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La fame nel mondo aumenta per il terzo anno consecutivo

Sono 821 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2017, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Tra le principali cause l’impatto del cambiamento climatico.

Per Oxfam (confederazione internazionale per la riduzione della povertà) “Uno scandalo e un passo indietro di dieci anni”

Secondo il rapporto pubblicato oggi dalle Nazioni Unite su nutrizione e sicurezza alimentare, 821 milioni di persone nel mondo sono state vittime della fame nel 2017, 6 milioni in più rispetto al 2016.
Tra le cause principali “eventi climatici più intensi, frequenti e complessi”, che costituiscono, secondo il report, uno dei fattori principali della crisi alimentare in corso, a causa della quale 94.9 milioni di persone hanno dovuto fare affidamento sugli aiuti umanitario per poter sopravvivere.

Siamo sgomenti nel constatare che per il terzo anno consecutivo la fame nel mondo è in crescita.ha detto Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International – Siamo tornati indietro di dieci anni. Mai come ora abbiamo la certezza che la fame è un prodotto dell’azione umana che alimenta povertà e disuguaglianze, guerre, malgoverno, sprechi e cambiamento climatico. Per sconfiggere definitivamente questo inaccettabile stato di cose, ci vuole lo stesso impegno politico che stiamo mettendo nel lasciare intere comunità morire di fame.
Dobbiamo fare di più per spingere i nostri governi a lavorare affinché ogni cittadino possa avere accesso, in modo sicuro e economico, al cibo necessario per sopravvivere. – continua Byanyima – Questo significa raddoppiare gli sforzi per risolvere i conflitti, ridurre il consumo di energie fossili e sostenere l’adattamento dei Paesi poveri ai cambiamenti climatici. Sappiamo cosa va fatto. È solo questione di volontà politica”.

SEMPRE PIU LONTANO L’OBIETTIVO FAME ZERO ENTRO IL 2030

Per ogni agricoltore che perde il proprio raccolto a causa di tempeste imprevedibili e per ogni allevatore che vede il proprio bestiame morire di fame durante la siccità, si allontanano le probabilità di tenere fede agli impegni assunti da tutti i Governi per raggiungere l’obiettivo Fame Zero nel 2030 – ha aggiunto Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia
L’anno scorso assieme ai nostri partner abbiamo lavorato in oltre 35 Paesi per fornire aiuti alimentari alle popolazioni più vulnerabili.
Come in Yemen, dove abbiamo distribuito a più di 320 mila persone soldi per comprare cibo, o a Cox’s Bazaar, in Bangladesh, dove lo scorso agosto 144 mila rifugiati Rohingya hanno ricevuto voucher per acquisti alimentari.
Ogni mese poi partecipiamo alla consegna di cibo
per 260mila persone in Sud Sudan, un Paese in cui lavoriamo dal 1983, ma che è ancora afflitto dalla guerra e, di conseguenza, dalla fame.
Continueremo a combattere per ognuna delle persone che ancora soffrono la fame. Per noi non sono numeri ma la nostra ragion d’essere.
– conclude Byanyima – Hanno bisogno di soluzioni concrete e durature, non solo di una ciotola di cibo”.

11 settembre 2018

http://www.vita.it/

In piazza contro il ministro ungherese

Parafrasando Ennio Flaiano, la situazione è tragica ed insieme seria.
Il ministro degli interni – mentre scriviamo la denuncia delle sue prevaricazioni arriva al Tribunale dei ministri – non è il rappresentante di governo della repubblica italiana che ha giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza. No, Matteo Salvini è un ministro degli interni «ungherese» e si affida alle decisioni che prenderà con il premier di Budapest Viktor Orbán – così ha ammesso nell’intervista al Corriere della sera di venerdì – nel vertice che terrà con il premier magiaro martedì prossimo.
Per il quale i 5S si sono affrettati ieri a chiarire che di «incontro politico e non istituzionale si tratta». Un po’ goffamente, visto che nello stesso giorno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontrerà a Roma il premier ceco Andrej Babic, piazzista di sistemi di controllo di confini e migranti.

Il fatto è che non un politico qualsiasi ma il ministro degli interni della repubblica è schierato con la linea di Orbán: non si limita infatti a diffondere odio, facendo credere che gli italiani siano assediati dai migranti, nella fattispecie dai 150 sequestrati sulla Diciotti e in condizioni sempre più disperate, impediti finora nel loro diritto internazionalmente riconosciuto a chiedere asilo, su una nave militare italiana che non può attraccare in un porto italiano – ci sarebbe davvero da augurarsi una indignazione morale degli uomini e delle donne in divisa.

Salvini di più insiste a strumentalizzare l’occasione per confermare la sua assoluta contrarietà all’Unione europea, proprio come i Paesi di Visegrad, introducendo di fatto l’Italia in quella compagine iper-nazionalista guidata Orbán: che non vuole un solo migrante, è contro lo stato di diritto, reprime la libertà di stampa e penalizza le Ong.
Tragico e serio è il fatto che non sia solo, troppo spesso rincorso dal clone istituzionale Di Maio e dal presidente fantasma del Consiglio Giuseppe Conte che, ogni dove, si associano. Al punto da esternare l’intenzione di uscire dall’Ue: che altro è se non questo la minaccia, di memoria balcanica, di non contribuire al bilancio comunitario?
Restando alla fine più isolati di prima sulla redistribuzione dell’accoglienza. Ma la battaglia dentro l’Unione europea era ed è contro nuovi muri e fili spinati, contro l’esclusiva fortezza Europa e la sua logica solo monetaria, contro la lontananza dai temi del welfare e del lavoro. Invece con Salvini, Di Maio e Conte viene perfino minacciata l’uscita dall’Unione, verso un orizzonte sovranista di patrie identitarie.

In pochi mesi lo svelamento del contratto giustizialista-populista è completo, come la sua sintesi «culturale»: il consociativismo corporativo. Prevede la fidelizzazione degli italiani che «vengono prima» – con accorta strategia di annunci e sottofondo di applausi petroliniani da regime (la differenza con gli anni Venti è la cloaca digitale di Facebook) – tutti contrapposti ai «nemici» migranti; fin dalle spese di bilancio. Presentando così le risorse per l’accoglienza – inferiori ormai a quelle per la repressione delle migrazioni — in contrapposizione a quelle del reddito di cittadinanza, del welfare, dei terremotati, dei disabili, della ricostruzione del Ponte Morandi, dei «poveri», della sanità e dell’istruzione.
Una manovra sporca e menzognera.

Perché i numeri dicono il contrario. I migranti arrivati in Italia e che hanno trovato lavoro contribuiscono al nostro reddito, a cominciare dal pagamento delle pensioni; e versano sangue raccogliendo il nostro rosso pomodoro; i nuovi arrivi sono crollati in un anno, dalle poco più di 80mila persone a meno 20mila. Ma grazie ai lager in Libia e tacendo che sono aumentati di più del 20% i morti nelle fosse comuni del Mediterraneo, e che si cancellano le vittime che ogni giorno perdono la vita nel tragitto selvaggio del Continente africano; mentre almeno 700mila persone secondo l’Onu vagano disperate dal conflitto in Libia del 2011 che l’Occidente ha voluto.

Salvini, ignorante sul conflitto decennale nel Corno d’Africa, dichiara che in Eritrea «resta la pace», sancita invece sulla carta solo pochi mesi fa dopo le devastazioni che restano, con una dittatura feroce. Continua la farsa dell’«aiutiamoli a casa loro», quando invece dovremmo smetterla una buona volta di «aiutarli»: perché il nostro rapporto con l’Africa è di rapina delle risorse naturali, di sottomissione del loro commercio, di cattura delle loro finanze e monete, di devastazione ambientale e di libero mercato di armi per le guerre in corso.

Non contenti, dopo le missioni del nuovo governo, sulla scia di Renzi e Minniti, dalle inesistenti ma criminali «autorità libiche», il misfatto che si vuole consumare è l’avvio di un sistema concentrazionario di campi di concentramento in Africa e in Paesi non ancora nell’Ue.
Ecco la «disponibilità» dell’Albania, proprio da dove negli anni Novanta arrivavano i primi profughi in fuga dalla guerra civile, ad accettare quella che sarebbe di fatto una deportazione fuori dall’Europa, senza diritto a chiedere l’asilo. Magari con coinvolgimento dell’Onu, insidiato dalle macerie provocate dal militarismo «umanitario» delle troppe guerre seminate non solo in Medio Oriente. Una prospettiva, per Africa e Balcani, che nega la costruzione di società democratiche e apre a istituzioni-lager condizionate ai fondi occidentali.

È tempo di dire basta, di manifestare queste verità.
La differenza tra la democrazia e lo stato di diritto da una parte e e il populismo identitario-giustizialista dall’altra sta nelle sorti di quella nave Diciotti ancorata alla disperata nel porto di Catania, e di tutte le «navi Diciotti» precedenti e dei nuovi sequestri di persona e respingimenti che l’«ungherese» Salvini prepara.

È tempo di ritessere il filo di una tela strappata, quello di una sinistra solidale e anti-nazionalista. Non basta più attaccarsi ad un ramo di Fico. È non solo necessario ma obbligo morale scendere in piazza subito in Italia, laboratorio di pratiche scellerate di governo, con una grande iniziativa unitaria a Roma ora, a settembre, contro le politiche del governo sui migranti – come ha scritto Norma Rangeri venerdì scorso. Per una forte rappresentazione del malessere diffuso e della rabbia che cresce (cominciano ad essere tante e importanti, come ieri a Catania, le proteste, i presidii, le voci, dai vescovi siciliani, ai sindacati, agli organismi umanitari. Per fare questo vale la pena appellarsi ormai a chi a sinistra, di fronte al disastro renziano, ha votato per il M5S. Per chiedere se non sia l’ora di risvegliare la proprio coscienza. Pena l’indifferenza complice. E noi, con Gramsci, odiamo gli indifferenti.

Tommaso Di Francesco

da Il Manifesto 28-8-018

Moni Ovadia – intervista

Chi critica la politica di Israele e in particolare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi viene spesso tacciato di anti-semitismo. Come si può a tuo parere sfatare questa accusa?

Innanzitutto denunciandola per quello che è: un’infamia, una bieca propaganda per tappare la bocca degli uomini liberi, una viltà per impedire qualsiasi discorso sull’ingiustizia subita dal popolo palestinese e anche una forma di corto-circuito psicopatologico, di paranoia. E’ come se chi la formula vivesse nella Berlino del 1935 e non in un paese armato fino ai denti, dotato anche di armi nucleari e alleato non solo degli Stati Uniti, ma anche di fatto dell’Egitto, della Giordania e dell’Arabia Saudita. L’unico paese che fa quello che vuole e ignora le risoluzioni dell’ONU senza che la comunità internazionale muova un dito.

Io stesso ho subito questa infamia. Siccome l’anti-semitismo in Italia è un reato, ho sfidato i miei accusatori a trascinarmi in tribunale, così vedremo come stanno davvero le cose. Inoltre li ho invitati a farsi vedere da uno psichiatra per una lunga terapia.

Come giudichi la legge approvata un mese fa dal Parlamento israeliano, che dichiara Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”?

La considero una legge che istituisce “de iure” l’apartheid e il razzismo, che esisteva già “de facto” ed esprime una logica e una mentalità colonialista. E’ una follia, quando il 20% della popolazione è arabo-palestinese e dunque Israele è già uno stato bi-nazionale.

Non sto dicendo che tutti gli israeliani abbiano questa mentalità: ci sono quelli attanagliati dalla paura e preda del mito dell’accerchiamento, quelli che preferiscono non vedere la realtà e quelli che criticano questa politica e pagano le conseguenze del loro coraggio. Purtroppo questi ultimi sono una minoranza, ma nella storia sono state spesso le minoranze a redimere e salvare. La maggioranza ha il diritto di governare, ma non quello di avere ragione.

Organizzazioni come Combatants for Peace riuniscono israeliani e palestinesi passati alla nonviolenza dopo aver partecipato ad azioni militari gli uni contro gli altri. La Marcia delle Madri ha coinvolto migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane per esigere una soluzione nonviolenta del conflitto accettabile dalle due parti. Cosa pensi di queste iniziative?

Sono iniziative coraggiose e ammirevoli, portate avanti da persone che vengono boicottate dal governo e accusate di essere contro gli interessi di Israele. Vorrei citare anche i giovani obiettori di coscienza, che preferiscono andare in carcere, piuttosto che servire nei territori occupati e associazioni per i diritti umani come B’Tselem. Due anni fa il suo direttore Hagai El-Ad ha auspicato “azioni immediate” contro gli insediamenti di Israele durante una sessione speciale  del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’occupazione e ha denunciato l’”invisibile, burocratica violenza quotidiana” che i palestinesi subiscono “dalla culla alla tomba”.

Cosa possiamo fare a tuo parere come europei e in particolare italiani per contribuire a una soluzione pacifica del conflitto tra Israele e Palestina?

La prima cosa è il lavoro culturale di cui parlavo prima: non smettere mai di ribadire che la denuncia delle ingiustizie e delle sopraffazioni subite dai palestinesi non c’entra niente con l’anti-semitismo e la Shoa.

In secondo luogo, fare pressione sui governi perché prendano posizione ed esigano il rispetto delle risoluzioni dell’ONU sempre violate da Israele.

Terzo, appoggiare il movimento BDS, una campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, chiedendo all’Europa di sequestrare in quanto illegali le merci prodotte nei territori occupati e negli insediamenti dei coloni. Il messaggio è semplice, ma molto forte: “Non sono terre vostre, pertanto queste sono merci di contrabbando, fuorilegge e noi non le vogliamo.”

24.08.2018 – Anna Polo

Trattati come cani, obbligo di fedeltà al padrone

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

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Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Erri De Luca

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”: qui

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

Prima la solidarietà

Sei domande al Comune di Milano

All’interno della piattaforma elaborata più di un anno fa (link) lo abbiamo scritto chiaramente: siamo sempre stati favorevoli al superamento della gestione emergenziale.

Siamo favorevoli all’estensione del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) , perché nessun richiedente asilo, a partire dal territorio milanese, sia più ospitato all’interno di centri “straordinari”.

Siamo favorevoli al passaggio da un sistema “specializzato” rivolto a richiedenti asilo e rifugiati ad uno universalistico, un nuovo welfare, nel quale i servizi necessari all’accoglienza e alla partecipazione delle e dei nuovi arrivati siano offerti nell’ambito di un sistema di servizi, come l’abitare, la salute, la formazione, la ricerca del lavoro ecc., che vengono resi disponibili alla totalità della popolazione.

Abbiamo verificato come diversi passaggi di una recente intervista dell’Assessore Pierfrancesco Majorino (link) ci trovano concordi sulla necessità di sviluppare diversamente il sistema di accoglienza a Milano, e in essi rileviamo una notevole vicinanza a posizioni da noi espresse nelle piattaforma.

Tuttavia riteniamo utile e necessario un chiarimento su alcuni punti che ci sembrano ambigui e orientati ad un progressivo disimpegno di un’istituzione pubblica, come il Comune, la cui azione è determinante nei percorsi di inclusione di quella parte del tessuto sociale più facilmente soggetta a processi di marginalizzazione:

  1. Cosa s’intende per “famiglie e cittadini in difficoltà”? Il termine cittadini si presta a facili fraintendimenti, soprattutto in un periodo in cui le logiche del consenso favoriscono artificiali e pretestuose distinzioni tra “noi” e “loro”. Per questo crediamo sia necessario specificare che quando si parla di “famiglie e cittadini in difficoltà” si intenda rivolgersi alla totalità della popolazione presente sul territorio milanese, senza discriminazioni su base etnica che non crediamo appartengano alla cultura politica di questa Amministrazione.
  2. Quali saranno le effettive garanzie per l’accesso alla residenza? La residenza costituisce un prerequisito indispensabile per l’accesso ai servizi pubblici e la possibilità di ottenerla diverrà ancora più importante nel nuovo sistema prefigurato. Già più di un anno fa il Sindaco assunse pubblicamente l’impegno a dare attuazione alla Legge vigente, permettendo l’iscrizione anagrafica alle persone che non possono dimostrare di usufruire di un alloggio, ma al momento, purtroppo, tale possibilità risulta di fatto inesistente. Siamo a conoscenza del bando (link) per affidare a soggetti del “Terzo settore” il compito di procedere all’iscrizione anagrafica, non comprendiamo tuttavia perché l’accettazione e l’elaborazione delle domande debbano essere affidati a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione, tanto meno ci è chiaro che cosa accadrà una volta esauriti i 180.000€ stanziati. Ci preme, però, soprattutto sottolineare che, per quanto apprezzabile sia nelle finalità e nelle pratiche l’impegno di alcuni soggetti del privato sociale, non riteniamo giuridicamente e politicamente accettabile introdurre un “filtro” non previsto dalla Legge da parte dei suddetti soggetti, a cui verrebbe attribuita la possibilità di esercitare un potere discrezionale e discriminatorio. Torniamo a chiedere perciò che il Comune, unico soggetto pubblico titolato all’iscrizione anagrafica, garantisca tale possibilità a tutti e tutte coloro che hanno dimora abituale nella nostra città in quanto diritto non subordinabile a contingentamenti numerici o concessioni di tipo assistenziale.
  3. Quali sono le reali prospettive dell’estensione del sistema SPRAR per la città di Milano? Più di un anno fa veniva assicurata l’attivazione di nuovi progetti SPRAR per raggiungere la quota iniziale di almeno 1000 posti entro la fine del 2017, per poi arrivare progressivamente a un numero tale da garantire un’accoglienza di qualità per la totalità delle e dei richiedenti asilo e rifugiati presenti nella nostra città. Prendiamo atto delle difficoltà autorizzative citate nell’intervista, delle quali peraltro non comprendiamo la natura, e ribadiamo che il numero di 1000 posti disponibili non può essere considerato come il traguardo, ma come un primo parziale adempimento, se reale è la volontà di garantire a tutte e tutti i beneficiari presenti sul territorio milanese la tutela dei loro diritti.
  4. Quale valore hanno i percorsi di inclusione avviati sul territorio? Ci sembra impensabile che nel momento in cui parla di accoglienza di qualità il Comune si mostri non interessato alla sorte delle persone oggi ospitate nei centri destinati alla chiusura, lasciando intendere che riterrebbe una soluzione auspicabile il loro allontanamento dalla città; in questo modo anche l’investimento sull’iniziativa del lavoro volontario organizzata dal Comune – sulla quale abbiamo sempre mantenuto una nostra posizione critica – perderebbe la decantata valenza positiva in termini di inserimento nel tessuto sociale, assumendo invece i contorni di un puro e semplice impiego di forza lavoro destinata poi a essere trasferita altrove. Le persone non sono pacchi postali, lo dicevamo già alla chiusura della ex Caserma Montello e lo ribadiamo oggi: la ricollocazione non può non tenere conto dei percorsi lavorativi e personali attivati in questi anni, e deve favorire la permanenza vicino ai propri centri d’interesse.
  5. Come s’intende garantire l’accesso ad alcuni diritti fondamentali a categorie sociali a rischio di marginalità? A Milano non esiste oggi un problema di numero eccessivo di richiedenti asilo, la cui presenza (2,7 per mille abitanti) è invece al di sotto della media nazionale; esiste invece un gravissimo problema di accesso al diritto alla casa, in primo luogo per quanti hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, a cui conseguono, la difficoltà ad ottenere la residenza e ad usufruire di servizi che vanno dalla formazione alla salute. Il problema è comune a molte categorie di cittadine e cittadini, indifferentemente dall’origine, e deriva da un mercato delle locazioni drogato, su cui le politiche pubbliche hanno smesso di fatto da anni di esercitare un ruolo correttivo. La soluzione prospettata non può essere l’allontanamento di queste persone dalla città, ma la ripresa di una forte iniziativa pubblica in materia di abitazione, seppure la responsabilità non ricade esclusivamente nelle competenze del Comune, crediamo che il suo intervento non possa limitarsi alle fasi di emergenza individuali.Chiediamo perciò che l’Amministrazione chiarisca che non è sua intenzione disfarsi in qualche modo di questa supposta e inesistente eccedenza di esseri umani e, contestualmente, riprenda ad esercitare il proprio ruolo di garante di un diritto costituzionalmente garantito, procedendo innanzitutto al ripristino e alla restituzione all’uso da parte della collettività dell’immenso patrimonio pubblico inutilizzato e oggi sottoposto a pressioni speculative.
  6. Esistono e quali sono le misure di sostegno all’accesso ai diritti fondamentali? In attesa degli interventi necessari al recupero del patrimonio immobiliare pubblico da destinare alla fruizione della cittadinanza , sono necessarie ed urgenti misure di sostegno alle persone che non riescono a trovare una soluzione nel mercato degli alloggi, per garantire dignità alle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità e condizione amministrativa, e la garanzia di buona qualità della vita in tutta la città. Riteniamo indispensabile che il Comune faccia tutto quanto in suo potere per rinforzare e rendere più agevole l’accesso a servizi esistenti, come ad esempio l’Agenzia Milano Abitare, per adottare misure che disincentivino fortemente il mancato utilizzo di appartamenti e immobili, per tutelare le persone che vivono in occupazioni di necessità, specialmente quando da tali esperienze emerge un innegabile carattere di utilità sociale.

L’assenza di chiarimenti in merito ai punti sopraelencati non ci farà di certo desistere dal continuare a svolgere in piena autonomia le nostre attività quotidiane ispirate ai principi della solidarietà e mutuo soccorso, né tanto meno ad esercitare il nostro diritto/dovere di vigilanza e di stimolo sull’azione dell’Amministrazione comunale. Siamo convinti che i problemi delle cittadine e dei cittadini che migrano, siano classificati come “migranti economici” o “rifugiati”, come “regolari” o “irregolari”, sono i nostri stessi problemi, e che la sfida politica dei nostri tempi stia nel formulare soluzioni che siano valide per tutte e tutti.

Nessuna Persona è Illegale.

Nessuna Persona è Illegale · Sabato 11 agosto 2018

Liberarsi dal potere e abbracciare l’umanità

La notte della democrazia inizia sempre con un crepuscolo, che pochi riconoscono come tale.

La democrazia è un bene comune prezioso, che richiede la presenza attiva della cittadinanza.

Sono gli obiettivi politici che generano la direzione.

Tra rabbia e delusione, tra rancore e indifferenza, tra cinismo e solitudine, la disumanizzazione della politica e l’imbarbarimento delle relazioni umane procedono drammaticamente senza sosta.

Giorno dopo giorno, stiamo assistendo, quasi inermi e lobotomizzati, alla frantumazione della nostra Costituzione e, di conseguenza, al rapido declino di quel poco che resta della nostra sempre più malata democrazia.

Il decennio di politiche liberiste e di austerità, portate avanti dai governi di centrosinistra e centrodestra e dai governi tecnici, ha creato uno spaventoso vuoto che ha inghiottito ogni possibilità e credibilità di una democrazia progressista.

Gli spazi democratici di dissenso e di pensiero critico umanista stanno rapidamente evaporando, dai luoghi del lavoro precario e sfruttato ai centri della in-cultura mercificata (televisiva e social), lasciando via libera al trionfo della violenza e della stupidità.

Stiamo assistendo ad una costante e dolorosa svolta regressiva della nostra vita associata.

Il nuovo governo italiano, cerca di ricomporre le lacerazioni sociali prodotte dal capitalismo globale, attraverso politiche di stampo razzista e discriminatorio, attuando moderne e cieche caccia alle streghe contro facili capri espiatori, che alimentano mortali guerre tra poveri.

E’ palese la rinuncia alla costruzione di una società giusta e solidale, in cui rimettere profondamente in discussione i processi di alienazione e di sfruttamento del mercato e del capitalismo scegliendo di trasformarsi in amministratori dello status quo.

In questa frammentazione sociale, è riemersa nel nostro Paese, come in altre parti d’Europa e del mondo, la voglia di uomini e di identità forti, pronti a tutelare non tanto la comunità, ma gli interessi privati dei singoli.
Tali spinte autoritarie stanno generando, ancora una volta, mostri politici che non mostrano alcuna intenzione di scagliarsi contro le cause strutturali che generano miseria e sfruttamento.

In questo clima, il governo sta facendo della paura lo strumento centrale per dominare le società liquefatte del mercato. Muri, confini, porto d’armi, respingimenti, cultura de nemico, odio razziale, egoismo identitario e disprezzo della democrazia. stanno diventando prospettive politiche e culturali egemoniche nella società italiana.

Siamo sempre di più di fronte ad un bivio.
Se le crepe e le macerie di un capitalismo predone e coloniale non si trasformano nelle pietre di radicale rivoluzione sociale ed economica, fatta di mutualismo, di solidarietà, internazionalismo e di autogoverno dal basso, le nostre società e le nostre vite saranno destinate ad essere schiacciate dalla violenza dello sfruttamento, dell’autoritarismo e della guerra.

Neocolonialismo e «crisi dei migranti»

Dagli Stati uniti all’Europa, la «crisi dei migranti» suscita accese polemiche interne e internazionali sulle politiche da adottare riguardo ai flussi migratori. Ovunque però essi vengono rappresentati secondo un cliché che capovolge la realtà: quello dei «paesi ricchi» che sarebbero costretti a subire la crescente pressione migratoria dai «paesi poveri».

Si nasconde la causa di fondo: il sistema economico che nel mondo permette a una ristretta minoranza di accumulare ricchezza a spese della crescente maggioranza, impoverendola e provocando così l’emigrazione forzata.  Riguardo ai flussi migratori verso gli Stati uniti, è attualissimo ed emblematico il caso del Messico.

La sua produzione agricola è crollata quando, con il Nafta (l’accordo nordamericano di «libero» commercio), Usa e Canada hanno inondato il mercato messicano con prodotti agricoli a basso prezzo grazie alle proprie sovvenzioni statali.

Milioni di contadini sono rimasti senza lavoro, ingrossando il bacino di manodopera reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi, nei quali i salari sono molto bassi e i diritti sindacali inesistenti.

In un paese in cui circa la metà della popolazione vive in povertà, è aumentata la massa di coloro che cercano di entrare negli Stati uniti. Da qui il Muro lungo il confine col Messico, iniziato dal presidente democratico Bill Clinton quando nel 1994 è entrato in vigore il Nafta, proseguito dal repubblicano George W. Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vorrebbe ora completare su tutti i 3000 km di confine.

Riguardo ai flussi migratori verso l’Europa, è emblematico il caso dell’Africa.
Essa è ricchissima di materie prime: oro, platino, diamanti, uranio, coltan, rame, petrolio, gas naturale, legname pregiato, cacao, caffè e molte altre.

Queste risorse, sfruttate dal vecchio colonialismo europeo con metodi di tipo schiavistico, vengono oggi sfruttate dal neocolonialismo europeo facendo leva su élite africane al potere, manodopera locale a basso costo e controllo dei mercati interni e internazionali. Oltre cento compagnie quotate alla Borsa di Londra, britanniche e altre, sfruttano in 37 paesi dell’Africa subsahariana risorse minerarie del valore di oltre 1000 miliardi di dollari.

La Francia controlla il sistema monetario di 14 ex colonie africane attraverso il Franco CFA (in origine acronimo di «Colonie Francesi d’Africa», riciclato in «Comunità Finanziaria Africana»): per mantenere la parità con l’euro, i 14 paesi africani devono versare al Tesoro francese metà delle loro riserve valutarie.

Lo Stato libico, che voleva creare una moneta africana autonoma, è stato demolito con la guerra nel 2011. In Costa d’Avorio (area CFA), società francesi controllano il grosso della commercializzazione del cacao, di cui il paese è primo produttore mondiale: ai piccoli coltivatori resta appena il 5% del valore del prodotto finale, tanto che la maggior parte vive in povertà.

Questi sono solo alcuni esempi dello sfruttamento neocoloniale del continente.
L’Africa, presentata come dipendente dall’aiuto estero, fornisce all’estero un pagamento netto annuo di circa 58 miliardi di dollari.
Le conseguenze sociali sono devastanti.

Nell’Africa subsahariana, la cui popolazione supera il miliardo ed è composta per il 60% da bambini e giovani di età compresa tra 0 e 24 anni, circa i due terzi degli abitanti vivono in povertà e, tra questi, circa il 40% – cioè 400 milioni – in condizioni di povertà estrema.
La «crisi dei migranti» è in realtà la crisi di un sistema economico e sociale insostenibile.

Manlio Dinucci
da Il Manifesto 26.06.2018

RAZZISMO: una santa collera!

L’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa, dall’Ungheria all’Austria, dalla Polonia alla Slovenia travolge oggi anche il nostro paese.

Il volto più noto di questo razzismo nostrano è certamente Salvini, segretario della Lega e oggi Ministro degli Interni nel nuovo governo giallo-verde. (Non dimentichiamoci che Salvini è consigliato da Bannon, ex-consigliere di Trump e portabandiere dell’ultra destra sovranista mondiale!).

E in queste prime settimane di governo giallo-verde, Salvini ha subito rivelato la sua strategia politica con degli slogan che fanno paura. “E’ finita la pacchia dei migranti”, “i clandestini devono fare le valigie, se ne devono andare”, “ nessun vice-scafista deve attraccare nei porti italiani”, “siamo sotto attacco e chiediamo alla NATO di difendersi dai migranti e terroristi,l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa.

Pesante l’attacco contro la Tunisia come paese “esportatore di galeotti.
La politica leghista vuole creare “più centri di espulsione” per sbarazzarsi di 500.000 irregolari rimandandoli ai loro paesi.

Pesanti le parole del Ministro degli Interni contro il sindaco Mimmo Lucano che ha fatto rifiorire il paese di Riace (Calabria) accogliendo migranti: “E’ lo zero!
Altrettanto dura la politica del Ministro degli Interni contro i Rom: vuole smantellare i loro campi con le ruspe e attuare quanto concordato nel “contratto” di governo :”l’obbligo della frequenza scolastica, pena la perdita della responsabilità e potestà genitoriale.

Siamo alle Leggi speciali per i Rom?

 

Inoltre egli promette il pugno duro per la sicurezza e il decoro urbano, a spese dei senza fissa dimora, dei poveri, degli ultimi.

E il Segretario della Lega è passato subito dalle parole ai fatti con il rifiuto alla nave “Acquarius”, che portava oltre 600 migranti, di attraccare ai porti italiani.

Un atto vergognoso giocato sulla pelle dei poveri, ma anche illegale perché viola la nostra Costituzione e i trattati internazionali firmati dall’Italia “sulla ricerca e salvataggio marittimo”.

E’ ormai Salvini che impazza a tutto campo, mentre i Cinque Stelle sono già prigionieri del campo di forza della Lega che ha sempre più consensi alla base e riceve gli elogi di Bannon e di Marine Le Pen e del gruppo di Visegrad.

Dobbiamo riconoscerlo: siamo davanti a un “razzismo di Stato” preparato in questo ventennio da leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Maroni , la realpolitik di Minniti e da un crescente razzismo degli italiani.

E’ un fenomeno questo che ci interpella tutti: società civile, cittadinanza attiva, movimenti popolari, chiese, comunità cristiane.
Come missionario mi appello per primo alla Chiesa italiana perché faccia un serio esame di coscienza cercando di capire quanto i cristiani abbiano contribuito a questo disastro.

E’ mai possibile che le nostre comunità abbiano dimenticato quelle parole così chiare di Gesù: ”Ero affamato….,ero assetato…, ero forestiero….e non mi avete accolto”?
Non è forse questo il momento più opportuno per aprire le nostre comunità ad accogliere coloro che sono minacciati di espulsione?

A che cosa servono i conventi o le case religiose se non ad accogliere coloro che la società opulenta non vuole?

Dovrebbe farci pensare che negli USA tante chiese e comunità cristiane si siano dichiarate “sanctuary”, luoghi di rifugio per coloro che Trump (altro razzista!) ha deciso di deportare ai loro paesi dove rischiano la vita!

Non è forse il momento in cui lanciare il “Sanctuary movement” anche in Italia per salvare tanti migranti da morte sicura?

E’ mai possibile che negli USA lo Stato della California si sia dichiarato “santuario” per gli irregolari che Trump vuole espellere e in Italia nessuna comunità cristiana ancora abbia fatto un tale passo?

Mi appello alla cittadinanza attiva di questo paese perché in fretta crei gli anticorpi per reagire al fascio-leghismo nostrano. E’ fondamentale imbroccare seriamente la strada della disobbedienza civile per tutte quelle leggi che disumanizzano i nostri fratelli e disumanizzano anche noi.

Una legge che degrada la personalità umana è ingiusta”- così scriveva dal carcere di Birmingham, Martin Luther King.

“I primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano- scriveva sempre dal carcere Martin Luther King.

Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato che trasformava il costume della società.

Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”. Ma i cristiani non cedettero, chiamati ad obbedire a Dio e non agli uomini”.

E’ questo lo spirito che deve ritornare ad animare le comunità cristiane per poter sconfiggere, insieme a tanti uomini di buona volontà, l’onda nera del razzismo e xenofobia che ci sta travolgendo.

Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, memori di quanto afferma il danese Kaj Munk, pastore luterano anti-nazista, ucciso come un cane nel 1944: “Quello che a noi manca è una Santa collera!

Alex Zanotelli
Napoli,15 giugno 2018

Un colonialismo senza fine … senza vita

Il colonialismo è una terrorizzante prigionia che non concede spazio alla vita.

La Palestina ha da sempre rappresentato e tutt’ora rappresenta l’emblema, l’intreccio e le modalità di sviluppo del sistema coloniale e imperiale.

Un popolo oppresso che da oltre 70 anni è ricondotto in spazi sempre più ristretti come in un Hot Spot, costretto a subire limitazioni, violenze, privato dei diritti e delle libertà.

Queste modalità oppressive e costrittive sono rintracciabili in molte parti del mondo dove il contesto coloniale globale è finanziato dalle grandi potenze industriali e finanziarie.

Il dramma è la grande sofferenza dei popoli che spesso non hanno la forza di ribellarsi e quando, come il popolo palestinese, reagisce e combatte, la loro vita è un martirio.

Questi gli ultimi aggiornamenti, che muovono affiancati a quel vergognoso piano con gli alleati arabi oltre Israele, che Trump chiama “l’affare del secolo“.

Di seguito una statistica dettagliata rilasciata dal Ministero Salute Gaza relativa alle azioni dell’esercito di occupazione israeliano contro i partecipanti pacifici alla marcia del grande ritorno dal 30/3/2018.

Il numero totale di martiri  
  • 134 tra cui 15 bambini di età inferiore ai 18 anni e 1 donna;
  • 811 feriti da pallottole e gas lacrimigeni.         
    Di questi  6.836 sono stati trattati  nelle tendopoli sanitarie allestite sul campo e 7.975 sono stati curati negli ospedali.
Infortunati
  • 2525 bambini
  • 1158 donne
Gravità delle lesioni
  • 366 serie
  • 3746 medie
  • 10699 minore                                                                             
Tra le lesioni che hanno raggiunto gli ospedali
  • 3947 proiettili
  • 427 pallottole metallico gommato
  • 2135 per gravi sintomi di soffocamento
Parti del corpo ferite
  • 560 testa e collo 
  • 330 petto e schiena
  • 361 nell’addome e nella pelvi
  • 1324 arti superiori
  • 5400 arti  inferiori
Casi di amputazione
  • 54 amputazioni di cui

            47 arti inferiori
            7 arti superiori

Target  diretto ai team medici
  • 2 martiri (medico e paramedico)
  • 229 feriti tra proiettili e soffocamento del gas
  • 39 ambulanze sono state parzialmente danneggiate
Target diretto ai giornalisti
  • 2 martiri
  • 170 feriti da proiettili o per causa soffocamento                                                             
DICIAMO BASTA AI CRIMINI ISRAELIANI
DICIAMO BASTA ALLE COLONIZZAZIONI
PER IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE

 

Soumaila Sacko … uno di noi!

Non sappiamo in quali statistiche istituzionali – sicuramente in nessuna – verrà conteggiato Sacko Soumalia ucciso per mano di un razzismo feroce sollecitato dalla propaganda violenta del ministro degli interni Salvini e dalla compagine governativa, che a fronte della gravità del fatto, ha “pensato” tre lunghi giorni prima di dire parole su quanto accaduto.

Quella del razzismo conclamato trascina dietro di sé una lunga catena di violenze omicide e di atteggiamenti omofobi che stanno insanguinando la dignità e il diritto umano.

Una violenza razzista che crea diritti perversi a “garanzia” di un infame sfruttamento dentro le case e nei campi dove con lavoro forzato vengono calpestate, offese le vite delle persone.

Non basta l’intelligenza delle persone a frenare il dilagare del razzismo e della xenofobia. Questi mali perversi, nelle forme più mascherate, agitano gli animi e gli atteggiamenti di un sempre maggior numero di persone convinte da una insulsa, feroce quanto falsa propaganda della destra politica e non solo.

Occorre cogliere nelle trasformazioni culturali e nelle indifferenze benpensanti il principio e la prospettiva di un cambiamento che si rende politico nella partecipazione e nella lotta. 

Per questo sabato 9 giugno a Milano abbiamo partecipato alla manifestazione contro il razzismo che ancora una volta ha ucciso un giovane migrante del Mali, Soumaila Sacko, il 2 giugno a San Ferdinando, in Calabria.

Vedi le foto

Noi siamo con tutte le persone che hanno la forza e la volontà del cambiamento.

Siamo con i migranti che dopo aver lasciato la loro famiglia, la casa, gli amici, hanno attraversato i deserti, hanno superato le angherie delle polizie, hanno attraversato il mare con buone probabilità di lasciarci la pelle, ora vivono in un campo profughi o lavorano di nascosto nei campi della Calabria o della Puglia, schiavizzati dai padroni.

Noi siamo con le persone che si ribellano alla precarietà delle condizioni di vita, che lottano per i diritti, contro l’omologazione del sistema.

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