Monthly Archives: dicembre 2016

Tutto ciò che manca a cominciare dalla cittadinanza

Migrante1Il 2016 è stato un anno orribile per i migranti e per i loro diritti. I morti di frontiera sono stati più di 5 mila e stampa e opinione pubblica, salvo alcune eccezioni, non ci fanno nemmeno più caso. Prima di Natale sono morte o scomparse, nell’ennesimo naufragio, almeno 100 persone. Tuttavia quasi nessuno ne parla, come fosse il giusto prezzo da pagare per essere nati dalla parte sbagliata.

I morti sono aumentati nonostante una diminuzione consistente di arrivi, segno che arrivare in Europa è sempre più difficile e pericoloso, mentre guerre, persecuzioni, diseguaglianze, disastri ambientali sono aumentati e sempre più persone sono costrette a lasciare la propria casa.

Ma vanno quasi tutti altrove: rimangono nei pressi delle regioni d’origine o emigrano verso Paesi di più facile accesso. Pochissimi, in percentuale, sono quelli che arrivano alle nostre frontiere.
Per farlo, l’unica possibilità che hanno è rivolgersi a trafficanti privi di scrupoli. Alto è il prezzo da pagare. E non ci sono possibilità alternative, perché tali non sono le chiacchiere dell’Ue, i progetti di esternalizzazione di controlli e frontiere, il cinismo dell’«aiutiamoli a casa loro», i Migration Compact e il potenziamento degli strumenti di controllo, respingimento e rimpatrio.

L’Italia ha il merito di aver salvato decine di migliaia di vite umane nel Mediterraneo, anche grazie all’impegno volontario di tante organizzazioni umanitarie. Allo stesso tempo, però, il nostro governo ha continuato a promuovere accordi con regimi dittatoriali, considerando quello con la Turchia di Erdogan il modello.
Una vergogna intollerabile che bisogna fermare subito.

Uno sguardo più generale alle politiche riguardanti le persone di origine straniera nel nostro Paese non fa che confermare un giudizio negativo sull’azione del governo.
In primo luogo la vergogna di non aver licenziato la riforma della legge 91 del 1992 sulla cittadinanza. Approvata nell’ottobre del 2015 alla Camera, la legge di riforma doveva ottenere un rapido via libera del Senato, secondo quanto la maggioranza e parte dell’opposizione si erano impegnate a fare. Ma le preoccupazioni per le sorti di Renzi e del referendum hanno bloccato la riforma per un anno e oggi, come avevamo purtroppo previsto, è ancora ferma e rischia di scomparire con la fine annunciata della legislatura.

Una grave responsabilità soprattutto del Pd e del suo gruppo dirigente. Un errore strategico grave, che produce forte disagio in quelle centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze di origine straniera, italiani senza cittadinanza (è il nome del movimento che sta animando le piazze e i social network per la riforma), che rappresentano un pezzo importante del nostro comune futuro.

C’è poi la questione centrale degli ingressi per lavoro. Da anni oramai, per scelta del ministero del Lavoro, non è emanato il decreto flussi, che consentirebbe ai lavoratori stranieri di accedere a un regolare visto d’ingresso.
Il risultato è che si produce irregolarità, lavoro nero e sfruttamento.

È urgente, per rimediare a questo enorme buco legislativo e ai fallimenti delle politiche d’accoglienza, con il carico d’irregolarità che stanno producendo (il combinato disposto di soggetti incompetenti che gestiscono numerosi centri d’accoglienza prefettizi e di commissioni territoriali inadeguate e non indipendenti per la richiesta di protezione internazionale, ha prodotto un numero elevato di potenziali irregolari), ricorrere ad una sanatoria ampia e aperta.
Basta pensare a tutte le persone straniere impiegate nei lavori domestici e di cura, spesso in nero. C’è solo da augurarsi che il nuovo presidente del Consiglio abbia maggiore lungimiranza.

Noi ci prepariamo a rafforzare la nostra azione di contrasto al razzismo e al populismo xenofobo.
Anche nella consapevolezza che l’anno appena trascorso non è stato particolarmente brillante neanche per le forze sociali e le organizzazioni antirazziste e che servono un impegno e un lavoro straordinario, se non ci si vuole arrendere all’egemonia culturale delle destre razziste.

Filippo Miraglia – vicepresidente nazionale Arci
Da il Manifesto – 31.12.2016

Bergoglio ai padroni del mondo: «Scandalose le spese per le armi»

Pace-paceNegli ultimi giorni Jorge Mario Bergoglio sta ripetendo messaggi a tema unico: la pace e l’impegno per il disarmo. L’ultimo lo ha pronunciato giusto ieri mattina ricevendo in udienza gli ambasciatori di Svezia, Moldavia, isole Fiji e Maurizio, Tunisia e Burundi in occasione della presentazione delle loro lettere credenziali.

IL DISCORSO ai nuovi ambasciatori ha ripreso ampi stralci del messaggio apostolico preparato il giorno dell’Immacolata per il 1°gennaio dell’anno nuovo, quando si celebrerà la cinquantesima Giornata mondiale della Pace — LA NONVIOLENZA – STILE DI UNA POLITICA PER LA PACE, il cui testo è stato diffuso lo scorso 12 dicembre, cioè proprio lo stesso giorno in cui la Conferenza congiunta cattolico-protestante a Berlino, influente gruppo ecumenico nato nel 1973 e conosciuto in Germania con l’acronimo Gkke, ha diffuso il suo inquietante ultimo rapporto sul boom della vendita di armi tedesche verso i paesi del Golfo le aree di conflitto, gli Stati-canaglia che ha messo in serio imbarazzo la cancelliera cristianodemocratica Angela Merkel.

Nelle 118 pagine del rapporto si fa notare infatti come «totalmente inaccettabile» che la Germania, terzo esportatore mondiale di armi, nel 2015 ne ha vendute per 798 milioni di dollari all’Arabia saudita, da impiegare in Yemen, e per 1,77 miliardi di dollari al Qatar che, sottolinea mondignor Karl Justen, «opera una massiccia violazione dei diritti umani e sostiene gli islamisti in tutto il mondo».

BERGOGLIO, naturalmente, senza entrare in questo dettaglio, ma fornendo un quadro di riferimento, nel suo messaggio di fine anno ha «assicurato» che la Chiesa cattolica, con il «nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale» che si aprirà il 1° gennaio 2017, «accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa».

Una terminologia nuova, che il papa incastona in un sistema di riferimenti dai predecessori Paolo VI a Giovanni XXIII e dal Discorso della Montagna del Nazareno fino a Madre Teresa che denunciava i trafficanti di armi, per finire al «Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India» e alle «migliaia di donne liberiane che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta non violenta ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia».

Il pontefice riprende l’analisi sulla situazione di «un mondo frantumato» eppure «intimamente connesso», dove «purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi». Dice: «Non è facile sapere se il mondo sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa».

«QUESTA VIOLENZA che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente. A che scopo?». La risposta è netta: «Rappresaglie e spirali di conflitti letali recano benefici solo a pochi signori della guerra».

La risposta che invece il papa dà, ricordando la conclusione a novembre del Giubileo della Misericordia, è a favore della «famiglia umana», la proposta di una «ecologia integrale fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo».

Ieri, riprendendo il discorso con gli ambasciatori, Bergoglio è stato più politico e si è rivolto a «coloro che ricoprono cariche istituzionali in ambito nazionale o internazionale», richiamandoli a «assumere nella propria coscienza e nell’esercizio delle loro funzioni uno stile non violento».
E, per essere più esplicito, nel messaggio per l’anno che viene, l’avvio di un «percorso di transizione politica verso la pace». O meglio «verso un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli», che «non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero».

AI LEADER DEL MONDO il papa rivolge perciò un appello in favore del disarmo e della proibizione e abolizione delle armi nucleari, e un appello a tutta l’umanità a un impegno «con la preghiera e l’azione» a bandire la violenza e «a prendersi cura della casa comune», oltre che per la fine della violenza domestica e degli abusi su donne e bambini.

Il manifesto – 16-12-016

Avanti in marcia.

Donne-PaceNella giornata di lotta per i migranti, i rifugiato e gli sfollati del 18 dicembre celebrata in tutto il mondo, anche a Milano persone che non credono nei miracoli ma nella lotta per giustizia, hanno marciato affermando un tempo ed uno spazio delle parole che prendono corpo e non rimangono prive di senso: un fastidio anche per chi le ascolta.

Ieri ho provato a cercare tra le pagine dei giornali la notizia che mi conviene e ne ho trovate tante, tante diverse che mi appartengono, tutte maledettamente vere: guerre, massacri, violenze, disastri ambientali, speculazioni, inquinamenti, cibi alterati, patologie quasi naturali, ruberie, ingiustizie, precarietà, miserie, i costi, i saldi, …, e poi le politiche, i politici delle politiche, … e ancora le crisi, l’economia, l’economia della finanza, …, fino ai terrorismi, le invasioni dei migranti, le paure del terrore, …  e su tutto questo immane mondo del reale, il privato esclusivo, l’«indifferente».

Non ho potuto fare a meno di cercare nel silenzio le ragioni per le quali mi sono sentito … solo.

Tra le produzioni selvagge e incontrollate che governano la vita, l’indifferenza è il prodotto più a buon mercato che attraversa il tempo disilluso delle diverse pratiche che accompagnano e accomunano le vite indolenti.

Nessun essere vivente deve rimanere solo, oppresso dalle violenze, più o meno razziste; nessun essere vivente deve essere privato della dignità, soffocato dalla miseria, respinto dall’arroganza politica e dall’ingiustizia economica.

Ogni parola, ogni tempo, ogni spazio può essere liberato alla giustizia, alla sovranità del bene comune: coniugare le lotte contro il cannibalismo selvaggio del consumismo, della proprietà di sé, del solidarismo che appaga le coscienze che si erge a pietà delle miserie altrui.

Sarà anche bello ricordare e ricordarsi semplicemente umani, percorrere piccoli gesti di pace, liberare la fantasia al piacere del dono, una pratica tanto preclusa.

E c’è chi nel dono insorge!

“Woman Wage Peace” –  Donne che fanno la Pace

Nel silenzio più totale dei media dal 4 al 19 ottobre 2016, 4 mila donne ebree, musulmane e cristiane, hanno realizzato la “Marcia della Speranza“: 200 chilometri percorsi dal Nord di Israele fino a Gerusalemme – Palestina dove la guerra c’è – una guerra che continua da decine di anni a massacrare innocenti.

La “preghiera delle madri” era l’inno della marcia: un invito ripetuto in ebraico, in arabo e in inglese “a sedersi tutte insieme, ad abbattere i muri della paura, ad aprire le porte…

Vedi il video: https://www.youtube.com/watch?v=YyFM-pWdqrY

Grazie alle “Donne che fanno la Pace” possiamo ancora lottare per un mondo in cui le guerre muoiano e viva la giustizia; possiamo ancora marciare liberi nelle diversità che ci comprendono e dai privilegi che ci inibiscono.

In marcia! Che la Politica sia con noi.
Resistenti all’indifferenza: noi, loro, insieme: la marcia travolgerà le frontiere, i muri, ogni ostacolo, e ci renderà liberi e accoglienti.

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«Se non state attenti, i media  vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono!»  (Malcom X)

Nuovi Desaparecidos – LETTURE

non-sono-numeriDal 18 Giugno 2015 al 16 giugno 2016 ininterrottamente ogni giovedì e ancora da Luglio 2016 ogni primo giovedì del mese dalle 18,30 alle 19,30, davanti alla sede del Comune di Milano in P.za della Scala “Milano Senza Frontiere” sta marciando in solidarietà con i nuovi desaparecidos, per richiamare il dovere della politica e l’indifferenza della gente alle stragi nel mare Mediterraneo, all’urgenza di aprire canali umanitari: non sono numeri, sono persone.

LETTURE


Se questo ci lascia indifferenti
  • Dal 2013 a oggi sono oltre 15.000 i morti accertati nel Mediterraneo;
  • la “lungimiranza” dei politici e della politica è preoccupata di salvaguardare le frontiere ma non le vite disperate che la prepotenza del dominio costringe alla fuga;
  • il Papa chiede e sollecita il perdono per la violenza dei governi che impediscono il “cammino” naturale delle persone.

Se questo ci lascia indifferenti

  • La generosità della cittadinanza si fa largo tra l’insipienza politica, ma non è in grado di risposte definitive;
  • le numerose iniziative in programma sollecitano grandi partecipazioni: in esse si trovano denunce, dibattiti, riflessioni, … situazioni degradate e degradanti.
  • il malaffare dell’arroganza umana, l’economia dei primati, le devastazioni della Terra Madre, ci rendono responsabili del diritto alla Vita.

Se questo ci lascia indifferenti

  • A vista, l’umanità e il suo benessere dello spreco si reggono esclusivamente su rapporti di forza, di prevaricazioni, di egemonie, di guerre, di paure, ;
  • una logica della quotidianità che fatica a ripensare sé stessa, costretta a rincorrere e resistere alle violazioni dei diritti e alle politiche soggiogate al potere economico;
  • la forza della spontaneità rivendicativa, diffusa nei territori a salvaguardare spazi di appartenenza, beni pubblici, bellezze naturali, esaltano la necessità di un diverso impegno.

Se questo ci lascia indifferenti

  • La crisi è un surrogato dell’economia politica che ragiona sul mercato dei consumi e non sulla qualità della vita. Si contrappongono “percorsi di cambiamento”: Beni Comuni, Giustizia, Equità, Altra economia, concedono spazi di libertà;
  • a cambiare le cose resta il tempo, quel fantomatico spazio di vita capace di declinare le scelte e la prerogativa della partecipazione;
  • la critica e il giudizio richiedono la comprensione e la spiegazione dell’indescrivibile bagaglio di esperienza collettiva che troppo spesso rimane nel recinto della proprietà privata.

Se questo ci lascia indifferenti

  • La differenza non è una vetrina dell’immaginario e neppure una contraddizione dell’essere, ma la solidarietà che distingue l’ossequio dalla giustizia;
  • dicotomie tra l’essere e il fare, tra la critica e la consapevolezza, tra la memoria e la realtà, …, rafforzano il confine del possibile incontro con l’altro;
  • mondi paralleli che marciano su binari disgiunti mai convergenti.

Se questo ci lascia indifferenti
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Prima vennero …

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei,
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare”

                    (Bertolt Brecht)

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Se questo e’ un uomo

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per un pezzo di pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi

                    (Primo Levi)

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“Odio gli indifferenti.

Credo che vivere voglia dire essere partigiani.

Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.

L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
                (Antonio Gramsci 11 febbraio 1917)

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Mi dispiace mamma, l’Europa è lontana

Mi dispiace mamma,
perché la barca è affondata e non sono riuscito a raggiungere l’Europa.

Mi dispiace mamma,
perché non riuscirò a saldare i debiti che avevo fatto per pagare il viaggio.
Non ti rattristare se non trovano il mio corpo, cosa potrà mai offrirti, se non il peso delle spese di rimpatrio e sepoltura?

Mi dispiace mamma,
perché si è scatenata questa guerra ed io, come tanti altri uomini, sono dovuto partire.
Eppure i miei sogni non erano grandi quanto quelli degli altri …
Lo sai, i miei sogni erano grandi quanto le medicine per il tuo colon e le spese per sistemare i tuoi denti …
A proposito … i miei denti sono diventati verdi per le alghe. Ma nonostante tutto, restano più belli di quelli del dittatore!

Mi dispiace amore mio,
perché sono riuscito a costruirti solo una casa fatta di fantasia: una bella capanna di legno, come quella che vedevamo nei film … una casa povera, ma lontana dai barili esplosivi, dalle discriminazioni religiose e razziali, dai pregiudizi dei vicini nei nostri confronti …

Mi dispiace fratello mio,
perché non posso mandarti i cinquanta euro che avevo promesso di inviarti ogni mese per farti divertire un po’ prima della laurea …

Mi dispiace sorella mia,
perché non potrò mandarti il cellulare con l’opzione wi-fi, come quello delle tue amiche ricche …

Mi dispiace casa mia,
perché non potrò più appendere il cappotto dietro alla porta.
Mi dispiace, sommozzatori e soccorritori che cercate i naufraghi,
perché io non conosco il nome del mare in cui sono finito.
E voi dell’ufficio rifugiati invece, non preoccupatevi, perché io non sarò una croce per voi.

Ti ringrazio mare,
perché ci hai accolto senza visto né passaporto.

Vi ringrazio pesci,
che dividete il mio corpo senza chiedermi di che religione io sia o quale sia la mia affiliazione politica.

Ringrazio i mezzi di comunicazione,
che trasmetteranno la notizia della nostra morte per cinque minuti, ogni ora, per un paio di giorni almeno.

Ringrazio anche voi, diventati tristi al sentire la nostra tragica notizia.

Mi dispiace se sono affondato in mare.

                (Poesia anonima attribuita ad un siriano (qui l’originale)

                La traduzione è dei ricercatori Serena Tolino (Zurigo) e Ashraf Hassan (Napoli,                        Bayreuth).
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Respingiamo

Respingiamo quella normalità che sconvolge e che lascia indifferenti

Respingiamo quella normalità che lamenta lo sdegno e che diventa ipocrisia

Respingiamo quella normalità che non si ribella all’ingiustizia se non gli è propria

Respingiamo quella normalità che denuncia parole e lascia distaccati /alieniati

Respingiamo quella normalità che trova il coraggio di insultare la diversità dei propri simili quasi fossero loro responsabili della propria miseria,

Denunciamo

Denunciamo l’ignoranza razzista e xenofoba che trova l’eroismo nello scagliarsi contro le persone (uomini, donne, bambini) che solo rivendicano il diritto alla vita.

Denunciamo l’arroganza dell’ipocrisia che non si spiega le ragioni del proprio benessere

Denunciamo la vigliaccheria le brutalità perpetrate verso le persone che sono già marchiate della miseria (altrui), accusandoli di ingiustizie

Denunciamo l’insipienza della politica incapace di umanità, colpevole del razzismo che viola i diritti umani.

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Basta morti in mare

Non sono numeri, sono persone

Basta stragi nel Mediterraneo

Basta ipocrisia della politica

Liberate le Nazioni dai debiti

Liberate i Paesi dalle guerre

Liberate i Paesi dallo sfruttamento delle multinazionali

Liberate le Nazioni da chi sovvenziona i regimi dittatoriali

Liberate i confini, abbattete i muri della vergogna

 

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Questo ci tocca

Abbiamo esportato le guerre

Abbiamo occupato le terre

Su quelle terre abbiamo seminato interessi esclusivi

Abbiamo cercato/rubato il nostro benessere

Abbiamo creato la loro miseria.

Ora ne subiamo le conseguenze.

Abbiamo il dovere di non rimanere indifferenti

Abbiamo il dovere di riconoscere la dignità umana come bene universale

Abbiamo il dovere della solidarietà accogliente.

Oggi, donne e uomini stanno mostrando un’Europa vera, dei cittadini, non dei governi.

Noi vogliamo essere parte di quella Europa vera, accogliente, solidale, che rispetta i diritti e la dignità degli esseri viventi.

Non quella della politica-economica, degli interessi privati, dell’esclusione che “produce” “consumatori consumati”.

Per rivendicare giustizia e libertà

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Senza mai dimenticare che

Prima vendiamo loro le armi

Poi rubiamo loro la sovranità

Poi rapiniamo loro ricchezze e terre

Poi … succedono le guerre

Dopo ci sono rifugiati e profughi


Infine scopriamo che molti  sono annegati!

 

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Ora nessuno può dire … Non sapevo

Continuo a pensare all’atroce indifferenza che ancora attraversa  molta gente, forse emozionata da un bimbo travolto dal mare, forse impressionata, preoccupata dalle migliaia di persone, intere famiglie, che marciano lungo i binari, che attraversano fili spinati, che non si arrestano alle violenze dei poliziotti, forse … la normalità prevale a soffocare quel poco di indignazione insufficiente per una insurrezione.

Ora nessuno può dire … Non sapevo

Continuo a pensare all’atroce insipienza dei politicanti che parlano, che promettono, che dicono e disdicono … Loro sono il problema!
Aprono e chiudono le frontiere, alzano i muri, fili spinati, ricreano campi di concentramento, …
Quelle immagini che “violentano” la nostra sensibilità, mostrano la miseria di una disumanità che sempre più pressante bussa alle porte di casa nostra.
E’ ora di riprenderci il nostro destino, quello di una diversa umanità rispettosa della giustizia e dei diritti per tutti i viventi, prima che la paura e la vergogna ci rendano definitivamente complici, e la miseria di una politica degli interessi privati spezzi ogni speranza di vita migliore, trascini anche i nostri corpi sui binari che portano ai lager dei domini imperiali.

  • Basta morti in mare
  • Non sono numeri, sono persone
  • Basta ipocrisia della politica
  • Liberate le Nazioni dai debiti
  • Liberate i Paesi dalle guerre
  • Liberate i Paesi dallo sfruttamento delle multinazionali
  • Liberate i confini, abbattete i muri della vergogna

 

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E’ ormai del tutto evidente che

fili spinati, muri, carri armati, gas lacrimogeni, spari, bastonate, galere, respingimenti, … sono solo strumenti di violenza che non potranno mai fermare esseri umani che fuggono dalla fame e dalle guerre.

E’ ormai del tutto evidente che

le “invasioni” migratorie sono la causa indiscussa degli imperialismi economici e politici che da sempre si impongono per il dominio dei mercati.

E’ ormai del tutto evidente che

regimi e dittature imposte e sostenute dalle grandi multinazionali servono solo per avere mano libera nello sfruttamento e nelle rapine delle ricchezze naturali per l’esclusivo interesse privato del mercato dei consumi.

E’ ormai del tutto evidente che

nessuno può dire “io non sapevo“, “io non centro“; di fronte al fragore di queste marce forzate che non risparmiano il genere e l’età dei forzati, che non salvano le vittime di mare e di terra, che sconvolgono le vite e le famiglie, che sconvolgono l’umanità, … nessuno può dire “io non sapevo“, “io non centro“.

E’ ormai del tutto evidente che

le forme di malgoverno, la clandestinità, le galere, le demagogie, le violenze razziste, l’indifferenza, … sono parte di quella responsabilità che sollecita una presenza attiva, un’azione critica e di lotta per una diversa umanità e giustizia.

Per tutte le evidenze possibili, per non dimenticare le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa: i Nuovi Desaparecidos.

 

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oggi … ieri … domani

Quando la miseria muore in mare!

Forse non serve ripetersi, … forse sì.

Si può gettare un fiore in memoria, ma poi i corpi emergono:

uno … cento … mille, e saranno tanti, sempre più tanti …

a esasperare la memoria, a esasperare l’insipienza “cacciateli indietro“!

L’inferno è di là, oltre il mare …

le loro miserie,

le nostre miserie

è inevitabile, loro/nostre, si incrociano … e non c’è più pace,

è la miseria a vincere

Quando la loro miseria muore in mare, è la nostra a rimanere, cresce in noi.

… nessuno si salva.

E’ sempre emergenza … politica!

E saranno in tanti, e saremo sempre impreparati.

In tre mesi 20mila sono sbarcati, in sei mesi saranno 100mila,

Loro continueranno a fuggire dalla miseria, dalle armi, dalla violenza, …

per loro la morte è parte della speranza di vita.

Creare Campi di riconoscimento, condannarli nei Centri sub sahariani, sono solo modi per garantire umani ai trafficanti.

Sembra non esserci speranza!
In realtà loro sono la speranza del nostro cambiamento del nostro futuro.

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Italia diseguale, la cecità delle classi dirigenti

Poverta-IstatAnalisi dei dati Istat. Il 28,7% delle persone è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014, ma chi ci governa continua a proporre irresponsabilmente le stesse ricette che non sradicano i fattori strutturali dell’impoverimento.

Le notizie sulla crescita delle ineguaglianze e degli impoveriti nel mondo sono diventate un ritornello cerimoniale. In Italia la raffica dei dati sulla devastazione sociale in corso è stata molto nutrita in questi ultimi giorni di «bilanci annuali». Mi riferisco al rapporto o dell’Istat («Condizioni di vita e reddito 2015») e al rapporto 2016 di Save the Children «Sconfiggere la povertà educativa. Fino all’ultimo bambino», diffusi entrambi all’inizio di questa settimana.

Il 28,7% delle le persone residenti in Italia è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014. Mica poco per il settimo paese più ricco del pianeta.

La quota delle persone impoverite sale al 48,3% (da 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori; i livelli d’impoverimento sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%). Quattro individui su dieci sono impoveriti in Sicilia, tre su dieci in Campania, Calabria, Puglia e Basilicata.
Se nei paesi dell’Unione europea (più Islanda e Norvegia) oltre 26 milioni di bambini sono in stato d’impoverimento, in Italia, la percentuale tocca il 32% (contro il 28% in Ue).
Alla radice dell’impoverimento e dell’esclusione sociale, ricorda Save the Children per l’ennesima volta, c’è la disuguaglianza. «Il 10% delle famiglie più ricche in Europa attualmente guadagna il 31% del reddito totale e possiede più del 50% della ricchezza totale, e il divario tra ricchi e poveri sta aumentando».

Si tratta di processi strutturali, non contingenti. Ebbene quali e dove sono le classi dirigenti europee che hanno dato e danno realmente la priorità alla strategia dello sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento e dell’esclusione sociale?

Per cecità legata ai loro dogmatismi ideologici e per chiaro obiettivo di difesa dei loro interessi di classe, i dirigenti del mondo del business e della finanza, della tecnocrazia e del mondo della politica continuano con pervicacia ad applicare scelte e ad adottare misure il cui effetto principale, risultato indiscusso negli ultimi quaranta anni, è stato quello di alimentare e rafforzare la crescita delle ineguaglianza di reddito e dell’esclusione.

La loro formula trita e ritrita non è cambiata: meno tasse sui ceti medio-bassi e incentivi fiscali per i ceti medio-alti, più investimenti in infrastrutture (informatiche, energetiche, trasporti…), più libertà alle imprese (riduzione dei vincoli, autocertificazione, liberalizzazione del commercio e degli investimenti, …), piccole porzioni di «redistribuzione» di reddito, ad hoc, di tipo assistenziale, sovente di natura elettoralistica. Il tutto allo scopo prioritario di favorire la crescita economica, la competitività internazionale e l’uso efficace ed efficiente delle risorse del pianeta.

In termini di rendimento finanziario, la riduzione delle tasse, anche quando ha indotto un modesto aumento dei consumi stimolando così la crescita della produzione e degli investimenti, si è tradotta nella capacità dei detentori di capitale di appropriarsi della parte più grande e consistente della ricchezza prodotta, contribuendo cosi all’aumento della forbice tra redditi da lavoro e redditi da capitale.

Allo stesso risultato si è giunti con le misure in favore degli investimenti nelle infrastrutture produttive e commerciali in supporto delle attività delle imprese private e privatizzabili, anziché nelle infrastrutture per il benessere socioeconomico di tutti, quali scuole, ospedali, asili infantili e servizi alle persone d’interesse generale pubblico.
La ricchezza da essi creata è andata ulteriormente a remunerare il capitale dei gruppi sociali a reddito medioalto.
Inoltre, le politiche di austerità, poste sotto il controllo di banche centrali come la Bce (politicamente indipendenti dai poteri pubblici eletti) e valutate da agenzie finanziarie private mondiali (le agenzie di rating), hanno considerevolmente avvantaggiato le classi più ricche.
Ciò è stato inevitabile in un contesto in cui, da un lato, l’imposizione dell’equilibrio di bilancio ha fatto si che spese pubbliche e sociali siano contabilizzate e quindi «da ridurre» (quelle militari ne sono escluse) e, dall’altro lato, la legalizzazione dell’evasione fiscale (paradisi fiscali, segreto bancario …) e l’esaltazione della finanza speculativa (si pensi alla finanza algoritmica, al millesimo di secondo) hanno condotto a un massiccio trasferimento di reddito nelle mani dei già ricchi.
In confronto, le bricioline redistributive (80, 100 euro una tantum o le carte alimentari …) in favore dei più «bisognosi» costituiscono una forma vergognosa di assistenza caritatevole.

Non è un caso che il nuovo segretario al tesoro degli Usa, Steven Mnuchin, scelto da Trump, ha reso noto i tre punti chiavi del suo programma per ridare forza e fiducia all’economia: meno tasse, più investimenti in infrastrutture, più libertà alla finanza.
E non a caso, gli Usa continueranno a figurare al primo posto della classifica nell’indice d’ineguaglianza sociale fra i paesi più ricchi al mondo.
La verità è che le disuguaglianze non saranno ridotte dalla crescita del Pil perché il Pil che cresce secondo i canoni dell’economia dominante è, invece, il fattore strutturale chiave della creazione delle disuguaglianze.

Così è del tutto irresponsabile da parte di Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria, affermare che per gli imprenditori gli obiettivi della crescita e della competitività restano centrali (Corriere della Sera del 6 dicembre).
Altro che riforma dell’Italia. Business as usual. Che cecità.

Riccardo Petrella
Da il Manifesto  09.12.2016

Rifiuti d’Italia, la grande truffa.

ItaliaQuanto ci costa la mancanza di trasparenza sui rifiuti in Italia, in termini economici, ambientali e sanitari? Sono queste le domande a cui abbiamo cercato di rispondere con  “Rifiuti d’Italia: la grande truffa“.

L’inchiesta online su Wired Italia, è il frutto del lavoro iniziato oltre un anno fa con la nostro progetto di giornalismo civico partecipato “Da #riciclozero a #rifiutizero“.

Nel  bel paese tra gestioni virtuose e fallimentari, inceneritori, discariche e impianti di riciclo, sono troppe le illegalità permesse dallo Stato e dalle stesse Istituzioni che ricadono sulle spalle dei cittadini e nelle quali regnano corruzione, malaffare ed ecomafie.
Anche per questo il tentativo è stato quello di fornire un quadro con i numeri e le storie dell’impatto economico, ambientale e sanitario di ciò che scartiamo, per permettere ad ognuno di noi di capire come partecipare alla soluzione di un problema che incide ogni giorno sulle nostre vite.

Per fare questo abbiamo studiato, interpretato dati, raccolto testimonianze, viaggiato per l’Italia. E fatte molte domande a esperti, amministratori, scienziati, sindaci, cittadini. Fino a porre i nostri quesiti ad alcuni dei più importanti rappresentanti delle istituzioni. Dal ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, a Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, e a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale contro la corruzione.

Se una maggior apertura dei dati economici, ambientali e sanitari favorirebbe anche il monitoraggio civico, come risolvere, una volta per tutte, la crisi dei rifiuti d’Italia?
Quindi, ognuno di noi può fare la propria parte. Cittadini Reattivi resta a disposizione per raccogliere e mappare denunce e buone pratiche: sia attraverso la parte della nostra piattaforma partecipata (basta registrarsi qui) oppure in forma anonima (qui l’apposito form in grado di tutelare totalmente chi segnala), grazie al Centro Studi Hermes per la Trasparenza e Diritti Umani Digitali

Un grazie sentito a Wired Italia che l’ha sostenuta, a tutti i cittadini reattivi che ci hanno stimolato in questo percorso e che hanno dato un contributo a questo lavoro;  ai colleghi Vince Cammarata e Riccardo Saporiti che insieme a Rosy Battaglia ne ha hanno permesso la realizzazione.

Buona lettura
http://www.wired.it/partner/rifiuti-italia/

Ed è CRISI: … della POLITICA, … del Governo, … della Giustizia, …

GdAG-2016«Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie,» ….

«Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di mantenere i propri privilegi sfruttano la forza di lavoro, fisica e intellettuale dei migranti. …»
«Le politiche di sicurezza attuate dagli Stati Nazione inducono a credere che le migrazioni siano un problema e una minaccia, mentre costituiscono un fatto storico naturale, complesso, certo, ma che, lungi dall’essere una calamità per i paesi di residenza, costituisce un contributo economico, sociale e culturale di valore inestimabile.» (Dalla “Carta Mondiale dei Diritti dei Migranti”)

18 dicembre 2016:  «Giornata d’Azione Globale»
contro il razzismo per i diritti dei migranti rifugiati e sfollati.

Mai come di questi tempi la “Giornata di Azione Globale”, si carica di significati, di attenzioni e di lotte contro le politiche violente e di esclusone praticate dai governi, acclamate dalle prepotenze razziste e taciute dall’indifferenza generalizzata.
Il deterioramento, la precarizzazione dei rapporti di produzione, la disumanizzazione dei rapporti sociali e di vita, richiamano la necessità di una reazione forte, di sovvertimento e di liberazione.

Sensibilità diverse sperimentano forme di resistenza e di riscatto alle diverse coercizioni imposte dalle politiche degenerative, ma non sono sufficienti a frenare i muri dell’ignoranza che imprigionano ogni soggettività desiderosa di trasformazione.

Le speranze e gli obiettivi sono tanti, ognuno in sé valido, per quanto frammentati in strategie incomprese, mentre le politiche economiche sono proprie ad un’unica strategia, un solo obiettivo: imprigionare la “vita” agli interessi privati del mercato.

Loro, i migranti per necessità, con tutte le loro, nostre, miserie, sono costretti in fuga a ri-percorrere le strade della vita e della morte, delle ingiustizie e delle prepotenze, privati di ogni dignità possibile.

Per loro il 2016 è stato un anno infausto, di passioni, di marce forzate, di violenze e abusi inauditi, di respingimenti, di morti … tanti morti.

Intollerabili le “incarcerazioni” dentro gli hotspot degli accordi bilaterali, con governi di nessuna moralità, così come i sensazionalismi e i silenzi dei media sulle stragi e le responsabilità.

Alla fine c’è anche l’accoglienza tanto decantata: Cdsa, Cda, Cara, Cas, Sprar, Cie.
Tanti Centri per diverse classificazioni: profughi di guerra, rifugiati economici, ambientali, perseguitati politici, … risultano meschine “ripartizioni” improprie; una accoglienza priva di una possibile progettualità per un inserimento sociale.

APRITE LE FRONTIERE!
MIGRARE PER VIVERE NON PER MORIRE!

  • Aprite le frontiere è l’urlo di uomini, donne, bambini e bambine bloccati lungo le frontiere dai muri e dai fili spinati.
  • Aprite le frontiere è l’urlo di chi fugge dalle guerra e dalla miseria.
  • Aprite le frontiere è l’urlo angosciato di chi, privato di ogni bene, cerca una nuova speranza di vita.
  • Aprite le frontiere è l’urlo delle vittime morte o disperse lungo le rotte migratorie.
  • Aprite le frontiere, abbattete i muri, è il grido di tutte le persone che lottano per i diritti e la giustizia.

E noi con loro per affermare diritti e giustizia per tutti gli esseri viventi!

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La Giornata d’azione globale nacque nel 2010, durante il Forum Mondiale delle Migrazioni realizzato a Quito (Ecuador).  L’obiettivo della Giornata è quello di favorire la visibilità e la convergenza di tutte le attività che molte organizzazioni già fanno il 18 dicembre, data in cui, nel 1990, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione Internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie.
Da allora la Convenzione è divenuta operativa perché ratificata da numerosi Paesi ma da nessuno degli Stati soggetti a fenomeni di immigrazione, da nessun Stato membro dell’Unione Europea.

La Commissione lavoro del Parlamento Europeo boccia il CETA!

Ceta-NOEMPL, la commissione del Parlamento europeo che si occupa delle politiche del lavoro, ha approvato con 27 voti contro 24 un suo parere al CETA in cui chiede al Parlamento Europeo stesso di rigettare l’accordo.

Grazie al lavoro di controinformazione fatto da tutti noi, e dalle migliaia di email inviate, il parere recita:  “La commissione per l’occupazione e gli affari sociali invita la commissione per il commercio internazionale, competente per il merito, a raccomandare la reiezione del progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo economico e commerciale globale (CETA) tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra”.

Nelle motivazioni, il cui testo alleghiamo qui si legge: “per quanto concerne la creazione di posti di lavoro dignitosi, i dati empirici basati su modelli reali indicano, nella migliore delle ipotesi, aumenti complessivi marginali per l’occupazione dell’UE, non superiori allo 0,018% in un periodo di attuazione da 6 a 10 anni. Inoltre, studi recenti sulla base di tali modelli hanno previsto perdite effettive di 204 000 posti di lavoro per l’UE nel suo complesso, tra cui 45 000 in Francia, 42 000 in Italia e 19 000 in Germania. Oltre a ciò, la valutazione d’impatto sulla sostenibilità condotta nel 2011 mostra turbamenti settoriali significativi, che potrebbero portare, in ultima analisi, a un aumento della disoccupazione a lungo termine.

Per quanto riguarda le retribuzioni, i dati empirici mostrano che l’accordo contribuirebbe ad approfondire il divario retributivo esistente tra lavoratori qualificati e non qualificati, aumentando in tal modo le disparità e le tensioni sociali. Inoltre, si prevedono effetti di redistribuzione considerevoli in relazione al reddito nazionale, che per l’UE corrisponderebbero a un aumento dello 0,66% a favore dei possessori del capitale, aggravando quindi ulteriormente i disordini sociali.

L’accordo non prevede nemmeno un capitolo contenente misure volte specificatamente a sostenere le PMI. Vi sono attualmente 20,9 milioni di PMI nell’UE (il 93% delle quali con meno di 10 dipendenti), ma solamente 619 000 esportano al di fuori dell’Unione. Nel contesto liberalizzato creato dal CETA, tali PMI saranno completamente esposte alla forte concorrenza delle imprese transnazionali nordamericane, il che metterà a rischio i 90 milioni di posti di lavoro che esse forniscono (il 67% dell’occupazione totale).

Nonostante il fatto che il CETA contenga un capitolo speciale sul commercio e il lavoro, vi è una chiara disparità tra i livelli di protezione previsti per gli investitori e per gli interessi e i diritti dei lavoratori. Lo status privilegiato accordato agli investitori tramite il sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS) si contrappone in modo evidente al meccanismo di consultazione previsto per la protezione degli interessi e dei diritti dei lavoratori”.

Quando il Parlamento si esprime e si misura, la mobilitazione paga e le vere opinioni di tutti emergano. Dobbiamo continuare a spingere e accelerare ancora per cui l’appello è a “adottare” con maggior amore il vostro parlamentare per chiedergli di smettere di sostenere il CETA e di ascoltare le preoccupazioni dei cittadini, ma anche dei suoi colleghi.

https://stop-ttip-italia.net/2016/12/08/la-commissione-lavoro-del-parlamento-europeo-boccia-il-ceta/#more-4226

 

 

Il referendum che nessuno fa mai

Diamogli-un-taglioLa maggioranza degli italiani, sfidando i poteri forti schierati con Renzi, ha sventato il suo piano di riforma anticostituzionale. Ma perché ciò possa aprire una nuova via al paese, occorre un altro fondamentale NO: quello alla «riforma» bellicista che ha scardinato l’Articolo 11, uno dei pilastri basilari della nostra Costituzione.

Le scelte economiche e politiche interne, tipo quelle del governo Renzi bocciate dalla maggioranza degli italiani, sono infatti indissolubilmente legate a quelle di politica estera e militare. Le une sono funzionali alle altre.

Quando giustamente ci si propone di aumentare la spesa sociale, non si può ignorare che l’Italia brucia nella spesa militare 55 milioni di euro al giorno (cifra fornita dalla Nato, in realtà più alta).

Quando giustamente si chiede che i cittadini abbiano voce nella politica interna, non si può ignorare che essi non hanno alcuna voce nella politica estera, che continua ad essere orientata verso la guerra.

Mentre era in corso la campagna referendaria, è passato sotto quasi totale silenzio l’annuncio fatto agli inizi di novembre dall’ammiraglio Backer della U.S. Navy: «La stazione terrestre del Muos a Niscemi, che copre gran parte dell’Europa e dell’Africa, è operativa».

Realizzata dalla General Dymanics – gigante Usa dell’industria bellica, con fatturato annuo di 30 miliardi di dollari – quella di Niscemi è una delle quattro stazioni terrestri Muos (le altre sono in Virginia, nelle Hawaii e in Australia). Tramite i satelliti della Lockheed Martin – altro gigante Usa dell’industria bellica con 45 miliardi di fatturato – il Muos collega alla rete di comando del Pentagono sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.

L’entrata in operatività della stazione Muos di Niscemi potenzia la funzione dell’Italia quale trampolino di lancio delle operazioni militari Usa/Nato verso Sud e verso Est, nel momento in cui gli Usa si preparano a installare sul nostro territorio le nuove bombe nucleari B61-12.

Passato sotto quasi totale silenzio, durante la campagna referendaria, anche il «piano per la difesa europea» presentato da Federica Mogherini: esso prevede l’impiego di gruppi di battaglia, dispiegabili entro dieci giorni fino a 6 mila km dall’Europa. Il maggiore, di cui l’Italia è «nazione guida», ha effettuato, nella seconda metà di novembre, l’esercitazione «European Wind 2016» in provincia di Udine. Vi hanno partecipato 1500 soldati di Italia, Austria, Croazia, Slovenia e Ungheria, con un centinaio di mezzi blindati e molti elicotteri. Il gruppo di battaglia a guida italiana, di cui è stata certificata la piena capacità operativa, è pronto ad essere dispiegato già da gennaio in «aree di crisi» soprattutto nell’Europa orientale.

A scanso di equivoci con Washington, la Mogherini ha precisato che ciò «non significa creare un esercito europeo, ma avere più cooperazione per una difesa più efficace in piena complementarietà con la Nato», in altre parole che la Ue vuole accrescere la sua forza militare restando sotto comando Usa nella Nato (di cui sono membri 22 dei 28 paesi dell’Unione).

Intanto, il segretario generale della Nato Stoltenberg ringrazia il neo-eletto presidente Trump per «aver sollevato la questione della spesa per la difesa», precisando che «nonostante i progressi compiuti nella ripartizione del carico, c’è ancora molto da fare». In altre parole, i paesi europei della Nato dovranno addossarsi una spesa militare molto maggiore.

I 55 milioni di euro, che paghiamo ogni giorno per il militare, presto aumenteranno. Ma su questo non c’è referendum.

Manlio Dinucci
da Il manifesto 6/12/2016

Riforma Costituzionale: “Basta morti sul lavoro”

Costituzione-Riforma-del-lavoroI diritti, come i doveri, in quanto fondamentali per la vita di ogni essere vivente, sono fondati su principi inalienabili; perché rimangono tali non hanno bisogno di scorciatoie ma di essere esercitati e resi duraturi nel tempo.

Così è per la nostra Costituzione che recita all’art. 1 «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.» mentre continua anche oggi la conta dei morti sul lavoro: 3 a Messina e 1 a Carrara.
Ed è solo l’art.1 … dall’inizio dell’anno sono 590 i morti sul lavoro, 1285 se si considerano quelli in itinere sulle strade. Una strage per un diritto reso precario, mai riformato.

Così è per una “riforma” sulla quale viene impunemente rilevato da chi la propone: “sì, ci sono delle contraddizioni che tuttavia possono essere fatte successivamente”. Perché non prima?

Oggi è l’ultimo giorno di questa gazzarra di politicanti inconsistenti.
Per chiuderla, trasmetto lo scritto di Fiorella Mannoia non perché sia un fan della sua musica ma per la immediatezza dei suoi pensieri.
—————
Fiorella Mannoia
RIFORMA COSTITUZIONALE: “IO VORO NO”

Io voto NO perché non sono all’altezza di capire i 47 punti della Costituzione che vengono cambiati e non ho capito come.

Voto NO
perché non mi bevo il fatto che si snellisce la votazione di una legge, quando le hanno votate in tre giorni quando gli ha fatto comodo.

Voto NO perché non mi convince questo nuovo Senato composto da sindaci e consiglieri comunali, visto che la metà dei comuni italiani sono in odore di corruzione e non mi va che a queste persone sia data l’immunità parlamentare.

Voto No perché i Senatori non saranno più votati da noi.

Voto NO perché non si capisce nel caso di disaccordo tra Camera e Senato chi ha la parola finale, chi decide.

Voto NO perché penso che sia un risparmio relativo, e che potremmo risparmiare molto di più se ritirassimo le truppe dall’Afghanistan visto che siamo lì da vent’anni e ci costa due milioni e seicento euro al giorno, circa 900 milioni all’anno.

Voto NO perché per contribuire al bilancio potremmo fare una vera legge anti corruzione.

Voto NO perché potremmo cercare chi non paga le tasse e porta i capitali all’estero.

Voto NO perché non capisco che cosa ci sia dietro a tutto questo interesse per questo referendum tanto da scomodare banchieri e addirittura il presidente degli Stati Uniti d’America e non mi fido.

Voto NO perché un referendum avrebbe avuto senso se ci avessero semplicemente chiesto: volete ridurre il numero dei Senatori? Allora sarebbe stato semplice rispondere SI’ senza scrivere una pappardella incomprensibile perfino a costituzionalisti più preparati.

Voto NO perché il mio voto sarà l’eredità che lascio alle generazioni future e sono troppo ignorante per assumermi la responsabilità di cambiare la nostra Costituzione con queste premesse.

IO VOTO NO.

I diritti, come i doveri, in quanto fondamentali per la vita di ogni essere vivente, sono fondati su principi inalienabili; perché rimangono tali non hanno bisogno di scorciatoie ma di essere esercitati e resi duraturi nel tempo.

Così è per la nostra Costituzione che recita all’art. 1 «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.» mentre continua anche oggi la conta dei morti sul lavoro: 3 a Messina e 1 a Carrara.
Ed è solo l’art.1 … dall’inizio dell’anno sono 590 i morti sul lavoro, 1285 se si considerano quelli in itinere sulle strade. Una strage per un diritto reso precario, mai riformato.

Così è per una “riforma” sulla quale viene impunemente rilevato da chi la propone: “sì, ci sono delle contraddizioni che tuttavia possono essere fatte successivamente”. Perché non prima?

Oggi è l’ultimo giorno di questa gazzarra di politicanti inconsistenti.
Per chiuderla, trasmetto lo scritto di Fiorella Mannoia non perché sia un fan della sua musica ma per la immediatezza dei suoi pensieri.

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RIFORMA COSTITUZIONALE: “IO VORO NO”
Fiorella Mannoia: Io voto NO perché non sono all’altezza di capire i 47 punti della Costituzione che vengono cambiati e non ho capito come. 
Voto NO perché non mi bevo il fatto che si snellisce la votazione di una legge, quando le hanno votate in tre giorni quando gli ha fatto comodo.

Voto NO perché non mi convince questo nuovo Senato composto da sindaci e consiglieri comunali, visto che la metà dei comuni italiani sono in odore di corruzione e non mi va che a queste persone sia data l’immunità parlamentare.

Voto No perché i Senatori non saranno più votati da noi.

Voto NO perché non si capisce nel caso di disaccordo tra Camera e Senato chi ha la parola finale, chi decide.

Voto NO perché penso che sia un risparmio relativo, e che potremmo risparmiare molto di più se ritirassimo le truppe dall’Afghanistan visto che siamo lì da vent’anni e ci costa due milioni e seicento euro al giorno, circa 900 milioni all’anno.

Voto NO perché per contribuire al bilancio potremmo fare una vera legge anti corruzione.

Voto NO perché potremmo cercare chi non paga le tasse e porta i capitali all’estero.

Voto NO perché non capisco che cosa ci sia dietro a tutto questo interesse per questo referendum tanto da scomodare banchieri e addirittura il presidente degli Stati Uniti d’America e non mi fido.

Voto NO perché un referendum avrebbe avuto senso se ci avessero semplicemente chiesto: volete ridurre il numero dei Senatori? Allora sarebbe stato semplice rispondere SI’ senza scrivere una pappardella incomprensibile perfino a costituzionalisti più preparati.

Voto NO perché il mio voto sarà l’eredità che lascio alle generazioni future e sono troppo ignorante per assumermi la responsabilità di cambiare la nostra Costituzione con queste premesse.

IO VOTO NO.

Fiorella Mannoia: Io voto No. Ecco perché

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