Riscaldamento del clima e diritto all’acqua

Clima-acqua

Clima-acquaLo studiamo a scuola: solo il 3% dell’acqua del pianeta è acqua dolce, e di questa solo un quarto circa è disponibile per il consumo degli esseri viventi.

Il riscaldamento dell’atmosfera e del  mare sta provocando un aumento dell’evaporazione; si riduce quindi il tempo in cui l’acqua dolce rimane nei vari comparti delle terre ferme (fiumi, laghi, falde sotterranee) facilmente utilizzabile dagli esseri viventi.
Anche per questo l’acqua dolce è sempre meno disponibile.
Inoltre, un clima più caldo significa aumento della siccità e della desertificazione, e quindi più sete (e più fame).

Negli ultimi 40 anni l’acqua a disposizione di ogni essere umano si è ridotta da 17.500 a 7.500 metri cubi all’anno. E siamo noi occidentali a fare la parte del leone: meno di un miliardo di persone consuma l’86% dell’acqua disponibile.
Noi italiani in particolare, primi in Europa per consumo di acqua dell’acquedotto con circa 180 litri al giorno pro capite (a Milano il consumo è cresciuto di 21 volte in 70 anni) e primi nel mondo per consumo di acqua minerale (quasi 200 litri all’anno a testa).

Nei paesi poveri, in particolare in Africa, ogni persona dispone in media di 10-20 litri al giorno; circa un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, circa due miliardi e mezzo non hanno accesso ai servizi sanitari.
E sono proprio i poverissimi della terra a pagarla di più, fino a 4-5 euro al metro cubo (la tariffa a Milano è circa 80 centesimi al metro cubo), perché costretti a comprarla dalle autobotti.

Si stima che siano 15 milioni all’anno le persone costrette a emigrare per carenza d’acqua. E si calcola che nel 2030 la domanda supererà la disponibilità del 40%.

L’acqua potabile noi la usiamo per lavare l’auto, bagnare le piante, far andare la lavatrice e tirare lo sciacquone, ma molti non la bevono più. Continuiamo a sprecarla e a inquinarla, convinti che sia inesauribile.

In realtà la situazione della Pianura Padana, area densamente popolata, è di crescente crisi idrica, a causa di un’agricoltura intensiva insostenibile e della forte industrializzazione, ma anche delle perdite degli acquedotti, delle fognature talvolta inadeguate e degli insufficienti depuratori: nella zona di Milano per l’acquedotto si pesca ormai in terza falda e sono frequenti i conflitti tra agricoltori, industrie idroelettriche e comuni montani in concorrenza per l’uso di bacini e torrenti.

Dall’altra parte, 21 sorgenti sono date in concessione (a cifre irrisorie) a imprese di acque minerali, che imbottigliano una risorsa collettiva rivendendola con margini di profitto altissimi e scaricando su tutti noi i costi ambientali (ma anche economici!) dei trasporti e dello smaltimento delle bottiglie.

PERCHE’ DEVE RESTARE PUBBLICA

Senz’acqua non si vive. L’acqua è un diritto umano universale e un bene comune dell’umanità.
Il 28 luglio  2010 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto umano all’acqua e ai servizi igienici di base come universale, autonomo e specifico.
Lo ha riaffermato il Parlamento europeo l’8 settembre 2015: l’acqua è riconosciuta come vitale per la vita umana e la dignità e non può essere trattata come una merce, sostenendo che la gestione delle risorse idriche deve essere esclusa dalle regole del mercato.
I governi e gli enti locali sono tenuti a garantire acqua di buona qualità a tutti i cittadini, a salvaguardare l’acqua come bene comune necessario alla vita degli ecosistemi, riducendone il più possibile lo spreco e l’inquinamento e impedendone l’appropriazione economica.

Tuttavia, le politiche dell’acqua a livello internazionale vengono decise dal Consiglio mondiale dell’acqua, partecipato dall’Onu ma diretto di fatto dalle multinazionali dei servizi, Suez e Veolia in prima linea. La loro ricetta è sempre la stessa: privatizzare, liberalizzare.

La loro idea? L’acqua è una merce (per di più sempre più scarsa) e va venduta. Solo i privati hanno l’efficienza e il denaro per i grandi investimenti necessari. In realtà, nelle 400 principali città del mondo l’acqua è gestita dal pubblico nel 90% dei casi. E sono in aumento i casi di ripubblicizzazione: da 2 nel Duemila a 235 nel 2015.
Perché l’esperienza ha dimostrato che il vero obiettivo dei privati, la massimizzazione del profitto, comporta corruzione, aumenti delle tariffe, riduzione degli investimenti, licenziamenti, iniquità nella distribuzione, scarsa attenzione alla manutenzione e nessuna alla questione del risparmio d’acqua, a volte addirittura aumento delle malattie legate all’inquinamento idrico sia biologico che chimico (sta succedendo per esempio in Sudafrica).
Gli unici a guadagnarci sono gli azionisti delle multinazionali dei servizi (sono tre gli indici di borsa legati ai titoli idrici, che negli ultimi anni hanno avuto un boom).

In Francia, patria delle due più grandi multinazionali del settore, Veolia e Suez, tra il 200 e il 2015 sono stati 94 i casi di ripubblicizzazione. Tra i risultati, la riduzione delle tariffe, l’aumento degli investimenti, il miglioramento delle politiche sociali, la partecipazione dei cittadini alle scelte strategiche.

In Italia, invece, l’obiettivo del governo è favorire il più possibile la spartizione della gestione dei servizi idrici (e non solo) sul territorio nazionale tra quattro grandi multiutility (A2A, Iren, Hera e Acea) a capitale misto e quotate in borsa, ignorando la volontà espressa da 27 milioni di italiani nel referendum del 2011 e distruggendo la sovranità dei Comuni.

LE NOSTRE PROPOSTE

Una gestione del servizio idrico trasparente, affidata a un’azienda speciale di diritto pubblico, che:

  • preveda la partecipazione attiva dei cittadini;
  • garantisca a tutti il fabbisogno essenziale (50 litri al giorno) gratis, a carico della fiscalità generale, e scoraggi gli sprechi applicando tariffe progressive, finanziando anche con l’1% della bolletta lo sviluppo dei servizi igienici e della distribuzione di acqua potabile nel Sud del mondo;
  • migliori la qualità dell’acqua e del servizio, garantisca una buona depurazione, e incentivi il risparmio idrico e la riduzione dell’inquinamento, sia da parte dei privati che da parte delle imprese agricole e industriali;
  • garantisca i diritti dei lavoratori e la manutenzione degli impianti;
  • gestisca il ciclo idrico completo lavorando sull’area del bacino idrografico, che comprenda Milano e l’hinterland.

Comitato Milanese Acquapubblica
comitatomilaneseacqua@gmail.com


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BOX

COME RIDURRE I CONSUMI: QUALCHE CONSIGLIO

  • Ridurre i consumi in generale (qualsiasi merce, dall’insalata incellofanata ai calzini, richiede grandi quantità di acqua – oltre che di energia – per essere prodotta) e in particolare quelli di carne (servono circa 1000 litri d’acqua per un chilo di manzo). L’impronta idrica media individuale in Italia (cioè l’acqua necessaria a produrre i beni comsumati) è pari a 6.000 litri al giorno, tra le più alte del mondo
  • Fare la doccia invece del bagno in vasca
  • Non lasciare scorrere l’acqua dai rubinetti per raffreddare o mentre ci si lava i denti o ci si insapona sotto la doccia
  • Riutilizzare l’acqua di cottura (piante, lavaggio piatti)
  • Fare uso dei riduttori (costano pochi euro e si inseriscono nei rubinetti): riducono il consumo circa della metà
  • Usare secchio e spugna, e non la pompa, per lavare l’auto
  • Evitare di acquistare l’acqua minerale: quella del rubinetto è simile come contenuti, altrettanto sicura e più controllata. Per togliere il sapore di cloro basta metterla in una brocca in frigo un paio d’ore prima del consumo (il cloro evapora)