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10 dicembre 1948 – 10 dicembre 2018

Chi ha visto il mio diritto?

Le date del calendario sono piene di ricorrenze proposte dalle Istituzionali Internazionali che intendono richiamare l’attenzione su diverse realtà problematiche.

Tuttavia quelle sui Diritti meritano la massima attenzione, infatti dall’osservanza e dalle pratiche dei Diritti Universali dipendono Libertà e Giustizia e con esse la Dignità di tutte le persone e dei rapporti interni alla società.

La giornata del 10 dicembre 2018 ricorda il 70° della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” rilasciata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

In essa vengono sanciti i Principi Universali attualmente sottoscritti da 196 paesi, Principi che sono diventati parte delle diverse “Carte Costituzionali” dei Paesi, ma anche di intere Comunità come la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” e la “Carta araba dei diritti dell’uomo“.

VEDI:

È quindi sempre utile e necessario riconsiderare la valutazione dell’attuazione dei Principi che stanno alla base delle relazioni sociali e della Dignità personale e collettiva.

La mancata responsabilità dei Governi Istituzionali nell’applicazione e nel garantire l’universalità dei diritti genera disuguaglianze e ingiustizie: è una politica assoggettata al potere economico e all’interesse privato.

L’insignificanza non trova la pratica dovuta, il corrispondente ricambio e scambio di una rielaborazione, viene svalutata la forza e la ragione per garantire pari dignità e cittadinanza.

Chi ha visto la mia dignità?

La dignità non è un altrove insignificante, essa appartiene al corpo e alla mente, va svelata, palesata come la diversità che la comprende.

E’ l’assunzione di responsabilità necessaria per conoscere e comprendere la diversità dell’altro, per ricreare la forza necessaria a resistere e lottare contro i soprusi e le violenze per una diversa umanità: i  principi della “Carta” sono parte del presente.

Il personale piega l’universalità al diritto privato: potere per sé!

Il personale diventa l’alibi che giustifica ogni possibilità di cambiamento: assuefazione – apatia – indifferenza.

La misura della dignità appartiene alla quantità di beni acquisiti sul mercato concorrenziale.

Una violenza repressiva e distruttiva ha rubato l’anima, non solo la Dignità!

La paura di perdere, di essere, sentirsi emarginato, manifesta il limite personale e l’asservimento al potere dominante: economico, politico.

Occorre riprendere la forza dell’autodeterminazione, della soggettività personale, in ragione del potere/volere di cambiamento che è costantemente violato: Libertà, Giustizia, Solidarietà, sono parole associate che devono sviluppare le pratiche di lotta e di partecipazione.

L’obiettivo è garantire il Diritto, la Dignità da riconquistare: aprire un fronte di lotta contro l’apatia, l’indifferenza che giustificano le scelte e le relazioni per recuperare comprensione e solidarietà contro la diffamazione e la sterilizzazione della dignità umana.

10 dicembre 2018
dichiarazione universale dei diritti umani

18 dicembre
Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti

 

Ma quale “fiducia” !?

A votare il Decreto Sicurezza è stata la “fiducia“. NON RAGIONI DI GIUSTIZIA
Così come è stata la “fiducia” a votare gli attuali parlamentari – politici – che costituiscono la Maggioranza di governo.

Nella vita quotidiana la “fiducia” è una cosa seria, non si concede facilmente, è ben ponderata, si cercano garanzie, responsabilità, … deve rispondere di sé stessa: garanzie che ritornano.

Per la politica e i politici sembra venir meno l’importanza, la consapevolezza del “dare fiducia“.
Nel Parlamento le forze di governo si “fiduciano” le une con le altre.
A guardar bene . in realtà si vede che si “sfiduciano” l’un l’altro.

La “fiducia” per loro è una merce di scambio:
Io ti “fiducio” QUI. … Tu mi “fiduci” LA’.

Il rischio è che questo loro giocare la “fiducia“, finisce con l’essere NOI gli “sfiduciati.

Il cosiddetto Decreto Sicurezza è pieno, saturo di  “sfiducia“: la sicurezza che ci protegge dalla violenza si assicura con la “fiducia” nella repressione (DASPO) e con la liberalizzazione delle armi al privato.
Così la sicurezza di ciascuno diventa violenza, insicurezza: “sfiducia” verso gli altri.

Decretare sicurezza con la “fiducia” non è un buon metodo, come ci insegna la vita quotidiana, se non si comprendono le ragioni della violenza e non si interviene su di essa.

Volere per volere è violenza delle peggiori dai connotati fascisti e razzisti.
Il Parlamento è “sfiduciato” !

Se nella pratica politica il cittadino cede la “fiducia” è perché in fondo è esautorato dalla partecipazione.

Salvini festeggia: bestiale!

Tra le misure inserite nel decreto sono previste:
–  l’abrogazione della protezione umanitaria,
–  una forte riduzione del sistema SPRAR gestito dai Comuni,
–  l’espulsione per chi non ha il permesso di soggiorno come un automatismo,
–  i centri di detenzione CPR, una reclusione per l’identificazione fino a 180 giorni,
–  quelli che erano Centri straordinari, i CAS (Centri di Assistenza Straordinari), diventano una normalità riducendo l’accoglienza al minimo.

Insomma, anziché creare «sicurezza» sono destinati ad aumentare situazioni di illegalità.

Del tutto ignorata la Legge di iniziativa popolare «Ero straniero» (raccolte 90mila firme)  già depositata in Parlamento per superare la Bossi-Fini e istituire l’accoglienza diffusa, sul modello Sprar, con canali di ingresso regolari.
Quello che hanno approvato, invece, produrrà solo insicurezza.

Salvini: «La mia ambizione è lavorare nei prossimi mesi per una completa rivisitazione di tutte le norme che riguardano l’immigrazione»

Se questa è la premessa c’è da temere il peggio; roba da far tremare i polsi a quanti operano e credono nel diritto all’accoglienza e al diritto della cittadinanza.

Non possiamo più aspettare! E’ tempo di passare dalla resistenza alla organizzazione della disubbidienza civile.

E ORA SI VOTA LA FINANZIARIA

Un emendamento della Lega ha introdotto una tassa dell’1,5% al trasferimento dei soldi verso i Paesi extra Unione Europea ad esclusione delle transazioni commerciali.
Questo vuol dire tassare ulteriormente le rimesse dei lavoratori immigrati che rinunciano a parte del loro benessere per aiutare le famiglie lasciate al Paese.

Una discriminazione insopportabile!

In Italia il trasferimento dei soldi è tassato mediamente del 6,8% a questo si aggiunge un’ulteriore tassa dell’1,5%.
Questo è un incentivo ad aumentare ulteriormente le transazioni illegali.

Una grande porcata tutta italiana poiché le raccomandazioni del G20 è di unificare la tariffa al 5%, mentre la proposta dell’ONU è di ridurla al 3% entro il 2020.

Nel 2017 le rimesse dai migranti italiani sono state superiori ai 5 miliardi di euro. Sono aiuti “diretti”, senza intermediazioni verso Paesi dalle economie di sussistenza, aiuti che spesso superano gli impegni presi dai Governi per la Cooperazione e lo sviluppo.
C’è di che criticare la massiccia propaganda strumentale dell’ “Aiutiamoli a casa loro”.

TOBIN TAX

E’ importante ricordare le grandi lotte che il movimento internazionale ha fatto già negli anni ’80 perché venissero tassati gli enormi flussi finanziari, spesso altamente speculativi, che hanno avuto e hanno il potere di determinare la crisi di interi Paesi.
Dal 2012 diversi Paesi Europei applicano una tassa minima.

Oggi in Italia l’aliquota sulle transazioni finanziarie è stata ridotta allo 0,10%.
Mentre i risparmi da lavoro degli immigrati saranno tassati dello 1,5%

Se questa non è violenza razzista!

#NoPillon: un attacco reazionario nei confronti delle madri e dei figli

Bella e partecipata la manifestazione a Milano in Piazza della Scala, contro il Ddl Pillon: “Norme in materia di affido minori“.

Alcune foto

Il Disegno di legge avanzato dal senatore Pillon, fa parte, come altri aspetti della politica di governo vedi il Decreto sicurezza,  di un disegno politico ormai chiaro e che ha evidenti riferimenti nella storia dell’Italia autoritaria e fascista.

Ieri in piazza non è scesa l’Italia che si oppone alla Lega e ai Cinque Stelle, ma l’Italia che ha a cuore le conquiste sociali degli ultimi cinquanta, sessanta anni: le conquiste normative per la tutela della donna, per il riconoscimento dei minori come soggetti di diritti e diritto, per la lotta alla violenza di genere, soprattutto quella che avviene in famiglia; conquiste che rischiano di essere smantellate da un disegno anacronistico ed oscurantista.

Questa è una proposta di legge contro le donne e contro i bambini, dopo gli attacchi alla 194, ora cercano di demolire il diritto di famiglia mettendo a rischio le mogli che subiscono violenza in casa e che vogliono separarsi“. Così, dal palco in piazza della Scala a Milano, ha parlato Manuela Ulivi, avvocata ed esponente della “Casa delle donne maltrattate”.

Il disegno di legge Pillon punta a mettere sullo stesso piano madri e padri, senza tenere conto delle situazioni singole, dei casi di maltrattamento, stabilendo per legge l’obbligo di ricorrere alla mediazione prima di separarsi, anche quando vi siano casi di maltrattamento in famiglia.

Non vogliamo uno Stato che decida della vita privata delle persone

Oltre all’obbligatorietà della “mediazione familiare” (a pagamento), una pratica che ha senso eventualmente solo se liberamente richiesta da entrambi i genitori; viene decretata la rigidità dei tempi paritari imposta ai figli minori nella relazione con i genitori separati; è previsto l’obbligo del mantenimento diretto dei figli da parte dei padri e delle madri: l’eliminazione dell’assegno di mantenimento, concepito in un modo che di fatto ignora la grave disparità tuttora vigente nelle concrete condizioni di vita e lavoro fra uomini e donne;

Creare una forte opposizione contro le ipotesi normative contenute nel disegno di legge Pillon in difesa dei diritti dei minori e delle donne.

Lottare per l’applicazione della legge 194 per combattere l’aborto clandestino e diffondere la prevenzione e la contraccezione.

Parole “sfida” alle Comunità

Da circa un mese in rete viene dato grande risaldo ad un breve discorso del re di Norvegia Harald V pronunciato durante una festa nel giardino del Palazzo Reale

Un discorso, appassionato, diretto al popolo (e ai popoli) circa i diritti degli omosessuali, dei migranti, dell’accoglienza, di rispetto per le altre religioni.
Il discorso è arrivato in un momento in cui in Norvegia stanno aumentando invece i casi di intolleranza e razzismo verso i migranti. 

Il re ha detto.

«Che cos’è la Norvegia?
….. Ma prima di tutto la Norvegia è la sua gente.

I norvegesi vengono dal nord della Norvegia, dalla Norvegia centrale, dal sud della Norvegia e da tutte le altri parti della Norvegia. I norvegesi sono immigrati da Afghanistan, Pakistan e Polonia, dalla Svezia, Somalia e Siria. Anche i miei nonni centodieci anni fa vennero qui emigrando dalla Danimarca e dall’Inghilterra.

Non è sempre facile dire da dove veniamo, a quale nazionalità apparteniamo.

Casa è dove sta il nostro cuore, e questo spesso non si trova all’interno dei confini di uno Stato.

I norvegesi sono giovani e anziani, alti e bassi, fisicamente abili e persone su sedie a rotelle.

Sempre più persone raggiungono cento anni di età.

I norvegesi sono ricchi, poveri e una via di mezzo. Ai norvegesi piacciono il calcio e la pallamano, l’alpinismo e la vela – mentre altri preferiscono rimanere sul divano.

Alcuni sono sicuri di sé, mentre altri fanno fatica a credere di essere all’altezza di se stessi.

I norvegesi lavorano nei negozi, negli ospedali, sulle piattaforme offshore.

I norvegesi lavorano per tenerci al sicuro e protetti, per tenere il nostro paese libero dall’inquinamento e per trovare nuove soluzioni per un futuro verde. I norvegesi coltivano la terra e pescano.

I norvegesi fanno ricerca e insegnano. I norvegesi sono giovani ed entusiasti – e persone anziane e sagge.

I norvegesi sono single, divorziati, famiglie con figli, e coppie sposati di lunga data.

I norvegesi sono ragazze che amano ragazze, ragazzi che amano ragazzi, e ragazzi e ragazze che si amano l’un l’altro.

I norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto e in nulla.

Ai norvegesi piacciono i musicisti Grieg e Kygo, Hellbillies e Kari Bremnes.

In altre parole, tu sei la Norvegia, noi siamo la Norvegia.

Quando cantiamo “Ja, vi elsker dette landet” (“Si, amiamo questo paese” – l’inno nazionale norvegese), dobbiamo ricordarci che l’inno parla di tutti noi. Perché noi siamo questo Paese. Quindi, il nostro inno nazionale è anche una dichiarazione d’amore per il popolo norvegese.

La mia più grande speranza è che saremo in grado di prenderci cura l’uno dell’altro.

Che noi continuiamo a costruire questo paese basandolo sui valori della fiducia, della comunità e della generosità. Che noi siamo consapevoli di essere un solo popolo, nonostante ogni differenza tra noi.

Che la Norvegia è una.»

1 Settembre 2016

Decreto sicurezza! Quando mai!

Un Salvini radiante dopo il placet del Colle: “Ciapa lì e porta a ca“.

Forse il Presidente della Repubblica non poteva respingere il cosiddetto ‘Decreto sicurezza‘, ma è indubbio che introduce elementi razzisti ed eversivi: una flagrante violazione dello stato di diritto, della democrazia, dei diritti umani, di tutti gli esseri umani.

Mattarella ha comunque voluto contestualmente inviare al Presidente del Consiglio Conte una lettera ricordando gli obblighi che derivano dalla nostra Costituzione e dai trattati internazionali che non possono essere posti in discussione.

Art. 10 della Costituzione italiana: L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici“. 

Molti hanno letto e seguito la “sconsolante” vicenda del cosiddetto “decreto sicurezza” e hanno cercato di capire e forse esecrare quelle norme piene di disumanità e di disprezzo della vita.

Chi sono questi governanti che abusando del potere loro conferito tracciano limiti della vita?

Solo interessi populisti possono spiegare rancori e violenze di stampo razzista e fascista di cui l’articolato del Decreto è intriso.

Si impreca Dio quando le cose vanno male, quando un disastro ambientale distrugge ricchezze naturali e personali mettendo a rischio la vita, e non riusciamo a ribellarci contro chi attacca il diritto alla Vita patrimonio di ogni essere vivente.

Fin dal suo insediamento il governo “giallo-verde”, delimitato a destra, sta commettendo gravissimi reati:

  • impedendo che superstiti di naufragi siano accolti e soccorsi nei porti italiani, commettendo il reato di omissione di soccorso;
  • diffamando e sabotando i soccorritori volontari che salvano vite umane nel Mediterraneo, favorendo di fatto l’abbandono dei naufraghi alla morte;
  • impedendo che le vittime superstiti dei lager libici possano trovare salvezza in Europa, riconsegnandoli ai loro aguzzini;
  • propagandando stereotipi razzisti ed istigando al disprezzo e all’odio razziale;
  • sminuendo la gravità di gravissimi fatti di violenza razzista, negando che si tratta di razzismo;
  • giungendo fino ad atti configurabili come sequestro di persona, reato formulato dalla magistratura a carico del Ministro dell’Interno in relazione alla gravissima vicenda dei naufraghi soccorsi dalla nave della Guardia Costiera italiana “Diciotti” ai quali scandalosamente si negò per giorni e giorni lo sbarco;

Tutto ciò abusando delle funzioni pubbliche e dei pubblici poteri di governo esasperando “paure” e “sicurezze”.

Allora si plaude al decreto sicurezza che esaspera la vita di quei “miserabili” che rivendicano il diritto alla vita con dignità e giustizia.

Una sicurezza che diventa violenza razzista quando:

  • ricrea in ogni regione i CPR (Centri per il Rimpatri) vere galere per immigrati dichiarati clandestini senza aver commesso reati, fino a 180 giorni;
  • riduce gli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) per la realizzazione dei progetti di accoglienza gestiti dai comuni;
  • abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari:
  • Al contempo la stessa “sicurezza” arma i vigili, adotta i taser, alimenta le “daspo”, una violenza miserabile che si scaglia contro le necessità reali del diritto di cittadinanza: sicurezza di reddito, l’accesso alla casa, alla salute pubblica, allo studio, ;
  • e infine alimenta la “giustizia fai da te” liberalizzando l’acquisto di armi ai privati cittadini.

Questa deriva razzista e fascista trova campo in diverse realtà europee dove centrale nell’analisi è stato il dispositivo del confine, sia esso materiale o immateriale: l’Europa si riempie di muri, il Mediterraneo di morti, le città si costellano di zone proibite attraverso gli sgomberi, il DASPO urbano, mentre i nuovi CPR torneranno a rinchiudere innocenti così come accade nei lager libici.

Questo decreto sicurezza non ci appartiene, non appartiene alla dignità umana, per questo va sabotato, va respinto in nome della democrazia, della giustizia: del diritto alla vita.

 

La fame nel mondo aumenta per il terzo anno consecutivo

Sono 821 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2017, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Tra le principali cause l’impatto del cambiamento climatico.

Per Oxfam (confederazione internazionale per la riduzione della povertà) “Uno scandalo e un passo indietro di dieci anni”

Secondo il rapporto pubblicato oggi dalle Nazioni Unite su nutrizione e sicurezza alimentare, 821 milioni di persone nel mondo sono state vittime della fame nel 2017, 6 milioni in più rispetto al 2016.
Tra le cause principali “eventi climatici più intensi, frequenti e complessi”, che costituiscono, secondo il report, uno dei fattori principali della crisi alimentare in corso, a causa della quale 94.9 milioni di persone hanno dovuto fare affidamento sugli aiuti umanitario per poter sopravvivere.

Siamo sgomenti nel constatare che per il terzo anno consecutivo la fame nel mondo è in crescita.ha detto Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International – Siamo tornati indietro di dieci anni. Mai come ora abbiamo la certezza che la fame è un prodotto dell’azione umana che alimenta povertà e disuguaglianze, guerre, malgoverno, sprechi e cambiamento climatico. Per sconfiggere definitivamente questo inaccettabile stato di cose, ci vuole lo stesso impegno politico che stiamo mettendo nel lasciare intere comunità morire di fame.
Dobbiamo fare di più per spingere i nostri governi a lavorare affinché ogni cittadino possa avere accesso, in modo sicuro e economico, al cibo necessario per sopravvivere. – continua Byanyima – Questo significa raddoppiare gli sforzi per risolvere i conflitti, ridurre il consumo di energie fossili e sostenere l’adattamento dei Paesi poveri ai cambiamenti climatici. Sappiamo cosa va fatto. È solo questione di volontà politica”.

SEMPRE PIU LONTANO L’OBIETTIVO FAME ZERO ENTRO IL 2030

Per ogni agricoltore che perde il proprio raccolto a causa di tempeste imprevedibili e per ogni allevatore che vede il proprio bestiame morire di fame durante la siccità, si allontanano le probabilità di tenere fede agli impegni assunti da tutti i Governi per raggiungere l’obiettivo Fame Zero nel 2030 – ha aggiunto Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia
L’anno scorso assieme ai nostri partner abbiamo lavorato in oltre 35 Paesi per fornire aiuti alimentari alle popolazioni più vulnerabili.
Come in Yemen, dove abbiamo distribuito a più di 320 mila persone soldi per comprare cibo, o a Cox’s Bazaar, in Bangladesh, dove lo scorso agosto 144 mila rifugiati Rohingya hanno ricevuto voucher per acquisti alimentari.
Ogni mese poi partecipiamo alla consegna di cibo
per 260mila persone in Sud Sudan, un Paese in cui lavoriamo dal 1983, ma che è ancora afflitto dalla guerra e, di conseguenza, dalla fame.
Continueremo a combattere per ognuna delle persone che ancora soffrono la fame. Per noi non sono numeri ma la nostra ragion d’essere.
– conclude Byanyima – Hanno bisogno di soluzioni concrete e durature, non solo di una ciotola di cibo”.

11 settembre 2018

http://www.vita.it/

In piazza contro il ministro ungherese

Parafrasando Ennio Flaiano, la situazione è tragica ed insieme seria.
Il ministro degli interni – mentre scriviamo la denuncia delle sue prevaricazioni arriva al Tribunale dei ministri – non è il rappresentante di governo della repubblica italiana che ha giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza. No, Matteo Salvini è un ministro degli interni «ungherese» e si affida alle decisioni che prenderà con il premier di Budapest Viktor Orbán – così ha ammesso nell’intervista al Corriere della sera di venerdì – nel vertice che terrà con il premier magiaro martedì prossimo.
Per il quale i 5S si sono affrettati ieri a chiarire che di «incontro politico e non istituzionale si tratta». Un po’ goffamente, visto che nello stesso giorno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontrerà a Roma il premier ceco Andrej Babic, piazzista di sistemi di controllo di confini e migranti.

Il fatto è che non un politico qualsiasi ma il ministro degli interni della repubblica è schierato con la linea di Orbán: non si limita infatti a diffondere odio, facendo credere che gli italiani siano assediati dai migranti, nella fattispecie dai 150 sequestrati sulla Diciotti e in condizioni sempre più disperate, impediti finora nel loro diritto internazionalmente riconosciuto a chiedere asilo, su una nave militare italiana che non può attraccare in un porto italiano – ci sarebbe davvero da augurarsi una indignazione morale degli uomini e delle donne in divisa.

Salvini di più insiste a strumentalizzare l’occasione per confermare la sua assoluta contrarietà all’Unione europea, proprio come i Paesi di Visegrad, introducendo di fatto l’Italia in quella compagine iper-nazionalista guidata Orbán: che non vuole un solo migrante, è contro lo stato di diritto, reprime la libertà di stampa e penalizza le Ong.
Tragico e serio è il fatto che non sia solo, troppo spesso rincorso dal clone istituzionale Di Maio e dal presidente fantasma del Consiglio Giuseppe Conte che, ogni dove, si associano. Al punto da esternare l’intenzione di uscire dall’Ue: che altro è se non questo la minaccia, di memoria balcanica, di non contribuire al bilancio comunitario?
Restando alla fine più isolati di prima sulla redistribuzione dell’accoglienza. Ma la battaglia dentro l’Unione europea era ed è contro nuovi muri e fili spinati, contro l’esclusiva fortezza Europa e la sua logica solo monetaria, contro la lontananza dai temi del welfare e del lavoro. Invece con Salvini, Di Maio e Conte viene perfino minacciata l’uscita dall’Unione, verso un orizzonte sovranista di patrie identitarie.

In pochi mesi lo svelamento del contratto giustizialista-populista è completo, come la sua sintesi «culturale»: il consociativismo corporativo. Prevede la fidelizzazione degli italiani che «vengono prima» – con accorta strategia di annunci e sottofondo di applausi petroliniani da regime (la differenza con gli anni Venti è la cloaca digitale di Facebook) – tutti contrapposti ai «nemici» migranti; fin dalle spese di bilancio. Presentando così le risorse per l’accoglienza – inferiori ormai a quelle per la repressione delle migrazioni — in contrapposizione a quelle del reddito di cittadinanza, del welfare, dei terremotati, dei disabili, della ricostruzione del Ponte Morandi, dei «poveri», della sanità e dell’istruzione.
Una manovra sporca e menzognera.

Perché i numeri dicono il contrario. I migranti arrivati in Italia e che hanno trovato lavoro contribuiscono al nostro reddito, a cominciare dal pagamento delle pensioni; e versano sangue raccogliendo il nostro rosso pomodoro; i nuovi arrivi sono crollati in un anno, dalle poco più di 80mila persone a meno 20mila. Ma grazie ai lager in Libia e tacendo che sono aumentati di più del 20% i morti nelle fosse comuni del Mediterraneo, e che si cancellano le vittime che ogni giorno perdono la vita nel tragitto selvaggio del Continente africano; mentre almeno 700mila persone secondo l’Onu vagano disperate dal conflitto in Libia del 2011 che l’Occidente ha voluto.

Salvini, ignorante sul conflitto decennale nel Corno d’Africa, dichiara che in Eritrea «resta la pace», sancita invece sulla carta solo pochi mesi fa dopo le devastazioni che restano, con una dittatura feroce. Continua la farsa dell’«aiutiamoli a casa loro», quando invece dovremmo smetterla una buona volta di «aiutarli»: perché il nostro rapporto con l’Africa è di rapina delle risorse naturali, di sottomissione del loro commercio, di cattura delle loro finanze e monete, di devastazione ambientale e di libero mercato di armi per le guerre in corso.

Non contenti, dopo le missioni del nuovo governo, sulla scia di Renzi e Minniti, dalle inesistenti ma criminali «autorità libiche», il misfatto che si vuole consumare è l’avvio di un sistema concentrazionario di campi di concentramento in Africa e in Paesi non ancora nell’Ue.
Ecco la «disponibilità» dell’Albania, proprio da dove negli anni Novanta arrivavano i primi profughi in fuga dalla guerra civile, ad accettare quella che sarebbe di fatto una deportazione fuori dall’Europa, senza diritto a chiedere l’asilo. Magari con coinvolgimento dell’Onu, insidiato dalle macerie provocate dal militarismo «umanitario» delle troppe guerre seminate non solo in Medio Oriente. Una prospettiva, per Africa e Balcani, che nega la costruzione di società democratiche e apre a istituzioni-lager condizionate ai fondi occidentali.

È tempo di dire basta, di manifestare queste verità.
La differenza tra la democrazia e lo stato di diritto da una parte e e il populismo identitario-giustizialista dall’altra sta nelle sorti di quella nave Diciotti ancorata alla disperata nel porto di Catania, e di tutte le «navi Diciotti» precedenti e dei nuovi sequestri di persona e respingimenti che l’«ungherese» Salvini prepara.

È tempo di ritessere il filo di una tela strappata, quello di una sinistra solidale e anti-nazionalista. Non basta più attaccarsi ad un ramo di Fico. È non solo necessario ma obbligo morale scendere in piazza subito in Italia, laboratorio di pratiche scellerate di governo, con una grande iniziativa unitaria a Roma ora, a settembre, contro le politiche del governo sui migranti – come ha scritto Norma Rangeri venerdì scorso. Per una forte rappresentazione del malessere diffuso e della rabbia che cresce (cominciano ad essere tante e importanti, come ieri a Catania, le proteste, i presidii, le voci, dai vescovi siciliani, ai sindacati, agli organismi umanitari. Per fare questo vale la pena appellarsi ormai a chi a sinistra, di fronte al disastro renziano, ha votato per il M5S. Per chiedere se non sia l’ora di risvegliare la proprio coscienza. Pena l’indifferenza complice. E noi, con Gramsci, odiamo gli indifferenti.

Tommaso Di Francesco

da Il Manifesto 28-8-018

Moni Ovadia – intervista

Chi critica la politica di Israele e in particolare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi viene spesso tacciato di anti-semitismo. Come si può a tuo parere sfatare questa accusa?

Innanzitutto denunciandola per quello che è: un’infamia, una bieca propaganda per tappare la bocca degli uomini liberi, una viltà per impedire qualsiasi discorso sull’ingiustizia subita dal popolo palestinese e anche una forma di corto-circuito psicopatologico, di paranoia. E’ come se chi la formula vivesse nella Berlino del 1935 e non in un paese armato fino ai denti, dotato anche di armi nucleari e alleato non solo degli Stati Uniti, ma anche di fatto dell’Egitto, della Giordania e dell’Arabia Saudita. L’unico paese che fa quello che vuole e ignora le risoluzioni dell’ONU senza che la comunità internazionale muova un dito.

Io stesso ho subito questa infamia. Siccome l’anti-semitismo in Italia è un reato, ho sfidato i miei accusatori a trascinarmi in tribunale, così vedremo come stanno davvero le cose. Inoltre li ho invitati a farsi vedere da uno psichiatra per una lunga terapia.

Come giudichi la legge approvata un mese fa dal Parlamento israeliano, che dichiara Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”?

La considero una legge che istituisce “de iure” l’apartheid e il razzismo, che esisteva già “de facto” ed esprime una logica e una mentalità colonialista. E’ una follia, quando il 20% della popolazione è arabo-palestinese e dunque Israele è già uno stato bi-nazionale.

Non sto dicendo che tutti gli israeliani abbiano questa mentalità: ci sono quelli attanagliati dalla paura e preda del mito dell’accerchiamento, quelli che preferiscono non vedere la realtà e quelli che criticano questa politica e pagano le conseguenze del loro coraggio. Purtroppo questi ultimi sono una minoranza, ma nella storia sono state spesso le minoranze a redimere e salvare. La maggioranza ha il diritto di governare, ma non quello di avere ragione.

Organizzazioni come Combatants for Peace riuniscono israeliani e palestinesi passati alla nonviolenza dopo aver partecipato ad azioni militari gli uni contro gli altri. La Marcia delle Madri ha coinvolto migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane per esigere una soluzione nonviolenta del conflitto accettabile dalle due parti. Cosa pensi di queste iniziative?

Sono iniziative coraggiose e ammirevoli, portate avanti da persone che vengono boicottate dal governo e accusate di essere contro gli interessi di Israele. Vorrei citare anche i giovani obiettori di coscienza, che preferiscono andare in carcere, piuttosto che servire nei territori occupati e associazioni per i diritti umani come B’Tselem. Due anni fa il suo direttore Hagai El-Ad ha auspicato “azioni immediate” contro gli insediamenti di Israele durante una sessione speciale  del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’occupazione e ha denunciato l’”invisibile, burocratica violenza quotidiana” che i palestinesi subiscono “dalla culla alla tomba”.

Cosa possiamo fare a tuo parere come europei e in particolare italiani per contribuire a una soluzione pacifica del conflitto tra Israele e Palestina?

La prima cosa è il lavoro culturale di cui parlavo prima: non smettere mai di ribadire che la denuncia delle ingiustizie e delle sopraffazioni subite dai palestinesi non c’entra niente con l’anti-semitismo e la Shoa.

In secondo luogo, fare pressione sui governi perché prendano posizione ed esigano il rispetto delle risoluzioni dell’ONU sempre violate da Israele.

Terzo, appoggiare il movimento BDS, una campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, chiedendo all’Europa di sequestrare in quanto illegali le merci prodotte nei territori occupati e negli insediamenti dei coloni. Il messaggio è semplice, ma molto forte: “Non sono terre vostre, pertanto queste sono merci di contrabbando, fuorilegge e noi non le vogliamo.”

24.08.2018 – Anna Polo

Trattati come cani, obbligo di fedeltà al padrone

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

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Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Erri De Luca

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”: qui

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

Prima la solidarietà

Sei domande al Comune di Milano

All’interno della piattaforma elaborata più di un anno fa (link) lo abbiamo scritto chiaramente: siamo sempre stati favorevoli al superamento della gestione emergenziale.

Siamo favorevoli all’estensione del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) , perché nessun richiedente asilo, a partire dal territorio milanese, sia più ospitato all’interno di centri “straordinari”.

Siamo favorevoli al passaggio da un sistema “specializzato” rivolto a richiedenti asilo e rifugiati ad uno universalistico, un nuovo welfare, nel quale i servizi necessari all’accoglienza e alla partecipazione delle e dei nuovi arrivati siano offerti nell’ambito di un sistema di servizi, come l’abitare, la salute, la formazione, la ricerca del lavoro ecc., che vengono resi disponibili alla totalità della popolazione.

Abbiamo verificato come diversi passaggi di una recente intervista dell’Assessore Pierfrancesco Majorino (link) ci trovano concordi sulla necessità di sviluppare diversamente il sistema di accoglienza a Milano, e in essi rileviamo una notevole vicinanza a posizioni da noi espresse nelle piattaforma.

Tuttavia riteniamo utile e necessario un chiarimento su alcuni punti che ci sembrano ambigui e orientati ad un progressivo disimpegno di un’istituzione pubblica, come il Comune, la cui azione è determinante nei percorsi di inclusione di quella parte del tessuto sociale più facilmente soggetta a processi di marginalizzazione:

  1. Cosa s’intende per “famiglie e cittadini in difficoltà”? Il termine cittadini si presta a facili fraintendimenti, soprattutto in un periodo in cui le logiche del consenso favoriscono artificiali e pretestuose distinzioni tra “noi” e “loro”. Per questo crediamo sia necessario specificare che quando si parla di “famiglie e cittadini in difficoltà” si intenda rivolgersi alla totalità della popolazione presente sul territorio milanese, senza discriminazioni su base etnica che non crediamo appartengano alla cultura politica di questa Amministrazione.
  2. Quali saranno le effettive garanzie per l’accesso alla residenza? La residenza costituisce un prerequisito indispensabile per l’accesso ai servizi pubblici e la possibilità di ottenerla diverrà ancora più importante nel nuovo sistema prefigurato. Già più di un anno fa il Sindaco assunse pubblicamente l’impegno a dare attuazione alla Legge vigente, permettendo l’iscrizione anagrafica alle persone che non possono dimostrare di usufruire di un alloggio, ma al momento, purtroppo, tale possibilità risulta di fatto inesistente. Siamo a conoscenza del bando (link) per affidare a soggetti del “Terzo settore” il compito di procedere all’iscrizione anagrafica, non comprendiamo tuttavia perché l’accettazione e l’elaborazione delle domande debbano essere affidati a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione, tanto meno ci è chiaro che cosa accadrà una volta esauriti i 180.000€ stanziati. Ci preme, però, soprattutto sottolineare che, per quanto apprezzabile sia nelle finalità e nelle pratiche l’impegno di alcuni soggetti del privato sociale, non riteniamo giuridicamente e politicamente accettabile introdurre un “filtro” non previsto dalla Legge da parte dei suddetti soggetti, a cui verrebbe attribuita la possibilità di esercitare un potere discrezionale e discriminatorio. Torniamo a chiedere perciò che il Comune, unico soggetto pubblico titolato all’iscrizione anagrafica, garantisca tale possibilità a tutti e tutte coloro che hanno dimora abituale nella nostra città in quanto diritto non subordinabile a contingentamenti numerici o concessioni di tipo assistenziale.
  3. Quali sono le reali prospettive dell’estensione del sistema SPRAR per la città di Milano? Più di un anno fa veniva assicurata l’attivazione di nuovi progetti SPRAR per raggiungere la quota iniziale di almeno 1000 posti entro la fine del 2017, per poi arrivare progressivamente a un numero tale da garantire un’accoglienza di qualità per la totalità delle e dei richiedenti asilo e rifugiati presenti nella nostra città. Prendiamo atto delle difficoltà autorizzative citate nell’intervista, delle quali peraltro non comprendiamo la natura, e ribadiamo che il numero di 1000 posti disponibili non può essere considerato come il traguardo, ma come un primo parziale adempimento, se reale è la volontà di garantire a tutte e tutti i beneficiari presenti sul territorio milanese la tutela dei loro diritti.
  4. Quale valore hanno i percorsi di inclusione avviati sul territorio? Ci sembra impensabile che nel momento in cui parla di accoglienza di qualità il Comune si mostri non interessato alla sorte delle persone oggi ospitate nei centri destinati alla chiusura, lasciando intendere che riterrebbe una soluzione auspicabile il loro allontanamento dalla città; in questo modo anche l’investimento sull’iniziativa del lavoro volontario organizzata dal Comune – sulla quale abbiamo sempre mantenuto una nostra posizione critica – perderebbe la decantata valenza positiva in termini di inserimento nel tessuto sociale, assumendo invece i contorni di un puro e semplice impiego di forza lavoro destinata poi a essere trasferita altrove. Le persone non sono pacchi postali, lo dicevamo già alla chiusura della ex Caserma Montello e lo ribadiamo oggi: la ricollocazione non può non tenere conto dei percorsi lavorativi e personali attivati in questi anni, e deve favorire la permanenza vicino ai propri centri d’interesse.
  5. Come s’intende garantire l’accesso ad alcuni diritti fondamentali a categorie sociali a rischio di marginalità? A Milano non esiste oggi un problema di numero eccessivo di richiedenti asilo, la cui presenza (2,7 per mille abitanti) è invece al di sotto della media nazionale; esiste invece un gravissimo problema di accesso al diritto alla casa, in primo luogo per quanti hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, a cui conseguono, la difficoltà ad ottenere la residenza e ad usufruire di servizi che vanno dalla formazione alla salute. Il problema è comune a molte categorie di cittadine e cittadini, indifferentemente dall’origine, e deriva da un mercato delle locazioni drogato, su cui le politiche pubbliche hanno smesso di fatto da anni di esercitare un ruolo correttivo. La soluzione prospettata non può essere l’allontanamento di queste persone dalla città, ma la ripresa di una forte iniziativa pubblica in materia di abitazione, seppure la responsabilità non ricade esclusivamente nelle competenze del Comune, crediamo che il suo intervento non possa limitarsi alle fasi di emergenza individuali.Chiediamo perciò che l’Amministrazione chiarisca che non è sua intenzione disfarsi in qualche modo di questa supposta e inesistente eccedenza di esseri umani e, contestualmente, riprenda ad esercitare il proprio ruolo di garante di un diritto costituzionalmente garantito, procedendo innanzitutto al ripristino e alla restituzione all’uso da parte della collettività dell’immenso patrimonio pubblico inutilizzato e oggi sottoposto a pressioni speculative.
  6. Esistono e quali sono le misure di sostegno all’accesso ai diritti fondamentali? In attesa degli interventi necessari al recupero del patrimonio immobiliare pubblico da destinare alla fruizione della cittadinanza , sono necessarie ed urgenti misure di sostegno alle persone che non riescono a trovare una soluzione nel mercato degli alloggi, per garantire dignità alle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità e condizione amministrativa, e la garanzia di buona qualità della vita in tutta la città. Riteniamo indispensabile che il Comune faccia tutto quanto in suo potere per rinforzare e rendere più agevole l’accesso a servizi esistenti, come ad esempio l’Agenzia Milano Abitare, per adottare misure che disincentivino fortemente il mancato utilizzo di appartamenti e immobili, per tutelare le persone che vivono in occupazioni di necessità, specialmente quando da tali esperienze emerge un innegabile carattere di utilità sociale.

L’assenza di chiarimenti in merito ai punti sopraelencati non ci farà di certo desistere dal continuare a svolgere in piena autonomia le nostre attività quotidiane ispirate ai principi della solidarietà e mutuo soccorso, né tanto meno ad esercitare il nostro diritto/dovere di vigilanza e di stimolo sull’azione dell’Amministrazione comunale. Siamo convinti che i problemi delle cittadine e dei cittadini che migrano, siano classificati come “migranti economici” o “rifugiati”, come “regolari” o “irregolari”, sono i nostri stessi problemi, e che la sfida politica dei nostri tempi stia nel formulare soluzioni che siano valide per tutte e tutti.

Nessuna Persona è Illegale.

Nessuna Persona è Illegale · Sabato 11 agosto 2018

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