Cambiare il rapporto con la terra

Due nuovi rapporti elaborati dalle autorità scientifiche confermano le previsioni più drammatiche. Quelle sugli impatti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sul cibo e quelle sui sistemi economici che continuano a ignorare allegramente il problema del riscaldamento del pianeta. Eppure, a inizio agosto, ancora una volta, l’Ipcc è stato chiaro: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”. Il 27 settembre nuovo sciopero mondiale per il clima

Due nuovi rapporti sul clima elaborati dalle massime autorità scientifiche pubbliche internazionali, l’Intergovernmental Pannel on Climate Change (scritto da 107 scienziati di 52 paesi) e l’European Environmental Bureau (143 organizzazioni di 30 paesi), confermano che i sistemi economici sono ancora completamente fuori controllo rispetto all’obbiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura terrestre. Lo Special Report dell’Ipcc, Climate Change and Land, presentato a Ginevra il 2 agosto, si occupa degli impatti  del riscaldamento climatico sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione confermando le previsioni più drammatiche in particolare per le popolazioni delle regioni tropicali e subtropicali.

Perdita di fertilità dei suoi, deforestazioni, salinizzazione dei fiumi, crisi idriche e molteplici altri fattori di stress genereranno carestie, conflitti e sempre più pesanti migrazioni interne ed esterne ai paesi colpiti. Interessante è sapere che secondo l’Ipcc (in accordo in questo con la Fao) il 38% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica è dovuto proprio al sistema alimentare industrializzato ipertrofico causato soprattutto dalla filiera della carne di allevamento di bovini e altri ruminanti. La zootecnia e l’agricoltura chimicizzata, che, secondo i fautori della “rivoluzione verde”, avrebbero dovuto risolvere la “fame nel mondo”, in realtà si rivelano una delle principali cause della distruzione dei sistemi socioeconomici locali e di sussistenza delle popolazioni contadine. Conclude l’Ipcc: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”.

Ancora più esplicito, già nel titolo, lo studio dell’Eeb presentato 8 luglio: Decoupling Debunked. Why green growth is not enough. Ovvero, la ipotesi teorica sostenuta da tempo dai governi e dalle agenzie dell’Onu (codificata nella Agenda 2030, varata nel 2015) secondo cui lo sviluppo delle tecnologie “green” avrebbe consentito di “disaccoppiare” la crescita economia dai danni provocati agli ecosistemi naturali (inquinamenti e prelievi di risorse non rinnovabili) non si è rivelata vera, non  regge alla prova dei fatti. Il Pil mondiale continua ad aumentare – è vero –  ma non diminuisce affatto la pressione (material footprint) dei sistemi economici in atto. La “crescita verde”, insomma, è una chimera, si è rivelata per quello che è: un modo per fare aumentare i business delle imprese più avanzate (comprese quelle impegnate nelle energie rinnovabili) e i consumi delle persone più sensibili, ma non ha modificano i bilanci globali di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi.

Molto spesso – documenta il rapporto dell’Eeb – l’aumento di efficienza dei macchinari si traduce solamente in una aggiunta di merci immesse sul mercato. Altre volte si tratta solo di uno spostamento dei problemi da una matrice ambientale ad un’altra (vedi il nucleare), da una materia prima in esaurimento ad un’altra ancora più rara (vedi litio, rame, cobalto), da una regione ad un’altra attraverso l’esternalizzazione delle produzioni più sporche in paesi con minori protezioni ambientali.  “Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante aumento”.

Che fare, allora? Hanno ragione i ragazzi di Fridays for future, gli attivisti di Extintion rebellion, dei movimenti contrari alle grandi opere energivore e dannose e di quanti si battono per un cambiamento radicale del modello socieoeconomico che metta l’economia nei binari della salvaguardia ecologica e della giustizia umana. Il 27 settembre ci sarà una nuova giornata di sciopero mondiale per il clima. Non lasciamo i millennials da soli a fare i conti con il mondo che gli lasciamo! Se ci pensiamo bene, vedremo che i negazionisti del cambiamento climatico, alla Trump e Salvini, sono gli stessi che in campo sociale portano avanti politiche improntate sull’esclusione, sul disciplinamento di censo, sullo sciovinismo nazionalista.

Paolo Cacciari