LACRIME – la testimonianza di un volontario del Naga.

Quante lacrime ho visto, in questi anni di Naga.

Le lacrime silenziose e amare del ragazzo arrivato da poco dal Marocco: carino, fresco di laurea in logistica, viene da noi vestito come per un colloquio di lavoro. Appena giunto in Italia attraverso la rotta balcanica (sì, ha fatto il giro del Mediterraneo) si informa su come regolarizzarsi, e qualche suo connazionale gli dice che bisogna andare in Questura. Lui si fida, ci va, e ne esce con un’espulsione. Non c’è pietà per la buona fede. “Non c’è verso di impugnarla”, ci dicono tre diversi avvocati, e noi non possiamo che riferire. Quando risolleva la testa dalle mani intrecciate a nascondere il suo pianto, dice solo: “La mia famiglia ha speso tutti i suoi soldi per farmi arrivare fin qua. Non posso tornare indietro”. Non ci rimane purtroppo che dargli qualche buon consiglio e augurargli buona fortuna.

Le lacrime disperate della madre peruviana che da quasi dieci anni non vede suo figlio. Quasi tre anni fa finalmente è riuscita ad avere tutto ciò che serve per il ricongiungimento familiare: permesso di soggiorno, reddito sufficiente, casa adeguata. Ha fatto domanda e ha atteso, piena di speranza. Ha atteso. Ha atteso. Ma dallo stato italiano nessuna risposta. Niente. “Era un bambino piccolo quando l’ho lasciato a mia mamma, ora ha quasi quindici anni, è un uomo”, racconta tra una lacrima e l’altra: dopo aver perso gli anni delle elementari, questo ritardo le ha rubato anche quelli delle medie, la pubertà, le prime cotte del suo bambino; due vite segnate per sempre, appese a una banale inerzia burocratica. E vai di avvocato, accesso agli atti, raccomandate da spedire: riusciremo a sbloccare la pratica? Per il momento non possiamo che cercare di ridarle almeno la speranza.

Le lacrime di gioia del giovane egiziano che ha appena ricevuto il suo primo permesso di soggiorno. Il giorno stesso telefona e dice: “Sono in corso Buenos Aires, sto mangiando il gelato, è passata la polizia, e per la prima volta non sono scappato! E domani – aggiunge – faccio il biglietto dell’aereo, vado a trovare la famiglia, cinque anni che non li vedo”, e dicendo questo non si trattiene e piange, anche lui, senza vergogna, nel bel mezzo di corso Buenos Aires. Buona fortuna anche a te, hai un’opportunità, usala bene, amico.

Le lacrime del ragazzino asiatico appena maggiorenne vestito come un giovane dandy, piglio un po’ arrogante, voce profonda alla quale ogni tanto scappa un acuto, sfuggito al controllo severo che sicuramente s’impone per sembrare proprio un uomo. Quasi non ha fatto in tempo a compiere diciotto anni, e ha già preso un’espulsione. Mentre verifichiamo informazioni e gli spieghiamo che cosa cercheremo di fare, all’improvviso senza motivo china il capo; mi avvicino, lo guardo da sotto in su e vedo che dai suoi occhi lucidi stanno scendendo enormi lacrimoni. “Che cosa c’è? Che succede?” gli chiedo. “No mama no papa tre anni” risponde, e sì, direi che è una spiegazione sufficiente. Gli metto una mano sulla spalla, e lui per tutta risposta si butta in avanti, mi abbraccia, e piange piange piange tutta la paura di questi tre anni senza nessuno a dirgli di non fare sciocchezze e raccomandargli di non fare tardi la sera.

Le lacrime impreviste e toccanti del trentenne italiano venuto ad accompagnare la sua compagna latinoamericana che ha ricevuto un foglio di via. Gentile, paziente, faccia da bravo ragazzo, è stato a lungo in silenzio ad ascoltarci mentre preparavamo le carte per cercare di sistemare la sua posizione; lei è poco più giovane di lui, parla con una chiarezza limpida che non riesce a nascondere l’imbarazzo per le cose che ci deve raccontare; timida, colta, educata, evidentemente fuori posto nel ruolo che le è toccato di affrontare in una vita che dalle iniziali speranze di poter continuare gli studi e vivere serenamente è scivolata senza appigli in un pozzo senza fondo fatto di strada, privazioni, umiliazioni, botte, fughe, malattia. Inaspettatamente, è lui a scoppiare a piangere: “Vi prego, non possono mandarmela via; io ero un disperato, un alcolizzato, uno che girava per strada; mi sono innamorato di lei appena l’ho vista, e lei non ha avuto schifo di me, mi ha preso nella sua casa, mi ha voluto bene, io ho capito tante cose grazie a lei: è la mia famiglia, tutto quello che ho, non lasciate che la mandino via!”: la realtà spesso è così diversa dagli stereotipi, dai luoghi comuni, da ogni possibile aspettativa su chi sia il “salvato” e chi il “salvatore”. Lo rassicuriamo: non la manderanno via; faremo tutto il possibile, per questo stiamo raccogliendo tanti documenti; hanno visto tanto odio, tanto razzismo, tanti pregiudizi: sembra incredibile trovare qualcuno che ti guarda solo per quello che sei, e non per quello che la gente pensa di sapere di te.

Quante lacrime arrivate solo a inumidirmi gli occhi, che ho ricacciato indietro perché non era il momento,perché c’era tanto da fare, perché non facevano bene; quante lacrime uscite solo dopo a sfogare la tensione. 

Le lacrime che non volevano saperne di uscire il giorno del funerale di Italo, mentre pensavo che non l’avrei più rivisto, eppure non c’era verso di strizzarne fuori una: sono arrivate dopo, nel tempo successivo, e ancora arrivano, tutte le volte che penso a quell’ometto e alle sue imprevedibili bizzarrie senza le quali il Naga non esisterebbe.

Lacrime che non sono andate perdute nella pioggia: sono diventate azioni legali, manifestazioni di protesta, documenti, qualche volta vittorie.

Dalle lacrime sono nate serate perdute ad ascoltare una storia o a fare un intervento in un circolo culturale di provincia, corse in tram tra una riunione e l’altra, ore d’attesa davanti alla questura.

Tutte quelle lacrime me le portavo dentro mentre imparavo a superare la paura di avventurarmi da solo in un campo rom per andare a trovare una persona, di affrontare la polizia con la ferma pacatezza di chi conosce i diritti propri e delle persone che a lui si sono affidate, di sbagliare nel dare un consiglio.

Lacrime che a saperle raccogliere diventano forza politica.

Lacrime che chiedono giustizia.

Lacrime di speranza.

#NonSiamoBuoni