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A scuola di italiano con gli immigrati

La scuola di italiano per gli immigrati è una continua scoperta dell’essere e dell’avere come parametri che sostanziano la presenza e la conoscenza.

Sono due gli elementi fondamentali che alimentano il significato specifico dell’apprendere: la solidarietà che anima lo scambio tra le parti (insegnante e migrante) e che attraversa le diverse culture e i saperi, e la persona (migrante e insegnante) che si trasforma nel voler essere partecipe della conoscenza necessaria a comprendere la comune realtà sociale.

E’ una storia di relazioni che percorre le diversità e ne traccia la memoria per una diversa prospettiva di umanità.

Le immagini che seguono sono il ‘volantino’ di fine anno che vogliamo condividere riportando anche i dati delle diverse presenze nell’anno trascorso.

Assemblea insegnanti – formazione Toolkit – 6/3/2019

Il 6 marzo ci siamo incontrati nella sede della scuola dove Giuliana ci ha presentato il Toolkit del Consiglio di Europa (tradotto in 7 lingue europee) e ha proiettato alcune slide di presentazione.

Il Toolkit (“cassetta degli attrezzi” o “cassetta degli strumenti”) è rivolto in modo particolare ai rifugiati ma può essere un valido supporto per l’insegnamento dell’italiano ai migranti in generale. E’ strumento aperto e infatti sul sito troviamo sia la versione in pdf sia la versione in word in modo che ogni insegnante possa manipolare le schede e personalizzarle.

Vedi: EUROPA -12 present azione def

Serve per il supporto linguistico più che per un insegnamento vero e proprio della lingua. Infatti si basa sull’apprendimento informale e nel cercare di aumentare la capacità del migrante di interagire efficacemente nelle situazioni pratiche della vita di tutti i giorni.
E’ anche uno strumento per dare una base comune e condivisa al lavoro dei vari volontari sia all’interno della stessa scuola che fra scuole differenti.

L’incontro è stato molto lungo, quindi cerco di comunicarvi solo ciò che mi ha colpito e mi ha interessato particolarmente. Maggiori informazioni si trovano sul sito web: https://www.coe.int/it/web/language-support-for-adult-refugees/home. Gianni dovrebbe inoltre condividere con tutti le slide proiettate da Giuliana.

Nel toolkit sono presenti le varie schede o “strumenti” che affrontano e aiutano a gestire varie tematiche, fra le quali cito solo:

La centralità del migrante e dei suoi bisogni (rispettare la cultura, le tradizioni e la privacy dei migranti; chiedere loro quali sono i loro bisogni e i temi di loro interesse; è su tali bisogni e interessi che i vari volontari costruiscono e condividono un piano di lavoro comune anche con l’utilizzo di metodi differenti);

Il volontario: il ruolo del volontario è quello di “ponte” o di facilitatore, cioè la persona che supporta i migranti nell’apprendimento della lingua (spiega e fornisce loro le informazioni per capire come funziona la realtà italiana, che insegna il vocabolario e ad usare la lingua); 

La gestione del gruppo (costruire un clima sereno, di fiducia e di cooperazione nel gruppo; cercare metodi per attenuare le inevitabili difficoltà che si incontrano nella gestione del gruppo che sarà sempre e comunque disomogeneo; stabilire e rispettare le regole  di cortesia e di comportamento condivise con il gruppo);

La riflessione del migrante sul proprio apprendimento (rendere consapevole lo studente di ciò che ha appreso durante la lezione – strumento 39; molto particolare e interessante è il ritratto plurilingue del migrante per aumentarne l’autostima – strumenti 38);

La riflessione del volontario sul proprio lavoro (alla fine di ogni lezione riflettere e prendere nota degli argomenti e di come è andata la lezione; condividere le riflessioni con altri volontari – Strumento 23):

Gli scenari linguistici (sono attività di vita reale e vanno dallo strumento 40 allo strumento 57). Personalmente trovo molto utile anche gli strumenti 32 e 33. Nello strumento 33, in particolare, è riportata una lista di espressioni per la comunicazione quotidiana piuttosto ampia che dovrebbe essere tenuta in considerazione;

L’organizzazione di attività fuori dalla “classe”.

Abbiamo poi discusso con Giuliana la scheda 10 e, anche confrontandoci con lei, abbiamo visto che le problematiche che dobbiamo affrontare tutti i giorni sono le stesse anche per tutte le scuole (scarsa frequenza, mancanza di puntualità, gruppi disomogenei, gruppi che si dissolvono e si ricompongono, il continuare a ripassare e riprendere argomenti già affrontati, mantenere viva l’attenzione, ecc. ecc.). Personalmente questo mi ha molto sollevato e consolato.

Gianni ha proposto di utilizzare il toolkit quale base per i corsi di formazione di settembre.

Ivonne

La scuola è il luogo dove battere l’intolleranza

Nel paese crescono ignoranza e indifferenza ai soprusi, la scuola è il luogo privilegiato dove elaborare le paure vere e quelle costruite. Ma deve cambiare registro

È il momento di riprendere la parola, sarebbe imperdonabile far finta di niente quando nel Paese si sta rapidamente volatilizzando quella idea di società democratica, aperta, plurale, pronta a cercare risposte nuove alle esigenze di sempre, oggi più urgenti, di convivenza.

La scuola è il laboratorio dove storicamente il Paese ha cercato risposte, il luogo pubblico civile che chiede l’ascolto e l’accordo reciproco per raggiungere gli obiettivi di ciascuno.

La scuola italiana ha integrato dal dopoguerra in poi prima i figli dell’immigrazione e dopo i nuovi italiani, senza lasciare in un angolo i portatori delle tante e diverse disabilità.

Occorre agire, e farlo in forma collettiva, per lanciare un segnale forte e significativo contro la rottura di argini all’intolleranza che credevamo indistruttibili. La scuola vince l’intolleranza con la conoscenza.

Perché abbiamo il dovere di insegnare a porsi delle domande e a cercare le risposte. Contro l’oscurantismo, l’approssimazione e l’ignoranza dobbiamo mettere in campo il sapere scientifico e la ricerca; il linguaggio della matematica e della logica; la conoscenza della storia, con tutto quello che significa; la consapevolezza del proprio corpo; la bellezza e l’importanza dell’arte e di tutte le forme espressive; la letteratura, che aiuta a capire il mondo, le passioni e i sentimenti; la costruzione del pensiero critico.

È UN DOVERE che tuttavia è anche la nostra più grande risorsa per educare alla convivenza perché se attraverso lo studio disciplinare insegniamo a interpretare la realtà, ad ascoltare e a ragionare, a interloquire tra pari sentendosi liberi di essere se stessi, si insegna anche il rispetto verso tutti.
La scuola è veramente scuola se fa sentire ciascun alunno e alunna «soggetto», portatore di valori e di aspettative da sviluppare, ma in un contesto in cui si è costantemente «soggetti all’altro», che sarà conosciuto e rispettato nella sua singolarità grazie alla collaborazione che la scuola impone fra tutti.

Fuori non è così. Fuori, nel Paese, sembrano crescere ignoranza, arroganza, indifferenza ai soprusi dei fondamentali diritti dell’uomo nel nome di una effimera ricerca di sicurezza, utilizzando argomenti e falsificando la realtà al solo scopo di fomentare le paure.
È questo il clima culturale che permette a una politica della crudeltà, indegna in qualunque Paese voglia dirsi civile, di diventare possibile.

LA SCUOLA È IL LUOGO privilegiato dove elaborare le paure, quelle vere e quelle artatamente costruite, e dove prendere la rincorsa per saltare quei muri che purtroppo ovunque stanno rialzandosi.

Dove se non nelle aule e nei laboratori, che sempre più diventano un ologramma di mondo, può costruirsi quella «convivialità delle differenze» che sappia fare di esse una risorsa preziosa per l’apprendimento?

Ma gestire le diversità in classe è una fatica che può diventare improba se non si mette in discussione lo schema tradizionale, e purtroppo resistente, rappresentato dalla triade spiegazione- studio individuale- interrogazione, di fronte al quale la disomogeneità della classe rappresenterà sempre un problema e la crescente varietà degli alunni lascerà traccia solo nella crescente varianza della distribuzione dei loro esiti.

ECCO PERCHÉ NON È sufficiente insegnare la Carta costituzionale se ciò avviene in una scuola che non si faccia carico di essere presidio di democrazia del Paese; che non riesce a rispettare il mandato che la Costituzione stessa le ha dato con l’articolo 3: quel «rimuovere gli ostacoli» impegna in primis la scuola, ma quando leggiamo che abbiamo perso negli ultimi 12 anni 3 milioni e mezzo di studenti dobbiamo dirci che la nostra non è ancora la scuola secondo Costituzione.

Dobbiamo cambiarla, perché non si fa inclusione in una scuola fatta ancora per escludere.

Se non la cambiamo, la scuola risponderà alla diversità degli alunni introducendo diversità nei percorsi, nei progetti, nei piani; non dando a ciascuno il supporto di cui ha bisogno nel percorso di tutti, ma individuando un percorso per ciascuno. Sarà la deriva anche inconsapevole dell’impossibilità di dare le risposte giuste senza fare spazio alle domande dei nostri alunni.

La precondizione dell’inclusione la si trova nei tempi distesi perché da un lato solo questi garantiscono la possibilità di instaurare una relazione educativa con ogni alunno, dall’altro ogni problematica importante ha bisogno di tempi e metodi adeguati per poter essere acquisita in modo significativo.

DOBBIAMO METTERE in discussione la lezione puramente trasmissiva, il ruolo passivo degli studenti, l’intoccabilità dei contenuti, l’erosione costante del tempo curricolare che va di pari passo con l’esplosione dell’extra curricolare, ormai contenitore/recinto di progetti di ogni tipo, che di comune acquisiscono la totale ininfluenza sulle dinamiche quotidiane della scuola.

Bisogna rimettere in discussione il voto, che è il nemico del piacere di apprendere.
Dobbiamo compiere scelte radicali, diminuire la quantità di contenuti e fare della scuola un centro di ricerca permanente per la co-costruzione della conoscenza. Un luogo di studio anche per gli insegnanti.

L’insegnamento può essere efficace se ogni studente è interessato, motivato e attivo nella costruzione della conoscenza, all’interno della dimensione sociale, nel contesto della classe. Come si vede stiamo indicando tutta un’altra scuola rispetto a quella attuale, tradizionale, enciclopedica, trasmissiva e nozionistica.

Non si può fare tutto, occorre scegliere: l’obiettivo da raggiungere è la profondità e significatività delle conoscenze, non la quantità.
Il sapere sarà significativo per gli studenti se da un lato esso è sviluppato prima di ogni cosa in un contesto di apprendimento motivante, capace di dialogare con il loro mondo e con le loro esigenze, in modo da rendere ciascuno soggetto attivo nella costruzione della conoscenza; dall’altro se è un sapere a loro accessibile ed esplorabile in profondità, cioè non atomizzato, ma connesso a molti altri fatti, conoscenze, concetti.

SERVE UN GRANDE ESERCIZIO di pensiero, con la consapevolezza che non ci sarà un’alternativa a questa scuola – a questa politica, a questa società – se non ci sarà un pensiero alternativo che la sorregga.

Sappiamo che le risposte in tempi brevi non sono facili e che ci vorrà tempo, ma proprio per questo siamo chiamati ad agire subito, nell’immediato, per difendere le possibilità e le potenzialità che sono presenti nella scuola.

Riprendiamo la parola. Ricominciamo a pensare.

Cidi (centro di iniziativa democratica degli insegnanti)

Da il manifesto – edizione del 19.09.2018

GLI AVVERBI

Gli avverbi sono una parte invariabile del discorso che precisa maggiormente la caratteristica dell’elemento della frase (o discorso) a cui si riferisce.

Gli avverbi hanno una doppia funzione:
1. Modificano il significato di una comunicazione:
Ho dormito bene      ←  il significato è opposto →          Ho dormito male

2. Determinano (Specificano) una caratteristica:
troppo
profondamente
Ho dormito   →  qui
solo ieri

Sono INVARIABILI, non cambiano come gli aggettivi:
la penna rossa         la penna scrive bene
il pallone rosso        il pallone rotola velocemente

! Come suggerito già dal nome gli avverbi ( ad + verbi) si trovano molto spesso vicino ai verbi, MA possiamo trovarli anche vicino ad altri elementi della frase:
aggettivo  →    sono molto felice
nome       →    a cena ho bevuto solo acqua
avverbio   →    questa mattina mi sono svegliato abbastanza presto

 

  • LE FUNZIONI DEGLI AVVERBI

Ci sono molti tipi di avverbi, a seconda della loro funzione e del loro significato.
I principali sono:

Avverbi di MODO   →   indicano COME un’azione viene fatta:

es:  La lezione di Italiano è andata bene
Omar impara velocemente
La camicia è stata stirata in malo modo

Avverbi di TEMPO  → indicano QUANDO avviene l’azione

es:       Vi vorrò sempre bene
Spesso mangio la pasta
Raramente mangio le verdure

Avverbi di LUOGO →   indicano DOVE avviene l’azione

es:       Vieni subito qui!
Io abito vicino alla scuola, ma altri studenti abitano lontano

Avverbi di QUANTITA’ →    indicano QUANTO viene espresso dal verbo

es:       Christian è troppo pigro
Ti piace la torta? Sì, ne vorrei di più

 

  • COME SI FORMANO GLI AVVERBI

Come abbiamo visto negli esempi gli avverbi possono essere:

1.      degli aggettivi  →       bene, male, vicino, lontano

2.      delle espressioni formate da più parole à   →     di più, in malo modo

3.      parole che finiscono con –mente  (solo gli avverbi di modo) →  velocemente

 

! Prendiamo ad esempio vicino. Può essere sia aggettivo che avverbio. Dipende da dov’è posizionato all’interno della frase.

Passa la palla al tuo compagno vicino.    →   aggettivo, perché è accanto ad un nome
Il treno passa vicino alla stazione.    →   avverbio, perché è accanto ad un verbo

·         Gli avverbi che finiscono con –mente

aggettivo  FACILE   →   tolgo la E finale e aggiungo MENTE     →         FACILMENTE

aggettivo ALLEGRO  →   al femminile ALLEGRA à + MENTE     →          ALLEGRAMENTE

aggettivo LEGGERO →   tolgo la O finale e aggiungo MENTE    →          LEGGERMENTE

 

 

 

Il Verbo

un’azione:    Gianni gioca con la palla

un evento:    ieri ha piovuto tutto il giorno

un modo di essere:   Gianni è simpatico

vengono espressi con il VERBO

 

  • Com’è fatto

Il verbo è composto da una RADICE (che non cambia mai) e da una DESINENZA (che cambia sempre).

Vediamo qualche esempio partendo dalla forma all’Infinito dei verbi:
Es:  PARLARE –>   PARL    +   ARE
(radice)     (desinenza)

LEGGERE –>   LEGG   +    ERE
(radice)     (desinenza)

DORMIRE –>   DORM  +   IRE
(radice)     (desinenza)

Come si vede dagli esempi, le desinenze possono iniziare con 3 vocali diverse.
Per questo in italiano i verbi si dividono in 3 coniugazioni, a seconda della desinenza del verbo all’infinito

1° coniugazione: tutti i verbi che finiscono in  –ARE      parlARE,    mangiARE,   suonARE,…

2° coniugazione: tutti i verbi che finiscono in  –ERE      leggERE,   corrERE,   mettERE, ….

3° coniugazione: tutti i verbi che finiscono in   –IRE      sentIRE,   venIRE,    finIRE,….

La Radice ci dice l’azione, la Desinenza ci dice chi sta compiendo l’azione

Es: Parlare al tempo presente del modo Indicativo

Azione Chi compie l’azione Persona numero
PARLO IO 1° Persona Singolare (Uno)
PARLI TU 2°  Persona Singolare (Uno)
PARLA LUI/LEI 3° Persona Singolare (Uno)
PARLIAMO NOI 1° Persona Plurale (Tanti)
PARLATE VOI 2° Persona Plurale (Tanti)
PARLANO LORO 3° Persona Plurale (Tanti)

Gli Articoli

Gli articoli stanno sempre vicini ai nomi e si dividono in:

immagine da maestro-cris.webnode.it

  • mangiare UNA torta   (qualsiasi)     mangiare LA torta al cioccolato (particolare)
  • fare UN disegno        (qualsiasi)      fare IL disegno della casa         (particolare)

 

  • parlare con UN’amica                     parlare con UN amico

se il nome è femminile allora si usa l’apostrofo

! solo gli articoli DETERMINATIVI hanno la forma plurale:

  • mangiare LE torte al cioccolato
  • parlare con GLI amici
  • fare I disegni della casa

 

gli articoli NON si usano:

con nomi propri di persona    Laura passeggia con il cane
con nomi di città                   Genova è una città sul mare
con i nomi di parentela          sono andata al mercato con mia madre

 

immagine trovata su http://maestro-cris.webnode.it/

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Le lettere dell’Alfabeto

LE LETTERE DELL’ALFABETO

L’alfabeto italiano è composto da 16 CONSONANTI E 5 VOCALI

A a       (a)                                                       M m      (emme)

B b       (bi)                                                      N n         (enne)

C c        (ci)                                                      O o         (o)

D d       (di)                                                      P p         (pi)

E e       (e)                                                       Q q         (qu)

F f        (effe)                                                   R r          (erre)

G g       (gi)                                                      S s          (esse)

H h       (acca)                                                  T t           (ti)

I i         (i)                                                        U u         (u)

L l        (elle)                                                    V v         (vi)

Z z          (zeta)

 

E 5 altre lettere di origine straniera che hanno la stessa funzione delle CONSONANTI:

J J           (gei)

K k          (cappa)

W w      (vu doppia)

X x          (ics)

Y Y         (ipsilon)

 

Le CONSONANTI  e le VOCALI si uniscono e formano le SILLABE:

immagine da forofantasiasmiguel.com

 

 

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