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Dichiarazione della delegazione di Via Campesina Internazionale al World Social Forum

FSM-Mntreal

FSM-MntrealNon solo crediamo che un altro mondo è necessario, i membri di Via Campesina stanno già costruendo un mondo migliore.” Carlos Marentes, co-coordinatore della Regione Nord America di LVC

Noi, i rappresentanti delle organizzazioni membri di Via Campesina dalla Regione America del Nord (Unione Paysanne dal Quebec, Unione Nazionale Agricoltori, Canada, National Family Farm Coalition, Coalizione rurale e del Progetto lavoratori agricoli di confine , Stati Uniti), insieme ai membri di LVC dell’Europa , Palestina e Brasile abbiamo partecipato al Forum sociale mondiale di Montreal, Quebec dal 09-14 Agosto 2016.

Siamo stati gentilmente ospitati dall’Unione Paysanne e abbiamo ribadito il nostro sostegno alla loro lotta per porre fine al controllo del consorzio monopolistico del settore agricolo in Quebec, aggiungendo la nostra voce allo slogan che Non vi è alcuna sovranità alimentare senza sovranità contadina“.

Nella nostra conferenza stampa del 11 agosto Maxime Laplante ha dichiarato: “La situazione in Quebec è estremamente particolare, c’è in Quebec una sola organizzazione che ha il diritto di rappresentare i contadini qui, per negoziare con il governo o per intervenire nella gestione di piani di marketing , marketing, ecc. Questa organizzazione è l’Unione dei produttori Agricoles (UPA).

E’ l’unica organizzazione con il diritto legale di rappresentare i contadini “.

La coordinatrice di Via Campesina Nord America e vice-presidente della National Family Farm Coalition Dena Hoff ha dichiarato: ”L’intera La Via Campesina regionale appoggia l’Unione Paysanne nelle sue richieste per essere riconosciuta dal governo del Quebec come la voce dei contadini in lotta per la sovranità alimentare.”

La delegazione LVC ha partecipato con entusiasmo alla marcia di apertura, a molti laboratori, panel e assemblee sui temi della sovranità alimentare, il diritto al cibo, sulle società post-estrattive, su agro-ecologia e riforma agraria popolare, e il futuro del FSM, tra i molti argomenti, insieme con gli alleati come ETC Group, Grain, Climate Space, the Indigenous Environmental Network (IEN), Global Justice Now, USC Canada, SUCO, Why Hunger, Grassroots Global Justice Alliance, Global Forest Coalition, Focus on the Global South, Development and Peace, Inter-Pares, Vigilance OGM Québec e altri.

Come ha dichiarato Dena Hoff: “La lotta per la sovranità alimentare sarà vinta con un milione di sforzi dal basso“.

In un momento di crisi sempre più profonda in tutto il mondo, compreso le enormi sofferenze dei migranti in fuga da guerre, l’aumento della povertà e della fame, gli eventi meteorologici estremi, gli accaparramenti di terra e di risorse condotti dalle aziende, l’espansione e il consolidamento di grandi aziende agricole e le monocolture per i mangimi e piantagioni di carburante in tutto il pianeta, noi dichiariamo il nostro fermo impegno come LVC alla lotta “vita o morte” per la sovranità alimentare, per la riforma agraria dei popoli, per le sementi e sovranità della biodiversità, la democratizzazione del sistema alimentare e la forte difesa dei diritti umani.

Mettiamo in discussione l’uso del concetto di “agro-ecologia” e parole d’ordine sul clima che siano al di fuori del contesto della sovranità alimentare e utilizzate come mezzo di giustificare un ampliamento del “green washing” o per la raccolta di fondi delle ONG.

Insistiamo sul fatto che agro-ecologia significa una convalida dell’agricoltura su scala piccola e media, la ricerca e l’innovazione guidate dai contadini, significa l’integrazione delle pratiche tradizionali, il controllo contadino e delle comunità rurale sui nostri semi.

La sovranità alimentare è il diritto degli agricoltori e di chi mangia a controllare la propria produzione alimentare, la trasformazione e la distribuzione di alimenti culturalmente appropriati ed ad equo compenso e la dignità per i fornitori di cibo.
Noi affermiamo che l’agricoltura su piccola scala, la pesca, la pastorizia, la caccia e la raccolta sono essenziali nella lotta per portare sollievo ai cambiamenti climatici e continuare ad alimentare l’umanità.

Cerchiamo l’accesso alla terra per tutti, soprattutto per i giovani che vogliono alimentare le loro comunità.
Vogliamo porre fine alla invasione delle sementi OGM nei nostri territori e chiediamo il diritto degli agricoltori di continuare a produrre, salvare e condividere le proprie sementi.
Noi diciamo “No” all’agricoltura aziendale e “sì” al popolo della terra e al modo contadino.

LVC ha criticato anche pubblicamente il governo canadese dato che molti leader di importanti movimenti sociali non sono stati in grado di partecipare al FSM poiché molte centinaia di visti sono stati negati, compresi i visti di due dei dirigenti contadini nella nostra delegazione.

Abbiamo anche colto l’occasione fornita dalla WSF 2016 di esprimere la nostra solidarietà con tutti i movimenti attualmente in lotta contro la violenza, l’espropriazione, l’esclusione e gli attacchi contro i diritti democratici delle persone.

Abbiamo espresso specialmente la nostra solidarietà con la lotta del popolo palestinese contro l’oppressione e lo sfruttamento per mano del colonialismo dei coloni sionisti, la lotta delle nostre compagne e compagni del Movimento dei Senza Terra del Brasile contro il recente colpo di stato, la lotta coraggiosa First Nations contro le minacce per l’integrità della loro terra causata dallo sfruttamento sabbie bituminose, gli oleodotti e altre azioni distruttive da parte del capitale, e la lotta contro la crescente violenza contro le persone di colore e quindi sosteniamo pienamente il Black Lives Matter Movement.

¡Globalizzare la lotta, globalizzare la SPERANZA!

Montreal, Quebec, 14 Agosto 2016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -4

FSM-Mntreal

FSM-MntrealRiporto un sunto del leapmanifesto (il manifesto per un balzo, www.leapmanifesto.org) distribuito dai comitati canadesi che lottano contro l’estrazione di shale gas e fossili e che contiene linee di indirizzo che non solo sono condivisibili, ma forniscono indicazioni per l’unificazione dei movimenti che lottano per un cambio del paradigma energetico attuale e contro i trattati commerciali iniqui come il TTIP.

Appello per un Canada basato sulla cura della Terra e del prossimo.
“Ci stiamo allontanando drammaticamente dai nostri valori: il rispetto dei diritti degli indigeni, l’internazionalismo, i diritti umani, la diversità e la tutela ambientale.
Potremmo vivere in un Paese alimentato interamente da energia rinnovabile, collegati attraverso mezzi pubblici accessibili, dove posti di lavoro e opportunità in questa transizione siano sistematicamente progettati per eliminare razzismo e disuguaglianze di genere. La cura uno dell’altro e la cura del pianeta potrebbero essere i settori dell’economia in maggior crescita. Molte piú persone potrebbero avere lavori con meno ore di lavoro, lasciando molto piú tempo per far fiorire le nostre comunità.

I piccoli passi non ci porteranno piú dove avremmo bisogno di arrivare. Pertanto dobbiamo fare un balzo.

Il salto deve iniziare dal rispetto del titolo e dei diritti dei custodi originari di questa terra: le comunità indigene che sono state in prima linea nel proteggere fiumi, coste, foreste e terreni non coinvolti nelle attività industriali. Vogliamo fonti di energia che durino un tempo immemorabile, senza esaurirsi o avvelenare la terra. Le innovazioni tecnologiche hanno reso questo sogno realizzabile. Recenti ricerche mostrano che il Canada può ricavare il 100% dell’energia elettrica da foni rinnovabili entro due decenni.

Non ci sono piú scuse per costruire nuove infrastrutture che ci obbligano ad aumentare l’estrazione nei decenni a venire. La nuova ferrea legge di sviluppo dell’energia deve essere: se non lo vorresti nel tuo cortile, allora non dev’essere nel cortile di nessuno. Questo vale anche per gli oleodotti e i gasdotti; il fracking nel New Brunswick, in Québec e nel British Columbia; l’aumento del traffico di petroliere al largo delle nostre coste; e i progetti minerari di proprietà canadese in tutto il mondo.

È giunto il tempo della democrazia energetica: crediamo non solo nel cambiamento delle nostre fonti di energia, ma anche, ovunque sia possibile, che le comunità controllino collettivamente questi nuovi sistemi energetici.

L’energia generata in questo modo non si limiterà ad illuminare le nostre case ma redistribuirà ricchezza, rafforzerà la nostra democrazia e la nostra economia, ed inizierà a curare le ferite che risalgono alla fondazione di questo paese.

Un balzo verso un’economia non inquinante crea innumerevoli opportunità per tali “vittorie” molteplici.
Vogliamo un programma generale per costruire case energeticamente efficienti, e per l’ammodernamento delle abitazioni esistenti, che assicuri che le comunità ed i quartieri a più basso reddito ne beneficino per primi e ricevano formazione ed opportunità lavorative che riducano la povertà nel lungo termine.
Vogliamo formazione ed altre risorse per i lavoratori dei settori ad alta produzione di carbonio, che assicurino che siano perfettamente in grado di far parte dell’economia ad energia pulita. Questa transizione dovrebbe comportare la partecipazione democratica dei lavoratori stessi.

Spostarsi verso un sistema agricolo molto più localizzato ed ecologico ridurrebbe la dipendenza dai combustili fossili, intrappolerebbe carbonio nel suolo ed assorbirebbe gli shock improvvisi nell’approvvigionamento globale – oltre a produrre cibo più sano ed economico per tutti.

Chiediamo la fine di tutti i trattati commerciali che interferiscono con i nostri tentativi di ricostruire le economie locali, regolamentare le aziende e fermare i progetti estrattivi dannosi.
Riequilibrando la bilancia della giustizia, dovremmo assicurare lo stato di immigrato e la piena protezione per tutti i lavoratori.
Riconoscendo il contributo del Canada ai conflitti militari ed al cambiamento climatico – elementi chiave nella crisi globale dei rifugiati – dobbiamo accogliere i rifugiati ed i migranti che cercano sicurezza ed una vita migliore.

Chiediamo che si discuta seriamente l’introduzione di un reddito minimo universale.

Il denaro di cui abbiamo bisogno per pagare questa grande trasformazione è disponibile – dobbiamo solo attuare le giuste politiche per rilasciarlo. Come interrompere i sussidi ai combustibili fossili. Tassare le transazioni finanziarie. Tasse più alte per le corporation e per i ricchi. Una tassa progressiva sul carbonio.

Chiediamo incontri municipali in tutto il paese, dove i residenti possano riunirsi per definire democraticamente cosa significhi nelle loro comunità compiere un balzo autentico verso la prossima economia.

Inevitabilmente, questo ritorno a costruire dal basso condurrà ad un rinnovo di democrazia ad ogni livello di governo, facendo avanzare rapidamente verso un sistema in cui ogni voto conta ed il denaro delle grandi aziende è eliminato dalle campagne politiche.

È ora di essere audaci. È ora di fare un balzo.

Energia Felice ha sottoscritto il documento.
Mario Agstinelli
14/8/2016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -3

FSM-Mntreal

FSM-MntrealUna riflessioni a 360° sul Forum Sociale Mondiale che si sta svolgendo in questi giorni a Montreal di Vittorio Agnoletto, il primo che si realizza nel nord del mondo. Il Canada ha rifiutato i visti d’entrata a molti attivisti; questo ha fatto scrivere a qualche giornalista di “scommessa persa”.

A mio parere invece, pur con i suoi limiti, il Forum al quale sto partecipando è di estremo interesse ed in paticolar modo proprio per noi cittadini del nord del mondo.

Le alternative al liberismo si discutono nella  tana del lupo

“Queste sarebbero le nazioni che pretendono di darci lezioni di democrazia? In verità  l’occidente ha paura del confronto sulle idee e sulle nostre proposte. Noi siamo portatori di idee non di bombe” Questa la dura reazione di Aminata Traore’, attivista dei diritti umani, già  ministra della cultura del Mali. Sono oltre 250 gli attivisti e i dirigenti sindacali e dei movimenti sociali ai quali è stato rifiutato il visto per entrare in Canada per partecipare a Montreal al 12° Forum Sociale Mondiale. Nonostante una dichiarazione di protesta firmata da centinaia di associazioni di tutto il mondo non è pervenuta alcuna reazione da parte del governo canadese che mostra assoluta indifferenza alle critiche ampiamente riprese dai media.

Il numero esiguo di rappresentanti del sud del mondo sta modificando sensibilmente l’andamento del Forum; non c’è  dubbio che il tentativo di costruire, attraverso il primo Forum realizzato nel nord del mondo, un ponte tra le emergenze sociali dei due emisferi abbia subito un arresto. Tuttavia questo non significa il fallimento del Forum che si sarebbe trasformato in una “scommessa persa” come viene sostenuto ad esempio da Sara Gandolfi sul Corriere, uno dei pochi media mainstream di casa nostra che ha scritto sull’argomento. Anzi, paradossalmente questa obbligata e imposta pausa di riflessione, può aiutarci a riprendere il cammino con maggior forza.

Il Forum si  trasforma
Il Forum nato a Poro Allegre 15 anni fa, nel 2001, pur dentro un approccio globale, leggeva il mondo attraverso uno sguardo al cui centro c’era il rapporto nord/sud con i temi della solidarietà  e della cooperazione internazionale, la denuncia delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in Africa, tutto questo letto con una forte sensibilità terzomondista. Sullo sfondo la discussione e l’analisi si ampliava al crescente dominio della finanza e al ruolo delle nuove istituzioni internazionali quali il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Oggi la drammatica crisi sociale ed economica che investe tutto il mondo e in particolare modo l’emisfero nord-occidentale ci obbliga, se vogliamo essere realisti e credibili anche per i nostri concittadini, a puntare lo sguardo innanzitutto sui nostri territori, a sforzarci di trovare soluzioni idonee ad affrontare la pesante realtà del nostro quotidiano con proposte capaci di porre al centro anche nelle nostre nazioni i temi della redistribuzione della ricchezza, della giustizia sociale, della democrazia reale e quindi dell’accesso libero e generalizzato al sapere e alle nuove tecnologie.

Nel 2001 il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, oggi l’8,7% possiede, secondo Credite Suisse l’85% della ricchezza globale. Questa concentrazione del potere economico sempre più   nelle mani di pochi testimonia certamente un ulteriore impoverimento dei Paesi del sud del mondo, ma anche i tanti &sud& che si sono sviluppati nel ricco nord del paneta.

Questo non significa assolutamente ignorare la catastrofe economica, sociale ed umanitaria che travolge intere regioni del mondo, ed infatti i temi dell’emigrazione, dei rifugiati, dell’accapparramento delle risorse, delle terre e delll’acqua hanno grande spazio nelle discussioni che si sviluppano qui a Montreal. Significa avere uno sguardo globale ma partendo dalla consapevolezza della propria situazione.E questo oggi è l’unico modo serio per poter contribuire a modificare la situazione anche nel sud del mondo. Il Forum che si sta svolgendo a Montreal ci può,  seppure con i suoi limiti, aiutare a compiere questo percorso.

Da “Occupy Wall Street” al Forum
I soggetti che oggi hanno organizzato il Forum sono molto diversi da quelli che lo hanno fondato nel 2001: allora i protagonisti indiscussi erano la CUT, il grande sindacato brasiliano, i Sem Terra e via Campesina, le grandi organizzazioni contadine diffuse in America Latina, in Africa e in Asia; in collaborazione, ma in seconda fila, con Attac, l’organizzazione nata nel nord del mondo, in Francia, con l’obiettivo di tassare le speculazioni finanziarie. Era la fotografia di due attraversamenti, quello a cavallo dell’Equatore e quello tra i due millenni.
Questa complessità permane tutta ed infatti  qui nel Forum vi sono importanti incontri sugli accordi commerciali internazionali tra via Campesina, e le organizzazioni dei coltivatori del Quebec e perfino le associazioni dei nativi di queste terre; ma gli organizzatori di questo Forum hanno alle spalle un’altra storia: provengono da “Occupy Wall Street”, dalle lotte studentesche contro la privatizzazione del sapere e per un web libero, dalla lotta contro i grandi oleodotti, contro le pipeline, dall’impegno per un’energia pulita, contro un modello di sviluppo energivoro fondato sui combustibili fossili.

Cambiare il pianeta partendo dalla nostra condizione
Sono giovani tra i 20 e i trent’anni, frequentano assiduamente il mondo del web, non portano sulle loro spalle il ‘900 ma conoscono, hanno sperimentato da sempre, il dominio della finanza e dei mercati sulle loro vite e hanno piena consapevolezza dell’assenza di una qualunque tutela sul loro futuro. Conoscono forse meno la storia coloniale, ma sanno tutto del WTO, del TTIP, degli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale e sui medicinali, organizzano campagne per la chiusura dei paradisi fiscali e per la messa al bando nella finanza dei &derivati&.

Frequentano le università ed hanno trascinato centinaia di loro professori al Forum dove li troviamo impegnati in dibattiti complessi. Cresciuti in un mondo dominato dalle multinazionali, hanno chiuso rigidamente la porta a qualunque offerta di sponsorizzazione avanzata da compagnie telefoniche, da catene distributive ecc.; consapevoli dell’importanza del ruolo delle istituzioni – sia da un punto di vista democratico che nella redistribuzione della ricchezza e nella gestione del welfare, il sistema di sicurezza sociale – hanno fatto di tutto per coinvolgerle nella preparazione e nella partecipazione ai dibattiti.

Ecco perché  pur con tutti i limiti, il Forum che si sta svolgendo a Montreal, rappresenta comunque un’opportunità per chi, anche nel nord del mondo, non rinuncia a cercare delle alternative al dominio del sistema liberista.

Una pausa di riflessione con un profondo lavoro su noi stessi, per riprendere, con maggior forza un percorso condiviso con tutti coloro ai quali, qui a Montreal, è  stata chiusa la porta in faccia.

Vittorio Agnoletto
12 agosto 2016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal -2

Montreal

FSM-MntrealSeminario su ecologia sociale e lotta alla povertà (Uqam University, 10 /8)
Cercando Ecologia Sociale su wikipedia (sito italiano) incontriamo riferimenti a mondi diversi e fin ad oggi scarsamente comunicanti.

Dopo il sito Ecologiasociale.org troviamo un commento all’enciclica Laudato sii di Karl Ludwigh Schibel e subito dopo molti siti che parlano dell’opera e del pensiero di Murray Bookchin. Operaio, sindacalista, poi scrittore di successo e docente universitario,  ma anche animatore di movimenti ecologici, pacifisti e antirazzisti, Murray Bookchin già trent’anni fa ragionava di limiti delle crescita e di declino dell’urbanizzazione espansiva.

I suoi scritti affermano che esiste una relazione olistica tra gli elementi naturali, inclusi gli esseri umani, e giungono ad affermare che l’ordine naturale non necessita di autorità  o gerarchie.
L’ecologia sociale ritiene che la questione ecologica non possa essere disgiunta dai problemi sociali : i “mali”  dell’una e dell’altro vengono attribuiti allo sviluppo del capitalismo e al conseguente consolidamento della società  fondata su gerarchia e autoritarismo.

L’ecologia sociale ritiene che una visione ecologica della società  permetta di escludere ogni tipologia di sfruttamento e di dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
L’individuo è quindi collocato all’interno del tutto («visione olistica dell’universo»), al di là  di ogni visione antropocentrica della natura, caratteristica di quasi tutte le discipline sociali, che di par suo ha favorito lo sviluppo dell’idea di dominio e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

L’ecologia non può quindi che essere sociale, attenta cioè per prima cosa a «depurare» le relazioni sociali da ogni forma di coercizione e gerarchia e a valorizzare invece la varietà, la simbiosi, la libertà, la democrazia e la condivisione. In definitiva, non si può quindi essere ecologisti senza essere allo stesso tempo contro l’autoritarismo  e la gerarchia, ossia, come dice Murray Bookchin, «l’ecologia, o è sociale o non è».

Prospettive dell’ecologia sociale
Gli ecologi sociali, che negli USA hanno nell’Institute for Social Ecology il centro nevralgico delle loro ricerche, ritengono che, affinchè l’ecologismo possa fornire risposte concrete alla crisi della nostra civiltà, sia necessario affrontare le dinamiche sociali che hanno prodotto la crisi (ecologica, politico e sociale), inserendole in una prospettiva rivoluzionaria.

Per Boohkhin è la natura stessa a fornire all’umanità  le indicazioni sul da  farsi.
L’uomo deve comprendere di essere parte integrante della natura e costruire una nuova prospettiva sociale, ecologicamente sana, e un nuovo metodo di vita basato sulle comunità  autogestite, decentralizzate e democratiche: municipalismo libertario.

Quando il padre dell’ecologia sociale, Murray Bookchin, affermava negli anni Ottanta che l’idea sbagliata di poter dominare la natura nasce dal dominio molto reale dell’uomo sull’uomo, subiva il fuoco incrociato degli ambientalisti tout court, a cui interessavano ben poco i problemi sociali e consideravano l’ambiente una “contraddizione secondaria”.

Seconda decade terzo millennio.
“Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale” che deve “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”  (49)..
Con Laudato Si’ l’ecologia sociale si colloca dalla periferia al centro del discorso ecologico. Diventa difficile parlare delle foreste pluviali senza parlare dei popoli indigeni che ci abitano, della desertificazione e dei cambiamenti climatici senza guardare anche il destino di chi deve lasciare la propria terra perché non fornisce più cibo e risorse per vivere.

L’ecologia sociale  non si esaurisce in misure parziali, non condivide la fiducia nelle tecnologie, non si riposa sul pessimismo culturale della “deep ecology” (che ritiene “che la specie umana, attraverso qualsiasi suo intervento possa essere solo una minaccia per la biosfera e compromettere l’ecosistema planetario), ma opera per una conversione ecologica guidata dall’impegno per la casa comune e per la giustizia globale oggi.
Viene condannato il pragmatismo utilitaristico (215) che riduce la questione ambientale alla dimensione economica di costi/benefici.

La conversione ecologica dell’economia è la sfida dell’oggi: di fronte ai lavoratori che sono costretti a lavorare per aziende e produzioni inquinanti e energivore è necessario proporre alternative, che si basino sull’uscita dalla mercificazione utilitaristica e su una profonda riorganizzazione della società e una trasformazione del paradigma economico.

Cercare alternative produttive ed ecologiche, e modalità organizzative con consumi non più sottoposti al profitto delle multinazionali significa concentrarsi sulla sobrietà e adottare un ciclo corto e prossimo nella produzione di beni, preservando e mantenendo il controllo pubblico di quelli che si definiscono “comuni”.

Lottare per evitare che le regioni del Nord diventino solo piattaforme logistiche per la popolazione lavorativa e un concentrato del potere economico e finanziario per i capitalisti è la faccia di un una medaglia della lotta nel sud del mondo contro lo sfruttamento di ambiente e persone.
Favorire politiche di contenimento dei consumi energetici attraverso, ad esempio, la coibentazione degli appartamenti di edilizia popolare contribuisce a evitare il fenomeno della morosità di chi non riesce a pagare utenze elettriche e di riscaldamento.
L’incontro di oggi vuole mettere in rete esperienze ed analisi per continuare a lavorare insieme per un mondo migliore.

Sintesi tradotta degli interventi di Antonio Bruno (capogruppo Fds Consiglio Comunale Genova) e Mario Agostinelli (Energiafelice)
11-8-016

Forum Sociale Mondiale 2016: Montreal (Canada) -1

Montreal

FSM-MntrealIl passaggio di testimone
Strana città Montreal. Un po’ New York con però tutti grattacieli cuspidati (missili puntati?), un po’ England con le pietre e mattonelle rosse che si infilano tra le chiese di arenaria, un po’ Alsazia per il neo gotico grigio delle cattedrali (numerosissime), un po’ Buenos Aires per i frequentissimi murales che trovi in ogni spazio pubblico, un po’ Oslo per il retroterra verde collinoso tutto boschi e un po’ Genova per il porto e le locande sul mare e tra i pontili.

Qui il Foum Sociale Mondiale sta giocando una sfida generazionale e geografica importante. Rimane tuttora la riunione più ampia di società civile che cerchi soluzioni di giustizia all’emergenza e all’incertezza di un futuro migliore per la nostra specie. Dal primo Forum (2001) a Porto Alegre ad oggi le speranze si sono affievolite soprattutto in termini di rapporti di forza, ma, fortunatamente, la consapevolezza della crisi del modello di crescita distruttiva è aumentata e gli obbiettivi dei movimenti sono meno generali e più alla portata dell’esperienza quotidiana e delle lotte territoriali. Quel che è rimasto del precedente FSM a guida brasiliano-francese – progettato e vissuto come contrappunto alternativo al neoliberismo di Davos e come forza spendibile per il cambiamento a livello globale anche in relazione alla crescita dei BRICS – si sposta nel “centro dell’Impero”, punta anche sulle novità politiche e intellettuali del Nord del mondo, cambia la gerarchia degli slogan e della comunicazione.

In testa nettamente il clima, lo spreco di energie fossili e le nuove tecnologie di estrazione, il diritto all’emigrazione e l’abolizione delle barriere ai diritti umani, la minaccia nucleare e il diritto della pace. L’uguaglianza sociale e la lotta al capitalismo e alla rapina del liberismo sono coniugate attraverso queste lenti. Gli slogan multicolori trascinati cantando per il corteo di apertura il 9 Agosto alludevano quasi esclusivamente a questi temi.

E’ buon segno: significa aggiornare un progetto ambientale politico sociale nato ad inizio millennio, rispetto alle emergenze che l’attaccamento al contingente, al parziale, al presente tout court della classe dirigente mondiale, impedisce di affrontare, per non dover spostare il dibattito politico sociale dalla continuità dell’economia dominante al futuro che viene a mancare. Così come è buon segno il cambio di testimone generazionale avvenuto in un luogo mai sfiorato prima dal Forum: la gioventù canadese e statunitense, presente in massa e con creativa allegria al corteo, ha sfilato per oltre un’ora, mescolata ai più anziani fondatori di Porto Alegre, Mumbay, Bamakò, Nairobi, che procedevano riconosciuti, un po’ affaticati dal sole radente, ma sorridenti e applauditi.

Per consolidata esperienza sindacale potrei dare i numeri del grande corteo di apertura che si è snodato lungo le ampie circolari fino alla piazza Centrale di Montreal: 20 per fila, una sfilata di 100 minuti abbondanti, 12 file al minuto + almeno la metà dei manifestanti a scorrere e attendere a fianco del percorso fanno 40.000 circa. Alla fine, in piazza, durante i concerti di 12 bands fino a mezzanotte, si alterneranno 50.000 spettatori. Insisto: i presenti erano quasi tutti giovani sui 20 anni (più ragazze che ragazzi e molte unite in gruppi femministi) mentre era completamente svanita la generazione tra i 35 e i 55 anni, non certo rimpiazzati dai resistenti over 60.

Dal punto di vista della provenienza: italiani da contarsi sulle dita di una mano, tedeschi forse una cinquantina, un centinaio di francesi organizzati e visibili, gruppi folti di giovani brasiliani contro il golpe presidenziale, africani, profughi di guerra siriani e somali, molte presenze di chiese locali e una folta delegazione del consiglio mondiale dei missionari comboniani. Rappresentanti politici nessuno.

Le attività del Forum cominciano oggi, 10 Agosto: sono articolate in 1500 iniziative con la presenza di 140 Paesi. Ne renderemo conto periodicamente.

Molte le presenze eccellenti: Riccardo Petrella, Omar Barghuti, Bennie Sanders, Garzia Linera, Chico Withaker, Aminata Traorè, Edga Morin, Naomi Klein, per elencarne alcune.

A presto, Mario Agostinelli
10-8-2016

25 aprile 2016: una festa impossibile … una lotta necessaria.

25-aprile2016

25-aprile2016La lotta di liberazione non esclude nessuno e rende possibile la libertà per tutte e tutti. Così si manifesta il lutto nel giorno di festa, nel giorno della liberazione.

Vedi le foto

Milano Senza Frontiere e le associazioni in Rete, lo hanno praticato lungo tutto il percorso della manifestazione rendendo visibile, denunciando, rivendicando il diritto, dovere della lotta solidale e di liberazione per tutti i reclusi delle guerre e delle miserie, confinati dietro i muri e i fili spinati delle frontiere.

Un’arroganza “democratica” degli Stati che dopo aver “concesso libertà” alle manovre di guerre e alle violenze per l’esclusivo interesse privato e del diritto unilaterale a godere delle ricchezze naturali, ora mobilitano una nuova guerra per una presunta sicurezza delle frontiere e della proprietà sottratta.

Lo ha detto ieri anche il Presidente della Repubblica italiana:
“… è possibile dire no alla sopraffazione, alla violenza della guerra e del conflitto ….
 … è sempre tempo di Resistenza ….
 … è tempo di Resistenza perché guerre e violenze crudeli si manifestano ai confini d’Europa, in Mediterraneo, in Medio Oriente …
 … lì vanno affermati i valori della Resistenza …
 … la Resistenza, la lotta antifascista appartengono al popolo ….
… non ci può essere pace soltanto per alcuni e miseria, fame, guerre, per altri …
“.

Così la solidarietà e la lotta antifascista si manifestano a tutto campo, non si chiudono dentro i “confini” delle buone intenzioni, ma si intrecciano con i diritti universali.

Ci hanno battuto le mani, al passaggio con lo striscione “I NUOVI DESAPARECIDOS – fermiamo le stragi ai confini” e le foto dei dispersi nel Mediterraneo, hanno riconosciuto la solidarietà e il dovere di quella nostra presenza a rivendicare giustizia e verità.

Così si caratterizzavano gli slogan di denuncia verso l’arroganza delle politiche europee in violazione dei diritti, di  chiusura dei confini, contro gli accordi infami di “sicurezza” con paesi di dubbia moralità, contro i respingimenti.

Dietro lo striscione della Rete Milano Senza Frontiere quello della Rete delle Scuole Senza Permesso a manifestare una solidarietà delle parole necessarie senza confini; i Rom e Sinti in vertenza con il Comune di Milano capace di sicurezza e ordine poco attento alla dignità di queste persone; l’Associazione Naga con la sua instancabile attività a difesa della salute e a sostegno dei rifugiati.

A chiudere questo spezzone il camion “Stop War not People” dietro al quale la presenza di decine di giovani che rivendicavano la molteplicità dei diritti (casa, lavoro, studio, reddito, …)  per una umanità di giustizia libera dalle guerre e dagli armamenti.

Il 25 aprile non è una ricorrenza
è una memoria resistente partecipata
di giustizia e verità.