Colonia: lo stupro sulle donne (e non solo)…

Violenza-donne

Violenza-donnePiù di una donna su tre, nel mondo, ha subito violenza fisica e/o sessuale. Che sia dal partner, da un esponente della sua cerchia ristretta oppure da un estraneo poco importa: il maschio tende a  considerare la donna un corpo di cui voler e poter abusare liberamente.

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Né i nostri governi, ossia l’istituzione deputata anche alla sicurezza dei cittadini, sembrano voler o poter contrastare questo fenomeno, antico quanto il mondo, con una forza e convinzione minimamente paragonabili a quelle con cui impongono lo smantellamento delle politiche sociali.

Basterebbe citare il caso italiano, dove è toccato attendere il 1981 per veder abolito il «delitto d’onore» (l’uccisione della moglie adultera non era comparato all’omicidio), e addirittura il 1996 perché lo stupro venisse finalmente considerato un delitto contro la persona (e non contro la morale).
Negli Stati Uniti, un sondaggio del settembre scorso, rileva che una donna su quattro ha dichiarato di aver subito aggressioni sessuali. Dato confermato anche in Europa, dove una donna su cinque risulta essere vittima di violenze fisiche. (Dati Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione europea, 24 novembre 2015).

Insomma, uno stillicidio quotidiano e costante, una vergogna che campeggia in brutta evidenza sulla parete insanguinata della vicenda umana.

Una vergogna che, il mainstream mediatico tende a portare alla luce, con metodo finalizzato a suscitare l’indignazione, soltanto quando, come nel caso dei recenti fatti di Colonia dove la notizia tende ad essere annacquata da «significati» contingenti: per esempio l’immigrazione generatrice di violenza, la considerazione della donna presso la cultura islamica

In questo modo si ignorano volutamente due aspetti centrali del problema, dimostrando che di fatto, del problema stesso (la violenza secolare e reiterata sulle donne) poco importa a chi ci governa e dovrebbe darsi da fare seriamente per proteggere oltre il 50 per cento della popolazione mondiale.

Il primo aspetto ignorato: il persistere di una cultura maschile che si sente in diritto di disporre del corpo (e della persona) femminile a proprio piacimento. Ciò, a fronte di un’educazione sessuale (e di genere) che tarda ad essere inserita in maniera seria ed accurata all’interno di un sistema, quello scolastico (ma direi quello della società in generale).

Il secondo aspetto ignorato: riguarda una politica che ormai si lascia dettare l’agenda dagli organismi finanziari internazionali, secondo regole (o meglio: dogmi) che prevedono la riduzione dell’essere umano a mezzo e strumento per cifre impersonali.
Ad essere pressoché spariti, con il dominio della logica quantitativa (economica) su quella qualitativa (politica), sono il concetto di benessere collettivo e di giustizia sociale.

L’universale lotta per i diritti. Il diritto non è un gioco a somma zero. Non funziona in maniera per cui se ottieni diritti da una parte (diritti civili, della sfera privata in generale etc.), allora automaticamente li togli da un’altra (diritti sociali).

La lotta per l’estensione dei diritti, per l’universalizzazione della libertà, o la si conduce in maniera unitaria e convinta, nella consapevolezza di un disegno complessivo sensato e lineare (che rimetta al centro l’«idea universale di essere umano», come la chiamavano Hegel e Marx), oppure produrrà divisioni, conflitti fra poveri, egoismi reciproci ad esclusivo beneficio dell’attuale sistema tecno-finanziario.

Insomma, o costruiamo una cultura politica che, per esempio, oggi, a fronte dei fatti di Colonia permetta ad ognuno di noi di dire «Je sui femme!», ma domani di dire «io sono gay, immigrato, nero, ebreo, senza lavoro», oppure avremo già perso prima ancora di iniziare.

Estratto da un articolo di Paolo Ercolani
Il Manifesto 7/1/2016