Export di armi, l’Italia tra i primi 10

Al di là delle analisi geopolitiche, un modo di vedere con numeri quali sono le tendenze mondiali verso conflitti armati è l’analisi del commercio di armi.
Non è ovviamente un sistema di previsione dei prossimi conflitti: indica però quali sono le tendenze e dove possono rivelarsi punti di crisi.

Questa settimana, Il prestigioso Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha pubblicato una serie di dati sui trasferimenti di armamenti.
La prima cosa che si nota è che il calo di questo commercio, che era stato forte dalla fine della Guerra Fredda, è da tempo terminato.
Dal 2003, i trasferimenti internazionali di armi da guerra aumentano. In particolare, nel periodo 2013-2017 è stato superiore del 10% rispetto al 2008-2012. In entrambi i quinquenni, il volume di scambi è aumentato in direzione di Medio Oriente e Asia.

I maggiori esportatori sono gli Stati Uniti, con il 35% dell’intero export globale. Seguono la Russia con il 22%, la Francia al 6,7%, la Germania al 5,8% e la Cina con il 5,7%.
L’Italia è in posizione numero nove: il 2,5% dell’export mondiale; nel periodo 2013-2017 una crescita del 13% rispetto ai cinque anni precedenti.
Notevoli sono i balzi delle esportazioni per Israele (55%) e Francia (27%).

Più interessante è notare dove le armi sono andate, per capire quali Paesi sospettano di avere nel loro orizzonte un conflitto potenziale.
Il primo acquirente mondiale è l’India: il 12% del totale. Seguono l’Arabia Saudita (10%, rispetto al 3,4% del 2008-2012), l’Egitto (4,5% quando era all’1,6% nel quinquennio precedente), gli Emirati Arabi Uniti (4,4%), la Cina (4%, in calo dal 5,4%).

Una crescita forte di importazioni di armi tra i due quinquenni è avvenuta nei Paesi del Golfo: in Arabia Saudita del 225%, in Oman del 655%, in Iraq del 118%, in Kuwait del 488%, in Qatar del 166%, negli Emirati del 51%.
Incrementi notevoli si sono registrati anche a Taiwan (261%), in Indonesia (123%), Vietnam (81%), Bangladesh (542%).

I numeri non danno il quadro esatto del riarmo dei diversi Paesi, escludono la produzione interna di ciascuno: la Cina, ad esempio, ha in corso un rafforzamento militare massiccio ma la sue importazioni di armi sono calate del 19%: conta sempre di più sulla produzione domestica.
Sono numeri che però raccontano bene i possibili punti di crisi.

da Il corriere