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Nessuno escluso … Nessuno illegale … ?

9-dicembre-2017

9-dicembre-2017Oggi 10 dicembre nella “Giornata Mondiale dei Diritti Umani“, il pensiero si rivolge alla giornata di ieri per cercare i significati delle iniziative che hanno voluto caratterizzare la realtà e i movimenti interni ad essa.

Sono 4 “volti” espressivi e rivendicativi di diritti

 

  1. A Como il partito di governo manifesta l’antifascismo con “tutta la sinistra unita” nella condanna fascista, compreso “lo Stato che non può non esserci”.
    L’antifascismo ha inteso unire tutta la sinistra che accomuna l’istanza di una libertà conquistata dalla Resistenza. Il rigurgito violento del razzismo e della xenofobia aliena i diritti universali per erogarsi per sé diritti esclusivi: fascismo appunto!
    Piu-Diritti-meno-MinnitiPoi c’è un problema di “numeri” per lo “Ius soli” e le tante proposte sui diritti che restano nel cassetto delle convenienze e opportunità.
    Ma c’è chi, a proposito della sinistra “unita”, pone un distinguo: “PIÙ DIRITTI – MENO MINNITI“.
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  2. A Milano in piazza Cavour, lo sventolio delle bandiere accompagnavano il grido del popolo palestinese che ancora una volta si è alzato dentro la città, per protestare contro la illegittima quanto arrogante decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
    Mentre a Gaza, Betlemme, Ramallah, Rahat, … continua la lotta impari di un popolo che da oltre 70 anni, oppresso e dilaniato da Israele con la complicità dei molti Stati, rivendica giustizia per il diritto alla propria libertà di esistere.
    Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu gli Stati membri hanno condannato la decisione di Trump, definendola “atto unilaterale”, senza garantire al popolo palestinese il diritto di una patria e della vita.
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  3. Gente-a-MilanoNel centro della Grande Milano un flusso interminabile di persone si muoveva tra le vetrine piene di luci e di possibili e impossibili regali, per glorificare la tradizionale festa di Natale, chissà quanto celebrata, esagitata da un Mercato sempre più invadente le condizioni di vita della gente.
    Sembrava quasi impossibile pensare al torto di chi, ogni giorno, si ritrova costretto nelle file delle mense dei poveri per trovare un pasto caldo e magari tornarsene in qualche “tana” a ripararsi dal freddo.
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  4. A Milano c’eravamo anche noi, consapevoli ottimisti dei diritti universali, a gridare BASTA alla feroce ingiustizia verso i migranti, BASTA agli accordi disumani con governi e milizie compiacenti, CONTRO ogni forma di repressione nei confronti di chi esercita il diritto di migrare per vivere e non per morire.
    Da Piazza San Babila fino al Consolato Libico e ancora in piazza Missori, abbiamo voluto manifestare contro lo schiavismo in Libia, ma soprattutto contro la politica del governo italiano e del suo ministro Minniti. Vedi foto
    Nello stesso giorno lo stesso ministro si è recato in Libia per cercare un’impossibile “via umanitaria” dagli esiti devastanti generati dagli accordi stipulati con un governo senza potere e credibilità.
    Oggi i migranti in Libia vengono imprigionati, disumanizzati, repressi, venduti come schiavi da milizie finanziate dal Governo italiano e dall’Europa.

Di fronte a questo spaccato della realtà e nel giorno nel quale si celebra la “Giornata Mondiale per i Diritti Umani” ci sentiamo di fare Memoria:

«Solo la coscienza di esistere fa di un vivente un essere umano».

Dicembre 2017: le “GIORNATE” e la “MEMORIA”

Memoria

MemoriaIl mese di dicembre con le sue “Giornate” prescritte ci conduce verso la fine dell’anno.

Un mese che ripensa e fa ripensare la “Memoria“, alla sua importanza, capace di dare valore ai significati dell’essere e alla volontà che li conforma.

La “Memoria” è un principio dello sviluppo bio-dinamico dei corpi che rinsalda i ricordi alla vita e la rende partecipe alle miserie politiche che la determinano.

Da questo punto di vista possiamo riconsiderare le “Giornate” poste a “Memoria” dalle Nazioni Unite, per risvegliare i corpi e le menti sopite dagli obblighi imposti dal mercato concorrenziale e dalla frenesia quotidiana per non soccombere.

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Schiavitu
2 dicembre:
Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù (1949)

Ci richiama a ricordare la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento.
Le moderne schiavitù ci prospettano numeri impressionanti di persone coinvolte: oltre 40 milioni le vittime imprigionate nello sfruttamento, nei lavori forzati, nella tratta, nella prostituzione.
Uno su 4 sono minori.

In Italia nel 2016 le vittime della tratta censite e inserite in programmi di protezione, sono state 1.172, di cui 954 donne e 111 bambini e adolescenti.

Le denunce di questi giorni che hanno portato alla luce le drammatiche condizioni  in cui sono costretti uomini, donne e bambini in Libia, ci dicono quanto incidono le migrazioni, soprattutto quanto sia grande la responsabilità delle politiche, anche dell’Italia, degli accordi con regimi e milizie per fermare i migranti.

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Presidio in San Babila – 9 dicembre ore 16,30

Vedi: https://m.facebook.com/events/304004120096362/?ti=as

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Disabilita
3 dicembre:  Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità (1981)

Una Giornata, richiamata alla “Memoria”, per attirare l’attenzione sulle condizioni di oltre 3.400.000 persone italiane con disabilità.

Persone spesso discriminate, poste ai margini della vita sociale, per le quali è necessario perseguire ed assicurare loro il godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali,  senza discriminazioni di alcun tipo, promuovendo la loro effettiva partecipazione ed inclusione all’interno della società.
Oggi solo il 18% è inserita nel mondo del lavoro.

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consumo-suolo
5 dicembre:
 Giornata mondiale del suolo

Il suolo, la Terra è una “Madre” capace di castigare i soprusi dei figli che le sono ingrati.

Troppo spesso la “Memoria” dell’umano che interagisce con il suolo dimentica che la Terra è un bene finito.
Devastazioni, cementificazioni, inaridimento dei terreni agricoli, …, sono le cause dei disastri ambientali che succedono con frequenza sempre maggiore provocando morti e rovine.

L’Italia nel rilevamento Eurostat si attesta in quinta posizione tra i Paesi a più elevata intensità di urbanizzazione, con il doppio del territorio urbanizzato rispetto alla media europea: oltre il 7% della superficie.

La Lombardia è la regione con la percentuale maggiore di consumo di suolo in Italia, quasi il 13%.

Agire sul consumo del suolo si può.
Vedi: http://www.dimensionidiverse.it/il-giorno-del-sovrasfruttamento-della-terra-cade-il-2-agosto/

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Volontariato
5 dicembre: Giornata internazionale del volontariato  (1985)

“Da allora, decine di migliaia di volontari hanno contribuito alla nostra missione globale, collaborando con una moltitudine di organizzazioni, programmi e agenzie delle Nazioni Unite e con le missioni per il mantenimento della pace e speciali missioni politiche. Voglio lodare l’impegno e la dedizione di tali volontari” (Ban Ki-moon)

ll volontario è certamente una grande risorsa non di rado soggetta a “sfruttamento” da attività lucrative e da ambiti istituzionali spesso incapaci di politiche adeguate che rendono il volontario “co-responsabile” dell’inerzia della politica.
In Italia, persone che si impegnano gratuitamente per gli altri o per il bene comune sono oltre 6,5 milioni.
Una complessa quanto eterogenea massa di persone, purtroppo quasi sempre silenziosa.

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Corruzione
9 dicembre:  Giornata Internazionale contro la Corruzione (2003)

Una giornata di denuncia degli effetti perversi che la corruzione ha sulle economie globali e la società, che trova scarsa “Memoria” nei corpi singoli e negli apparati Istituzionali.

La Giornata è un richiamo sicuramente importante e doveroso , per sollecitare a far prevalere l’integrità morale non solo nelle singole persone, ma in particolare nelle Istituzioni.

Un auspicio regolarmente sollecitato a diversi livelli, che purtroppo rincorre un fenomeno sempre in grande espansione e che pervade la sfera della quotidianità, ma che non trova responsabilità adeguata per un suo superamento.

Dalla grande alla piccola corruzione la stima è che essa costituisca un costo di oltre 60 miliardi.

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diritti
10 dicembre:
 Giornata mondiale dei diritti umani (1950)

La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, il 10 dicembre 1948.

E’ questa sicuramente tra le “Giornate”, quella maggiormente carica di significati, dalla valenza di universalità. Ma al contempo è la Dichiarazione maggiormente disattesa.

Lo stanno a dimostrare le grandi ingiustizie che attraversano la società globale, a partire dai grandi e piccoli conflitti che creano distruzione e miseria, dagli enormi e impropri sistemi di sfruttamento delle risorse e delle persone che creano grandi disuguaglianze, dalle ipocrisie delle “democrazie” che paventano diritti inalienabili soggiogati dai grandi egoismi, fino ai grandi processi di privatizzazione dei beni comuni.

Diritti che nell’attuale sistema economico difficilmente potranno accogliere il grido di sofferenza delle grandi miserie, se non si sovvertono i processi di scambio.

Vedi rapporto OXFAM: http://www.dimensionidiverse.it/?s=rapporto+oxfam

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animali
10 dicembre: Giornata internazionale dei diritti degli animali

In concomitanza con la “Giornata mondiale dei diritti umani” è fondamentale riconoscere che ogni essere vivente ha diritto alla vita alla pari degli esseri umani.

E’ questa una “Memoria”, importante, una opportunità per ricordare che “la libertà, la giustizia ed il rispetto sono valori fondamentali per ogni singolo individuo, a prescindere dalla razza, dal genere, dalla posizione sociale o dalla specie“.

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12 dicembre 2017: Contro tutti i fascismi di ieri e di oggi

Appello: http://www.dimensionidiverse.it/12-dicembre-2017-contro-tutti-i-fascismi-di-ieri-e-di-oggi/

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Senza-titolo-15
18 dicembre:
Giornata internazionale dei migranti (2000)

Nel 1997 numerose organizzazioni per i migranti iniziarono a celebrare e a promuovere la data del 18 dicembre come Giornata Internazionale di Solidarietà con i Migranti, sancita ufficialmente dall’ONU nel 2000.

Questa Giornata è una “Memoria” che non ha bisogno di essere richiamata in quanto è l’attualità più scottante presente fortemente nella quotidianità a tutti i livelli, nelle forme più discriminanti, razziste e xenofobe.

Un atteggiamento surrogato da falsità che politici senza scrupoli, cosiddetti populisti utilizzano, alimentando paure, declinando ragioni futili come “invasione“, “ci rubano il lavoro” e scempiaggini di questo tipo, a fronte di dati incontestabili sugli ingressi e sulle condizioni incontrollate di sfruttamento esasperato del lavoro e dei centri di detenzione.

Un atteggiamento irresponsabile assunto dai Governi incapaci di politiche di accoglienza che oggi pretendono di delocalizzare i confini oltre che le galere vigliaccamente ignorando le devastazioni dei corpi di uomini e donne e bambini, assoggettati dagli accordi con governi e milizie, pagati per lo sporco lavoro.

Una grande disumanità che richiama la responsabilità alla mobilitazione.
Appello per la manifestazione nazionale del 16 dicembre a Roma: http://www.dimensionidiverse.it/manifestazione-nazionale-roma-16-dicembre-ore-14/

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Solidarieta

20 dicembre: Giornata internazionale della solidarietà umana (2005)

La Giornata identifica la solidarietà come uno dei valori fondamentali e universali che dovrebbero essere alla base delle relazioni tra i popoli.

Se c’è una ragione forte per celebrare questa Giornata è la “Memoria” di tutte quelle elencate in precedenza.

Date che richiamano e racchiudono i Corpi dei viventi, della Vita: i nostri corpi, la nostra vita.
L’appello alla solidarietà, al gusto disinteressato del Bene Comune, è il valore primario e fondamentale per animare i corpi e le menti verso un fare sensato che si propone e si prospetta  per un altro mondo possibile.

Auguri

12 DICEMBRE 2017 contro tutti i fascismi di ieri e di oggi

12-DICEMBRE

12-DICEMBRE12 DICEMBRE 1969  STRAGE DI PIAZZA FONTANA – MANO FASCISTA REGIA DELLO STATO

Ricordare il 12 dicembre è anche un esercizio della memoria. Memoria che non può essere condivisa laddove, come oggi, si equiparano carnefici e vittime e colpevoli ed assassinati.

Il 12 dicembre è inoltre il momento per riaffermare che il fascismo non è un’opinione ma un crimine, perché da sempre portatore di violenza e di una concezione della società gerarchica, escludente e razzista, incompatibile con ogni forma di democrazia.

IL FASCISMO DEGLI ANNI VENTI del Novecento, ha portato al nostro Paese dittatura, povertà e miseria; l’alleanza con il nazismo, le leggi razziali e la complicità nello sterminio di milioni di ebrei, oppositori e minoranze giudicate “inferiori” dalla razza eletta; guerra per cinque lunghi anni con milioni di morti e distruzioni.

IL FASCISMO DEGLI ANNI SETTANTA/OTTANTA inaugurava con le bombe di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli, la stagione della paura e delle stragi nelle piazze, nelle stazioni e sui treni, causando la morte di centinaia di cittadini inermi.

Come l’ISIS dei giorni nostri, le organizzazioni neofasciste e neonaziste protette e foraggiate da apparati dello Stato volevano bloccare lo sviluppo democratico della società, scandito dalle conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici e dai movimenti studenteschi, attraverso l’imposizione della paura e del terrore, il richiamo all’ordine ed al rispetto delle gerarchie economiche e sociali costituite che dividevano profondamente la nostra società.

IL FASCISMO DI OGGI, cavalcando la crisi e strumentalizzando il disagio economico e sociale causato da criminali politiche neoliberiste attuate dagli Stati che creano sempre maggiore disuguaglianza, punta a conquistare consenso e a occupare nuovi spazi nelle istituzioni.

Oggi come allora, le organizzazioni nazifasciste, lungi dal mettere in discussione i meccanismi e gli interessi che creano disuguaglianza e ingiustizia, sono maestre nell’indicare di volta in volta un capro espiatorio di turno, responsabile della crisi, guarda caso è sempre il più debole, il più povero, l’emarginato, su cui si indirizzano frustrazioni, precarietà e paure.

E così, invocando “sicurezza, ordine e pulizia” e la cacciata dell’immigrato e del “diverso”, fomenta l’odio e la guerra tra gli ultimi per non colpire mai i primi, cioè i responsabili di uno stato delle cose che provoca migrazioni epocali, la concorrenza tra aree del mondo e tra lavoratori per un misero posto di lavoro senza diritti, il dilagare della povertà e una vergognosa e insopportabile concentrazione di ricchezza nelle mani di un’esigua minoranza.

Le leggi degli ultimi decenni, che hanno abrogato il diritto al e sul lavoro come il diritto di assemblea e di sciopero, attaccato la sanità e la scuola pubblica, eliminato il diritto ad una pensione degna.

La recente legge Minniti – Orlando sulla immigrazione e il decoro urbano”, hanno di fatto cancellato il significato reale della parola cittadinanza, diffondendo insicurezza sociale, precarietà e abbandono e spianando la strada a questa deriva.

Antifascismo oggi significa anzitutto riconquista del diritto alla sicurezza sociale ed economica per tutti e tutte e contrasto a qualsiasi forma di discriminazione e di esclusione, per la riaffermazione a pieno titolo di una cittadinanza reale in una società solidale. Non solo.

Antifascismo oggi significa anche vigilare e contrastare ogni forma di populismo laddove il consenso politico viene perseguito parlando “alla pancia” delle persone a discapito dei più deboli.

Antifascismo significa contendere ogni giorno gli spazi ai fascismi e ai razzismi che si fanno largo nel nostro quotidiano, nei quartieri, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Significa battersi per aprire nuovi spazi di partecipazione, inclusione e di lotta per i diritti.

Invitiamo tutta la Milano antifascista e antirazzista il prossimo 12 dicembre 2017 a partire dalle ore 18 in Piazza Santo Stefano.

Da qui partirà il corteo per raggiungere Piazza Fontana, per ricordare la strage di Stato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, l’assassinio di Giuseppe Pinelli e l’innocenza di Valpreda.

Milano Antifascista, Antirazzista, Meticcia e Solidale

Manifestazione Nazionale – Roma 16 dicembre ore 14

Nessuna-persona

Nessuna-personaAppello per uguali diritti contro la ghettizzazione dei migranti/profughi

Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici.

Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione europea e dalla Banca centrale europea (BCE) alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.

Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro.
Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Non abbiamo bisogno di retorica interessata, abbiamo bisogno di fatti. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite.
Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione.

È grazie ai tagli allo stato sociale e alla ghettizzazione di ampie fasce della società che molti territori, secondo una logica di confino e militarizzazione, sono stati trasformati in discariche di bisogni e depositi di ingiustizie sociali.

Partendo dall’impegno costante nei territori, creando e valorizzando buone pratiche condivise, le nostre storie si sono intrecciate nella condivisione dei bisogni comuni, consapevoli di dover prendere il nostro destino nelle nostre mani per ottenere il riscatto sociale e rifiutare le campagne xenofobe e razziste condotte sulla nostra pelle, di qualsiasi colore essa sia.

Riteniamo l’insieme degli attuali dispositivi legislativi italiani (Bossi – Fini con il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; Minniti – Orlando; decreto Lupi) ed europei (Regolamento Dublino III) un tentativo di camuffamento della realtà che vuole far passare i migranti e i profughi come i responsabili primi delle disuguaglianze sociali.

Gli obiettivi dichiarati sono la trasformazione del welfare in elemosina da elargire agli ultimi e l’individuazione del povero e del migrante come nemico da combattere, specchio inquietante di una società che si vuole governare con la paura e lo sfruttamento, contrastando e reprimendo le forme di dissenso e di lotta per i diritti.

Consideriamo inaccettabile che chi nasce e cresce sul territorio italiano faccia fatica a essere riconosciuto come cittadino italiano. Basti osservare le reazioni scomposte al tentativo poco convinto di introdurre lo ius soli, alle quali opponiamo la certezza incrollabile che la politica si debba assumere la responsabilità di una legge sulla cittadinanza per le cosiddette seconde generazioni. Senza dimenticare la condizione dei minore straniero non accompagnato.

Siamo convinti che una parte significativa della filiera dei centri d’accoglienza neghi quotidianamente i nostri diritti e faccia invece parte a pieno titolo del sistema di sfruttamento economico, lavorativo e sociale che nega i nostri bisogni e colpisce la dignità non solo dei profughi ma anche degli operatori.

Si vogliono trasformare le persone in oggetti invisibili e senza diritti, esattamente come si sente invisibile chi è in un centro d’accoglienza o chi è ancora privo di un permesso di soggiorno.

Crediamo che la regolarizzazione sia l’unica via per restituire dignità a queste persone.

Oggi la filiera dell’accoglienza è diventata troppo spesso la giustificazione umanitaria per alimentare un business che mantiene in una condizione di ricatto permanente le persone, permettendo l’arricchimento di cooperative e gestori dei centri.

A partire dal lavoro nei territori e dalle pratiche quotidiane, abbiamo condiviso la necessità di coniugare antirazzismo, antisessismo, lotta per la giustizia sociale e la libertà di circolazione e di residenza.
È per questo che abbiamo deciso di organizzare una manifestazione nazionale a Roma il 16 dicembre per rivendicare la giustizia sociale e il diritto all’uguaglianza per tutte e tutti.

La manifestazione che vogliamo costruire è promossa pertanto proprio da noi, i dannati della globalizzazione e della colonizzazione economico finanziaria, uomini e donne in fuga o sfruttati.

Non è la manifestazione che parla di noi, è la nostra manifestazione, per prendere parola e spiegare la nostra piattaforma rivendicativa, gli obiettivi concreti della nostra lotta.

Proponiamo ed invitiamo tutte le realtà laiche e religiose, i movimenti antirazzisti a condividere e promuovere questa manifestazione nazionale partendo da una piattaforma articolata sui seguenti punti:

  • Per la libertà di circolazione e di residenza;
  • Per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai profughi a cui non è stata riconosciuta la protezione internazionale;
  • Per la regolarizzazione generalizzata dei migranti presenti in Italia;
  • Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
  • Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia;
  • Per l’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III);
  • Per la rottura del vincolo permesso di soggiorno/contratto di lavoro e residenza;
  • Per il diritto all’iscrizione anagrafica;
  • Contro i lager e gli accordi di deportazione;
  • Per la cancellazione dell’art 5 della legge Lupi e della legge sulla Sicurezza urbana;
  • Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
  • Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
  • Per spese servizi sociali fuori dal patto di stabilità;
  • Per il diritto al reddito minimo per tutte e tutti;

Per adesioni: manifestazioneroma16dicembre@gmail.com

Firme in aggiornamento alla pagina FB: CISPM Italia – Coalizione Internazionale Sans-Papiers e Migranti
Mani-16dic2017

La salute è un diritto costituzionale, non un affare per privati interessi

Sanita-lombarda

Sanita-lombardaLo spazio del salone della Biblioteca non è stato sufficiente a contenere le persone intervenute alla pubblica assemblea per informarsi e capire la cosiddetta Riforma sanitaria che intende imporre la Giunta della Regione Lombardia per 3.350.000 malati cronici.
(Vedi volantino)

Assemblea-1

Due gli aspetti fondamentali messi in luce dai relatori.

Fulvio Aurora di Medicina Democratica ha documentato le ragioni per le quali Medicina Democratica e la maggioranza dei sindacati medici hanno fatto ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo) per chiedere la sospensione delle Delibere Regionali inerenti la riforma sanitaria in quanto contrastanti i dettati costituzionali (Art. 32 e 33 della Costituzione), i principi costitutivi della Legge Nazionale di Riforma Sanitaria (N.833 del 1978) e della stessa Legge Regionale di attuazione del 2009 attualmente in vigore.

Un vero problema politico che sottende un disegno preciso già iniziato da Formigoni e ora portato avanti dalla Giunta Maroni, per una sanità, cura dei malati, in mano ai privati.

Basti pensare che dei 25 miliardi di bilancio complessivo della Regione Lombardia, circa il 70% è la spesa per la sanità.
Si sta parlando di una “torta”  di oltre 17 miliardi, molto appetibile dai privati interessi.

La Lombardia è la regione con la maggiore porzione di spesa dedicata ai rimborsi verso i privati (il 30% della spesa totale).

Assemblea-2 

Vittorio Agnoletto, medico, entrando nel merito dei deliberati della Giunta Maroni, ha sottolineato con puntualità le anomalie procedurali dei decreti che momentaneamente riguardano 3.350.000 pazienti con patologie croniche, i quali riceveranno una lettera dalla Regione che li chiamerà a  scegliere tra rimanere con il proprio medico di base o scegliere ungestore“.

Ilgestoreè una società privata accreditata che dovrà fare un “Patto” (con valenza annuale) con ogni paziente: dovrà garantire le cure previste dai capitolati definiti dalla stessa Regione, attraverso propri medici, a secondo delle erogazioni economiche che la Regione deciderà per le diverse patologie.

Appare subito una prima evidenza: un ente privato accreditato, pur attenendosi alle convenzioni, non lavora a gratis, agirà quindi per convenienza.

Una seconda è stata riscontrata nella lettura delle prestazioni previste per una patologia: molte prestazioni risultano non corrispondenti, mentre altre necessarie non vengono previste.

Inoltre si rileva un grande pasticcio tra le prestazioni dovute dal “gestore” e altre che dovrebbero essere prescritte dal medico di base in quanto non contemplate dal “Patto” con il “gestore“, che però non avrà più la possibilità di accedere alle cartelle cliniche del proprio paziente.

Le numerose casistiche spiegate con lucidità dal medico Vittorio Agnoletto hanno messo in evidenza i gravi problemi della gestione di questa riforma, soprattutto le difficoltà per i pazienti.

Ci siamo ripromessi di ritornare nel merito anche preparando un prospetto illustrativo da divulgare affinché ciascuno sia  consapevoli della scelta a cui sarà chiamato a fare a seguito dell ricevimento della lettera da parte della Regione Lombardia. Vedi: Schema riassuntivo Riforma Lombardia

Anche il medico di base può diventare “gestore”, consociandosi con altri medici in forma cooperativa o societaria: solo il 24% dei medici di base della città metropolitana milanese ha fatto la scelta di diventare “gestore“, in tutta la Lombardia la percentuale è del 40%.

L’assemblea che si è dovuta chiudere nonostante il grande interesse per ragioni di tempo, si è espressa di non scegliere il “gestore” ma di rimanere con il proprio medico di base.

L’anno del Circeo. Cinque tesi

Circeo
  1. CirceoMi ricordo
    Mi ricordo di quando nei processi per stupro l’intera società dei maschi metteva sotto accusa la vittima.
    Mi ricordo del tempo in cui quella violenza contro le donne era considerata nel codice penale un reato “contro la stirpe” e non contro una persona, e la donna vittima di violenza non era considerata persona, ma carne, e quella violenza la si chiamava “violenza carnale“.
    Mi ricordo l’anno del Circeo, chi ha la mia età non può dimenticare.
    Da allora sono invecchiato di mezzo secolo, e mi sembra che quei tempi non siano ancora finiti, non sia ancora abolito quell’orrore.
    Da allora sono invecchiato di mezzo secolo, e so che la lotta fondamentale e decisiva per la liberazione dell’umanità è quella del movimento delle donne.
    *
  2. Da quale parte della barricata
    Le donne che denunciano le violenze subite da uomini, e massime da uomini potenti, da uomini che hanno il potere di decidere della loro vita, sanno che denunciare quelle violenze e questo potere – questo violento sistema di potere – significa esporsi a nuove violenze. Sanno che la dittatura dei maschi userà ogni mezzo per vendicarsi. Sanno che gli schiavisti non ammettono che le vittime possano ribellarsi, e con tutta la loro forza cercheranno di schiacciarle. Eppure queste donne denunciano i loro carnefici. C’e’ una parola per questo: coraggio.
    So quale è la mia parte della barricata: per quel poco che conta la mia persona, sono dalla parte di queste donne senza esitazioni. So che la loro denuncia, la loro lotta, non riguarda solo loro, riguarda l’umanità intera. Riguarda anche la mia dignità, la mia libertà. So che chi non si schiera con loro, si schiera con la dittatura fascista dei maschi. Sono un uomo, non sono un fascista. So quale è la mia parte della barricata: per quel poco che conta la mia persona, sono dalla parte di queste donne senza esitazioni.
    *
  3. Nessun sofisma
    Nessun sofisma può occultare il fatto che una violenza è una violenza. Che quella violenza sia la regola dei rapporti sociali significa solo che occorre abolire quella violenza e rovesciare i rapporti sociali su quella regola fondati.
    Le donne che oggi smascherano la ferocia del dominio maschilista e patriarcale chiamano l’umanità intera a fondare un’altra società, la società dell’eguaglianza di diritti, la società del riconoscimento della dignità di ogni persona, la società in cui la diversità di ogni persona sia riconosciuta come un dono prezioso e valorizzata in una trama di relazioni tra eguali in diritti, persone eguali proprio perché diverse, che si riconoscono diverse ed eguali: una e plurale è l’umanità.
    *
  4. La prima radice
    So che il dominio maschilista e patriarcale è la prima radice e il primo paradigma di ogni violenza: so che non si potrà sconfiggere il modo di produzione che aliena e schiavizza le persone e le sacrifica al feticcio dell’accumulazione del potere, del prestigio, dei beni e del capitale se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale; so che non si potrà impedire l’irreversibile devastazione e desertificazione della biosfera se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale; so che non si cancellerà l’obbrobrio delle dittature, delle guerre e del militarismo – ridurre degli esseri umani ad utensili per uccidere degli esseri umani – se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale; so che non si realizzerà il disarmo – nel tempo in cui le armi possono distruggere per sempre la civiltà umana – se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale. So che non vi sarà una società libera e solidale, responsabile e accudente, sobria e armoniosa, se non si sconfigge il dominio maschilista e patriarcale.
    Il dominio maschilista e patriarcale è la prima radice e il primo paradigma di ogni violenza: chi non lo vede, è cieco.
    *
  5. Queste parole
    Scrivo queste parole che penso dovrebbero essere ovvie. Le scrivo per dichiarare la mia opposizione a due barbarie: la barbarie della violenza maschile, e la barbarie della criminalizzazione delle vittime della violenza maschile. Le scrivo perché nessuno è fuori della mischia. Le scrivo perché credo che in questa lotta che le donne oggi stanno conducendo è anche il senso – e quindi il valore – di tutto il mio agire di militante del movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione dell’umanità, di persona amica della nonviolenza, di uomo che non vuole essere complice del fascismo.

Peppe Sini
responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Quel muro ci appartiene

Muro-2

Muro-2E’ il 9 novembre del 1989, su muro che bloccava lo spazio di libertà a Berlino, migliaia di persone, di giovani, si sono ribellati. I loro corpi si sono stesi contro il muro della prepotenza e della illegalità, lo hanno spinto, martellato, … abbattuto, azzerato.

Basta muri sulle strade e sui percorsi della libertà e della giustizia.

E’ stata una rivolta, è stata una vittoria: allora.

Da allora le barricate, i fili spinati, i muri, si sono moltiplicati e stanno sbarrando le vie, le piazze. Impongono confini, lasciando al di là il riflesso della miseria disumana, abbandonata a morire.

La chiamano sicurezza, amore di patria, libertà democratica che una legge giustifica.

Il muro che divide e preclude spazi di libertà, che nega il diritto alla giustizia, mortifica la sostanza dell’essere e della sua umanità.

Nel “rigore” delle leggi che rendono privati i corpi e mortificano le menti, i muri si moltiplicano come maledizioni di un dio imperiale che sottrae energia e rende schiavi.

E’ una sovversione, è una sconfitta: ora.

Sono molti i muri che si sono creati e non basta uno sguardo accorto, sensate parole per abbatterli.
Ogni volta che uno di quei muri agita gli animi, i corpi non reagiscono, si appoggiano al muro per poi poter scivolare via, verso l’altrove, mentre la ragione si sottrae allo sguardo e ignora l’altra parte.

La storia dei muri è devastante e il pericolo della loro invasione nel corpo della vita è una certezza.

Sono i muri delle inibizioni e dei divieti, delle contrapposizioni e delle paure, delle indifferenze e delle giustificazioni, … muri che si frappongono e inibiscono il riconoscimento di sé, la forza della ribellione: mentre si reclamano più leggi per l’ordine e la sicurezza.

I muri ci appartengono, per questo è sempre possibile abbatterli.

Partiamo da questo vergognoso muro della politica:

http://www.vita.it/it/article/2017/11/07/ministro-minniti-mi-incontri-le-racconto-lorrore/145020/

 

2017: Italia sempre più povera

Poverta-italia

Poverta-italiaCi sono situazioni che sembrano lontane, così lontane che pensiamo non possano sfiorarci mai. Che non possano coinvolgere noi, i nostri equilibri, la nostra famiglia, i nostri figli.

Situazioni di cui sentiamo parlare in tv, che leggiamo velocemente sui giornali e a cui negli anni, specialmente in questi, durissimi, di crisi economica, abbiamo forse “fatto l’abitudine”.

La Povertà in Italia, un dato (purtroppo) in continuo aumento.

Situazioni rispetto alle quali crediamo spesso di essere impotenti, convinti forse che le soluzioni debbano arrivare da un non meglio identificato “altro”, nella speranza che prima o poi tutto si sistemi.

Eppure in Italia la povertà è un fenomeno che ancora oggi si estende a macchia d’olio, con una velocità che ha pochi precedenti, andando a investire il Nord quanto il Sud del Paese, le famiglie immigrate, quelle cosiddette “miste” e quelle totalmente italiane.

La conferma di questa situazione ormai dilagante arriva dall’ultimo Rapporto annuale sulla povertà elaborato dall’Istat, che evidenzia numeri enormi, dietro i quali si celano però persone vere, adulti e bambini con storie dolorose e spesso inascoltate, progetti di vita andati in fumo, speranze improvvisamente perdute.

Infografica-poverta-in-Italia-2017

2.475.956 – Donne in povertà assoluta
1.292.000 – Minorenni in stato di povertà assoluta
1 bambino su 8 in Italia vive in povertà assoluta

Il 2016 si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742mila individui.

Rispetto al 2015 si rileva una sostanziale stabilità della povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di individui. L’incidenza di povertà assoluta per le famiglie è pari al 6,3%, in linea con i valori stimati negli ultimi quattro anni. Per gli individui, l’incidenza di povertà assoluta si porta al 7,9% con una variazione statisticamente non significativa rispetto al 2015 (quando era 7,6%).

Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con tre o più figli minori, coinvolgendo nell’ultimo anno 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui; aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5% (1 milione e 292mila nel 2016).

Analogamente a quanto registrato per la povertà assoluta, nel 2016 la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (17,1%) o 5 componenti e più (30,9%) La povertà relativa colpisce di più le famiglie giovani: raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne

L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per gli operai e assimilati (18,7%) e per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31,0%)

da: alberodellavita.org/

Lampedusa: sciopero della fame contro l’espulsione forzata e per il diritto alla mobilità

Per-i-diritti-umani
Per-i-diritti-umaniAppello all’opinione pubblica internazionale.

Siamo un gruppo di giovani provenienti dal rdeyef (Sud-Ovest della Tunisia, dove è emersa la rivolta del bacino minerario nel 2008) e altre regioni della Tunisia.

Dinanzi ai fallimenti economici e sociali delle politiche del nostro paese, l’abbandono dello stato dei suoi obblighi e il fallimento politico a livello locale e internazionale, abbiamo dovuto abbandonare il nostro sogno del 2008 di uno stato democratico che garantisce la libertà, la dignità e la giustizia sociale.

E nonostante siamo orgogliosi del nostro paese e del suo popolo, dobbiamo superare il pericolo della migrazione non regolamentare verso il nord-Ovest del Mar Mediterraneo, questa strada pericolosa a causa delle politiche migratorie europee che chiudono le frontiere ai nostri sogni e ambizioni di tentare una nuova esperienza in modo regolamentare.

Attualmente ci troviamo nel centro di accoglienza dei migranti sull’isola di Lampedusa in condizioni umanitarie difficili.

Siamo a rischio di espulsione forzata che viola le convenzioni internazionali che garantiscono la libertà di circolazione, che si oppone alle politiche di espulsione e alle convenzioni bilaterali inique che priorisent la sicurezza delle frontiere a scapito dei diritti universali.
Iniziamo uno sciopero della fame per reclamare il nostro diritto di circolazione e per protestare contro l’espulsione forzata.
I nostri sogni non sono diversi dalla gioventù europea che gode di una libertà di movimento nel nostro paese e altrove alla ricerca di altre esperienze, ma anche per promuovere la libertà, la giustizia sociale e la pace.

Invitiamo le persone libere che difendono l’esistenza di un altro mondo in cui dominano i valori universali e la solidarietà di aiutarci.
Perché mentre i vostri soldi e i vostri beni circolano liberamente nei nostri paesi d’origine,  i nostri sogni rimangono chiusi dietro le vostre pareti.

  • NO ALLE DEPORTAZIONI FORZATE
  • SÌ ALLA LIBERTÀ DI MOVIMENTO

Vittime delle politiche economiche e sociali mondiali
Vittime delle politiche migratorie ingiuste

Lampedusa 27 ottobre 2017

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da Radio Onda d’Urto
Il servizio con Reem Bouarroj, responsabile del Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Ascolta o scarica

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3 Novembre  2017

Continua lo sciopero della fame contro l’espulsione forzata e per il diritto alla mobilità

Sono 63 i cittadini tunisini rinchiusi nel cosiddetto centro di accoglienza di Lampedusa da una settimana in sciopero della fame, per difendere il “diritto alla mobilità – dicono in una nota – e contro l’espulsione forzata, in quello che chiamano un centro di accoglienza ma che in realtà è una prigione.

Nulla ci fa tanto male quanto il silenzio complice rispetto alla violazione del nostro diritto a muoverci, alle politiche ingiuste, alle deportazioni forzate solo perché tunisini, con il nostro governo che accetta accordi segreti con quello italiano. Continueremo lo sciopero nonostante il difficile stato di salute di alcuni di noi che sono stati portati all’ospedale”.

MESSAGGIO NUMERO 2 dei 63 tunisini in sciopero della fame:
E‘ il quinto giorno dello sciopero della fame che conduciamo per difendere il nostro diritto di mobilità e contro l’espulsione forzata di quello che chiamano un rifugio e che è in realtà una prigione.
Né la fame, né la sete, né la nausea, né il vomito, né le condizioni difficili ci fanno tanto male quanto il silenzio complice sulla violazione del nostro diritto di circolazione, sulle politiche ingiuste, sulle deportazioni forzate solo perché siamo dei tunisini e perché il nostro governo ha accettato questo per accordi mai divulgati.

E‘ doloroso essere vittima delle loro politiche e essere incriminati a causa delle loro leggi.

Continueremo il nostro sciopero della fame nonostante lo stato di salute difficile di alcuni scioperanti della fame che sono stati portati all’ospedale sanosalety.

Questo è un grido contro coloro che sono ingiusti nei nostri confronti, coloro che ci hanno dimenticato, quelli che ci hanno spinto a prendere le navi della morte, quelli che ci vogliono rinchiusi di forza e quelli che violano le convenzioni internazionali.

Di fronte delle nostre madri chiediamo loro perdono.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto e che si tengono al nostro fianco.

  • No alla deportazione forzata
  • No all’espulsione a causa della nazionalità
  • Sì alla libertà di movimento

Lampedusa 3 novembre 2017

Palestina 1917-2017: cent’anni di menzogne e soprusi

Palestina-Balfour

Palestina-BalfourIl 2 novembre di quest’anno si compiono cent’anni esatti dalla “Dichiarazione Balfour”, che, come tutti dovrebbero sapere, consisté nella promessa formale – indirizzata dal Ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour ad un importante referente della “comunità ebraica” inglese e del nascente Movimento sionista, “Lord” Lionel Walter Rothschild – concernente l’impegno inglese nella costituzione di un “Focolare Nazionale Ebraico” (Jewish National Home) in Palestina.Per comprendere la portata di un simile impegno da parte della principale superpotenza dell’epoca a favore di un influente settore dell’Ebraismo le cui aspirazioni comprendevano l’edificazione di uno “Stato Ebraico” sulla cosiddetta “Terra Promessa” (da Yahwè agli Ebrei) bisogna collocare questo documento nel contesto che indubbiamente ne favorì la genesi.

Sul finire del 1917 l’Impero Ottomano, schierato nel campo della Triplice Alleanza col Reich tedesco e l’Impero d’Austria-Ungheria, non aveva ancora perso i territori palestinesi, per cui è opportuno sottolineare che l’Inghilterra “promise” ciò che ancora non possedeva, in quanto le sue truppe entreranno a Gerusalemme solo il 9 dicembre dello stesso anno. Ma tanto per mettere le mani avanti, nella solenne dichiarazione a garanzia delle aspirazioni sioniste si puntualizzava che le “comunità non ebraiche” colà residenti non avrebbero avuto leso alcun loro diritto.

Nella Dichiarazione Balfour troviamo dunque già due elementi caratteristici dell’ipocrisia moderna: vendere quello che non si possiede (come nel mercato finanziario dei “futures”) ed ammantare intenzioni non proprio benevole di altisonanti idealità candidate all’immediato sacrificio in nome della politica del “fatto compiuto”.

A parte la strana coincidenza del 2 novembre (Commemorazione dei defunti per il calendario cristiano cattolico), vi è da dire che in quei giorni di novembre di cent’anni fa si susseguirono e s’intrecciarono eventi di portata epocale, tra i quali la Rivoluzione cosiddetta “d’Ottobre” in Russia (la conquista di Pietrogrado e Mosca da parte dei bolscevichi avverrà tra il 7 e l’8 novembre). Una rivoluzione, quella dei bolscevichi, aiutata in ogni modo dalle grandi banche d’affari di proprietà ebraica stabilite in America e che vide tra i suoi agenti in loco il fior fiore del revanscismo anti-zarista caratterizzato da una preponderante presenza ebraica nel primo Soviet supremo. Dunque, nel giro di pochissimi giorni, l’Ebraismo aveva piazzato due carichi sul tavolo della partita per il dominio mondiale: da un lato l’impegno della principale superpotenza di assegnargli l’agognata “Terra Promessa”, dall’altro lo stabilimento in Russia di un centro di propalazione della “rivoluzione mondiale”. Il tutto con la benedizione ed i quattrini dei correligionari dell’alta finanza che con la Prima guerra mondiale erano riusciti a ridurre l’Inghilterra in una condizione d’indebitamento fino al collo, per cui ne andava ad ogni costo impedita la débacle…

Ora, se tutto questo, col clima insopportabile di caccia alle streghe dei nostri giorni, può sembrare una disamina “complottista”, vi è da dire che se si osservano quei fatti e la loro concatenazione scevri da ricatti moralistici ed autocensure si evince come la Prima guerra mondiale, tra i suoi esiti, rappresentò una vittoria su tutta la linea per l’Ebraismo, o meglio per un suo settore che a poco a poco finì per identificarsi col Sionismo e soppiantare, quanto meno nei rapporti di forza interni all’Ebraismo stesso, tutte quelle correnti e personalità indifferenti o addirittura ostili al Sionismo per vari motivi, che vanno dalla “profanazione del nome di Israele” al rifiuto di ridurre una religione ad una forma di nazionalismo esasperato.

La questione non è affatto di dettaglio, poiché è bene sapere che all’inizio (quanto meno simbolico) di tutta questa storia gli ebrei disseminati ovunque per il mondo (che naturalmente non potevano discendere dagli “ebrei della Diaspora” in quanto sono attestate ovunque conversioni di popoli interi all’Ebraismo) non erano affatto conquistati in maggioranza alla causa del “Focolare Ebraico” in Palestina (termine, quest’ultimo, che con gli anni avrebbero cercato di cancellare persino dalla memoria collettiva).

In tutti questi cent’anni, l’impegno dei fautori del progetto sionista, a cominciare proprio dai Rothschild, è stato quello di “convincere”, con le buone o le cattive, gli ebrei di tutto il mondo a stare dalla parte del loro progetto, sostenendolo idealmente e materialmente, per esempio rimpolpando i ranghi dell’emigrazione ebraica in Palestina col pretesto del “ritorno”. Con le buone o le cattive: si dà il caso, infatti, che le autorità del Terzo Reich attribuirono ad ebrei o mezzi ebrei la gestione della “questione ebraica”, a riprova che la carta sionista è stata giocata da tutti quanti, allo scopo di costituire – al di là delle attese “messianiche” dei più convinti sionisti – una base sicura per la propria influenza in un’area di vitale importanza dal punto di vista strategico, commerciale ed energetico.

Pertanto, se la Germania – prima e durante il Terzo Reich – non ha mai disdegnato l’appoggio del Sionismo per fondare una testa di ponte nell’area del Levante arabo, la Francia fece ancora di più, proponendo già alcuni mesi prima della Dichiarazione Balfour una sua analoga “dichiarazione” a favore delle aspirazioni sioniste, tant’è che quella britannica sembra ricalcata sul modello francese (com’è documentato nel libro di Philippe Prévost La France et l’origine de la tragédie Palestinienne. 1914-1922, Centre d’Études Contemporaines, Paris 2003).

Come sono andate le cose è storia risaputa: l’Inghilterra, senza tanti complimenti (ed alla faccia della “Cordiale Intesa” del 1904), ridimensionò le pretese francesi nella regione ed istituì un “Mandato speciale” per la Palestina dove, un poco per volta, il Sionismo impiantò la sua base operativa che perdura ancora oggi. Ciò a prescindere dagli atteggiamenti tattici dell’Inghilterra stessa, contro le cui rappresentanze civili e militari, al momento di realizzare lo “Stato d’Israele” – riconosciuto per primi, nel 1948, da Stati Uniti e Urss… -, si sarebbe scagliata la furia del terrorismo sionista, dentro e fuori la Palestina.

Ma nel 1917, con l’America che era entrata in guerra per un solo ed unico motivo – tutelare l’enorme massa di crediti che vantava nei confronti dell’Inghilterra – i giochi non sembravano ancora fatti. Ed ecco che per favorirli intervenne per l’appunto la Dichiarazione Balfour, che in fin dei conti non fu altro che il riconoscimento britannico per l’impagabile favore fatto dalla rete dei banchieri legati ai Rothschild ed influentissimi a New York con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti (ufficialmente, il 2 aprile 2017), per lungo tempo riluttanti a gettarsi nel teatro bellico europeo (il pretesto per entrare in guerra, ovvero l’affondamento del piroscafo Lusitania da parte di un sommergibile tedesco, era del 7 maggio 1915!). Un intervento, quello americano, praticamente senza senso se tentiamo di spiegarcelo solo con categorie come “l’imperialismo” e “l’espansionismo” a danno di altri Stati a Nazioni, oppure con la diffusione del Capitalismo e del Fordismo.

Nel frattempo, la stampa “autorevole” europea, e soprattutto i bollettini interni alle “comunità ebraiche”, denunciavano, riprendendo motivi già comparsi in altri precedenti contesti (anche vecchi di decenni), il “massacro di sei milioni di ebrei” in corso sul suolo europeo a causa delle violenze perpetrate dai tedeschi. Un particolare, questo, facilmente verificabile ma mai spiegato da coloro che, non appena qualcuno chiede conto di simili “coincidenze”, lanciano come un dardo mortale all’indirizzo del “blasfemo” studioso l’accusa di “complottismo” e, ovviamente, di “antisemitismo”.

Il contesto nel quale si colloca la Dichiarazione Balfour è dunque quanto mai interessante e ci induce a pensare che se per un verso i Rothschild ed i loro affiliati perseguono finalità (ricostruzione del Terzo Tempio, Gerusalemme capitale mondiale eccetera) che vanno oltre ciò che ingenuamente denunciano gli “antimperialisti” ed i vari “amici della Palestina”, per un altro è valida l’analisi, suffragata da dati storici, per la quale il “Focolare Ebraico” svolge la funzione di destabilizzare l’area vicino-orientale ma anche quella mediterranea onde evitare l’emersione di potenze contrarie al “dominio del dollaro” (trionfo della moneta-merce prestata ad interesse) che potrebbe sfociare in quell’integrazione eurasiatica a guida russa (di una Russia libera dal cappio al collo postole dagli usurocrati) in grado di serbare sgradite sorprese ai fautori di un “Nuovo Ordine Mondiale”. Sorprese tra le quali si annovera un’alleanza tra la Chiesa Ortodossa e l’Islam tradizionale non infettato dalle ideologie provenienti da un altro baluardo dell’influenza sionista nel mondo, l’Arabia Saudita.

In quest’epoca di riassestamento dei poteri mondiali, anche la Russia ha aumentato la sua influenza nello Stato Ebraico, a conferma che “Israele”, nazione ideocratica artificiale, sotto un certo aspetto funziona come una “società a quote” che ricorda la funzione degli Stati crociati di mille anni fa, con la non secondaria differenza che i ‘crociati’ di oggi sono armati fino ai denti – anche di testate nucleari – e capaci di coinvolgere a loro difesa la principale superpotenza militare, gli Stati Uniti d’America.

In tutto questo, resta da dire qualcosa su quelli che hanno subito le peggiori conseguenze dirette dalla Dichiarazione Balfour, ovvero gli abitanti della Palestina. Cominciamo col dire che forse, anche perché sono rimasti direttamente e pesantemente coinvolti, non sono riusciti a comprendere appieno la dimensione del problema che gli ha rovinato l’esistenza. Essi ovviamente hanno venduta cara la pelle (noi italiani ci saremmo estinti da un pezzo), opponendosi, coi limitati mezzi a disposizione, i tradimenti “arabi” ed un’incredibile faziosità interna, all’esproprio dei loro averi e persino della loro identità. I palestinesi (musulmani, cristiani, drusi eccetera, e persino ebrei!) hanno fatto la fine dei cosiddetti “pellerossa”. Umiliati, raggirati e diffamati anche quando avevano ragione al 100% di fronte a “coloni” che, per continuare la calzante analogia col Far West, somigliano per molti versi ai cowboy, sia come modalità d’intervento in terre non loro sia per l’ideologia “puritana” e “suprematista” che li anima.

I palestinesi hanno perso tutto (a parte le loro dirigenze ben pasciute dall’occupante), eppure, in questo mondo orwelliano di parole usate per esprimere il loro esatto contrario, dovrebbero perennemente “scusarsi” per non aver “accolto” i “poveri ebrei”, tant’è vero che la tesi dominante nella scuola e nell’intrattenimento mediatico è quella del “rifiuto arabo” che fa pendant con lo slogan della “terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Trascorsi cent’anni dalla Dichiarazione Balfour, al di là di tutto, possiamo senza dubbio affermare una cosa: che il popolo senza terra è quello palestinese!

( Fonte: pergiustizia.com )

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