Spese militari ed Export di armi

In questi anni c’é un boom nella produzione e nell’esportazione di armamenti

C’è un’evidente decisione politica, che si può far risalire al 2006 con diversi governi protagonisti. Il suo compimento l’ha trovato nella nomina di Mauro Moretti ad amministratore delegato di Finmeccanica (divenuta poi Leonardo, ndr), che ha proceduto alla riorganizzazione delle controllate per una migliore integrazione ma soprattutto alla cessione di settori civili molto rilevanti, non ritenuti strategici.

Sono state invece mantenute e rafforzate quelle del settore militare: aerospazio, difesa e sicurezza. Questi settori per essere competitivi non possono limitarsi alle commesse del ministro della Difesa, ma devono trovare nuovi mercati extraeuropei, come i Paesi ricchi di petrolio e altre risorse del Golfo persico, le ex repubbliche sovietiche, quelli del Subcontinente indiano e dell’Africa subsahariana.

Poco importa se retti da monarchie assolute come i Paesi arabi, da dittature “paternaliste” come Turkmenistan e Kazakistan, da regimi dispotici come l’Angola, oppure se siano in conflitto fra loro come India e Pakistan o poverissimi come le Filippine: conta fare affari, sono questi a garantire la sopravvivenza della nostra industria militare. In gran parte a controllo statale, che fa affari privati ma ha costi pubblici.

Questo comporta scelte che i singoli Stati non sono ancora disposti a fare: da un lato la necessità di progettare la difesa europea come realtà integrata e omogenea, dall’altro di pensare all’industria militare non in una funzione proiettiva nei mercati esteri ma commisurata alle nostre effettive esigenze.

Quello che si sta facendo, anche con la “Cooperazione strutturata e permanente” (Pesco), non va verso la riorganizzazione e ristrutturazione delle industrie militari nazionali, tagliando e riconvertendo settori obsoleti, ma è un ulteriore finanziamento alle industrie dei vari Paesi dell’UE.

Per ciò che riguarda il controllo delle esportazioni l’Italia, che pur ha una delle migliori leggi in materia, la 185/90 ha optato per la scarsa trasparenza, manca un adeguato controllo da parte del Parlamento.

Rendendo note queste informazioni, che devono essere dettagliate e precise, il governo si esporrebbe non solo alla critica di altri Paesi, ma del nostro Parlamento e delle nostre associazioni.
Per questo la relazione che invia al Parlamento riporta solo i valori complessivi delle autorizzazioni rilasciate e delle consegne effettuate a ciascun Paese estero e i generici sistemi militari, come ad esempio velivoli, navi e così via. Ma un conto è una nave per lo sminamento, altro è una fregata con sistemi missilistici. Un conto è un elicottero per il soccorso marino, altro un Mangusta con capacità d’attacco al suolo.
C’è da chiedersi poi perché non ci indigniamo per le nostre bombe sganciate dai sauditi sui civili in Yemen.

In un periodo di precarietà e insicurezza economica le persone tendono a cercare di risolvere problemi che sentono più pressanti come quello del lavoro.

I media spettacolarizzano determinati problemi – es.: l’immigrazione – ma raramente aiutano a riflettere sulle cause e le connessioni, fra cui proprio quella delle forniture militari a regimi dispotici e in zone di conflitto.

Va anche rilevata una progressiva erosione del movimento pacifista, che da una parte non trova nella controparte politica l’attenzione necessaria, dall’altra è emarginato dai media. Sui canali Rai, ma non solo si è parlato pochissimo di cacciabombardieri F35 e delle bombe della RWM finite in Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen.

Cresce anche la Spesa militare, con alcuni trucchi

Nei dati contenuti negli allegati della previsione alla legge di bilancio si scopre che nel 2018 il Ministero dello Sviluppo Economico sborsa 3,5 miliardi di euro per l’acquisto di armamenti militari (+ 5% rispetto al 2017). 
Un importo che rappresenta il 71,5% dell’intero budget dedicato alla competitività e allo sviluppo delle imprese italiane.
Ma quale sviluppo economico si vuole avere quando vi è questa sproporzione di ”investimento” per un settore che contribuisce allo 0,8% del Pil, mentre alle piccole e medie che sul prodotto interno lordo pesano per il 50%, restano le briciole.

Questi dati sono stati rivelati dall’Osservatorio sulle spese militari italiane nel 2° “Rapporto Mil€x” (progetto lanciato nel 2016 dal giornalista del Fatto Quotidiano Enrico Piovesana e da Francesco Vignarca di RID).
Senza questo strumento di monitoraggio indipendente sarebbe più difficile sapere che nel suo complesso la spesa militare italiana per l’anno in corso ammonta a 25 miliardi di euro: l’1,4% del Pil, il 4% in più rispetto al 2017.
Un trend di crescita avviato dal governo Renzi (+ 8,6% rispetto al 2015) che non sembra volersi arrestare.
Nel 2018 continuano ad aumentare anche le spese per gli armamenti: 5,7 miliardi, l’88% in più rispetto a tre legislature fa.

Delle spese per armamenti l’80% finisce nelle casse di Leonardo (ex Finmeccanica, al cui vertice siede l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro).
Fincantieri, negli ultimi anni ha ottenuto 5,4 miliardi di euro grazie alla nuova legge navale.
Fiat Iveco incassa per tutto ciò che riguarda i mezzi terrestri dell’Esercito e la Piaggio Aerospace (azienda ligure, di proprietà degli Emirati Arabi) anche per costruire i droni armati P2HH.

A cosa servono le “Missioni di pace”?

Nel documento programmatico pluriennale della Difesa del 2016 è scritto, nero su bianco, che i fondi per le missioni stanziati dal ministero dell’Economia (1,3 miliardi nel 2018) servono per far fronte alla quasi totalità delle spese di esercizio, ovvero per garantire la manutenzione dei mezzi e l’addestramento del personale.
L’Italia si sta sempre di più buttando in queste missioni (l’ultima in ordine di tempo è quella in Niger) perché per la Difesa è l’unico modo di incamerare risorse che altrimenti non avrebbe.
E questo colpisce il sistema democratico.

Il “Rapporto Mil€x” cita sia i 192 milioni all’anno di contributo alla NATO sia i 43 milioni per la base militare a Gibuti, la prima fuori dai confini dopo la fine del colonialismo come quella relativa all’accordo di “Condivisione nuclerare” con gli USA.
Il nostro Paese fin dagli anni ‘50 ospita una cinquantina di bombe atomiche B-61: una trentina nella base Usa di Aviano, altre venti in quella italiana di Ghedi.
Entrambe dispiegano le bombe B-61, bombe che saranno sostituite dalle più sofisticate B61-12. Questo sia in violazione dell’art. 11 della Costituzione, sia del Trattato di non profilerazione nucleare.
Ecco perchè il Governo non vuole firmare il Trattato di Proibizione delle armi nucleari.

Occorre dunque ridurre le spese militari e aderire al Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari, perché non possiamo continuare a far parte di un ombrello di difesa nucleare che ha basato la propria sicurezza sulla disponibilità a distruggere intere popolazioni, forse anche l’intero pianeta.

Sintesi di un intervento di Giorgio Beretta protagonista delle campagne “Contro i mercanti di morte” e “Banche armate”