C’è vita oltre il debito?

Il debito pubblico mondiale ha superato i 50mila miliardi di dollari che, sommati agli oltre 180mila miliardi del debito privato (imprese e famiglie), trasforma il pianeta in un crac finanziario, nel quale il valore del debito è pari a quattro volte quello della capacità di produzione di ricchezza (Pil).
Nel suo piccolo, il debito pubblico italiano – terzo in valore assoluto e settimo in rapporto al Pil – ammonta a oltre 2.260 miliardi di euro, pari al 131,8 per cento del Pil.

Una morsa che viene quotidianamente sottolineata dai tecnocrati dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, dalle lobbies bancarie e finanziarie e dai media mainstream.
Che si tratti di una narrazione ideologica, sapientemente costruita per poter permettere l’espropriazione di diritti sociali, beni comuni e democrazia, lo dimostra il fatto di come nessuno ricordi come su quel debito gli italiani, dal 1980 ad oggi, abbiano già pagato oltre 3.400 miliardi di interessi, senza minimamente intaccarlo.

D’altronde, abbiamo sperimentato in questi decenni come la dottrina liberista non sia solo una teoria economica, bensì un dispositivo ideologico totalizzante che si prefigge di produrre soggettivazione, ovvero la costruzione di un modello valoriale di vita che deve valere per ciascun individuo (sapendo che la società, da Margareth Thatcher in poi, non esiste). E, se negli anni Ottanta e Novanta questa soggettivazione veniva espressa dall’etica del lavoro trasposta nell’epica dell’imprenditore di se stesso orgoglioso della propria indipendenza e dell’autocostruzione del proprio destino, con la deflagrazione della crisi globale è divenuta l’imperativo ad assumere su di sé i costi del disastro economico e finanziario.

Da qui la costruzione del debito come colpa, ben riassunto dal termine tedesco “Schuld”, che significa allo stesso tempo debito e colpa, ed esprime con precisione la morale calvinista del lavoro: chi ha denaro, ed è dunque considerato solvibile, porta in tal modo un segno della grazia ricevuta, mentre chi resta schiacciato dall’insolvenza e dal fallimento economico mostra di non poter superare lo stato di peccato.

Una costruzione che riesce a negare la vera natura della relazione debitore/creditore come rapporto di potere, legato alla proprietà (in quanto il creditore detiene il capitale, mentre il debitore no) e allo sfruttamento (in quanto “fabbricando carta, ci si appropria del lavoro e della ricchezza altrui”) riuscendo a farla apparire come un contesto di libertà.
Non c’è bisogno di alcuna repressione (“il mio nemico non ha divisa (..) nella fondina tiene le carte Visa” canta Daniele Silvestri) o di alcun indottrinamento: i popoli indebitati rimangono formalmente liberi, ma la loro libertà si può esercitare solo dentro il vincolo del debito contratto, e attraverso stili di vita che non ne pregiudichino il rimborso.

La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la mercificazione dei beni comuni non sono estrazioni di valore dettate da brutali atti di forza e di potere, ma la “naturale” conseguenza di quel vincolo “liberamente” contratto.

C’è un ulteriore aspetto relativo all’economia del debito che vale la pena sottolineare.
Riguarda la relazione con il tempo e la decisione. Poiché il credito è una promessa di saldare un debito in un futuro più o meno lontano, educando i governati a promettere – a onorare il proprio debito – si disciplina non solo il loro presente ma anche il loro futuro.
Siamo ben oltre l’appropriazione del tempo di lavoro dell’epoca industriale: nell’economia del debito, siamo al diritto di prelazione anche sul tempo non cronologico, sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso.

C’è vita, dunque, oltre il debito? Sì, a patto di rompere la gabbia. Per farlo occorre partire dal più che mai attuale assunto gramsciano, tratto dai Quaderni dal carcere:  La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” .

È esattamente la fase che sta attraversando il nostro Paese, ben evidenziata dal risultato elettorale del marzo scorso con, da una parte, la certificazione dell’azzeramento di una sinistra, variamente declinata, che ha frantumato il blocco sociale storico di riferimento (impiego pubblico e accesso dei lavoratori alla classe media) interiorizzando la favola liberista del pensiero unico del mercato; e, dall’altra, con la vittoria della socializzazione del rancore, declinata secondo l’individualismo cittadino (Movimento 5Stelle) o secondo il proprietarismo razzista (Lega).

Un quadro che non è in grado di produrre una ribellione alla gabbia del debito, perché ne condivide gli assiomi di fondo – individuo vs società; proprietà vs comune; merito vs solidarietà – e l’orizzonte della solitudine competitiva, ovvero la dimensione parcellizzata di ognuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.

Un orizzonte che ha trasformato il diritto al lavoro nel dovere di dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare.
Se nell’utopia marxiana, la società avrebbe dovuto declinare se stessa secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”, il fondamentalismo del mercato ha declinato un universo sociale fondato sul principio “da ciascuno secondo i suoi bisogni, ad ognuno secondo le sue capacità di spesa”.

Per contrastare tutto questo, occorre mettere in campo non solo parole di verità e di giustizia sul debito pubblico, svelando la truffa su cui è stato costruito, bensì anche pratiche concrete che reimmettano le persone dentro circuiti collettivi, aiutandole a superare il panico – che immobilizza – per farle accedere alla pre-occupazione, ovvero alla possibilità di prepararsi ad occuparsene.
Si tratta, di fronte a chi (attraverso il debito) vuole disciplinare il futuro individuale e collettivo, di riaprire l’orizzonte delle possibilità.

Marco Bersani 

Tratto dal Granello di Sabbia n. 33