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Vi voglio raccontare una storia

una bella storia: la nostra presenza alla sagra di Baggio.

Abbiamo sempre ritenuto la Sagra di Baggio un momento importante di visibilità e di rappresentazione di contenuti che sono propri dell’attività della nostra associazione.

Ci siamo premurati anzitutto di raccontare le verità sul tema dei migranti in particolare per sfatare la “grande invasione” che l’Italia starebbe subendo.

Vedi: Quale invasione

Cercando di spiegare come accoglienza e umanità siano un Bene comune.

Abbiamo posto particolare accento alla Questione Femminile: sul diritto delle donne ad essere protagoniste delle battaglie politiche e del diritto alla Vita nelle sue diverse declinazioni denunciando la violenza che le donne subiscono in particolare quando vengono considerate “proprietà privata“.

Vedi poster: Donne

Un altro aspetto importante che abbiamo rappresentato con grande efficacia, vista l’attenzione delle persone, è stato il tema del “riciclo e le buone pratiche di raccolta differenziata” suggerito dal Municipio 7: tema che ci è caro in particolare per le stesse pratiche del Gruppo di Acquisto Solidale presente nell’Associazione Dimensioni Diverse.

Vedi: Il mio balcone ecologico

Vol_Quando la plastica genera morte

Vedi alcune foto

Questa é la nostra storia
che ci ha visti presenti alla 390° Sagra di Baggio.

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La “bella storia” racconta anche un’altra realtà che ci pare giusto raccontare perché ci compete, compete a tutti.

Ci sono momenti in cui la Sagra appare come un “NON LUOGO“: fiumane di gente che si trascina lungo la via, spinta in avanti da chi la segue, impossibilitata a ricercare un possibile sguardo amico, distratta da una grande apatia, di ciò che appare loro come una diversità altra.

Noi che vogliamo essere uno sguardo vivo, che crediamo al richiamo di una diversità possibile, ad una umanità attiva e solidale, quei volti distratti dall’indifferenza ci apparivano stranieri anche se dello stesso colore della pelle.

Avanti, sempre più avanti, trascinati via verso un dove che non pare esistere.

Distratti, sempre più alienati, indifferenti ad un destino omologante e precario.

Non sappiamo, non ci è dato sapere, cosa ha spinto la Giunta del Municipio 7 a chiedere alle Associazioni di rappresentare il tema del riciclo e neppure se lo animasse qualche idea di politica in merito.

Quello che sappiamo è la politica dell’Amministrazione in merito al “riuso” (sinonimo di “riciclo” dell’area verde ex Piazza d’Armi ed in particolare degli ex Magazzini annessi che hanno deciso di abbattere.

Vedi: Vol_Questo lo dovete sapere

Così come sappiamo della politica di Governo in merito ai “respingimenti” (sinonimo di smaltimenti) dei migranti raccolti nel mare Mediterraneo verso la Libia, vero inferno di morte: atroce indifferenza.

Sono tristi esempi di modi diversi di “riciclare” Beni pubblici, bellezze naturali e disprezzo di umanità e di vite umane: i respingimenti verso la Libia hanno superato per numero gli immigrati arrivati in Italia.

Il “riciclo” non è solo un risparmio, presuppone una diversa sensibilità personale dell’agire politico, un concetto di  sostenibilità responsabile anzitutto per la Vita delle persone oltre che per le cose che possono salvaguardare ricchezze della Natura e le sue bellezze.

Per questo la “storia” della Sagra si presta alla Memoria resistente.

Alla fine della giornata folate di forte vento scuotevano gli alberi e le vecchie foglie cadevano segnando l’inizio della nuova stagione.

Decreto sicurezza! Quando mai!

Un Salvini radiante dopo il placet del Colle: “Ciapa lì e porta a ca“.

Forse il Presidente della Repubblica non poteva respingere il cosiddetto ‘Decreto sicurezza‘, ma è indubbio che introduce elementi razzisti ed eversivi: una flagrante violazione dello stato di diritto, della democrazia, dei diritti umani, di tutti gli esseri umani.

Mattarella ha comunque voluto contestualmente inviare al Presidente del Consiglio Conte una lettera ricordando gli obblighi che derivano dalla nostra Costituzione e dai trattati internazionali che non possono essere posti in discussione.

Art. 10 della Costituzione italiana: L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici“. 

Molti hanno letto e seguito la “sconsolante” vicenda del cosiddetto “decreto sicurezza” e hanno cercato di capire e forse esecrare quelle norme piene di disumanità e di disprezzo della vita.

Chi sono questi governanti che abusando del potere loro conferito tracciano limiti della vita?

Solo interessi populisti possono spiegare rancori e violenze di stampo razzista e fascista di cui l’articolato del Decreto è intriso.

Si impreca Dio quando le cose vanno male, quando un disastro ambientale distrugge ricchezze naturali e personali mettendo a rischio la vita, e non riusciamo a ribellarci contro chi attacca il diritto alla Vita patrimonio di ogni essere vivente.

Fin dal suo insediamento il governo “giallo-verde”, delimitato a destra, sta commettendo gravissimi reati:

  • impedendo che superstiti di naufragi siano accolti e soccorsi nei porti italiani, commettendo il reato di omissione di soccorso;
  • diffamando e sabotando i soccorritori volontari che salvano vite umane nel Mediterraneo, favorendo di fatto l’abbandono dei naufraghi alla morte;
  • impedendo che le vittime superstiti dei lager libici possano trovare salvezza in Europa, riconsegnandoli ai loro aguzzini;
  • propagandando stereotipi razzisti ed istigando al disprezzo e all’odio razziale;
  • sminuendo la gravità di gravissimi fatti di violenza razzista, negando che si tratta di razzismo;
  • giungendo fino ad atti configurabili come sequestro di persona, reato formulato dalla magistratura a carico del Ministro dell’Interno in relazione alla gravissima vicenda dei naufraghi soccorsi dalla nave della Guardia Costiera italiana “Diciotti” ai quali scandalosamente si negò per giorni e giorni lo sbarco;

Tutto ciò abusando delle funzioni pubbliche e dei pubblici poteri di governo esasperando “paure” e “sicurezze”.

Allora si plaude al decreto sicurezza che esaspera la vita di quei “miserabili” che rivendicano il diritto alla vita con dignità e giustizia.

Una sicurezza che diventa violenza razzista quando:

  • ricrea in ogni regione i CPR (Centri per il Rimpatri) vere galere per immigrati dichiarati clandestini senza aver commesso reati, fino a 180 giorni;
  • riduce gli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) per la realizzazione dei progetti di accoglienza gestiti dai comuni;
  • abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari:
  • Al contempo la stessa “sicurezza” arma i vigili, adotta i taser, alimenta le “daspo”, una violenza miserabile che si scaglia contro le necessità reali del diritto di cittadinanza: sicurezza di reddito, l’accesso alla casa, alla salute pubblica, allo studio, ;
  • e infine alimenta la “giustizia fai da te” liberalizzando l’acquisto di armi ai privati cittadini.

Questa deriva razzista e fascista trova campo in diverse realtà europee dove centrale nell’analisi è stato il dispositivo del confine, sia esso materiale o immateriale: l’Europa si riempie di muri, il Mediterraneo di morti, le città si costellano di zone proibite attraverso gli sgomberi, il DASPO urbano, mentre i nuovi CPR torneranno a rinchiudere innocenti così come accade nei lager libici.

Questo decreto sicurezza non ci appartiene, non appartiene alla dignità umana, per questo va sabotato, va respinto in nome della democrazia, della giustizia: del diritto alla vita.

 

MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR

L’annuncio del governo in carica di voler riconvertire nuovamente il centro di accoglienza per richiedenti asilo di via Corelli a Milano in CPR – ovvero un centro di detenzione amministrativa per stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno in attesa di esecuzione di un provvedimento di espulsione – ha riportato alla ribalta una questione che si riteneva ormai conclusa da tempo.

Da quando cioè l’ex CIE di via Corelli era stato chiuso nel 2014, e così diversi altri in Italia (rimanendone solo una manciata sul territorio, prevalentemente al Sud), a seguito delle proteste, spesso e volentieri represse con la violenza, delle persone “ospitate” in condizioni insostenibili, e della conseguente pressione dell’opinione pubblica.

Invece, dagli ultimi proclami dell’attuale governo, pare proprio che non rimarranno lettera morta le disposizioni della Legge Minniti – Orlando del 2017 che hanno previsto l’istituzione di un CPR per ogni regione. E significativamente pare che si partirà proprio da Milano.

Questo ha spinto varie realtà milanesi e  singoli cittadini a costituire una rete di mobilitazione (MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR) regionale, ma destinata a varcare anche i confini lombardi, considerata la prospettata apertura di nuovi CPR in altre regioni d’Italia.

Con riguardo a questo tema, intento della rete è in primo luogo:

  • impedire, con attività di mobilitazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica, nonché ricorso formale alle istituzioni, l’apertura di nuovi CPR, nonché ottenere la chiusura di quelli esistenti, che per di più si risolvono alla fine con il rilascio di un invito a lasciare il territorio in maniera autonoma, atteso l’enorme dispendio di mezzi necessari per attuare il rimpatrio e l’assenza dei necessari accordi con i Paesi di provenienza;
  • nelle more, chiedere l’estensione alle persone detenute nei CPR delle garanzie riconosciute nel sistema penitenziario penale.

Per meglio motivare le nostre istanze, è bene ricordare che i “Centri di Permanenza per i Rimpatri” della Legge Minniti – Orlando trovano il loro antecedente nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) della Legge Turco – Napolitano del 1998, e che questi hanno subito negli anni un restyling nei fatti solo terminologico, con la ridenominazione in “Centri di Identificazione ed Espulsione” (CIE) con la Legge Bossi – Fini nel 2002 prima di giungere all’attuale, ma hanno sempre conservato identiche struttura e funzione: il regime di detenzione che vi si attua è del tutto analogo a quello del sistema penitenziario penale, con la determinante differenza che chi la subisce non è accusato di un reato, bensì della sola responsabilità amministrativa di essere privo di un valido titolo di soggiorno, che, paradossalmente, l’attuale ordinamento non consente loro di acquisire.

Con l’ulteriore significativa differenza che all’interno dei CPR non sono garantiti i diritti riservati ai soggetti in detenzione penale, come ad esempio quelli alle visite e dei colloqui con i legali.

Rispetto ai centri di accoglienza (nei quali vige l’obbligo di rientrare solo durante la notte), non sono previste invece per chi è detenuto del CPR, che vi restano reclusi notte e giorno, attività di formazione. Salve rare eccezioni in occasione di delegazioni autorizzate e previo l’espletamento di complicate formalità, nessuno può avervi accesso, oltre al personale di polizia: neppure giornalisti o associazioni umanitarie.

Ebbene non ci lascia tranquilli il fatto che in tali condizioni siano rinchiuse, anche per diversi mesi, donne, uomini e anche, senza alcuna cura delle peculiarità del caso, appartenenti alla comunità LGBTQI; perché siamo nel Paese dei taser, nel Paese di Bolzaneto e della Diaz, di Cucchi, Aldrovandi (e tanti, troppi altri), il cui Ministro degli Interni ha dimostrato di non farsi  scrupoli a dare quotidiane prove di forza politica ed elettorale giocate sulla pelle di uomini, donne e bambini, sia con utilizzo strumentale del tema migratorio, sia tenendone concretamente  in ostaggio diverse centinaia in mare aperto fino allo stremo, pur sotto tutti i riflettori dei media internazionali.

E di qui il punto, e l’ambito del più ampio interesse della rete. Perché ad accusarci di “buonismo” sarà solo chi è così cieco da non avere ancora compreso che gli stranieri nel nostro Paese sono solo le cavie dell’ultimo stadio dell’esperimento di successo, avviato negli anni ’90, di marginalizzazione delle minoranze e delle diversità, di sfruttamento delle categorie più deboli, ma anche di progressiva precarizzazione dei diritti civili, sociali e politici, che interessano tutte e tutti. Mentre l’istigazione all’odio dello straniero (ormai… istituzionalizzata) è solo l’arma di distrazione di massa per mimetizzare questo processo trasversale, oltre ad essere il fondamento di una irresponsabile strategia elettorale, allo stato – anzi, allo Stato – purtroppo vincente.

Riprova di tale trasversalità sono ad esempio le bozze del Decreto Immigrazione e del Decreto Sicurezza di recente circolate (infine unificate in un unico provvedimento, ribadendo un binomio che la dice lunga sulla visione del fenomeno migratorio adottata), nelle quali l’attuale Governo – trovando buon gioco nell’approfondire il solco già tracciato dal precedente – con strumenti normativi emergenziali affronta, fenomeni invece strutturali; e con l’occasione, approfittando del terrorismo psicologico di Stato instillato con una vera e propria strategia della tensione, interviene ridimensionando drasticamente le ipotesi di concessione di permesso di soggiorno e sulla spesa pubblica per l’accoglienza. E allo stesso tempo attenta sfrontatamente a principi basilari di rango anche costituzionale, quali il principio di presunzione di colpevolezza, quello di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (la cittadinanza acquisita potrà essere revocata!) e quello del diritto alla difesa con il gratuito patrocinio.

Per non dire delle disposizioni di “sicurezza” quali il ripristino del reato di blocco stradale, l’inasprimento delle pene nei confronti di chi promuove ed organizza occupazioni abusive (“di matrice non solo politico-ideologica”), la dotazione di taser per le polizie municipali e l’allargamento delle misure di tutela del decoro urbano anche ai presidi sanitari e le aree destinate a fiore, mercati e pubblici spettacoli.   Esse rivelano la chiara direzione imboccata, verso un vero e proprio Stato di polizia. Per tutte e tutti, cittadine/i e non.

In tale contesto, quindi, riteniamo che i CPR (destinati peraltro alla moltiplicazione e al sovraffollamento, a seguito dell’esercito di irregolari generato dal nuovo decreto) siano l’emblema, l’incarnazione dell’incubo del porto franco da ogni minima garanzia di diritti umani, civili e sociali, che deve costituire un monito e un deterrente per tutti coloro che abbiano a cuore i valori della democrazia e dell’antifascismo. 

E di qui la chiamata a voler unire sotto il simbolo «MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR», al di là dello specifico tema della riapertura dei CPR, tutte e tutti coloro che si riconoscono in detti valori e li considerano in pericolo, non solo per le migranti ed i migranti sul nostro territorio, ma per tutte e tutti, ed intendono presentare a più livelli e con più modalità le proprie istanze, avviando attività di mobilitazione diretta e di sensibilizzazione di un’opinione pubblica che, ormai narcotizzata e plagiata – da destra e da sinistra – con il falso mito della sicurezza e della legalità, non si è accorta di essere stata nel frattempo derubata quasi di tutto.

Rete di mobilitazione “MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR”

Per adesioni: noaicpr@gmail.com

Il potere politico delle armi

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi.

Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo.

La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi.

Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.
Manlio Dinucci
da il Manifesto 2-10-2018

Vedi il video: https://youtu.be/QWEvSippTv4

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia

 

Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

Nella Giornata ONU per l’abolizione delle armi nucleari azioni in 13 Paesi contro la banca che le sostiene con 8 miliardi di dollari

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari, voluta dall’ONU in ricordo del coraggio del Colonnello sovietico Stanislav Petrov, che salvò il mondo nel 1983 scegliendo di fermare una risposta missilistica contro gli USA a fronte di un attacco segnalato (e rivelatosi poi un errore del sistema informatico). Un gesto importante e per troppi anni misconosciuto (per ulteriori informazioni si veda in coda al comunicato).

La International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) attuale Premio Nobel per la Pace (e di cui fanno parte in Italia Rete Disarmo e Senzatomica) ha colto questa importante occasione ed anniversario per invitare l’istituto finanziario BNP-Paribas a ritirare il proprio sostegno (che vale 8 miliardi di dollari!) alla produzione delle armi nucleari, presto attività considerata illegale secondo il diritto internazionale.
Sono 16 le proteste simultanee che si svolgono in 13 Paesi in cui opera la banca.

Sebbene BNP-Paribas abbia sulla carta un codice di condotta che limita i finanziamenti alle società associate alla produzione di armi nucleari, in poco più di 4 anni ha fornito 8 miliardi di dollari Usa a 16 diverse società produttrici di armi nucleari. Lo stesso Istituto è inoltre da anni ai vertici dell’elenco di banche armateche forniscono servizi di supporto all’esportazione di sistemi d’arma e produzioni militari italiane.

“La ‘banca per un mondo che cambia’ (secondo lo slogan pubblicitario utilizzato) ha l‘opportunità di concretizzare un cambiamento reale e contribuire a un mondo libero dalla minaccia nucleare” dichiara Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN. “Stanno continuando ad investire in armi che sono inumane e violano il diritto umanitario e le leggi di guerra. Un investimento che non è né etico né solido economicamente”.

Susi Snyder di Pax Olanda, aggiunge: “BNP-Paribas dovrebbe pubblicare immediatamente la propria ‘lista nera’ con le aziende escluse dai propri finanziamenti e nel contempo aumentare la trasparenza su dove stanno o non stanno investendo. Un istituto che intende essere leader negli investimenti sostenibili non dovrebbe avere nulla da nascondere”.
Susi Snyder, che sarà tra i principali ospiti della Marcia della Pace Perugia-Assisi del prossimo 7 ottobre invitata da Rete Italiana per il Disarmo e Campagna Senzatomica

Il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato dall’ONU nel luglio 2017 e che entrerà in vigore dopo che altri 35 Stati si saranno uniti ai 15 che lo hanno già ratificato, vieta qualsiasi tipo di assistenza alla produzione o alla fabbricazione di armi nucleari – compreso il finanziamento delle società coinvolte. Altri quattro stati ratificheranno oggi il Trattato con una cerimonia durante l’Assemblea Generale ONU di New York, portando il totale a 19 e mantenendo quindi il ritmo per farlo diventare legge internazionale entro l’anno prossimo.

In Italia la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari è rilanciata da Rete Disarmo e Senzatomica come parte della mobilitazione “Italia, ripensaci” che intende spingere Governo e Parlamento a modificare la posizione del nostro Paese, attualmente contraria, rispetto al Trattato TPNW. Lo scorso 7 luglio (primo anniversario del voto ONU sul Trattato) sono state consegnate simbolicamente a Roma oltre 31.000 cartoline e 150 Ordini del Giorno di Enti Locali a sostegno di “Italia, ripensaci” ed è previsto a breve un rilancio delle azioni di pressione sui parlamentari e sul Governo.

Ulteriori informazioni: https://bnp.dontbankonthebomb.com/

La scuola è il luogo dove battere l’intolleranza

Nel paese crescono ignoranza e indifferenza ai soprusi, la scuola è il luogo privilegiato dove elaborare le paure vere e quelle costruite. Ma deve cambiare registro

È il momento di riprendere la parola, sarebbe imperdonabile far finta di niente quando nel Paese si sta rapidamente volatilizzando quella idea di società democratica, aperta, plurale, pronta a cercare risposte nuove alle esigenze di sempre, oggi più urgenti, di convivenza.

La scuola è il laboratorio dove storicamente il Paese ha cercato risposte, il luogo pubblico civile che chiede l’ascolto e l’accordo reciproco per raggiungere gli obiettivi di ciascuno.

La scuola italiana ha integrato dal dopoguerra in poi prima i figli dell’immigrazione e dopo i nuovi italiani, senza lasciare in un angolo i portatori delle tante e diverse disabilità.

Occorre agire, e farlo in forma collettiva, per lanciare un segnale forte e significativo contro la rottura di argini all’intolleranza che credevamo indistruttibili. La scuola vince l’intolleranza con la conoscenza.

Perché abbiamo il dovere di insegnare a porsi delle domande e a cercare le risposte. Contro l’oscurantismo, l’approssimazione e l’ignoranza dobbiamo mettere in campo il sapere scientifico e la ricerca; il linguaggio della matematica e della logica; la conoscenza della storia, con tutto quello che significa; la consapevolezza del proprio corpo; la bellezza e l’importanza dell’arte e di tutte le forme espressive; la letteratura, che aiuta a capire il mondo, le passioni e i sentimenti; la costruzione del pensiero critico.

È UN DOVERE che tuttavia è anche la nostra più grande risorsa per educare alla convivenza perché se attraverso lo studio disciplinare insegniamo a interpretare la realtà, ad ascoltare e a ragionare, a interloquire tra pari sentendosi liberi di essere se stessi, si insegna anche il rispetto verso tutti.
La scuola è veramente scuola se fa sentire ciascun alunno e alunna «soggetto», portatore di valori e di aspettative da sviluppare, ma in un contesto in cui si è costantemente «soggetti all’altro», che sarà conosciuto e rispettato nella sua singolarità grazie alla collaborazione che la scuola impone fra tutti.

Fuori non è così. Fuori, nel Paese, sembrano crescere ignoranza, arroganza, indifferenza ai soprusi dei fondamentali diritti dell’uomo nel nome di una effimera ricerca di sicurezza, utilizzando argomenti e falsificando la realtà al solo scopo di fomentare le paure.
È questo il clima culturale che permette a una politica della crudeltà, indegna in qualunque Paese voglia dirsi civile, di diventare possibile.

LA SCUOLA È IL LUOGO privilegiato dove elaborare le paure, quelle vere e quelle artatamente costruite, e dove prendere la rincorsa per saltare quei muri che purtroppo ovunque stanno rialzandosi.

Dove se non nelle aule e nei laboratori, che sempre più diventano un ologramma di mondo, può costruirsi quella «convivialità delle differenze» che sappia fare di esse una risorsa preziosa per l’apprendimento?

Ma gestire le diversità in classe è una fatica che può diventare improba se non si mette in discussione lo schema tradizionale, e purtroppo resistente, rappresentato dalla triade spiegazione- studio individuale- interrogazione, di fronte al quale la disomogeneità della classe rappresenterà sempre un problema e la crescente varietà degli alunni lascerà traccia solo nella crescente varianza della distribuzione dei loro esiti.

ECCO PERCHÉ NON È sufficiente insegnare la Carta costituzionale se ciò avviene in una scuola che non si faccia carico di essere presidio di democrazia del Paese; che non riesce a rispettare il mandato che la Costituzione stessa le ha dato con l’articolo 3: quel «rimuovere gli ostacoli» impegna in primis la scuola, ma quando leggiamo che abbiamo perso negli ultimi 12 anni 3 milioni e mezzo di studenti dobbiamo dirci che la nostra non è ancora la scuola secondo Costituzione.

Dobbiamo cambiarla, perché non si fa inclusione in una scuola fatta ancora per escludere.

Se non la cambiamo, la scuola risponderà alla diversità degli alunni introducendo diversità nei percorsi, nei progetti, nei piani; non dando a ciascuno il supporto di cui ha bisogno nel percorso di tutti, ma individuando un percorso per ciascuno. Sarà la deriva anche inconsapevole dell’impossibilità di dare le risposte giuste senza fare spazio alle domande dei nostri alunni.

La precondizione dell’inclusione la si trova nei tempi distesi perché da un lato solo questi garantiscono la possibilità di instaurare una relazione educativa con ogni alunno, dall’altro ogni problematica importante ha bisogno di tempi e metodi adeguati per poter essere acquisita in modo significativo.

DOBBIAMO METTERE in discussione la lezione puramente trasmissiva, il ruolo passivo degli studenti, l’intoccabilità dei contenuti, l’erosione costante del tempo curricolare che va di pari passo con l’esplosione dell’extra curricolare, ormai contenitore/recinto di progetti di ogni tipo, che di comune acquisiscono la totale ininfluenza sulle dinamiche quotidiane della scuola.

Bisogna rimettere in discussione il voto, che è il nemico del piacere di apprendere.
Dobbiamo compiere scelte radicali, diminuire la quantità di contenuti e fare della scuola un centro di ricerca permanente per la co-costruzione della conoscenza. Un luogo di studio anche per gli insegnanti.

L’insegnamento può essere efficace se ogni studente è interessato, motivato e attivo nella costruzione della conoscenza, all’interno della dimensione sociale, nel contesto della classe. Come si vede stiamo indicando tutta un’altra scuola rispetto a quella attuale, tradizionale, enciclopedica, trasmissiva e nozionistica.

Non si può fare tutto, occorre scegliere: l’obiettivo da raggiungere è la profondità e significatività delle conoscenze, non la quantità.
Il sapere sarà significativo per gli studenti se da un lato esso è sviluppato prima di ogni cosa in un contesto di apprendimento motivante, capace di dialogare con il loro mondo e con le loro esigenze, in modo da rendere ciascuno soggetto attivo nella costruzione della conoscenza; dall’altro se è un sapere a loro accessibile ed esplorabile in profondità, cioè non atomizzato, ma connesso a molti altri fatti, conoscenze, concetti.

SERVE UN GRANDE ESERCIZIO di pensiero, con la consapevolezza che non ci sarà un’alternativa a questa scuola – a questa politica, a questa società – se non ci sarà un pensiero alternativo che la sorregga.

Sappiamo che le risposte in tempi brevi non sono facili e che ci vorrà tempo, ma proprio per questo siamo chiamati ad agire subito, nell’immediato, per difendere le possibilità e le potenzialità che sono presenti nella scuola.

Riprendiamo la parola. Ricominciamo a pensare.

Cidi (centro di iniziativa democratica degli insegnanti)

Da il manifesto – edizione del 19.09.2018

Missing at the borders

Persone non numeri”.

E’ questo il principio essenziale da cui nasce il progetto Missing at the borders con l’obiettivo di dare voce ed espressione al dolore delle famiglie dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata nel raggiungere l’Europa.            

L’iniziativa autofinanziata è promossa da una rete di organizzazioni, attive su entrambe le sponde del Mediterraneo, che hanno unito le forze con le famiglie dei migranti. In prima linea fin dalla nascita del progetto Milano senza frontiere, insieme ad altri soggetti coinvolti nell’opera di sensibilizzazione voluta con Missing at the borders: Como senza frontiere, Palermo senza frontiere, Carovane Migranti, Association des travailleurs Maghrèbins de France, Alarm Phone e Watch the Med.

Uno degli strumenti creati dalla rete per raccontare il triste fenomeno dei “nuovi desaparecidos” è il sito internet www.missingattheborders.org.
Da qualche giorno online, il sito dà spazio a numerose storie e testimonianze dei parenti impegnati nella denuncia delle politiche migratorie europee che, non concedendo la possibilità di un ingresso regolare, costringono le persone a rischiare la vita per arrivarci privandole del diritto alla mobilità sancito nell’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani.        

Al momento sul sito sono presenti approfondimenti in relazione al fenomeno dei migranti nelle realtà di Paesi quali Tunisia e Algeria. Particolarmente interessanti e toccanti, le singole testimonianze con video in cui sono intervistate singolarmente le famiglie dei migranti: la loro voce racconta aneddoti, percorsi di vita e scelte fatte trasformando davvero i drammatici “numeri” associati al fenomeno in fatti reali accaduti a queste persone.

Edda Pando di Milano senza frontiere dice: “Anno dopo anno migliaia di persone scompaiono lungo i confini nel corso del loro viaggio migratorio.
Si stima che dal 2000 il numero delle vittime abbia superato le 35 mila unità. E nessuno sa quante siano esattamente quelle lungo i percorsi che dall’Africa subsahariana e dal Medioriente portano verso le coste meridionali del Mediterraneo.
Quello che Missing at the borders chiede è giustizia, verità e dignità per le famiglie; che si diano risposte concrete su quanto successo ai loro familiari scomparsi, che l’UE cessi di esternalizzare la sorveglianza delle frontiere e che sia garantito a tutti e a tutte la libertà di movimento
”.

Alla base del progetto Missing at the borders vi è l’idea che la presenza come soggetto politico dei parenti dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata sia fondamentale per denunciare e mostrare le conseguenze della criminale politica migratoria europea e dei singoli Stati. 

Si parla di nuovi desaparecidos perché, come ha detto Enrico Calamai, ex vice console italiano in Argentina durante gli anni 70, “la desapariciòn è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza o possa almeno dire di non sapere”.
Calamai membro del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, di cui fa parte anche Milano senza frontiere è stato il primo a usare questo termine.

Conclude lo stesso Calamai: “I familiari dei migranti si sono conosciuti cercando i loro figli negli ospedali, nei ministeri, nei commissariati andando a fare denuncia. Ciò che di fondamentale li accomuna è l’aver fatto un salto di coscienza e di conseguenza non accettare che la loro tragedia sia dovuta ma agire per avere giustizia e far sì che, anche grazie alle loro testimonianze, nel futuro episodi simili non si ripetano”.

Nel sito saranno pubblicate ogni mese nuove testimonianze tramite videointerviste realizzate anche grazie a chi vorrà fare una donazione al progetto dalla pagina web che riporta indicazioni e i riferimenti della rete di associazioni. 

 www.missingattheborders.org

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La fame nel mondo aumenta per il terzo anno consecutivo

Sono 821 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2017, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Tra le principali cause l’impatto del cambiamento climatico.

Per Oxfam (confederazione internazionale per la riduzione della povertà) “Uno scandalo e un passo indietro di dieci anni”

Secondo il rapporto pubblicato oggi dalle Nazioni Unite su nutrizione e sicurezza alimentare, 821 milioni di persone nel mondo sono state vittime della fame nel 2017, 6 milioni in più rispetto al 2016.
Tra le cause principali “eventi climatici più intensi, frequenti e complessi”, che costituiscono, secondo il report, uno dei fattori principali della crisi alimentare in corso, a causa della quale 94.9 milioni di persone hanno dovuto fare affidamento sugli aiuti umanitario per poter sopravvivere.

Siamo sgomenti nel constatare che per il terzo anno consecutivo la fame nel mondo è in crescita.ha detto Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International – Siamo tornati indietro di dieci anni. Mai come ora abbiamo la certezza che la fame è un prodotto dell’azione umana che alimenta povertà e disuguaglianze, guerre, malgoverno, sprechi e cambiamento climatico. Per sconfiggere definitivamente questo inaccettabile stato di cose, ci vuole lo stesso impegno politico che stiamo mettendo nel lasciare intere comunità morire di fame.
Dobbiamo fare di più per spingere i nostri governi a lavorare affinché ogni cittadino possa avere accesso, in modo sicuro e economico, al cibo necessario per sopravvivere. – continua Byanyima – Questo significa raddoppiare gli sforzi per risolvere i conflitti, ridurre il consumo di energie fossili e sostenere l’adattamento dei Paesi poveri ai cambiamenti climatici. Sappiamo cosa va fatto. È solo questione di volontà politica”.

SEMPRE PIU LONTANO L’OBIETTIVO FAME ZERO ENTRO IL 2030

Per ogni agricoltore che perde il proprio raccolto a causa di tempeste imprevedibili e per ogni allevatore che vede il proprio bestiame morire di fame durante la siccità, si allontanano le probabilità di tenere fede agli impegni assunti da tutti i Governi per raggiungere l’obiettivo Fame Zero nel 2030 – ha aggiunto Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia
L’anno scorso assieme ai nostri partner abbiamo lavorato in oltre 35 Paesi per fornire aiuti alimentari alle popolazioni più vulnerabili.
Come in Yemen, dove abbiamo distribuito a più di 320 mila persone soldi per comprare cibo, o a Cox’s Bazaar, in Bangladesh, dove lo scorso agosto 144 mila rifugiati Rohingya hanno ricevuto voucher per acquisti alimentari.
Ogni mese poi partecipiamo alla consegna di cibo
per 260mila persone in Sud Sudan, un Paese in cui lavoriamo dal 1983, ma che è ancora afflitto dalla guerra e, di conseguenza, dalla fame.
Continueremo a combattere per ognuna delle persone che ancora soffrono la fame. Per noi non sono numeri ma la nostra ragion d’essere.
– conclude Byanyima – Hanno bisogno di soluzioni concrete e durature, non solo di una ciotola di cibo”.

11 settembre 2018

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Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Il Ministro dell’Interno ha recentemente annunciato la propria intenzione di trasformare la struttura di proprietà del Ministero della Difesa di via Corelli, attualmente Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), in un Centro Per il Rimpatrio (CPR), secondo la nuova denominazione scelta dalla Legge Minniti-Orlando dello scorso anno; si tratterebbe, come i più ricorderanno, di un triste ritorno al passato, dal momento che la stessa struttura ospitava in passato il CIE, istituto al quale quello nuovo del CPR è del tutto identico, salvo alcuni ritocchi puramente cosmetici.

Già nella primavera del 2014 si assistette a un primo tentativo di riaprire il CIE di via Corelli, contro il quale anche noi ci mobilitammo; tale tentativo infine fallì, anche per la ferma opposizione dell’Amministrazione comunale, che anche in questa occasione si è pronunciata negativamente.
Contro questa ipotesi, noi pensiamo sia possibile e necessario dar vita ad un movimento di opposizione solido e ampio, che coinvolga tutti i soggetti che quotidianamente s’impegnano per il supporto e la tutela dei diritti delle persone migranti, ma anche quante e quanti hanno a cuore il rispetto della dignità e la difesa dei diritti fondamentali che spettano a ogni essere umano.

Nel contempo lo schema di decreto fatto trapelare dal ministero dell’interno giovedì    scorso, vista la gravità delle disposizioni in esso contenute, abbiamo ritenuto di fare    appello al Presidente della Repubblica perché si rifiuti di firmarlo.

Come Naga, abbiamo ripetuto molte volte che ciò che viene sperimentato sulle persone migranti, prima o poi sarà praticato su settori sempre più ampi della popolazione, e purtroppo ne abbiamo avuto nel tempo numerosi riscontri.

Lettera al Presidente della Repubblica.

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