Monthly Archives: febbraio 2016

Acqua Pubblica di Milano NO all’Accordo con Mekorot

Accqua-Mekorot

Accqua-MekorotMM Deve Annullare l’Accordo con Mekorot.  MM, società pubblica che gestisce il servizio idrico della nostra città, ha firmato nei giorni scorsi un accordo di collaborazione con Mekorot, società nazionale per le risorse idriche di Israele.

Firma la Petizione al Sindaco

Questa società è oggetto di una campagna internazionale di boicottaggio per violazione dei diritti umani.

Mekorot infatti sottrae l’acqua alle falde palestinesi per poi fornirla alle colonie israeliane; nei territori occupati nega l’accesso diretto all’acqua ai palestinesi e la vende loro a prezzi proibitivi.

Anche l’Unione Europea ha denunciato come inaccettabile l’azione delle aziende israeliane che operano nei territori occupati nel disprezzo di tutte le risoluzioni ONU al riguardo.

Nel 2014 una multiutility italiana che opera anche nel settore idrico, la Acea, ha sottoscritto un analogo accordo con Mekorot, stigmatizzato da molte organizzazioni che si occupano di diritti umani e contro il quale sono state raccolte migliaia di firme.

Il sindaco, la Giunta e il Consiglio comunale, sono state messe a conoscenza di questo accordo? Non si tratta di un accordo di poco conto: è stipulato da una azienda di proprietà del Comune di Milano ed è il Comune che dovrebbe dettarne le linee guida.

Se ne erano a conoscenza, è molto inquietante che nessuno sia intervenuto per bloccarlo, perché stiamo parlando di Acqua e di Diritti Umani. Mekorot è una azienda che calpesta sistematicamente i diritti umani in Palestina, e che per questo è stata condannata a livello internazionale.

Questa vergogna non può essere tollerata e ci aspettiamo un tempestivo intervento degli organi di governo della nostra città, che pure in passato non hanno mancato di esprimere solidarietà al popolo palestinese, perché le parole diventino fatti.

Chiediamo che il Comune di Milano non sottoscriva l’accordo con la Mekorot!

Milano, 24-2-2016

comitatomilaneseacqua@gmail.com

Fermate le guerre non le persone che fuggono dalle guerre

Senza-titolo-9

Senza-titolo-9E’ di questi giorni la notizia che il Parlamento Europeo ha votato a favore di un embargo delle forniture d’armi all’Arabia Saudita, per la gravissima emergenza umanitaria determinata dai bombardamenti della coalizione a guida saudita in Yemen.

Dal porto di Trieste sono partiti carichi di armamenti per un totale di 1.854.100 euro diretti agli Emirati Arabi Uniti, paese che fa parte della coalizione a guida saudita, intervenuta in Yemen senza alcun mandato delle Nazioni Unite.

Un reato che il Governo italiano sta perpetrando in violazione dell’articolo 1 della legge 185/90, che vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e che violano i diritti umani.

Questa decisione, presa dal Consiglio dei Ministri italiano, è ancora più grave anche perché in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, e soprattutto in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione che prevede “previo il parere delle Camere”.

Dopo un anno di ostilità la situazione in Yemen è tragica: le agenzie Onu riportano più di seimila morti di cui circa la metà tra la popolazione civile (di cui 700 bambini), oltre 20mila feriti, milioni di sfollati, più di metà della popolazione ridotta alla fame e definiscono la situazione come una “catastrofe umanitaria” senza precedenti.
Lo stesso Segretario generale dell’Onu Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie.

Per tutta risposta dall’Italia è partito un nuovo carico con migliaia di bombe.

È inammissibile!

Ci auguriamo che la Magistratura e chi di dovere prenda in esame l’esposto fatto dalla Rete Disarmo, e possa sospendere l’invio di bombe e materiali militari verso l’Arabia Saudita con effetto immediato.

Contro i Confini e la Precarizzazione

ontro-i-confini

ontro-i-confiniL’appello proposto per la “Giornata del Migrante” il Primo Marzo 2016, è oltremodo stimolante oltre che coinvolgente e sollecita uno spazio di attenzione e di riflessione. Per questo come Dimensioni Diverse abbiamo proposto e organizzato un incontro pubblico che si è tenuto alla Biblioteca di Baggio lunedì 22 febbraio 2016.

Poster-GiornataMigranti-
Giornata Migranti-Insegnareleparole-

Quello che segue è una riflessione finale scaturita dal dibattito fra le persone intervenute.

Da troppo tempo stiamo assistendo alle drammatiche peripezie di persone che fuggono dalle Miserie per cercare una diversa umanità e una possibile vita dignitosa.

I media ogni giorno sollecitano le nostre emozioni mostrando i volti esasperati di uomini, donne e di bambini soggetti a grandi sofferenze, che si accalcano di fronte ai muri, al filo spinato, … ai Confini.

E ancora con immagini raccapriccianti di barconi rovesciati, di morti annegati e ancora di bambini (340 i morti negli ultimi 6 mesi).

Sentimenti non compatibili con il tempo delle “feste consacrate”, delle ragioni che sembrano esasperare le “Paure“, indotte, che giustificano l’alibi della indifferenza.

I Confini posti a condanna delle miserie, sono rilevatori dei limiti che si frappongono alla possibilità di Migrare oltre che di affrontare i processi di Precarizzazione delle condizioni di esistenza.

Miseria, Precarietà, Paure, Confini, Migrare
, si scontrano con le Diversità che non si riconoscono.
In una società attraversata da Reti informatizzanti, ogni elemento è intrinsecamente interconnesso, vincolato ai flussi che alimentano, adeguano, omologano ogni sua parte.

In questo vincolo di interconnessioni particolareggiate, ogni persona risulta sconnessa, vincolata (propria) a sé stessa, nella costante ricerca di un qualche valore aggiunto che la rende soggetto di valore, proprietà di sé: una diversità arrogante che le impedisce, e comunque difficile, di riconoscere la diversità dell’altro.

La “Miseria” di questa “natura umana” costretta al lavoro, alla quale è negata una qualche biodiversità, vincolata alla sopravvivenza, alimenta fortemente reazioni xenofobe e razziste.

La consapevolezza, schematizzata in questi brevi tratti, emersa nel dibattito ragionando sulla realtà dei migranti, ci porta a pensare che quello che accade attorno a noi, anche se “fuori“, in realtà è “dentro” noi, e non basta voltare lo sguardo o chiudere la porta per rimanere liberi.

Solo una coscienza collettiva può credere di trovare la forza per aprire almeno dei varchi nei confini dentro i quali e rinchiusa e soggiogata la dignità degli esseri viventi.

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ED ORA TUTTE E TUTTI A MANIFESTARE IL PRIMO MARZO IN P.ZA DUCA D’AOSTA – STAZIONE CENTRALE A MILANO

Europa debole con i forti, fortissima con i deboli

europa-debole

europa-deboleProfughi. Se decine di milioni di morti nelle guerre europee non sono un buon argomento per un continente unito, alcune decine di migliaia di migranti annegati lo saranno per un minimo di solidarietà umana?

«Io non l’ho voluto!», grida dio — nel grande dramma Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus – davanti al mondo intero che si autodistrugge in guerra.

«Noi non l’abbiamo voluto!», grideranno i capi di governo a Bruxelles, Berlino, Londra, Parigi, Roma e nelle altri capitali europee, quando fatalmente l’Unione europea andrà alla fine in pezzi.
Ma a quel punto, chi avrà voluto e che cosa davvero avrà determinato questo esito?

Prima di abbozzare una risposta, converrà ricordare ai Salvini, ai Farage, ai Grillo e a tutti gli altri agitatori della domenica che sono stati settanta i milioni di morti della seconda guerra mondiale e i più di venti della prima ad aver spinto nella direzione di un’unificazione europea – e questo dopo tre secoli di conflitti incessanti in cui tutti si battevano contro tutti.

L’Europa non ha nulla da insegnare in tema di pace, solidarietà e diritti, perché è stata sino a settant’anni fa il continente più mortifero della storia. E oggi ricomincia a contorcersi in conflitti, chiusure, minacce e ripicche come se avesse dimenticato tutto.

Intendiamoci. Magari un accordo dell’ultimo minuto con Cameron si troverà. Ma i nodi continueranno a venire al pettine, perché le ragioni della crisi sono sistemiche, e non dipendono solo dall’avventatezza del premier inglese, che è lanciato nel risiko del Brexit per ragioni di esclusiva politica interna.
La ragione fondamentale è che la Ue manca di qualsiasi progetto politico-sociale comune, e che tutti i suoi membri sono vincolati a logiche locali, ai piccoli dividendi politici nazionali, in una fase di stagnazione e incertezza economica che radicalizza ogni scelta.
In questo senso Cameron, indubbiamente uno statista mediocre, non è più responsabile di Merkel, Hollande e tutti gli altri, compreso il nostro gioviale primo ministro.

Consideriamo la questione dei profughi.
Se la Ue avesse uno straccio di politica estera comune, e soprattutto non dipendente dalle pulsioni neo-imperiali di Cameron o di Hollande o da quelle anti-russe degli Usa, si sarebbe posta da anni la questione dei profughi e non improvvisamente, nell’agosto 2015, come ha fatto Merkel.
Non si affiderebbe in tutto e per tutto a Erdogan perché tenga lontano dall’Europa i profughi, concedendogli, oltre a 3 miliardi di euro, mano libera contro i curdi e in Siria. E soprattutto avrebbe affrontato la questione umana e sociale dei profughi, dalla Siria e da altri paesi in guerra, in modo solidale, distribuendo equamente gli oneri dell’accoglienza ai vari paesi e lavorando a un’integrazione sociale degli stranieri che, nel lungo periodo, avrebbe sicuramente giovato alla sua economia.

E invece no. Debole con i forti e fortissima con i deboli, concede a Cameron un referendum che a suo tempo ha rifiutato alla Grecia. Abbozza una ricollocazione dei profughi che fallisce clamorosamente. E ora deve digerire la chiusura delle frontiere in Austria, Ungheria e altri stati balcanici, ciò che si ripercuoterà a catena in tutto il continente.
Invece di creare un piano di sicurezza sociale per tutti i membri si appresta a concedere all’iperliberista Cameron una riduzione dei benefici per i migranti Ue in Inghilterra.
Nel frattempo, ricominciano gli sbarchi in Sicilia, con altri annegati, e la buona stagione è alle porte. Intanto, la situazione in Siria e Libia è sempre più esplosiva.

A quasi settant’anni dai primi trattati europei, questa è la realtà del vecchio continente. Se decine di milioni di morti nelle guerre europee non sono un buon argomento per un continente unito, alcune decine di migliaia di migranti annegati lo saranno per un minimo di solidarietà umana in Europa?

Alessandro Dal Lago
il Manifesto 20-2-016

Il cuore ammaliante di una strega

Femminismo: addio a Thérèse Clerc. Del doppio carattere di terrore e meraviglia, si ammanta ogni creatura fantastica. Le fiabe e le leggende popolari sono cariche di quel fondo magico in cui gravitano personaggi come Baba-Yaga, che volava su un mortaio condotto da un pestello.

Una strega, significato che tuttavia all’interno della storia delle donne assume i tratti drammatici e persecutori ai danni di esistenze non conformi alla tradizione dominante.

Quando Thérèse Clerc, femminista e attivista francese scomparsa il 16 febbraio a Parigi all’età di 88 anni, decide di fondare la «Maison des Babayagas», residenza autogestita e collettiva a Montreuil per sole donne, aveva forse in mente entrambi i significati. Clerc comincia la sua attività politica aderendo prima al «Mouvement de libération des femmes» e in seguito al «Mouvement pour la liberté de l’avortement et de la contraception».

Quelli tra i Sessanta e i Settanta sono anni febbrili, di straordinaria radicalità. Le lotte intraprese non sono tumultuose solo in un orizzonte di giustizia sociale ma anche per la propria vita, in rivolta con le sue iniziali scelte borghesi la femminista decide infatti di acquistare, a Montreuil, un appartamentino che diviene ben presto fucina politica di riunioni e incontri. Sono questi scambi che a un certo punto le sono sembrati irrinunciabili al punto di immaginare, alla metà degli anni Novanta, una casa collettiva per sole donne over 60.
Tuttavia, il progetto viene letteralmente ignorato dalle autorità e quindi, privo di risorse finanziarie, rimane tale fino al 2003, anno in cui — in seguito a un’ondata anomala di caldo estivo — muoiono quindcimila tra anziane e anziani e «Le Monde» scrive un articolo raccontando della proposta di un’associazione di femministe che annunciava un modo eccentrico e interessante di pensare la vecchiaia.

Thérèse Clerc non ha mai inteso chiedere sostegno per una casa qualsiasi, il suo è un ragionamento che punta più in alto; si tratta infatti di considerare l’ipotesi di una convivenza tra donne che riflettano sulla vecchiaia come una ulteriore «stagione di libertà» e non di scacco. Niente case di cura classiche, niente famigliari che accudiscano le vulnerabilità dei propri congiunti ma soprattutto niente solitudine in cui spesso vive chi si avvia alla vecchiaia.
Ciò che sta alla base del progetto sociale di Clerc, di cui la maison è stata inaugurata solo tre anni fa, è invece una questione di metodo: intendere il proprio corpo come la scommessa di un’autogestione ancora possibile, quando non si è più giovani ma non per questo si deve restare spossessate dei propri desideri. Quindi laboratori per tutte, di critica sociale, ecologia e sostenibilità, cittadinanza attiva e istruzione, affettività conviviale e circolante.

Danielle Michel-Chich, autrice della biografia Thérèse Clerc. Antigone aux cheveux blancs (des femmes), la descrive come una donna solare, gioiosa anche dopo più di quarant’anni di attività politica accanto alle donne; in effetti rara è sempre stata la sua tenacia, il suo accordare la fatica delle relazioni tra donne con il convincimento incrollabile che da esse provenga anche una straordinaria forza. Ad averglielo insegnato è stata la passione per il femminismo: «vivere a lungo è una buona cosa, ma invecchiare bene è meglio».

Beate le donne — amava dire — che riescono a confondere le frontiere, i confini, perché a schiudersi è il mondo intero che, come già auspicava Virginia Woolf, diventa il loro paese. Felici le donne che sono capaci di allontanarsi dalle «rive dei Padri» e ne rifiutano il seduttivo privilegio, gettano infatti le proprie reti in acque tranquille, fanno arretrare la violenza. Con questo tono evocativo, laico ma non a caso carico di fiducia militante, Thérèse Clerc ribadisce il leitmotiv di una vita colma di speranza verso le proprie simili. Non è da tutte, certo, ma quando il femminismo è invenzione creativa accade che il campo di battaglia fiorisca di piccole ma miracolose beatitudini.

Alessandra Pigliaru
il Manifesto 19-2-016

Contro i confini e la precarizzazione

Contri-i-confini

Contri-i-confiniE’ inutile girarci attorno, siamo tutte e tutti dentro una guerra (in)civile.E’ come essere dentro un Presente ma fuori dalla Memoria e dalla Storia.

Ciò che sta succedendo nel Mondo e in Europa sono affari nostri.

Conoscere e comprendere questa realtà che ci appartiene, il modo migliore è partire dalle classi più discriminate, più precarizzate.
Sulla loro pelle si sperimentano violazione di diritti, processi di emarginazione se non di esclusione: una misura di umanità assoggettata ai poteri dominanti.

L’occasione ci è data dalla giornata del Primo Marzo
diventata la giornata delle rivendicazioni del diritto dei migranti, del riscatto della dignità e di una speranza di vita: è ciò che ognuno di noi cerca. 

Per ragionare su questo Presente

Lunedì 22 febbraio alle 20,30
presso la Biblioteca di Baggio in via Pistoia 10
apriamo un ragionamento con Andrea Fumagalli


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«La memoria è un lavoro sul campo. Anche quando le storie sembrano scontate, qualcosa sicuramente sfugge a quella prevedibilità» (Akram Zaatari)

LA FAO dovrebbe …

FAO

FAOLa FAO dovrebbe sostenere i contadini e le organizzazioni degli agricoltori su piccola scala e i ricercatori che sono coinvolti in programmi di selezione collaborativa di sementi dei contadini, che rafforzano la sovranità alimentare e l’agroecologia contadina.

Era da aspettarselo che, per discutere il tema delle biotecnologie, la FAO avrebbe invitato coloro che stanno utilizzando le biotecnologie nella ricerca e nell’industria.

Tuttavia, era assolutamente imprevedibile che la FAO, nel condurre le proprie discussioni sulla politica pubblica e la politica alimentare, si rivolgesse quasi esclusivamente a questi stessi attori, mentre, allo stesso tempo, un numero molto elevato di contadini, coltivatori su piccola scala, le organizzazioni della società civile che si oppongono allo sviluppo incontrollato delle biotecnologie, non sono stati invitati a parlare – o solo in modo molto marginale, attraverso l’invito che mi è stato inviato.
Le organizzazioni in questione hanno rilasciato una dichiarazione pubblica che vi sto chiedendo di prendere in considerazione.

Le piante geneticamente modificate non hanno rispettato le loro promesse.

La maggior parte di esse sono state modificate in modo da essere tolleranti agli erbicidi.
Esse hanno portato alla rapida comparsa di erbe infestanti resistenti agli erbicidi, ad un aumento esponenziale nell’uso di erbicidi sempre più tossici, e, a sua volta, a un danno grave per la salute pubblica e per l’ambiente.

I contadini e i residenti nelle aree rurali e le loro famiglie sono le prime vittime di questi effetti negativi.
L’altro grande classe di piante geneticamente modificate produce sostanze insetticide che portano ad insetti “divenuti resistenti” – e quindi ad un insuccesso agronomico già programmato. Anche in questo caso, le prime vittime sono i contadini e piccoli agricoltori che hanno perso i loro raccolti, spesso nonostante l’uso aggiuntivo di insetticidi chimici tossici. Le tecnologie genetiche utilizzate per la produzione di queste piante hanno causato numerosi effetti non voluti e imprevisti che l’industria sta disperatamente cercando di nascondere.

Il più visibile di questi effetti è la perdita dei raccolti e il declino della qualità delle colture. Così, il settore del cotone in Burkina Faso ha perso il suo posto nel mercato, che aveva raggiunto con molta fatica e che era basato sulla qualità della sua fibra di cotone; con gli OGM c’è stata una drastica diminuzione della qualità.

A che serve aumentare le rese, se il raccolto è invendibile?
Qui, ancora una volta, contadini e piccoli agricoltori sono i primi a soffrire, mentre le imprese che sono responsabili di tali catastrofi si limitano a dire che non sono in grado di spiegare cosa è successo.

Per la sicurezza alimentare i semi OGM non avranno mai nessuna importanza.

Il loro costo di acquisto e il costo degli input, indispensabili per la loro coltivazione, limita il loro utilizzo ai soli mercati in cui essi sono accessibili: la produzione di colture industriali per l’alimentazione degli animali nei paesi ricchi, per gli agro-carburanti, e per l’economia a biomassa – che sta prendendo terreni agricoli per usi non alimentari.
L’industria non è interessata alle colture alimentari che forniscono i tre quarti del cibo disponibile al mondo.

Quando polline e semi sono mossi dal vento, dagli insetti, o da attrezzature agricole, i geni brevettati vengono trasportati da un campo all’altro.Essi contaminano i semi contadini, che vengono poi considerati come violazioni infrazioni delle varietà brevettate dell’industria.
In questo modo, negli Stati Uniti, in meno di 20 anni, si è arrivati al punto che gli OGM brevettati rappresentano l’89% del mais e il 94% della soia che viene piantata.

La Via Campesina e le organizzazioni della società civile alleate si aspettano che la FAO ponga immediatamente fine a questa nuova biopirateria e a qualsiasi tipo di supporto alle tecnologie di modificazione genetica, il cui unico scopo è quello di consentire a una manciata di multinazionali di prendere in consegna e di brevettare la totalità della biodiversità esistente coltivata.

….

Un compagno di Via Campesina che sta partecipando al meeting della FAO sulle nuove biotecnologie.

La visione aziendale del futuro del cibo

Biotech

BiotechPiù di 100 organizzazioni della società civile lanciano l’allarme sull’incontro organizzato a Roma  – Lunedì 15 febbraio 2016 dalla FAO sulle biotecnologie.  Proprio mentre si sta verificando la fusione delle aziende biotech che fanno sementi transgeniche.

Si apre oggi il Simposio internazionale di tre giorni sulle biotecnologie agricole convocata dall’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) a Roma.

Più di 100 movimenti sociali e organizzazioni della società civile (CSO) provenienti da quattro continenti hanno rilasciato una dichiarazione, denunciando sia la sostanza che la struttura della riunione, che sembra essere un altro tentativo da parte di agribusiness multinazionale per reindirizzare le politiche dell’agenzia delle Nazioni Unite verso il sostegno alle colture geneticamente modificate e agli allevamenti.

Il movimento contadino e gli agricoltori familiari, La Via Campesina, hanno invitato le organizzazioni della società civile a firmare una lettera dopo che l’ordine del giorno del simposio è diventato pubblico.

Due degli oratori FAO kenioti sono noti sostenitori degli OGM, e l’agenda degli eventi nel corso dei tre giorni include portavoci della Biotechnology Industry Organization (un gruppo commerciale biotech negli Stati Uniti), Crop Life International (l’associazione di categoria agrochimica globale), DuPont (una delle più grandi aziende produttrici di sementi biotech al mondo) e CEVA (un’importante società di medicina veterinaria), tra gli altri.
La FAO ha invitato solo un relatore apertamente critico verso gli OGM.

Peggio ancora, uno dei due relatori della sessione di apertura è un ex assistente direttore generale della FAO, che ha spinto per i cosiddetti semi Terminator (semi OGM programmati per morire al momento del raccolto costringendo gli agricoltori ad acquistare nuovi semi ogni stagione di crescita), in opposizione alle stesse dichiarazioni pubbliche della FAO.

Il discorso del secondo keniota è intitolato, “verso la fine del dibattito globale sbagliato sulla biotecnologia” – suggerendo che il simposio FAO dovrebbe essere il momento per spegnere le critiche al biotech.

Nella convocazione di questo simposio di parte, la FAO sta cedendo alle pressioni dell’industria dopo l’intensificarsi degli incontri internazionali sull’agroecologia ospitati dalla FAO nel 2014 e 2015.

Gli incontri sull’Agroecologia sono stati un modello di apertura a tutti i punti di vista, dai contadini all’industria. Ma l’industria biotecnologica a quanto pare preferisce ora avere un incontro da poter controllare.

Questa non è la prima volta che la FAO viene coinvolta in questo gioco.
Nel 2010, la FAO ha convocato una conferenza sulla biotecnologia a Guadalajara, in Messico, che ha eliminato i contadini dal comitato organizzatore, e poi ha cercato di impedire la loro partecipazione alla conferenza stessa.

Siamo allarmati che la FAO ancora una volta faccia fronte con le stesse società, proprio quando si parla di ulteriori fusioni di queste società tra di loro, che concentrerebbero il settore commerciale dei semi in ancora meno mani” denuncia la dichiarazione del CSO
E’ chiaro, secondo la Dichiarazione della Società Civile, che l’industria vuole usare la FAO per rilanciare il suo messaggio falso che le colture geneticamente modificate possono nutrire il mondo e raffreddare il pianeta, mentre la realtà è che nulla è cambiato sul fronte biotech.

Gli OGM, che sono per lo più piantati solo in una manciata di paesi, in piantagioni industriali per gli agrocarburanti e alimenti per animali, non nutrono le persone, aumentano l’uso dei pesticidi, e espellono gli agricoltori dalla terra.

Le aziende biotech transnazionali stanno cercando di brevettare la biodiversità del pianeta, il che dimostra che il loro interesse principale è quello di fare profitti enormi, e non di garantire la sicurezza alimentare e la sovranità alimentare.

Il sistema alimentare industriale che queste aziende promuovono è anche uno dei principali motori del cambiamento climatico.


Di fronte al rifiuto degli OGM da parte di molti consumatori e produttori, l’industria sta ora inventando nuove e potenzialmente pericolose tecniche di coltivazione per modificare geneticamente le piante, senza chiamarle OGM.

In tal modo, essi stanno cercando di evitare le attuali normative sugli OGM, imbrogliando i consumatori e gli agricoltori.

Le attività Agroecologiche sono molto più correlate al modo in cui la FAO dovrebbe agire, sottolinea la dichiarazione, “come centro per lo scambio di conoscenze, senza un programma segreto per conto di pochi.”

Perché la FAO ora si limita ancora una volta alla biotecnologia aziendale e nega l’esistenza di tecnologie contadine?
La FAO dovrebbe sostenere le tecnologie dei contadini, che offrono le tecnologie più innovative, open source, e un percorso effettivo per porre fine alla fame e alla malnutrizione.

E’ ora di smettere di promuovere un’agenda legata alle aziende, dice la società civile.
La stragrande maggioranza degli agricoltori del mondo sono contadini, e sono i contadini che alimentano il mondo. Abbiamo bisogno di tecnologie a base contadina, non di biotecnologie aziendali.”  “E ‘giunto il momento che la FAO metta fine alla biopirateria e al suo sostegno alle colture geneticamente modificate, che servono solo a consentire brevetti a una manciata di aziende transnazionali che si impadroniscono di tutta la biodiversità esistente“, ha detto il leader di La Via Campesina Guy Kastler.  “Al contrario, la FAO dovrebbe sostenere gli organismi ei ricercatori impegnati nella collaborazione per colture e allevamenti al servizio della sovranità alimentare e dell’agroecologia contadina“.

La dichiarazione e l’elenco dei firmatari possono essere scaricati qui: http://goo.gl/mjaZor
Contatti per la stampa a Roma: Guy Kastler e altri leader Via Campesina
Numeri di telefono: e
E-mail: lvcweb@viacampesina.org

15 febbraio 2016
(traduzione di Antonio Lupo)

Il mondo dopo il mercato

Mondo-Mercato

Mondo-MercatoL’articolo di Franco Berardi Bifo, Slump. La crescita non tornerà mai più afferma che il tempo della crescita è finito e che di occupazione, intesa alla sua maniera, questo sistema non ne crescerà più. Nel contempo, però, dobbiamo stare attenti a non convalidare questo sistema né dare l’impressione che anche noi ci aggiungiamo all’esercito di che non ci sono alternative.

L’alternativa, invece c’è e la dobbiamo rivendicare cominciando a denunciare tutti i fallimenti e i rovesci di questo sistema. Un’operazione che deve necessariamente partire dal linguaggio.

Questo sistema è in crisi e questo tutti lo sanno. Il problema è capire perché. Per autoassolversi il sistema parla di eccesso di produzione, quasi si trattasse di in un errore di calcolo nella valutazione dei bisogni. Ed anche noi, senza chiederci se l’affermazione sia vera o falsa, ripetiamo a pappagallo la stessa spiegazione.
Ora va detto chiaro e tondo che a questo sistema dei bisogni della gente non importa un fico secco.  Gli interessano solo le vendite per i guadagni che può procurare ai mercanti.

Per cui la realtà la interpreta solo con gli occhi dei mercanti che quando si accorgono che di non riuscire a vendere tutto ciò che producono parlano di eccesso di merce. Poi magari andando a vedere come sta veramente la gente potremmo scoprire che molti vivono in una tale miseria da richiedere non solo ciò che è avanzato nei magazzini, ma molto di più.

Una situazione non dissimile da quella che viviamo oggi: mentre il sistema dice di essere in crisi da sovrapproduzione, le Nazioni unite ci informano che un miliardo di persone soffre di denutrizione, che tre miliardi di persone non dispongono di servizi igienici, che ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. E la lista potrebbe continuare con gli analfabeti, i senza tetto, i senza cure eccetera, eccetera.
Il termine giusto per descrivere la crisi del sistema, intesa come malfunzionamento, è mala distribuzione. Mentre il termine giusto per descrivere il suo fallimento, inteso come disastro sociale e ambientale, è mala impostazione.

Da un punto di vista funzionale la crisi del sistema è dovuta a una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua che ha ridotto a tal punto la massa salariale mondiale da aver avuto come effetto finale una riduzione dei consumi. Basti dire che fra il 1975 e il 2015 la quota di prodotto mondiale tolta ai salari a vantaggio dei profitti è stata dell’ordine del 10 per cento.

Se aggiungiamo le risorse sottratte agli Stati sotto forma di evasione fiscale (tramite i paradisi fiscali) e sotto forma di interessi pagati sul debito pubblico, otteniamo uno spostamento enorme di ricchezza a vantaggio dei capitalisti, che non potendo espandere i propri consumi all’infinito, hanno provocato una caduta degli acquisti.
Potremmo proseguire dicendo che per tamponare la situazione il sistema ha cercato di garantirsi un’alta domanda incoraggiando il debito.

Ma a forza di accumulare debiti, poi arriva il momento in cui non si possono più pagare e tutto viene giù provocando non solo l’arresto del sistema economico con conseguente caduta di tutti i prezzi compresi quelli di risorse scarse come petrolio e minerali, ma anche la caduta delle banche, delle borse e dei bilanci pubblici. Capitomboli che alimentano ulteriormente la crisi.

Esattamente come sta succedendo ai nostri giorni, prima con una crisi che avuto come epicentro gli Stati, poi con una crisi che ha avuto come epicentro la Cina.
In ambedue i casi per il tentativo di fare correre il cavallo economico sotto la frusta del debito, che poi si è avvolta attorno al collo del cavallo strozzandolo.

Ben più grave il fallimento del sistema da mala impostazione. Al di là delle fanfare, questo sistema è organizzato solo per garantire affari alle grandi imprese sempre più orientate alla produzione di beni ad alta tecnologia.
Una scelta di per se escludente perché coinvolge solo la parte di umanità con redditi medio alti, lasciando tutti gli altri alla deriva.

Così abbiamo prodotto un pianeta con una minoranza che gozzoviglia e una maggioranza che non ha ancora conosciuto il gusto della dignità umana.
Preso complessivamente questo pianeta non ha più spazi di crescita, anzi deve diminuire come mostrano i dati sull’impronta ecologica e sull’accumulo di anidride carbonica. Ma analizzando le singole situazioni, scopriamo che l’obbligo di decrescere vale solo per la parte di umanità in sovrappeso.

Quanto agli scheletrici hanno diritto ad avere di più, ma potranno farlo solo se i grassoni accettano di sottoporsi a cura dimagrante e solo se tutti insieme cambiamo impostazione economica.

Non più produzione per il mercato lasciato al libero arbitrio delle imprese, ma produzione per i bisogni primari di tutti da parte di una comunità che programma.

In una condizione di risorse scarse e di ambiente fortemente compromesso, la nostra pretesa libertà di produrre di tutto e di più lasciando al portafoglio di ognuno di stabilire cosa comprare non funziona più.
Nell’economia del limite la giustizia si garantisce fissando le priorità, che vuol dire programmazione, e predisponendo forme di produzione e distribuzione che garantiscono i bisogni fondamentali a tutti, che significa produzione di comunità con godimento gratuito da parte di tutti.

Un numero crescente di persone comincia a capire che per garantirci un futuro dobbiamo ripensare cosa produrre, per chi produrre, come produrre
. Ma pochi hanno messo a fuoco che la vera scelta è fra mercato individualista e comunità solidale. Su questo, però, è bene saperlo, si gioca il nostro avvenire e la nostra civiltà.

Francesco Gesualdi
http://comune-info.net

5 Febbraio: giornata nazionale antispreco

Cibo-spreco

Cibo-spreco12 migliardi nella spazzatura. In media ogni italiano getta via 76 chili di cibo all’anno. Alla Camera via al voto su una proposta di legge per ridurre le eccedenze e recuperare prodotti ancora utilizzabili.

In Francia la lotta allo spreco alimentare è diventata legge. Ma l’Italia non è da meno: ieri alla Camera è cominciato il voto sugli emendamenti a una proposta di legge presentata ad aprile scorso dal Pd, che punta a limitare le eccedenze alimentari e favorire il recupero di prodotti ancora utilizzabili. Un obiettivo prioritario anche della Carta di Milano e ribadito dal Capo dello Stato Sergio Mattarella a Expo 2015.

Il tema va rilanciato con forza oggi, nella Giornata nazionale contro gli sprechi alimentari. I dati confermano che purtroppo siamo ancora un Paese di spreconi. Secondo la Coldiretti, la crisi, ma anche una maggiore sensibilità ambientale, ha portato sei cittadini su dieci a diminuire o annullare gli sprechi domestici. Ma la situazione resta grave e in media ogni italiano butta nel bidone della spazzatura 76 chili di prodotti alimentari in un anno.

Il risultato – aggiunge Coldiretti – è che gli sprechi alimentari ammontano in Italia ad un valore di 12,5 miliardi, che sono persi per il 54 per cento al consumo, per il 21 per cento nella ristorazione, per il 15 per cento nella distribuzione commerciale, per l’8 per cento nell’agricoltura e per il 2 per cento nella trasformazione“.

L’Italia ha un modello di lavoro contro lo spreco che funziona e che punta sugli incentivi e sulla semplificazione burocratica, più che sulla penalizzazione come accade in Francia“, spiega la deputata del Pd Maria Chiara Gadda, prima firmataria assieme al collega Massimo Fiorio della proposta di legge contro gli sprechi alimentari, che, a differenza di quella francese, comprende anche il recupero dei prodotti farmaceutici. “Il testo base che ieri abbiamo cominciato a votare a Montecitorio  – aggiunge Gadda – è stato approvato all’unanimità da tutte le forze politiche ed è il risultato di un lungo lavoro di mediazione che ha coinvolto tutte le associazioni impegnate nel recupero delle eccedenze alimentari. Confido che in pochi mesi diventi legge“.

Ogni anno recuperiamo 550 mila tonnellate di cibo– spiega il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che viene distribuito a milioni di persone in difficoltà, ma possiamo e dobbiamo fare di più, arrivando entro il 2016 a 1 milione di tonnellate. Con il nostro piano SprecoZero, insieme al ministero dell’Economia, siamo intervenuti per rendere più conveniente per le imprese donare che sprecare. Lo facciamo semplificando la legge: abbiamo innalzato a 15 mila euro la soglia per l’obbligo di comunicazione preventiva in caso di donazione e lasciando a 10 mila euro la soglia per la distruzione. Ora è importante arrivare quanto prima all’approvazione della legge contro gli sprechi in discussione in Parlamento che può essere per l’Italia una delle grandi eredità di Expo Milano 2015. Sconfiggere lo spreco è una battaglia di civiltà che vogliamo portare avanti insieme“.

Il taglio degli sprechi è stato posto anche tra gli obiettivi del semestre di presidenza olandese dell’Unione europea. A livello mondiale – sempre secondo uno studio Coldiretti su dati Fao –  un terzo del cibo prodotto viene sprecato per un totale di 1,3 miliardi di tonnellate, che sarebbero ampiamente sufficienti a sfamare la popolazione che soffre di fame cronica.

Gli sprechi alimentari hanno raggiunto le 670 milioni di tonnellate nei paesi industrializzati e le 630 milioni di tonnellate in quelli in via di sviluppo.

Ogni anno il cibo che viene prodotto, ma non consumato, sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga, utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

Per evitare gli sprechi, l’associazione degli agricoltori ha elaborato un vademecum in otto punti:

  • leggere attentamente la scadenza sulle etichette;
  • verificare quotidianamente il frigorifero dove i cibi vanno correttamente posizionati;
  • effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo;
  • privilegiare confezioni adeguate;
  • scegliere frutta e verdura con il giusto grado di maturazione;
  • preferire la spesa a km 0;
  • riscoprire le ricette degli avanzi;
  • non avere timore di chiedere la ‘doggy bag’ al ristorante. In merito proprio oggi è partito il progetto “Family bag”, promosso dal ministero dell’Ambiente in collaborazione con Unioncamere Veneto e il Sistema Conai-Consorzi di Filiera, che si propone di rivoluzionare le abitudini degli italiani al ristorante minimizzando gli sprechi alimentari.

Presso il circuito di ristoratori aderenti, sarà infatti possibile richiedere una Family Bag per trasportare le pietanze avanzate, adottando un comportamento anti-spreco. L’evoluzione della ‘doggy bag’ consiste in un contenitore dall’estetica curata (vedi foto sotto) realizzato con diversi materiali di imballaggio (acciaio, alluminio, carta, legno e plastica)

Monica Rubino
http://www.repubblica.it/economia/2016/02/05/news/oggi_la_giornata_nazionale_antispreco_12_miliardi_nella_spazzatura-132778292/

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