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Trattati come cani, obbligo di fedeltà al padrone

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

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Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Erri De Luca

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”: qui

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

Un santo …, no un prete …, anzi un uomo.

A Baggio esiste una via, quella che dal Cimitero arriva alla via Cusago, dedicata a Óscar Arnulfo Romero arcivescovo salvadoregno, ucciso mentre celebrava la Messa da un sicario dei cosiddetti “squadroni della morte”, il 24 marzo 1980 a San Salvador.

Solo dopo 35 anni (il 23 maggio del 2015) la Chiesa lo ha dichiarato martire.

Un passaggio caratterizzante la vita di Oscar Romero è stato l’assassinio (il 12 marzo del 1977 a El Paisnal) di Padre Rutilio Grande, da parte delle forze di sicurezza salvadoregne insieme a due dei suoi parrocchiani contadini.

Rutilio Grande, un caro amico e collaboratore di  monsignor Oscar Romero, era un gesuita salvadoregno che andò a vivere in campagna tra i contadini, immergendosi nella loro vita, nella loro religiosità, nei loro problemi. Diceva: “non sono venuto a portarvi la Chiesa ma perché voi diventiate chiesa

Fu ucciso perché la sua predicazione evangelica scuoteva i contadini dal torpore sociale e indirettamente suscitava rivendicazioni sindacali.

L’uccisione di Padre Rutilio Grande è stato uno degli eventi chiave che ha condotto Monsignor Oscar Romero, nominarono arcivescovo di San Salvador il 3 febbraio 1977, ad allineare il suo ministero con la causa dei poveri e degli oppressi in El Salvador.

Poiché era arcivescovo della capitale San Salvador, di fatto primate della Chiesa salvadoregna, questa assunzione di responsabilità significò per Romero impegnarsi in un ruolo pubblico di difesa dei poveri, con grande forza e determinazione.

Romero viveva sobriamente nelle stanzette del custode di un ospedale per malati terminali.

Pur consapevole delle reiterate minacce di morte, con grande responsabilità e determinazione, non ha mai smesso di opporsi al regime denunciando con determinazione violenze e ingiustizie.

A chi lo sollecitava alla prudenza rispondeva: il pavido che cerca di sottrarsi ai pericoli e alle difficoltà della vita ha già perso la propria. 

Con questa memoria di uomo giusto, ancorché beato, lungo la via a lui intestata verrà realizzato in sua memoria un murales, realizzato dall’artista salvadoregno Renacho Melgas, che sarà inaugurato domenica 26 agosto alle ore 17 alla presenza del Console della Repubblica di El Salvador.

Sarà presente anche Don Alberto Vitali, parroco dei migranti.

Il volantino

 

Ripensare l’acqua: 27 tesi

Ripensare l’acqua significa liberare il futuro dell’umanità dalle catene della disuguaglianza e dell’ingiustizia; tutelarla dalla guerra per l’acqua; liberare il futuro della vita dalle catene della dominazione predatoria dei vecchi e nuovi “signori dell’acqua”, già all’opera in tutto il mondo; preservare questo pianeta dal furto della vita rappresentato dall’impoverimento e dall’esclusione di alcuni; sprigionare la forza creativa dell’utopia, farla uscire dalla prigione del pragmatismo, realismo e cinismo dei ceti dominanti.

Tesi 1. L’acqua è un elemento naturale indispensabile e insostituibile per tutte le forme di vita (esseri umani, microbi, vegetali e animali). L’acqua è vita. E deve essere vissuta, salvaguardata, protetta in quanto tale. La vita ha un valore assoluto per sé. Ciò significa che quando si entra nel campo dei diritti non bisogna parlare solo di diritto umano all’acqua, ma anche del diritto dell’acqua alla sua rigenerazione, alla sua integrità, alla sua buona qualità. Essa è fonte di vita, ma anche di malattia, calamità, disastri ambientali, morte, oggi più di ieri, per cause di natura umana.

Tesi 2. Nessuna forma di vita può fare a meno dell’acqua. La vita sulla Terra è iniziata con l’acqua, nell’acqua sono nati i primi organismi e solo in seguito sono riusciti a svilupparsi al di fuori. A livello umano, il suo utilizzo non è una questione di scelta o preferenza a seconda delle esigenze individuali o del cambiamento degli stili di vita, ma una necessità vitale da soddisfare con giustizia e in maniera responsabile. L’acqua non è né può essere considerata una merce, una “risorsa”/cosa che si vende e acquista, un bene di proprietà privata. Qualunque Stato intergovernativo o organizzazione politica internazionale che riconosca o tratti l’acqua (e i servizi idrici) come un bene di proprietà privata, non rispetta l’acqua in quanto vita. Il diritto alla proprietà privata e pubblica esiste ma, nel caso dell’acqua, nessuno puo’ considerarsi il proprietario, nemmeno lo Stato. Lo Stato ne è il responsabile, il garante della sua esistenza. Il fatto che la Costituzione del Cile, ereditata dal regime dittatoriale di Pinochet e ancora in vigore, afferma che l’acqua cilena è di proprietà privata, rappresenta un caso unico al mondo, inaccettabile.

Tesi 3. Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita. Allo stesso modo, e al di là di qualsiasi approccio antropocentrico e tecno-produttivista, l‘acqua ha i suoi diritti alla vita, ad un suo buono stato ecologico. Da qui l’importanza fondamentale di una politica idrica di salvaguardia, cura e difesa della vita e del diritto alla vita, al di là delle concezioni strumentali dell’acqua al servizio del benessere umano. Esempio: il trattamento delle acque reflue è d’importanza fondamentale non solo per consentire agli esseri umani di ri-catturare una “buona” acqua rigenerata per i loro bisogni, ma anche per rinnovare la vita degli ecosistemi. Pertanto, gli investimenti collettivi nel trattamento delle acque/servizi igienico-sanitari devono essere pubblici e, se in caso eccezionale e provvisorio dovesse essere coinvolto il capitale privato, occorre garantire che le priorità d’investimento nei diversi settori di trattamento e riciclaggio non siano definite in funzione dei rendimenti finanziari sul capitale e del principio “chi inquina paga” perché, in tal caso, l’obbedienza al principio di redditività porterebbe a favorire il trattamento e il riciclo di usi più inquinanti dell’acqua, il che è incompatibile con il principio di vita.

Tesi 4. Il principio “chi inquina paga” imposto e applicato all’acqua dalla fine degli anni ’80 deve essere rivisto. L’esperienza dimostra che è inefficiente, inadeguato e mistificante. I danni agli esseri umani e agli ecosistemi sono diventati, negli ultimi decenni e nella maggior parte dei casi, più irreversibili e irreparabili o richiedenti lunghi periodi di trattamento e costi considerevoli. In queste condizioni, imporre un risarcimento finanziario mirato a riparare inquinamenti delle acque irreparabili ha poco senso. Come sappiamo da anni, la migliore soluzione tecnica contro l‘inquinameno è non inquinare. Ad ogni modo , occorre imporre il rispetto rigoroso del principio di precauzione.

Tesi 5. Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è stato riconosciuto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 e consolidato dalla risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite del 15 settembre 2010. Essa ha allegato il diritto all’acqua al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR). Qualsiasi inosservanza della risoluzione ONU costituisce una violazione del diritto pubblico internazionale in vigore. È altresì necessario denunciare il comportamento degli Stati membri delle Nazioni Unite che hanno votato contro la risoluzione (formalmente astenuti) e che da allora hanno sistematicamente cercato, spesso con successo, di impedire l’esistenza di tale diritto in ogni nuovo documento delle Nazioni Unite. Proponiamo che il 28 luglio venga dichiarato “la giornata del diritto all’acqua”, in sostituzione della Giornata Mondiale dell’acqua che cade ogni 22 marzo, stabilita nel 1993 sotto la pressione della Banca Mondiale. La giornata del 22 marzo si sta sempre più trasformando nella giornata di esaltazione e di valorizzazione dei noti principi alla base della visione e della politica dell’acqua dei gruppi dominanti quali: l’acqua è un bene economico, privato; una risorsa/merce sottomessa a rivalità ed esclusione; è accessibile ad un prezzo di mercato abbordabile; la gestione privata all’insegna dell’efficienza e del rendimento è la gestione ottimale della risorsa. Tutto questo è intollerabile.

Tesi 6. Vi sono inevitabili differenze nelle disposizioni e modalità organizzative con le quali le società umane concretizzano il diritto all’acqua. In generale, gli Stati firmatari delle convenzioni sui diritti umani hanno il triplice obbligo di rispettare, proteggere e realizzare il diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. In questo contesto, il diritto umano all’acqua significa l’obbligo da parte degli Stati di creare le condizioni necessarie e indispensabili affinché ogni essere umano possa disporre di 50 litri di acqua “buona” al giorno, in accordo con le raccomandazioni formulate dall’OMS e dall’UNICEF. Inoltre, in conformità con la risoluzione 70/169 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, l’accesso alle infrastrutture e servizi igienico-sanitarie deve essere considerato un diritto umano distinto da quello all’acqua potabile. Esso si riferisce al diritto di poter accedere a strutture che garantiscano una buona raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento o riutilizzo di escrementi umani. Ricordiamo che secondo i dati ufficiali dell’ONU, più di 2,6 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienici sicuri e adatti all’uomo. I dai relativi all’acqua potabile sono piuttosto controversi perché derivati da metodi di calcolo differenti. Secondo l’ONU le persone non aventi accesso nel 2016 al diritto all’acqua si sarebbeo ridotte a meno di 1,2 miliardi . Secondo lo studio pubblicato in Science News nel 2016 sarebbero 4 miliardi.

Tesi 7. Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari non può essere oggetto di restrizioni di alcun tipo: nessuno può esserne privato per “ragioni” di nazionalità, razza, sesso, religione, reddito. La maggior parte dei paesi non rispetta tale diritto né a livello legislativo né, a giudicare dalle politiche attuate, a livello dei comportamenti collettivi. Il diritto all’acqua e ai servizi igienici deve essere incluso nelle carte costituzionali di tutti gli Stati e regolato da leggi ad hoc (federali, nazionali, regionali, o a livello di comunità organizzata).
Lo stesso vale per il diritto dell’acqua alla vita, ad un buon stato ecologico. Gli Stati devono avere il coraggio e la saggezza di prendere le misure appropriate per dare valore guridico al diritto dell’acqua alla vita. Devono seguire il percorso iniziato in tre Stati del mondo dove quattro fiumi sono stati riconosciuti dalle più alte istituzioni legislative e giurisdizionali di detti Stati come persone fisiche o entità morali dotate di personalità giuridica con pienezza di diritti e di doveri. Quel che è particolamente interessante nella costruzione del nuovo diritto operata da questi Stati – e che conforta le tesi qui esposte – è il fatto che le decisioni prese affidano allo Stato l’obbligo di rappresentare la salvaguardia dei diritti e degli interessi dei fiumi in quanto persone giuridiche, cosi come quello di ottemperare ai loro doveri. Non si tratta di « umanizzare la natura » ma di attribuire uno statuto giuridico alle specie viventi non umane e, a tal fine, dare forma e sostanza ai nuovi soggetti di diritto.
Ci riferiamo alla Colombia, dove il 2 maggio 2017 la Corte Costituzionale riconosce che il bacino del fiume Atrato è un « soggetto di diritto » (persona giuridica morale) ed impone allo Stato di proteggere e far rivivere il fiume ed i suoi affluenti, dando allo Stato 6 mesi per sciogliere le attività minerarie inquinanti, bonificare il territorio e indennizzare le comunità etniche indigene dei danni provocati dallo sfruttamento non sostenibile del bacino; alla Nuova Zelanda, dove sempre nel maggio 2017, il parlamento ha riconosciuto come persona giuridica il fiume Whanganui, considerato peraltro sacro dalle popolazioni indigene dei Maori; all’India dove, nuovamene in nel maggio del 2017, la Corte suprema dello Stato himalayano di Uttarakhand ha attribuito lo statuto di personalità giuridica al Gange ed al suo prinipale affluente, lo Yamuna, entrambi considerati sacri dagli indù.

Tesi 8. In linea con quanto precede, lo Stato, gli Stati debbono assumersi la responsabilità – per il bene del popolo, dei popoli – di realizzare il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienici, garantendo la copertura di tutti i costi monetari (e non) associati  alla  corretta  concretizzazione  del  diritto,  Nel  contesto  dell’economia pubblica dei diritti umani, la gratutità non significa l’assenza di costi da coprire, ma la loro assunzione da parte della comunità attraverso una tassazione generale progressiva e redistributiva. È il caso degli ingenti costi del diritto alla sicurezza: la spesa militare è a carico dello Stato. Fin dagli anni ’80, però, i nostri dirigenti hanno optato nel caso dell’acqua in favore del finanziamento tramite il prezzo pagato dal consumatore, come per qualsiasi altro bene e servizio commercial e industriale privato. Il principio “l’acqua paga l’acqua“, come abbiamo già visto per quello di “chi inquina paga” non è una soluzione. Negli ultimi trent’anni, dappertutto dove è stato applicato, ha dimostrato solamente di essere capace di garantire alti profitti al capitale privato (in Italia, solo nel periodo ha distribuito più di in dividendi!), ingrossando il costo delle bollette ai consumatori e deteriorando le finanze degli enti locali, senza però migliorare il sevizio idrico e metterlo in conformità alle regole relative alla qualità delle acque ed al trattamento e riciclo delle acque reflue. Una politica integrata e coerente delle acque, in tutte le sue interrelazioni con l’alimentazione, la salute, l’alloggio, la città, la protezione ed i diritti della natura a livello “locale”, nazionale e “continentale/globale” non può essere lasciata alle logiche della finanza privata mondiale. La politica dell’acqua è compito e dovere delle comunità politiche e dei poteri pubblici.

Tesi 9. Il principio del diritto all’acqua per la vita “accessibile a un prezzo abbordabile”” è una mistificazione perché, oltre l’inaccettabile tesi sull’obbligo del “consumatore” di “pagare il diritto” all’acqua, stabilisce legalmente che l’accessibilità è determinata dai criteri di rendimento finanziario stabiliti dai mercati. Mistificazione anche per quanto riguarda la “tariffa sociale dell’acqua” (il “social water pricing”) per persone, famiglie e categorie definite “svantaggiate”, povere, incapaci di pagare le bollette e quindi a rischio di taglio d’acqua. Qui la mistificazione è ancora più grave: le nostre società si arrogano il potere di lasciare in balia del mercato l’accesso all’acqua, e costringono le persone povere a pagare un prezzo, seppure simbolico. In altre parole, le autorità pubbliche si vantano di agire nell’ambito dell’assistenza sociale e non nel quadro della sicurezza dei diritti. I diritti non sono rispettati quando si fa la carità.

Tesi 10. La monetizzazione della natura (nature pricing, nature banking), ovvero la misura in termini monetari dei cosiddetti costi e benefici ambientali di qualsiasi elemento vivente (inclusi gli ecosistemi acquatici), esplicitamente approvato nella risoluzione finale del 3° Summit della Terra a Rio de Janeiro (2012), è pienamente in linea con la logica della mercificazione, della privatizzazione e della finanziarizzazione della vita. Questo principio deve essere contestato con convinzione perché rappresenta un inaccettabile passo in avanti verso la sottomissione del destino dell’acqua e della vita ai predatori della nostra esistenza. Lo stesso vale per il futuro della democrazia e della giustizia.

Tesi 11. Il diritto umano universale all’acqua per la vita deve essere garantito e assicurato secondo il concetto di pluridimensionalità dei diritti. Ciò si traduce in un sistema di regolazione della disponibilità ed utilizzo all’acqua a quattro livelli:

  • il livello del diritto, fino a 50 litri per persona al giorno. Qui i relativi costi sono sostenuti dalla comunità tramite tassazion A tal fine, è necessario abolire i paradisi fiscali, mettere fine ai tagli delle spese pubbliche e ai sussidi alle società private attive nel mercato azionario, procedere alla ri-municipalizzazione delle casse di risparmio e delle banche di credito locali, alla creazione di un’autorità pubblica della sicurezza idrica;
  • il livello di benessere sociale basato sulla sicurezza idrica delle comunità umane e di tutti i popoli, tra 50 e 120 litri al giorno per person Qui le autorità pubbliche possono chiedere ad ogni cittadino di contribuire a finanziare i costi della conservazione dell’acqua pagando una tassa annuale fissa (la tassa sulla responsabilità idrica);
  • il livello di benessere individuale, tra 120 e 250 litri al giorno e per person Qui, nel caso di una quantità significativa di acqua individuale il cui impatto sull’ambiente e sullo stile di vita deve essere rigorosamente controllato, i cittadini devono contribuire attraverso un’imposta progressiva il cui scopo sarà, tra l’altro, di aumentare la consapevolezza della necessità di uno stile di vita sobrio, rispettoso degli imperativi ambientali e della pacifica convivenza;
  • il livello di uso insostenibile per un utilizzo superiore ai 250 litri al giorno per person Si tratta di un utilizzo nocivo ai corpi idrici e al corretto funzionamento dei bacini idrici. Occorre abbandonare il principio “chi inquina paga” e adottare quello del divieto. Anche se uno paga, non si deve consentire di compromettere l’integrità dell’acqua e la sua rigenerazione (vedi anche tesi 4).

Tesi 12. Conformemente ai concetti e alle pratiche consolidate nel tempo in tutte le società, si propone di rispettare la seguente gerarchia riguardante gli usi dell’acqua:

  • usi domestici (acqua potabile, igiene, cibo, salute);
  • usi in agricoltura, principalmente irrigazione e bestiame;
  • attività industriali, inclusa la produzione di energia;
  • attività terziarie, in particolare il turismo.

Tesi 13. In caso di “stress idrico” – secondo l’ONU è la situazione in cui una comunità umana possiede meno di 1000 metri cubi all’anno per persona tutti usi considerati – la soluzione non deriverà principalmente dall’utilizzo di tecnologie volte ad aumentare l’offerta di acqua disponibile e accessibile. Per fare degli esempi: il miglioramento della produttività dell’acqua in agricoltura, la riduzione delle perdite e degli sprechi nelle reti, la desalinizzazione acqua di mare, la produzione di acqua mediante la cattura di umidità su larga scala, il trasporto di acqua su lunghe distanze. La soluzione non risiede nelle tecniche di gestione capitalista come quella insita nel prezzo di consumo d’acqua, nelle banche idriche, nei mercati dell’acqua, nella coca-colizzazione dell’acqua e nell’uso massiccio di acqua in bottiglia. Tutto ciò ha ampiamente dimostrato di essere insufficiente e, persino, di condurre a risultati apparentemente non voluti come l’accentuazione delle ineguaglianze di fronte a situazioni di “stress idrico” tra categorie sociali, comunità locali e priorità negli usi.

Tesi 14. Lo stesso vale In caso di “scarsità d’acqua” (definita come una situazione in cui una comunità umana dispone di meno di 500 metri cubi all’anno per persona): la monetizzazione e la bancarizzazione delle risorse idriche sono strumenti inventati dai gruppi sociali dominanti nel sistema economico e politico, consentendo loro di avere accesso all’acqua rara/rarefatta per soddisfare esclusivamente i propri bisogni vitali ed interessi di potere.

Tesi 15. Le soluzioni devono provenire essenzialmente da un cambiamento radicale nel modo di pensare l’acqua, secondo le linee esaminate e proposte in questo lavoro, in particolare secondo i tre principi generali sopramenzionati:

  • l’acqua per la vita deve essere riconosciuta e trattata come un bene comune pubblico globale;
  • la disponibilità e l’accesso/uso all’acqua devono essere considerati e concretamente realizzati come un diritto universale per tutte le specie viventi della Te
  • l’acqua, in quanto tale, deve godere di suoi propri diritti.

A tal fine , le autorità pubbliche, a tutti i livelli, devono garantire e assicurare l’impiego delle risorse comuni dello Stato, monetarie e non monetarie, per finanziare gli investimenti necessari. Investimenti per la sicurezza di vita e la salute di tutti i membri delle comunità umane e degli abitanti della Terra (le altre specie viventi incluse);

Tesi 16. Qualsiasi utilizzo dell’acqua, secondo le priorità di cui sopra, deve essere rispettoso dei principi della sostenibilità della vita (rigenerazione), della responsabilità collettiva e individuale/comunitaria, della giustizia sociale e uguaglianza in relazione ai diritti, della democrazia partecipativa efficace, della sobrietà e della precauzione.

Tesi 17. Più specificamente, l’acqua di irrigazione per la produzione agricola, l’esportazione e gli usi alimentari dei consumatori delle classi sociali ricche non può essere una priorità, come invece accade oggi. Allo stesso modo, non può essere prioritario l’uso dell’acqua per coltivare la terra per la produzione di energia tra l’altro destinata al trasporto stradale. C’è un urgente bisogno di ricostruire una bio- agricoltura che valorizzi localmente e in maniera sostenibile il capitale della terra e dell’acqua per i bisogni vitali delle popolazioni, nel quadro di un sistema di cooperazione, scambio e condivisione.

Tesi 18. Lo stesso principio deve essere applicato alla costruzione delle dighe finalizzate alla produzione di acqua per l’irrigazione e la generazione di energia elettrica per le industrie mineraria, agroalimentare e chimica, o per le attività militari. È inaccettabile che centinaia di milioni di persone in Africa, America Latina e Asia non abbiano accesso all’elettricità, mentre le “loro” terre e le “loro” acque rappresentano le principali fonti di produzione elettrica nel mondo.

Tesi 19. Sulla base del principio della sovranità dello Stato, spesso definita sovranità nazionale, gli Stati attuali non accettano l’idea che le acque sul loro territorio debbano essere salvaguardate e valorizzate per il rispetto della vita di tutti gli abitanti della Terra ed i loro diritti. Questo comportamento si traduce nell’incapacità di concepire una politica globale cooperativa e solidale dell’acqua nel contesto, per esempio, dei dibattiti e delle scelte relative alle strategie di “lotta” contro il cambiamento climatico. E ciò anche se tutti convengono che le conseguenze più drammatiche per gli esseri umani del disastro climatico in corso riguarderanno l’acqua, la sua disponibiità e qualità. In queste condizioni, sarà estremamente difficile realizzare una politica di lotta al cambiamento climatico, alla devastazione della vita sul Pianeta e una politica dell’acqua cooperativa e solidale se

  • non si fa uscire dal mercato e dalle logiche della finanza mondiale privata l’acqua e gli altri beni essenziali ed insostituibili alla vita come le sementi, le energie rinnovabili, la conoscenza, e
  • non si libera l’organizzazione delle comunità umane – da quelle locali a quelle mondiali – dall’imprigionamento rappresentato dal principio della sovranità nazionale assolut

Tesi 20. Di fronte alla crescente scarsità di acqua buona, il concetto di sicurezza dell’acqua, pensato e difeso dagli Stati, è finito per riflettere quello della sicurezza nazionale. E così anche il cibo, l’energia e la sicurezza economica: è urgente e indispensabile eliminare i profondi ostacoli imposti da tale visione della sicurezza, progettandone e promuovendone una collettiva globale. A tal fine, si propone di costituire un Consiglio di sicurezza per i Beni Comuni globali, a partire dall’acqua, dai semi e dalle conoscenze.

Tesi 21. Nel contesto dell’attuale inuguale e predatoria globalizzazione economica dove il potere politico effettivo non è più appannaggio delle istituzioni politiche pubbliche “nazionali” né internazionali, l’approccio multilaterale interstatale alla politica idrica è diventato manifestamente inadeguato e inappropriato. Esempio emblematico: il World Water Forum, un’organizzazione privata guidata da potenti interessi industriali, commerciali e finanziari, ha sostituito l’ONU, con l’accordo e la complicità degli Stati, nel ruolo di principale agorà mondiale di dibattito e di proposte in materia di politica dell’acqua. È necessario che le Nazioni Unite recuperino il loro ruolo di soggetto pubblico mondiale e che modifichino profondamente il Global Compact, firmato nel 2000 insieme alle società multinazionali e multiutilities private.

Tesi 22. Che si chiami Autorità Mondiale o Consiglio di Sicurezza Mondiale oppure l’Agorà planetaria o qualsiasi altra cosa, è urgente istituire un sistema planetario plurale e partecipativo di condivisione e partenariato pubblico in materia di politica idrica, nelle prospettive più ampie riguardante l’acqua, le sementi e la conoscenza esplicitate nella tesi 20. Il compito di tale sistema sarà triplice: legislativo, programmatico e giudiziario. Le sue capacità e risorse verranno messe in atto gradualmente. Il sistema dovrà contribuire a un governo pubblico mondiale della vita sulla Terra nel nome dell’umanità e della comunità globale di vita.

Tesi 23. Gli esperimenti in corso nell’ambito della cooperazione intergovernativa per le acque transnazionali e interregionali – si pensi alle dozzine di organizzazioni sui bacini fluviali di tutto il mondo – sono di grande utilità per definire le possibili configurazioni istituzionali citate. Per divenire stabili, le configurazioni dovranno rispettare l’esistenza della vita nella sua integrità e globalità, valorizzando la complementarità tra le autonomie delle varie entità del sistema messe al servizio dell’obiettivo della promozione della sicurezza collettiva globale, transnazionale.

Tesi 24. Un ruolo importante nella ricerca e nell’attuazione della regolazione politica, economica e sociale dell’acqua a livello mondiale deve essere svolto dalle città, in particolare dalle grandi metropoli multi-milionarie dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Nel 2050, secondo una ricerca pubblicata su Nature Sustainability (febbraio 2018), gli abitanti di circa 300 città, fra le 482 più popolose del mondo, non avranno accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari di base. È uno scenario assurdo. Le nostre società non possono non reagire con forza. E’ loro dovere attuare un piano d’azione glocale, locale e globale, chiamato Urban Water 2020-2050, in quanto la proposta del piano dovrebbe essere lanciata nel 2020 da una rete di città in occasione dell’Agora degli Abitanti della Terra Urban Water 2020-2050. Un’agenda per l’acqua per celebrare degnamente il decimo anniversario del riconoscimento del diritto universale all’acqua da parte dell’ONU.

Tesi 25. In questo contesto, e in riferimento all’acqua potabile, è essenziale contrastare la tendenza emersa negli ultimi vent’anni a sostituire, per bere, l’acqua del rubinetto con quella minerale o di sorgente in bottiglia. La pubblicità aggressiva e fuorviante è riuscita a far credere che l’acqua in bottiglia sia di migliore qualità per la salute rispetto a quella del rubinetto, il che è totalmente falso. Solo l’acqua del rubinetto è potabile per definizione, in quanto trattata secondo secondo i criteri definiti dalle autorità pubbliche.
Le acque minerali naturali imbottigliate, invece, non sono trattate per soddisfare i criteri di potabilità poiché la loro struttura biochimica è permanente: devono essere imbottigliate esattamente come quando sono state prelevate dalla fonte. Unica modifica possibile: l’aggiunta di anidride carbonica. Bere acqua in bottiglia non fa male, ma un suo uso quotidiano, specie della stessa marca, necessita un controlli medico. Da quando anche le acque minerali naturali e quelle di sorgente hanno cominciato ad essere (ingiustificatamente) privatizzate – tramite concessioni di sfruttamento a lungo termine per un canone annuale irrisorio – il loro “valore commerciale” ha raggiunto livelli altissimi costano da 200 a 1000 volte di più dell’acqua potabile. Risultato? L’acqua potabile viene utilizzata in casa e nei luoghi pubblici più per scopi poco nobili (la toilette, le docce, le lavatrici, il lavaggio delle auto). Una situazione inaccettabile, causata da una pura strategia orientata al profitto, consentita dalle autorità pubbliche anche a scapito delle finanze delle comunità locali. Eppure, segni di inversione di tendenza sembrano manifestarsi. È tempo di nazionalizzare e ri-municipalizzare le acque minerali naturali e privilegiare l’uso di acqua di rubinetto, a casa e nei luoghi pubblici.

Tesi 26. La questione dell’acqua virtuale ha suscitato importanti riflessioni e dibattiti. Per acqua virtuale s’intende l’acqua necessaria per produrre un bene o servizio che diventa virtuale per l’acquirente o l’utente che risparmia cosi di utilizzare direttamente l’acqua incorporata nel bene o servizio comprato, potendo invece utilizzarla per produrre altri beni servizi o per altri scopi. Il concetto di acqua virtuale è stato pensato soprattutto come strumento per facilitare il confronto tra usi alternativi dell’acqua e quindi promuovere una politica d’uso delle acque più sostenibile e sobria (in termini di conservazione, protezione di qualità dell’acqua, obiettivi ambientali, cooperazione tra i popoli). In realtà, il concetto è stato catturato e monopolizzato da criteri commerciali e di rendimento finanziario. Questi hanno ridotto la questione ad un problema di analisi comparativa dei costi e benefici monetari tra la produzione diretta o l’acquisto/importazione di beni e servizi in funzione del valore commerciale e del rendimento finanziario dell’acqua utilizzata. Un vero peccato. Spetta alle entità locali e regionali legiferare in questo settore.

Tesi 27. L’acqua, come la terra, i semi, le piante, gli animali, gli esseri umani, fa parte della grande comunità della vita sulla Terra. A questa corrisponde un universo multiplo e complesso di funzioni, diritti, responsabilità a tutti i livelli territoriali. In una prospettiva umana, i principi unificanti consentono a questo universo di “vivere bene” senza frequenti rotture “esistenziali” e senza conflitti distruttivi quando il suo operato è ispirato e guidato da principi di complementarietà, cooperazione, sicurezza comune, condivisione, solidarietà, tolleranza, non violenza, libertà comune. In altre parole, non affida il futuro del mondo e della vita sulla Terra ai meccanismi di rivalità e di esclusione, alle logiche di dominio e di predazione, ai processi di appropriazione/esproprio oligarchico al servizio degli interessi dei pochi. Pertanto, l’acqua e il diritto alla vita devono essere liberati dalla morsa mortale della potenza speculativa, dell’imprigionamento del rigetto e dell’odio verso l’altro alimentato dai sovranismi assoluti detti “nazionali”.

Frasi
  • L’acqua è vita.
  • L’acqua non è una merce, che si vende e si acquista, un bene di proprietà   privata.
  • Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita.
  • Il principio “chi inquina paga” è inefficiente, inadeguato e mistificante.
  • Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari non può essere oggetto di restrizioni di alcun tipo: nessuno può esserne privato per “ragioni” di nazionalità, razza, sesso, religione, reddito. 

Riccardo Petrella
(petrella.riccardo@gmail.com)

Laudato Si’ tre anni dopo

A quasi tre anni dalla pubblicazione di Laudato Si’, enciclica di Papa Francesco sulla cura della nostra casa comune, le parole del Pontefice continuano ad essere attuali: “Che tipo di mondo vogliamo lasciare a coloro che vengono dopo noi, ai bambini che stanno crescendo?”

I primi giorni di luglio 2018 si è tenuta una Conferenza internazionale, organizzata dal Dicastero vaticano, per promuovere lo sviluppo umano integrale, celebrare il terzo anniversario di Laudato Si’, ricordare come l’enciclica intende comunicare soprattutto un senso di profonda urgenza e profonda preoccupazione per lo stato precario della nostra casa planetaria comune.

La conferenza intendeva valutare l’impatto avuto da Laudato Si’ e prevedere i prossimi passi da intraprendere. Si è svolta seguendo il percorso “See-Judge-Act” (guarda-valuta-agisci) dell’enciclica. (vedi il programma)

Innanzi tutto, in linea con l’approccio ecologico integrale adottato da Papa Francesco (vedi il messaggio alla Conferenza), è stata considerata la crisi della nostra casa comune da una prospettiva olistica per ascoltare “sia il grido della terra che il grido dei poveri”.

Per questo il programma della conferenza prevedeva, nella prima parte, di ascoltare le persone e le comunità vittime della crisi in settori fondamentali come la sicurezza alimentare, la salute e le migrazioni e con particolare riferimento, tra gli altri, a bambini, donne, comunità indigene, minoranze e piccoli stati insulari. In un secondo momento, era prevista una riflessione sui criteri per comprendere e rispondere in modo integrale alla crisi: etica, economica, finanziaria e politica, solo per citarne alcuni.

Gli organizzatori hanno sottolineato come ritengano che sia giunto il momento di ispirare un “grande movimento” per la cura della nostra casa planetaria comune in pericolo. La Conferenza ha cercato quindi di riunire rappresentanti della società civile, religioni, chiese, scienziati, politici, economisti, movimenti di base, ecc..

Alla fine della Conferenza, gli organizzatori hanno inteso proporre linee d’azione concrete e partecipative per la cura della nostra casa comune, consapevoli che “dobbiamo agire come individui e comunità, a livello locale, regionale, nazionale e a livello internazionale. ”

Sono disponibili le registrazioni video e le presentazioni della Conferenza.

Vedi anche:

http://www.dimensionidiverse.it/la-nuova-enciclica-sullambiente-una-lettura-di-parte/

 

 

Prima la solidarietà

Sei domande al Comune di Milano

All’interno della piattaforma elaborata più di un anno fa (link) lo abbiamo scritto chiaramente: siamo sempre stati favorevoli al superamento della gestione emergenziale.

Siamo favorevoli all’estensione del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) , perché nessun richiedente asilo, a partire dal territorio milanese, sia più ospitato all’interno di centri “straordinari”.

Siamo favorevoli al passaggio da un sistema “specializzato” rivolto a richiedenti asilo e rifugiati ad uno universalistico, un nuovo welfare, nel quale i servizi necessari all’accoglienza e alla partecipazione delle e dei nuovi arrivati siano offerti nell’ambito di un sistema di servizi, come l’abitare, la salute, la formazione, la ricerca del lavoro ecc., che vengono resi disponibili alla totalità della popolazione.

Abbiamo verificato come diversi passaggi di una recente intervista dell’Assessore Pierfrancesco Majorino (link) ci trovano concordi sulla necessità di sviluppare diversamente il sistema di accoglienza a Milano, e in essi rileviamo una notevole vicinanza a posizioni da noi espresse nelle piattaforma.

Tuttavia riteniamo utile e necessario un chiarimento su alcuni punti che ci sembrano ambigui e orientati ad un progressivo disimpegno di un’istituzione pubblica, come il Comune, la cui azione è determinante nei percorsi di inclusione di quella parte del tessuto sociale più facilmente soggetta a processi di marginalizzazione:

  1. Cosa s’intende per “famiglie e cittadini in difficoltà”? Il termine cittadini si presta a facili fraintendimenti, soprattutto in un periodo in cui le logiche del consenso favoriscono artificiali e pretestuose distinzioni tra “noi” e “loro”. Per questo crediamo sia necessario specificare che quando si parla di “famiglie e cittadini in difficoltà” si intenda rivolgersi alla totalità della popolazione presente sul territorio milanese, senza discriminazioni su base etnica che non crediamo appartengano alla cultura politica di questa Amministrazione.
  2. Quali saranno le effettive garanzie per l’accesso alla residenza? La residenza costituisce un prerequisito indispensabile per l’accesso ai servizi pubblici e la possibilità di ottenerla diverrà ancora più importante nel nuovo sistema prefigurato. Già più di un anno fa il Sindaco assunse pubblicamente l’impegno a dare attuazione alla Legge vigente, permettendo l’iscrizione anagrafica alle persone che non possono dimostrare di usufruire di un alloggio, ma al momento, purtroppo, tale possibilità risulta di fatto inesistente. Siamo a conoscenza del bando (link) per affidare a soggetti del “Terzo settore” il compito di procedere all’iscrizione anagrafica, non comprendiamo tuttavia perché l’accettazione e l’elaborazione delle domande debbano essere affidati a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione, tanto meno ci è chiaro che cosa accadrà una volta esauriti i 180.000€ stanziati. Ci preme, però, soprattutto sottolineare che, per quanto apprezzabile sia nelle finalità e nelle pratiche l’impegno di alcuni soggetti del privato sociale, non riteniamo giuridicamente e politicamente accettabile introdurre un “filtro” non previsto dalla Legge da parte dei suddetti soggetti, a cui verrebbe attribuita la possibilità di esercitare un potere discrezionale e discriminatorio. Torniamo a chiedere perciò che il Comune, unico soggetto pubblico titolato all’iscrizione anagrafica, garantisca tale possibilità a tutti e tutte coloro che hanno dimora abituale nella nostra città in quanto diritto non subordinabile a contingentamenti numerici o concessioni di tipo assistenziale.
  3. Quali sono le reali prospettive dell’estensione del sistema SPRAR per la città di Milano? Più di un anno fa veniva assicurata l’attivazione di nuovi progetti SPRAR per raggiungere la quota iniziale di almeno 1000 posti entro la fine del 2017, per poi arrivare progressivamente a un numero tale da garantire un’accoglienza di qualità per la totalità delle e dei richiedenti asilo e rifugiati presenti nella nostra città. Prendiamo atto delle difficoltà autorizzative citate nell’intervista, delle quali peraltro non comprendiamo la natura, e ribadiamo che il numero di 1000 posti disponibili non può essere considerato come il traguardo, ma come un primo parziale adempimento, se reale è la volontà di garantire a tutte e tutti i beneficiari presenti sul territorio milanese la tutela dei loro diritti.
  4. Quale valore hanno i percorsi di inclusione avviati sul territorio? Ci sembra impensabile che nel momento in cui parla di accoglienza di qualità il Comune si mostri non interessato alla sorte delle persone oggi ospitate nei centri destinati alla chiusura, lasciando intendere che riterrebbe una soluzione auspicabile il loro allontanamento dalla città; in questo modo anche l’investimento sull’iniziativa del lavoro volontario organizzata dal Comune – sulla quale abbiamo sempre mantenuto una nostra posizione critica – perderebbe la decantata valenza positiva in termini di inserimento nel tessuto sociale, assumendo invece i contorni di un puro e semplice impiego di forza lavoro destinata poi a essere trasferita altrove. Le persone non sono pacchi postali, lo dicevamo già alla chiusura della ex Caserma Montello e lo ribadiamo oggi: la ricollocazione non può non tenere conto dei percorsi lavorativi e personali attivati in questi anni, e deve favorire la permanenza vicino ai propri centri d’interesse.
  5. Come s’intende garantire l’accesso ad alcuni diritti fondamentali a categorie sociali a rischio di marginalità? A Milano non esiste oggi un problema di numero eccessivo di richiedenti asilo, la cui presenza (2,7 per mille abitanti) è invece al di sotto della media nazionale; esiste invece un gravissimo problema di accesso al diritto alla casa, in primo luogo per quanti hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, a cui conseguono, la difficoltà ad ottenere la residenza e ad usufruire di servizi che vanno dalla formazione alla salute. Il problema è comune a molte categorie di cittadine e cittadini, indifferentemente dall’origine, e deriva da un mercato delle locazioni drogato, su cui le politiche pubbliche hanno smesso di fatto da anni di esercitare un ruolo correttivo. La soluzione prospettata non può essere l’allontanamento di queste persone dalla città, ma la ripresa di una forte iniziativa pubblica in materia di abitazione, seppure la responsabilità non ricade esclusivamente nelle competenze del Comune, crediamo che il suo intervento non possa limitarsi alle fasi di emergenza individuali.Chiediamo perciò che l’Amministrazione chiarisca che non è sua intenzione disfarsi in qualche modo di questa supposta e inesistente eccedenza di esseri umani e, contestualmente, riprenda ad esercitare il proprio ruolo di garante di un diritto costituzionalmente garantito, procedendo innanzitutto al ripristino e alla restituzione all’uso da parte della collettività dell’immenso patrimonio pubblico inutilizzato e oggi sottoposto a pressioni speculative.
  6. Esistono e quali sono le misure di sostegno all’accesso ai diritti fondamentali? In attesa degli interventi necessari al recupero del patrimonio immobiliare pubblico da destinare alla fruizione della cittadinanza , sono necessarie ed urgenti misure di sostegno alle persone che non riescono a trovare una soluzione nel mercato degli alloggi, per garantire dignità alle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità e condizione amministrativa, e la garanzia di buona qualità della vita in tutta la città. Riteniamo indispensabile che il Comune faccia tutto quanto in suo potere per rinforzare e rendere più agevole l’accesso a servizi esistenti, come ad esempio l’Agenzia Milano Abitare, per adottare misure che disincentivino fortemente il mancato utilizzo di appartamenti e immobili, per tutelare le persone che vivono in occupazioni di necessità, specialmente quando da tali esperienze emerge un innegabile carattere di utilità sociale.

L’assenza di chiarimenti in merito ai punti sopraelencati non ci farà di certo desistere dal continuare a svolgere in piena autonomia le nostre attività quotidiane ispirate ai principi della solidarietà e mutuo soccorso, né tanto meno ad esercitare il nostro diritto/dovere di vigilanza e di stimolo sull’azione dell’Amministrazione comunale. Siamo convinti che i problemi delle cittadine e dei cittadini che migrano, siano classificati come “migranti economici” o “rifugiati”, come “regolari” o “irregolari”, sono i nostri stessi problemi, e che la sfida politica dei nostri tempi stia nel formulare soluzioni che siano valide per tutte e tutti.

Nessuna Persona è Illegale.

Nessuna Persona è Illegale · Sabato 11 agosto 2018

Storia ed evoluzione di Cassa Depositi e Prestiti

La Cassa Depositi e Prestiti nacque con una legge del Parlamento Sardo del 18 novembre 1850, avendo la finalità della mobilitazione dei capitali per le opere di pubblica utilità. Erano liberi di effettuare depositi presso la Cassa gli enti locali, i corpi morali, le amministrazioni civili e militari dello stato. La cassa inoltre raccoglieva depositi obbligatori giudiziari e di mallevadoria contabile. Le somme raccolte erano poi impiegate nei prestiti agli enti locali e morali, in particolare per il finanziamento di opere pubbliche e se necessario nell’ammortamento dei debiti. I fondi affidati alla Cassa erano garantiti dallo stato, per compensarla dallo svantaggio che essa non potesse remunerare i depositi volontari a tassi superiori rispetto ai titoli di stato. 

Nel 1863 -subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861- fu attuata la incorporazione nella Cassa Depositi e Prestiti del Regno di Sardegna di tutti gli organismi che nei vari territori del regno di Italia, svolgevano funzioni analoghe a quella della Cassa piemontese. Nel tempo, la funzione iniziale della Cassa di raccolta di depositi cauzionali e di natura simile e di loro gestione centralizzata perdette progressivamente rilievo rispetto alla raccolta di risparmio presso gli sportelli postali che divenne la fonte principale. Al lato degli impegni si sono avuti periodi alterni di finanziamento rivolti agli enti locali o all’amministrazione centrale dello stato. Una terza importante funzione, che non si colloca nell’attivo nè nel passivo, è quella di effettuare pagamenti per conto del pubblico e dello Stato. 

 La legge 27/5/1875 n 2779 (presentata dal ministro Minghetti) dispone che gli uffici postali operassero come succursali di una Cassa di Risparmio Centrale garantita dallo stato e inserita nella Cassa Depositi e Prestiti. Questa fu una rivoluzione qualitativa e quantitativa della sua attività determinando una rapida crescita dei mezzi a diposizione della Cassa e un boom del risparmio postale. Il grande vantaggio della Cassa era nella garanzia statale sui depositi, che riuscì a creare ulteriore risparmio, rispetto a quello bancario e delle Casse di Risparmio. Il risparmio postale attrasse anche i risparmiatori più timorosi e richiamò nel circuito finanziario i risparmi tesorizzati -sotto i materassi o dentro pentole- come avveniva in quel tempo a causa della poca fiducia nelle banche. Con la garanzia dello stato si resero disponibili per investimenti in infrastrutture notevoli risorse che erano raccolte a costi inferiori a quelli di mercato. Tra gli impieghi prevalsero i mutui ai comuni per strade, edifici scolastici, sistemi fognari, opere igieniche, ristrutturazione del debito degli enti locali verso istituti di credito. Si svilupparono anche impieghi in titoli del debito pubblico. Una legge del 1895 obbligò la Cassa ad impiegare in titoli di stato o da esso garantiti, non meno della metà dei fondi dei depositi volontari o postali. 

L’importante riforma del 1898 trasformò la cassa Depositi e Prestiti in direzione generale del Ministero del Tesoro, quale strumento di politica del Ministero. I problemi della finanza locale erano caratterizzati dalla persistenza dei disavanzi comunali e provinciale e la finanza statale presentava un rilevante stock di debito pregresso. Inoltre nel 1879 alla Cassa venne affidata la gestione del patrimonio degli istituti di previdenza di singole categorie professionali, tra cui quella degli impiegati statali. Alla vigilia della prima guerra mondiale i depositi della Cassa erano circa il 30% del totale del sistema bancario italiano, pari al 12 % del PIL.

Nel periodo fascista vi fu una forte spinta verso l’accentramento organizzativo finalizzato ad un più stretto controllo: il Ministero del Tesoro fu assorbito dal Ministero delle Finanze; il Ministero delle Finanze assunse direttamente la presidenza del Consiglio di amministrazione della Cassa, e all’interno della Cassa fu soppressa la seconda sezione, quella della gestione previdenziale.

L’accentramento organizzativo comportava il centralismo decisionale: anche nella Cassa prevalse il ruolo del politico su quello tecnico. Nello stesso ventennio il Governo realizzò grandi opere pubbliche, come la bonifica delle paludi Pontine (1926-1935), la creazione di cinque nuove città come Latina, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia. La Cassa partecipò alla raccolta dei mezzi finanziari; dal 1925 si ebbe la prima emissione di Buoni Postali fruttiferi. Questi titoli ebbero molto successo e raccolsero i risparmi anche dei più timorosi. I Buoni Postali Fruttiferi erano titoli obbligazionari a tasso fisso privi di cedole a scadenza ventennale ma estinguibili in qualsiasi momento; furono emessi anche in dollari e sterline e collocati all’estero soprattutto agli emigranti italiani. Negli anni ‘30 la Cassa fu liberata dal finanziamento corrente dei comuni e quel ruolo fu assegnato alla Banca Nazionale del Lavoro,dal 1938 si ammettono le banche al ripiano del disavanzo degli enti locali. La Cassa è protagonista del finanziamento della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale: la gestione speciale, le risorse degli enti previdenziali gestite dalla Cassa sono destinate alla necessità della guerra. Nel periodo 1928 – 1947 furono messi titolo a breve “Buoni annuali fruttiferi della Cassa Depositi e Prestiti”. Tra le due guerre lo stato italiano divenne sempre più interventista nell’economia e anche la Cassa fu utilizzata in tal senso. Nel 1931 venne costituito l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), il cui capitale fu per metà partecipata dalla Cassa. Anche alla costituzione dell’IRI del 1933 partecipò la Cassa.IL 22 giugno del 1944 fu ricostituito il Ministero del Tesoro (separato da quello delle Finanze) che presiedette il consiglio di amministrazione. Un decreto del 1947 separò definitivamente la Cassa dagli istituti di previdenza, che divennero autonome e separate Direzioni generali. 

Nel secondo dopoguerra l’Italia era protesa verso la ricostruzione. La spesa pubblica era l’asse portante della politica economica nazionale. La Cassa fu coinvolta nella ricostruzione postbellica e nella creazione di nuove infrastrutture. Negli anni ‘60 vi fu un boom dell’economia italiana, mentre il decennio dei ’70 fu caratterizzato da  forti rivendicazioni sociali; il tutto comportò un considerevole aumento della spesa pubblica in un contesto internazionale  caratterizzato dal primo shock petrolifero. Tutte le amministrazioni pubbliche si indebitarono con una forte progressione. 

La riforma del sistema tributario italiano del 1972 accentrò fortemente il prelievo fiscale all’erario dello stato. Lo Stato annualmente consentiva agli enti locali di ripianare i loro disavanzi di bilancio con mutui con la Cassa e con altri istituti di credito, i cui oneri erano a carico degli enti stessi. In quegli anni il 90% dei mutui concessi dalla Cassa agli enti locali era costituito dai mutui per il ripiano dei bilanci (quindi in sostanza per spesi correnti). Nel 1977, ad opera del Ministro Stammati, iniziò il risanamento della gestione finanziaria degli enti locali, fu posta fine a quella spirale di indebitamento, mediante un’opera globale di consolidamento della loro passività verso gli istituti di credito e verso la Cassa con titoli decennali a carico dello stato. Sul piano formale la Cassa era sempre stata subordinata gerarchicamente allo stato, essendo Direzione generale del Ministero del Tesoro (o in alcuni periodi del Ministero delle Finanze ) mentre, sul piano sostanziale economico patrimoniale, era una istituzione autonoma e separata dallo stato.

All’inizio del decennio ’80, il Ministro Pandolfi ( su proposta del Direttore generale Giuseppe Falcone ) presentò un disegno di legge di trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in azienda autonoma con un proprio statuto. Questa riforma era sostenuta dalla direzione generale della Cassa, dalle associazioni degli enti locali, dalle organizzazioni sindacali, ma era avversata dal sistema bancario, dalla Banca d’Italia, dall’ABI, che temevano la forza concorrenziale della Cassa nel mercato del credito e la gestione di cospicui flussi finanziari fuori controllo della Banca d’Italia ed esterni al Tesoro. Infine prevalse l’interpretazione della Corte dei Conti, secondo la quale la Cassa apparteneva allo stato persona giuridica ed era assoggettata a tutti i vincoli che tale natura comportava. Poiché la legge n 197 / 1983 non aveva espressamente attribuito alla Cassa una personalità giuridica, non era un ente autonomo. Nel 1993 il Ministro Barucci con art 22 d.l n 8/1993 attribuì in modo esplicito personalità giuridica alla Cassa ed anche la facoltà di acquistare e cedere liberamente partecipazioni in istituti di credito. 

Il vero mutamento di natura per Cassa Depositi e Prestiti avviene con l’art.5 del d.l.n 269 /2003 che ha trasformato Cdp in S.P.A. e ha distinto la sua attività in due rami: uno tradizionale ed uno di finanziamento delle infrastrutture e degli investimenti nei servizi pubblici gestiti da privati o con la partecipazione di privati. La trasformazione ha comportato inoltre l’entrata nell’azionariato di 65 fondazioni bancarie alle quali vennero assegnate delle azioni privilegiate pari al 30% del capitale sociale. 

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Con la privatizzazione, Cassa Depositi e Prestiti muta profondamente la natura della propria attività, che da quel momento la vede divenire un soggetto economico-finanziario che si muove a tutto campo sul mercato, una sorta di fondo sovrano non dichiarato.Questo avviene attraverso due ulteriori passaggi: il primo tra il 2006 e il 2009, quando una serie di interventi allargarono molto sia la possibilità di Cdp investire sui privati, sia, soprattutto, la possibilità di utilizzare la raccolta postale per farlo; il secondo nel 2015 quando, come parte del cosiddetto “Piano Junker” sull’economia europea, le venne assegnato lo status di Istituto di promozione nazionale. 

Marco Bersani

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 35 di Luglio – Agosto 2018: “Fuori dalla crisi, riprendiamoci la Cassa!  –  Cassa Depositi e Prestiti, una ricchezza collettiva

Il 2 Agosto 2018 la MIlano Solidale è scesa in piazza.

Circa 300 persone appartenenti a molte realtà sociali ed a qualche realtà politica, hanno voluto manifestare contro le politiche razziste, anti immigratorie del Governo, in particolare contro le ultime dichiarazione del Ministro Salvini circa la volontà di ripristinare il Centro di via Corelli (ex CIE oggi centro di accoglienza, una struttura convenzionata per ospitare i richiedenti asilo) – Salvini: “Il centro di via Corelli torna ad essere centro d’espulsione“.

L’occasione è la “Marcia per i nuovi desaparecidos” che da oltre 3 anni “Milano Senza Frontiere” promuove davanti a Palazzo Marino per ricordare a non essere complici e indifferenti di fronte alle decine di migliaia di morti e dispersi nel Mar Mediterraneo e non solo.
Una testimonianza per rivendicare politiche di accoglienza, di libera circolazione e per l’apertura di canali umanitari protetti: “Migrare per vivere non per morire“.

Una lunga catena ha avvolto tutta la piazza della Scala, accompagnata dalle parole di denuncia contro le pratiche razziste e di espulsione del Governo. Il Ministro degli Interni Salvini, con i suoi messaggi carichi di odio disumanizzante, è responsabile delle violenze che si stanno diffondendo su tutto il territorio nazionale.

Un processo infame che il Ministro Salvini si rende garante alimentando paure, razzismi, violenze e tanta indifferenza.

La manifestazione ha avuto un momento altamente significativo ed emozionante quando, sul finire, decine di persone si sono sdraiate a terra coperte da un velo bianco, a voler testimoniare le decine di migliaia di morti, mentre una sirena rompeva il silenzio generale.
Non sono numeri, sono persone umane costrette alla fuga dai loro Paesi per guerre, violenze, fame.

L’iniziativa di oggi, come altre in corso su molte parti del territorio italiano, devono trovare la forza e l’orgoglio di una solidarietà diffusa che sappia diventare azione politica, schierata contro le nefandezze politiche dell’esclusione e dei respingimenti.
Non sono sufficienti momenti testimoniali, occorre una diffusa consapevolezza capace di  rivendicare politiche del diritto di cittadinanza, anche per superare l’ipocrisia dell’indifferenza diffusa.

Testimonianze:

  • Video: http://www.milanotoday.it/video/migranti-flash-mob.html
  • Foto: https://www.facebook.com/Ri.make1/photos

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  • Milano Senza Frontiere: https://it-it.facebook.com/milanosenzafrontiere/
  • Riccardo
    Ieri a Milano centinaia di persone hanno marciato, si sono sdraiate sul selciato rovente, si sono incatenate, per protestare contro le sparizioni forzate delle persone migranti in viaggio verso l’Europa e le politiche di reclusione e segregazione di quelle che riescono ad arrivare: esseri umani ingabbiati, venduti come schiavi, torturati, lasciati morire in mare o sulle montagne nel tentativo di passare le frontiere, trattati poi come servi o criminali o fastidiosi incapaci.
    Questo è l’effetto di 25 anni di scelte politiche suicide portate avanti con ostinata continuità da partiti “conservatori” o “progressisti” sempre più incapaci di misurarsi con il fenomeno epocale delle migrazioni, e che perseguendo unicamente un fallimentare progetto di mantenimento delle proprie posizioni di potere hanno finito col consegnare il continente alla marea montante dell’autoritarismo xenofobo e razzista.
    Occorre cambiare radicalmente la direzione delle politiche sull’immigrazione ad ogni livello, da quello delle amministrazioni locali a quello europeo, perché è sempre più chiaro che la strada imboccata ci sta facendo precipitare in un abisso di negazione dell’umanità.
    Nessuna persona è illegale. NESSUNA.

1 agosto 2018 – Overshoot day: ridurre si può

Da quando il nostro riferimento è diventato il supermercato è cambiata perfino la nostra idea di sicurezza alimentare. Finché troviamo gli scaffali pieni di mercanzie e abbiamo abbastanza soldi per farle transitare al di là della cassa, ci pare che tutto funzioni.
Tutt’al più ci allarmiamo se non troviamo la nostra marca preferita, mentre non reagiamo di fronte una prolungata siccità, una gelata primaverile, una forte grandinata di fine estate, eventi che invece preoccupano e, persino, gettano nella disperazione i contadini.

Effetto paradosso di ciò che chiamiamo civiltà: avendoci allontanato dalla natura ci ha fatto perdere consapevolezza della sua importanza fino a farcela vivere come uno spazio da depredare.

Un segnale di questo nostro smarrimento è l’Overshoot Day che tutti gli anni ha una data ben precisa: l’8 agosto nel 2016, il 2 agosto del 2017, il 1° agosto nel 2018. Una data drammatica, che ci dà la misura di quanto la nostra voracità superi la capacità di rigenerazione del pianeta.

Di scena è la terra fertile, la parte di suolo planetario biologicamente attivo da cui dipende la nostra agricoltura, i nostri pascoli, i nostri boschi: in pratica la nostra vita come ben sintetizzano gli indios che la chiamano Pachamama: Madre Terra.

Per il livello di consumi raggiunto dall’umanità, la quantità di terra fertile di cui abbiamo bisogno ha oltrepassato i 20 miliardi di ettari, che suddivisi per tutti i giorni dell’anno danno un consumo di 54 milioni di ettari al giorno. Il problema è che la terra fertile disponibile sul pianeta non va oltre i 12 miliardi di ettari e arrivati al 1° di agosto ci accorgiamo di averla esaurita tutta.

Per quanto possa sembrare strano, lo squilibrio non si manifesta, però, sotto forma di penuria, bensì di eccesso.
A dimostrarci che i nostri consumi sono superiori alla terra fertile disponibile è l’accumulo di anidride carbonica, un gas che normalmente è eliminato dal sistema vegetale tramite quel processo miracoloso chiamato fotosintesi clorofilliana. Ma a questo mondo tutto ha un limite e anche la capacità del sistema vegetale di assorbire anidride carbonica non va oltre i 20 miliardi di tonnellate all’anno. Peccato che ne produciamo attorno a 36 miliardi, per cui abbiamo tutti gli anni un eccesso di 16 miliardi che si accumula in atmosfera provocando effetto serra e cambiamenti climatici.

Nonostante l’impegno preso a Parigi nel 2015 di ridurre le emissioni di anidride carbonica per impedire alla temperatura terrestre di crescere oltre i due gradi centigradi, l’Agenzia internazionale per l’energia ha certificato che nel 2017 le emissioni sono aumentate del 1,4% come conseguenza dell’aumento di consumo di combustibili fossili: petrolio, gas, carbone.

Noi italiani per sostenere i nostri consumi abbiamo bisogno di 4,3 ettari di terra a testa, che è due volte e mezza la quota a cui avremmo diritto. Se guardiamo a cosa ci serve, scopriamo che per il 59% la impieghiamo per liberarci dall’anidride carbonica in eccesso. Dobbiamo concentrarci su questa sostanza, intervenendo su tre ambiti principali di emissione: la produzione di energia elettrica, il riscaldamento domestico, i trasporti.

Per l’energia elettrica, la grande sfida è passare dalle centrali termoelettriche, alimentate a gas e carbone, a quelle rinnovabili, alimentate da sole, vento e corsi d’acqua. Già oggi il 32% della nostra energia elettrica proviene da fonti rinnovabili, ma dobbiamo fare molto di più. E se le politiche governative possono dare il contributo principale, qualcosa possiamo fare anche noi dal basso, ad esempio installando un pannello solare sul tetto di casa nostra.

Il riscaldamento domestico è di più difficile soluzione, ma potremmo comunque cominciare coprendoci di più piuttosto che alzare la temperatura dei termosifoni.

I trasporti, se da una parte dobbiamo convertirci a maggior lentezza, con grande beneficio per la nostra salute e la nostra vita di relazione, le nuove parole d’ordine debbono essere razionalità e condivisione. Razionalità per adattare il mezzo alla distanza capendo che le piccole distanze le possiamo coprire a piedi e in bicicletta. E se oltre i dieci chilometri ci vuole il mezzo a motore, la soluzione non è l’auto privata ma il mezzo condiviso. Solo condividendo potremo permettere a tutti di soddisfare il bisogno di mobilità riducendo al minimo consumi energetici e inquinamento. Per cui dobbiamo rivalutare non solo il treno e l’autobus, ma anche altre formule che possiamo attivare noi stessi dal basso, come il car-sharing, che significa acquisto dell’auto in comune, e il car-pooling, che è l’abitudine di non muoversi mai da casa senza aver chiesto al vicino se deve andare nella stessa direzione in modo da fare viaggiare l’auto a pieno carico.

Piccoli cambiamenti di stili di vita, che possono dare un contributo importante per la riduzione della nostra impronta ecologica senza rinunciare ai nostri bisogni. Questi cambiamenti – evocati anche da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ – possono e devono estendersi anche ad altri ambiti, per ridurre il consumo di terra fertile nei più diversi settori, primo fra tutti quello agricolo.
I nostri consumi alimentari contribuiscono al 29% della nostra impronta ecologica, ma con piccoli accorgimenti potremmo ridurre sensibilmente quella percentuale. Un modo è consumare meno carne perché il passaggio attraverso l’animale è estremamente dispendioso: ci vogliono 7 calorie vegetali per ottenere una caloria animale. Allora meglio soddisfare il nostro bisogno di proteine con i legumi. Per un etto di fagioli ci vogliono 3,7 metri quadri di terra, per un etto di carne 16,8: passando da una dieta prevalentemente carnea a una dieta più marcatamente vegetariana potremmo ridurre il consumo di terra fertile a fini alimentari almeno di un quarto.

Ridurre la nostra impronta, dunque si può, senza dover tornare al tempo delle caverne. Basta un pizzico di semplicità.

Francesco Gesualdi

domenica 29 luglio 2018
www.avvenire.it

 

Overshoot Day – il 1° agosto è il giorno del sovrasfruttamento

Il 1° agosto, secondo il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale, l’umanità avrà esaurito il budget delle risorse messe a disposizione dalla natura per l’intero anno.

Questa data, chiamata giorno del sovrasfruttamento (Earth Overshoot Day), é la data in cui la richiesta dell’umanità di risorse e servizi naturali supera l’ammontare di risorse e servizi naturali che gli ecosistemi terrestri possono rinnovare in quell’anno.
In altre parole, l’umanità utilizza attualmente le risorse naturali 1,7 volte più velocemente di quanto gli ecosistemi del nostro pianeta siano in grado di rigenerare. E’ come se stessimo usando 1,7 Terre.

Il Global Footprint Network calcola la data del sovrasfruttamento ogni anno utilizzando i dati dell’impronta ecologica, l’indicatore ambientale che somma tutte le richieste delle persone nei confronti della natura, quali la domanda di cibo, di legname e fibre (cotone); l’assorbimento delle emissioni di carbonio derivanti dalla combustione di combustibili fossili; le superfici urbanizzate destinate agli edifici, alle strade e alle altre infrastrutture.

Da quando il mondo è andato in overshoot ecologico nel 1970, il giorno del sovrasfruttamento non è mai caduto così presto come quest’anno.

Vedi: Di quante terre avremo bisogno

I costi di questo eccesso ecologico includono la deforestazione, le riserve ittiche che stanno collassando, la scarsità di acqua dolce, l’erosione del suolo, la perdita di biodiversità e l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera che rinforza il cambiamento climatico con siccità, incendi boschivi e uragani sempre più gravi.

Queste minacce possono produrre disperazione e costringere molte persone a migrare verso città o altri paesi.

Mentre ‘celebriamo’ la giornata del sovrasfruttamento, tutto può sembrare immutato, abbiamo ancora lo stesso cibo nel nostro frigorifero”, ha affermato il CEO di Global Footprint Network Mathis Wackernagel. “Ma gli incendi stanno imperversando negli Stati Uniti occidentali. Dall’altra parte del mondo, i residenti di Città del Capo hanno dovuto dimezzare il consumo di acqua rispetto al 2015. Queste sono le conseguenze del depauperamento del budget ecologico del nostro unico e solo pianeta.
Le nostre economie stanno adottando uno “schema Ponzi” con il nostro pianeta. Stiamo utilizzando le risorse future della Terra per operare nel presente e sprofondare sempre più nel debito ecologico “, ha aggiunto Wackernagel.
“È tempo di porre fine a questo schema Ponzi ecologico e sfruttare la nostra creatività e ingegnosità per creare un futuro prospero senza combustibili fossili e distruzione planetaria”.

Vedi: Earth Overshoot Day – 1969-2018

Il Global Footprint Network ha identificato quattro aree prioritarie con il maggior potenziale per contribuire a ridurre il sovrasfruttamento ecologico:

  • Città: se riduciamo l’uso di automobili del 50% in tutto il mondo e sostituiamo un terzo dei chilometri percorsi in auto con i mezzi pubblici e il resto camminando e andando in bicicletta, possiamo #MoveTheDate dell’ Overshoot Day di 12 giorni.
  • Energia: se riduciamo del 50% la componente di carbonio dell’Impronta ecologica dell’umanità lo spostamento della data #MoveTheDate sarebbe di 93 giorni.
  • Cibo: se tutti nel mondo riducessero lo spreco alimentare della metà, riducessero l’intensità dell’impronta della loro dieta e consumassero calorie rimanendo nella media mondiale, lo spostamento sarebbe di 38 giorni.
  • Popolazione: se tutte le famiglie al mondo avessero un figlio in meno, sposteremmo l’Overshoot Day di 30 giorni entro il 2050.

Il Global Footprint Network sta invitando le persone a partecipare all’ Earth Overshoot Day determinando il proprio Giorno del Sovrasfruttamento e la propria Impronta Ecologica su www.footprintcalculator.org e facendo uno “Step to #MoveTheDate” su www.overshootday.org/steps-to-movethedate.

Andamento dei dati

Sebbene l’86 percento della popolazione mondiale viva in una nazione in deficit ecologico, i dati più recenti dell’Impronta ecologica nazionale rivelano alcuni segnali incoraggianti per posticipare l’Earth Overshoot Day.

L’Impronta ecologica della Cina, il paese con la più grande impronta ecologica totale, è diminuita dello 0,3 percento dal 2013 al 2014 dopo una salita costante dal 2000, quando la sua impronta ecologica era circa la metà di oggi.
Anche l’Impronta ecologica cinese per persona è diminuita dello 0,8% tra il 2013 e il 2014. Il calo deriva in parte da una diminuzione dell’impronta di carbonio totale della Cina dello 0,7% e da una diminuzione dell’impronta di carbonio per persona dell’1,2% dal 2013 al 2014.
L’Impronta ecologica pro capite per i paesi ad alto reddito è diminuita del 12,9 percento dal 2000. Alcuni dei paesi con il maggior calo dal 2000 includono Singapore (-32,1 percento), Bahamas (-26,2 percento), Danimarca (-19,0 percento); Stati Uniti (-18,4 percento), Regno Unito (-16,6 percento) e Francia (-15,5 percento).
Dal 2000 al 2014, la Germania ha registrato un calo dell’8 per cento nell’impronta ecologica per persona e un calo del 2,5 per cento nell’impronta ecologica a persona dal 2013 al 2014. La componente di carbonio dell’Impronta ecologica tedesca è diminuita del 6,2 percento dal 2013 al 2014.

Vedi: Country Overshoot Day 2018

Informazioni sul Global Footprint Network

Il Global Footprint Network sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le sue risorse naturali e fronteggia il cambiamento climatico, attraverso:
MISURE semplici, significative e adattabili;
APPROFONDIMENTI UTILI sul consumo e la disponibilità delle risorse naturali;
STRUMENTI e analisi per guidare decisioni informate.

www.footprintnetwork.org

MIGRARE PER VIVERE NON PER MORIRE!

A tutte le associazioni, le organizzazioni sindacali e politiche, i collettivi, i singoli e le singole: FERMIAMO LA STRAGE!

Da oltre tre anni la rete Milano Senza Frontiere marcia, ogni primo giovedì del mese, in piazza della Scala a Milano, per i nuovi desaparecidos, per le persone decedute o disperse nel Mediterraneo e lungo le rotte che portano verso l’Europa.

Negli ultimi mesi la situazione è terribilmente peggiorata: gli accordi con la Libia, la chiusura dei porti e le omissioni di soccorso in mare hanno portato quest’anno la cifra dei morti e dispersi a quasi 1500, di cui quasi la metà soltanto nel mese di luglio.  

È in atto un vero e proprio genocidio legittimato dai dispositivi della politica del nuovo governo italiano.

Non possiamo né vogliamo rimanere indifferenti a tale scempio!

Per questo nell’assemblea cittadina fatta il 18 giugno è stato deciso che al termine della prossima marcia, il giovedì 2 agosto, ci sdraieremo tutti e tutte in piazza della Scala e lì resteremo inermi per ricordare, con la concretezza dei nostri corpi, che ciò di cui parliamo non sono numeri, ma vite umane. 

Vogliamo ricordare che le migrazioni costituiscono un processo comune a tutte le donne e a tutti gli uomini. Sono quasi 5 milioni gli italiani e le italiane emigrate all’estero (fonte A.I.R.E). E a loro basta soltanto avere il passaporto europeo per poterlo fare.

Vogliamo ricordare, quindi, che il principio per cui si stabilisce se una persona è legittimata a emigrare o meno è sostanzialmente un principio classista e razzista. I ricchi possono migrare. I poveri non hanno il diritto di farlo. Gli europei o chi appartiene al nord del mondo hanno il diritto di partire per cercare un futuro migliore; chi è nato nel sud del mondo non può aspirare a migliorare la propria condizione.

I corpi delle persone del sud del mondo, in particolare delle persone nere, pagano per questo. Sono i corpi vessati nei campi di concentramento in Libia (che le autorità europee continuano a etichettare come porto sicuro), sono i corpi annegati in mare; sono i corpi sfruttati, umiliati, denigrati e persino ammazzati dal dilagante fascismo europeo come dimostrano i numerosi omicidi di matrice xenofoba lungo tutta la nostra penisola nel solo anno corrente.

Non possiamo fare finta di niente e abbiamo bisogno di voi per farci sentire!

Vi aspettiamo tutte e tutti in piazza della Scala giovedì 2 agosto alle ore 18:30!
Come tutti i primi giovedì del mese


Milano Senza Frontiere

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