Monthly Archives: dicembre 2017

Non mitraglie, ma pompe d’acqua

Pompe-AcquaQuanti di noi sanno indicare con certezza dove si trova il Niger?

Chissà se i compari di Gentiloni sanno che la maggior parte dei rifugiati e dei migranti che vivono in quel paese, il cui territorio è composto per due terzi dal deserto, non vogliono mettersi in viaggio per raggiungere l’Europa, ma aspettano che torni la pace nei propri villaggi per tornarsene a casa in Mali o in Nigeria.

Chissà se sono a conoscenza della presenza dei contingenti francesi, statunitensi e tedeschi, i francesi sono da quelle parti dal 1961…

Chissà se sanno che a Niamey si moltiplicano le cliniche private per l’élite mentre gli ospedali pubblici per la gente comune sono sempre più spesso luoghi di morte e di non di cura.

Non sono i soldati che dobbiamo mandare in Niger – scrive Francesco Gesualdi -, ma medici e insegnanti. Non mitraglie, ma pompe d’acqua…

Alla vigilia di Natale, Paolo Gentiloni ha annunciato di voler trasferire in Niger parte del contingente italiano presente in Iraq. Ed ha dato tre motivazioni per questa scelta: consolidare il paese, sconfiggere il traffico di esseri umani, combattere il terrorismo. Tre situazioni che hanno bisogno di essere analizzate in dettaglio per capire se si tratta di vere motivazioni o di retorica.

Stabilità: tutti riconoscono che in Niger, come negli altri paesi del Sahel, c’è un’assenza crescente di stato. O meglio lo stato c’è, ma non al servizio della popolazione, bensì di un’élite.
Dal 1960, anno di indipendenza, il Niger ha conosciuto almeno sette regimi civili e quattro colpi di stato militari. Il potere è conteso fra esercito, politici di carriera, grandi commercianti, capi religiosi. Lo stesso Mahadou Issoufou, attuale capo di governo, è oggetto di molte critiche e se la missione italiana si prefiggesse di dare stabilità all’attuale classe politica si renderebbe complice di quella che Jean-François Bayart studioso dell’Africa sub-sahariana, chiama privatizzazione dello stato.

In un articolo del 16 agosto 2017, le Monde denuncia che in Mali, Niger e Mauritania, “il sistema politico è detenuto da un’élite predatrice che ha dato il colpo finale a ciò che rimaneva dello stato
E i risultati si vedono: Secondo il rapporto della Banca MondialeLe visage humain d’une crise regionale” metà della popolazione del Niger vive al di sotto della soglia della povertà. Il 44 per cento dei bambini sotto i cinque anni soffre di un ritardo di crescita, mentre il livello medio di scolarizzazione è di un anno e mezzo. Le cliniche private per l’élite, si moltiplicano nella capitale, ma gli ospedali pubblici per la gente comune, sono piuttosto luoghi di morte che di cura.

E ciò nonostante il Niger dispone di una decina di campi profughi in cui ospita 166 000 rifugiati. Non persone che vogliono mettersi in viaggio per raggiungere l’Europa, ma persone che aspettano che torni la pace nei propri villaggi per tornarsene a casa in Mali o in Nigeria. Ad essi si aggiungono le decine di migliaia di migranti che mettono piede sul suolo nigerino non per restarvi, ma per transitare.
Il loro punto di ritrovo è Agadez, porta del deserto, dove il linguaggio utilizzato è diverso dal nostro. Consci dei rischi che si apprestano ad affrontare, i migranti si autodefiniscono “avventurieri”, mentre i proprietari di camion che li porteranno alla frontiera libica sono chiamati passeurs, trasportatori, non trafficanti d’uomini.

In Niger se di qualcosa i migranti si lamentano è per i prezzi esosi, non per la tratta. Per il costo del viaggio, per il costo dei viveri e dell’acqua, per le bustarelle da dare ai poliziotti affinché li lascino passare nonostante la mancanza di documenti appropriati.
Molti arrivano all’ultima oasi nigerina che non hanno più soldi e allora si fermano per mesi sperando di trovare un lavoro che permetta di raggranellare i soldi necessari a pagare il passaggio che li porti in Libia. Poliziotti, proprietari di camion, gestori di negozi, tutti cercano di strizzare i migranti di passaggio, ma non vanno nei villaggi della Nigeria, del Mali o del Senegal a prelevare giovani da deportare con la forza in Libia.

Ed allora cosa significa combattere i trafficanti d’uomini? Arrestare un’intera regione e sequestrare un’intera economia? Non ci sarebbe piuttosto da combattere le cause della disoccupazione che spingono centinaia di migliaia di giovani ad affrontare financo la morte pur di cercare un futuro migliore in un continente ostile come l’Europa?

Combattere il terrorismo è la terza motivazione portata da Gentiloni.
Il terrorismo esiste, ma troppo spesso è usato come alibi per avventure militari di ben altro genere. Considerato che in Niger ci sono già contingenti francesi, statunitensi e tedeschi, con l’arrivo degli italiani, gli eserciti stranieri presenti nel paese saranno quattro.
I francesi ci sono addirittura dal 1961.
Non era ancora trascorso un anno dall’indipendenza, che il nuovo governo del Niger aveva già firmato un accordo che garantiva alla Francia “la libera disposizione delle installazioni militari necessarie ai bisogni della difesa”. Ufficialmente il colonialismo era finito, ma in zona rimanevano da proteggere gli interessi delle compagnie francesi che qualche anno più tardi si sarebbero arricchite dello sfruttamento di uranio.

È arrivato il tempo di riconoscere che terrorismo è espressione di malcontento e disperazione.
E come ci ha ammonito Hiroute Guebre Sellassie, incaricata delle Nazioni Unite per il Sahel, “se non si fa nulla per migliorare l’istruzione, per creare occupazione e opportunità per i giovani, il Sahel sarà non solo un incubatore di migrazione di massa, ma anche di reclutamento terroristico”.

Allora non sono i soldati che dobbiamo mandare in Niger, ma medici, infermieri e insegnanti. Non mitraglie, ma pompe d’acqua, perché mai come oggi le parole di Sandro Pertini risultano vere: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgenti di vita per milioni di vite umane che lottano contro la fame”.

Francesco Gesualdi

Vota NO al bonus privatizzazioni!

Il-mio-votoUn grave attacco ai Beni Pubblici.

I mestieranti della politica degli interessi privati non demordono.

Con un emendamento (n. 71.103) approvato giovedì scorso in Commissione Bilancio, nella Legge di Stabilità è stata inserita una norma con la quale si premiano gli Enti Locali che privatizzano i Beni Pubblici, permettendo loro di utilizzare i proventi delle alienazioni per coprire mutui e prestiti, ovvero ripianare il debito.

Le responsabilità politiche che, ai diversi livelli amministrativi, attentano ai servizi pubblici in termini di privatizzazione (vedi in Lombardia l’ultima proposta di riforma sanitaria – Vol_Riforma sanità-2); sono sempre molto gravi.

Questa nuova norma pericolosamente inserita nella Legge di Stabilità, spalanca la porta ai mercificatori dei Beni Comuni, alla generalizzazione delle privatizzazioni, compreso il ribaltamento del referendum del 2001 che ha impedito agli affaristi della politica di privatizzare l’acqua.

L’aula della Camera inizierà l’esame della Legge di Stabilità mercoledì 20 dicembre alle 9.30.

Per cui si propone di scrivere ai deputati – Indirizzario_email_deputati_2013 – a partire da martedì 19 dicembre fino a venerdì 21 dicembre inviando il testo di seguito.

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OGGETTO: Vota NO al bonus privatizzazioni!

Gentile Deputata/o,
con l’approvazione di un emendamento in Commissione Bilancio è stata inserita nella legge di stabilità una norma di gravità assoluta con cui si premiano gli Enti Locali che privatizzano permettendo loro di utilizzare i proventi delle alienazioni per coprire mutui e prestiti, ovvero ripianare il debito.

Con questa norma si prova ad eludere l’esito dei referendum del 2011 e a contraddire la volontà popolare.

Con questa norma si arriva a costruire un vero e proprio ricatto nei confronti degli Enti Locali i quali, oramai strangolati dai tagli, sarebbero spinti a privatizzare e mercificare i beni comuni.

Pertanto chiedo con forza che Lei si adoperi affinchè tale norma sia cancellata dalla legge di stabilità.

Voti NO al bonus privatizzazioni!

Cordiali saluti.

Un’altra difesa è possibile

unaltra-difesa-possibilleDifendiamoci, sì, ma da chi e come?

Nel dibattito sulla “legittima difesa” ci dev’essere un punto fermo: riconoscere che l’uso della forza è prerogativa dello Stato e non può essere lasciato al libero arbitrio del singolo.

La “difesa” è un punto decisivo nella pratica della nonviolenza attiva. Difesa della vita, difesa dei diritti, difesa della libertà, difesa dei più deboli, difesa dell’ambiente. La storia della nonviolenza moderna è storia di movimenti di difesa, da Gandhi che difendeva il suo popolo dal colonialismo, fino al Premio Nobel per la Pace 2017 assegnato alla Campagna per la messa al bando della armi nucleari che ci difende dall’olocausto atomico.  Oggi i movimenti nonviolenti nel mondo agiscono in difesa della pace e per salvare la vita a chi fugge dalle guerre.

La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la “Difesa civile non armata e nonviolentaper mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti. I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di Pace e Disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50.000 firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20.000 cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato.
Noi chiediamo che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura.

La proposta tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (art. 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (art. 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace.

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta è già stato fatto proprio dal nostro ordinamento (due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, la legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio Civile Universale). Ora tale visione è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica.
Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale Enti Servizio Civile, Forum Nazionale Servizio Civile, Tavolo Interventi Civili di Pace, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo.

La difesa civile, non armata e nonviolenta è l’evoluzione della lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima Legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico.

Nella Legge di bilancio 2018 sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare” con un aumento del + 4% rispetto al 2017, risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese. La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta.

L’unica difesa legittima è quella nonviolenta.

Campagna “Un’altra difesa è possibile”    

  • Mao Valpiana  –  Direttore di Azione nonviolenta
  •  Efrem Tresoldi   –  Direttore di Nigrizia
  •  Alex Zanotelli  –  Direttore di Mosaico di pace
  •  Mario Menin  –  Direttore di Missione Oggi
  •  Riccardo Bonacina  –  Direttore di Vita
  •  Pietro Raitano  –  Direttore di Altreconomia
  •  Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi, Marco Calabria  – Direttori di Comune-info

Conferenza al Premio Nobel per la Pace

Nobel-PaceLe armi nucleari non significano l’elevazione di un paese alla grandezza, ma la sua discesa alle profondità più oscure della depravazione.

Domenica 10 dicembre 2017, ICAN ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo lavoro, volto a garantire un trattato sul divieto delle armi nucleari.
Setsuko Thurlow, sopravvissuta il 6 agosto 1945 alla bomba di Hiroshima, ha esposto metà della conferenza del Nobel, raccontando l’orribile esperienza vissuta quando era una ragazzina tredicenne.

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Vostra Maestà,
Illustri membri del Comitato Nobel norvegese,
Miei colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo,
Signore e signori,

E’ un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice, a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento ICAN. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha – quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari.

Ci siamo alzati solidalmente con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio che voi sentiate in questa sala la presenza di tutti coloro che sono morti a Hiroshima e a Nagasaki. Voglio che voi sentiate, sopra e attorno a noi, una grande nuvola di un quarto di milione di anime. Ogni persona aveva un nome. Ogni persona era amata da qualcuno. Facciamo in modo che la loro morte non sia stata vana.

Avevo solo 13 anni quando gli Stati Uniti hanno lanciato la prima bomba atomica sulla mia città, Hiroshima. Ricordo ancora vividamente quella mattina. Alle 8:15 ho visto un accecante flash bianco-bluastro dalla finestra. Ricordo di avere avuto la sensazione di galleggiare nell’aria.

Mentre riacquistavo coscienza nel silenzio e nelle tenebre, mi sono ritrovata immobilizzata dalle macerie dell’edificio crollato. Ho cominciato a sentire le deboli grida dei miei compagni di classe: “mamma, aiutami. Dio, aiutami”.

Poi, improvvisamente, ho sentito delle mani toccarmi la spalla sinistra, e un uomo dire: “Non arrenderti! Continua a spingere! Sto cercando di liberarti. Vedi la luce che passa attraverso quell’apertura? Muoviti in quella direzione il più velocemente possibile”. Appena sono strisciata fuori, le rovine hanno preso fuoco. La maggior parte dei miei compagni di classe sono morti bruciati vivi in quell’edificio. Ho visto tutto intorno a me una devastazione assoluta, inimmaginabile.

Processioni di figure spettrali che si trascinavano. Persone grottescamente ferite, sanguinanti, bruciate, annerite e gonfie. Pezzi dei loro corpi erano mancanti. Carne e pelle penzolavano dalle loro ossa. Alcuni avevano in mano i propri bulbi oculari. Qualcuno con il ventre esploso, aperto, con gli intestini che fuoriuscivano. Il disgustoso puzzo di carne umana bruciata riempiva l’aria.

Così, con una bomba la mia amata città è stata cancellata. La maggior parte dei suoi abitanti erano civili che sono stati inceneriti, vaporizzati, carbonizzati – tra questi, membri della mia famiglia e 351 miei compagni di scuola.

Nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi molte altre migliaia di persone sarebbero morte, spesso in modi arbitrari e misteriosi, a causa degli effetti a posteriori delle radiazioni. Ancora oggi le radiazioni uccidono i sopravvissuti.

Ogni volta che ricordo Hiroshima, la prima immagine che mi viene in mente è quella del mio nipotino di quattro anni, Eiji – il suo piccolo corpo trasformato in un irriconoscibile pezzo di carne fusa. Ha continuato a chiedere acqua con un filo di voce finchè la morte non lo ha liberato dall’agonia.

Per me, è diventato la rappresentazione di tutti i bambini innocenti del mondo, minacciati come sono, proprio in questo momento, dalle armi nucleari. Ogni secondo di ogni giorno, le armi nucleari mettono in pericolo tutti coloro che amiamo e tutto ciò che ci sta a cuore. Non dobbiamo più continuare a tollerare questa follia.

Attraverso la nostra agonia e alla lotta per la pura sopravvivenza – e per ricostruire la nostra vita dalle ceneri – noi hibakusha ci siamo convinti di dover mettere in guardia il mondo da queste armi apocalittiche. Ancora e ancora, abbiamo condiviso le nostre testimonianze.

Ma alcuni tuttavia rifiutavano di vedere Hiroshima e Nagasaki come delle atrocità – come crimini di guerra. Hanno accettato la propaganda secondo cui si trattava di “bombe buone” che avevano posto fine a una “guerra giusta”. E’ stato questo mito che ha portato alla disastrosa corsa agli armamenti nucleari, una corsa che continua ancora oggi.

Nove nazioni minacciano ancora di incenerire intere città, di distruggere la vita sulla terra, di rendere il nostro bel mondo inabitabile per le generazioni future. Lo sviluppo delle armi nucleari non significa l’elevazione di un paese alla grandezza, ma la sua discesa alle profondità più oscure della depravazione. Queste armi non sono un male necessario; sono il male ultimo.

Il sette luglio di quest’anno sono stata travolta dalla gioia, quando la stragrande maggioranza delle nazioni del mondo ha votato a favore dell’adozione del Trattato di proibizione delle armi nucleari. Dopo essere stata testimone del peggio dell’umanità, quel giorno sono stata testimone del suo meglio. Noi hibakusha abbiamo aspettato il bando per settantadue anni. Che questo sia l’inizio della fine delle armi nucleari.

Ogni leader responsabile firmerà questo trattato. E la storia giudicherà duramente coloro che lo respingeranno. Le loro astratte teorie non devono più mascherare la realtà genocida delle loro pratiche. Il “deterrente” non deve più essere considerato altro che un deterrente al disarmo. Non vivremo più sotto una nuvola di paura a forma di fungo.

Ai funzionari delle nazioni dotate di armi nucleari – e ai loro complici sotto il cosiddetto “ombrello nucleare” – dico questo: ascoltate la nostra testimonianza. Date retta al nostro avvertimento. E sappiate che le vostre azioni sono importanti. Ognuno di voi è parte integrante di un sistema di violenza che mette in pericolo il genere umano. Facciamo in modo di stare tutti all’erta sulla banalità del male.

A ogni presidente e primo ministro di ogni nazione del mondo, vi imploro: aderite a questo trattato; eliminate per sempre la minaccia dell’annientamento nucleare.

Quando ero una ragazzina di 13 anni, intrappolata nelle macerie, ho continuato a spingere. Ho continuato a muovermi verso la luce. E sono sopravvissuta. Ora la nostra luce è il trattato di proibizione. A tutti in questa sala e a tutti quelli che nel mondo stanno ascoltando, ripeto quelle parole che ho sentito rivolgermi nelle rovine di Hiroshima: “Non mollate! Continuare a spingere! Vedete la luce? Muovetevi verso di essa”.

Stasera, mentre marciamo per le strade di Oslo con le torce accese, seguiamoci l’un l’altro fuori dalla notte buia del terrore nucleare. Non importa quali ostacoli dobbiamo affrontare, continueremo a muoverci e continueremo a spingere e a condividere questa luce con altri. Questa è la nostra passione e il nostro impegno affinché il nostro prezioso unico mondo sopravviva.

10.12.2017 – Oslo – Norvegia
Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella

Parigi «One Planet Summit»

Make-ourMartedì 12 dicembre, decine di leader mondiali sono attesi a Parigi in occasione del “One Planet Summit”, l’iniziativa informale voluta dal presidente Emmanuel Macron per rilanciare gli sforzi finanziari sul clima.

A due anni esatti dalla Conferenza Internazionale di Parigi (Cop21), una cinquantina di capi di Stati e di governo si imbarcheranno lungo la Senna, per trasferirsi dall’Eliseo fino all’Ile Séguin, l’isola lunga e stretta nell’ovest della capitale che per decenni ospitò la fabbrica di Renault riconvertita in un centro polifunzionale in cui si terrà l’evento. Annunciato lo scorso luglio da Macron durante il G20 di Amburgo, il summit è co-presieduto dall’Onu e dalla Banca Mondiale.

Alla vigilia del vertice, ha fatto sentire la sua voce papa Francesco, auspicando che l’iniziativa “favorisca una chiara presa di coscienza sulla necessità di adottare decisioni realmente efficaci per contrastare i cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano integrale“.

Fonti dell’Eliseo spiegano “L’urgenza climatica – – è più grave che mai, è dunque essenziale continuare a mobilitare in modo sempre più forte la comunità internazionale, ancor più dopo il ritiro degli Usa“.

Tra le circa quattromila persone che si troveranno fianco a fianco all’Ile Séguin, leader mondiali, governi (in totale sono un centinaio quelli invitati) ma anche governatori, sindaci, aziende, Ong, fondazioni benefiche come quella di Bill Gates o anche star impegnate come Leonardo Di Caprio. Obiettivo? Contribuire alla ricerca di azioni concrete per il raggiungimento degli obiettivi sul clima prefissati due anni fa alla Cop21. “Vogliamo dimostrare che le soluzioni esistono e possono essere moltiplicate sia localmente sia internazionalmente“, affermano a Parigi. Progetti concreti, dunque, in settori come energie rinnovabili, trasporti, efficacia energetica o agricoltura.

La giornata si aprirà con quattro tavole rotonde rispettivamente su finanziamenti pubblici, finanziamenti privati, accelerazione delle iniziative locali e regionali, rafforzamento delle politiche pubbliche per la transizione ecologica; mentre il pomeriggio sono previsti gli incontri di alto livello con i leader.

L’idea è soprattutto mettere insieme regioni, comuni, aziende, fondazioni, Ong ed è forse anche per questo che, stando al programma, Macron si terrà (quasi) in disparte non pronunciando un discorso ufficiale. Come dire: la lotta ai cambiamenti climatici non riguarda solo i governi ma tutti gli attori della società.

La “mini-Cop21″ da lui voluta è anche un modo di affermare la sua leadership su questo argomento. A inizio giugno, in seguito all’annuncio shock di Washington, il trentanovenne presidente francese deformò la frase cult di Trump “Make America great again” rilanciandola in chiave ecologica – “Make our planet great again” – e invitò studiosi e ricercatori Usa a lasciare la madre patria per lavorare in Francia.
Uno slogan che ha avuto un impatto planetario, tanto da indurre l’Eliseo a lanciare, qualche giorno dopo, un omonimo sito internet (Makeourplanetgreatagain.fr) al servizio di chiunque voglia fornire un contributo alla battaglia per la salvaguardia del pianeta.

Al termine dei lavori, martedì, è attesa una dichiarazione congiunta e l’annuncio di almeno 12 impegni concreti, con finanziamenti e calendario dettagliati.

Gli Usa saranno presenti solo con un consigliere diplomatico ma all’Eliseo non disperano.
Ci saranno comunque tantissimi americani tra governatori (atteso, tra gli altri, quello della California), sindaci, fondazioni, aziende private, associazioni: a dimostrazione che il dialogo con l’America continua e che in un modo o nell’altro gli Usa restano profondamente legati all’attuazione degli accordi di Parigi“.

All’evento organizzato ad appena un mese dalla Cop23 di Bonn, in Germania, sono attesi anche molti rappresentanti europei (ma non Angela Merkel), africani e di piccoli Stati insulari a rischio scomparsa come le Fiji o le Marshall. Per l’Italia, il ministro dell’Ambiente Galletti.

http://www.ansa.it/europa/notizie

Nessuno escluso … Nessuno illegale … ?

9-dicembre-2017Oggi 10 dicembre nella “Giornata Mondiale dei Diritti Umani“, il pensiero si rivolge alla giornata di ieri per cercare i significati delle iniziative che hanno voluto caratterizzare la realtà e i movimenti interni ad essa.

Sono 4 “volti” espressivi e rivendicativi di diritti

 

  1. A Como il partito di governo manifesta l’antifascismo con “tutta la sinistra unita” nella condanna fascista, compreso “lo Stato che non può non esserci”.
    L’antifascismo ha inteso unire tutta la sinistra che accomuna l’istanza di una libertà conquistata dalla Resistenza. Il rigurgito violento del razzismo e della xenofobia aliena i diritti universali per erogarsi per sé diritti esclusivi: fascismo appunto!
    Piu-Diritti-meno-MinnitiPoi c’è un problema di “numeri” per lo “Ius soli” e le tante proposte sui diritti che restano nel cassetto delle convenienze e opportunità.
    Ma c’è chi, a proposito della sinistra “unita”, pone un distinguo: “PIÙ DIRITTI – MENO MINNITI“.
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  2. A Milano in piazza Cavour, lo sventolio delle bandiere accompagnavano il grido del popolo palestinese che ancora una volta si è alzato dentro la città, per protestare contro la illegittima quanto arrogante decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
    Mentre a Gaza, Betlemme, Ramallah, Rahat, … continua la lotta impari di un popolo che da oltre 70 anni, oppresso e dilaniato da Israele con la complicità dei molti Stati, rivendica giustizia per il diritto alla propria libertà di esistere.
    Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu gli Stati membri hanno condannato la decisione di Trump, definendola “atto unilaterale”, senza garantire al popolo palestinese il diritto di una patria e della vita.
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  3. Gente-a-MilanoNel centro della Grande Milano un flusso interminabile di persone si muoveva tra le vetrine piene di luci e di possibili e impossibili regali, per glorificare la tradizionale festa di Natale, chissà quanto celebrata, esagitata da un Mercato sempre più invadente le condizioni di vita della gente.
    Sembrava quasi impossibile pensare al torto di chi, ogni giorno, si ritrova costretto nelle file delle mense dei poveri per trovare un pasto caldo e magari tornarsene in qualche “tana” a ripararsi dal freddo.
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  4. A Milano c’eravamo anche noi, consapevoli ottimisti dei diritti universali, a gridare BASTA alla feroce ingiustizia verso i migranti, BASTA agli accordi disumani con governi e milizie compiacenti, CONTRO ogni forma di repressione nei confronti di chi esercita il diritto di migrare per vivere e non per morire.
    Da Piazza San Babila fino al Consolato Libico e ancora in piazza Missori, abbiamo voluto manifestare contro lo schiavismo in Libia, ma soprattutto contro la politica del governo italiano e del suo ministro Minniti. Vedi foto
    Nello stesso giorno lo stesso ministro si è recato in Libia per cercare un’impossibile “via umanitaria” dagli esiti devastanti generati dagli accordi stipulati con un governo senza potere e credibilità.
    Oggi i migranti in Libia vengono imprigionati, disumanizzati, repressi, venduti come schiavi da milizie finanziate dal Governo italiano e dall’Europa.

Di fronte a questo spaccato della realtà e nel giorno nel quale si celebra la “Giornata Mondiale per i Diritti Umani” ci sentiamo di fare Memoria:

«Solo la coscienza di esistere fa di un vivente un essere umano».

ARMI: e’ questo il nostro Natale di pace ?

armi-atomicheSono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando.

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato.

Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa).

Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12.
In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS. Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio. (Non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!)

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare.
Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano, ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).
L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro!
Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007.

Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.
Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’8° posto mondiale.

Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi.
E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (e questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!).
L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).

Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.
Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA!

Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. E’ stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico.

Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea.

Sta per nascere la PESCO – Cooperazione Strutturata Permanente della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE per gli Affari Esteri – rafforza anche la NATO.

La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno.

Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa.

L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di sì al diktat di Trump.

Così l’Italia arriverà a spendere 100 milioni al giorno in armi.

Così la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE.

Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B61-12.

Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima!

Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’.

Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo.

E’ una vergogna nazionale.

Siamo grati a Papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare.

Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani?

E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

Siamo vicini al Natale – ci ammonisce Papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi … tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”
Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli
Napoli, 5 dicembre 2017

Dicembre 2017: le “GIORNATE” e la “MEMORIA”

MemoriaIl mese di dicembre con le sue “Giornate” prescritte ci conduce verso la fine dell’anno.

Un mese che ripensa e fa ripensare la “Memoria“, alla sua importanza, capace di dare valore ai significati dell’essere e alla volontà che li conforma.

La “Memoria” è un principio dello sviluppo bio-dinamico dei corpi che rinsalda i ricordi alla vita e la rende partecipe alle miserie politiche che la determinano.

Da questo punto di vista possiamo riconsiderare le “Giornate” poste a “Memoria” dalle Nazioni Unite, per risvegliare i corpi e le menti sopite dagli obblighi imposti dal mercato concorrenziale e dalla frenesia quotidiana per non soccombere.

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Schiavitu
2 dicembre:
Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù (1949)

Ci richiama a ricordare la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento.
Le moderne schiavitù ci prospettano numeri impressionanti di persone coinvolte: oltre 40 milioni le vittime imprigionate nello sfruttamento, nei lavori forzati, nella tratta, nella prostituzione.
Uno su 4 sono minori.

In Italia nel 2016 le vittime della tratta censite e inserite in programmi di protezione, sono state 1.172, di cui 954 donne e 111 bambini e adolescenti.

Le denunce di questi giorni che hanno portato alla luce le drammatiche condizioni  in cui sono costretti uomini, donne e bambini in Libia, ci dicono quanto incidono le migrazioni, soprattutto quanto sia grande la responsabilità delle politiche, anche dell’Italia, degli accordi con regimi e milizie per fermare i migranti.

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Presidio in San Babila – 9 dicembre ore 16,30

Vedi: https://m.facebook.com/events/304004120096362/?ti=as

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Disabilita
3 dicembre:  Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità (1981)

Una Giornata, richiamata alla “Memoria”, per attirare l’attenzione sulle condizioni di oltre 3.400.000 persone italiane con disabilità.

Persone spesso discriminate, poste ai margini della vita sociale, per le quali è necessario perseguire ed assicurare loro il godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali,  senza discriminazioni di alcun tipo, promuovendo la loro effettiva partecipazione ed inclusione all’interno della società.
Oggi solo il 18% è inserita nel mondo del lavoro.

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consumo-suolo
5 dicembre:
 Giornata mondiale del suolo

Il suolo, la Terra è una “Madre” capace di castigare i soprusi dei figli che le sono ingrati.

Troppo spesso la “Memoria” dell’umano che interagisce con il suolo dimentica che la Terra è un bene finito.
Devastazioni, cementificazioni, inaridimento dei terreni agricoli, …, sono le cause dei disastri ambientali che succedono con frequenza sempre maggiore provocando morti e rovine.

L’Italia nel rilevamento Eurostat si attesta in quinta posizione tra i Paesi a più elevata intensità di urbanizzazione, con il doppio del territorio urbanizzato rispetto alla media europea: oltre il 7% della superficie.

La Lombardia è la regione con la percentuale maggiore di consumo di suolo in Italia, quasi il 13%.

Agire sul consumo del suolo si può.
Vedi: http://www.dimensionidiverse.it/il-giorno-del-sovrasfruttamento-della-terra-cade-il-2-agosto/

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Volontariato
5 dicembre: Giornata internazionale del volontariato  (1985)

“Da allora, decine di migliaia di volontari hanno contribuito alla nostra missione globale, collaborando con una moltitudine di organizzazioni, programmi e agenzie delle Nazioni Unite e con le missioni per il mantenimento della pace e speciali missioni politiche. Voglio lodare l’impegno e la dedizione di tali volontari” (Ban Ki-moon)

ll volontario è certamente una grande risorsa non di rado soggetta a “sfruttamento” da attività lucrative e da ambiti istituzionali spesso incapaci di politiche adeguate che rendono il volontario “co-responsabile” dell’inerzia della politica.
In Italia, persone che si impegnano gratuitamente per gli altri o per il bene comune sono oltre 6,5 milioni.
Una complessa quanto eterogenea massa di persone, purtroppo quasi sempre silenziosa.

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Corruzione
9 dicembre:  Giornata Internazionale contro la Corruzione (2003)

Una giornata di denuncia degli effetti perversi che la corruzione ha sulle economie globali e la società, che trova scarsa “Memoria” nei corpi singoli e negli apparati Istituzionali.

La Giornata è un richiamo sicuramente importante e doveroso , per sollecitare a far prevalere l’integrità morale non solo nelle singole persone, ma in particolare nelle Istituzioni.

Un auspicio regolarmente sollecitato a diversi livelli, che purtroppo rincorre un fenomeno sempre in grande espansione e che pervade la sfera della quotidianità, ma che non trova responsabilità adeguata per un suo superamento.

Dalla grande alla piccola corruzione la stima è che essa costituisca un costo di oltre 60 miliardi.

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diritti
10 dicembre:
 Giornata mondiale dei diritti umani (1950)

La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, il 10 dicembre 1948.

E’ questa sicuramente tra le “Giornate”, quella maggiormente carica di significati, dalla valenza di universalità. Ma al contempo è la Dichiarazione maggiormente disattesa.

Lo stanno a dimostrare le grandi ingiustizie che attraversano la società globale, a partire dai grandi e piccoli conflitti che creano distruzione e miseria, dagli enormi e impropri sistemi di sfruttamento delle risorse e delle persone che creano grandi disuguaglianze, dalle ipocrisie delle “democrazie” che paventano diritti inalienabili soggiogati dai grandi egoismi, fino ai grandi processi di privatizzazione dei beni comuni.

Diritti che nell’attuale sistema economico difficilmente potranno accogliere il grido di sofferenza delle grandi miserie, se non si sovvertono i processi di scambio.

Vedi rapporto OXFAM: http://www.dimensionidiverse.it/?s=rapporto+oxfam

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animali
10 dicembre: Giornata internazionale dei diritti degli animali

In concomitanza con la “Giornata mondiale dei diritti umani” è fondamentale riconoscere che ogni essere vivente ha diritto alla vita alla pari degli esseri umani.

E’ questa una “Memoria”, importante, una opportunità per ricordare che “la libertà, la giustizia ed il rispetto sono valori fondamentali per ogni singolo individuo, a prescindere dalla razza, dal genere, dalla posizione sociale o dalla specie“.

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12 dicembre 2017: Contro tutti i fascismi di ieri e di oggi

Appello: http://www.dimensionidiverse.it/12-dicembre-2017-contro-tutti-i-fascismi-di-ieri-e-di-oggi/

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Senza-titolo-15
18 dicembre:
Giornata internazionale dei migranti (2000)

Nel 1997 numerose organizzazioni per i migranti iniziarono a celebrare e a promuovere la data del 18 dicembre come Giornata Internazionale di Solidarietà con i Migranti, sancita ufficialmente dall’ONU nel 2000.

Questa Giornata è una “Memoria” che non ha bisogno di essere richiamata in quanto è l’attualità più scottante presente fortemente nella quotidianità a tutti i livelli, nelle forme più discriminanti, razziste e xenofobe.

Un atteggiamento surrogato da falsità che politici senza scrupoli, cosiddetti populisti utilizzano, alimentando paure, declinando ragioni futili come “invasione“, “ci rubano il lavoro” e scempiaggini di questo tipo, a fronte di dati incontestabili sugli ingressi e sulle condizioni incontrollate di sfruttamento esasperato del lavoro e dei centri di detenzione.

Un atteggiamento irresponsabile assunto dai Governi incapaci di politiche di accoglienza che oggi pretendono di delocalizzare i confini oltre che le galere vigliaccamente ignorando le devastazioni dei corpi di uomini e donne e bambini, assoggettati dagli accordi con governi e milizie, pagati per lo sporco lavoro.

Una grande disumanità che richiama la responsabilità alla mobilitazione.
Appello per la manifestazione nazionale del 16 dicembre a Roma: http://www.dimensionidiverse.it/manifestazione-nazionale-roma-16-dicembre-ore-14/

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Solidarieta

20 dicembre: Giornata internazionale della solidarietà umana (2005)

La Giornata identifica la solidarietà come uno dei valori fondamentali e universali che dovrebbero essere alla base delle relazioni tra i popoli.

Se c’è una ragione forte per celebrare questa Giornata è la “Memoria” di tutte quelle elencate in precedenza.

Date che richiamano e racchiudono i Corpi dei viventi, della Vita: i nostri corpi, la nostra vita.
L’appello alla solidarietà, al gusto disinteressato del Bene Comune, è il valore primario e fondamentale per animare i corpi e le menti verso un fare sensato che si propone e si prospetta  per un altro mondo possibile.

Auguri

12 DICEMBRE 2017 contro tutti i fascismi di ieri e di oggi

12-DICEMBRE12 DICEMBRE 1969  STRAGE DI PIAZZA FONTANA – MANO FASCISTA REGIA DELLO STATO

Ricordare il 12 dicembre è anche un esercizio della memoria. Memoria che non può essere condivisa laddove, come oggi, si equiparano carnefici e vittime e colpevoli ed assassinati.

Il 12 dicembre è inoltre il momento per riaffermare che il fascismo non è un’opinione ma un crimine, perché da sempre portatore di violenza e di una concezione della società gerarchica, escludente e razzista, incompatibile con ogni forma di democrazia.

IL FASCISMO DEGLI ANNI VENTI del Novecento, ha portato al nostro Paese dittatura, povertà e miseria; l’alleanza con il nazismo, le leggi razziali e la complicità nello sterminio di milioni di ebrei, oppositori e minoranze giudicate “inferiori” dalla razza eletta; guerra per cinque lunghi anni con milioni di morti e distruzioni.

IL FASCISMO DEGLI ANNI SETTANTA/OTTANTA inaugurava con le bombe di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli, la stagione della paura e delle stragi nelle piazze, nelle stazioni e sui treni, causando la morte di centinaia di cittadini inermi.

Come l’ISIS dei giorni nostri, le organizzazioni neofasciste e neonaziste protette e foraggiate da apparati dello Stato volevano bloccare lo sviluppo democratico della società, scandito dalle conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici e dai movimenti studenteschi, attraverso l’imposizione della paura e del terrore, il richiamo all’ordine ed al rispetto delle gerarchie economiche e sociali costituite che dividevano profondamente la nostra società.

IL FASCISMO DI OGGI, cavalcando la crisi e strumentalizzando il disagio economico e sociale causato da criminali politiche neoliberiste attuate dagli Stati che creano sempre maggiore disuguaglianza, punta a conquistare consenso e a occupare nuovi spazi nelle istituzioni.

Oggi come allora, le organizzazioni nazifasciste, lungi dal mettere in discussione i meccanismi e gli interessi che creano disuguaglianza e ingiustizia, sono maestre nell’indicare di volta in volta un capro espiatorio di turno, responsabile della crisi, guarda caso è sempre il più debole, il più povero, l’emarginato, su cui si indirizzano frustrazioni, precarietà e paure.

E così, invocando “sicurezza, ordine e pulizia” e la cacciata dell’immigrato e del “diverso”, fomenta l’odio e la guerra tra gli ultimi per non colpire mai i primi, cioè i responsabili di uno stato delle cose che provoca migrazioni epocali, la concorrenza tra aree del mondo e tra lavoratori per un misero posto di lavoro senza diritti, il dilagare della povertà e una vergognosa e insopportabile concentrazione di ricchezza nelle mani di un’esigua minoranza.

Le leggi degli ultimi decenni, che hanno abrogato il diritto al e sul lavoro come il diritto di assemblea e di sciopero, attaccato la sanità e la scuola pubblica, eliminato il diritto ad una pensione degna.

La recente legge Minniti – Orlando sulla immigrazione e il decoro urbano”, hanno di fatto cancellato il significato reale della parola cittadinanza, diffondendo insicurezza sociale, precarietà e abbandono e spianando la strada a questa deriva.

Antifascismo oggi significa anzitutto riconquista del diritto alla sicurezza sociale ed economica per tutti e tutte e contrasto a qualsiasi forma di discriminazione e di esclusione, per la riaffermazione a pieno titolo di una cittadinanza reale in una società solidale. Non solo.

Antifascismo oggi significa anche vigilare e contrastare ogni forma di populismo laddove il consenso politico viene perseguito parlando “alla pancia” delle persone a discapito dei più deboli.

Antifascismo significa contendere ogni giorno gli spazi ai fascismi e ai razzismi che si fanno largo nel nostro quotidiano, nei quartieri, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Significa battersi per aprire nuovi spazi di partecipazione, inclusione e di lotta per i diritti.

Invitiamo tutta la Milano antifascista e antirazzista il prossimo 12 dicembre 2017 a partire dalle ore 18 in Piazza Santo Stefano.

Da qui partirà il corteo per raggiungere Piazza Fontana, per ricordare la strage di Stato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, l’assassinio di Giuseppe Pinelli e l’innocenza di Valpreda.

Milano Antifascista, Antirazzista, Meticcia e Solidale

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