«COSTRUIRE COMUNITÀ», L’ESPERIENZA DI RIMAFLOW.

Sei anni e mezzo di sperimentazione di lavoro produttivo in autogestione, occupando la nostra fabbrica metalmeccanica che ha chiuso licenziando 330 dipendenti.

Tra difficoltà date dall’inesperienza, ostacoli burocratici e anche repressione (un’inchiesta giudiziaria in cui hanno voluto farci apparire parte di un’associazione a delinquere per lo smaltimento illecito dei rifiuti, proprio noi che abbiamo fatto del riuso e riciclo il fondamento ecologista di tutte le nostre attività!
Ma intanto sette mesi di carcere per il presidente della cooperativa RiMaflow e il sequestro dei beni li stiamo pagando pesantemente..).

Ma tutto questo tempo ci è servito, primo per strappare a Unicredit proprietaria dell’area – con la mediazione della Prefettura – un riconoscimento della nostra realtà e recuperare risorse per acquisire un nuovo stabilimento (una piccola riappropriazione di plusvalore estorto al lavoro dal capitale è sempre cosa buona), e secondo per impostare una nuova struttura giuridica della nostra attività economico-sociale, più corrispondente al progetto di <costruire comunità>.

Infatti, la concezione stessa di ‘fabbrica aperta’ che abbiamo mutuato dalle imprese recuperate argentine, ci ha posto in rapporto con il territorio non solo per le necessarie relazioni politiche e sociali funzionali a difendere un progetto di autogestione fondato su un’occupazione, ma anche per progettare la stessa attività economica.

La rete Fuorimercato rappresenta, dentro una società dominata dalle leggi del Mercato da cui sarebbe illusorio pensare di sottrarsi, una protezione per attività produttive non fondate sullo sfruttamento.

E’ per questo che – a partire dalle produzioni agroalimentari (più vicine ai bisogni primari, di vita, delle persone e con cui più facilmente è possibile costruire canali autonomi dalla grande distribuzione, che è il perno del sistema capitalistico) – è necessario mettere in connessione produzione e consumo, produttori e fruitori, per progettare insieme ciò che serve sul territorio.

La distribuzione Fuorimercato ha fatto propria l’elaborazione dei settori più avanzati del consumo critico, presenti proprio nel nostro territorio (maturati dentro l’esperienza del DESR e delle filiere produttive, dei Gas e delle realtà di Genuino Clandestino), ipotizzando un medesimo orientamento per l’insieme delle attività economiche, ivi comprese quelle artigianali e industriali.

Dal punto di vista giuridico, costruire comunità ha significato per RiMaflow approfondire l’elaborazione sul mutualismo conflittuale a partire dalle storiche Società operaie di mutuo soccorso, riprendendo in particolare quelle basate su modalità di sindacalismo a insediamento multiplo (secondo le teorizzazioni di Pino Ferraris) e di approdare al passaggio dalla classica Cooperativa di produzione e lavoro alla Cooperativa di comunità.
In quest’ultima sono soci sia produttori che fruitori, sia operai che artigiani da un lato, sia ‘gasisti’ che beneficiari di prodotti e servizi organizzati collettivamente o anche individualmente dall’altro.

La Cooperativa di comunità non ha ancora una legislazione nazionale di supporto, ma diverse sperimentazioni sono in atto da anni, pur con non facili rapporti con l’agenzia delle entrate, anche da parte delle grandi centrali cooperative che – muovendosi in un’ottica tutta interna al sistema capitalistico – come questo cercano di sussumere ciò che vedono muoversi nella società, cogliendo dinamiche reali.

Abbiamo voluto specificare nel nome il nostro progetto. Ci chiamiamo infatti “RiMaflow Fuorimercato, società operaia di mutuo soccorso, cooperativa sociale di comunità a r.l.

L’aspetto ‘sociale’ riflette la composizione della forza lavoro in atto o con cui siamo in relazione e in via di integrazione, che prevede una importante componente di disagiati riconosciuti dalla legge.

Al di là della forma giuridica, la cooperativa di comunità così concepita consente di integrare sia le caratteristiche della cooperativa di produzione e lavoro che quella di consumo, ivi compresa la raccolta del risparmio sociale anche se ovviamente tra i soli soci.
Con una remunerazione del risparmio depositato dai soci ipotizziamo dell’1,5% (a fronte del nulla offerto dal sistema bancario) la cooperativa potrà fare autofinanziamento e investimenti con un tasso di interesse bassissimo rispetto a quello di mercato.
Arriveremo a questo non certamente subito, poiché occorre un consolidamento economico generale delle nostre attività, ma si tratta di una prospettiva verso la quale intendiamo muoverci.

A questo punto RiMaflow, che certamente non può essere di per sé un ‘bene comune’, può muoversi però in quella direzione costruendo una comunità, in cui tendenzialmente dovrebbe diventare possibile – nelle nostre intenzioni – decidere insieme ciò che serve al territorio come produzione e servizi, attraverso il sistema partecipativo e decisionale dal basso della cooperativa di comunità.

C’è un aspetto teorico che abbiamo voluto anche considerare: quanto potrebbe essere messa a rischio l’autonomia del lavoro, cioè dei lavoratori e delle lavoratrici, all’interno della parità di potere decisionale di tutti i soci. In realtà non pensiamo che l’accettazione dello Statuto possa consentire operazioni di compressione del costo del lavoro per favorire i fruitori/consumatori. E ulteriori norme regolamentari potrebbero essere introdotte per evitare la logica dominante delle cooperative attuali della competitività al ribasso.

Tuttavia sarà la sperimentazione concreta a farci capire come affrontare queste e altre problematiche.

Se si vuole iniziare a mettere in discussione il sistema di Mercato, non è possibile agire solo sul versante della distribuzione, ma bisogna cominciare a mettere mano alla produzione.

Con l’idea che solo attraverso strumenti di potere popolare dal basso sia possibile aprire dei varchi nello stesso sistema istituzionale, del tutto impermeabile a incursioni antagonistiche in special modo attraverso i meccanismi elettorali.

RiMaflow e Fuorimercato sono piccole sperimentazioni.

Tuttavia le relazioni con altri ambiti associativi nel territorio e la replicabilità dell’esperienza potrebbero aprire una strada concreta al mutualismo e all’autogestione, come alternativa a un sistema ormai imbarbarito e senza futuro.

Gigi Malabarba