Category Archives: Diritti-Giustizia

Il mondo con il Rojava

 “Difendere il Rojava significa difendere chi resiste ogni giorno, in medio oriente e in ogni parte del mondo, contro la barbarie che avanza. Questa carta è un grido di rabbia, indignazione e solidarietà con i nostri fratelli e sorelle curde, che lottano e muoiono in nome della libertà e della democrazia…”. Tra i molti appelli per il Rojava, segnaliamo questo internazionale firmato, tra gli altri, da John Holloway, Noam Chomsky, Massimo De Angelis, Jean Robert, Arjun Appadurai, Etienne Balibar, Barbara Duden, Marina Sitrin, Raquel Gutierrez, Federica Giardini, Wu Ming, Toni Negri, David Graeber

Appello internazionale di solidarietà con il Rojava

(Carta internacional de solidaridad con el Rojava)

A fronte del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, stabilito dal presidente Donald Trump e dal suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan, e di fronte all’invasione militare contro i popoli liberi del Rojava che questo accordo permette, consideriamo necessario e improrogabile dichiarare quanto segue:

  1. La Comune del Rojava rappresenta in Medio Oriente il primo progetto politico anticapitalista basato sul Confederalismo Democratico, che promuove una visione alternativa dell’organizzazione della vita, fondata sull’autonomia non statale, sull’autodeterminazione, sulla democrazia diretta e sulla lotta al patriarcato. L’autonomia del Rojava è l’utopia di un mondo possibile, dove l’interculturalità, una differente e virtuosa relazione tra generi e il rispetto della madre terra vengono costruiti giorno dopo giorno. Il Rojava è la dimostrazione che non dobbiamo rassegnarci alla barbarie del presente.
  2. Il primo risultato della lotta per l’autonomia del Rojava è stato il contenimento dello stato islamico e del suo fondamentalismo. Adesso, questo accordo debilita gli sforzi delle milizie curde, attentando contro i rilevanti risultati che i reparti delle YPG e YPJ hanno ottenuto fino ad ora contro lo stato islamico in Siria. Le milizie curde saranno infatti costrette a spostarsi, per proteggere il confine nord del Rojava dall’invasione turca.
  3. La guerra contro l’autonomia del Rojava, costruito sulle macerie dello stato siriano, continua sistematicamente da anni: attacchi e invasioni territoriali sono stati la normalità. Con il ritiro delle forze militari statunitensi dal confine turco siriano, la pericolosità della minaccia sale di livello, l’ostilità dello stato turco contro chi lotta per un mondo democratico, si trasforma nella possibilità concreta di uno sterminio etnico.

Per questi motivi, noi firmatari di questa carta – accademici, studenti, attivisti, organizzazioni sociali, collettivi, popoli organizzati e in resistenza – manifestiamo la nostra solidarietà con la lotta dei curdi e dei popoli della Siria del Nord, e gridiamo la nostra rabbia contro questa ennesima aggressione capitalista e patriarcale dello stato turco, che avviene nell’assordante e complice silenzio dell’Unione europea e degli organismi internazionali, e dimostra come i Diritti umani vengano tutelati solo quando obbediscono alle leggi del mercato.

Difendere il Rojava significa difendere chi resiste ogni giorno, in medio oriente e in ogni parte del mondo, contro la barbarie che avanza. Questa carta è un grido di rabbia, indignazione e solidarietà con i nostri fratelli e sorelle curde, che lottano e muoiono in nome della libertà e della democrazia.

Que viva la vida! Que muera la muerte!
Il Rojava non è solo!

Per nuove adesioni: rojava.ekairos@gmail.com

Il lavoro è una strage

17mila morti negli ultimi dieci anni.

Solo nel 2018 – 1.133 morti sul
lavoro solo, oltre 600 mila infortuni.

Landini (Cgil): «E’ una strage. Si muore come 40 e 50 anni fa»

Dal 10 settembre giorno d’insediamento del nuovo governo sono stati 57 i morti sui posti di lavoro, 123 considerando i decessi avvenuti sulle strade per raggiungere il lavoro,  18 sono stati i lavoratori schiacciati da un trattore, 122 nel 2019.  Abituati a vedere la vita attraverso uno schermo, riusciamo a immaginare, concretamente, cosa significa morire schiacciati da un trattore?

La progressione dei morti sul lavoro è impressionante.

«Gli incidenti mortali sono aumentati del 6% rispetto all’anno scorso, con una media di oltre 3 morti ogni giorno» sostiene il presidente Anmil Zoello Forni.

L’Anmil ritiene necessario cambiare il testo unico sull’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro che risale al 1965. Da allora sono cambiate le condizioni della produzione.

Oggi i lavoratori sono obbligati a un’instabilità e a una flessibilità che sono spesso le cause dell’aumento degli infortuni e dei decessi. Una simile modifica avrebbe bisogno di una trasformazione della previdenza e del Welfare. Una «riforma organica» che sembra lontana dalle prospettive del governo che parla di un «piano strategico per la sicurezza».

La ministra del lavoro Nunzia Catalfo ha convocato un tavolo con il ministero della Salute e le parti sociali, Inail, Ispettorato Nazionale del Lavoro (Inl) e Inps. Punta al coordinamento delle banche dati sulla sicurezza, formazione, selezione delle imprese virtuose per l’accesso ad appalti, assunzioni all’Ispettorato del lavoro.

C’è un problema di formazione che va fatta sia a chi comincia a lavorare sia anche agli imprenditori visto che stiamo parlando anche di tante piccole e medie imprese. Abbiamo chiesto di introdurre anche uno schema di patente a punti per le imprese».

L’ultimo rapporto dell’Inl ha dimostrato che le ispezioni sono diminuite del 9% quest’anno, anche se l’accertamento delle irregolarità è cresciuto (3%) come le denunce per caporalato: 263, più del triplo rispetto al 2018. Il numero di chi lavora in nero è aumentato da 20.398 a 23.300.

Crescono le denunce delle «malattie professionali», a ritmi più contenuti per l’ampliamento delle malattie «tabellate» che esonerano i lavoratori dall’onere della prova. Per l’Inail sono 41 mila, 800 in più rispetto al 2018.

Se questa è una strage allora non chiamiamole «morti bianche». Sono omicidi «bianchi».
Si muore a causa del lavoro e si muore in assenza di lavoro.
E tutto questo parlare di sicurezza non produce più sicurezza.

Questo lavoro è una maledizione;
il suo lessico è: caporalato, lavoro nero, sfruttamento.
Non è una fatalità, è un sistema. Si chiama capitalismo.

Gli effetti devastanti delle armi israeliane a Gaza e in Palestina

Parallelo Palestina ha estratto dal Rapporto di NWRG, alcuni passi circa i mutamenti temporanei sulla salute riproduttiva e dei neonati.

Possiamo valutare il numero di vittime
“nascoste” da contaminazione da residui d’arma.

  • Nascita pretermine e con difetti congeniti contribuiscono a morte nel primo mese dalla nascita (30% e 25% rispettivamente dei neonati in queste condizioni muoiono).
  • L’aumento di nati pretermine e con difetti alla nascita nel 2016 e 2017, in paragone al 2011 ha aumentato di circa 1500 i casi di morte perinatale per anno.
  • Questi sono numeri di vittime più alti di quelli delle vittime bambine uccise dagli attacchi militari nel 2014.
  • Non sappiamo per ora se questo carico di morti neonatali continuerà ad aumentare, rimarrà a questo livello o decrescerà nel tempo.
In sommario
  • Abbiamo documentato la persistenza nel tempo a Gaza di contaminazione umana da metalli pesanti residui d’arma che rimangono nell’ambiente – Ogni nuovo attacco militare aumenta questa contaminazione.
  • Abbiamo documentato gli effetti negativi della contaminazione da metalli pesanti sulla salute riproduttiva e sulla mortalità perinatale.
  • Abbiamo calcolato che l’aumento nel tempo degli eventi negativi alla nascita con conseguenze letali determina un numero di vittime “nascoste” più alto di quello degli attacchi militari.

Quello che noi abbiamo investigato e documentato a Gaza in dettaglio è molto probabilmente accaduto in Iraq, Afghanistan (luoghi per cui ci sono solo dati osservazionali), ed accade in tutte le altre zone dove attacchi militari sono avvenuti più recentemente o sono in corso

Oltre agli effetti negativi sulla salute riproduttiva:

I metalli pesanti possono indurre tumori, infertilità maschile e malattie croniche.

Ci sono solo dati osservazionali dell’aumento di tutte queste patologie, ma non è ancora stata investigata quantitativamente la loro incidenza nei contesti post-guerra.

Si ipotizza che il rischio di aumento di queste patologie a causa di contaminazione da armi sia alto in tutte le zone attaccate con armi moderne, che sono simili in tutti i casi.

In sommario

Abbiamo dimostrato che a Gaza – c’è un’elevata contaminazione da metalli pesanti in donne in età riproduttiva, che passano in utero ai feti,

  • c’è correlazione tra l’esposizione ad attacchi militari delle donne e/o la loro residenza in luoghi dove si accumulano resti d’arma ed il livello della loro contaminazione;
  • la contaminazione delle madri ha effetti negativi alla nascita sui loro figli ciò è IMPORTANTE perché non era stato dimostrato prima e perché fornisce strumenti per studiare rimedi e prevenzione e fornisce indicazioni per studiare eventuali effetti sullo sviluppo dei bambini durante l’allattamento e dopo.

Ma quello che abbiamo imparato non è esaustivo. Ci sono molti aspetti che sarebbe utile conoscere per stabilire l’entità dei danni alla salute generale, oltre che a quella riproduttiva, e l’estensione nel tempo dei rischi per tutta la popolazione per esempio – per quanto tempo persiste il rischio da contaminanti ambientali? – quali sono gli effetti della contaminazione contemporanea da metalli multipli e delle loro concentrazioni relative in casi di esposizione ad un miscuglio di questi, come avviene per i componenti d’arma, e come agiscono questi vari metalli ed il loro mix negli organismi?

Ed inoltre
  • quali sono i meccanismi molecolari attraverso i quali i metalli possono indurre patologie?
  • si può associare uno specifico difetto alla nascita con il livello di uno o più specifici metalli?
  • un infante esposto in utero a metalli pesanti ha anche difetti nello sviluppo? E come si discerne l’effetto della contaminazione in utero da quello della persistente contaminazione ambientale?
  • qual è l’impatto della contaminazione ambientale da residui d’arma sulla sterilità maschile, le malattie non comunicabili (diabete, allergie, broncopatie croniche) e tumori?

Questo tipo di studi richiede molto tempo e la collaborazione tra professionisti con diverse competenze: cliniche, genetiche, ambientali, analitiche, statistiche e che queste si riescano ad aggregare (ingenerale, ma ancor più in zone in dopo guerra). Solo quando una “colla sostanziale” esiste c’è la fiducia reciproca e la chiarezza degli scopi del lavoro. Ancor più questa colla è necessaria perchè il contesto politico generale è indifferente o si oppone a che questo tipo di informazione sia ottenuto e/o publicato.

La conoscenza progredisce lentamente

1 – per ragioni intrinseche:

  • difficili situazioni regionali rendono difficile progettare investigazioni che producano adeguata documentazione scientifica
  • i protocolli di lavoro richiedono molto personale e le analisi sono molto costose
  • il lavoro è interdisciplinare e quindi necessita di aggregare competenze in vari campi

2 – per ragioni estrinseche:

  • ragioni politiche da molti lati scoraggiano investigazioni di questo tipo e ciò crea condizioni di lavoro a volte rischiose per chi conduce queste ricerche.
  • c’è finora riluttanza dell’OMS a svolgere il ruolo che le competerebbe nel campo in base ai suoi stessi goal dello sviluppo, se si tratta di un campo di attacchi militari o post-bellico

GIUSTIZIA

Il braccio della legge: la lotta per la salute avanza con la conoscenza e con la richiesta di giustizia, anche retributiva, che permetta di affrontare le difficoltà terapeutiche, e questo avviene solo se c’è l’azione delle popolazioni affette dai danni.

 

Scarica il documento in italiano

Nwrg Onlus
New Weapons Reaserch Group Onlus

Presented by Paola Manduca
Professor of Genetics, President of the newweapons research groups –
NWRG, Italy
on behalf of MANY Co-AUTHORS
first delivered in London, April 9, 2019

Nuovo rapporto CCC – Salari su misura 2019

Nuovo rapporto sui salari denuncia: i marchi non hanno fatto nulla per arginare la povertà

Un nuovo rapporto dimostra come i principali marchi dell’abbigliamento non siano riusciti a mantenere l’impegno del salario vivibile

  • Nessun grande marchio di abbigliamento intervistato è stato in grado di dimostrare, al di fuori della propria sede centrale, che i lavoratori della sua catena di fornitura siano effettivamente pagati abbastanza per vivere con dignità e sostenere una famiglia.
  • I marchi di abbigliamento e i distributori stanno violando le norme sui diritti umani riconosciute a livello internazionale e i propri codici di condotta.

Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Clean Clothes Campaign, nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori che producono i loro capi in Asia, Africa, America Centrale o Europa Orientale siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà.

Lo studio Salari su misura 2019: Lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento analizza le risposte di 20 grandi marchi della moda sui loro progressi nell’implementazione di un salario vivibile per i lavoratori che producono i loro vestiti.

Dalla ricerca è emerso che l’85% dei marchi si è impegnato in qualche modo a garantire che i salari siano sufficienti a soddisfare le esigenze di base dei lavoratori, ma, al contempo, che nessuno di loro ha messo in pratica questo principio per nessun lavoratore nei Paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei capi di abbigliamento.

Anna Bryher, autrice del rapporto, ha dichiarato: “A cinque anni di distanza dalla nostra precedente indagine, nessun marchio è stato in grado di mostrare alcun progresso verso il pagamento di un salario vivibile. La povertà nell’industria dell’abbigliamento sta peggiorando. È una questione urgente. Il nostro messaggio ai brand è chiaro: i diritti umani non possono aspettare e i lavoratori che realizzano i capi venduti nei nostri negozi devono essere pagati abbastanza per vivere con dignità”.

Dei 20 marchi intervistati, 19 hanno ricevuto il voto più basso possibile, mostrando di non essere in grado di produrre alcuna prova che a un lavoratore che confeziona i loro capi di abbigliamento sia stato pagato un salario vivibile in qualsiasi parte del mondo.

L’unica eccezione è stata Gucci che è riuscita a dimostrare come, per una piccola parte della sua produzione in Italia, grazie alle trattative salariali nazionali, le paghe consentano a una famiglia di vivere in alcune zone del Sud e del Centro Italia.

Le iniziative volontarie non sono riuscite a garantire i diritti umani dei lavoratori“, ha aggiunto Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “Il modello economico globale che spinge i prezzi al continuo ribasso e mette in competizione i Paesi a basso salario è troppo forte. È un dato di fatto che i lavoratori che producono quasi tutti gli abiti che compriamo vivono in povertà, mentre le grandi marche si arricchiscono grazie al loro lavoro. È tempo che i marchi adottino misure efficaci di contrasto al sistema di sfruttamento che hanno creato e da cui traggono profitto“.

I salari di base in Etiopia e Bangladesh sono meno di un quarto del salario dignitoso, mentre in Romania e in alcuni altri paesi dell’Europa orientale il divario è ancora maggiore, con i lavoratori che guadagnano solo un sesto di quanto necessario per vivere con dignità e mantenere una famiglia [1]. Di conseguenza, i lavoratori sono costretti a vivere in baraccopoli, soffrono di malnutrizione e debiti, spesso non possono permettersi di mandare i loro figli a scuola, il tutto mentre lavorano ore e ore di straordinario per cercare di sbarcare il lunario. 

Marchi come C&A, H&M, Zara, Primark, Nike, Adidas e Zalando, tra gli altri, sono tutti responsabili di non aver fatto abbastanza per arginare la povertà dei lavoratori. 

Deborah Lucchetti ha concluso: “I marchi e i distributori globali sanno da anni che i salari pagati ai lavoratori non sono sufficienti per permettergli di vivere con dignità ma continuano a fare promesse vuote mentre rastrellano profitti enormi. Se i marchi fossero davvero impegnati a pagare un salario dignitoso, dovrebbero passare dalle parole ai fatti, scegliendo un parametro di riferimento credibile, informando i fornitori e aumentando i prezzi di acquisto in coerenza. Dovrebbero iniziare subito con i 50 maggiori fornitori e rendere pubblici i libri paga, a dimostrazione che ciò stia realmente accadendo. È una questione affrontabile, basta mettere mano alla redistribuzione della catena del valore e pagare di più i lavoratori”.

NON C’E’ PACE IN PALESTINA: LA VERITA’

Ieri sera, martedì 4 giugno, tra le mille “attrazioni” che i giorni di Giugno propongono abbiamo messo anche la ‘nostra’ iniziativa nel segno di una dovuta attenzione alla bestiale aggressione che da 71 anni Israele impunemente esercita sul popolo palestinese e la sua terra.

I racconti di viaggio di Valeria Bacchelli e ancor più l’esperienza diretta pluriennale di Patrizia Cecconi hanno raccontato e descritto con passione e con uno sguardo disincantato, la tragica realtà di un popolo costantemente aggredito e sempre più usurpato da insediamenti abusivi dei coloni israeliani che è costretto ad essere profugo sulla propria terra.

Insediamenti dei coloni israeliani su terra palestinese

 

Una strategia imperiale taciuta, assecondata dai Paesi Occidentali e non solo, nonostante le diverse risoluzioni ONU, nessuna delle quali è mai stata imposta al Governo di Israele.

Alla fine l’emozione se non la costernazione suscita sempre la domanda “fatale” (così l’ha definito una persona tra i presenti) :  “e noi cosa possiamo fare?“.

… Patrizia Cecconi, sospendendo un attimo la parola … afferma: “dire la verità, spiegare quello che succede, … soprattutto raccontare la verità“.

Sembra quasi un messaggio cristiano: “portatori di verità“.
D’altra parte, cosa c’è di più rivoluzionario nel manifestare la verità?

La verità si impone al giudizio, svela i pregiudizi.
La verità libera dalle dipendenze, scopre l’ingiustizia, alimenta i diritti, svela l’ignoranza, la faziosità.

A Gaza la verità è a rischio della vita, è il corpo nudo offerto ai cecchini israeliani sulle alture.

La verità è il popolo che agita e agisce la libertà.
La verità è identificativa della giustizia, non è un plagio della realtà e non può essere la forma edulcorata del possibile per il diritto.

La verità non è ballerina al “servizio” di un tempo altro, – oggi qui, domani là – di un desiderio romantico un po’ confuso nel solidale destino di umanità.

Dire la verità, agire la verità per gli abitanti di Gaza è marciare ogni venerdì per chiedere giustizia e libertà senza compromessi.

La nostra verità che posiziona i corpi al diritto e alla giustizia, può essere la “forza” per il popolo palestinese: può essere la sconfitta delle strategie che il Potere israeliano (piuttosto che la geopolitica degli Imperi) ordina insediamenti, usurpa la terra, alza muri per oltre 700 km, ricatta i bisogni della gente, … impone una politica segregazionista e razziale: una vera Apartheid.

La lotta incessante del popolo palestinese dà forza e verità alle nostre strategie contro il potere dominante, per i diritti degli esclusi, contro la precarizzazione diffusa e l’indifferenza generalizzata. E’ una costante azione conflittuale per non essere alienati da un mercato suadente e da politiche di marginalità sociale che alimentano ingiustizie.

La giustizia invalsa di Salvini &C

I porti sono chiusi, impediti allo sbarco di “cristiani”, mentre sono aperti e accoglienti alle navi che caricano armi per portare la morte nei luoghi di partenza degli stessi “cristiani”

Amnesty : COMUNICATO STAMPA  14 Maggio 2019

Porti aperti alle navi che trasportano bombe?

La nave saudita «Bahri Yanbu», carica di armi che rischiano di essere utilizzate anche nella guerra in Yemen, sta cercando di attraccare nei porti europei per caricare armamenti destinati alle forze armate della monarchia assoluta saudita.Dopo aver caricato munizioni di produzione belga ad Anversa, ha visitato o tentato di visitare porti nel Regno Unito, in Francia e Spagna, e dovrebbe attraccare nel porto italiano di Genova a partire dal 18 maggio prossimo.

La nave partita dagli Stati Uniti, passata per il Canada prima di arrivare in Europa, ha come destinazione finale Gedda, Arabia Saudita, con arrivo previsto il 25 maggio.

È perciò reale e preoccupante la possibilità che anche a Genova possano essere caricate armi e munizionamento militare; ricordiamo infatti che negli ultimi anni è stato accertato da numerosi osservatori indipendenti l’utilizzo contro la popolazione civile yemenita anche di bombe prodotte dalla RWM Italia (con sede a Ghedi, Brescia, e stabilimento a Domusnovas in Sardegna).

Esiste quindi il fondato pericolo che i porti italiani accolgano gli operatori marittimi che
trasferiscono sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto: armi che possono essere usate – com’è già accaduto – per commettere gravi violazioni dei diritti umani e che anche secondo i trattati internazionali firmati dal nostro Paese non dovrebbero essere consegnate.
Bombe che alimentano le guerre che a loro volta alimentano le migrazioni che, a parole, tutti vorrebbero prevenire aiutando le popolazioni “a casa loro”: una vera follia.

La vicenda del cargo saudita «Bahri Yanbu» rischia ora di diventare un caso internazionale, coinvolgendo anche le autorità italiane.

La nave, partita all’inizio di aprile dal porto di Corpus Christi, USA, per poi arrivare a Sunny Point, il più grande terminal militare del mondo, il 4 maggio ha imbarcato ad Anversa – secondo alcune organizzazioni della società civile belga – 6 container  di munizioni.

L’8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto di Le Havre per caricare 8 cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani, contrari alla vendita di armi che potrebbero essere impiegate nella guerra in Yemen.

Si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander,  dove è giunta per uno scalo non previsto, presumibilmente per aggirare l’azione legale avviata dagli attivisti francesi.

Anche qui si sta registrando la mobilitazione di varie associazioni della società civile – tra cui Amnesty International, Oxfam, Grenpeace, Fundipau – che si sono appellate alle autorità spagnole.
La «Bahri Yanbu» appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh.

Anche la tipologia della nave, una delle 6 moderne con/ro multipurpose della flotta Bahri, ha una chiara vocazione militare, adatta al trasporto sia di carichi ro/ro e heavy-lift speciali (ovvero anche mezzi militari fuori norma), sia di container.

Le nostre associazioni hanno ripetutamente chiesto ai precedenti Governi e all’attuale Governo Conte di sospendere l’invio di sistemi militari all’Arabia Saudita ed in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte dalla RWM Italia che vengono sicuramente utilizzate dall’aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Yemen.

Riteniamo che queste esportazioni siano in aperta violazione della legge 185/1990 e del Trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT) ratificato dal nostro Paese.

Il Trattato sul commercio delle armi (ATT) impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari (cioè anche nel transito e nel trasbordo) verso Paesi coinvolti in conflitti armati di verificare (art. 6.3) se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani e di conseguenza di sospendere le forniture (art. 7).

Secondo i rapporti dell’UE sulle esportazioni di armi, gli Stati membri dell’UE hanno emesso almeno 607 licenze per oltre 15,8 miliardi di euro in Arabia Saudita nel 2016.

I principali esportatori europei di armi convenzionali verso l’Arabia Saudita includono Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Bulgaria.

Tra il 2013 e il 2018, l’Arabia Saudita rappresentava circa la metà delle esportazioni militari del Regno Unito e un terzo di quelle del Belgio.
Altri paesi – tra cui Svezia, Germania, Paesi Bassi e Norvegia – hanno sospeso o iniziato a limitare le vendite di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli EAU.

In Italia, nonostante il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso 28 dicembre abbia affermato che «il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen. Adesso si tratta solamente di formalizzare questa posizione e di trarne delle conseguenze», nessuna sospensione è stata ancora definita e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi ammontando ad un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018 (come risultante dai dati ufficiali governativi elaborati dall’Osservatorio Opal di Brescia).

Le associazioni pertanto invitano le autorità competenti a non mettere a disposizione della nave Bahri Yanbu lo scalo di Genova.

Amnesty International Italia – Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile –
Fondazione Finanza Etica – Movimento dei Focolari Italia – Oxfam Italia – Rete della Pace –
Rete Italiana per il Disarmo – Save the Children Italia
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Paola Nigrelli
Ufficio Stampa
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Il diritto del Bene Comune

Molti e importanti gli elementi che in qualche modo hanno contagiato i presenti alla pubblica assemblea di Giovedì sera, 9 maggio, promossa dalla Rete 7 alla Casa delle Associazioni circa i “Beni Comuni: natura e pratiche di vita“.

C’è sempre una grande differenza tra l’evento che attrae attenzione e curiosità e gli effetti che lo stesso evento produce nella realtà e nella vita delle persone.

L’evento che non produce coscienza politica, attrazione rivendicativa, non è solo destinato a ricadere nell’effimero, ma a “pesare” sulla vita dei viventi.

L’effetto “Greta” sui cambiamenti climatici è sicuramente un ottimo dato, in particolare per l’impegno che sta attivando i giovani nel richiedere urgenti misure in merito agli effetti pesantemente negativi del clima-alterato. da parte delle Istituzioni Mondiali, europee e dei governi.

Altra cosa è prendere l’evento per mano, approfondire, analizzare le diverse ricadute sui diversi elementi che abbiamo definito “Beni Comuni” come l’Acqua, il Cibo, l’Energia, … i quali  rappresentano la sostanza della Vita e che dovrebbero essere parte dell’universalità del diritto e quindi sottratti al Mercato speculativo.

Il Diritto non si compera, si rivendica.

E’ così per il cibo che vogliamo genuino e di qualità – senza inutili sprechi;
è così per l’acqua che vogliamo intatta e pubblica – senza inutili perdite e sprechi;
ma è così anche per il diritto pubblico, trasparente e partecipato, quando i Trattati Internazionali e i grandi interessi speculano sugli stessi beni fondamentali per la Vita.

Ma quello che ancora è apparso con grande evidenza dai racconti e dalle esperienze di ieri sera, è la necessità di recuperare la forza sostanziale del “Bene Comune“, capace di ristabilire rapporti di vicinanza, di solidarietà tra i soggetti di promozione sociale: l’esperienza di Rimaflow.

Una necessità che nasce dalla consapevolezza che solo la trasposizione del “bene personale” in una dimensione “comune” permette la rivendicazione del diritto universale dei Beni Comuni.

La strada è aperta: le relazioni, i collegamenti, le coniugazioni, sono sempre possibili come la volontà a voler essere parte “comune” e propositiva del cambiamento possibile.

Approfondimenti:

«COSTRUIRE COMUNITÀ», L’ESPERIENZA DI RIMAFLOW.

Sei anni e mezzo di sperimentazione di lavoro produttivo in autogestione, occupando la nostra fabbrica metalmeccanica che ha chiuso licenziando 330 dipendenti.

Tra difficoltà date dall’inesperienza, ostacoli burocratici e anche repressione (un’inchiesta giudiziaria in cui hanno voluto farci apparire parte di un’associazione a delinquere per lo smaltimento illecito dei rifiuti, proprio noi che abbiamo fatto del riuso e riciclo il fondamento ecologista di tutte le nostre attività!
Ma intanto sette mesi di carcere per il presidente della cooperativa RiMaflow e il sequestro dei beni li stiamo pagando pesantemente..).

Ma tutto questo tempo ci è servito, primo per strappare a Unicredit proprietaria dell’area – con la mediazione della Prefettura – un riconoscimento della nostra realtà e recuperare risorse per acquisire un nuovo stabilimento (una piccola riappropriazione di plusvalore estorto al lavoro dal capitale è sempre cosa buona), e secondo per impostare una nuova struttura giuridica della nostra attività economico-sociale, più corrispondente al progetto di <costruire comunità>.

Infatti, la concezione stessa di ‘fabbrica aperta’ che abbiamo mutuato dalle imprese recuperate argentine, ci ha posto in rapporto con il territorio non solo per le necessarie relazioni politiche e sociali funzionali a difendere un progetto di autogestione fondato su un’occupazione, ma anche per progettare la stessa attività economica.

La rete Fuorimercato rappresenta, dentro una società dominata dalle leggi del Mercato da cui sarebbe illusorio pensare di sottrarsi, una protezione per attività produttive non fondate sullo sfruttamento.

E’ per questo che – a partire dalle produzioni agroalimentari (più vicine ai bisogni primari, di vita, delle persone e con cui più facilmente è possibile costruire canali autonomi dalla grande distribuzione, che è il perno del sistema capitalistico) – è necessario mettere in connessione produzione e consumo, produttori e fruitori, per progettare insieme ciò che serve sul territorio.

La distribuzione Fuorimercato ha fatto propria l’elaborazione dei settori più avanzati del consumo critico, presenti proprio nel nostro territorio (maturati dentro l’esperienza del DESR e delle filiere produttive, dei Gas e delle realtà di Genuino Clandestino), ipotizzando un medesimo orientamento per l’insieme delle attività economiche, ivi comprese quelle artigianali e industriali.

Dal punto di vista giuridico, costruire comunità ha significato per RiMaflow approfondire l’elaborazione sul mutualismo conflittuale a partire dalle storiche Società operaie di mutuo soccorso, riprendendo in particolare quelle basate su modalità di sindacalismo a insediamento multiplo (secondo le teorizzazioni di Pino Ferraris) e di approdare al passaggio dalla classica Cooperativa di produzione e lavoro alla Cooperativa di comunità.
In quest’ultima sono soci sia produttori che fruitori, sia operai che artigiani da un lato, sia ‘gasisti’ che beneficiari di prodotti e servizi organizzati collettivamente o anche individualmente dall’altro.

La Cooperativa di comunità non ha ancora una legislazione nazionale di supporto, ma diverse sperimentazioni sono in atto da anni, pur con non facili rapporti con l’agenzia delle entrate, anche da parte delle grandi centrali cooperative che – muovendosi in un’ottica tutta interna al sistema capitalistico – come questo cercano di sussumere ciò che vedono muoversi nella società, cogliendo dinamiche reali.

Abbiamo voluto specificare nel nome il nostro progetto. Ci chiamiamo infatti “RiMaflow Fuorimercato, società operaia di mutuo soccorso, cooperativa sociale di comunità a r.l.

L’aspetto ‘sociale’ riflette la composizione della forza lavoro in atto o con cui siamo in relazione e in via di integrazione, che prevede una importante componente di disagiati riconosciuti dalla legge.

Al di là della forma giuridica, la cooperativa di comunità così concepita consente di integrare sia le caratteristiche della cooperativa di produzione e lavoro che quella di consumo, ivi compresa la raccolta del risparmio sociale anche se ovviamente tra i soli soci.
Con una remunerazione del risparmio depositato dai soci ipotizziamo dell’1,5% (a fronte del nulla offerto dal sistema bancario) la cooperativa potrà fare autofinanziamento e investimenti con un tasso di interesse bassissimo rispetto a quello di mercato.
Arriveremo a questo non certamente subito, poiché occorre un consolidamento economico generale delle nostre attività, ma si tratta di una prospettiva verso la quale intendiamo muoverci.

A questo punto RiMaflow, che certamente non può essere di per sé un ‘bene comune’, può muoversi però in quella direzione costruendo una comunità, in cui tendenzialmente dovrebbe diventare possibile – nelle nostre intenzioni – decidere insieme ciò che serve al territorio come produzione e servizi, attraverso il sistema partecipativo e decisionale dal basso della cooperativa di comunità.

C’è un aspetto teorico che abbiamo voluto anche considerare: quanto potrebbe essere messa a rischio l’autonomia del lavoro, cioè dei lavoratori e delle lavoratrici, all’interno della parità di potere decisionale di tutti i soci. In realtà non pensiamo che l’accettazione dello Statuto possa consentire operazioni di compressione del costo del lavoro per favorire i fruitori/consumatori. E ulteriori norme regolamentari potrebbero essere introdotte per evitare la logica dominante delle cooperative attuali della competitività al ribasso.

Tuttavia sarà la sperimentazione concreta a farci capire come affrontare queste e altre problematiche.

Se si vuole iniziare a mettere in discussione il sistema di Mercato, non è possibile agire solo sul versante della distribuzione, ma bisogna cominciare a mettere mano alla produzione.

Con l’idea che solo attraverso strumenti di potere popolare dal basso sia possibile aprire dei varchi nello stesso sistema istituzionale, del tutto impermeabile a incursioni antagonistiche in special modo attraverso i meccanismi elettorali.

RiMaflow e Fuorimercato sono piccole sperimentazioni.

Tuttavia le relazioni con altri ambiti associativi nel territorio e la replicabilità dell’esperienza potrebbero aprire una strada concreta al mutualismo e all’autogestione, come alternativa a un sistema ormai imbarbarito e senza futuro.

Gigi Malabarba

IL LAVORO CHE NON C’È

3,1 morti sul lavoro al giorno (compresi ferie e festivi)

«Grazie alla rinnovata attenzione dei media, siamo tutti informati, in tempo reale, sullo stillicidio quotidiano di morti e infortuni causati dal lavoro».

Così il presidente dell’Anmil Franco Bettoni, «stillicidio che prosegue senza soluzione di continuità creando sconcerto e dolore nelle famiglie, da nord a sud senza grandi differenze e, oggi, i dati divulgati dall’INAIL sulle denunce relative al primo trimestre del 2019, non fanno che confermare la gravità del fenomeno certificando impietosamente una preoccupante recrudescenza degli incidenti lavorativi con esiti spesso letali».

Già nel 2015, sul finire della lunga crisi economica, le morti sul lavoro avevano fatto registrare una crescita del 9,8%, proseguita poi nel 2017 (+1,1%), per culminare, infine, con un incremento di ben il 10,1% nel 2018, attestandosi su quota 1.133, vale a dire 3,1 decessi ogni giorno, compresi ferie e festivi.

I dati relativi al primo trimestre del 2019, forniti dall’Open Data INAIL, registrano esattamente gli stessi alti livelli raggiunti nel 2018 (212 casi in entrambi i periodi), mentre gli infortuni in generale segnano un significativo aumento dell’1,9% con circa 3.000 infortuni in più rispetto al 1° trimestre dell’anno precedente (da circa 154.800 a 157.700).

«Davanti a questi numeri, la celebrazione della Festa del 1° Maggio – ha ben poco sapore di festa – «La sicurezza sul lavoro è un tema che non appartiene politicamente ad alcuno», continua Franco Bettoni, «serve un salto di qualità, un deciso cambio di rotta che renda concrete ed efficaci le pur numerose dichiarazioni di intenti che i numeri dimostrano rimanere astratte».

Il 25 aprile di Liberazione e Resistenza

Partecipare alla celebrazione della ricorrenza del 25 aprile è il giusto riconoscimento della lotta che ha liberato l’Italia e gli italiani dalla guerra e dal regime fascista.

Testimoniare la presenza alla manifestazione è sempre un dovere di giustizia per le diverse lotte che, ancora oggi, testimoniano la necessità di liberare l’Italia e gli italiani dalle ingiustizie generate dal capitalismo e dalle politiche liberiste concorrenziali di mercato.

Vedi foto:

Il 25 aprile richiama la presenza e la forza della Memoria nelle diverse circostanze della vita, dove indigenza, emarginazione e precarietà, ed una politica di governo marginale, alimentano violenza e razzismo.

Oggi in particolare, ci sentiamo impegnati a sostenere la lotta dei giovani per la sicurezza climatica e per la difesa della Terra Madre.

Ancora oggi siamo presenti nella lotta contro i Trattati Commerciali (TTIP – CETA – …) che “liberano” i mercati europei e quello italiano dalla sicurezza alimentare, imponendo regole che vincolano alla sottomissione del Mercato, Stati e Comuni.

Ancora oggi e domani, siamo contro tutte le guerre che sono totalitarie, di sfruttamento e di regime. Per questo alla celebrazione del 25 aprile diciamo, forte e chiaro, il nostro NO alla NATO. (Vedi le nostre ragioni)

VEDI: http://I 70 ANNI DELLA NATO – Dichiarazione

RIDIAMO VITA ALLA RESISTENZA
Lotta globale per i diritti

PS:
La sera del 24 aprile, come è tradizione a Baggio, si è voluto fare Memoria e festa della Liberazione con una particolare evidenza alla forza delle donne durante la Resistenza.
La sera stessa a Baggio in via Due Giugno, con grande spregio e modalità tipicamente fascista, è stata sfregiata la ceramica dedicata alla memoria della Partigiana Gianna.

Pochi giorni prima, a Vighignolo, era stata bruciata una statua in legno appena posata in memoria delle Donne Partigiane.

La Liberazione non è un optional!
ORA E SEMPRE RESISTENZA

 

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