base della produzione industriale di Cibo, quel Cibo Spazzatura, a basso costo e alto contenuto di calorie, che ha fatto schizzare a 2 miliardi il numero di Obesi a livello mondiale, in gran parte tra i poveri delle città, delle favelas e delle bidonville, a mio parere realtà da distruggere e che invece sono, soprattutto in Asia e Africa, in continuo aumento.

Dobbiamo dire ad alta voce che la carne è ormai un sottoprodotto del Petrolio e il suo consumo sempre maggiore (con gli animali di allevamento che assumono il 70% degli antibiotici prodotti a livello mondiale) è responsabile di enormi quantità di emissioni di gas serra.

Con tutta la simpatia per i compagni/e dell’America Latina troppo churrasco fa male anche ai contadini, perché i grandi allevamenti estensivi di animali da carne (per la maggior parte per l’export) distruggono i pascoli, la fertilità della terra e consumano e contaminano l’Acqua.

Nella Dichiarazione si dice che la “TERRA è VIVA”, è vero, ma bisogna aggiungere che è malata.

Seriamente malata. Sono stati compromessi i cicli naturali, quello del carbonio, con la perdita di Fertilità del Suolo, che significa Desertificazione e Siccità

L’Agricoltura Agroecologica è la vera Economia Circolare, rifertilizza i Suoli, riassorbendo la CO2 dall’atmosfera e raffreddando il pianeta, come diceva il bellissimo slogan di Via Campesina “ l’Agroecologia contadina nutre il Mondo e raffredda il Pianeta”.

Invece, sui media sentiamo parlare di Economia Circolare solo a proposito di Raccolta Differenziata e riciclo dei Rifiuti: siamo ormai una Società a rischio Estinzione, alla frutta, che si limita a cercare soluzioni solo per il tratto finale dei cicli vitali…

Si è accelerato il ciclo dell’Acqua, si sciolgono i ghiacciai e i Poli e le acque dolci tornano più velocemente al mare e sono meno disponibili.

Il surriscaldamento globale ha determinato un forte riscaldamento degli Oceani, che sono quelli che determinano il Clima e danno origine, con l’evaporazione, all’acqua dolce, solo il 3% del totale delle acque, risorsa ormai relativamente scarsa, cioè poco disponibile in numerose aree mondiali.

A questo scenario tragico si aggiunge, nella folle corsa alla Vita Artificiale e al Lavoro Artificiale, il terzo nemico del Pianeta insieme a idro- e agrobusiness, cioè l’estrattivismo, prevalentemente in Africa e America Latina, che estrae, oltre ai carbonfossili, i minerali necessari per l’informatizzazione anche del Lavoro, cioè per Industria 4.0 e Agricoltura 4.0, realtà senza lavoratori industriali e senza contadini.

La maledizione di avere Terre ricche di minerali si aggiunge alla siccità, desertificazione, guerre e violenze nell’espellere milioni di contadini.

In Cina negli ultimi decenni sono stati espulsi dai campi 170 milioni di contadini, si prevedono nei prossimi decenni almeno 250 milioni di rifugiati Ambientali, soprattutto contadini, da Africa (quasi l’80% sono ancora contadini) e Asia del Sud (quasi il 50%).

E’ difficile dire cosa fare, ma almeno cerchiamo un linguaggio chiaro per educarci e coscientizzare i popoli.

Nella Dichiarazione di VCI si parla di Cambiare il Mondo, mi sembra ancora antropocentrico e tutto sommato falso, come anche dire “Salviamo il Pianeta”.

Molto meglio quello che era scritto qualche anno fa su un’ Agenda LatinoAmerica: “Salviamoci con il Pianeta”, cioè il Pianeta andrà avanti, sopravvivrà. È l’Umanità che è a forte rischio.

E inoltre denunciamo con forza quello che ci ricorda nel suo ultimo libro Amitav Gosh “La Grande Cecità”, in cui si parla appunto dell’occultamento, che facciamo nei fatti. del Surriscaldamento Globale

di Antonio Lupo- Amig@s MST Italia

Legambiente: il mondo è fatto di gocce

Il-mondo-fatto-di-gocce

Il-mondo-fatto-di-gocceQuesta situazione di grave siccità porta ciascuno di noi a chiedersi cosa fare per contribuire al risparmio di acqua

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in occasione della giornata mondiale dell’acqua metteva in guardia sulla crescente carenza di acqua, un problema perenne nelle nazioni più povere di tutto il mondo ma che sta raggiungendo anche le nazioni ricche occidentali.

Quasi un presagio …., visto che l’estate 2017 si presenta caratterizzata da una forte siccità.  Infatti, nella nostra regione, il Lamma parla, nel suo ultimo bollettino (giugno 2017),  di “precipitazioni decisamente inferiori alla media (circa -50% di pioggia media in meno nei capoluoghi), con cumulati inferiori ai 100 mm, eccetto che per le zone appenniniche”. “Sette capoluoghi su 10 hanno subito un deficit di pioggia superiore a -65%, con Pisa e Pistoia intorno a -20% e solo Livorno con un +17%”.

Le previsioni meteo fornite dal Lamma per il mese di agosto non preannunciano piogge significative e la Cabina di regia sull’emergenza idrica (composta da Regione, AIT, Autorità di Distretto dell’Appennino settentrionale, Lamma e Anci) ha di recente fatto il punto della situazione, fornendo disposizioni, in primis ai sindaci, perché sensibilizzino la popolazione ad un uso accorto dell’acqua.

Gocce-per-cittadinoCosa può fare ciascuno di noi per contribuire al risparmio idrico ?

Ci viene in aiuto Legambiente, che ha predisposto un opuscolo: “Un mondo fatto a gocce” volto anche a sensibilizzare i cittadini all’adozione di  atteggiamenti e stili di vita sostenibili ed attenti alla riduzione di inutili perdite idriche dirette ed indirette.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2015, i cittadini italiani hanno consumato in media 89,3 metri cubi d’acqua a testa per uso potabile, pari a 245 litri al giorno.

Diventa quindi importante porre in essere alcune buone pratiche consigliate anche da Legambiente, quali utilizzare i riduttori di flusso, gli sciacquoni a basso consumo o gli elettrodomestici a basso consumo idrico.

Certo ognuno di noi può fare molto, anche tenendo conto, come ci ricorda l’associazione ambientalista, degli sprechi di acqua “indiretti” ovvero quelli legati, ad esempio, al cibo che gettiamo via e che necessita di molta acqua per essere prodotto. 

Ricordiamoci che solo il 27,8% dei prelievi di acqua è destinato agli usi civili, mentre

  • il 17,8% è per usi industriali
  • il 4,7 % per la produzione di energia termoelettrica
  • il 2,9% per la zootecnia
  • il 46,8% per l’irrigazione delle coltivazioni.

Per questo Legambiente non si rivolge solo ai cittadini ma fornisce suggerimenti ad ampio raggio, parlando di ammodernamento degli acquedotti, utilizzo di tetti verdi e giardini pensili in città per l’accumulo e il recupero delle acque piovane, di tecniche irrigue sia in agricoltura sia nelle aree verdi urbane, di recupero e riutilizzo delle acque grigie (quelle che provengono da lavabi e docce) depurate. Ed ancora di condomini 2.0, edilizia sostenibile e regolamenti edilizi che puntano sempre di più al risparmio idrico.

Sempre guardando ai dati Istat, emerge che nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia (era il 35,6% nel 2012). Dispersioni particolarmente elevate (oltre il 60%) si riscontrano a Latina, Frosinone, Campobasso, Potenza, Vibo Valentia, Tempio Pausania e Iglesias. Dispersioni inferiori al 15% si rilevano soltanto a Pavia, Monza, Mantova, Udine, Pordenone, Macerata, Foggia e Lanusei.

Nel complesso il volume di perdite idriche totali nelle reti dei comuni capoluogo di provincia, ottenuto sottraendo i volumi erogati autorizzati ai volumi immessi in rete, ammonta nel 2015 a 1,01 miliardi di m cubi, corrispondenti a una dispersione giornaliera di 2,8 milioni di m cubi di acqua per uso potabile. Prospetto-2

Le perdite idriche reali di acqua potabile dalle reti dei comuni capoluogo di provincia, ottenute come differenza tra le perdite totali e quelle apparenti, sono stimate pari a 924,4 milioni di m3 nel 2015. Rappresentano la componente fisica delle perdite dovute a corrosione o deterioramento delle tubazioni, rotture nelle tubazioni o giunzioni difettose.

Il Censis, nel 4° numero del suo rapporto “Diario della transizione” del 2014, segnalava che “le perdite di rete in Italia sono pari al 31,9% […]”, ed aggiungeva che: “il confronto con i partner europei è impietoso: in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia al 20,9%”.

Visualizza il_mondo_e_fatto_di_gocce_legambiente

Minniti scatena l’alleato libico e piega la chiesa. Fuoco incrociato sulle ONG.

abbandonati

abbandonatiLa guerra alle ONG che fanno soccorso in mare sembra giunta ad un punto di svolta, con l‘attacco a fuoco di una motovedetta di Tripoli e la dichiarazione di interdizione del passaggio in acque internazionali ricadenti nella zona SAR libica rivolta soltanto alle navi delle stesse organizzazioni governative, incluse anche quelle che hanno recentemente capitolato, firmando un Codice di condotta con il ministro dell’interno.
Azioni sinergiche che stanno preparando veri e propri respingimenti collettivi come quelli per i quali nel 2012 l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

La stessa Guardia costiera libica che era già stata protagonista nella campagna diffamatoria contro le ONG, in evidente sinergia con le autorità italiane che ne erano registe, adesso minaccia di morte gli operatori umanitari che continueranno a operare soccorsi in mare in acque internazionali. Acque nelle quali nessuno può interdire il passaggio per andare a salvare vite umane in mare. Vedremo adesso come la Guardia costiera italiana e la Marina militare italiana giustificheranno queste minacce provenienti dagli alleati libici, che in passato hanno già aperto il fuoco anche su una motovedetta italiana. Ancora nessuno comprende se la minaccia del comandante della guardia costiera di Tripoli riguardino la zona Sar libica, che viene dichiarata adesso per la prima volta, o la zona di esclusivo interesse economico della Libia (ZEE) e dunque non 100 ma 180 chilometri dalla coste di Sabratha e Zuwara. Una distanza che mai nessun gommone potrà percorrere, ma anche una striscia di mare nella quale si sono già verificate stragi con migliaia di morti. Ricordiamo che l’operazione Mare Nostrum nel 2013 era partita dopo le due grandi stragi del 3 e dell’11 ottobre, proprio di fronte alla conclamata incapacità, se non assenza di volontà, della Guardia costiera “libica” di garantire interventi di soccorso in quella che avrebbe dovuto essere la sua zona SAR.

Successivi accordi tra le autorità maltesi e le autorità di Tripoli non hanno mai migliorato questa capacità di coordinamento e di soccorso, che sarebbe imposta dalle Convenzioni internazionali, ed il coordinamento delle attività SAR, nelle quali si inserivano le ONG, era rimasto affidato alla Guardia costiera italiana sia per la zona SAR maltese che per quella libica, con la sola eccezione delle acque territoriali, nelle quali comunque si può entrare in stato di necessità, sempre in base alle Convenzioni internazionali.
Adesso si è andati ancora oltre, creando le condizioni per la piena attuazione dei Protocolli operativi del 2007, negoziati dal governo Prodi, e poi recepiti dal Trattato di amicizia italo libico firmato nell’agosto del 2008 da Berlusconi e da Gheddafi, con Maroni ministro dell’interno.

La strategia di Minniti e del governo italiano, dopo avere incassato l’appoggio del presidente Mattarella, si completa con una visita in Vaticano e un comunicato della CEI che costituisce una svolta rispetto al passato.

Intanto sembra che la nave di Generazione Identitaria C Star, fin qui bloccata davanti il porto di Sfax dalla mancanza di carburante, dopo che la Grecia e la Tunisia hanno rifiutato l’ingresso nei loro porti, si stia rimettendo in moto, e minacci interventi di sostegno della Guardia costiera libica in operazioni di “soccorso” che si stanno trasformando in veri e propri sequestri in acque internazionali.

Presto dunque la nave “nera” C Star si aggiungerà alle motovedette libiche ed alle navi della marina italiana in funzione di appoggio a veri e propri respingimenti collettivi. Soggetti privati ed autorità pubbliche concorreranno nella violazione delle regole del diritto internazionale del mare.
Altissimo il rischio di nuove stragi. Le attività delle ONG, e degli operatori umanitari, già sotto i colpi delle procure  e adesso sotto il fuoco incrociato delle motovedette libiche e dei trafficanti, sono sostanzialmente embedded e si potranno svolgere soltanto nei limiti degli ordini provenienti dal Viminale. A questo punto, forse, sarebbe più dignitoso un ritiro di tutte le navi umanitarie e una denuncia degli illeciti internazionali commessi dal governo italiano e dai suoi agenti. Scelte che in ogni caso produrranno un numero di vittime senza precedenti. In mare e nei centri di detenzione libici. Perché con le decisioni già attuate e gli assetti operativi messi in opera tra le coste libiche, il porto di Tripoli e le acque internazionali, il governo italiano alleato della Guardia costiera libica si è già reso responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale. I giuristi cominciano soltanto adesso a segnalare i rischi derivanti, non tanto dal Codice di condotta imposto da Minniti, che però è servito a spaccare il fronte delle ONG, quanto dalle sue concrete attuazioni.

Scrive oggi su La Stampa Vladimiro Zagrebelsky
“I rischi di responsabilità internazionale per l’Italia emergono sotto almeno due aspetti. Essi riguardano ciò che avverrà concretamente in mare, indipendentemente da ciò che prudentemente si scrive nei documenti. Si tratta sia della natura effettiva dell’assistenza fornita dalla Marina italiana, sia del comportamento che terranno le autorità italiane nei confronti delle navi delle Ong che non hanno sottoscritto il codice di comportamento o che, avendolo accettato, in singole situazioni nel violino le disposizioni.
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Occorre aggiungere, oltre a diverse considerazioni in merito alla validità di un codice di condotta che attualmente rimane privo di basi legali nelle parti che non richiama le Convenzioni internazionali, che il governo italiano non ha garantito le condizioni per assicurare la dovuta collaborazione con le autorità SAR confinante, adesso sarà quella libica,  per il rispetto della vita umana in mare. Non si garantisce infatti l’adempimento  dell’obbligo di sbarcare i naufraghi, perché comunque vedano i procuratori lo stato di necessità di questo si tratta, in un luogo sicuro, che non è il porto più vicino, specialmente quando la sorte dei migranti soccorsi in mare è la detenzione in un campo lager.

Con le modalità operative concordate con la Guardia costiera di Tripoli e con l’invio di unità militari a supporto il governo italiano ha assunto una piena resposabilità nella violazione del divieto di respingimenti collettivi e nella violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti, affermati dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Nessuno parla più delle migliaia di vittime, nascoste dai media più grandi all’opinione pubblica. E quando non sono nascosti scatta indifferenza, se non esultanza per chi perde la vita in mare. Un arretramento spaventoso del senso di umanità nel nostro paese. Il contenimento delle partenze dalla Libia, ma presto i migranti troveranno altre rotte, si sta realizzando con la politica della dissuasione, una politica imposta con stragi per abbandono in mare e con i colpi d’arma da fuoco sparati sulle navi delle ONG. Siamo alla fascistizzazione delle frontiere marittime, alla creazione di una zona rossa a mare interdetta soltanto a chi vuole soccorrere vite umane, ma lasciata aperta a chi propaganda idee razziste e collabora con la guardia costiera libica negli interventi di blocco in mare. Di fatto attività di pirateria, o quanto meno di sequestro di persona, che dovrebbero avere anche una sanzione internazionale perché i privati non possono sostituirsi ai mezzi militari – bloccando in mare naufraghi – nelle attività di controllo delle frontiere.

Rimane un paese intorpidito , dalle coscienze segnate da una crisi economica e morale che ha ridotto al minimo la sensibilità verso i temi dell’accoglienza  e della solidarietà. Un paese nel quale le indagini giudiziarie mediatizzate in modo vergognoso espongono gli operatori della solidarietà al linciaggio in pubblico.
Un paese che è davvero su un piano inclinato verso una svolta autoritaria che in questo momento si identifica nella linea imposta dal ministro dell’interno. Una linea che nel breve periodo appare vincente, ma che sarà sconfitta dai fatti, se non dal recupero di un  minimo di senso di solidarietà e dal ripristino delle regole violate del diritto internazionale e della nostra Carta costituzionale.

Occorre chiedere l’invio di osservatori internazionali, non solo in Libia ma anche in Italia, e raccogliere le procure dei migranti che sono stati rigettati nell’inferno libico. Persone che comunque vanno messe in sicurezza. Fondamentale in questa attività di denuncia, l’impegno dell’UNHCR e dell’OIM che non si possono mettere a servizio delle politiche di sequestro in mare e di internamento praticate dai libici con il sostegno italiano. Si devono attivare centinaia di ricorsi. Occorre portare sul banco degli imputati chi sta violando norme del diritto internazionale ed interno, ma soprattutto sta negando il diritto alla vita a uomini, donne e bambini in fuga dall’inferno.

di Fulvio Vassallo Paleologo

11/8/2017

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