Com’è finita la Cop 23.

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Cop23-2Dalle promesse si doveva passare ai fatti, per ora siamo fermi al “dialogo”

Bisognava semplicemente passare all’azione. Le organizzazioni non governative di tutto il mondo, i governi dei paesi in via di sviluppo e gli istituti internazionali sono arrivati in Germania con questa richiesta. Dalla Cop 23 di Bonn, infatti, ci si aspettava semplicemente l’approvazione dei “decreti attuativi” dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, all’alba di sabato 18 novembre, dopo una nottata infinita e due settimane di negoziati, ci si è mossi a piccoli passi.

Cosa si è fatto e cosa è rimasto al palo, alla Cop 23
Alcuni (timidi) ne sono stati fatti: sugli impegni da adottare di qui al 2020 (senza aspettare cioè l’anno in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo), in materia di riforma del sistema agricolo, così come per quanto riguarda il rinnovo degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2. Tuttavia, su altri punti chiave della lotta ai cambiamenti climatici, gli avanzamenti sono stati pochi e i rinvii molti.
Nel 2018 dovrebbero essere riviste le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (Nationally determined contribution, Ndc) fatte nel 2015 dai governi di tutto il mondo. Alla Cop 23 è stato riconosciuto che tali impegni non sono sufficienti per centrare l’obiettivo principale stabilito a Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo. Così è stato lanciato il dialogo di Talanoa che punta proprio a “raddrizzare” la traiettoria (che oggi ci porterebbe a sforare i 3 gradi). A condizione, però, che non manchi la volontà politica dei governi. “Durante il 2017, abbiamo assistito a uragani che hanno devastato i Caraibi, tempeste e inondazioni che hanno distrutto migliaia di abitazioni e scuole in Asia meridionale, ondate di siccità eccezionali in Africa orientale. Queste catastrofi rappresentano già la realtà per numerose comunità. È per questo che la Cop 23 avrebbe dovuto portare avanzamenti concreti per aiutare queste popolazioni. Invece, con rare eccezioni, i paesi ricchi sono arrivati a Bonn a mani vuote”, ha osservato Armelle Lecomte, responsabile clima di Oxfam France.

Per cosa ci ricorderemo di questa Cop 23
Le conferenze sul clima, però, non sono solo dichiarazioni, numeri e promesse. Ad esempio, ci ricorderemo della Cop 23 per il tempo speso ai controlli e per i chilometri percorsi – a piedi, in bici o su un veicolo elettrico – per passare da una zona all’altra. Da una parte la Bula zone dedicata ai negoziati ufficiali e alle squadre di delegati in giacca e cravatta. Una delle sensazioni più forti è stata che la maggioranza dei delegati arrivasse dal continente africano. Questo a testimonianza del fatto che ogni conferenza è fondamentale per chi vive gli effetti del riscaldamento globale sulla propria pelle. Mentre solo chi tutto questo non lo subisce direttamente può permettersi un disimpegno, seppur temporaneo.

Bonn VS Bula 1-0
Dall’altra la Bonn zone, quella dedicata alla società civile, alle organizzazioni non governative e alle startup che hanno catturato l’attenzione dei pochi giornalisti presenti grazie a una buona dose di entusiasmo. E anche ai padiglioni degli stati che hanno capito che per ergersi a “leader climatici” bisogna stare tra le persone e saper comunicare con loro. Anche quando non si ha molto da dire.

Per questi motivi e per una sostanziale mancanza d’interesse dovuta a pochi “leaks” da inseguire o “rumors” da twittare, la Bula zone è stata pressoché snobbata, in favore di una dinamicità di eventi e di iniziative che hanno fatto apparire la società civile avanti anni luce rispetto ai politici.

Jerry Brown, leader di We are still in “ha fatto” il presidente degli Stati Uniti
Quegli stessi politici che neanche erano presenti. “L’impressione è che alcuni governi abbiano interpretato l’Accordo di Parigi come un traguardo finale, anziché come un punto di partenza”, hanno riportato da Bonn gli inviati di alcune emittenti internazionali.

Nessuno, in effetti, saprebbe dire quali altre capi di stato e di governo abbiano timbrato il cartellino della Cop 23, oltre alla cancelliera tedesca Angela Merkel, obbligata a fare gli onori di casa, e al presidente francese Emmanuel Macron, che voleva portare alto il nome di Parigi che dà il nome all’Accordo. Tanto da decidere di convocare un nuovo summit sul clima (One planet), che si tiene nella capitale francese il 12 dicembre, dedicato principalmente ai finanziamenti. “La conferenza di Parigi”, ha sottolineato Lecomte, rappresenta “un esame di riparazione per i paesi ricchi, nella speranza che si decidano a mettere i soldi sul piatto”. Per conto degli Stati Uniti, o almeno della popolazione americana, erano presenti l’ex e l’attuale governatore della California: Arnold Schwarznegger e Jerry Brown che hanno animato il padiglione a forma di igloo targato “Climate action center”, che ha riunito anche la coalizione We are still in fatta di stati, città, imprese e organizzazioni americane che hanno deciso di continuare a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi nonostante la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi. Anche per questo ci ricorderemo di questa conferenza sul clima: per la capacità della società civile di riconquistarsi il ruolo che le spetta. Anche fisicamente. Il ruolo di chi ha la ragione dalla sua parte.

Il carbone
Nel bene e nel male. Il carbone, cioè il combustibile fossile più sporco del mondo, ha dominato la scena. C’è chi ha lanciato un’alleanza per dire addio al carbone entro il 2030 composta da una ventina di governi, Italia inclusa, e chi ha avuto il coraggio di tenere una conferenza sul carbone “pulito” – made in Usa. La delegazione ufficiale americana ha seguito le indicazioni della Casa Bianca che, a più riprese, ha annunciato di voler puntare anche sul carbone per garantire agli americani tutta l’energia di cui hanno bisogno. In pratica, anche lo stoccaggio della CO2 emessa dalle ciminiere delle centrali a carbone può diventare una soluzione per combattere i cambiamenti climatici, secondo Trump.

Non ci sono più Cop tecniche, ci sono Cop d’azione
Dopo un’iniziale muro contro muro tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, questi ultimi hanno ottenuto che i governi indichino fin da subito cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per la lotta ai cambiamenti climatici.

Cosa bisogna fare prima del 2020
Il sud del mondo ha infatti sottolineato la necessità di rispettare gli obiettivi fissati dalla seconda fase del Protocollo di Kyoto – di cui si sono festeggiati i 20 anni – quella che va dal 2013 al 2020, ma che ancora non è entrata in vigore poiché non ha ottenuto il numero necessario di ratifiche. In questo modo, si punta a “coprire” gli anni che rimangono prima del momento in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo.

La Cop 23 e l’agricoltura
Altro avanzamento importante è quello legato all’agricoltura. Richiesto da ormai sei anni, il programma di lavoro sulla sicurezza alimentare e sull’intero settore agricolo è finalmente entrato a pieno titolo nei negoziati. Le ong e la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avevano insistito fortemente, ricordando come i cambiamenti climatici rappresentano ormai una delle principali cause di malnutrizione nel mondo. E l’agricoltura una delle principali cause del riscaldamento globale.

Il Gender action plan
Nell’ambito della Cop 23 è stato adottato anche il “Gender action plan”, piano d’azione per la parità di genere, con l’obiettivo di integrare il tema nei programmi per l’ambiente e il clima. È stata l’italiana Chiara Soletti dell’Italian climate network a intervenire sul tema nel corso della seduta plenaria che si è svolta nella notte tra venerdì e sabato. Una notte complessa: sono state necessarie numerose interruzioni e molti colloqui a porte chiuse per trovare un accordo, soprattutto sulla questione del dialogo di Talanoa.

Le difficoltà incontrate a Bonn sono ben riassunte d’altra parte dalle questioni sulle quali non si è riusciti a trovare un accordo, se non parziale. Primo fra tutti il problema dei finanziamenti che rappresenta il cuore di tutte le questioni: senza fondi è impossibile avviare qualsiasi piano di mitigazione, transizione o adattamento.

One planet a Parigi. Per i più volenterosi appuntamento a dicembre
Da un lato, alla Cop 23 si è accettato il principio secondo il quale i fondi per riparare i danni subiti dalle nazioni più vulnerabili non debbano far parte dei famosi 100 miliardi di dollari promessi (e mai stanziati integralmente) nel lontano 2011 per il Fondo verde per il clima. Dall’altro, però, la questione fondamentale del reporting – ovvero della trasparenza sul come il denaro viene utilizzato – è stata rinviata al 2018.

Ecco perché Macron ha deciso di riunire a Parigi, il 12 dicembre, un centinaio di paesi. Non tutti: solo quelli che hanno voglia di fare sul serio. Donald Trump non è stato invitato. L’obiettivo, come sottolineato dalla rete di ong Climate action network è arrivare alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, “per prepararsi a rendere ancora più ambiziosi gli obiettivi entro il 2020 in modo da poter mettere in atto la transizione verso un futuro rinnovabile”.

Andrea Barolini e Tommaso Perrone
da lifegate.it/ – 18 nov 201