Monthly Archives: ottobre 2017

NOVEMBRE: La settimana dei morti

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novembreIl primo di novembre si commemorano i santi: sono morti che pochi ricordano.

Il 2 di novembre è il giorno dei morti.  I cimiteri si riempiono di gente: si riordinano le tombe, si dispongono nuovi fiori; molti bisbigliano una preghiera nella speranza che serva….

E’ un ricordo che spetta ai vivi.

A trovare i morti sono i “cari” che riconoscono nei loro defunti una memoria ancora viva di insegnamenti.

E’ un momento sospeso tra il ricordo e la vita reale che sa trovare nel dolore nuova speranza.

Poi c’è il 4 novembre a ricordare il giorno dell’armistizio del 1918, la fine della Grande Guerra con i suoi 26 milioni di morti uccisi.
All’altare della Patria viene deposta una corona al “milite ignoto” a memoria dei tanti senza nome, tra i 26 milioni, uccisi dalla Grande Guerra: un sacrificio umano simbolo di un patriottismo mai sperato.

Mai memoria fu tanto dissacrante. Non sono morti a richiamare memoria per la vita.

Nello stesso giorno si aprono le caserme, l’orgoglio militare marcia in parata con i mezzi di morte, … le bandiere sventolano e l’incoscienza saluta e applaude.
Le parate militari sono una sublimazione della guerra, delle sue morti e devastazioni.

La vita va rispettata, onorata dentro un vissuto che accomuna la Vita ad ogni vivente.

Ancora oggi nel mondo ogni anno sono centinaia di migliaia i morti provocati dal persistere di guerre di dominio che vedono coinvolte oltre 40 nazioni.

Una sete inarrestabile di potere che giustifica distruzioni e morti richiamandosi alla “democrazia” propugnata e  alimentata dai grandi interessi delle fabbriche della morte.

Nel 2016 la spesa militare mondiale è salita a 1.686 miliardi di dollari.

L’Italia fa la sua parte con oltre 23 miliardi di euro, mentre si è rifiutata di firmare il nuovo Trattato Onu di Proibizione delle Armi Nucleari.

NO ALLE PARATE MILITARI: basta guerre, basta armamenti.

Un forum internazionale per il diritto alla salute contro il G7 sulla sanità

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mondo-saluteIl 4-5 novembre a Milano. Controvertice con esperti internazionali. Gli argomenti in discussione: cambiamenti climatici, acqua, siccità e alluvioni

Il 5 e il 6 novembre si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7.

Gli argomenti in agenda sono: le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici, al quale verranno dedicate 3,5 ore di discussione; la salute della donna e degli adolescenti 1,5 ore, e la resistenza antimicrobica 1 ora.

Tempi sufficienti, secondo i ministri, per arrivare ad una solenne dichiarazione finale su questioni la cui rilevanza è fondamentale per il futuro dell’umanità. Considerato che a quei tavoli siederanno i massimi responsabili dell’attuale modello di sviluppo è fin troppo facile immaginare che, al di là delle parole, vi sarà il vuoto.

Decine di associazioni impegnate in difesa della salute a livello locale, nazionale e internazionale hanno costituito il comitato «Salute senza padroni e senza confini» e, insieme al Gue, gruppo parlamentare «Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica» e al gruppo consiliare «Milano in Comune», hanno organizzato a Milano due iniziative.

Sabato 4 novembre un «Forum internazionale per il diritto alla salute e l’accesso alle cure» (http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=5219;https://www.facebook.com/events/299458030530298/?acontext=%7b ) nel quale si confronteranno ricercatori, scienziati, medici, biologi di altissima professionalità con attivisti di tutto il mondo per individuare obiettivi condivisi sia dai movimenti sociali che da chi agisce in campo scientifico. Proprio da quest’ambito abbiamo ricevuto un’enorme disponibilità, come testimonia il programma, segno che la scienza, quando non è asservita al potere, giunge a conclusioni molto simili a quelle del movimento antiliberista.

Domenica 5 novembre si svolgerà un incontro tra i movimenti italiani attivi nella difesa della salute per organizzare insieme delle campagne nazionali.

I temi del Forum sono: «la disuguaglianza sociale come determinante di malattie», nel 2012 l’effetto Glasgow aveva dimostrato come il tasso di mortalità fosse strettamente correlato alle condizioni sociali della popolazione, l’Istituto Mario Negri ha documentato lo stesso fenomeno a Milano.

«L’accesso alle cure», il 50 % delle persone colpite dal virus Hiv nel mondo ne sono prive e l’accesso ai farmaci salvavita non è più garantito nemmeno nel mondo occidentale come testimonia la vicenda del Sofosbuvir per l’epatite C.

«La privatizzazione dei servizi sanitari» vera preda del mercato globale ma anche locale come dimostra, ad esempio, il tentativo della Regione Lombardia di sostituire, nell’assistenza a 3.350.000 cittadini con patologie croniche, il medico di famiglia con un gestore, società per lo più private finalizzate al profitto.

E infine «Le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici». Amitav Gosh, noto romanziere bengalese, ha recentemente pubblicato un saggio: «La Grande Cecità», quella dei cambiamenti climatici. L’accusa è, alla letteratura mondiale, di essere centrata su l’umano e i suoi diritti, e di aver ignorato il «non umano», indifferente ai destini della terra, dell’acqua e dell’aria, relegati tutti nella letteratura di serie B: la fantascienza. Eppure di cambiamenti climatici ci si ammala e si muore; per l’Oms potrebbero provocare 12,6 milioni di decessi tra il 2030 e il 2050. 250.000 morti in più ogni anno: per malnutrizione, malaria, diarrea. 20.000 morti per colpi di calore nella sola Europa. A questi numeri andrebbero aggiunti i morti per la maggior concentrazione di inquinanti nell’atmosfera dovuti all’assenza di piogge: 500.000 deceduti in Europa, 90.000 in Italia e 9 milioni nel mondo.

Ma la vera tragedia del cambio climatico è l’acqua. Siccità e alluvioni agiscono pesantemente nel ridurne la sua disponibilità. Nel 2050 verrà a mancare il 50% del necessario e a farne le spese saranno i poveri della Terra, i 900 milioni di persone prive di acqua potabile. La corsa all’accaparramento delle terre fertili e degli invasi da parte delle multinazionali e dalla Cina e dall’Arabia saudita è da tempo iniziata e i mutamenti climatici l’accentueranno sempre più.

Le grandi dighe prolificano in Asia e in Africa con il loro seguito di profughi e di guerre e le multinazionali degli acquedotti Suez – Veolia – Thams Water – Rwe ecc.. premono con maggior forza per la privatizzazione dei rubinetti di tutto il mondo.

Le stime dell’alto commissario delle Nazioni Unite parlano di 79 guerre in corso per cause ambientali e appropriazione di risorse. Nella guerra del Kashmir (100.000 morti) ci sono le dighe sul fiume Indo e la concorrenza tra India, Pakista, Cina. L’Egitto è una polveriera di 90 milioni di persone che vivono attorno al Nilo aggredito dalle dighe dell’Etiopia. La guerra in Siria avviene dopo 5 anni di siccità e di dighe turche sul Tigri. Le guerre ai kurdi hanno acqua e petrolio sullo sfondo.Nella contabilità mondiale 3 miliardi di persone sono considerati da «qualcuno»: insostenibili esuberi.

Beni comuni salute del pianeta e salute pubblica vanno insieme e vanno collocate in cima alle nostre priorità.

Vittorio Agnoletto comitato «Salute senza padroni e senza confini»
Emilio Molinari contratto mondiale dell’acqua

Da Il Manifesto
29-10-2017

I MORTI ALIMENTANO I VIVI

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morte-vitaNel giorno dei morti un forte richiamo alla vita.

I MORTI ALIMENTANO I VIVI

ll giorno dei morti è sicuramente una ricorrenza stimolante per il riconoscimento della vita.

La tradizione ci porta ad onorare la memoria di chi ci è stato caro e a compiere gesti più o meno significativi in questo senso.

Gesti che le diverse culture rendono più o meno profondi di significato.

La nostra cultura – via via sempre più dominante i rapporti sociali – sta perdendo, e sicuramente rifugge, il pensiero della “morte”: la percepisce come desolante e compassata tristezza, ineffettuale alle dinamiche compulsive della vita e delle relazioni che interne ad essa si compiono e si sviluppano.

Lo stress materialistico tende a spingere la vita oltre il proprio limite nella costante rincorsa alla accumulazione, al piacere esclusivo di sé, al privato benessere.

Paradossalmente è la stessa cultura che genera la “morte” dell’umano, delle dimensioni proprie di umanità, di libertà e giustizia che vengono sempre meno.

Una “morte” lenta, inesorabile che l’età non conta e neppure il corpo che soggiace sotto il ricatto delle “cure” dell’onnipotente sistema, del  … “il privato è bello”.

Una “morte” che incatena l’anima di ogni pensiero ribelle reso inefficace di insorgere per il Bene Comune, di esaltare in esso quella diversità che accomuna ed esalta la proprietà dell’Essere.

La “morte” si inserisce nei dispositivi essenziali della Vita che si espande nelle bellezze naturali, nei doni che la natura offre, che percorre il ciclo della vita.

Così la “morte” non si rigenera alla vita: ogni diversità è omologata al sistema, il pensiero plurale diventa unico, … È la vita ad essere morta.

La vita che esplode alla nascita come ad ogni primavera, come in ogni scoperta, si spegne nell’età della omologazione, nell’ossessione dell’interesse privato, del bene per sé, … così come nello sfruttamento, accaparramento e mercificazione delle ricchezze naturali, come nel limite meramente utilitaristico del pensiero che inaridisce la dimensione dell’anima, della scoperta, della libertà ….

Questa vita alimenta la “morte” che trova nella “pacificazione dell’animo”, nella condiscendenza, nell’indifferenza, nell’ipocrisia, … fino alle diseguaglianze e all’esasperata proprietà di sé, una sola memoria: dimenticare.  Così come le tragiche morti uccise dalla “miseria umana”: le guerre, la fame, le ingiustizie, i processi di accumulazione, gli sperperi, ….

Ribellarsi alla “morte” si può, basta rigenerare la dimensione della vita per il Bene Comune, lottare contro le ingiustizie, … o, come diceva qualcuno: “lasciate che i morti seppelliscano i morti“.

Il naufragio libico dell’informazione

Galera

GaleraLe acque libiche tornano a essere vietate ma sulle stragi è calato il silenzio. Le conseguenze più che prevedibili dell’accordo del governo italiano con la guardia costiera libica, la gente che annega come gli speronamenti, non sono più una notizia rilevante.

Gli accordi di Minniti con la Guardia Costiera libica funzionano davvero bene. Appena una ONG riesce ad effettuare una vera azione di soccorso, succede che le acque libiche ritornano ad essere vietate, in violazione del diritto internazionale del mare. Una violazione di cui l’Italia si sta rendendo complice e garante. Sono queste le violazioni che andrebbero denunciate in Procura...direttamente alla Procura di Roma per ragioni di competenza. Come andrebbero denunciate le violazioni dei diritti umani in Libia perpetrate da milizie colluse con i trafficanti e retribuite  anche con fondi europei.

Ormai si può davvero parlare, ed a ragione, di “black out dei corpi istituzionali su migranti e Libia”.

Anche la Federazione nazionale della stampa lamenta la censura imposta dal governo e dalle più alte cariche militari italiane su quanto sta accadendo in Libia e nelle acque del Mediterraneo  centrale.

Malgrado le proteste in Tunisia, la stampa italiana nasconde le responsabilità della tragedia avvenuta una settimana, fa a 50 chilometri dalle coste di Kerkennah, attribuendo ogni colpa al solito presunto scafista. Neppure una parola sulla dichiarazione del Capo del governo tunisino che ha definito il naufragio “una tragedia nazionale”. Non è arrivata sui mezzi di informazione italiani neanche la rabbia dei parenti. Rimane il fatto che la tragedia è avvenuta tra il 9 ed il 10 ottobre all’inizio di un periodo di manovre militari congiunte tra Italia e Tunisia. E ancora ieri domenica 15 ottobre altri dieci corpi di migranti annegati a seguito dello speronamento sono stati ritrovati in alto mare.

Lo stesso clima di censura si vive attorno alla strage dell’11 ottobre 2013, malgrado in questo caso, di fronte alle prove evidenti di responsabilità dei vertici della marina italiana e della Guardia costiera qualcosa sia filtrato nell’insofferenza generale (e dei generali). Per alcuni vertici della Marina si tratterebbe soltanto una campagna di stampa. E per qualche magistrato di una faccenda scomoda da archiviare o da mandare in prescrizione. Se ancora se ne parla lo dobbiamo solo a un giornalista coraggioso e ad una società civile che non si arrende, oltre alla perseveranza dei parenti delle vittime. Gli unici forse che credono ancora nella giustizia. Il  parziale ”mea culpa” della ministro Pinotti non basta di certo a ristabilire la giustizia.

Nessuno può pensare di autoassolversi per quella che è stata strage e che appare ogni giorno di più come conseguenza di accordi volti più a difendere le frontiere marine che a salvare la vita delle persone in pericolo. Una strage che macchierà per sempre l’Italia, che alterna fasi di soccorso in mare davvero ammirevole, a periodi, come quello attuale, in cui la sicurezza e la difesa dei confini prevalgono sulle ragioni dei richiedenti protezione e sulla tutela delle loro vite. Nessuno può ignorare che in Libia non ci sono casi isolati di violenze, si tratta di abusi quotidiani generalizzati.

Solo adesso si scopre, e lo affermano le Nazioni Unite, che le ONG non sono un fattore di attrazione per le partenze dei migranti. Smentite le tesi diffamatorie fatte circolare da Frontex e dal governo italiano. Per uscire da questa stagione nera dell’abbandono in mare occorre una completa riabilitazione di tutte le ONG che hanno operato soccorso in mare sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, ed una immediata sospensione dei rapporti di collaborazione con la guardia costiera e con le milizie libiche che non garantiscono il rispetto della vita e dei diritti fondamentali dei migranti. Una scelta che l’Italia ha fatto approvare in Europa.  E l’Italia sta già organizzando altri corsi di formazione per la Guardia costiera libica, questa volta addirittura in Tunisia.

Non rimane che raccogliere prove e conservare memoria. Contro la cancrena della disinformazione che prepara ad una stagione di guerra e di repressione, sia sul piano interno che su quello internazionale. Mentre gli HOTSPOT sono stati trasformati in nuovi centri di detenzione, come a Lampedusa, per preparare rimpatri sommari, senza alcuna possibilità di difesa.

Fulvio Vassallo Paleologo
ottobre 17, 2017

da: Adif Associazione Diritti e Frontiere

Appello – Contro ogni forma di razzismo

Con-razzismo
Con-razzismoSabato 21 ottobre, corteo a Roma: piazza della Repubblica ore 15

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la «colpa» di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali.

Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso d’insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni.

Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna. Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale. Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza. Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari. Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà. Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo. Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo.

Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’Ue. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali. Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Se questo non è fare politica!

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Sagra2017La Sagra di Baggio è sempre una grande festa e, come ogni anno, abbiamo cercato di fare la nostra parte per attirare, almeno un poco, l’attenzione della massa di persone che la attraversano in modo indifferente, presentando al pubblico l’insieme delle diverse attività tipiche dell’Associazione Dimensioni Diverse.

Anzitutto la Scuola di Italiano per Migranti sempre alla ricerca di insegnanti volontari (Vedi), ma anche attenta e presente alle problematiche inerenti ai diritti delle persone costrette ad intraprendere viaggi dalle gradi difficoltà e pericolosi per la vita, alla ricerca di una Umanità accogliente e solidale.

  • In prossimità della Festa, venerdì 13 ottobre, l’ultima notizia drammatica: la nave Aquarius di Sos Mediterranee, è giunta a Palermo con a bordo 606 salvati di cui 241 minori (178 non accompagnati).
  • Il giorno successivo alla Sagra, lunedì 16 ottobre, la FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, e nel suo ultimo rapporto ci informa che 925 milioni di persone soffrono di malnutrizione cronica. Tra questi sono oltre 3 milioni le morti dei bambini sotto i 5 anni, ogni anno.
    – Ed è con grande tristezza che non condividiamo l’ipocrisia delle grandi potenze economiche del “G7” che nella stessa giornata di domenica affermano di voler – entro il 2030 – “ridurre di 500 milioni gli affamati nel mondo“: così le affermazioni “entusiaste” del nostro Ministro Martina. Mentre è vero che nel mondo ogni anno si spendono oltre 1000 miliardi in armamenti.

Su queste informazioni e seguendo la proposta del Municipio 7 di sviluppare il tema dell’infanzia, abbiamo realizzato un grande poster (470×150 cm) dal titolo; “Se questo è un gioco” per rappresentare uno spaccato delle grandi difficoltà in cui si trovano a vivere centinaia di milioni di bambini nel mondo.
Lo abbiamo reso visibile appendendolo alla cancellata (di fronte al 401 di via Forze Armate) e nel merito abbiamo distribuito un volantino dedicato. (Poster – Se questo è un gioco e Volantino)

Abbiamo coinvolto oltre un centinaio di bambini nel gioco “Dove lo Butti” ed in generale abbiamo rilevato una buona conoscenza delle modalità del riciclaggio.

Il Gruppo di Acquisto Solidale – GAS – ha richiamato l’attenzione ai processi di inquinamento dell’acqua e al diritto all’acqua pubblica, oltre alla consapevolezza di un consumo critico (Alimenti – Stagionalità)  e all’autoproduzione dei detersivi (Autoproduzione Detersivi).

L’esposizione del logo “posto occupatocontro il femminicidio, richiamava l’attenzione delle persone che erano invitate a firmare una petizione per chiedere al Municipio 7 l’affissione di una targa all’esterno della Biblioteca per ribadire e confermare l’impegno contro la violenza di genere (numerose le adesioni di donne e uomini). (Vedi)

A rallegrare ulteriormente la Festa per l’intera giornata, le associazioni aderenti a “Rete 7″ hanno espresso il meglio di sé con un programma coinvolgente fin dal mattino, attirando l’attenzione dei passanti con giochi, sketch teatrali, musica classica con il maestro Cabassi, e molta altra musica fino a chiusura della giornata. (Programma – Rete 7)

Vedi le foto

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Polemica? Forse no. Solo per chiarezza.
Può essere giusto che la politica partitica rimanga fuori dalla Sagra, così come pensiamo la Giunta del Municipio 7 abbia voluto “prescrivere” con una lettera fatta firmare alle Associazioni.
Ma, se questa deve essere una regola, deve essere fatta rispettare anche dai giovani di Forza Italia che hanno attraversato la Sagra distribuendo volantini indicanti il SI al referendum Regionale, e comunque doveva essere vietato che all’interno della Sagra fosse posto un gazebo inneggiante sempre il SI al referendum regionale.

Quarto libro bianco sul razzismo in Italia

Razzismo-2

Razzismo-2E’ stato presentato il 5 ottobre, presso la Camera dei deputati, il Quarto Libro bianco sul razzismo. Un lavoro che, a distanza di tre anni dalla terza edizione, propone un’analisi del razzismo, della sua diffusione e sdoganamento all’intera della società, dalle istituzioni ai media, alla vita quotidiana. Un base di consapevolezza da cui ripartire

Ordinario, legittimato e persino ostentato: è il razzismo dell’era 4.0. La retorica della paura, la politica strumentale, le forme di razzismo istituzionale, l’informazione scorretta, le discriminazioni e le violenze razziste popolari trovano nella rete uno spazio di incontro e di reciproca contaminazione.

I discorsi stigmatizzanti e aggressivi incoraggiano atti e comportamenti discriminatori nella vita quotidiana, ma può accadere anche il contrario: le manifestazioni di intolleranza, di xenofobia e di razzismo sono “documentate” in video, esibite e rivendicate on line. Le due donne rom chiuse in una gabbia a Follonica nel febbraio scorso, le barricate costruite per impedire l’arrivo di 12 donne e 8 bambini richiedenti asilo a Gorino nell’ottobre 2016, l’aggressione compiuta contro un richiedente asilo ad Acqui Terme il mese scorso ne costituiscono solo alcuni esempi.

Sono 1483 le discriminazioni e le violenze fisiche e verbali monitorate tra l’1 gennaio 2015 e il 31 maggio 2017 documentate in ‘Cronache di ordinario razzismo. Quarto libro bianco sul razzismo in Italia‘, presentato oggi da Lunaria a Roma alla Camera.

Il razzismo ha ucciso molte volte. Ad esempio. Muhammad Shazad Kan, cittadino pakistano di 28 anni, è stato picchiato a morte a Roma nel quartiere di Tor Pignattara il 18 settembre 2014. Roberto Pantic nella notte tra il 21 e 22 febbraio 2015 a Calcio (BG), è stato ucciso con un colpo di pistola mentre stava dormendo nella sua roulotte. Sare Mamadou è stato ucciso da un colpo di fucile in pieno petto perché ha “osato” rubare in un campo un melone marcio, a Lucera il 21 settembre 2015. Emmanuel Chidi Namdi, richiedente asilo nigeriano di 36 anni, è morto il 5 luglio 2016 a Fermo perché ha “osato” ribellarsi di fronte a un insulto rivolto alla sua compagna. Yusupha Susso, 21 anni, studente di origine gambiana, insultato, picchiato e colpito da uno sparo alla testa a Palermo nelle strade di Ballarò da un gruppo di uomini il 2 aprile 2016, si è invece salvato. Aveva “osato” protestare contro due giovani in scooter che avevano rischiato di investirlo. La stampa mainstream si affrettò a liquidare l’aggressione razzista subita come una semplice “rissa”.

Il razzismo attraversa il mondo dell’informazione: talvolta in modo esplicito, più spesso omettendo le notizie scomode o lanciando campagne stigmatizzanti. Gli sbarchi di migranti nell’Italia meridionale, la crisi umanitaria in Grecia e lungo la cosiddetta Rotta Balcanica, le indagini giudiziarie sulla gestione dei centri di accoglienza, hanno prestato il fianco al rilancio di una criminalizzazione generalizzata e stigmatizzante dei migranti, dei profughi e dei cittadini stranieri di paesi terzi stabilmente residenti in Italia, con un particolare accanimento contro i cittadini di fede musulmana, in coincidenza con i numerosi attentati che hanno colpito purtroppo l’Europa.

Molti i casi ricordati nel rapporto: dalle prime pagine che hanno invitato a “cacciare l’Islam”, al lessico che ha sostituito la parola “clandestini” con quella apparentemente più neutra di “migranti”, alla distratta dimenticanza della morte di Faye Dame nell’Hotel di Rigopiano, poi rigorosamente ricordato come “incensurato”, alla riscoperta delle “percezioni” di insicurezza di un non meglio definito “senso comune”, al recupero delle più “tradizionali” stigmatizzazioni: immigrato=criminale=terrorista=untore=stupratore.

La novità, rispetto al passato, è la delegittimazione operata nei confronti della società civile solidale: da quella che accoglie i richiedenti asilo nelle nostre città alle Ong che prestano operazioni di soccorso in mare sino ad arrivare a coloro che offrono solidarietà vicino alle frontiere. Tra le omissioni più eclatanti vi è invece l’omicidio di Mohamed Habassi, perpetrato a Parma nella notte tra il 9 e il 10 maggio 2016. Tra gli incidenti imprevisti una trasmissione di grande audience in cui i rom sono stati definiti da un ospite in studio la “feccia della società”.

Le responsabilità delle istituzioni e della politica

Alle radici del rigurgito di razzismo che, soprattutto dagli inizi del 2016 è tornato ad attraversare il nostro paese, vi è secondo Lunaria una precisa responsabilità della politica che, come già è avvenuto in passato, ha riesumato l’antica ricetta sicuritaria con politiche migratorie e sull’asilo sempre più restrittive: le due leggi Orlando-Minniti approvate lo scorso aprile, ma ancora prima la scelta di fermare l’operazione Mare Nostrum, e, dopo, la torsione della cooperazione internazionale alla volontà di impedire ai migranti di arrivare a tutti i costi.

A nuocere è anche la propaganda politica: quella dei partiti che cavalcano la rabbia popolare e quella istituzionale, che agita lo spettro della paura per giustificare la propria incapacità di fornire risposte credibili e di lungo respiro alla crisi economica, sociale e culturale che attraversa ancora l’Italia e l’Europa e che sacrifica a meri calcoli politici l’approvazione della riforma della legge sulla cittadinanza.

Auspici e speranze

Il Senato ha ancora la possibilità di approvare definitivamente la riforma della legge sulla cittadinanza, attesa da almeno un milione di giovani di origine straniera nati o cresciuti nel nostro paese.

Il Governo è ancora in tempo a rivedere gli accordi con Paesi terzi che non sono in grado di garantire il diritto di asilo.

Singoli e organizzazioni sociali possono praticare dal basso la solidarietà, l’accoglienza e l’inclusione sociale. Succede già in molti luoghi, nel Libro bianco ricordiamo molte di queste esperienze: ed è proprio questa la luce in fondo al tunnel che consente di sperare che combattere il razzismo sia ancora possibile.

Razzismo

Il Libro bianco è un lavoro collettivo svolto per Lunaria da Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Serena Chiodo, Anna Dotti, Giuseppe Faso, Grazia Naletto, Annamaria Rivera.

Il testo è disponibile on line, cliccando qui

Per informazioni:
Lunaria, via Buonarroti 39, 00185 Roma
comunicazione@lunaria.org Tel. 06. 8841880 – 3249087177
www.lunaria.org

110 miliardi di bottiglie di Coca cola

Coca-Cola

Coca-ColaCoca Cola produce 110 miliardi di bottiglie di plastica l’anno, circa quindici bottiglie a persona sul pianeta intero, compreso bimbi e anziani.
Circa un quinto delle bottigliette di plastica prodotte nel mondo sono di Coca Cola.

Il totale, Coca Coca ed altre, è di 500 miliardi di bottiglie, cioè 20mila bottiglie al secondo vendute in ogni angolo del pianeta. Un milione al minuto…

Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni.

La Coca Cola da tempo è sotto pressione, tra le altre cose, per ridurre il numero di bottigliette prodotte, ma finora i risultati sono stati poco promettenti: nel corso degli scorsi anni, invece di diminuire, il numero delle bottigliette prodotte è aumentato.

Dove finisce tutta quella plastica? Dove finiscono tutte quelle bottigliette?

Ci piace pensare di essere una società attenta, ma se è vero che si cerca di riciclare e di riusare e tante altre belle parole, la triste realtà è che la gran parte di quella roba finisce, se va bene, in discarica, se va male, negli oceani, nei corpi di pesci e uccelli, e, in ultima analisi nei nostri corpi.

Dopotutto se le stime sono che negli oceani nel 2050 ci sarà più plastica che pesci, quella plastica da qualche parte deve pure arrivare. E infatti, non è un caso che la stragrande maggioranza della plastica che si trova sulle spiagge del mondo è proprio costituita da bottiglie di plastica e da loro residui.
E questo è brutto da vedersi certo, ma è un grande pericolo per animali acquatici che li mangiano per sbaglio, che a volte soffocano, che li accumulano nei loro organismi, e che a volte si sviluppano con pezzi di plastica come parte del loro corpo.
Per non parlare dei pezzettini più piccoli che poi ce li ritroviamo nei pesci che mangiamo, nel sale marino e pure nell’acqua che beviamo.

E la Coca Cola?
Beh, grazie a varie campagne di sensibilizzazione, nel Regno Unito, promosse da Greenpeace e da altre associazioni, la Coca Cola ha annunciato che utilizzerà plastica reciclata per il 50 per cento delle loro bottigliette entro il 2020.

È una soluzione? Certo che no! La metà di 110 miliardi di bottiglie sono 55 miliardi di bottiglie ed il 2020 è troppo lontano. La Coca Cola è un ente colossale e può fare molto, molto di più di queste mosse di facciata.

E noi?
Beh, noi possiamo essere attenti che ogni santa bottiglietta venga riciclata nel modo più opportuno, possiamo raccogliere lo schifo che vediamo in spiaggia, possiamo essere consapevoli, possiamo scrivere alla Coca Cola, e possiamo scegliere di trovare alternative alle bottigliette di Coca Cola e di qualunque altro contenitore di plastica per quel che possiamo.

Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni, sì 400.

Maria Rita D’Orsogna
* Fisica e docente all’Università statale della California.

Nei campi profughi della Palestina la lotta di liberazione è quotidiana

Palestina

PalestinaLunedì sera, alla Casa delle Associazioni, si è parlato di Palestina. (Vol-Palestina-1)
Era atteso Naji Owdah, palestinese che vive nel campo profughi Dheisheh fuori da Betlemme, uomo che ha vissuto sulla sua pelle la resistenza contro l’occupazione della sua terra e  nonostante la repressione, le carcerazioni, i dodici anni passati in carcere, ha fondato un’Associazione per trasmettere ai giovani i suoi ideali di un mondo migliore e la fede in alcuni valori per cui vivere.

Partito purtroppo Naji dall’Italia prima del previsto, in sua assenza la serata è stata condotta da due rappresentanti della Casa per la Pace di Milano che tra le varie attività organizza annualmente un viaggio di conoscenza e solidarietà in Palestina.
Con i presenti, molto partecipi e informati, si sono richiamate le tappe della progressiva occupazione israeliana: oltre alle ripetute guerre, determinanti sono stati gli accordi conseguenti, come l’accordo di Oslo del 1993 che nei fatti ha “legittimato” la spartizione della Cisgiordania e la sua occupazione; la colonizzazione che con l’attuale governo è accelerata e  richiama ebrei anche fuori da Israele; la costruzione del muro iniziata dal 2002.

Un muro che lacera la vita collettiva, economica, sociale, familiare delle persone. Alto fino a otto metri, costruito abbattendo case, separando le case dai loro campi, dividendo famiglie che prima convivevano,  sottraendo l’acqua e le terre, limita la vita dei palestinesi in tutti i loro aspetti.
Il lungo tragitto, le code al check point di ingresso, i controlli, gli arresti indiscriminati, rendono la Cisgiordania una prigione a cielo aperto.

Peggiore ancora la vita in città come Hebron, circondata da un muro, occupata da 600 coloni a loro volta protetti da 2.000 militari israeliani. Una città ormai deserta, il cui posto di blocco militare all’ingresso è occasione quotidiana di violenze, arresti, ferimenti, volontaria negazione delle cure che provocano anche la morte a pochi metri dall’ambulanza.

La strategia israeliana non è solo militare, ma di mantenimento di una soggezione economica, esistenziale, di utilizzo delle risorse di una popolazione stremata, di trasformazione di chi voleva resistere in collaboratori.
A fronte di una esistenza sempre più martoriata, di una occupazione sempre più estesa e oppressiva, di prospettive politiche sempre meno realistiche, la resistenza palestinese è provata.

Tra i luoghi dove ancora vi si crede è il campo profughi Dheisheh a Betlemme, istituito nel 1948 dopo il primo conflitto arabo-israeliano, per accogliere i  profughi fuggiti dal massacro.

Ma sono passate tre generazioni e in poco spazio vivono 16.000 persone, in costruzioni ammassate le une all’altre, dove l’acqua è somministrata da Israele una volta ogni qualche settimana e spesso è assente per lunghi periodi. Confluiti da zone diverse della Palestina, i profughi di Dheisheh hanno presto imparato a risolvere i loro problemi solo aiutandosi, con una vita comunitaria di solidarietà e gradualmente di consapevolezza politica.

Nel campo profughi, e più ancora nelle carceri dove i loro uomini ripetutamente passano parte della loro vita, si è diffuso il Fronte Popolare di Liberazione. In questo campo particolarmente feroce è la repressione: tre o quattro volte alla settimana i militari israeliani entrano, in centinaia, armati tra le case; fanno incursioni o tengono in ostaggio la popolazione, arrestano a turno qualcuno, e alla minima resistenza sparano. Innumerevoli i ragazzi del campo che sono stati in carcere, dove si subiscono torture per fiaccare la resistenza, moltissimi feriti alle gambe, tanti uccisi.

Naji, fondatore dell’Associazione Laylac, nel campo raccoglie soprattutto giovani. Ormai sono consapevoli che le prospettive di una soluzione politica sono molto ristrette, ma quanto Naji trasmette è un insieme di valori  per cui dedicare la vita, una consapevolezza sociale e politica, una speranza di un mondo più giusto.

Una nota molto amara.
Naji era in Italia con cinque ragazzi di Dheisheh, invitati da Casa Pace a un Festival Internazionale per imparare le tecniche del Teatro dell’Oppresso. Dieci giorni di corso e poi spettacoli con altri attori, giovani, indiani, spagnoli; la vita in una città, la libertà anche per chi non era mai uscito dal campo di Betlemme.

Ma nel viaggio di rientro, alla frontiera, uno dei ragazzi, il più giovane, entusiasta e positivo, non è uscito dal’ufficio del controllo. Arrestato, di lui non si hanno notizie, non si sa in che carcere sia stato rinchiuso; l’avvocato mandato dalla famiglia ha saputo solo che per almeno due settimane di lui non si saprà niente. Ma chi già è stato in carcere può immaginare quale sia il trattamento cui sarà sottoposto.

Renata

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