Monthly Archives: aprile 2019

Il 25 aprile di Liberazione e Resistenza

Partecipare alla celebrazione della ricorrenza del 25 aprile è il giusto riconoscimento della lotta che ha liberato l’Italia e gli italiani dalla guerra e dal regime fascista.

Testimoniare la presenza alla manifestazione è sempre un dovere di giustizia per le diverse lotte che, ancora oggi, testimoniano la necessità di liberare l’Italia e gli italiani dalle ingiustizie generate dal capitalismo e dalle politiche liberiste concorrenziali di mercato.

Vedi foto:

Il 25 aprile richiama la presenza e la forza della Memoria nelle diverse circostanze della vita, dove indigenza, emarginazione e precarietà, ed una politica di governo marginale, alimentano violenza e razzismo.

Oggi in particolare, ci sentiamo impegnati a sostenere la lotta dei giovani per la sicurezza climatica e per la difesa della Terra Madre.

Ancora oggi siamo presenti nella lotta contro i Trattati Commerciali (TTIP – CETA – …) che “liberano” i mercati europei e quello italiano dalla sicurezza alimentare, imponendo regole che vincolano alla sottomissione del Mercato, Stati e Comuni.

Ancora oggi e domani, siamo contro tutte le guerre che sono totalitarie, di sfruttamento e di regime. Per questo alla celebrazione del 25 aprile diciamo, forte e chiaro, il nostro NO alla NATO. (Vedi le nostre ragioni)

VEDI: http://I 70 ANNI DELLA NATO – Dichiarazione

RIDIAMO VITA ALLA RESISTENZA
Lotta globale per i diritti

PS:
La sera del 24 aprile, come è tradizione a Baggio, si è voluto fare Memoria e festa della Liberazione con una particolare evidenza alla forza delle donne durante la Resistenza.
La sera stessa a Baggio in via Due Giugno, con grande spregio e modalità tipicamente fascista, è stata sfregiata la ceramica dedicata alla memoria della Partigiana Gianna.

Pochi giorni prima, a Vighignolo, era stata bruciata una statua in legno appena posata in memoria delle Donne Partigiane.

La Liberazione non è un optional!
ORA E SEMPRE RESISTENZA

 

Perché in Palestina no?

Il libero accesso all’acqua potabile è un diritto fondamentale dell’umanità.

Non si tratta solo di una asserzione dettata dal buon senso, ma di un vero e proprio obbligo legale sancito dal diritto internazionale.

Nel novembre 2002 la Commissione ONU per i Diritti Economici, Sociali e Culturali adottò il “Commento Generale nr.15” riguardante il diritto all’acqua: “Il diritto umano all’acqua è indispensabile per condurre una vita di umana dignità. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti umani” (Articolo I.1)

Ma il dibattito sull’acqua come diritto dell’umanità si concluse solo anni dopo, con la Risoluzione 64/292 del 28 luglio 2010 dell’Assemblea Generale dell’ONU. Essa riconosceva esplicitamente “il diritto all’acqua potabile pulita e sicura come diritto umano essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani”.

Ha perfettamente senso: senza acqua non c’è vita.

Tuttavia, come accade per qualunque altro diritto umano, sembra che alla Palestina venga negato anche questo. La crisi idrica si sta abbattendo sull’intero mondo ma l’area più colpita è proprio il Medio Oriente. Le siccità legate al cambiamento climatico, le perturbazioni improvvise, la mancanza di una pianificazione centralizzata, i conflitti militari, tra le altre cose, hanno prodotto un senso di insicurezza idrica senza precedenti.

La situazione però si fa ancora più complicata in Palestina, dove la crisi idrica si collega direttamente al contesto politico più generale dell’occupazione israeliana: l’apartheid, gli insediamenti ebrei illegali, l’assedio e la guerra. Ma mentre è stata posta ragionevolmente molta attenzione sugli aspetti militari dell’occupazione israeliana, le politiche coloniali dello Stato in materia di acqua hanno attirato decisamente meno attenzione, nonostante siano un problema pressante e critico.

Secondo Ashraf Amra, il controllo totale dell’acqua è stata una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’istituzione del regime militare a seguito dell’occupazione di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza nel giugno 1967.
Le politiche discriminatorie di Israele, che usa e abusa delle risorse idriche palestinesi, può definirsi vero e proprio “apartheid idrico”.

Il consumo eccessivo di acqua di Israele, l’uso irregolare delle dighe, la negazione del diritto dei palestinesi ad avere la propria acqua o a scavare nuovi pozzi, hanno tutti conseguenze ambientali enormi e probabilmente irreversibili, danneggiando in maniera fondamentale l’intero ecosistema acquatico.

In Cisgiordania, Israele usa l’acqua per consolidare la dipendenza dei palestinesi dall’occupazione, usando una forma crudele di dipendenza economica per mantenere i palestinesi in un rapporto subalterno. Tale modello è supportato dal controllo delle frontiere, i checkpoint militari, la riscossione di tasse, le chiusure, i coprifuochi militari e la negazione dei permessi edilizi.
La dipendenza idrica è parte integrante di questa strategia.

L’ “Accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza”, conosciuto come l’Accordo di Oslo II, firmato nel settembre del 1995 a Taba, in Egitto, inasprì le iniquità di Oslo I firmato nel settembre 1993: oltre il 71% delle falde acquifere palestinesi furono messe a disposizione di Israele, mentre solo il 17% furono assegnate ai palestinesi.

Ancora più sconvolgente, il nuovo accordo incoraggiava un meccanismo volto a forzare i palestinesi a comprare la loro stessa acqua da Israele, rinforzando ancora di più il rapporto di sudditanza clientelare della Autorità Palestinese nei confronti dello Stato occupante.
La compagnia idrica israeliana Mekorot, ente interamente governativo, abusa dei suoi privilegi per premiare o punire i palestinesi a suo piacimento.

Nell’estate del 2016, ad esempio, l’intera comunità palestinese nella Cisgiordania occupata fu privata di acqua perché l’Autorità Palestinese non era riuscita a pagare le ingenti somme necessarie a ricomprare quell’acqua proveniente dalle stesse fonti naturali palestinesi.

Sconcertante, vero? Eppure c’è ancora chi si chiede come mai gli accordi di Oslo abbiano fallito nel tentativo di portare la tanto agognata pace nel territorio.

I numeri di questo apartheid idrico parlano chiaro: un palestinese in Cisgiordania usa in media 72 litri di acqua al giorno, un israeliano ne consuma dai 240 ai 300.
Le responsabilità politiche di questa disuguaglianza nella distribuzione delle risorse d’acqua disponibili sono da attribuirsi non solo alla crudele occupazione israeliana ma anche alle politiche poco lungimiranti della leadership palestinese.

La situazione a Gaza è addirittura peggiore: il territorio sarà ufficialmente “inabitabile” entro il 2020, secondo un rapporto delle Nazioni Unite.
È letteralmente l’anno prossimo. La principale causa di questa sinistra previsione è proprio la crisi idrica di Gaza.

Secondo uno studio dell’Oxfam, “meno del 4% dell’acqua corrente [di Gaza] è potabile e il mare circostante è inquinato dagli scarichi fognari.
La ricerca dell’Oxfam si concludeva indicando la correlazione tra l’inquinamento idrico e il drastico aumento delle patologie renali nella Striscia di Gaza. La crisi idrico-sanitaria di Gaza si sta inasprendo anche per le frequenti chiusure dell’unica centrale elettrica operativa dell’enclave, demolendo qualsiasi speranza di trovare un rimedio.

La società statunitense RAND Corporation ha comprovato che un quarto di tutte le malattie diffuse nella zona assediata della striscia di Gaza hanno origine nella carenza di acqua.
Altrettanto drammatiche sono le stime della RAND secondo cui, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale della Sanità, il 97% dell’acqua presente a Gaza è inadatta al consumo umano.
Una situazione che in termini di sofferenza umana non può che definirsi orribile.

Gli ospedali della Striscia di Gaza stanno cercando di affrontare le grosse epidemie di malattie e patologie causate dall’acqua sporca, ma gli mancano strumenti adeguati, sono vessati dai continui tagli alla corrente elettrica e soffrono essi stessi dalla mancanza di acqua pulita. “L’acqua è spesso assente ad Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza” – prosegue il rapporto della RAND – “e anche quando l’acqua c’è, dottori e infermiere non riescono a sterilizzare le proprie mani per effettuare interventi chirurgici a causa della sua cattiva qualità”.

Secondo la piattaforma multimediale sull’ambiente Circle of Blue, dei due milioni di residenti a Gaza, solo il 10% ha accesso ad acqua pulita e potabile.

I miei figli si ammalano perché manca l’acqua”, racconta a Circle of Blue Madlain Al-Najjar, madre di sei figli residente nella Striscia di Gaza, “soffrono spesso di vomito e diarrea. Spesso so riconoscere che l’acqua non è pulita, ma non abbiamo alternative”.

Il giornale inglese The Independent ha raccontato la storia di Noha Sais, madre ventisettenne di cinque figli residente a Gaza. “Nell’estate del 2017, tutti i figli di Noha si ammalarono  improvvisamente, vomitando senza sosta, e furono ricoverati. Le acque putride del Mediterraneo di Gaza li avevano avvelenati”. “Il più giovane, Mohamed, un bambino di 5 anni vigoroso e in salute, contrasse un virus ignoto dal mare che si impadronì completamente del suo corpo e del suo cervello. Tre giorni dopo il viaggio, andò in coma. Dopo una settimana era già morto.”

Come Noha racconta al giornale, “I dottori dissero che l’origine dell’infezione era un germe proveniente dall’acqua di mare inquinata, ma che non potevano stabilire esattamente quale fosse. Dissero solo che se mai mio figlio si fosse ripreso, non sarebbe mai più stato lo stesso, che sarebbe stato un vegetale.”

Molti casi simili sono stati registrati in tutta Gaza, e non se ne vede la fine. Le politiche idriche di Israele sono solo una sfaccettatura di una ben più ampia guerra contro i palestinesi con l’intento di rafforzare il controllo coloniale.

A giudicare dalle testimonianze, i sionisti non hanno certo fatto “fiorire il deserto”, come afferma la propaganda israeliana. Da quando si è insediata sulle macerie di più di cinquecento città e villaggi palestinesi distrutti tra il 1947 e il 48, Israele ha fatto l’esatto opposto.

La Palestina contiene un potenziale di colonizzazione di cui gli arabi non necessitano né sono in grado di sfruttare”: queste sono le parole che il padre fondatore di Israele e primo Primo Ministro David Ben Gurion scriveva a suo figlio nel 1937.
L’Israele sionista, tuttavia, ha fatto molto più che “sfruttare” quel “potenziale di colonizzazione”; ha anche assoggettato la Palestina storica a una estenuante e cruenta campagna di distruzione che non si è ancora conclusa, e che è probabile si protragga fin quando i sionisti prevarranno in Israele e nella Palestina occupata. È una ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice.

Se l’accesso all’acqua pulita è a tutti gli effetti un diritto dell’umanità, perché allora il mondo permette che Israele faccia della Palestina e dei suoi abitanti una eccezione?

di Ramzy Baroud

La Palestina di Vittorio

Noi che difendiamo i diritti e la giustizia universale siamo a fianco del popolo migrante per il loro diritto all’inclusione sociale.
Così come sosteniamo la lotta del Popolo Palestinese per il loro diritto alla Terra, contro l’arroganza e la violenza usurpatrice e razzista del Governo israeliano.

Il 15 Aprile 2011 Vittorio Arrigoni, volontario ed attivista per i diritti umani, veniva ucciso a Gaza – Palestina.  
Vogliamo ricordare con la sua memoria e il suo impegno solidale e di pace, l’indifferenza colpevole delle Istituzioni Internazionali e dei Governi, Italiano compreso, a fonte del continuo massacro di quel popolo.

La Palestina, oggi come ieri, rappresenta la difesa eroica di un popolo in lotta per l’affermazione del principio di autodeterminazione, contro la guerra di oppressione economica e di rapina dello Stato d’Israele. 

Uno Stato, quello Israeliano, violento e criminale, responsabile di espropri di terra, di acqua e di risorse, colpevole, sotto gli occhi complici delle “democrazie occidentali”, di un genocidio perpetrato pervicacemente per decenni, responsabile di persecuzioni, arresti e uccisioni di massa di un intero popolo, quello palestinese, costretto alla fuga dalla propria terra.

Ahmed Sa’adat, Segretario Generale del FPLP, si fa portavoce di un grido per la ricostruzione di un movimento di resistenza contro l’imperialismo israeliano e per l’attuazione di una strategia unitaria per la liberazione della Palestina dall’occupazione sionista, attraverso il ritorno dei profughi e la costruzione di un unico stato libero e laico in Palestina.

La memoria riconosce la storia di aggressione, occupazione di Israele verso l’intero popolo palestinese.
Una logica che mira a ghettizzare e criminalizzare qualsiasi opposizione in qualsiasi paese del mondo attraverso una campagna che vorrebbe far coincidere il sionismo con l’antisemitismo. 

Il popolo palestinese, a seguito dell’aggressione israeliana durante la Grande Marcia del Ritorno di un anno fa, ha subito 256 morti, 29.382 feriti (fonte: Ministero della Sanità palestinese).
La Grande Marcia ha visto un popolo di donne, uomini, vecchi e bambini dimostrare al mondo che cosa sia l’imperialismo sionista e cosa sia il coraggio della resistenza palestinese.

Oggi come ieri è importante ricordare che: Essere capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo, è la qualità più bella di un rivoluzionario” (Che)

Fino all’ultima goccia d’acqua

Il Forum dei Movimenti per l’Acqua ha sbirciato tra i conti delle quattro grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che gestiscono l’acqua: gli utili e i dividendi sono da capogiro.

Siamo di fronte a un sistema di gestione votato soltanto al profitto “che nessuna attenzione può e vuole avere per la conservazione quali-quantitativa del bene acqua, con investimenti del tutto insufficienti per la reale ristrutturazione delle reti”. scrive Paolo Carsetti del Forum.

Occorre costruire una seria inversione di tendenza, ad esempio approvando subito e senza stravolgimenti la proposta di legge in discussione alla Camera, cioè l’aggiornamento della legge di iniziativa popolare presentata dodici anni fa dal Movimento per l’Acqua.

Pd, Forza Italia, Lega e anche M5S non sono d’accordo: naturalmente il Forum non ha nessuna voglia di arrendersi.

Un impegno anche in occasione delle prossime elezioni Europee

Vedi:  APPELLO DEL MOVIMENTO EUROPEO PER L’ACQUA

Fino all’ultima goccia

Questo lo slogan del Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Non è un segreto che gestire l’acqua risulta essere un business molto redditizio. In Italia il giro di affari annuo si aggira intorno ai 10 miliardi di euro.

Gestire l’acqua vuol dire non avere rischio d’impresa poiché i profitti, anche dopo il referendum del 2011 e a seguito dell’intervento dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), continuano ad essere garantiti caricandoli direttamente sulla tariffa. 

Gestire il servizio idrico significa gestire un servizio in regime di monopolio poiché l’acqua è monopolio naturale. Pertanto può essere pubblico o privato ma non sussiste possibilità di concorrenza nel mercato. Parlare di liberalizzazioni in questo campo, dunque, è una vera e propria mistificazione. D’altra parte, i fautori del mercato sostengono che rimanendo pubblica la proprietà delle reti, l’acqua non viene privatizzata, e che ciò che viene messo sul mercato è la sua gestione.

È evidente che il reale proprietario del bene è colui che lo gestisce poiché detiene tutte le informazioni e non colui che ne mantiene la proprietà formale.

……….
A distanza di otto anni siamo ancora costretti ad un’intensa mobilitazione perché l’esito referendario è stato completamente disatteso e si persevera lungo la strada della mercificazione.

……….
La natura delle grandi aziende multiservizio quotate in Borsa, cioè quelle che sono il “dominus” del sistema di gestione italiano, non è infatti produrre servizi pubblici fondamentali, ma “creare valore per gli azionisti”, e cioè distribuire consistenti dividendi ai soci. 

Quest’affermazione si basa su uno studio dei bilanci (dal 2010 al 2016) delle “quattro grandi sorelle” – HERA, ACEA, IREN e A2A – effettuato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

Nei sette anni indicati, in termini cumulati, IREN, A2A, HERA e ACEA realizzano utili per 3,257 miliardi di euro e distribuiscono dividendi per 2,983 miliardi di euro ai soci pubblici e privati, pari al 91 per cento degli utili! 

L’articolo completo su:  https://comune-info.net/2019/04/fino-allultima-goccia/

Paolo Carsetti  – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua – 3 Aprile 2019

Nel Mediterraneo un’inarrestabile strage

La prima ragione che porterà alle urne gli elettori e le elettrici alle elezioni europee di maggio è l’immigrazione
Bisogna avere consapevolezza che parlare d’altro o scimmiottare le destre non serve a sottrarre consensi alle forze razziste.

Secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno i morti accertati sono stati 311 ai quali vanno aggiunti i 643 scomparsi.

Persone private di soccorso, sacrificate a una cinica propaganda che purtroppo produce consenso.

UN NUMERO certamente inferiore alla realtà, visto che nella frontiera più letale del mondo non c’è quasi più nessuno a documentare e a soccorrere.
Anche per questa ragione la missione di «Mediterranea» deve andare avanti e va rafforzata comedare visibilità e coraggio all’Italia che non si arrende alla cultura della morte e che crede nei principi della Costituzione.

Se novecentocinquanta sono i migranti che hanno visto infrangersi le proprie speranze di vita davanti ai tanti muri che oramai rappresentano la principale caratteristica dell’identità europea, altri 996, sono stati i “salvati”, riportati indietro dalla cosiddetta guardia costiera libica.
Uomini, donne e bambini condannati a un destino di torture, violenza e morte come hanno documentato le Istituzioni Internazionali.

Nei primi tre mesi dell’anno, in Italia sono arrivate via mare poco più di 500 persone.
La piccola Malta, nello stesso periodo, ha accolto, in percentuale alla popolazione, circa mille volte in più del nostro paese.
Negli stessi mesi sulle coste di Grecia e Spagna sono sbarcati in tutto quasi 14 mila migranti.

INTANTO aumentano i disastri ambientali, le persecuzioni, i conflitti, di cui spesso responsabili o mandanti sono proprio i governi europei.

Dei circa 70 milioni di esseri umani che nel mondo sono costretti a fuggire dalle proprie case, in Europa ne arriva una piccolissima parte e tuttavia su di essi si accanisce la destra xenofoba.

In Italia il razzismo è certamente la stella polare del governo a trazione leghista, ma è anche stato, in questi anni, un tratto fondamentale delle politiche dei governi democratici e socialisti europei.
Sono almeno vent’anni che governi di segno opposto producono riforme legislative che vanno nella stessa direzione, sottraendo diritti agli stranieri.

Se da un lato c’è Salvini che propone la ricetta prima gli italiani, dall’altro si persevera nel pensare di ridurre lo spazio delle destre cavalcando una sorta di razzismo democratico, giustificato da più “nobili” motivazioni, come quella di combattere i trafficanti per poi arrivare alla più recente legge Orlando-Minniti, un obbrobrio giuridico che ha sottratto garanzie a uno dei gruppi più vulnerabili del pianeta: i richiedenti asilo.

C’è un Paese migliore di quello rappresentato da questo governo ma c’è bisogno di connettere tutte le realtà che reagiscono e che non si arrendono all’egemonia culturale della destra.

Bisogna lavorare per costruire un’ampia alleanza sociale per i diritti, sfidando senza ambiguità la destra su questo terreno e alzando la voce contro chi oggi cerca di cancellare secoli di civiltà giuridica e di conquiste proprio sul terreno dei diritti umani.

Serve un’iniziativa che abbia continuità, larga e plurale, chiaramente antirazzista, che rappresenti una alternativa culturale, prima ancora che politica.
Un’alleanza che dia voce ai protagonisti: alle persone di origine straniera; a tutti quegli uomini e quelle donne che vedono ridursi diritti, libertà, opportunità d’integrazione ed emancipazione; ai giovani di origine straniera che, come i loro coetanei italiani, saranno costretti a lasciare un Paese che li respinge, li discrimina e li criminalizza.
Un’alleanza che abbia la nostra Costituzione come principale punto di riferimento e riparta da questi giovani per costruire il futuro.

Da uno scritto di Filippo Miraglia  vicepresidente dell’ARCI

Il clima che cambia – cambiamo il clima

Una lettura particolare di una bella serata passata in compagnia di giovani protagonisti della “Marcia per i cambiamenti climatici”

Un clima caldo

Ieri sera, durante l’appassionato incontro sui cambiamenti climatici, si sono rivelate molte delle contraddizioni che spesso vengono giustificate a difesa della rinuncia a lottare per i cambiamenti climatici: il benessere privato.

Con il video “Punto di non ritorno” della National Geographic, la  Natura si è svelata nella sua grande bellezza ma anche nella sua preoccupante e terribile dissolvenza.

Vedi il video: https://www.youtube.com/watch?v=SoCtp4QF7_o

Le ragioni perché ogni persona si metta in marcia per la difesa della Natura e della Vita, sono molte e imprescindibili come l’evidenza dei disastri che la deturpano e la infiammano fino a farla esplodere.

L’uomo, le persone che abitano Madre Terra si “accusano” per sviluppare una supremazia, un’egemonia arrogante e prepotente … ma nulla sembra poter fermare il disastro che incombe al futuro prossimo.

Non c’è più tempo

Rivolta alle Istituzioni Greta Thunberg ha mostrato il proprio giovane corpo e ha lanciato un atto di accusa per mancata responsabilità politica per la difesa della Natura.

Greta – intervento alla Cop24

Loro hanno applaudito, … hanno ringraziato … ma il loro problema è la “crescita necessaria” esasperante, indispensabile, invasiva sull’intero Pianeta e sugli “altri” che lo abitano e lo vivono.

Una necessità a mantenere gli squilibri tra i più ricchi e i più poveri, tra le miserie e gli sprechi; tra le guerre “necessarie” e le devastazioni “collaterali“, tra le tirannie e le muraglie impenetrabili; …

Il clima è di guerra … non c’è più tempo!

Le strade e le piazze del mondo, dopo gli appelli della giovane Greta, si sono moltiplicate, riempite di giovani che rilanciano le accuse e proclamano l’urgenza del futuro che incombe.

Il tempo è loro, dicono gli “anziani” … mentre il loro sembra ormai inerte nella speranza sedata, indifferente.
Accusano i giovani di non essere qui a lottare per loro. 
I giovani, figli “creati” ad immagine e somiglianza, se ne sono andati, non sono più qui, si sono dispersi negli spazi della precarietà diffusa.

Il mondo degli “anziani” piange la loro miseria ma loro, gli anziani, sono “dentro“, mentre i giovani sono “fuori“.

Ieri sera Alessandro e Maria Marta, hanno spiegato la realtà del mondo che c’è, in cui si vive;
hanno spiegato il clima che si diffonde tra le persone ormai slegate dalla Natura, dalla Vita;
hanno spiegato che ora è il tempo di ricomporre la visione del mondo disperso tra disuguaglianze, devastazioni e privatizzazioni, accogliendo la Natura come dimensione universale dell’essere pensante integrale.

C’è la necessità di riprendere una visione olistica della Vita, la necessità di ricomporre i frammenti e le specificità diffuse e disperse che separano l’interesse comune di difesa del patrimonio universale, del primato della Vita: la ricerca di un “Clima” di comprensione e condivisione delle diversità che ci appartengono.

Una diversa coscienza, una diversa cultura delle cose che si vuole ci appartengono e che spesso ci vincolano a una dimensione di sé incapace di nuova speranza, di nuova energia.

Noi siamo il “sistema”, noi siamo l’origine e la fine che separano i corpi dalle “anime”.

Un mondo alla rovescia

Di fronte a loro, alle loro argomentazioni, gli “anziani” si sono ribellati, hanno preteso di essere considerati per le loro esperienze, di essere riconosciuti come “padri”.

Ma la realtà è un’altra: la decomposizione del processo naturale, la dispersione e disgregazione dei saperi e delle coscienze.

Non c’è più tempo, occorre cambiare il paradigma, l’idea della crescita infinita, del privato benessere che lede il diritto di altri.

Noi, i giovani, siamo nelle piazze del mondo a cogliere la dimensione universale della Vita, a ridefinire i rapporti con la Natura, le necessità e i desideri privati, la collettività come dimensione delle conoscenze e delle competenze, … ad assumerci la responsabilità delle “piccole” pratiche per manifestare insieme la forza reale del possibile cambiamento.

Ora, noi siamo loro: non c’è più tempo, la loro speranza è la nostra, il loro futuro è il nostro, non ci resta che credere e vivere la nuova dimensione con loro.

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Vedi anche:

4 aprile 2019 – 70 ANNI DI «NATO»

La NATO è l’alleanza militare-nucleare più potente del mondo, a guida esclusiva USA.

A partire dal 1991, con la prima guerra contro l’Iraq, da Alleanza difensiva si è trasformata in una Alleanza che prevede l’aggressione militare in qualunque parte del mondo.

Un movimento globale si è attivato per delegittimare la NATO e contrastare l’architettura militare USA-NATO rappresentata da 1000 basi  straniere  presenti in 145 paesi,  in funzione di un provocatorio accerchiamento dei nemici di turno.

Dal vertice dell’aprile 1999 a Washington la Nato viene trasformata in una Alleanza che prevede l’aggressione militare.
I paesi membri sono impegnati a condurre operazioni militari al di fuori del territorio dell’Alleanza, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria.

Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni Unite.

Qualche giorno prima, 24 marzo 1999, era iniziata la guerra della Nato contro l’ex Jugoslavia, senza mandato Onu e con la rivendicazione dell’intervento «umanitario».

Dalle basi in Italia decollarono la maggior parte dei 1.100 aerei che, in 78 giorni, effettuarono 38 mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili (molte a uranio impoverito) sulla Serbia e sul Kosovo.

Viene in tal modo attivato e testato l’intero sistema delle basi Usa/Nato in Italia, preparando il suo potenziamento per le guerre future.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti.

Da quella guerra in poi il diritto internazionale è diventato il diritto del più forte militarmente

Le basi Usa e Nato rappresentano il 95% di tutte le basi militari straniere nel mondo.

L’Italia ha sul  proprio territorio il 10% delle Basi Usa e NATO ed è totalmente asservita al sistema guerra.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare che ha sottoscritto e ratificato.

Le basi militari, oltre ad essere strumenti di guerre contro altri paesi, rappresentano una costante minaccia per la sicurezza dei territori, la salute delle popolazioni e la tutela dell’ambiente.

Dov’è la nostra sovranità territoriale e politica?

Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra!

Attuare l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra come strumento di soluzione dei conflitti e ci chiede di tessere una politica internazionale di Pace.

L’Italia spende ogni giorno oltre 70 milioni di euro per spese militari.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a 100 milioni di euro al giorno. 

Una quantità enorme di soldi pubblici, sottratti alle spese sociali, al benessere della collettività per essere parte di un’Alleanza la cui strategia non è difensiva ma offensiva. 

La NATO è il più grande ostacolo per un mondo libero dalle armi nucleari e in armonia con la natura.

Contribuisce in modo determinante all’insicurezza  dell’Umanità opponendosi alla messa al bando delle armi nucleari per mantenere in maniera terroristica il proprio potere.

L’Italia esca dalla NATO!

l’Europa si liberi dal laccio soffocante della NATO, dal controllo della superpotenza USA e dia il proprio contributo alla pace nel mondo.

Chiediamo la partecipazione di tutte le persone che vogliono la pace, la democrazia, la libertà, il rispetto dei diritti.

Vedi: NO-ALLE-ARMI-NUCLEARI-IN-ITALIA-E-IN-EUROPA-A

FIRMA LA PETIZIONE

https://www.change.org/p/la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale